Midda's Chronicles - le Cronache

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Conclusa la lunga, lunghissima (tre anni...) pubblicazione de "Il viaggio continua", il racconto che, nella mia memoria sarà ricordato come l'episodio dell'ora più buia di questa pubblicazione; inizia oggi "Non abbassare lo sguardo", il 47° racconto della saga regolare di Midda's Chronicles (50° considerando anche i tre racconti pubblicati all'insegna del marchio Reimaging Midda)!
Racconto che, quindi, oltre ad avere potenzialmente un numero importante, ci accompagnerà verso il traguardo dell'11 gennaio 2018, ossia il decennale dall'inizio di questo viaggio insieme!

Grazie a tutti per l'affetto!

Sean, 5 ottobre 2017

domenica 11 novembre 2012

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In merito al momento dell’ingresso in scena del dio Kah, la Campionessa di Kriarya ebbe sempre problemi a riportar memoria, in epoche successive, nel raccontare le dinamiche degli eventi vissuti.
Ciò che le fu immediatamente chiaro, tuttavia, fu come quell’evento non avrebbe dovuto considerarsi un evento naturale, una questione da minimizzare qual comunque appartenente alla sfera del quotidiano. E non tanto per la sua eccezionalità, quanto e piuttosto per la blasfemia in esso intrinseca. Una blasfemia da intendersi non tanto rivolta agli dei creatori, ma all’intero Creato, la cui più intrinseca essenza non avrebbe potuto che risultar sconvolta dall’arrivo di un potere, di un’energia, di una natura a essa tanto estranea. Un lupo sopraggiunto all’interno di un gregge di pecore, pur recando seco inevitabile agitazione, tensione, addirittura crisi, nel porre in dubbio la sopravvivenza di tutte le bestie lì presenti, non avrebbe mai addotto alla realtà lì esistente un fattore alieno, non sarebbe mai risultato in quell’ambiente estraneo, nell’essere anch’egli un’animale, e nell’appartenere a un comune ordine naturale, a una stessa dimensione, seppur qual predatore allorché preda. Diversamente da un lupo all’interno di un gregge di pecore, l’avvento di un dio fra i mortali non avrebbe potuto ovviare a sconvolgere la realtà lì presente, a imporsi qual estraneo all’ambiente, al mondo intero, nel non appartenere alla medesima sfera di realtà, di ordine naturale, a cui chiunque e qualunque cosa lì apparteneva.
Anche Desmair, nella propria ambigua natura di semidio, conservava infatti caratteristiche tali da non estraniarlo, da non alienarlo alla quotidianità propria della sua sposa e del suo intero mondo, nel quale, in effetti, era nato e, presto o tardi, sarebbe riuscito a fare ritorno. Kah, invece, avrebbe potuto apparire simile a una creatura mortale, avrebbe potuto apparire simile ai propri kahitii, avrebbe forse potuto fingersi qual appartenente a quella comune dimensione delle cose, di tutte le cose… ma mai, mai sarebbe potuto essere tale riconosciuto. Al contrario. Esso era, e sempre sarebbe rimasto, un fattore di sconvolgimento per il Creato e le proprie regole, le proprie regole naturali. Quelle stesse regole che imponevano a qualunque cosa di cadere dal cielo verso la terra, o che imponevano a qualunque cosa di subire i rigori del tempo, invecchiando e, speranzosamente, un giorno morendo. Uno sconvolgimento che risultò subito evidente, nell’istante stesso in cui quell’essere, della divinità, di manifestò in tutta la propria più intima essenza, entrando a contatto con un mondo che non avrebbe mai dovuto osare sfiorare, per il bene del medesimo.
Perché nel momento in cui Kah pose il primo passo a contatto con il suolo, improvvisamente ogni concetto venne privato di valore, ogni criterio perse di significato, e persino nel merito delle sue stesse dimensioni non venne concessa alla donna guerriero alcuna possibilità di espressione. Esso avrebbe potuto essere minuscolo, oppure enorme, molto più di tutti i kahitii che sino a quel momento avevano infestato quella vetta, molto più delle montagne lì circostanti, e improbabile, impossibile addirittura, sarebbe stato per la mercenaria dagli occhi color ghiaccio esprimersi. Esso, inoltre, avrebbe potuto essere stupendo nella propria parvenza estetica, così come avrebbe potuto risultare assolutamente osceno, ben peggiore rispetto a ogni rappresentazione a lui offerente riferimento, e improbabile, impossibile addirittura, sarebbe stato per la Figlia di Marr’Mahew esprimersi. In verità, attorno a lui, persino l’ambiente circostante apparve improvvisamente snaturato, e la cima di quei monti, dominata da ghiacci eterni, avrebbe potuto essere fraintesa qual una spiaggia di sabbia dorata, così come il centro di una distesa pianeggiante, e alcuno, non Midda di certo, avrebbe saputo asserire con certezza che quell’ambiente non fosse mutato. Così come ella non avrebbe saputo prendere posizione neppure nel merito della propria stessa figura, della propria immagine, del proprio corpo, che, un istante prima, sentì simile a quello di una vecchia, prossima all’ora dell’estremo saluto, con muscoli deboli, incapaci a sorreggere il suo stesso peso, e pelle avvizzita, simile a quella di un frutto ormai secco; mentre un istante dopo, al contrario, avvertì improvvisamente ringiovanito, simile a quello che avrebbe potuto vantare quindici, forse vent’anni prima, con membra contraddistinte da una minor esperienza, certo, ma anche da una maggior energia, da una maggior forza, che alcuna sfida avrebbero considerato priva di possibilità di confronto, e una pelle sì morbida, sì vellutata, simile a quella di una succosa pesca, nel confronto con la quale ben pochi uomini avrebbero saputo ovviare a un desiderio di contatto, non per uno, ma per mille e ancor mille baci.
L’influenza di Kah, dio minore, sulla realtà a sé circostante era tale. E qual tale, a dir poco inaccettabile sarebbe stata l’idea dell’eventualità di una qualunque disfida imposta in contrasto a quell’essere, a quella straordinaria aberrazione. Sangue di dea… o no.

