Midda's Chronicles - le Cronache

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E dopo tante peripezie... riprendiamo oggi la pubblicazione regolare delle Cronache di Midda!
Dal momento che sono trascorsi due anni dall'inizio della pubblicazione della 46° avventura di Midda, analogamente a quanto già fatto per Un altro morde la polvere, per qualche giorno saranno ripubblicati tutti gli episodi già irregolarmente pubblicati fra la fine del 2014 e l'inizio del 2015, per poi procedere con il proseguo delle vicende della nostra mercenaria preferita... e questa volta della sua versione "Terra Prime"!

Grazie a tutti per l'affetto e la fiducia dimostratami...

Sean, 7 agosto 2017

domenica 4 novembre 2012

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Desmair, figlio del dio Kah e della regina Anmel Mal Toise, non aveva mai avuto ragione di temere qualcosa nella propria interminabile esistenza.
Conseguenza diretta di una condizione di immortalità e invulnerabilità, avrebbe difatti dovuto essere riconosciuta una certa insensibilità agli affanni della quotidianità, altresì propri e caratteristici dei mortali. Solo chi conscio della fragilità della propria esistenza, infatti, avrebbe avuto ragione di vivere determinate emozioni, particolari stati d’animo, derivanti in maniera diretta dalla caducità intrinseca nella propria stessa natura, in un circolo vizioso per il quale non mancavano esempi di chi, proprio malgrado, finiva con il rovinarsi la vita nell’impossibilità a goderne pienamente sotto il giogo del timore di poterla prematuramente perdere, in ciò, invero, sprecandola persino in misura maggiore a quanto non avrebbe mai potuto compiere altrimenti. Chi, altresì e suo pari, del tutto indifferente a pensiero della morte e non solo, nel porsi, addirittura, inconsapevole peraltro dell’idea stessa di dolore fisico, emotivo o psicologico, difficilmente avrebbe avuto possibilità di provare quella che comunemente ricadeva sotto la forse troppo semplice e troppo generica definizione di… paura. Dopotutto: quali motivazioni avrebbero mai potuto essergli proprie per spingerlo a provare paura?!
Eppure, per quanto ignaro dell’effettiva valenza di tale concetto, di simile emozione, egli avrebbe potuto dirsi quasi certo di aver provato qualcosa di vagamente assimilabile nel momento in cui i kahitii si erano presentati alla sua porta. Non un’emozione negativa, in verità, così come l’aveva sentita descrivere da parte dei mortali, o di coloro un tempo tali, quanto, e piuttosto, una sorta di eccitazione, di intima frenesia qual neppure al pensiero delle proprie più sensuali mogli aveva avuto interesse a provare. Probabilmente, nel confronto con una minaccia degna di lui, del proprio nome e del proprio retaggio, Desmair, il semidio, aveva avuto una fugace dimostrazione di quanto avrebbe potuto significare vivere, e vivere realmente; emozione che, nella condizione per lui propria, avrebbe potuto essere soltanto reinterpretata qual gradevole frenesia, galvanizzante agitazione, tale da consentirgli di veder attribuito, finalmente, un qualche significato alla propria esistenza in vita, altrimenti non più valevole di merito di quanto non avrebbe potuto esserlo quella del sole, della luna, o di tutte le stelle del firmamento, eterne e inamovibili, magnifiche e irraggiungibili, ma per questo non più vive di quanto non avrebbe potuto dimostrare di esserlo un qualunque sasso impolverato, fra i numerosi ricoprenti ogni angolo dei tre grandi continenti conosciuti all’umanità.
Eccitazione, quindi, frenesia, pertanto, sol vagamente assimilabile al concetto di paura, e, tuttavia, ancor ben lontano dalla stessa, laddove, malgrado la consapevolezza di quanto i kahitii fossero stati plasmati al solo scopo di distruggerlo, il signore della fortezza perduta fra le vette dei monti Rou’Farth non avrebbe potuto ancora considerarsi tanto disperato, tanto posto alle strette, dall’essere costretto a vivere, effettivamente, tale sensazione, simile emozione. Un’emozione che, in effetti, gli fu riconosciuta non tanto in grazia alla presenza dei colossi orrendi al di fuori delle porte del proprio possedimento, nonché prigione, quanto, e piuttosto, in conseguenza al sopraggiungere di chi, semplice insetto coinvolto in un giuoco fra dei, dimostrò di possedere la forza per mutare, radicalmente, il proprio fato, il proprio destino, ergendosi, finanche, allo stesso livello di un dio, nell’aver reso propria la forza utile a uccidere, addirittura, un dio. Un insetto chiamato Midda Bontor, sua novecentoundicesima sposa.

