Midda's Chronicles - le Cronache

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E dopo tante peripezie... riprendiamo oggi la pubblicazione regolare delle Cronache di Midda!
Dal momento che sono trascorsi due anni dall'inizio della pubblicazione della 46° avventura di Midda, analogamente a quanto già fatto per Un altro morde la polvere, per qualche giorno saranno ripubblicati tutti gli episodi già irregolarmente pubblicati fra la fine del 2014 e l'inizio del 2015, per poi procedere con il proseguo delle vicende della nostra mercenaria preferita... e questa volta della sua versione "Terra Prime"!

Grazie a tutti per l'affetto e la fiducia dimostratami...

Sean, 7 agosto 2017

mercoledì 14 novembre 2012

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« Questa mattina dovevo proprio restare a dormire… » scosse il capo, in aperto disaccordo con le proprie stesse conclusioni, e pur conscia di quanto, ormai, era chiaro avrebbe compiuto per lui.

Così, quando la battaglia esplose, nella propria più primordiale e terrificante violenza, fra il dio e il semidio, esseri immortali, permase e si frappose anche la mercenaria dagli occhi color ghiaccio, con la propria inerme, intrinseca e irrinunciabile umanità.
Il primo ad attaccare fu il dio, Kah, che abbandonando dimensioni che la donna guerriero avrebbe potuto considerare quasi a sé assimilabili, assunse quelle colossali e caratteristiche del figlio, scagliandosi addosso a lui con tutto l’impeto della propria colossale fisicità, in un’offesa priva di tattica, priva di strategia, e, anche, priva di eleganza, quasi animale, indubbiamente animalesca, e che pur avrebbe potuto rendere propri effetti devastanti se solo non fosse stata arginata. Argine, nella fattispecie, che creò necessariamente il semidio, Desmair, sollevando innanzi a sé il proprio scudo a mandorla, per bloccare l’avanzata del padre, scaricando completamente l’impeto della sua brutalità sul suolo sotto ai propri zoccoli, sul terreno che, di conseguenza, tremò vistosamente, quanto, per lo meno, in misura sufficiente a far rimbalzare la sua sposa, sbalzandola verso il cielo, per effetto dell’onda d’urto così creatasi. Malgrado ciò, fortunatamente, lo scudo resse e, con esso, il braccio che lo sosteneva, non piegandosi sotto la difficile riprova impostagli in tal modo.
Da ciò, il secondo attacco fu, prevedibilmente e equilibratamente, proprio del semidio, il figlio, il quale, arrestato l’impeto del proprio avversario in grazia al proprio mancino, poté caricare un violento colpo con il destro, dirigendo la grossa e pesante spada in contrasto al torso dell’avversario, in un montante che avrebbe potuto squartare una montagna intera, se solo avesse avuto un’occasione con essa. Purtroppo, non montagna ma dio, il padre, avrebbe dovuto essere riconosciuto bersaglio diretto di quell’aggressione, di quella reazione, replicando alla medesima con agilità sufficiente a sottrarsi dalla traiettoria di quella smisurata lama, il cui filo, in verità, non avrebbe dovuto molto in suo contrasto, e che pur, in tal gesto, si volle dimostrare tutt’altro che desideroso di sperimentare, nel temere l’eventualità di un ben peggiore risultato, non riconoscendo alcun genere di fiducia in direzione della controparte..Ragione per la quale, per propria buona sorte, esso non ebbe a porre alla prova quell’inviolabile natura divina, nel non permettere a quel metallo di giungere neppure a sfiorare le sue carni, le sue forme, che nelle brame dell’altro sarebbero allora state violentemente conquistate… e dilaniate.
Terzo attacco, in conseguenza a tale movimento d’elusione, tornò nuovamente nelle disponibilità di Kah, il quale non volle perdonare alla controparte la blasfema impudenza nell’aver attentato alla propria superiore figura, alla propria divina essenza; e, sollevando e lasciando ricadere al suolo le proprie pesanti braccia, cercò ora di schiacciare sotto i propri sproporzionati pugni la controparte, con una carica, con una violenza, sotto gli effetti della quale difficile sarebbe stato per qualunque genere di armatura resistere, fosse anche stata forgiata con l’aiuto di qualche incanto, a migliorarne la forza e la resistenza. A offesa reazione, e a nuova reazione nuova evasione, motivo per il quale Desmair non fece propria alcuna placida attesa innanzi a quell’attacco, a quella scelta di obiettivi già purtroppo, preventivati qual sicuramente delicati, motivo per cui, con una rapida piroletta, quasi si sottrasse a ogni possibilità d’aggressione da parte di quei pugni, non diversamente da come l’altro a lui si era pocanzi negato. Così, tanta violenza, tanta furia sicuramente a stento controllata, si riversò semplicemente e nuovamente contro il suolo, ancora una volta spingendo di conseguenza la donna guerriero verso il cielo, per effetto della vibrazione conseguente.
Al quarto attacco fu occasione per il figlio di tentare la tanto attesa rivolta contro chi aveva inviato le proprie truppe al di fuori delle porte della propria dimora, o per meglio dire della propria prigione, al solo intento di vederlo sconfitto e ucciso; non soltanto rifiutandosi a quella nuova aggressione, ma anche, e ancor più, proseguendo con la propria rotazione e rivoluzione quanto sufficiente, apparentemente più per inerzia che per un qualche effettivo desiderio in tal senso, per indirizzare la lama dell’enorme spada nuovamente verso le budella dell’altro, nell’ipotesi priva di conferme che all’interno di quell’addome potessero esistere budella da colpire e da lasciar ricadere al suolo. Esistenza o meno che, ancora una volta, non fu posta alla prova, nel vedere il padre spingersi all’indietro, rispetto alla posizione occupata, quella minima quota necessaria a non ostacolare, in alcun modo, il movimento della spada insistentemente indirizzata contro di lui, la quale dovette ancora una volta accontentarsi di attraversare, vanamente, l’aria, solo obiettivo sino ad allora raggiunto, solo bersaglio sino ad allora leso, in un insuccesso purtroppo costante. Insuccesso sul quale, in verità, il guerriero in armatura avrebbe tranquillamente scommesso se solo gliene fosse stata offerta l’occasione, malgrado tutto non potendo oggettivamente sperare in una qualunque occasione di vittoria in contrasto a un ordine a lui comunque e inappellabilmente superiore, qual quello lì rappresentato dalla divinità del padre.
Cogliendo l’occasione offerta dal braccio destro del semidio teso in avanti, ancora qual conseguenza al precedente tentativo d’offesa fallito, il quinto attacco fu proposto da parte del dio e, in questo caso, non volle essere un semplice affondo o fendente sull’altro precipitato nell’impeto di entrambi i pugni chiusi, quanto e piuttosto, un’azione finalmente coordinata, la prima degna di tale nome e che, per sfortuna del suo antagonista, lo vide ora portare a segno il proprio intento. Perché, nel mentre in cui con la propria destra esso afferrò quella dell’altro, coprendo con le proprie enormi mani l’intero colossale avambraccio corazzato, con la propria mancina proiettò non uno, non due, non tre, ma sette, otto, nove, addirittura dieci rapidi colpi contro il volto coperto dall’elmo argentato, lì insistendo con brutalità straordinaria e ammirevole, del tutto indifferente alla presenza di quel metallo così come di un viso lì sotto, che, necessariamente, sarebbe rimasto sconvolto dalla violenza di quell’offensiva multipla e martellante. E a Desmair, proprio malgrado, non fu concessa altra occasione che quella di subire, passivamente, tutta l’aggressività di Kah, nel mentre in cui, per la prima volta, un sangue neppur immaginato da parte della Figlia di Marr’Mahew, e di color nero, simile a pece, sprizzò al di fuori della fenditura caratteristica dell’elmo, a segnalare quanto, diversamente da ogni colpo da lei mai imposto a ipotetico discapito dello sposo, quegli attacchi stessero rendendo proprio un terrificante trionfo.
E se nulla, da parte del semidio, poté essere sperato a discapito del padre; il dio arrestò volontariamente i propri colpi prima della possibile e irreparabile fine del figlio, nel riprendere voce ancora una volta; a offrire quello che, nel migliore dei casi, sarebbe stato un invito alla resa, mentre, nel peggiore, una semplice derisione, crudele sarcasmo a discapito di un moribondo.