« Questo è uno di quei momenti in cui mi piacerebbe essere una pavida donzella da ballata romantica, di quelle che sollevano il dorso della mano alla fronte e svengono innanzi a qualunque minaccia loro proposta… » commentò, deglutendo e tentando, senza molto successo in verità, di sdrammatizzare il momento con quel commento ironico, secondo quella strategia che sempre le era stata utile nel contrasto ad avversari più potenti di lei « Perché stamattina non sono rimasta a dormire?! »

Il fatto che ella avesse parlato, che ella avesse espresso verbo innanzi a un dio, non vide né immediata, né successiva reazione da parte del medesimo. Quella figura, forse straordinaria, forse oscena, forse smisurata, forse minuscola, forse a lei vicina, forse a lei incredibilmente distante, non palesò il benché minimo interesse per quanto da lei pronunciato, quasi ella fosse sostanzialmente rimasta in silenzio. Dopotutto, e in effetti, il rapporto che avrebbe potuto sussistere fra un dio e un mortale avrebbe dovuto essere considerato palesemente inferiore a quello esistente fra un uomo e il suo cane, ragione per la quale, in conseguenza a un qualche guaito, a un qualche uggiolato da parte del mortale, difficile sarebbe stato stuzzicare l’interesse del dio, distratto da ragioni di ordine indubbiamente superiore.
Nonostante ciò, quel cane in particolare, anzi, quella cagna, non si era limitata a guaire innanzi al dio. Ella aveva osato ringhiare, aveva abbaiato, aggredendo coloro che lì erano stati inviati a espressione della volontà di Kah, uccidendone, persino, uno, il cui colossale corpo ancora giaceva, abbandonato, poco distante da loro. Motivo per il quale, anche ove, in altre circostante, indegna ella sarebbe stata giudicata dell’onore di ascoltare la voce di un dio, in quel particolare contesto ella venne riconosciuta, altresì, qual negativamente meritevole di tale onore.
Impossibile, tuttavia, fu per lei riuscire a comprendere cosa il dio potesse aver detto, dal momento in cui la sua voce si impose su di lei, e sul mondo a lei circostante, non meno aliena, non meno blasfema ed estranea all’ordine naturale delle cose di quanto non avrebbe potuto apparire il resto della sua immagine. Ragione per cui, non suoni intelligibili, quanto rumori tremendi e strazianti, furono quelli che colpirono violentemente la mercenaria, costringendola a piegarsi in avanti e a maledirsi per non aver più due mani utili a cercare protezione da quell’onda, ma solo una, solo una, la sinistra, che a malapena ebbe successo nel tutelare l’integrità del corrispettivo orecchio, nel mentre in cui dallo stesso, così come dalla sua controparte, non mancò di sgorgare un’abbondante flusso di sangue, in misura tale che ella, dolore a parte, temette sinceramente di essere stata appena resa sorda.
Una paura, un timore invero relativi, nel confronto con la consapevolezza della sua prossima morte, che tuttavia furono immediatamente dissipati, nel momento in cui un nuovo suono sopraggiunse alla sua attenzione. Il suono, ora inequivocabile, di una porta che si stava aprendo. Di una pesante porta che si stava aprendo dopo tempi immemori, forse per la seconda volta dalla propria stessa creazione. E, attraverso essa, di pesanti, pesantissimi passi, smisurati zoccoli a confronto con la neve, il ghiaccio, la terra e le rocce lì presenti, mossi verso di lei, verso di loro, e invocanti a sé ogni attenzione, ogni interesse, ogni offesa… così come una voce per lei purtroppo, o per fortuna, in quel contesto specifico, più che nota volle subito definire, chiarire, al di là di ogni possibile equivoco.

« Quella donna è la mia sposa, padre. » annunciò Desmair, il semidio, rivolgendosi direttamente a Kah, suo genitore « E non permetterò né a te, né a mia madre, di poterla aggredire, impunitamente. Né ora. Né mai! »

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