Midda's Chronicles - le Cronache

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Conclusa la lunga, lunghissima (tre anni...) pubblicazione de "Il viaggio continua", il racconto che, nella mia memoria sarà ricordato come l'episodio dell'ora più buia di questa pubblicazione; inizia oggi "Non abbassare lo sguardo", il 47° racconto della saga regolare di Midda's Chronicles (50° considerando anche i tre racconti pubblicati all'insegna del marchio Reimaging Midda)!
Racconto che, quindi, oltre ad avere potenzialmente un numero importante, ci accompagnerà verso il traguardo dell'11 gennaio 2018, ossia il decennale dall'inizio di questo viaggio insieme!

Grazie a tutti per l'affetto!

Sean, 5 ottobre 2017

giovedì 8 novembre 2012

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Prima che, tuttavia, ella potesse iniziare a declamare i versi rimembrati, come pur avrebbe volentieri compiuto al fine di aggiungere al danno la beffa, per canzonare iol proprio avversario e, oltre a ciò, allentare la tensione in lei pur necessariamente presente in un contesto tanto estremo qual quello nel quale si era andata a spingere; al violento movimento in suo contrasto il kahitio non volle lasciarsi ora mancare anche l’intervento dell’altra propria mano, sino a quel momento rimasta inerme, quasi dimenticata, e che pur, con un gesto addirittura spontaneo, avrebbe potuto disfarsi della propria assalitrice, con la stessa semplicità con la quale avrebbe potuto liberarsi di un eccesso di polvere dalla propria pelle.
Il fatto, in verità, che sino a quel momento il gigante non fosse intervenuto in tal senso, non avrebbe dovuto considerarsi propriamente a suo favore. L’assenza di un gesto tanto semplice, tanto banale, avrebbe infatti dovuto essere interpretato, da parte sua, come una rinuncia all’impiego delle proprie più elementari funzioni cognitive, tali da elaborare un gesto, un’azione, lievemente più complessa di quanto non sarebbe potuta essere quella volta a tentare di allontanarla scrollandola dal proprio corpo, non diversamente da come un cane bagnato avrebbe potuto ipotizzare di compiere per tentare di asciugarsi. Una limitata immaginazione, quella in tal modo dimostrata da quella creatura del dio Kah, signore dell’istintività, che avrebbe potuto considerarsi in perfetto accordo con il fin eccessivo intervallo di tempo trascorso prima che qualcuno, fra loro, fosse in grado di ipotizzare non tanto di schiacciarla con i piedi, quanto di tentare di afferrarla con le mani, così come ella, al loro posto, non avrebbe avuto esitazioni a tentare di compiere. Evidente, in ciò, risultava pertanto come ogni astuzia strategica, in Desmair, avrebbe dovuto essere considerata retaggio del sangue materno, ancor prima che di quello paterno, seppur divino, laddove, probabilmente, il signore degli istinti primari non avrebbe potuto vantare una qualche particolare predisposizione alla riflessione, fosse anche nella direzione delle scelte più elementari, più banali. Anche perché, volendo dichiarare guerra al proprio figliuolo, sarebbe stato meglio per lui prevedere dei soldati più efficienti rispetto a quelli, da settimane impegnati al di fuori di quelle mura, di quelle porte chiuse, e, malgrado tutto il proprio potere, tutta la propria forza, ancora mantenuti a bada da un esercito di spettri.
Per questa ragione, e nel considerare come, all’eventualità dell’intervento di quella mano, Midda aveva rivolto pensiero già da prima di definire qual attuabile quella propria strategia di conquista di quel corpo, così come di quello di qualunque fra i propri pari, la Figlia di Marr’Mahew non gli concesse alcun vantaggio, non gli donò la possibilità di godere di alcun particolare fattore sorpresa. Al contrario, nel veder accorrere quella mano colossale verso la propria posizione, ella folle rendere proprio addirittura un lieve sorriso di soddisfazione, nel prepararsi a compiere quanto sarebbe dovuto essere compiuto e, soprattutto, nel prevedere quanto tutto ciò avrebbe semplificato, e di molto, la propria ascesa.
Così, quando la mano si abbatté su di lei, per schiacciarla come si sarebbe potuto agire in contrasto a una zanzara colta ad aggredire la propria pelle, ella non restò passivamente inerme in attesa del peggio, ma reagì balzando con incredibile agilità, e controllo assoluto sui propri movimenti e sull’ambiente a sé circostante, per trasbordare da quel braccio alle dita della nuova mano, sulle quali conquistò immediata presa, ben lontana dal potersi riconoscere qual decisa a precipitare nel vuoto sotto di sé. E quando, con una certa sorpresa, il mostro sollevò quella mano per osservarla e per cercare di comprendere cosa fosse accaduto di preciso, e come ciò fosse potuto succedere, la donna guerriero non si lasciò sfuggire la ghiotta occasione offertale e, con ancor più ammirevole agilità, e controllo, si slanciò da quelle dita verso l’orrendo volto del proprio antagonista, piombando sul medesimo e rapida arrampicandosi lungo il suo naso e, da lì, verso la sua fronte, e la corona di corna, prima che questi potesse agire in suo contrasto.

