Midda's Chronicles - le Cronache

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E dopo tante peripezie... riprendiamo oggi la pubblicazione regolare delle Cronache di Midda!
Dal momento che sono trascorsi due anni dall'inizio della pubblicazione della 46° avventura di Midda, analogamente a quanto già fatto per Un altro morde la polvere, per qualche giorno saranno ripubblicati tutti gli episodi già irregolarmente pubblicati fra la fine del 2014 e l'inizio del 2015, per poi procedere con il proseguo delle vicende della nostra mercenaria preferita... e questa volta della sua versione "Terra Prime"!

Grazie a tutti per l'affetto e la fiducia dimostratami...

Sean, 7 agosto 2017

mercoledì 7 novembre 2012

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Nel momento in cui una gigantesca mano, sproporzionata nelle proprie dimensioni anche nel confronto con il colossale corpo a cui faceva riferimento, si precipitò sulla minuscola figura della Figlia di Marr’Mahew, questa non si concesse alcuna occasione di preoccupazione, sconforto o spavento. Al contrario, ella mantenne fede alle promesse espresse e, con straordinaria agilità, ancora ammirevole e appassionante nonostante l’età per lei non più giovanile, si impegnò in una folle corsa alla conquista di quell’arto, e, a partire da esso, di quella spalla e, alfine, di quel capo. Suo obiettivo, difatti, altro non era che il raggiungimento della testa della creatura, quel capo ornato da dozzine di corna, al centro delle quali era desiderosa di lasciar piombare la propria spada, per condurre, in tal modo, la più incredibile lobotomia che la Storia avrebbe mai potuto ricordare. Per giungere alla cima di quella montagna semovente, comunque, ella avrebbe dovuto superare molteplici insidie, prima fra tutte, ovviamente, la difficoltà intrinseca in una tanto complessa ascesa.
In accordo con quanto accennato, con il riferimento da lei offerto alle legioni che avevano invaso la città del peccato, tuttavia, quel genere di scalate non avrebbe dovuto essere considerato, da parte sua, un’esperienza completamente nuova e priva di possibilità di paragone. Perché, sebbene i kahitii avrebbero dovuto essere riconosciuti oggettivamente di dimensioni superiori, estremamente superiori rispetto a quelle proprie delle legioni; queste ultime, negromantiche creature composte da dozzine e dozzine di cadaveri accorpati a creare un unico, terrificante mostro, avrebbero potuto vantare, dalla propria, la difficoltà rappresentata dall’aver a che fare con un corpo costituito da una moltitudine di braccia e gambe intrecciate, fra le quali numerose mani non erano mancate di comparire per afferrarla, per catturarla, e, possibilmente, inglobarla all’interno di quell’ammasso putrescente di morte e dannazione eterna. Ritrovarsi costretta, pertanto, al confronto con un solo, enorme braccio, per la Campionessa di Kriarya avrebbe dovuto essere considerato addirittura riposante, persino banale, nel ricordo di ciò con cui, già, aveva avuto a che fare. Un sentimento, un’emozione che, sebbene forse facente proprio un eccessivo sprezzo del pericolo, della letale minaccia che sarebbe potuta derivare, per lei, dai propri immensi antagonisti, si sarebbe soltanto ritrovata a essere giustificata nell’idea di quanto improbabile era risultato cercare di offrire sfida alle legioni, facenti proprie la stessa insensibilità degli zombie unita a una maggiore mole e una maggior resistenza di quanto un solo, singolo cadavere avrebbe saputo offrirle: per lo meno, ora, nel confronto con i kahitii, ella aveva dalla propria la speranza di poterli battere e abbattere, occasione che pur, non avrebbe dovuto scordare, le era stata riconosciuta solo in grazia al ricorso al sangue della dea della guerra.
Impossibile da dimenticare, inoltre, sarebbe per lei stata l’esperienza formativa degli anni, dei lustri, vissuti a bordo di una nave, prima la Fei'Mish, poi la Jol’Ange: anni nel corso dei quali ella aveva sviluppato tutta la propria agilità, il proprio equilibrio, e persino la propria velocità, nel ritrovarsi costretta a muoversi senza esitazione alcuna, senza possibilità di incertezza, per quanto minima, non solo sul ponte o sotto coperta, ma, anche e soprattutto, fra gli alberi, sugli alberi, saltando serenamente fra una sartia e l’altra, anche nelle condizioni peggiori, anche nel corso di terrificanti tempeste, capaci di imporle il confronto con una violenza di movimenti, un’instabilità di sostegni e, soprattutto, un’impredicibilità di condizioni, tali per cui né le legioni, né tantomeno i kahitii avrebbero potuto rappresentare per lei una qualche reale novità, fatta eccezione, ovviamente, per un fondamentale desiderio di morte in suo contrasto che mai il mare le aveva rivolto, non provando mai, il mare, un tal genere di emozioni a discapito dei propri figli prediletti.

