Midda's Chronicles - le Cronache

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Tanti auguri, mamma!

Manco farlo apposta, la conclusione del racconto con RM 003 - Reimaging Midda: Il sapore familiare del veleno!, dopo ben settantuno episodi (il racconto più lungo di Midda, a oggi!), coincide con la festa della mamma.
Motivo per cui, festeggiando il traguardo di un altro racconto di Midda concluso (e di una Midda alternativa, come tutte quelle finora apparse in Reimaging Midda), non posso ovviare a fare gli auguri a una delle lettrici più affezionate di Midda, nonché alla co-autrice della stessa (quantomeno dal punto di vista grafico), con questo piccolo intervento.
Quindi: auguri mamma!
E grazie di tutto il sostegno in questi quasi dieci anni di pubblicazioni!

Da domani, inoltre, riprenderà la pubblicazione di RM 001 - Reimaging Midda: Un altro morde la polvere, iniziando con la riproposizione dei primi nove episodi precedentemente pubblicati a cavallo fra il dicembre 2015 e il gennaio 2016.
Nella speranza, in tutto ciò, di essere riuscito finalmente a rompere la maledizione che aveva afflitto questa serie fra il 2014 e lo scorso anno.

Grazie a tutti per l'affetto!

Sean, 14 maggio 2017

venerdì 30 novembre 2012

1777


Quasi i mastini della morte avessero colto nell’aria l’antagonismo loro destinato da parte di Corazza, la sfida che ella avrebbe voluto loro riservare se solo le fosse stata offerta una qualsivoglia possibilità in tal senso, se solo non fosse stata trascinata via di peso dalle altre se stessa proprio per impedirle tale scelta, simile decisione apparentemente volta al sacrificio, e al sacrificio più grande; le nere creature corazzate volsero tutta la propria attenzione in direzione della Midda Bontor in questione e, di conseguenza, del gruppetto spontaneo creatosi attorno a lei.
Non dietro ad Amazzone o Monca, quindi, ma neppure a Rossa o Nera, a dispetto di ogni particolare effetto eco all’interno di quel dedalo sotterraneo, si volse la brama di sangue e di morte di tali orride figure, quanto e piuttosto dietro a Treccia, Destra e, ovviamente, Corazza, quest’ultima colpevole, evidentemente, di aver osato dichiarare il proprio desiderio di tenzone, il proprio antagonismo aperto e aggressivo, a loro discapito. E di questo, comunque e necessariamente, tutte le tre donne guerriero ebbero allora immediata evidenza, non riservando qual proprio, neppure per un istante, una qualsivoglia incertezza nel merito di chi potesse essere stata tanto fortunata, nel ritrovarsi eletta al ruolo di prima preda, primo obiettivo per quella caccia spietata e incalzante.

« Potrebbe sembrare banale… ma credo che ce l’abbiano con noi. » suggerì Destra, gettando uno sguardo alle loro spalle e ravvisando qual elemento costante, e addirittura in avvicinamento, i mastini della morte, malgrado anche loro, come ogni altra Midda Bontor pocanzi presente alla loro fugace riunione, stessero allora correndo proprio nella volontà di posticipare quello scontro, quella battaglia che non avrebbe loro riservato alcuna soddisfazione, se non quella, eventualmente, di vedere aggiunti anche quei mostri al folto elenco di creature da loro abbattute nel corso delle proprie vite.
« Che fortuna. »  commentò Treccia, non concedendo neppure alle proprie pari di comprendere quanto, in quelle parole, avrebbe dovuto essere considerato sarcasmo e quanto, altresì, avrebbe dovuto essere riconosciuta un’effettiva approvazione di quell’evoluzione, qual evento non soltanto atteso, ma addirittura sperato « Dopotutto ci stava mancando un po’ di sana eccitazione, in questi giorni… non è forse vero?! »
« Continuando in questo modo ci stancheremo soltanto… e non impediremo loro di raggiungerci. » obiettò Corazza, accennando a un palese rallentamento, nella rinnovata scelta di restare indietro, rispetto alle proprie compagne, e di accettare lo scontro con quei mostri « Voi andate! »
« Ma tu hai mai avuto tanta voglia di gettare la tua vita in una latrina…?! » questionò, pertanto, la rossa, rivolgendosi alla compagna dai lunghi capelli intrecciati, nel non riuscire a giustificare in alcun modo l’apparente brama di conflitto e, forse, di morte, sulla quale l’altra stava così tanto insistendo « Non mi sembra di essere, solitamente, così melodrammatica… »
« Non so. » scosse il capo colei così interrogata, stringendosi fra le spalle, nell’evidenziare l’impossibilità a esprimere un qualunque giudizio di sorta « Non ho mai pensato neppure di vedermi indossare un’armatura, a dire il vero. »
« Ottima osservazione. » confermò la prima, sospirando e rallentando a sua volta il passo, nel non voler concedere a quella loro versione forse troppo alternativa di cercare, da sola, la gloria della morte, ammesso che nella morte avrebbe potuto essere riconosciuta una qualunque possibilità di gloria.

Ormai completamente arrestatasi, nel proprio avanzare, Corazza aveva chiuso entrambe le mani attorno all’impugnatura della propria arma, una fiera spada bastarda forgiata in quella particolare lega metallica dagli azzurri riflessi retaggio unico di pochi fabbri figli del mare, e dotata di una forza e di una resistenza superiore alla maggior parte delle lame, attendendo l’evolversi della situazione, l’arrivo delle bestie e della promessa di morte che, con loro, sarebbe inevitabilmente giunta.
Suo desiderio, a dispetto dei giudizi delle proprie compagne, non avrebbe dovuto essere erroneamente considerato quello di sprecare la propria vita, gettare alle ortiche il proprio futuro, quanto, e piuttosto, quello di affrontare quella minaccia riservando qual proprio un minimo di controllo sulla stessa, nel non voler concedere ai propri antagonisti nessun vantaggio, nessuna possibilità di controllo e di predominio su di sé o sulle proprie pari. Ed ella, in tal senso, era consapevole che, nel rifuggire innanzi a quella minaccia, non avrebbe fatto altro che destinare la libertà di scelta sul momento e sul luogo scenario dello scontro a quegli stessi mostruosi cani, o qualunque altra cosa fossero, rinunciando a ogni possibilità di controllo sul medesimo e, anzi, con il passare del tempo, sol rendendo propria maggiore stanchezza, maggiore affaticamento, in conseguenza al quale le sarebbe stata riservata soltanto una minore aspettativa di vittoriosa gestione del conflitto.
Una consapevolezza, la sua, in verità comune anche alle sue compagne, a tutte e sei le sue compagne, le quali, tuttavia, e a suo dispetto, non ritenevano opportuno anticipare i tempi, sprecando, in tal senso, risorse ed energie in contrasto a un branco, letteralmente, di avversari minori, e perdendo, di conseguenza, di vista il solo, vero obiettivo che avrebbe dovuto mantenere innanzi al proprio sguardo: la fenice.

« Non saranno di certo una manciata di botoli rabbiosi ad arrestarmi… » sussurrò Corazza, quasi a voler giustificare in tali parole la propria scelta in favore al conflitto, e alla più rapida risoluzione del medesimo « E, francamente, scappare di fronte a un nemico con fa parte della mia indole. » soggiunse, con tono di voce più sostenuto, a beneficio delle proprie alleate.
« E neppure della nostra! » si ritrovò costretta ad ammettere Destra, non negandosi, tuttavia, l’occasione di sbuffare, e, in tal modo, di sfogare una certa frustrazione di fondo, nell’accettare controvoglia quella scelta, quella sfida che ella, al pari di tutte le altre, non aveva ricercato, non aveva desiderato, e che, proprio malgrado, ormai si stava dimostrando ineluttabile nella propria occorrenza.
« Cicatrice più, cicatrice meno... » commentò d’altra parte Treccia, schierandosi anch’ella accanto alle compagne di ventura, non animata da maggiore entusiasmo rispetto a quello della rossa, e tuttavia non avendo motivazioni utili ad abbandonare la coppia di altre se stessa… non di certo per quello che, non a torto, la mercenaria in armatura aveva definito qual “una manciata di botoli rabbiosi”.

E dove già una sola Midda Bontor avrebbe dovuto essere riconosciuta qual una sicura ragione di inquietudine da parte di qualunque genere di avversario, umano o mostro che dir si volesse, nel confronto con la lunga, lunghissima sequenza di morti che ornavano i bordi della metaforica strada della sua vita; tre Midda Bontor, tutte temprate da una medesima vita di sfide, di combattimenti, di sconfitte e di vittorie, le prime ancor più importanti delle seconde per apprezzare i propri limiti e apprendere come superarli, come spingersi sempre oltre, avrebbero rappresentato certamente un pericolo maggiore rispetto a quanto non avrebbero potuto rappresentare tre, o anche sei, mastini della morte, posti al loro inseguimento.
Tre, o anche sei. Ma nove? Come avrebbero potuto reagire le tre donne alla vista di un branco di nove mastini della guerra, ringhiosi e latranti, gettati con impeto, con violenza sui loro passi? Come avrebbero potuto affrontare le tre avventuriere quella carica di terrificanti zanne e artigli, contro le quali alcuna protezione sarebbe valsa a tutelarle? Come avrebbero potuto competere le tre guerriere con quelle corazze, contro le quali le loro spade, per quanto magnifiche, per quanto straordinarie, sarebbero rimbalzate in una pioggia di scintille?

« Qualche frase storica da pronunciare…?! » domandò, ora apertamente ironica, la rossa, allargando le gambe e piegando appena le ginocchia, per assumere una posizione più stabile, nel preparasi psicologicamente a quella che sarebbe risultata alfine più simile alla furia di un fiume in piena che all’attacco di un gruppo di nemici, per quanto mostruosi.

giovedì 29 novembre 2012

1776


« E’ tanto assurdo, per te, immaginare di poter avere una relazione con Be’Sihl?! » volle domandare Monca, in un interrogativo che, probabilmente, qualcuno avrebbe potuto considerare pericoloso, soprattutto ove rivolto a se stessa, o, quanto meno, a un’altra versione di se stessa; e innanzi al al quale, tuttavia, ella non volle sottrarsi, nella curiosità di comprendere come, proprio un’altra versione di se stessa, avrebbe potuto interpretare quella sua scelta.
« Assurdo?… non saprei. » negò la rossa, apparentemente rifiutando il confronto diretto con la propria interlocutrice, quasi temesse che una qualunque propria risposta avrebbe potuto indispettirla, eventualità nel confronto con la quale avrebbe preferito evitare di ritrovarsi « Per quanto mi riguarda, conosco a malapena il Be’Sihl della mia realtà, per potermi permettere di esprimere giudizio alcuno a tal proposito. Sicuramente appare come un brav’uomo, forse anche troppo buono per una città come Kriarya. »
« Immagino, quindi, che tu non sia solita soggiornare presso la sua locanda, quando ti capita di ritornare… a casa. » esitò, nell’esprimere quel concetto in associazione all’intera città del peccato piuttosto che, in particolare, alla locanda del proprio amato e amante, che già da prima di iniziare a considerarlo tale, era da lei riconosciuta qual propria dimora « Tu e Ma’Vret abitate, forse, presso la torre di lord Brote?! » ipotizzò, nel citare il proprio mecenate preferito, nonché amico, all’interno delle mura della città del peccato, colui al servizio del quale aveva iniziato la propria carriera qual mercenaria e che sarebbe stata ancora solita servire, avendo il tempo di impegnarsi attivamente nella propria ipoteticamente primaria occupazione.
« Sì. Praticamente sì. » confermò Amazzone, in tale conferma obliando a una serie di dettagli dei quali, con la medesima delicatezza che aveva pocanzi sospinto la sua interlocutrice a tacere dell’esistenza dei figli di Ma’Vret nella propria realtà, e che, ora, vide ella omettere ogni delucidazione nel merito della morte del proprio lord Brote, l’assassinio del quale, era implicito nella questione dell’altra se stessa, non era per questa mai avvenuto « All’inizio ero insicura su quanto sarebbe stato piacevole o meno rinchiudersi in una alta torre priva di vie di fuga. Ma, a posteriori, non posso lamentarmi di questa scelta… » commentò, deviando l’attenzione al dettaglio proprio dell’architettura dell’edificio in questione, ancor prima che del suo effettivo proprietario, del signore che, in esso, formalmente risiedeva.
« Povero Seem… » sorrise dolcemente la prima, rivolgendo il pensiero a quel giovane ex-garzone, un tempo impiegato all’interno della locanda di Be’Sihl, che qualche anno prima si era inaspettatamente e incredibilmente conquistato per giusto merito la possibilità di divenire il suo scudiero, modificando radicalmente la propria vita e la propria quotidianità per dimostrarsi degno di seguirla nelle proprie avventure, come, ovviamente, non doveva essere accaduto per il suo corrispettivo del mondo dal quale proveniva la propria controparte, nell’essere venute meno le condizioni base per permettere il loro incontro nei particolari termini in grazia ai quali, per lei e il proprio Seem, tutto era stato altresì possibile.
« Chi…?! » replicò l’altra, dimostrando quanto ogni deduzione, da parte della compagna, non si fosse offerta qual completamente priva di fondamento.
« Un ragazzo che, nel mio mond… » iniziò a spiegare, salvo essere bruscamente interrotta da un’evoluzione stolidamente imprevista, che la costrinse a invocare il nome della propria dea in loro soccorso « Thyres! »

