Midda's Chronicles - le Cronache

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E dopo tante peripezie... riprendiamo oggi la pubblicazione regolare delle Cronache di Midda!
Dal momento che sono trascorsi due anni dall'inizio della pubblicazione della 46° avventura di Midda, analogamente a quanto già fatto per Un altro morde la polvere, per qualche giorno saranno ripubblicati tutti gli episodi già irregolarmente pubblicati fra la fine del 2014 e l'inizio del 2015, per poi procedere con il proseguo delle vicende della nostra mercenaria preferita... e questa volta della sua versione "Terra Prime"!

Grazie a tutti per l'affetto e la fiducia dimostratami...

Sean, 7 agosto 2017

lunedì 12 novembre 2012

1759


Mai, sin dal giorno del loro primo incontro, Midda aveva avuto occasione di vedere Desmair completamente vestito. Non che il semidio si fosse dimostrato solito girar nudo per i propri possedimenti, né che la donna avesse avuto occasione di apprezzarlo, metaforicamente, qual tale: semplicemente, l’abbigliamento abitualmente indossato da parte del marito non avrebbe potuto considerarsi particolarmente ricercato, né concretamente coprente le sue vigorose e comunque virili forme, nel ridursi a pochi lembi di stoffa, utili a coprirne le vergogne e, talvolta, le spalle. In ciò, nel momento in cui Desmair fece la propria apparizione, ancor più del ritrovarlo all’esterno della propria prigione, dalla quale non avrebbe dovuto trovare alcuna possibilità di fuga in assenza di una negromantica sposa, per come a lei noto; e ancor più che nel riconoscerlo in dimensioni praticamente equivalenti a quelle dei colossali kahitii, in luogo alle proprie pur notevoli, ma ancor consuete proporzioni; ella ebbe di che sorprendersi nel ritrovarlo pesantemente rivestito, protetto entro l’abbraccio di una straordinaria armatura, tale da donargli una magnificenza guerriera che neppure lei avrebbe potuto trascurare.
Sulla pelle simile a rosso cuoio, e allora visibile solo in corrispondenza dei vigorosi bicipiti e tricipiti, sulle braccia, e degli altrettanto imponenti quadricipiti, sulle cosce, capeggiava un’armatura argentea, con rifiniture dorate, invero degna di un dio, qual egli avrebbe potuto desiderar, in tal modo, apparire. Pettorale e panziera, composte in due sezioni separate allo scopo di assicurare una certa mobilità al guerriero malgrado i naturali limiti stringenti propri di qualunque corazza, risultavano ornate, nella propria sezione centrale, da un comune disegno, da una sola, vasta immagine in rilievo, atta a presentare la testa di un cervo, con magnifiche corna ramificate lungo tutto il suo petto: un emblema mai precedentemente colto da parte della donna qual associabile al proprio sposo, anche ove, chiaramente, quell’armatura era stata forgiata a uno esclusivo dello stesso, non solo per le proprie terrificanti dimensioni, quanto e ancor più per le proprie proporzioni, forme studiate al solo scopo di ricoprire, alla perfezione, quelle estremamente particolari del semidio. Il simbolo del cervo, inoltre, era ripreso anche in corrispondenza agli spallacci, che, con una curva particolarmente elegante, e tutt’altro che barbarica o rozza, ricoprivano alla perfezione le sue carni, a destra con un singolo strato di metallo, a sinistra, addirittura, con un doppio rivestimento sovrapposto, atto a permettere, su tale fronte, l’assorbimento di maggiori colpi. Una scelta non dovuta banalmente al caso, quanto conseguente all’assetto stesso voluto da parte del fante, che, a proprio supporto, oltre a quell’armatura, aveva scelto anche uno scudo, sul mancino, e una spada, stretta nel destro, tali, in ciò, da prevedere il fronte sinistro qual quello preferibilmente soggetto a eventuali offensive esterne, mentre quello destro più dedito alla ricerca di proprie occasioni d’offesa. E se anche, su bicipiti e tricipiti, era assente argenteo metallo a loro protezione, egualmente non mancavano una cubitiera, sul destro, e una corrispettiva gran cubitiera, sul sinistro, a protezione dei suoi gomiti, entrambe, come già gli spallacci, non conformate con ampie sporgenze, qual pur ci si sarebbe potuti attendere, nel possibile, e persino comprensibile, desiderio di trasformare l’immagine già appariscente propria di quella figura in qualcosa di persino più ferino, più mostruoso e terrificante, per incutere soggezione ai propri avversari; quanto da profili eleganti, addirittura raffinati, qual soli avrebbero potuto essere dell’armatura di un re, seppur, indubbiamente, funzionali al loro scopo ultimo. A completar la protezione delle braccia, ovviamente, non mancavano i cannoni inferiori, né, tantomeno, le manopole, le quali, addirittura, nella forma delle proprie dita, avevano previsto persino adeguato spazio per i suoi artigli, affinché neppure questi sporgessero al di fuori del metallo. Più in basso, al di sotto della panziera, non mancava né la falda a quattro lame, per proteggere la vita, né tantomeno le scarselle, a tutelare la parte superiore delle cosce e, soprattutto, l’inguine: anche in questo frangente, laddove avrebbe potuto sussistere una forma estremamente grezza, per quanto indubbiamente efficace allo scopo prefisso, poté essere ammirato il frutto di un fine lavoro di forgiatura, e di rifinitura, atto a presentare forme morbide, persino in contrasto con il concetto che, del proprio sposo, ella aveva sempre avuto. Pur mancando il cosciale, scendendo ulteriormente, non erano assenti né i ginocchielli, né gli schinieri, che, anzi, nella necessità di riadattarsi alla particolare configurazione delle gambe del semidio, simili a zampe di ungulato, erano state studiate, e plasmate, con particolare cura, con assoluta attenzione, per assolvere sempre a un compito di protezione ancor prima che a qualunque altro eventuale scopo. Ultimo elemento, utile a completare il quadro proprio di quell’armatura, non avrebbe dovuto essere ignorato l’elmo. Questi, come già gli schinieri e, più in generale, il resto della configurazione lì proposta, era stato trasparentemente ritagliato sulle precise forme di Desmair, prevedendo non solo opportuni spazi per le sue smisurate corna, ma anche, e ancor più, un disegno utile a ridiscendere lungo il suo volto in maniera naturale, proteggendo in tal modo completamente tanto gli occhi, quanto e persino il naso e il mento, malgrado l’orrida prominenza di entrambi, tali da renderli più vicini al becco di un rapace che, effettivamente, al volto di un uomo.
Un’armatura praticamente completa, integrale, predisposta al solo scopo di proteggere le forme di chi, comunque, non avrebbe dovuto poter temere avversario, e che, nella propria presenza, nella propria maestosa offerta, stava allora venendo accompagnata da un altrettanto maestoso armamentario, uno scudo a mandorla, legato al suo braccio sinistro e riportante ancora l’emblema del cervo; e uno spadone a due mani, che pur, egli, avanzando, stava mantenendo all’interno della propria sola destra. Uno scudo e una spada, ovviamente, proporzionati alle dimensioni che, in quel momento, stavano apparendo proprie del semidio e che, per questo, avrebbero potuto essere considerate assolutamente equivalenti a quelle che, prima di loro, avevano capeggiato lì fuori fra le mani dei kahitii, seppur in fogge indubbiamente meno eleganti, meno pregiate, rispetto a quelle che tanto l’uno, quanto l’altra, vollero dimostrare proprie.

