Midda's Chronicles - le Cronache

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Conclusa la lunga, lunghissima (tre anni...) pubblicazione de "Il viaggio continua", il racconto che, nella mia memoria sarà ricordato come l'episodio dell'ora più buia di questa pubblicazione; inizia oggi "Non abbassare lo sguardo", il 47° racconto della saga regolare di Midda's Chronicles (50° considerando anche i tre racconti pubblicati all'insegna del marchio Reimaging Midda)!
Racconto che, quindi, oltre ad avere potenzialmente un numero importante, ci accompagnerà verso il traguardo dell'11 gennaio 2018, ossia il decennale dall'inizio di questo viaggio insieme!

Grazie a tutti per l'affetto!

Sean, 5 ottobre 2017

sabato 10 novembre 2012

1757


La Figlia di Marr’Mahew aveva partecipato a troppe battaglie, a troppe guerre, per illudersi che quella potesse essersi risolta in maniera tanto banale. Sebbene, infatti, dalla propria avrebbe potuto considerare il vantaggio derivante un indubbio fattore sorpresa, nell’essersi proposta estemporaneamente vittoriosa in contrasto a creature generate al preciso scopo di non poter essere aggredite da alcuno, tantomeno da una comune mortale; dal fronte opposto non avrebbe potuto ignorare come tali creature fossero state generate al fine ultimo di poter essere sacrificabili, di poter essere serenamente spinte al sacrificio, all’annichilimento, per la gloria del loro signore e padrone. Credere che i kahitii potessero accettate tanto quietamente la sconfitta, rinunciando al confronto senza neppur tentare di una seconda offensiva a suo discapito, sarebbe corrisposto pertanto a dimostrarsi quantomeno sciocchi e illusi, in una misura tale che ella non avrebbe mai gradito associare alla propria stessa immagine.
Per tale ragione, e solo per questo, ella aveva cercato di arrestare la loro ritirata, aveva cercato di impedire che quei colossi potessero sgombrare il campo. Anche perché, quel loro allontanarsi, non avrebbe potuto che essere interpretato qual preludio per l’incombere di un pericolo maggiore, di una minaccia peggiore, ed ella, malgrado il sangue della dea a benedirla, non si sentiva particolarmente desiderosa di porre troppo alla prova le proprie capacità… non, quanto meno, al solo scopo di salvare la pelle al proprio sposo.
Purtroppo, ormai ella era lì. Era lì sola. E, difficilmente, avrebbe potuto sottrarsi a quanto presto sarebbe avvenuto.

« Thyres… questa volta finisce che mi faccio male… » sussurrò, in un alito di voce, fra labbra strette e denti serrati, quasi, nell’impiegare un tono maggiore avrebbe potuto rendere quel pericolo ancor più vicino, ancor più prossimo, se non, addirittura, immediato.

Alito di voce o meno, il pericolo era ormai nell’aria e non si lasciò attendere. Non si lasciò attendere per il tempo utile a permetterle di rilassarsi eccessivamente. Non per quello necessario ai suoi muscoli per iniziare a indolenzirsi. Non per quello indispensabile al leggero velo di sudore creatosi sulla sua pelle, incrostata dallo sporco lì sopra accumulatosi sin dal Pozzo del Sangue, di seccarsi, e di rimestare in nuovi e strani disegni le varie cupe tonalità di terra e di sangue imposte al di sopra della chiara epidermide costellata di efelidi. No. Il pericolo non si lasciò attendere. E quando sopraggiunse, la donna guerriero ebbe ragione di dispiacersi di non aver avuto tempo per distrarsi, per riposarsi, o, più semplicemente, per sciacquarsi la bocca con un sorso d’acqua. Anzi… di birra.
Perché se anche ella non era solita eccedere agli alcolici, pur non rifiutandone totalmente la compagnia, in quel momento sarebbe stata più che felice di poter offuscare leggermente le proprie capacità mentali con una bella bevuta. Non troppo, ma, almeno, quanto sufficiente a permetterle di rendere propria quell’incoscienza necessaria per affrontare, viso a viso, un dio.
Perché il pericolo, il nuovo pericolo superiore a quello rappresentato da un battaglione di kahitii, e disceso fra i mortali solo per renderle omaggio, a lei e alla sua recentemente acquisita capacità di uccidere persino un dio, non ebbe a dimostrarsi altro che nella forma stessa di un dio. E del dio, nella fattispecie, che solo avrebbe dovuto essere riconosciuto dietro a molte rogne che avevano caratterizzato quei suoi ultimi anni, benché mai ella avesse neppure rivolto un banale pensiero al medesimo. Il padre di Desmair, semidio che ella aveva dovuto rendere proprio sposo; nonché l’amante della regina Anmel Mal Toise, oscura minaccia sopraggiunta da un antico passato al solo, apparente scopo di dichiararle guerra, alleandosi, in ciò, con colei che da sempre le era stata avversaria: il dio Kah.