Distratte, da quel loro confronto verbale, in misura sufficiente da obliare alla tensione derivante dall’inseguimento a cui entrambe stavano venendo sottoposte, le due Midda Bontor commisero, proprio malgrado, l’errore di prendere eccessiva distanza dalla realtà e dai suoi pericoli, purtroppo per un fugace istante dimentiche della particolare situazione in cui si trovavano; della particolare, e pericolosa, ambientazione loro circostante; del semplice, e pur fondamentale, dettaglio dell’esistenza di trappole mortali disseminate lungo tutto quel tempio sotterraneo, non solo dedicato al culto della fenice, ma concepito, nella fattispecie, per la protezione della fenice, da ogni possibile ambizione predatoria esterna. E nella meritata sventura derivante da tale, per quanto effimera, dimenticanza, la coppia di mercenarie fu graziata dall’altrettanto meritata fortuna derivante dalla propria formazione fisica e psicologica, dal proprio costante allenamento e, soprattutto, dalle molte, troppe esperienze di vita vissuta a quella comparabili, e già affrontate nel corso di dozzine, addirittura centinaia di avventure passate.
Così, se sotto ai loro piedi, imprevista ma non imprevedibile, si dischiuse una pericolosa botola, attraverso la quale impossibile sarebbe stato immaginare a qual fato, probabilmente di morte, avrebbero potuto essere destinate; tale trappola non ebbe occasione di beneficiare della loro auspicata sconfitta, della loro desiderata caduta, dal momento in cui, con non soltanto incredibile, ma addirittura inumana reattività e coordinazione, le due donne collaborarono al fine di ovviare al peggio, salvandosi dalla caduta e da ciò che, con essa, sarebbe potuto derivare. Inumana reattività e coordinazione, la loro, in quanto, ove la trappola dischiusasi sotto ai loro piedi avrebbe dovuto essere riconosciuta sufficientemente estesa, in larghezza e lunghezza, da non permettere ad alcuna delle due una qualunque presa sulle pareti circostanti; le due straordinarie donne guerriero si dimostrarono agire, ancora una volta, qual espressioni di una sola, comune volontà, tale da vederle offrirsi reciprocamente l’una alla schiena dell’altra, intrecciare il proprio braccio destro al sinistro della compagna, e proiettare, il più possibile, le gambe in versi antitetici e tali da spingere i propri piedi a cercare un contatto con le ripide pareti di quel budello; assicurandosi in tal modo un’estensione praticamente doppia rispetto a quella a cui, una sola fra loro, avrebbe potuto ambire.
Non una reazione banale, ovvia o scontata, quella che in tutto ciò si concessero e, della quale, a tempo debito entrambe si sarebbero certamente stupite. Ma innanzi alla quale, all’atto pratico di quel confronto, della sfida in tal modo loro imposta, e della sopravvivenza da loro in tutto ciò ottenuta; alcuna fra le due ebbe ragione di recriminazione, lungi da volersi dimostrare ingrate agli occhi della loro comune dea per la benevolenza loro in tutto ciò assicurata.

« Thyres… » ripeté la rossa, un eco ritardato rispetto all’invocazione della propria sodale, e lì, tuttavia, ora nominata nel desiderio di ringraziarla, benedicendone il nome con tutto il proprio spirito.
« Stai bene?! » si informò immediatamente la mora, intimamente maledicendosi per essersi concessa tanta leggerezza, tanta sufficienza nell’affrontare quella fuga, da non aver previsto la possibile occorrenza di una tale trappola, o di altre ancor peggiori, che avrebbero loro potuto costare la vita.
« Sì, sì. » confermò rapidamente questa « E tu? »
« Una meraviglia. » ironizzò Monca, gettando il proprio sguardo verso l’alto, al di sopra delle loro teste, per cercare di valutare con maggiore puntualità la loro effettiva condizione, accompagnata in tal senso da un eguale constatazione da parte dell’altra se stessa.

Sebbene subitanea fosse stata la loro reazione, inevitabile era altrettanto stata, nella loro comune caduta, la perdita di almeno sette, forse nove piedi rispetto alla bocca del trabocchetto, che, a tale altezza, si mostrava rilucere per effetto dell’unica fonte di illuminazione presente in quel dedalo sotterraneo. In ciò, necessario sarebbe stato per le due donne coordinarsi al fine di riuscire a riconquistare quando perso, la posizione a cui, scioccamente, avevano rinunciato in conseguenza alla propria distrazione, scalando quel pozzo e tornando a offrirsi al corridoio superiore, a quella via, invero, ben distante dal potersi considerare sicura, come anche tutto quello stava dimostrando, e, ciò nonostante, comunque l’unica via sulla quale poter sperare di fare affidamento, per proseguire nel percorso tacitamente concordato verso l’oasi della fenice.
Non un’impresa improba, quella loro in tutto ciò richiesta, ma, al tempo stesso, neppure priva di possibilità di complicazione, qual, spiacevolmente, si volle subito loro palesare nella chiusura autonoma, in grazia a qualche dannato meccanismo, di quello stesso, e solo, spiraglio di luce, in conseguenza alla scomparsa del quale ogni speranza di salvezza parve, drammaticamente, essere stata loro negata.

« Si scende…? » sospirò Amazzone, in una proposta, a quel punto, non soltanto retorica, ma quantomeno e addirittura obbligata.

mercoledì 28 novembre 2012

1775


Poste a confronto con la necessità di disperdersi, e pur, tutte, consapevoli di quanto l’occasione offerta dalla possibilità di collaborare non avrebbe dovuto essere tanto banalmente sprecata, le sette Midda Bontor si separarono, avviandosi con passo rapido lungo diversi corridoi, senza tuttavia isolarsi completamente le une dalle altre. Così, se Corazza, Destra e Treccia corsero lungo la via settentrionale, Rossa e Nera presero quella occidentale, lasciando ad Amazzone e a Monca quella orientale: un ordine non prestabilito e che, malgrado ciò, non le vide né accumularsi su una sola, comune scelta, né, tantomeno, agire in preda al tensione, rinunciando in tal senso a qualunque parvenza di coordinamento, di controllo, dimostrando al contrario di agire quasi qual espressioni di una sola, condivisa coscienza, qual, probabilmente, avrebbe dovuto comunque essere riconosciuta la loro.
Nella coppia volta a oriente, intenta a correre nella volontà di porre maggior terreno possibile fra loro e i loro possibili inseguitori, i latrati dei quali ancora riecheggiavano alle loro spalle e, talvolta, anche innanzi a loro, per qualche strano effetto eco; la prima a riprendere voce fu Monca, concedendosi un’occasione di apparente distrazione su una questione quantomeno faceta, e che pur, allora più che mai, sarebbe stata per entrambe psicologicamente utile ad allentare la tensione crescente, e inevitabilmente conseguente all’idea di quei mostri sciolti sulle loro tracce, quasi levrieri alla caccia di una coppia di lepri, o altre ambite, e quanto mai inoffensive, prede.

« Ma’Vret… quindi?! » domandò, senza dimostrare alcun affaticamento nella voce, malgrado il ritmo sostenuto, qual espressione della propria perfetta forma fisica, conseguenza di lunghi anni, lustri addirittura, di allenamento costante e continuo, utili a temprare il suo corpo e a mantenerlo nella migliore condizione possibile, a dispetto della non più giovane età, soprattutto nel confronto con un’aspettativa di vita difficilmente superiore ai quattro o cinque decenni, tre per dei mercenari suoi pari.
« Ma’Vret… cosa?! » ripeté Amazzone, non cogliendo subito il riferimento lasciato implicito nelle parole della compagna, ma dimostrando, ovviamente, lo stesso controllo assoluto sul proprio tono, senza palesare la benché minima difficoltà a mantenere quella corsa, e, nel contempo, a proferir verbo, quasi la loro fosse una semplice passeggiata fra amiche, lungo una qualunque via dedicata al mercato.
« Stai ancora con Ma’Vret. » commentò la prima, ora priva di toni interrogativi, nel ribadire un concetto già assunto qual noto, in conseguenza alle precedenti dichiarazioni della propria interlocutrice.
« Sì, perché? » insistette la mercenaria dai corti capelli rossi come il fuoco, ancora non riuscendo immediatamente a comprendere la ragione alla base dell’esigenza di simile ridondanza, soprattutto nel confronto con qualcosa, dal proprio punto di vista, non semplicemente ovvio, ma addirittura imprescindibile, qual solo avrebbe potuto essere quella propria relazione con l’uomo conosciuto come Ebano, guerriero straordinario, mercenario come lei, un tempo suo rivale, poi suo maestro e, infine, suo amante e sposo, in un matrimonio che avrebbe potuto vantare oltre tre lustri di stabilità.
« Fra me e il mio Ma’Vret non è andata troppo bene. » ammise l’altra, sospirando forse qual dimostrazione di rimpianto per quanto avrebbe potuto essere e non era poi stato, o forse per semplice nostalgia per un’età per lei indubbiamente migliore, quali erano stati i suoi vent’anni, nei quali aveva frequentato il figlio dei regni desertici centrali in questione.
« No! » esclamò Amazzone, sgranando gli occhi e, solo per inerzia, continuando a correre, ove altrimenti si sarebbe arrestata per meglio osservare la controparte, nel domandarsi se, effettivamente, quella donna fosse chi sosteneva di essere, fosse lei, oppure un’impostora, nel considerare soltanto qual assurdo quanto da lei in quel frangente sostenuto.
« Beh… non che sia mancata la passione, chiaramente. » volle sottolineare Monca, a rassicurare l’altra se stessa, nel coglierla a dir poco sconvolta da quell’annuncio, quasi avesse affermato di aver saltellato sulla luna, o veleggiato attorno al sole e fra tutte le stelle del firmamento « Però a un certo punto lui ha comprenso quanto questo genere di lavoro non avrebbe potuto assicurarci una serena vecchiaia, e ha deciso di cavarsi fuori dal giuoco, ritirandosi a vivere una vita serena fra le vette dei monti Rou’Farth. »
« Non è mai accaduto nulla del genere! » protestò, istintivamente, colei che non aveva oggettivamente vissuto alcuno di quegli eventi, nell’aver visto la propria esistenza svilupparsi parallelamente a quella della mora, e, nonostante ciò, anche in termini estremamente divergenti « Non a me, quantomeno. » puntualizzò subito dopo, nel rendersi conto di quanto la propria affermazione avrebbe potuto essere considerata intrinsecamente viziata, nell’ammettere l’esistenza di altre versioni di sé.
« Che dire?! Sono felice per voi! » sorrise la prima, sincera in quella propria affermazione, laddove, dopotutto, non avrebbe avuto ragioni per non esserlo.
« E tu…? » esitò, allora, la seconda, nel timore di scoprirsi sola e sposata con quella propria professione, alla quale mai avrebbe rinunciato, e che pur, dal proprio punto di vista, non l’avrebbe neppur potuta appagare sotto quel profilo entro il quale, invece, un marito era capace di fare « Con chi…?! » insistette e riformulò, nel preferir partire dall’idea che anche la propria versione alternativa priva della propria estremità destra in nero metallo dai rossi riflessi potesse quantomeno godere della compagnia di un uomo, al proprio fianco nelle lunghe sere d’inverno così come nelle fuggevoli notti estive.
« Be’Sihl. » rispose concisa, nello sperare di non aver necessità di dover spiegare chi egli fosse.
« … il locandiere?! » fu il turno della rossa di questionare intorno a concetti per l’altra prossimi a ovvietà.
« Precisamente. » confermò Monca, non ovviando a un dolce sorriso al pensiero del proprio compagno, sicuramente in sua preoccupata attesa in quel di Kriarya, domandandosi le ragioni per le quali quello che ella aveva pianificato qual un viaggio sufficientemente breve, avesse ormai già visto impegnato oltre un mese di tempo in più del concordato, con tutto il carico di incognite da ciò derivanti.
« Non ci credo! » esclamò la donna dai corti capelli di fuoco, palesando nuova sorpresa, forse e persino in maggiore rispetto a quella che già le era stata propria in occasione della scoperta della fine della relazione fra la propria interlocutrice e il suo Ma’Vret.
« Credici! » insistette l’altra, stringendosi fra lei spalle, nella ininterrotta corsa « E’ un uomo adorabile, premuroso e protettivo, ma anche dolce e appassionato, e che, per quanto non sia un mercenario come noi, ha sempre compreso le mie esigenze e le ha sempre rispettate… »
« Thyres… non lo avrei mai immaginato. » ammise Amazzone, sentendosi addirittura colpevole in quella propria mancanza, in quella propria difficoltà a immaginarsi accanto allo shar’tiagho ora al centro del loro confronto.

