Midda's Chronicles - le Cronache

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Dopo la conclusione, con un finale particolarmente aperto, di "Non abbassare lo sguardo", è iniziata ieri sera la pubblicazione di "Non smettere di lottare", 48° racconto della saga regolare di Midda's Chronicles, riprendendo - ovviamente - il discorso rimasto in sospeso!
Buona lettura con il proseguo delle avventure della nostra ormai ex-mercenaria preferita in nuovi e inesplorati mondi, in un viaggio lungi dal potersi considerare concluso e che, certamente, proseguirà anche quando alfine superato il traguardo dell'11 gennaio 2018, ossia il decennale dall'inizio di quest'opera!

Grazie a tutti per l'affetto!

Sean, 25 novembre 2017

giovedì 15 novembre 2012

1762


E i giuochi, per un fugace istante, sembrarono compiuti.
Spinto al suolo sotto il peso di quello scudo e la violenza di quel gesto, Kah parve prematuramente ed erroneamente sconfitto, posto in balia di qualunque capriccio Desmair avrebbe voluto dedicargli. Lì intrappolato, bloccato,  addirittura ingabbiato, difficile sarebbe stato riuscire a considerarlo ancora capace di nuocere al proprio antagonista, nel non poter oggettivamente riservare qual propria un’aspettativa di vita superiore a quella di un bove condotto al macello. Rapida la lama della pesante spada del semidio sarebbe precipitata su di lui e, a quel punto, speranzosamente, sol la quiete della morte sarebbe potuta restargli propria, a discapito di qualunque rango divino.
Ma un dio avrebbe potuto realmente morire? Avrebbe potuto realmente essere sconfitto, anche se per mano di un semidio, proprio figlio ed erede?
Difficile sarebbe stato per chiunque in generale, e per la donna guerriero in particolare, esprimersi in tal senso, ove, al di là di ogni aspettativa, al di là di ogni speranza, ben poche certezze avrebbero ancora potuto caratterizzare quel particolare frangente, quella situazione estranea a qualunque realtà nota.
Certezza, difatti, avrebbe dovuto essere riconosciuta quella propria della conformazione fisica dell’ambiente loro circostante, in quelle vette dalla mercenaria dagli occhi color ghiaccio ormai conosciute a sufficienza dal potersi considerare addirittura famigliari. Eppure, attorno a loro, alcuna vetta, così come alcuna vallata, avrebbe potuto essere intravista, avrebbe potuto essere scorsa, in un’enorme e omogenea distesa bianca, totalmente priva di qualunque caratteristica riconducibile alla catena dei monti Rou’Farth pur da sempre lì predominante, a definire una severa e netta frontiera fra i regni di Kofreya e Y’Shalf sin da prima della loro stessa fondazione. Certezza, ancora, avrebbe dovuto essere considerata la prigionia imposta a discapito del semidio, il quale tanto contrariato era rimasto dall’occasione, dalla speranza di fuga sottrattagli dalla propria ultima sposa, nell’essersi questa sostituita a colei che, quanto meno, egli sperava avrebbe avuto i poteri per ricondurlo a contatto con il mondo esterno. Eppure, in quel momento, Desmair era pronto a menare il colpo di grazia a discapito del padre, lì sconfitto; a tutela del proprio diritti a esistere e, quasi, a beffa di qualunque volontà contraria, prima fra tutte quella che l’avrebbe voluto ll confinato, in quel mondo fuori dai confini del mondo, in quella realtà estranea a qualunque realtà.
Due certezze, fra molte, che in quel momento avrebbero potuto essere considerate praticamente prive di valore, svuotate di qualunque significato, in una misura tale per cui ella non avrebbe dovuto sorprendersi nello scoprire che, lasciando cadere un sasso, questo invece di dirigersi al suolo si sarebbe rivolto al cielo e gli astri celati lassù. Perché l’avvento del dio entro la sfera abitualmente propria dei mortali, evidentemente, aveva sconvolto molti più assunti di quanti la mercenaria avrebbe avuto interesse a elencare, e in tale clima difficile sarebbe stato per chiunque ipotizzare le dinamiche che una qualunque scelta, azione o reazione, avrebbe potuto rendere allora proprie.
Purtroppo, a prescindere da ogni discorso in tal senso, a prescindere dall’effettiva possibilità, o meno, per il semidio di ergersi al pari di un dio, abbattendone uno, Desmair non ebbe alfine l’occasione di scoprire in quale misura la sua spada avrebbe potuto realmente ferire suo padre Kah. Perché questi, non dimentico della propria divina natura, non volle concedere al proprio figliuolo di condurre a termine quell’atto di suprema blasfemia, imponendo, quasi con una reazione banale, il ripristino della giusta distanza fra sé e il Creato, nel volgere, banalmente, uno sguardo verso il proprio avversario e, in ciò, nel proiettarlo con incredibile violenza verso l’alto dei cieli, quasi un’enorme mano, grande quanto sufficiente per afferrare quel già smisurato corpo, fosse calata dall’alto e l’avesse afferrato da dietro, per poi strapparlo al contatto con il suolo con la stessa indifferenza con la quale un bambino avrebbe potuto sollevare da terra un sasso per divertirsi con lo stesso.