« Il vecchio Kah è andato un po’ troppo al risparmio quando vi ha creati… » commentò divertita, scuotendo appena il capo « Avrebbe potuto evitare un po’ di muscoli, e di corna, in favore di un pizzico di cervello in più. » sospirò, quasi a dimostrare ora pietà per quella triste condizione « Ora, quasi mi dispiace di essere costretta a farlo. » spiegò, per poi subito sottolineare « Ho detto “quasi”, comunque. »

Una differenza d’intenti sostanziale, quella introdotta da quel semplice avverbio, che trovò occasione di palese concretizzazione nel momento in cui ella lasciò calare con violenza la propria spada al centro di quello smisurato cranio, maledicendosi per non poterla afferrare, in quel momento, a due mani, per porre in tale discesa maggiore impeto, e pur facendo propria sufficiente energia da aprire un profondo solco nell’osso, e, oltre a esso, nel cervello del mostro. Un colpo che, se pur non ebbe ovvia occasione di finire, immediatamente il kahitio, impose a discapito del medesimo un serio danno, un danno del quale ella volle, subito e comunque, approfittare, ripetendo il gesto e sforzandosi, ora, per poter vedere sprizzare, attraverso quella ferita aperta, la materia grigia della creatura… sperando, in effetti, di poterla trovare lì dentro.

« Ovviamente, parlando di assenza di cervello, spero che non abbia da considerarsi completa. » gemette, quando s’accorse che anche il secondo colpo non fece proprio alcun particolare successo, non accettando ancora di demordere e rapidamente rialzando la lama, sollevandola per la terza volta verso il cielo, per unire, nuovamente, alla propria energia quella derivante dalle leggi della natura e dal peso dell’arma « Alla testa ci posso arrivare… raggiungere il cuore sarebbe decisamente più complicato. »

Per sua fortuna, quel terzo attacco vide saltare, oltre a una grossa scheggia d’osso, anche una significativa porzione di cervello, più grande dell’intero cranio della stessa mercenaria, e pur, in proporzione, forse solo una briciola dell’intero organo della creatura. Creatura che, comunque, non si dimostrò allora particolarmente allegra, non volle rendere propria evidente soddisfazione o gioia, palesando, al contrario, un’evidente irritazione, una contrarietà che si espresse nella violenza di una coppia di mani ora sollevate, all’unisono, verso il cielo, e pronte a ricadere, con forza dirompente, sopra il suo stesso cranio, per arrestare quell’abuso abominevole e blasfemo a suo discapito.
Un gesto che, forse, la Campionessa di Kriarya non aveva allora previsto, e che pur, malgrado ciò, non la vide ancora offrirsi passiva e inerme qual, sicuramente, il kahitio avrebbe desiderato trovarla. Al contrario, ravvisata l’evidenza di pericolo, ella approfittò dell’ultimo momento concessole per menare un quarto, rapido, attacco a discapito di quella calotta cranica, prima di balzare, con agilità, in avanti, verso il volto sul quale, pocanzi, si era rapidamente arrampicata. Viso nel quale, in effetti, ebbe ora la premura di conficcare la propria lama, per trovare con il suo aiuto, il suo sostegno, l’occasione di una discesa controllata lungo l’orrido profilo della creatura, nel mentre in cui le sproporzionate mani della medesima si abbattevano, tardive ma non frenate, sul medesimo punto da lei appena abbandonato. E tale fu l’impeto di quell’offensiva a suo presunto discapito che, a posteriori, ella non poté mai confermare se la morte, per quel primo, straordinario avversario, sopraggiunse qual conseguenza dei propri attacchi, delle proprie piccole offensive, se non, piuttosto, quel quella coppia di colpi in rapida sequenza che, avrebbe potuto giurare, avevano condotto il mostro a una condanna autonomamente inflittasi, nella frattura completa dei tutte le ossa lì presenti.
Cosciente o meno della propria morte, a seguito di quei colpi, di quelle terrificanti offensive che mai la stessa Figlia di Marr’Mahew avrebbe saputo autonomamente replicare, il kahitio barcollò pericolosamente, prima in avanti, poi all’indietro, prima a destra, poi a sinistra, quasi fosse indeciso su quale fronte sarebbe stato meglio per lui precipitare. E quando alfine fu palese che quell’ormai trapassata minaccia avrebbe previsto il fronte posteriore, alla mercenaria più famosa di quell’angolo di mondo non fu richiesto nulla di più, né, parimenti, di meno, rispetto al mantenimento della propria attuale posizione, nell’attesa che quella caduta libera avesse trovato occasione di freno e, in essa, ella fosse alfine ritornata al suolo, pronta a ricominciare, ancora una volta, tutto da capo, forse provata da quel primo successo, forse stanca per quel primo incredibile scontro, e pur ancora padrona di sé quanto necessario per essere consapevole di quello che le sarebbe stato richiesto prima di potersi accordare un lungo, lunghissimo periodo di riposo. Forse e persino di una giornata intera.

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