Dal canto proprio, anche per Monca non era mancata la sorpresa e lo stupore in conseguenza diretta al primo accenno compiuto da parte della propria alternativa in riferimento diretto alla propria mai prematuramente conclusa relazione con Ma’Vret, un uomo che ella aveva sinceramente amato e che, probabilmente, una parte del suo cuore, ancora amava, per quanto mai avrebbe mancato di rispetto a Be’Sihl cercandolo ancora una volta, come già in passato. Ma nel considerare quanto fra loro, entrambe Midda Bontor, entrambe caratterizzate da una sola voce, da un solo sguardo e, soprattutto, da un solo animo, non irrilevanti avrebbero dovuto essere considerate le differenze fisiche, nel colore e nel taglio di capelli, nonché e soprattutto nella presenza o nell’assenza di quell’estremità destra in nero metallo dai rossi riflessi; tutt’altro che improbabile avrebbe dovuto essere considerato un percorso di vita tale per cui un vecchio amore non fosse mai stato perso e, di conseguenza, un nuovo amore non fosse poi stato neppur trovato, neppur apprezzato.
Inquietante, in una certa misura, avrebbe dovuto essere il pensiero di come, nella realtà da cui Amazzone proveniva, probabilmente non esistevano i due adorabili figli che proprio Ma’Vret, nel mondo di Monca, aveva avuto da un’altra donna, divenuta sua moglie e, successivamente, tragicamente perduta, negli anni successivi al suo ritiro dalla professione, e dai pericoli propri del mondo civilizzato. Ma ella, a tal proposito, si sarebbe ben guardata dal chiedere se H’Anel e M’Eu fossero nati o meno, in quanto non era certamente suo desiderio quello di porre sotto inchiesta la compagna, e le dinamiche con le quali il suo universo si era evoluto, quanto e piuttosto quello di sgravare le loro menti dal pensiero dei mastini della morte alle loro spalle… proprio come, del resto, stava allora accadendo.

martedì 27 novembre 2012

1774


Anticipando qualunque possibilità di organizzazione strategica nel gruppo delle mercenarie, dalla medesima via lungo la quale era lì sopraggiunta colei che aveva assunto il triste soprannome di Monca, fecero nuovamente la loro apparizione quegli stessi fanatici della Progenie della Fenice dai quali ella aveva cercato di sottrarsi con la propria ripiegata. E questi, senza porsi eccessivi dubbi sulla presenza di quante Midda Bontor potessero attenderli in fondo a quel passaggio, senza concedersi possibilità di sorpresa in tal senso, quasi a giudicare la questione qual assolutamente serena, normale, addirittura banale nella propria occorrenza; reagirono alla ricomparsa della donna guerriero innanzi al loro sguardo aizzando, in contrasto a quell’obiettivo estemporaneamente loro fuggito, gli stessi mastini della morte innanzi ai quali, prudentemente, la Figlia di Marr’Mahew aveva deciso fosse meglio non impegnarsi in battaglia, non cercare necessariamente scontro, a discapito della propria nomea, della propria fama di impavida guerriera, ucciditrice d’ogni genere di mostri. Come offrirle torto, tuttavia, nel considerare la natura di quelle feroci creature assetate di sangue e di morte, alte al garrese almeno cinque piedi e facenti proprie delle masse sicuramente superiori alle trecento, forse anche trecentocinquanta libbre? Come offrirle torto, ancora, nel valutare quanto il pericolo rappresentato da zanne lunghe come stiletti e affilate come lame, delle quali le fauci di quei mostri erano costellate, nonché da una pelle corazzata, ricoperta da placche contro le quali neppure la propria pur stupefacente lama aveva reso propria una qualunque possibilità di successo? Come offrirle torto, infine, nel conteggiare quei minacciosi antagonisti, quelle immonde creature provenienti da chissà quale lurido anfratto, in un numero sufficiente ad assediarla, e a ricoprirla, ancor prima che ella avesse potuto sperare di scendere a patti con una singola unità?!
Non pavida, ma neppure stolta, ella era e avrebbe dovuto essere riconosciuta, nel non avere alcun interesse a gettare la propria vita quasi fosse priva di valore, e neppure a impegnarsi contro simili avversarsi per il semplice piacere della sfida. Una sfida innanzi alla quale, comunque, avrebbe sicuramente risposto, e risposto affermativamente, ove non avesse lì spinto i propri passi per uno scopo ben preciso, per un interesse ben dettagliato, ma in risposta a una semplice, e pur naturale, brama volta a dimostrare il proprio valore a se stessa e agli dei tutti, come talvolta, nel proprio passato, era anche accaduto. Così, posta a costretto confronto con quegli bizzarri incroci fra grossi cani neri, grossi felini neri e, soprattutto, grossi crostacei neri, nel dimostrare forme richiamanti il concetto di un possente canide da difesa personale, soprattutto all’altezza della testa e delle spalle; proporzioni addirittura superiori a quelle del più temibile predatore dei regni desertici centrali, dai quali sembravano aver ereditato anche il profilo delle zampe e della parte posteriore del corpo; nonché la corazza propria di un’aragosta, o di un qualunque altro simile abitante delle profondità marine, entro la quale tanta possanza appariva straordinariamente protetta, per quanto, probabilmente, non ve ne sarebbe neppure stata l’esigenza nel considerarne l’intrinseca pericolosità; non soltanto prudente, ma addirittura saggio, sarebbe stato da parte sua cercare occasione di disimpegno, ancor prima che di scontro aperto, nel ben riconoscere i propri limiti e nel non volerli avventatamente violare.
Ove, in ciò, dietro al significante di “avventato”, avrebbe dovuto essere riconosciuto il significato di “stupido”. E raramente, ella ne era consapevole, agli stolti era concessa una qualunque speranza di sopravvivenza o di vittoria, nel confronto con un qualunque avversario non più stolido di loro.

« Dannazione! » esclamò Monca, ritrovando la propria attenzione attratta dai latrati provenienti dalle proprie spalle, suoni sempre troppo vicini, versi sempre sgraditi, provenienti dalle gole di quelle bestie immonde, presentatele da parte dei loro stessi non più cordiali padroni con l’enfatico nome di mastini della morte « E’ meglio andare… » suggerì alle proprie compagne e pari, rotando il proprio intero corpo sul baricentro, con l’eleganza di una danzatrice, la sensualità di un’odalisca, quanto sufficiente per tornare a offrire il proprio volto, e la propria spada subitaneamente estratta, a quel corridoio; al tempo stesso, retrocedendo, ancor priva d’ogni volontà d’impegno in quel confronto, a meno di non ritrovarsi costretta a ciò.

Una reazione, quella che ella si concesse di rendere propria, che non restò assolutamente unica e isolata, nell’essere, altresì e straordinariamente, replicata con incredibile coordinazione da tutte le altre donne guerriero, le quali, nell’udire quell’inequivocabile suono, non si concessero maggiore esitazione rispetto a lei, non si posero più dubbi di quanti ella non se ne fosse posti alla prospettiva di uno scontro, uno scontro non desiderato e innanzi al quale, comunque, non si sarebbero eventualmente sottratte.
Ragione per la quale, non una, ma sette lucenti spade di straordinaria lega metallica dagli azzurri riflessi, scintillarono alla fioca luce preposta a illuminare quei corridoi, quei cunicoli sotterranei attraverso lo stesso complesso e ingegnoso meccanismo che già ognuna di loro aveva avuto occasione di apprezzare in occasione alla propria prima visita all’interno di quel tempio. E non uno, ma sette, furono i cuori che si predisposero alla battaglia, animati dall’intima consapevolezza che, se anche quello avesse dovuto essere considerato il loro ultimo atto, si sarebbero tutte impegnate affinché non giungessero sole al cospetto della propria amata dea Thyres, nel trascinare seco quanti più nemici possibili.

« Dividiamoci. » sembrò ordinare Amazzone, in contrasto ai propri dubbi, per così come precedentemente espressi, or confermando quanto, anche da parte propria, non avrebbero dovuto essere considerate critiche in merito a quella scelta, a quella valutazione strategica.
« Appuntamento dalla fenice. » confermò Rossa, approvando quella scelta e iniziando a retrocedere verso uno dei diversi corridoi a loro circostanti, dal quale era emersa non ricordava più quale fra loro « Chi prima arriva inizia a fare domande… »
« Illusa. » sorrise Nera, con fare sornione « Credi davvero che avremo il tempo di farle qualche domanda?! » domandò, con incedere retorico, a dar voce a un dubbio diffuso nelle menti di diverse fra loro.
« Andate! » esortò Corazza, la sola fra loro a non muovere un solo passo indietro e, anzi, ad avanzare appena nella direzione lungo la quale, di lì a pochi istanti, sarebbero piovuti loro contro i mastini della morte « Io li tratterrò per quanto mi sarà possibile. »

Non un sacrificio, quello al quale ella si stava così votando, compresero ben tutte, ma solo una necessità tattica obbligata, al fine di ovviare al rischio di ritrovarsi colte alle spalle durante quella necessariamente precipitosa ritirata. Necessità obbligata, innanzi alla quale, fra tutte loro, certamente Corazza avrebbe reso proprie maggiori possibilità di sopravvivenza, nella peculiarità intrinseca della propria armatura, di quella risorsa unica all’interno del loro gruppo che maggior protezione, maggior resistenza, le avrebbe garantito nel confronto con la carica di quelle bestie, seppur, certamente, senza riservarle garanzie di sorta, senza assicurarle che, alfine, il suo non si sarebbe trasformato in un tanto eroico, quanto sciocco sacrificio personale, gesto al quale tutte loro sarebbero state certamente pronte a votarsi e, del quale, altresì, alcuna di loro avrebbe accettato passivamente di ritrovarsi a essere testimone.
Animata in tal senso da un sempre comune e sempre condiviso spirito, pertanto, fu Destra a cogliere l’occasione di replicare all’invito della loro compagna, allungando la propria mancina, in nero metallo dai rossi riflessi, ad afferrare l’equivalente, e speculare, arto della compagna, afferrandola saldamente e traendola, con decisione, verso una delle vie di fuga loro offerte, con un fermezza innanzi alla quale non sarebbe stata riconosciuta alcuna possibilità di replica, neppure a un’altra se stessa…