E se, in conseguenza di ciò, per un lunghissimo istante, impossibile fu immaginare a quale fato il semidio avrebbe potuto essere stato condannato, nell’essere questi semplicemente scomparso alla vista, letteralmente risucchiato verso il firmamento; un attimo dopo tutto apparve tragicamente chiaro, palese, nel poter osservare lo stesso precipitare nuovamente al suolo qual una sfera infuocata, stella cadente costretta ad abbattersi, senza possibilità di controllo o freno, sulla maestosità dell’edificazione che, per lui, era stata dimora e prigione, radendone al suolo un’ampia, amplissima porzione.
Solo silenzio fu quanto avrebbe mai potuto seguire l’incredibile boato che caratterizzò l’impatto fra quella meteora vivente e il mondo conosciuto, ove alcuna parola, alcun verso, avrebbe potuto offrirsi adeguato alla situazione, al momento. Che Desmair potesse essere sopravvissuto a tutto quello, al dispetto della propria immortalità, dell’eternità promessagli in quanto semidio, figlio di un dio, appariva eventualità improbabile. Là dove sorgeva una costruzione maestosa, imponente e colossale qual mai l’umanità avrebbe potuto ricordare esistente entro i confini del mondo a sé noto; solo uno smisurato cratere fumante era rimasto, oltre a poche macerie di dubbia stabilità nelle estremità più distanti dal punto d’impatto. Di tutto ciò che quella fortezza, quella prigione, era stata in passato, ormai non rimaneva che il ricordo: niente più smisurate porte d’ingresso; niente più sala dei banchetti; niente più quadro maledetto; niente più osceno anfitrione. E, nel confronto con l’evidenza di ciò, nel profondo del cuore di Midda Bontor, di colei che tanto aveva odiato quell’edificazione e il suo signore e padrone, o forse eletto prigioniero, un senso di smarrimento non poté essere evitato, nella consapevolezza, ancora inconscia, ma che presto sarebbe necessariamente divenuta conscia, di quanto, con quella fortezza, e con Desmair, alcuni importanti assunti che ella aveva reso propri, non avrebbero più potuto essere considerati tali.
Ma, nel confronto con il pericolo rappresentato dalla presenza di Kah sul proprio stesso piano di realtà, ogni preoccupazione in tal senso dovette essere trascesa. Ogni dubbio sul futuro, prima considerato forse erroneamente, forse precipitosamente, qual sgradevolmente già scritto, già scolpito nella roccia nelle proprie dinamiche, nei propri sviluppi, in conseguenza ai sogni, alle visioni che per lei erano derivate dal contatto con gli scettri dell’ultimo faraone; dovette essere obliato. Perché, proprio malgrado, nulla di tutto ciò, alcuna di quelle considerazioni, avrebbe avuto un qualunque effettivo valore se ella fosse morta. Ed ella, sicuramente, sarebbe morta nell’istante stesso in cui il dio si fosse ricordato di lei, avesse riportato la propria attenzione alla questione rimasta in sospeso prima dell’intervento della propria prole in suo aperto contrasto.
Fortunatamente, la Figlia di Marr’Mahew, ancor benedetta nel sangue di Marr’Mahew che le aveva donato l’ipotetica potere di poter abbattere persino un dio, non era rimasta osservatrice passiva degli eventi, non aveva accettato un mero ruolo di testimonianza su quanto stava accadendo attorno a sé. E quando il dio era stato proiettato al suolo dalla foga di Desmair; guidata dalla propria paranoia, da quella intima negatività sugli sviluppi futuri che da sempre l’aveva contraddistinta e le aveva, soprattutto, permesso di restare in vita anche quando tale eventualità avrebbe dovuto essere giudicata quantomeno remota, se non addirittura improbabile, ella si era avventata a propria volta a contatto di quel corpo, accettando il rischio di essere distrutta all’istante per la propria blasfemia.
Così, nel mentre in cui il suo mai amato sposo cadde, radendo al suolo tutto ciò che mai avrebbe potuto definire qual casa; ella, la Campionessa di Kriarya, sorse ancora una volta, in sfida a ogni legge naturale, in sfida agli dei, e non più metaforicamente, inerpicandosi fra la corona di corna del proprio antagonista, conquistandone la fronte e, prima di poter ottenere, da parte di questi, una qualunque attenzione, proiettandosi spinta da tutto il proprio coraggio, e da tutta la propria follia, nel suo occhio sinistro, tuffandosi, letteralmente, in esso con la spada stretta innanzi a sé, qual testa d’ariete in quell’impresa.
Un tentativo suicida, forse, il suo, al quale pur ella non volle rinunciare. Se, infatti, doveva considerarsi comunque già condannata, nulla avrebbe avuto da perdere nell’agire in tal modo, così come si permesse di sottolineare in parole sufficientemente esplicite sulla propria scelta, gridate a pieni polmoni …

« Oggi forse morirò… ma non sarò sola, dannato cane! »

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