« Ma come sei agitato, vecchio mio… » commentò ella, sorridendo divertita nel mentre in cui superava con impeto apparentemente inarrestabile il suo gomito, spingendosi alla conquista del braccio e della spalla « Il tuo creatore non ti ha informato di quanto questo genere di cose possano nuocere al cuore a lungo andare?! Dovresti imparare un po’ di autocontrollo… »

L’agitazione a cui ella stava offrendo, in ciò, riferimento, avrebbe potuto essere riconosciuta in un movimento sufficientemente frenetico, da parte del colosso, allo scopo di liberarsi dell’antipatica, e soprattutto pericolosa, presenza di lei dalla propria pelle, dalle proprie carni, con la stessa reazione che un qualunque essere umano avrebbe potuto rendere propria nella volontà di scrollare dal proprio braccio un ospite non indesiderato, un insetto sgradito. In conseguenza a tutto ciò, per almeno tre volte, nel corso della risalita dalla mano al polso, dal polso all’avambraccio e dall’avambraccio al gomito, ella era stata costretta ad aggrapparsi con energia alle carni del proprio ospite e avversario, conficcando nelle medesime, addirittura, la propria spada, a creare in sua grazia un appiglio sicuro al quale offrire riferimento: un’aggressione assolutamente priva di sostanziale pericolo, quella in tal modo imposta al kahitio, e paragonabile, in termini umani, alla presenza di un’impercettibile scheggia sotto pelle, che pur le aveva permesso di restare salda su quelle forme anche durante le scosse più intense, non facendole perdere quanto già conquistato.
Ironia a parte, la mercenaria dagli occhi color ghiaccio era perfettamente consapevole di quanto, nella propria ascesa, stesse guadagnando rapidamente distacco dal suolo, ragione per la quale, pur senza perdere tempo o distrarsi nel voltarsi a guardare alle proprie spalle, ella era conscia di come non avrebbe mai potuto permettersi un errore nel corso di quella risalita, un piede posto in fallo o, più semplicemente, una perdita di controllo qual conseguenza dell’ennesimo tentativo da parte del kahitio di togliersela di torno, dal momento in cui, cadendo a terra da quell’altezza, difficilmente ella avrebbe potuto rendere propria una qualche possibilità di ripresa del conflitto, proseguo di quella battaglia. Non che tale aspettativa, simile scarsa speranza in favore a un immediato futuro, avesse da considerarsi, per lei, qualcosa di nuovo, un’esperienza inedita e, di conseguenza, meritevole di qualche ragione d’ansia, dal momento in cui in alcun combattimento a cui ella avesse preso parte, il più semplice errore o la più banale ingenuità sarebbero mai state perdonate,  concedendole la possibilità di proseguire nel proprio operato come nulla fosse accaduto. Prerogativa del proprio mestiere, infatti, avrebbe dovuto essere riconosciuta una spiacevole precarietà, oltre a un’impietosa severità, tali da non poter concedere ad alcun professionista della guerra suo pari, la possibilità di errare, per quanto ciò avrebbe dovuto essere considerato intrinseco della natura umana comune a tutti i mercenari e i guerrieri suoi pari. Non che, beninteso, ella non avesse mai commesso uno sbaglio nella propria esistenza, non che ella non avesse mai posto un piede in fallo, o mancato un obiettivo: anche la leggendaria Midda Bontor aveva risentito in più occasioni dei limiti propri derivanti dalla propria fallibile natura umana; ma, ciò nonostante, ella non si considerava, in questo, nulla di meno che estremamente fortunata nell’essere sempre e comunque sopravvissuta, ringraziando e lodando, in ciò, la propria amata dea Thyres e non arrogandosi, in conseguenza a tale pregresso, l’idea, la certezza, di potersi sempre rialzare in conseguenza di una caduta.
Un complesso giuoco di equilibrio fra prudenza e incoscienza, pertanto, avrebbe dovuto essere riconosciuto alla base dell’esistenza quotidiana della stessa Figlia di Marr’Mahew, e, suo pari, di molti altri uomini e donne che, come lei, accettavano giorno dopo giorno l’idea di porre la propria vita sul tavolo di quella complessa partita, nel corso della quale tanto l’abilità, quanto l’azzardo, avrebbero sancito chi fra loro sarebbe stato meritevole di proseguire oltre e chi, altresì, sarebbe stato costretto a fermarsi. Tragicamente.

« Tutto questo mi ricorda una vecchia filastrocca… » riprese voce, concedendosi, come sua abitudine, occasione in quegli interventi ironici e irriverenti, occasione di psicologico sfogo, utile a conservare un’intima serenità anche nelle occasioni meno gradevoli, anche nei contesti più pericolosi, dai quali improbabile sarebbe stato per lei riuscire a sopravvivere, e nei quali, pur, ella non aveva mai mancato di gettarsi a capo chino, e con un certo entusiasmo, così come era stato anche per quell’ultima, e sperava non definitivamente tale, sfida « Vero che non stai più nella pelle per il desiderio di sentirla?! » incalzò, conficcando con energia la propria lama bastarda fra il bicipite e il tricipite del mostro, qual reazione a un nuovo tentativo in sua opposizione, un nuovo violento movimento posto in essere al solo fine di sbalzarla lontana da lui.

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