« … no… » negò Desmair, per tutta risposta, con un moto di orgoglio, e una reazione violenta, sottraendosi alla stretta del padre per ritrarsi all’indietro, sbattendo incautamente e violentemente contro le pareti stesse della propria fortezza « Non ti concederò questa soddisfazione. » esplicitò, a meglio caratterizzare il senso di quel diniego « Se vuoi, dovrai uccidermi. Ma non mi piegherò mai più, né al tuo cospetto, né innanzi ad alcun altro. »

Parole ancora una volta cariche d’orgoglio, nelle quali fu suo trasparente intento ribadire come quello sarebbe potuto essere anche il suo ultimo verso gridato al mondo dei vivi, ma che, non nel timore del proprio fato, del proprio destino prima neppur presunto qual possibile, qual reale, egli avrebbe tradito se stesso e il proprio atto di ribellione in contrasto al padre e alla madre, tradimento solo motivo per il quale, del resto, egli stava allora venendo punito, e punito nei modi peggiori in cui mai avrebbe potuto esserlo.
Una presa di posizione netta e incontrovertibile, la sua, che volle ancor una volta ribadire, ove potesse essere necessario, sollevando nuovamente tanto la spada, quanto lo scudo, prima di spingersi, in un potente balzo, in avanti, con l’intento di schiacciare il dio, suo padre, sotto la solidità del secondo, nel mentre in cui, con la prima, l’avrebbe forse e finalmente leso, non vincendolo, non abbattendolo, certo, ma pur dimostrandogli, qual proprio retaggio, di cosa lui, il figlio reietto e ripudiato, sarebbe stato capace.

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