« Mi faccio male… » deglutì, forse per la prima volta nella propria esistenza attonita di fronte a un avversario, nel riconoscere in lui un grado di superiorità con il quale difficile, se non, addirittura, improbabile, sarebbe stato riuscire a rapportarsi « Veramente… veramente male. »

Sebbene, infatti, nella gerarchia divina, Kah fosse stato da sempre considerato una divinità minore, ben lontana dai livelli di più famosi dei quali Gorl, signore della terra e del fuoco, o Tarth, signore dei mari, esso… egli, difficile da descriversi nella propria effettiva natura, restava pur e comunque un dio, creatura immortale ed estranea a ogni limite proprio della carte altresì caratteristico dell’intero Creato, di Midda così come di Desmair, di una chimera così come di un dragone dei mari. In quanto divinità, Kah non apparteneva infatti alla schiera delle creature, ma a quella dei creatori, in una differenza, in una lontananza ben più profonda, più radicata, più inalienabile di quanto chiunque avrebbe mai potuto ambire a colmare, a sanare.
Né Midda, né Desmair, e neppure Anmel, così potente e apparentemente indistruttibile, avevano mai reso proprio il potere della creazione, nell’ottica divina del termine: tutti loro, in quanto creature e non creatori, erano altresì sempre stati istintivamente portati alla distruzione, all’annichilimento, in luogo alla possibilità di definire qualcosa di nuovo, qualcosa di migliore, qualcosa di vivo. Ma Kah, seppur un dio minore, seppur dimenticato nella propria esistenza probabilmente dalla totalità del Creato, o quasi, di era dimostrato ancora capace della prerogativa propria degli dei nella creazione dei terribili kahitii, non da lui nati, ma da lui plasmati, e nella questione specifica addirittura a propria immagine e somiglianza, secondo i propri desideri, secondo i propri capricci.
Kah era un dio. Era da sempre stato un dio. E sempre sarebbe rimasto tale. La vita sarebbe potuta terminare. Tutte le stelle del firmamento avrebbero potuto spegnersi. L’universo intero avrebbe potuto scomparire. Eppure Kah sarebbe continuato a esistere. E con lui tutti gli altri dei. Divinità che, così come già una volta si erano dilettate a popolare la realtà, avrebbero potuto farlo ancora. Ricominciando tutto da capo, con la stessa freddezza e la stessa indifferenza con la quale un bambino avrebbe potuto ricominciare un giuoco, il giorno dopo la fine del precedente.
Di tutto ciò Midda Bontor era consapevole. E dove anche non fosse mai stata particolarmente succube del pensiero dell’esistenza degli dei al di sopra di ogni cosa, l’idea di essere posta a confronto diretto con uno di loro non avrebbe potuto rasserenarla. Non avrebbe potuto entusiasmarla. Non avrebbe potuto neppure eccitarla. Perché sebbene si fosse sempre spinta al di fuori di ogni limite abitualmente ritenuto umano, in quell’ultima faccenda, in quell’ultimo affare, seppur, paradossalmente, di famiglia, ella comprendeva di essersi spinta decisamente oltre. Oltre a quanto mai avrebbe avuto diritto a spingersi. Oltre a quanto mai avrebbe avuto vantaggio a spingersi. Oltre, semplicemente. Tanto oltre da temere, ormai, di non poter più tornare indietro, di non poter più tornare alla propria vita quotidiana, e alle persone che, in essa, aveva abbandonato.

« Thy… » iniziò a ripetere, quasi senza neppur rendersi conto di ciò, il nome della propria dea prediletta, salvo, poi, zittirsi, nel temere che, in quel momento, un qualunque riferimento alla sfera del divino sarebbe stata a dir poco inappropriata, laddove, proprio malgrado, ella si era sospinta a dichiarare alfine guerra pesino agli dei.

Un’iperbole che, in passato, era sovente stata associata al suo nome, e nella quale, probabilmente, anche lei era arrivata a credere. Un’iperbole che, tuttavia, ora le sarebbe costata la vita.

« Dannazione… » sospirò, correggendosi e scuotendo il capo, nel riprendere quanto stava per dire « Questa volta farò arrabbiare Be’Sihl. » commentò, rivolgendo quello che, forse, sarebbe stato il suo ultimo pensiero, alla volta dell’amato, conscia di quanto dolore, nella propria scomparsa, nella propria morte, gli sarebbe stato inevitabilmente imposto, con l’aggravante di averla resa stupidamente incredibile… o forse incredibilmente stupida.

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