« Mio signore! » fu l’annuncio che, nella sua mente, risuonò a opera di uno dei suoi spettri, impegnati nella battaglia lungo gli spalti più alti della propria fortezza « Mio signore! La tua sposa ha fatto ritorno! »

Immediatamente, gli occhi dello spettro divennero i suoi occhi, le orecchie dello spettro divennero le sue orecchie, e tutto ciò da questi visto e sentito fu per lui egualmente visto e sentito. E fu in grazia di ciò che il signore di quella fortezza ebbe modo di assistere al ritorno a casa della propria sposa, di colei che, in quel momento, sola avrebbe potuta essere riconosciuta qual la degna signora di tutto il suo dominio, meritevole sovrana di quella realtà forse da lei disapprovata, e della quale, pur, lì si stava dimostrando regina e campionessa, nel combatterne i nemici, nell’abbatterne gli assedianti, con la stessa inarrestabile furia di una tempesta, con la stessa terrificante freddezza di una falce mietitrice, innanzi alla lama della quale alcuno avrebbe avuto speranza di salvezza.
E quell’insetto da lui, sino ad allora, appena sopportato, quella fastidiosa pulce che tanto, troppo aveva osato a suo discapito, impedendogli il matrimonio desiderato e sottraendogli il potere di una negromantica sposa; per la prima volta apparve incredibilmente conturbante innanzi al suo sguardo, non solo attraente ed eccitante, ma addirittura irresistibile, in una misura tale da ammaliarlo al tempo stesso in cui, necessariamente, lo turbò e lo spaventò, certo di quanto, ormai, egli sarebbe potuto sopravviverle solo nel caso in cui ella avesse mantenuto fede all’impegno preso nei suoi confronti, al patto stipulato prima di partire per la missione affidatale, e da lei, impeccabilmente, portata a compimento.

« Maledizione… » imprecò, socchiudendo appena gli occhi e inspirando ed espirando profondamente, per riprendersi dall’emozione del momento « Quella donna mi renderà pazzo. Lo so. »

Così, accanto alla paura, emozione nuova e completamente inesplorata, fu da lui vissuta anche la bramosia di possesso, in una misura che non avrebbe mai potuto immaginare qual per lui possibile. Non, quantomeno, nei riguardi di una semplice mortale, di una donna apparentemente priva di qualunque significativo retaggio, e pur in grado, ora lo comprendeva, di tramutare in realtà quanto appartenente alla sfera dell’immaginario, in possibilità quanto ritenuto sino a quel momento solo improbabile, se non impossibile. Una donna che non avrebbe potuto evitare di stuzzicare le corde più profonde dell’animo di qualunque uomo… o, nel suo caso specifico, persino di un semidio, qual solo sarebbe potuta essere in grado un’idea e un ideale, ancor prima che una creatura in carne e ossa.
Quella, quindi, era la ragione per la quale Midda Bontor era riuscita a conquistarsi, già in vita, una gloria e una fama tali per cui addirittura gli dei avrebbero dovuto essere gelosi di lei? Quella, pertanto, era la motivazione che aveva spinto così tanti uomini a innamorarsi di lei, a qualunque livello, accettando, per lei, di affrontare l’ignoto così come per alcun’altra donna al mondo avrebbero mai potuto fare?
Sì, innamorati, certo, ove Desmair non si sarebbe offerto tanto sciocco o ingenuo da ignorare quanto, palesemente, non solo il fortunato Be’Sihl fosse intimamente perso per lei, ma anche altri uomini a lei circostanti, fra cui il suo giovane scudiero, che per lei era arrivato a riscrivere completamente la sua esistenza; così come i due mercenari che sempre più spesso si affiancavano a lei in ogni genere di avventure, rischiando la vita senza alcun tornaconto economico a giustificarne l’impegno. E, oltre a loro, molti altri, quali gli uomini, e persino le donne, della Jol’Ange, la nave che più di tutte avrebbe potuto contare vittime e sangue versato in sacrificio per lei; così come, e persino, il suo mecenate, che a lui aveva sottratto la sposa designata, la novecentoundicesima moglie prescelta.
Tali, e ancora altri, arrivando probabilmente a censire l’intero elenco di tutte le persone con cui ella aveva avuto a che fare nel corso della propria esistenza, si erano innamorati di lei, a volte accettando il proprio inconscio sentimento e, in ciò, cercando di riservarsi un ruolo nella sua esistenza, fosse anche di mero compagno di ventura; altre rifiutando l’evidenza dei fatti e, in ciò, a lei decidendo di opporsi, con furia e con risentimento, nella speranza di poter ottenere, con la sua morte, un’occasione di rasserenamento interiore. Così era stato per Nissa Bontor, egli ne era certo, e così, probabilmente, sarebbe potuto essere anche per lui, se solo non avesse mantenuto quel distacco nel quale si era difeso sino a quel momento, estraniandosi da ogni affanno mortale. Ma ci sarebbe ancora riuscito? Sarebbe ancora riuscito a rapportarsi con lei dimenticando quanto, in quel momento, gli stava venendo offerto innanzi allo sguardo?

« Quella donna mi renderà pazzo. » ripeté, storcendo le labbra verso il basso.

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