« O tutte, o nessuna. » definì, in sua vece, la voce di Treccia, a dimostrazione di quanto, ancora una volta, le loro azioni, le loro scelte, per quanto non esplicitamente pianificate, avessero da considerarsi non solo coerenti, ma persino armoniche, espressione di quell’unico, intimo sprone che, a prescindere da qualunque mondo, da qualunque realtà parallela, avrebbe sempre animato una Midda Bontor « Andiamo, ora! » spronò, consapevole di quanto non fosse rimasto loro alcun margine temporale tale da perdonare una qualunque ulteriore esitazione.

lunedì 26 novembre 2012

1773


« Quindi… vogliamo dividerci o no?! »

Un interrogativo che avrebbe potuto essere pronunciato da qualunque fra le donne guerriero presenti, laddove, in fondo, comune a tutte loro nelle proprie menti, e al quale, in quell’occasione, offrì tuttavia voce la mercenaria in armatura, osservandosi attorno e, in particolare, osservando le vie alle loro spalle, le strade dalle quali esse erano tutte giunte sino a quello spiazzo sotterraneo, e dalle quali, ella temeva, da un momento all’altro avrebbero potuto arrivare i propri avversari, i propri antagonisti, sorprendendole in quella situazione di disordine mentale e fisico, nell’assenza, malgrado tutto, di un qualche ordine strategico o, fosse anche e solo, di un modo univoco per riconoscersi all’interno del loro strano gruppo.

« A prescindere da ciò, sarebbe opportuno trovare un modo per identificarci reciprocamente, ancor prima di separarci o di proseguire unite. »

Una puntualizzazione che, ancora una volta, avrebbe potuto essere offerta da qualunque fra loro, ove nella mente della mercenaria in armatura così come in quella di ogni sua compagna, e che pur, in quel momento, venne allora scandita dalla voce della sola con la protesi mancina, intenta, non diversamente dalla compagna, e da tutte le compagne più in generale, a guardarsi le spalle, nel timore di potersi offrire inerme a qualunque nuova aggressione, fosse da parte della Progenie della Fenice, fosse da parte di chiunque altro lì sotto avrebbe potuto presentarsi.
Ma come decidere quale nome affibbiare a sette versioni della medesima donna? Come trovare un criterio univoco con il quale riconoscere l’una piuttosto dell’altra?

« Treccia. » definì colei che per prima aveva invocato la tregua, sollevando la propria mancina a indicare la compagna caratterizzata dalla lunga treccia nera, dall’assenza della destra, suo pari, e dalle terrificanti ustioni, scegliendo per lei tale soprannome e, in ciò, dimostrando una certa sensibilità nel non puntare l’attenzione sulla sua oscena condizione fisica, quanto e piuttosto su quella scelta, comunque univoca, di acconciatura « Ti piace? »
« Apprezzo la sensibilità. » annuì la donna appena rinominata Treccia, ben lieta che a scegliere quel nome per lei fosse stata, in fondo, ella stessa, ovviando a nomi peggiori con i quali, in passato, era comunque stata talvolta additata « Corazza. » suggerì pertanto, cogliendo l’esempio e indicando, accanto a tali parole, l’unica fra loro ad essere rivestita da un’armatura, dettaglio quantomeno insolito nel confronto con lo stile di combattimento che tutte loro avevano sempre preferito riservarsi.
« E sia. » approvò la guerriera chiamata Corazza, chinando appena il capo a quel nome, prima di osservarsi attorno per offrire il proprio contributo a quella sorta di giuoco « Amazzone. » denominò, volgendo lo sguardo in direzione della compagna dai corti capelli rossi, in riferimento alla figura delle mitiche combattenti tal’harthiane che, nella leggenda, erano solite rinunciare a qualunque espressione di femminilità, per dimostrarsi guerriere equivalenti e superiori a qualunque uomo.
« Mi sta bene… ma non aspettatevi che mi privi di queste! » commentò Amazzone, sollevando le mani a sorreggere ed enfatizzare la generosa e tremendamente femminile abbondanza dei propri seni, particolare fisico di cui, in verità, tutte loro andavano da sempre orgogliose, a prescindere dall’eventuale scomodità di un tale carico aggiunto nel cuore di una battaglia « Il mio Ma’Vret potrebbe aversene particolarmente a male, se gli negassi i suoi cuscini preferiti… non so se mi spiego. » ammiccò, maliziosa, certa di essere più che intesa dalle proprie interlocutrice.

Se quel nome maschile, scandito in tale contesto, fece leva sulla curiosità di una parte delle donne presenti; queste si dimostrarono sufficientemente pragmatiche da soffocare ogni commento, che in quel particolare momento sarebbe risultato quantomeno dispersivo, attendendo semplicemente che la loro compagna attendesse al proprio compito di indicare un soprannome per un’altra fra loro.

« Destra. » sancì pertanto, in riferimento alla sola, fra loro, a possedere una mano destra in carne e ossa, non senza un necessario carico di invidia connesso laddove, tutte loro, all’epoca della perdita di tale estremità, erano state costrette a reinventarsi completamente qual mancine, non solo nel combattimento, ma anche nella vita di tutti i giorni.
« E’ sufficiente che non mi odiate per questo… » sottolineò Destra, ben comprendendo come, da parte loro, vi sarebbero potute essere ottime ragioni in tal senso, per quella propria caratteristica di unicità « Rossa. » indicando, a quel punto, l’unica fra loro contraddistinta da rossi capelli e ancora priva di un soprannome, non sforzandosi di apparire particolarmente originale, ove, comunque, l’originalità non era mai stata richiesta in quel momento di definizione reciproca.
« Avresti potuto impegnarti di più… » sbuffò Rossa, con implicita ironia nelle proprie parole, non avendo interesse di sorta in favore di un nome piuttosto che di un altro « Vorrà dire che mi dimostrerò all’altezza nel scegliere… Nera. » sorrise sorniona, nell’indicare una delle due sole donne guerriero rimaste innominate, scegliendo fra esse l’unica che, suo pari, non godeva di alcun particolare distintivo rispetto al gruppo, al di fuori del colore dei propri capelli, ed escludendo, in ciò, la promotrice di quel giuoco, il cui unico soprannome possibile sarebbe purtroppo risultato troppo offensivo per essere pronunciato a cuor leggero.

Ma prima che Nera potesse prendere voce, a ringraziare Rossa per la cortesia riservatale nel lasciarle l’ingrato compito di scandire l’unico nome che mai avrebbe voluto pronunciare ad alta voce, fu la stessa mercenaria in oggetto a riprendere parola, pronunciando ella stessa quello sgradevole, ma indubbiamente obbligato, soprannome.

« Monca. » sospirò, quietamente, cercando di aprirsi in un sorriso il più credibile possibile, nel sollevare la propria protesi destra e nell’osservare, proprio malgrado, il punto ove, sino a pochi mesi prima, era stata presente la sua mano in nero metallo dai rossi riflessi e, ora, null’altro era che il vuoto « In fondo è quello che tutte siamo… » sollevò e lasciò ricadere le spalle, minimizzando l’offesa « Ringraziando di cuore Nissa, e la sempre accogliente città di Kirsnya, per questo. » soggiunse sarcastica, nel rievocare i responsabili per la comune perdita di un arto, alla quale, trasparentemente, tutte avevano sopperito in egual modo, senza, tuttavia, realmente ripristinare l’integrità fisica in tal modo compromessa.
« Possiamo lasciarti il nostro nome, se preferisci… » suggerì Nera, dispiaciuta per la scelta della compagna, per quel nome che ella non era stata costretta a scandire, ma che, non per questo, avrebbe dovuto essere riconosciuto qual più gradevole « Almeno una Midda è giusto che resti… no?! »
« No. » scosse il capo Monca, sorridendo di risposta alla compagna, per ringraziarla sinceramente per la premura dimostratale, in quello stesso sentimento che anch’ella, al suo posto, non si sarebbe lasciata mancare « Non sarebbe corretto. Se siamo tutte Midda Bontor, è giusto che tutte si rinunci a questo nome, volendo collaborare alla pari. E noi vogliamo collaborare alla pari… non è vero? »

Ed era vero. Era vero come, del resto, avrebbe dovuto essere necessariamente vero in quella straordinaria e folle situazione. Nel confronto con altre sei se stessa, non tali per una semplice somiglianza fisica, qual era da sempre stata propria anche solo, e banalmente, della sua gemella Nissa, quanto e piuttosto per la luce presente negli occhi color ghiaccio di ognuna di quelle Midda Bontor.
La stessa luce che ella sapeva essere presente nei propri occhi. La stessa luce che aveva terrorizzato molti avversari. La stessa luce che aveva affascinato molti alleati. La stessa luce che aveva ammaliato perdutamente ogni suo amante.

domenica 25 novembre 2012

1772


Ritrovandosi a confronto con se stessa, fisicamente ancor prima che psicologicamente, Midda Bontor tentò di capire quando tutto avesse avuto inizio.
Perché se il “come” e il “perché” avrebbero dovuto essere giudicati di difficile intuizione, almeno nelle condizioni in quel momento attuali, il “quando” sarebbe stato più accessibile… o così si ritrovò a sperare.