« … Desmair…?! » non poté trattenersi, la Campionessa di Kriarya, dal commentare, senza celare minimamente il proprio stupore, la propria sorpresa per quell’immagine inedita e mai, invero, neppur immaginata, lì impostasi con tanto vigore da aver, per un fugace istante, persino costretto la sua mente a obliare la minaccia rappresentata dall’ingresso in scena del dio Kah, padre del suo sposo… suo suocero?!

Allo stesso modo in cui il dio non si era dimostrato interessato a replicare alle sue parole, il semidio sua prole non diede dimostrazione di essere animato da un sentimento diverso, ignorando completamente quella retorica questione in merito alla sua identità, per mantenere tutta la propria concentrazione, tutta la propria attenzione, rivolta unicamente in direzione della terrificante minaccia lì presente, nel contrasto alla quale, purtroppo, neppure il proprio retaggio divino avrebbe avuto un qualunque valore.
La Figlia di Marr’Mahew, abituale protagonista, si ritrovò pertanto a essere, in tal modo, quasi relegata al ruolo di semplice testimone. Testimone di eventi a cui alcun altro sguardo mortale avrebbe mai potuto testimoniare, e, forse, nel rispetto dell’ordine naturale degli eventi, avrebbe mai dovuto testimoniare. Così come, sembrò desideroso di dimostrare Kah, riprendendo voce ancora una volta e, ancora una volta, imponendo su di lei un dolore tale da costringerla a gettarsi al suolo, ripregata su se stessa, in movimenti convulsi e incontrollati, nel mentre nuove gocce di sangue abbandonavano le sue orecchie per riversarsi al suolo, a dimostrazione della sua, comunque e inalterata, condizione mortale.

« Mi dispiace che questa sia la tua posizione, padre. Sebbene essa fosse chiara sin dal momento in cui i tuoi ultimi feticci hanno iniziato ad assediare la mia fortezza… » replicò Desmair, scuotendo l’enorme capo, e concedendo, con la propria voce, una piacevole tregua all’udito della sposa « Sì. E’ vero che ho preso posizione in sostegno a mia moglie e in contrasto a mia madre. Sì. E’ vero che ho sperato che mia madre ritornasse nell’oblio dal quale non sarebbe mai dovuta emergere. » puntualizzò, in evidente risposta a qualche accusa rivoltagli dal padre e, pur, non compresa dalla donna guerriero, per ovvie ragioni « Ma è pur vero che io sono tuo figlio, e in quanto tale avrei avuto diritto a qualcosa di diverso dal trattamento che mi è stato riservato da mia madre, nell’esilio impostomi per tutti questi secoli, al di fuori della realtà nella quale, il mio retaggio divino, il tuo sangue nelle mie vene, avrebbe dovuto rendermi un dominatore, un sovrano! »

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