Era trascorso poco da quando ella aveva celebrato il funerale del proprio sposo, Desmair, fra le vette dei monti Rou’Farth, laddove, sino alla sua parziale distruzione, era sorta la fortezza del medesimo, quella colossale edificazione nella quale egli era vissuto da imperitura memoria, lì, invero, prigioniero ancor prima che signore. Affidando il corpo del marito alle fiamme della pira funebre sulla quale aveva voluto cremarlo, secondo le tradizioni con le quali ella era nata e cresciuta, al fine di assicurargli una possibilità di eterno riposo, ovviando al rischio di un suo ritorno qual non morto, ella aveva voluto assumere formalmente lo stato di vedova. Una vedovanza, invero, sua di diritto, nell’improprio vanto derivante dall’essere stata la sua novecentoundicesima, e ultima, sposa, che ella aveva voluto abbracciare non tanto per un qualche immeritato affetto verso il mostro defunto, quanto e solo per costringere all’ubbidienza una giovane donna che, tempo prima, aveva sciaguratamente coinvolto negli eventi che l’avevano condotta a quel triste matrimonio, e che, successivamente, era stata perseguitata dallo stesso Desmair sino a quando la sua psiche non aveva ceduto, trasformandola nell’ombra della donna che era un tempo, e, soprattutto, in una fedele serva di tanto crudele padrone. Solo pretendendo qual proprio il retaggio del marito, quindi, ella avrebbe potuto sperare di trascinare seco quella donna, di nome Fath’Ma, pregando gli dei tutti affinché, in un modo o nell’altro, le concedessero la possibilità di sciogliere qunato era stato impropriamente legato, liberando la mente di quella sventurata dall’ombra del proprio persecutore e, in qualche modo, restituendole la vita che le era stata negata.
Dopo la morte di Desmair, che invero ella stessa aveva desiderato uccidere nella speranza di disfare alcuni nodi di un’altra e più complessa questione, la quale l’aveva vista coinvolta in prima persona e le aveva offerto la sgradevole impressione di non essere più padrona del proprio destino, del proprio fato, impiegata qual pedina in una questione più grande di lei senza neppure essere stata interpellata; ella non aveva tuttavia fatto ritorno a Kriarya, a quella città che chiamava casa e che, da qualche mese, l’aveva eletta propria Campionessa, nel reindirizzare i propri passi verso una seconda meta, una meta già nota, e già programmata qual da visitare nello stesso giorno in cui era stata decisa, da parte sua, l’esigenza di porre fine all’immortale esistenza del semidio suo sposo, definendo per egual ragione anche la necessità di una seconda uccisione. L’uccisione di una creatura che ella aveva riconosciuto qual quanto di più prossimo agli dei avrebbe potuto sperare di incontrare sino a prima dello scontro con il dio che l’aveva resa vedova; una creatura che aveva apprezzato, addirittura amato, e per la quale, se solo gliel’avesse domandato, sarebbe stata sicuramente pronta a combattere, uccidere e morire, tanto il rispetto e l’ammirazione vissuta; e, ciò nonostante, una creatura che sapeva averla tradita, sapeva averla usata per i propri scopi, e, nel momento in cui ella si era dimostrata desiderosa di uscire dalla via per lei tracciata, che sapeva averle scatenato contro i propri peggiori tirapiedi, fanatici religiosi che, per arrivare a fermarla, non avevano esitato a evocare creature dai poteri terrificanti, dalla forza incontrollabile, minacciandola… e minacciando, con lei, chiunque le fosse vicino. Per tale ragione, e nel ritrovarsi già posta a confronto con un’accoppiata di nemiche oltre ogni speranza di gestione, ella non avrebbe potuto tollerare l’esistenza in vita dell’y’shalfica fenice non più di quanto non avrebbe potuto sopportare quella del proprio defunto sposo. Motivo per il quale, prima di tornare a Kriarya e di organizzare l’offensiva finale a discapito della sua gemella Nissa Bontor, e della strega che aveva preso il controllo della sua già folle e crudele mente, Anmel Mal Toise, ella volle spingere i suoi passi nuovamente verso quello che, molti anni prima aveva scoperto essere un tempio sotterraneo dedicato al culto della fenice… tempio nel quale questa aveva preso quieta dimora, e nel quale, pertanto, avrebbe potuto ritrovarla.
Così ella aveva fatto ritorno a Krezya, e a quelle colline fra le quali era stata condotta, la prima volta, contro il proprio volere, dietro la minaccia che un folle mecenate di nome lord Alidan, violando ancora una volta i confini di quel pericoloso delubro sotterraneo, protetti da terribili trabocchetti, mostri e, persino, incantesimi, perfettamente memore di tutto ciò che aveva dovuto affrontare la prima volta e, in ciò, fiduciosa che, nel riaffrontare quel cammino noto le sarebbero state imposte minori difficoltà, minore rischio.
Purtroppo, così non era stato.
Così non era stato nel momento in cui quei trabocchetti, già noti, non si erano offerti nelle dinamiche attese. Così non era stato nel momento in cui quei mostri, già conosciuti, non si erano più presentati là dove cercati. Così non era stato nel momento in cui i pazzi fanatici proclamatisi Progenie della Fenice avevano fatto la loro ricomparsa, dimostrando di star lì attendendo la sua venuta, il suo arrivo, per fermarla, per combatterla, e, senza troppe remore, per ucciderla, come già più di una volta si erano dimostrati intenzionati a compiere. E l’unica consolazione che ella aveva potuto riservar qual propria era stata quella derivante dalla consapevolezza di aver, quantomeno, evitato di coinvolgere Fath’Ma in quell’affare, nell’averla lasciata in città, presso la locanda dove aveva preso una stanza per quei giorni, con l’esplicito ordine di non muoversi di lì sino al proprio ritorno. Forse magra consolazione… e pur, egualmente, tale.
Ma se, in parte, la ricomparsa in scena della Progenie non avrebbe dovuto essere considerata sorprendente, ben diversa reazione avrebbe dovuto essere considerata qual necessariamente derivante dal confronto con le altre sei se stessa innanzi alle quali, cercando di evadere dagli attacchi dei propri antagonisti, ella si era ritrovata praticamente a sbattere, convergendo contemporaneamente alle medesime in una comune stanza, in una comune area, da vie diverse, da percorsi estranei e, alla fine, lì comunque sfocianti.

Quella, pertanto, avrebbe dovuto essere considerata la risposta utile al quando? Oppure ancora diversa avrebbe dovuto essere ricercata?
Perché, sebbene quel “quando” avesse ricostruito gli ultimi eventi, l’ultima parte del suo lungo viaggio, ancor incompleto avrebbe dovuto essere comunque riconosciuto, nel confronto con la questione nel suo complesso. Una questione per ricostruire la quale, tuttavia, ella avrebbe dovuto spingere la propria memoria a più di cinque, sei… ormai sette, o forse otto, anni prima. Al recupero della corona della regina Anmel, sciagurata missione in assenza della quale, forse, successivamente ella non si sarebbe trovata costretta a fare i conti con la medesima; e prima ancora all’incontro con la fenice, la cui estraneità a quanto successivamente accadutole, sinceramente, trovava ormai difficile considerare.
Un percorso di vita, pertanto, temporalmente esteso, ricco di eventi, e che pur, nonostante le evidenti differenze esistenti fra lei e le sue altre versioni, doveva essere stato almeno in parte condiviso, ove, altrimenti, difficile sarebbe stato ipotizzare quel loro attuale incontro, quel loro intreccio, tutte al di fuori dei propri mondi. E se alcuna di loro, in quel contesto apparentemente folle, avrebbe dovuto essere riconosciuta qual sconvolta, alla vista delle proprie altre se stesse, il merito di ciò non avrebbe dovuto essere soltanto imputato al suo da sempre caratteristico sangue freddo, quanto, e piuttosto, dalle stesse esperienze di vita che avevano caratterizzato quegli ultimi anni, e che, di volta in volta, l’avevano spinta sempre oltre. Oltre ogni umano limite. E, soprattutto, oltre i confini del proprio mondo, come quando, anche in tempi recenti, si era spinta in quella realtà aliena entro la quale il suo mai compianto marito era stato intrappolato per secoli.
Tutto ciò, fra l’altro, senza obliare a quel non secondario dettaglio di una simile esperienza già affrontata in quello stesso tempio sotterraneo in occasione della propria precedente, e prima visita, quando, in termini assolutamente comparabili a quelli in tutto ciò riproposti, ella si era trovata a offrire sfida a se stessa. A un’altra se stessa, a lei identica in tutto e per tutto. In una sfida dalla quale era sopravvissuta solo perché, allora come ora, aveva avuto sufficiente autocontrollo per decidere di cercare la trattativa, ancor prima che la semplice sfida a testa bassa.

sabato 24 novembre 2012

1771


Settima e ultima Midda Bontor, ancor senza in ciò voler né poter stabilire un qualunque ordine univoco e incontrovertibile all’interno di quell’omogeneo gruppo, si presentava nuovamente caratterizzata da una chioma folta e incontrollata, rossi capelli arruffati apparentemente impossibili da ordinare in una qualunque acconciatura e tali da ben giustificare la scelta della propria compagna dal corto, cortissimo taglio; nonché contraddistinta dalla comune cicatrice presente sull’occhio sinistro, così come in ogni altra se stessa lì appellabile. Sua peculiarità, altresì e infatti, avrebbe dovuto essere riconosciuta nella presenza, sul fronte destro del proprio corpo, di quel braccio in carne e ossa altresì assente nelle proprie pari, e sostituito da una protesi in nero metallo dai rossi riflessi: protesi che, nel suo caso specifico, avrebbe potuto essere ritrovata, nella sua unicità, sul fronte mancino, in sostituzione all’unico braccio che, al contrario, non era assente in alcuna delle altre. Per questa ragione, quantomeno obbligata, ella era anche l’unica a non impugnare la propria spada nella mancina, quanto e piuttosto in quella destra che, sin dal giorno della sua nascita, era stata per lei estremità predominante.
Sette Midda Bontor, pertanto, fra loro identiche e diverse, identiche qual avrebbero necessariamente potuto essere sette donne contraddistinte da un unico spirito, e diverse qual avrebbero obbligatoriamente dovuto essere sette donne che, nel corso della propria vita, avevano affrontato forse diversi problemi o, forse, i medesimi problemi compiendo diverse scelte.

« A costo di apparire paranoica… » premesse la mercenaria dai corti capelli rossi, prendendo voce dopo un ulteriore, e sempre necessario, momento di silenzioso confronto fra sé e le altre se stessa, a seguito dell’invito offerto da una fra loro a dividersi e a cercare di scoprire cosa stesse accadendo « Siamo proprio sicure che dividersi, in questo momento, sia la cosa migliore?! »

Ciò che ella si era concessa di definire all’interno del termine paranoia, tutte e sette, erano perfettamente consapevoli che, sino a quel giorno, era stato ciò che aveva permesso loro di restare in vita.
Alcuna di loro, infatti, era solita concedersi una qualche occasione di reale riposo, di profondo sonno, nell’essere ben confidente con il timore di quanto, offrendosi sostanzialmente inermi innanzi a qualunque possibile aggressore, difficile sarebbe stato sperare di svegliarsi al mattino seguente. Molto meglio, in questo, concedersi al più un teso dormiveglia, utile, giustappunto, per riconoscere al proprio corpo quella necessaria occasione di riposo che non avrebbe potuto ovviare, pena l’indebolimento e, in ciò, altro rischio di stolida sconfitta, ma nulla più. Alcuna di loro, ancora, era solita concedersi particolarmente fiduciosa nella razza umana, o in qualunque altra razza, consapevole di quanto, sebbene in ciò avrebbero sofferto di più difficili rapporti interpersonali, avrebbero comunque offerto a eventuali traditori minori possibilità di insinuarsi nelle loro esistente, attenendo il momento giusto per colpire. Troppe, del resto, erano state per tutte loro le esperienze negative in tal senso, esperienze dalle quali erano state costrette a trarre insegnamento, pena una prematura, ed estremamente sgradevole, fine, qual, tragicamente, aveva comunque colpito molte, troppe persone a loro prossime, amici o, peggio, amori, che per causa loro erano stati orrendamente assassinati senza alcuna dignità, senza alcun rispetto, senza alcun onore, da serpi cresciute in seno. Alcuna di loro, infine, era solita condividere il proprio quotidiano giaciglio con un compagno, o una compagna, diverse dalla propria arma, dalla propria spada prediletta, riconosciuta, in ciò, qual prima e principale confidente e complice della propria esistenza, del proprio vivere, e sopravvivere, giorno dopo giorno. Certamente non erano mancati, e non mancavano, nelle loro sette esistenze, degli amanti, degli uomini innamorati di loro, e a cui loro offrivano il proprio affetto, forse e addirittura il proprio amore, insieme, talvolta, al proprio corpo: ma alcuno fra loro, alcuno fra quegli sventurati amanti, avrebbe potuto vantare di condividere con lei la propria esistenza e le proprie avventure come, altresì, avrebbero potuto fare le loro stesse spade, o, più banalmente, di ricevere da parte loro la stessa attenzione, lo stesso interesse che, altresì, era tributato a quelle lame in lega metallica dagli azzurri riflessi, la sola che mai Midda Bontor, in qualunque propria versione, avrebbe apprezzato possedere al proprio fianco.
Paranoia, quindi. O forse, e più semplicemente, spirito di sopravvivenza. Quello spirito, indomito e indomabile, che era stato utile a ognuna di loro per affrontare le imprese che il fato, e la loro intrinseca brama di avventura, aveva loro posto innanzi. Imprese che alcuno, al mondo, avrebbe mai avuto il coraggio di affrontare. E che, altresì, esse avevano reso parte del proprio mito personale, della leggenda creata attorno al proprio nome.

« Il tuo pensiero è il pensiero di ognuna di noi. » commentò la donna guerriero in armatura, rinfoderando solo in quel momento la propria lama per concedersi occasione di sollevare le mani all’elmo indossato e, con un gesto deciso, sfilarlo dal proprio capo, lasciando ricadere liberi i propri capelli arruffati sopra le spalle, qual atto di significativa fiducia nelle proprie interlocutrici… atto che, alcuna fra loro, avrebbe potuto equivocare.
« Lo credo anche io… e, in effetti, lo temo. » confermò colei contraddistinta dal braccio sinistro in nero metallo dai rossi riflessi, accettando di buon grado di riporre a propria volta l’arma che, al pari della maggior parte fra loro, ancora stringeva, dimostrazione di quanto poco avesse desiderio di fidarsi di se stessa « E’ decisamente inquietante l’idea di non poter essere libere di pensare. »
« Ma siamo tutte libere di pensare… » puntualizzò chi per prima aveva deciso di dimostrarsi padrona della situazione, e che, per questo, aveva proposto a tutte di affrontare la questione con obiettività, cercando di comprendere cosa fosse accaduto senza perdersi in troppe inutili elucubrazioni prive di fondamento « Tu! » esclamò, indicando la propria compagna contraddistinta dalla lunga treccia, e, peggio, dalle tremende ustioni su tutto il corpo « Qual è il primo numero che ti viene in mente? »
« Eh…?! » esitò l’interrogata, aggrottando la fronte nel non comprendere il senso di quella questione « Non mi sembra il caso di metterci a fare giochetti. »
« Non vuole fare giochetti… » corresse la donna dai capelli rossi arruffati e dalla mano destra metallica « E’ una dimostrazione. » spiegò, intuendo il senso di quella prova praticamente in contemporanea a tutte le altre « Quindici, per me. »
« Io avrei detto nove. » ammise colei a cui, per prima, era stata rivolta la questione, apprezzando la rivelazione intrinseca in quella differenza « Questo significa che non siamo ancora in risonanza, fortunatamente… » sospirò, ben lieta di quella scoperta.
« Figurarsi… » ironizzò la guerriera in armatura « Con il caratterino che ci ritroviamo, è già un miracolo che siamo riuscite a fermarci prima di farci a pezzi reciprocamente. »
« … tregua, quindi?! » cercò conferma la promotrice di quel disarmo.
« Tregua. » concordò l’ustionata, parlando contemporaneamente alla rossa dai corti capelli e a quella con la protesi mancina.
« Tregua. » confermarono un attimo dopo le altre tre, dimostrando a tale idea una certa soddisfazione di fondo, ove, pensiero comune, avrebbe dovuto essere riconosciuta una certa ritrosia all’idea di farsi a pezzi reciprocamente, per così come appena raffigurato, senza ricorso a una qualche metafora.
« Bene. Ottimo. » annuì la prima, con sarcastica esultanza, ove, necessariamente relativo avrebbe dovuto essere riconosciuto tale concetto positivo in un contesto qual quello loro offerto, malgrado il risultato raggiunto nell’arresto della fugace battaglia fra loro intercorsa e nell’apertura di un dialogo.

Un risultato, in verità, tutt’altro che banale, nel considerare il potenziale distruttivo che, per una ragione ancora ignota, era stato lì raggruppato nella forma di ben sette Midda Bontor. Sette straordinarie donne guerriero innanzi alle quali alcun avversario avrebbe potuto sperare di sopravvivere… neppure loro stesse.

venerdì 23 novembre 2012

1770


Sette, infatti, erano le Midda Bontor lì ritrovatesi riunite, a scambiarsi sguardi di diffidenza, di curiosità, di sorpresa e, persino, di rassegnazione, nell’accettare quegli eventi per quello che erano e apparivano, senza tentare, vanamente e stolidamente, di negarli. Sette donne guerriero che, malgrado spiacevole sarebbe necessariamente stato a pensarsi, avevano in tal modo ritrovato qual posta in dubbio la propria da sempre certa unicità, la propria mai discussa originalità, lì veduta, proprio malgrado, replicata in altre sei copie quasi del tutto identiche, l’una con l’altra. Quasi del tutto, e non del tutto, laddove, a ben vedere, sebbene le loro voci fossero identiche, e si esprimessero con eguali intonazioni, accenti e persino contenuti, lasciando trasparire una comune mentalità di base; sebbene i loro occhi color ghiaccio fossero identici, ed esprimessero un comune spirito indomito e indomabile, che innanzi ad alcun imprevisto avrebbe accettato di lasciarsi piegare, di lasciarsi dominare; alcune piccole differenze fisiche sembravano voler permettere a ognuna fra loro di potersi, quantomeno, riconoscere all’interno della massa, comprendendo di non star osservando la propria immagine moltiplicata attraverso un qualche complesso giuoco di specchi, ma, forse non così incredibile a dirsi, altre versioni di se stessa, alternative a quanto ella, ognuna di loro, era ed era divenuta in grazia alle scelte compiute, in base alle battaglie affrontate e vinte, o perdute.
Una fra loro, colei che aveva invocato la necessità di giungere quanto prima a un chiarimento su cosa fosse accaduto e su come invertire gli effetti di quella innaturale adunanza, era lì contraddistinta da una massa di capelli tinti in tonalità nero corvino, arruffati oltremodo; da una profonda cicatrice longitudinale al proprio occhio sinistro, che in passato le era valso epiteti poco eleganti qual quello di sfregiata; e un braccio destro purtroppo parzialmente mutilato, che molti anni prima, ancora in giovinezza, era stato sostituito a caro prezzo con una protesi stregata, un’armatura in nero metallo dai rossi riflessi, la quale, tuttavia, era stata a propria volta compromessa nella propria integrità in tempi recenti, ritrovandosi privata della parte oggettivamente più importante: la mano. Fra tutte le proprie compagne, in questi e altri piccoli dettagli, una moltitudine di altre piccole ferite cicatrizzate, segni incontrovertibili di tutte le avventure affrontate nel corso della propria esistenza; ella avrebbe dovuto essere riconosciuta, anche fra le proprie compagne, qual una delle Midda Bontor che, dalla propria, avrebbe potuto vantare un maggior numero di sfide combattute e vinte, così come solo avrebbe potuto dimostrare la sua ineccepibile esistenza in vita.
Peggio di lei, o meglio di lei, a seconda di quale accezione voler offrire a tutto ciò, avrebbe potuto essere considerata solo un’altra Midda Bontor all’interno del gruppo delle sette. Questa, era lì contraddistinta da un’apparentemente minore massa di capelli, egualmente tinti in tonalità di nero corvino, acconciati un un’alta treccia che, a partire quasi dalla fronte, legava saldamente e irremovibilmente i suoi capelli sino al collo, e da lì, ancora, più in giù, oltre metà schiena e quasi sino alla curva superiore delle natiche; da un’eguale cicatrice in corrispondenza all’occhio sinistro; e da un braccio destro egualmente vittima di una duplice mutilazione, tanto nella propria carne, quanto e ancor peggio nella propria protesi. A tutti ciò, che di base l’avrebbero resa equiparabile all’altra propria versione, quella con i capelli arruffati: ella avrebbe potuto addurre, spiacevolmente, una ricca e inedita serie di terrificanti ustioni che, risparmiando giustappunto il volto, a partire dal collo e a ridiscendere almeno sino al ventre, là dove era visibile, non avrebbero potuto evitare di tradire una serie di pesanti, e particolarmente recenti, torture a lei imposte in maniera tragicamente esclusiva, in termini univoci all’interno dell’intero gruppo, sconosciuti a ogni altra se stessa lì presente.
Accanto a loro, una terza Midda Bontor dai capelli corvini, tornava a offrire uno stile simile alla prima, seppur vantando, rispetto a essa, una maggiore integrità fisica. Il suo braccio destro, seppur originariamente mutilato poco sotto al gomito in conseguenza a quella comune, e sempre ingiusta, condanna per pirateria, non aveva mai risentito, infatti, degli effetti della seconda, e più recente, mutilazione, palesando ancor qual propria quell’estremità priva di sensibilità, e pur, negli anni, dimostratasi sempre e incredibilmente utile, tanto in battaglia, quant’anche, con un po’ di abitudine, nella vita quotidiana. E nel considerare come quell’ultima, sgradevole perdita, alle altre due era stata imposta a opera di una comune avversaria, comprensibile era ipotizzare come per lei, in termini indubbiamente più soddisfacenti, quell’incontro, quello scontro, quella particolare sfida si fosse sviluppata secondo dinamiche più favorevoli, sufficienti, per lo meno, da evitarle l’incomodo di quella deprecabile perdita, l’effettiva portata della quale, alle altre, forse non era ancora stata concessa di esplorare concretamente e completamente, e che pur, non di meno, risultava già sufficientemente spiacevole.
Quarta e ultima Midda Bontor dai capelli tinti in quella tonalità nero corvino, non per un qualche ordine univoco e incontrovertibile, avrebbe dovuto riconoscersi qual distinta dalle proprie compagne e pari non tanto per una qualche particolare caratteristica fisica, in verità vantando una condizione in tutto e per tutto comparabile a quella delle altre facenti proprie una protesi in sostituzione costretta al proprio destro mancante; quanto e, ancor più, per le proprie vesti. Sebbene le sue compagne, infatti, non fossero vestite tutte in maniera identica, chi presentando un’essenziale casacca di pelliccia di sfinge qual ricordo del proprio ultimo e unico viaggio in quel di Shar’Tiagh, nel lontano nord; chi altresì ponendo l’abbondanza dei propri generosi seni celata da semplice stoffa in colori di ormai incomprensibile sfumatura, tanto coperti da terra, polvere, sangue e quant’altro; un comune stile di fondo avrebbe potuto essere riconosciuto in tutte loro, tranne che in quella singola e singolare eccezione, che si sottraeva all’omologazione comune per uno stile completamente diverso. Ella, in particolare, sembrava rinunciare alla mobilità propria di abiti di stoffa, o di morbida pelle, nei quali le proprie pari si dimostravano a proprio agio, in favore di una più vincolante, e soffocante, cotta di maglia, al di sopra della quale, non paga, diverse placche di una complessa armatura nelle medesime tonalità proprie del braccio artefatto, la ricoprivano, assicurandole, con il supporto aggiunto di un elmo, un grado di protezione indubbiamente superiore a quello proprio di qualunque interlocutrice lì presente, e pur, tuttavia, una minor libertà di movimenti, una minor agilità, qual solo, e necessariamente, avrebbe dovuto essere riconosciuta intrinseca in quella particolare scelta.
Oltre a quelle prime quattro donne guerriero, ed esteticamente distanti dalle proprie compagne, le altre tre mercenarie lì presenti, non sembravano condividere la scelta propria del cambio di colore imposto ai propri capelli dalle quattro, tale da rinunciare a quel rosso fuoco che avrebbe dovuto essere loro riconosciuto altresì qual di intrinseco diritto di nascita, in accordo a un’epidermide estremamente chiara, addirittura pallida,.e ornata da una vivace abbondanza di efelidi sparse.
Una quinta Midda Bontor, in questo, avrebbe potuto essere posta in quieta comparazione alle due compagne non private della propria mano destra in nero metallo dai rossi riflessi, proponendo le medesime caratteristiche fisiche, sfregio in corrispondenza all’occhio sinistro incluso, seppur definendo il tutto sotto, per l’appunto, una cascata di rossi capelli arruffati in luogo al nero corvino altresì predominante. Una differenza quanto mai minimale, e che pur, nel confronto con un mero impatto visivo, sembrava allontanarla straordinariamente dalle altre, quasi e addirittura ritagliando diversamente il suo stesso volto, nell’offrirle, in ciò, un’apparenza diversa. Non migliore o peggiore, in termini assoluti e assolutistici. Semplicemente diversa.
Accanto a lei, una sesta Midda Bontor, accanto alla scelta in favore al proprio colore naturale di capelli, presentava qual prediletta un’acconciatura completante diversa rispetto a ogni altra compagna lì schierata, diversa dalla massa arruffata e anarchica predominante sul gruppo, e anche dalla stretta treccia dell’unica, altra, eccezione, offrendosi qual lì caratterizzata da un corto, cortissimo taglio, tale da non trovare un singolo capello di lunghezza superiore al pollice, nella parte superiore del capo, o, addirittura, al mezzo pollice, andando a decrescere proporzionalmente. Un taglio estremamente marziale, il suo, che abiurava pertanto a ogni parvenza di femminilità, già posta in serio dubbio dalla predominanza delle proprie pari, in favore a un senso di indubbia praticità, tanto nella comune quotidianità, tanto e ancor più nell’ottica di un combattimento, di una battaglia, entro i confini della quale, in tal modo, non avrebbe offerto ad alcun avversario una qualche possibilità di appiglio alla propria chioma, possibile e, in ciò, sgradevole debolezza che avrebbe potuto costarle anche la vita, nel momento meno opportuno.

giovedì 22 novembre 2012

1769


« Questo non è esattamente quello che avevo previsto potesse accadere… » sospirò la donna guerriero, osservandosi attorno con malcelato disappunto.

Midda Bontor, avventuriera e mercenaria, aveva affrontato molte situazioni nella propria vita. E un’ampia parte di esse, quelle per la quale si era guadagnata i propri più altisonanti titoli, qual Figlia di Marr’Mahew, dea della guerra, o Campionessa di Kriarya, la città del peccato che aveva eletto a propria dimora in quei fugaci momenti in cui si concedeva un ritorno a casa, avrebbero dovuto essere riconosciute qual estranee a ogni concetto di normalità. Del resto, ella aveva da sempre considerato la divisione fra normale e straordinario qual una mera formalità, un concetto da riconoscersi addirittura evidenza di un superstizioso sguardo sul mondo, ragione per la quale, con ogni propria nuova missione, con ogni propria nuova conquista, ella aveva cercato di dimostrare quanto l’impossibile avesse altresì da riconoscersi qual possibile, il mito avesse da considerarsi storia, e alcun avversario infallibile, imbattibile o, addirittura, immortale.
L’unico antagonista con il quale aveva avuto occasione di sperimentare la frustrazione propria dell’evidenza di un’effettiva immortalità, malgrado ripetuti tentativi di liberarsi di lui, era stato Desmair, un semidio crudele e grottesco, che, paradossalmente, si era ritrovata persino costretta a sposare, sostituendosi con l’inganno alla novecentoundicesima moglie prescelta che questi aveva desiderato al proprio fianco, ma che, essendo da lei protetta, ella non avrebbe mai permesso si condannasse a un destino tanto ingrato. Malgrado ogni concreta immortalità, comunque, in tempi recenti anche questi era morto, non solo rendendola vedova, ma anche comprovando, per l’ennesima volta, quanto alcuna condizione avrebbe dovuto essere considerata qual eterna, alcun limite avrebbe dovuto essere riconosciuto qual inviolabile. Secondario, in ciò, il dettaglio di come, per uccidere Desmair, fosse stato necessario l’intervento di un dio, un dio minore, per amor di cronaca, addirittura a lei avverso, e per difenderla dal quale, in una tardiva redenzione, in una quasi postuma riconsiderazione delle proprie priorità, il suo sposo si era sacrificato.
Poco o nulla, pertanto, Midda Bontor era solita considerare impossibile. E non tanto per abitudine, quanto per semplice prudenza, precauzione nel ben sapere quanto, presto o tardi, si sarebbe ritrovata costretta a ricredersi nel merito di qualunque propria convinzione.

« In effetti, ultimamente, non sono molte le cose che stanno andando così come avevo previsto, o sperato, potessero andare. » puntualizzò la mercenaria, spaziando con i propri occhi, color ghiaccio, sulle inattese conseguenze delle proprie ultime azioni, ritrovandosi reciprocamente osservata.

Una constatazione forse particolarmente impietosa, la sua, e pur, malgrado tutto, anche sincera, onesta, realistica, nel confronto con una lunga serie di controversi risultati conseguiti negli ultimi mesi, addirittura anni, una parabola negativa che, purtroppo, non aveva ancora raggiunto un apprezzabile punto di svolta, nuovamente in positivo.
Certamente, e obiettivamente, ella avrebbe dovuto considerarsi fiera di sé, nell’essere sopravvissuta, in ordine sparso, a un esercito di mahkra, a un akero, a un dio, a una folle regina e strega del passato, nonché e forse peggiore fra tutte, alla sua stessa gemella, da sempre a lei avversa e desiderosa, soltanto, di imporle nuove occasioni di sofferenza. Ma, al contempo, non avrebbe potuto essere entusiasta all’idea di non aver sostanzialmente sconfitto alcuno di tali avversari, ponendo, di volta in volta, fine al confronto solo in grazia a trucchi e diversivi, e, peggio ancora, perdendo, di volta in volta, qualche proprio alleato, qualche proprio amico e compagno di ventura, quasi una sorta di maledetto e infame tributo agli dei per garantirsi un’occasione di proseguo, di sopravvivenza, malgrado ormai avesse da riconoscersi più vicina alle quattro decadi che alle tre, in un traguardo persino epico per una professionista del suo calibro.
Non che, alla propria non più giovane età, ella avesse ormai a noia la vita, in una misura tale da offrirsi irrispettosa e irriconoscente per l’occasione offertale. Semplicemente, e umanamente, avrebbe preferito non dover seppellire così tanta gente lungo il proprio cammino, soprattutto avvertendo gravare sulle proprie spalle il peso della loro prematura scomparsa, della loro ingiusta e immeritata morte.

« Però questa, fra tutte, è certamente la più strana… » insistette ella, scuotendo appena il capo nel tentare di razionalizzare quanto stava accadendo, senza, tuttavia, riuscirci pienamente.

Midda Bontor non aveva mai preteso di poter essere riconosciuta qual una mente geniale, dotata di una particolare sensibilità, di uno speciale intelletto tale da poter apprezzare quanto sconosciuto o incompreso ai più. Al contrario, ella si era sempre approcciata con modestia a ogni situazione, consapevole di quanto esistessero e sarebbero sempre esistite altre figure più capaci di lei, e dotate, in ciò, di una consapevolezza maggiore nel confronto con il Creato di quanto ella non avrebbe mai potuto sperare di possedere.
Ciò nonostante, ella non era mai stata solita neppure considerarsi una stupida. Non un’ingenua, e neppure un’ignorante, nel senso più stretto del termine. Dopotutto, sin da bambina, era stata educata all’arte di leggere, di scrivere e di far di computo, abilità che, in quegli anni infantili, non aveva ritenuto in verità particolarmente utile, e che pur, a seguire, aveva prepotentemente rivalutato, spendendo volentieri il proprio tempo libero, e una parte dei propri guadagni, nell’acquisto di volumi utili ad ampliare le proprie conoscenze, su temi sempre sufficientemente variegati. E in una realtà quotidiana qual la sua, ove l’interesse rivolto verso la lettura e la conoscenza più in generale avrebbe potuto essere banalizzato a un affare proprio degli studiosi e di alcun altro, non di certo un guerriero mercenario, la semplice idea che ella potesse spendere una parte del proprio oro in libri da leggere e studiare avrebbe dovuto essere considerata una riprova indubbiamente significativa dei suoi interessi e delle sue prerogative.
Tentando di mantenere la mente sempre allenata almeno quanto era solita mantenere il proprio corpo, nel sottoporlo, quotidianamente, a una serie di esercizi utili a temprarlo e tonificarlo costantemente; Midda Bontor difficilmente si concedeva difficoltà di comprensione, o di analisi, sulle questioni portate alla sua attenzione, di qualunque natura esse fossero. E dove anche, eventualmente, ella non fosse riuscira a riservarsi una qualche confidenza con il tema in oggetto, ciò non di meno avrebbe compreso certamente almeno quale questo tema fosse. Così come, proprio malgrado, lì non stava riuscendo purtroppo a compiere, né a dimostrarsi capace di compiere.

« Allora, gente… » esclamò la Figlia di Marr’Mahew, pretendendo a sé l’attenzione di tutti « Mi sembra sufficientemente chiaro che alcuna, fra noi, sia in grado di ipotizzare come o perché sia accaduto tutto questo. Ragione per la quale, probabilmente, sarebbe utile per noi dividersi e cercare di raccapezzarci in qualche modo. » suggerì, cercando di dimostrarsi il più propositiva possibile, malgrado la situazione « O sono forse l’unica che avrebbe piacere di risolvere quanto prima questo… uhm… problema, per fare ritorno a casa?! »

Retorica, probabilmente, avrebbe dovuto essere considerata quella questione. E non tanto per come formulata, quanto e piuttosto per il contesto specifico nella quale venne formulata.
Ragione per la quale, nell’incrociare una dozzina di occhi color ghiaccio come i suoi, perfettamente identici ai suoi, la Campionessa di Kriarya non si attese alcuna particolare reazione di diniego da parte delle proprie interlocutrici sulla legittimità delle sue argomentazioni. Legittimità che, spiacevolmente, le sarebbe stata inevitabilmente riconosciuta da se stessa. Da una singola se stessa. O da altre sei… se stessa.

« Lode a Thyres… almeno per questo. » sospirò, ringraziando la propria dea prediletta.

mercoledì 21 novembre 2012

1768


Eppure… eppure a proprio sostegno, a proprio supporto, in proprio aiuto, e forse a sostegno, supporto e aiuto di entrambe, avrebbe dovuto essere paradossalmente riconosciuta proprio la morte di colui del quale avevano appena celebrato l’ultimo saluto, l’estremo addio. Perché, nel sogni di futuro che l’avevano vista coinvolta, in quelle visioni sull’avvenire che l’avevano sconvolta, negandole quella sola convinzione, forse infantile, e pur da sempre presente nella sua esistenza, quel principio di indipendenza innanzi a uomini e dei sol derivante dalla propria volontà, e dal proprio impegno; Desmair era ancora presente, era ancora parte della propria realtà, ove a lui non si era riferita qual appartenente al proprio passato, quanto caratteristico della propria attualità. Un’attualità che, evidentemente, tal non avrebbe più dovuto essere considerata qual possibile, qual temibile, non, per lo meno, in quella specifica forma.
Perché egli era morto. E una delle poche, assolute e, in ciò, addirittura gradevoli, leggi che da sempre avevano regolato il Creato, era quella che avrebbe negato qualunque possibilità di ritorno dalla morte, se non per effetti di oscene negromanzie che ben poco avrebbero restituito del soggetto coinvolto, trasformandolo, nel migliore dei casi, in una grottesca parodia di se stesso, spettro o zombie che questo avrebbe potuto offrirsi. Desmair comunque era morto. Era morto ed era stato cremato. E se anche fosse ritornato come spettro, non sarebbe più stato lo stesso. Non sarebbe stato, anzi, diverso dalle sofferenti ombre, prive di qualunque dignità, in vita impiegate al proprio servizio.
Il futuro era già cambiato. Era già, forse e speranzosamente, tornato a essere un’incognita.
O così, quantomeno, ella voleva illudersi fosse.

« Io partirò fra un’ora… » annunciò la donna dagli occhi color ghiaccio, nel contemplare le prime luci del mattino levarsi a oriente, dalle terre d’Y’Shalf, per tornare a offrire la propria gradevole benedizione sul mondo intero, come la carezza benevola di una madre sul capo dei propri figli prediletti.
« Buon per te. » commentò aspramente l’altra, arricciando le labbra e il naso, in un segno sufficientemente evidente di disprezzo per lei.
« Fath’Ma… » sospirò Midda, scuotendo il capo con trasparente stanchezza, nel non saper più in quali termini potersi rapportare con lei « Se esistesse un modo per modificare il passato, te lo giuro, farei il possibile e anche l’impossibile per modificarlo. E per impedire di coinvolgerti in tutto questo… in questo orrore e in questa follia. » premesse, mestamente « Purtroppo non esiste modo per cambiare il passato. Non esiste modo per riscrivere il presente. E non posso fare nulla per restituirti quanto ti è stato tolto… »
« Il mio padrone… » gemette la serva, portandosi una mano al capo, quasi a contrastare una vertigine, un senso di mancamento « Non puoi fare nulla per restituirmelo. Non tu… non altri. » sussurrò, fraintendendo completamente il senso ultimo delle parole a lei rivolte, equivocandole quasi fossero state espresse in riferimento a Desmair e non alla vita che le era propria prima di conoscerlo.
« Thyres! » imprecò la mercenaria, rivolgendo lo sguardo al cielo, ora sufficientemente scoraggiata innanzi all’evidenza di quanto difficile, se non addirittura impossibile, sarebbe stato liberare la propria amica di un tempo dall’influenza maledetta del suo defunto marito, tanto le aveva distrutto la psiche, nell’asservirla ai propri desideri, ai propri capricci « Rischio un esaurimento nervoso con te… sai?! »
« Non temere. Non è mio desiderio quello di restarti vicina… » negò Fath’Ma, escludendo completamente una simile eventualità « Non ti sono amica, Midda Bontor. Non più. Non scordarlo. »
« Oh… sarebbe difficile scordarlo, in conseguenza a tutte le stucchevoli dimostrazioni d’affetto che conitnui a rivolgermi, razza di zombie che sei diventata. » sbottò l’altra, accigliandosi « Se non fosse che rischierei di frantumarti, tanto sei deperita, inizierei a prenderti a schiaffi fino a rimescolarti le idee a sufficienza da farti tornare a ragionare come si deve. »
« Desideri uccidermi, per completare quanto non sei riuscita a compiere la prima volta?! » tentl di provocarla l’altra, osservandola ora con aria di sfida.

E proprio in quello sguardo, proprio in quella provocazione trasudante risentimento e amarezza, parole che probabilmente era stata pensate al solo scopo di negarle definitivamente ogni velleità di conversione nei suoi confronti; alla Vedova di Desmair venne concessa per la prima volta una concreta speranza in tal senso. Perché ove anche, sino a quel momento, non erano mancati da parte sua tentativi di scatenare una qualsivoglia reazione emotiva nell’altra, l’unico successo ottenuto era stato a dir poco effimero e frustrante, e di molto inferiore rispetto a quello, invece, conseguito in quello stesso, felice momento.
Forse, malgrado tutto, Fath’Ma sarebbe potuta essere ancora recuperata. Forse sarebbe potuta essere ancora salvata. La sua mente sarebbe potuta essere liberata dall’oppressione dell’osceno semidio che si era abituata a considerare un padrone con il ritorno a un mondo caratterizzato da quella stessa umanità da lei apparentemente perduta. E il suo corpo… beh… per eliminare quell’aspetto emaciato e terribilmente invecchiato, probabilmente sarebbe stato sufficiente qualche buon pasto, a base di carne, verdura e frutta, come probabilmente, fra quelle vette innevate, non era solita vedere da molto, troppo tempo.

« No… desidero solo prenderti a schiaffi, come ho appena detto. » sorrise pertanto, non riuscendo a celare la propria soddisfazione innanzi a quella prospettiva, a quella favorevole possibilità in favore di un ritorno in sé dell’amica di un tempo, di quella confidente e complice perduta « Però dal momento che mi è rimasta una sola mano, come avrai notato, e che rischio di farmi male a impattare contro tutte quelle ossa sporgenti, per questa volta lascerò perdere, accontentandomi di rivalermi dei miei diritti nei tuoi riguardi… »
« … i tuoi… cosa?! » esclamò Fath’Ma, apertamente contraddetta da quella pretesa, seppur ancora inespressa, ancora taciuta nella propria effettiva misura.
« I miei diritti… o hai già dimenticato che ero la sposa di Desmair e, ora, ne sono la vedova, nonché unica erede?! » puntualizzò, sorniona e maliziosa, nel richiedere una prerogativa per la quale non aveva mai espresso interesse alcuno, e che pur, ora, sembrava attrarla « Se ti senti ancora tanto legata a lui, temo proprio che la nostra convivenza dovrà protrarsi ancora per qualche tempo… dal momento che tu, volente o no, dovrai venire con me. »

Attonita, per un fugace istante, restò la serva nel confronto con quella logica, per così come esplicata. Una logica al contempo giudicata insana e spietatamente corretta, folle e ingiustamente inappellabile, che non avrebbe potuto evitare di disorientarla. Perché forte, ancora, in lei era il retaggio del malefico operato del semidio; e nel confronto con l’ultima sposa, avversaria e ora vedova, di questi, ella non avrebbe potuto evitare di provare, al contempo, un moto di antagonismo, alimentato indubbiamente anche dalle distorte emozioni personali provate a suo riguardo, accanto a una costretta brama di asservimento, sintomatica dell’opera di indottrinamento impostale.
Due emozioni, due desideri di difficile coesistenza, che non avrebbero potuto evitare di porla in sincero imbarazzo e, in ciò, di alimentare un’ondata di ulteriore stizza a discapito della propria interlocutrice, colpevole di averla spinta in quella posizione di sgradevole stallo, da cui, qualunque scelta avrebbe compiuto, non avrebbe potuto mai considerarsi realmente soddisfatta, appagata.

« Sei una dannata cagna… e spero che tu sia consapevole di ciò! » protestò a denti stretti, nell’ammettere in tal modo la propria impossibilità a reagire, a offrire argomentazioni utili a eludere quelle offertele, permettendole di sottrarsi all’impegno appena richiestole « Tu non sei mai stata accanto al mio signore. Non hai merito alcuno per pretendere il suo retaggio… »
« Questo è un dettaglio di secondaria importanza. » scosse il capo la mercenaria, stringendosi fra le spalle a dimostrare tutta la propria indifferenza in tal senso « Senza voler dimenticare cosa ho fatto per lui in queste ultime settimane, in linea di massima potresti avere anche ragione… » le concesse poi, a esplicitare il concetto tanto banalmente esposto « Tuttavia, nulla di questo invaliderebbe le nostre nozze e, di conseguenza, i miei diritti sulla sua… eredità. Su di te, nella fattispecie. »
« Se pensi che sarò una serva devota e adorante, ti sbagli di grosso, maledetta. » ringhiò Fath’Ma, insistendo sul concetto appena esposto « Perché se anche mi costringerai a seguirti, sarò per te un ostacolo ancor prima che un conforto. Un ingombro ancor prima che un aiuto. E’ questo che desideri? Vuoi davvero condannarti ad avere al tuo fianco una nemica?! »
« Nemica… che parola grossa. » minimizzò l’altra « Attualmente, comunque, sono spiacente di informarti che il ruolo di nemica è stato preteso dall’accoppiata Nissa-Anmel. E ti posso assicurare che, per quanto tu possa roderti il fegato, difficilmente potrai arrivare ai loro livelli. » sorrise, quasi divertita a tale pensiero, benché, nel citare la propria gemella avrebbe dovuto palesare meno serenità e molta più preoccupazione, preoccupazione per il proprio avvenire, per le prove che, ancora, le sarebbero state richieste, fisiche e, ancor più, psicologiche ed emotive.

Ancora una volta, e proprio malgrado, la serva non poté che scontrarsi con i limiti dell’opera di Desmair a discapito della propria mente, e della propria personalità, non potendo evitare di riconoscere, in quell’ultimo nome da lei scandito, nel nome della regina Anmel, la mandante dell’assassinio del proprio signore e padrone Motivo per il quale, al di là di ogni avversione vissuta .nel confronto con la vedova di questi; difficile sarebbe stato attribuirle un ruolo di reale antagonista, esistendo chi, meglio di lei, avrebbe potuto indossare tali vesti e le responsabilità a esse connesse.
Per tale ragione, inghiottendo quell’amaro boccone, la povera Fath’Ma, non poté evitare di rassegnarsi a seguire la Figlia di Marr’Mahew, qual propria nuova signora e padrona, benché, se solo le fosse stata ancora concessa la possibilità di farlo, avrebbe probabilmente preferito gettarsi in sacrificio sulla stessa pira sulla quale era bruciato il corpo del suo primo, e unico, reale, riferimento.

« Ti odio, Midda Bontor. » sbottò, storcendo le labbra verso il basso, e trattenendo a stento un grido isterico nel sentirsi posta in tal modo in trappola.
« E’ già un inizio… » sorrise la donna dagli occhi color ghiaccio, per tutta replica, più che soddisfatta di aver, quantomeno, risvegliato nella propria interlocutrice un’emozione forte.

La prima, ella sperava, di una lenta, ma ormai inarrestabile, riconquista della vita da lei perduta, della propria identità tanto brutalmente sottrattale da quell’orrido mostro di Desmair, immeritatamente pianto e rimpianto.

martedì 20 novembre 2012

1767


Verrà il giorno in cui bruceremo
nel fuoco tutti ci libereremo,
nella purezza saremo salvati
d'ogni nostro affanno svincolati.
E se anche sole più non vedremo
non a sconforto noi ci voteremo,
consci della mirabile verità
sol propria della nostra mortalità.

Verrà il giorno in cui bruceremo
in polvere tutti ci tradurremo,
nel caldo vento saremo dispersi
fra le stelle, in mille universi.
E se anche d'esister cesseremo
non alla battaglia rinunceremo,
nonostante costretta caducità
mai obliando alla nostra dignità.

Verrà il giorno in cui bruceremo
mortale corpo abbandoneremo,
nel calore saremo benedetti
a nuova vita verremo eletti.
E se anche morti allor saremo
non per questo la guerra perderemo,
non contro umano antagonista
non contro un dio, seppur egoista.

Verrà il giorno in cui nasceremo
a viver non tutti ritorneremo,
chi lottando, chi ancor ammazzando,
e chi, altresì, pace abbracciando.
Ma se anche il grano nutriremo
dimenticati non ci sentiremo,
senza arroganza, e neppur boria,
certi di aver scritto la nostra Storia.


Con i versi di quel canto, la voce della Vedova di Desmair volle rendere il proprio personale omaggio allo sposo caduto, nel momento in cui, sull’alto della pira faticosamente eretta, il corpo dello stesso iniziò a bruciare, nel vedersi riconosciuta quella premura dopotutto non così ovvia.
In verità, ove anche la donna guerriero, sino all’ultimo, si era convinta autonomamente che tutto il proprio impegno al fine di organizzare quella cerimonia funebre, quella cremazione, avesse da intendersi qual maggiormente dedicato a soddisfare le esigenze dell’addolorata Fath’Ma ancor prima che quelle proprie del trapassato; non appena le fiamme attecchirono sulla legna accatastata al di sopra della neve e del ghiaccio imperituro di quella fredda landa, ella sentì l’esigenza di esprimersi in quel saluto, quell’estremo addio a colui immediatamente riconosciuto qual avversario, e solo tardivamente accettato qual alleato, con parole che, prima di allora, aveva cantato solo alla memoria di guerrieri riconosciuti quali propri pari. E, mai falsa con se stessa, non rinunciò a quel canto, non si negò quelle poche, ma significative strofe, dando loro corpo con tutta l’energia della propria voce, non soave e armonica secondo i comuni canoni considerati apprezzabili nelle voci femminili, e pur carismatica e comunque perfettamente modulata in ogni singola nota, quasi a voler dimostrare anche in tal senso la propria unicità.
Che Fath’Ma avesse apprezzato o meno tanto la cerimonia funebre quanto quella breve canzone, nell’intendimento volto a celebrare il proprio signore, non se ne ebbe allora la benché minima evidenza, laddove questa, ancora chiusa nel silenzio che aveva preteso dalla propria interlocutrice, non si volle concedere il benché minimo commento a margine di quel momento di raccoglimento e di intimo dolore. La sua, forse, avrebbe dovuto essere riconosciuta qual una pena eccessiva per poter essere tanto banalmente spettacolarizzata nel mentre in cui il corpo di Desmair stava venendo consumato dalle fiamme, in una misura tale per cui, addirittura, lo sforzo reso proprio dalla Figlia di Marr’Mahew avrebbe potuto essere addirittura, e a conti fatti, criticato.
Fortunatamente, così come venne taciuto qualunque apprezzamento, venne egualmente taciuta anche ogni possibile critica, ragione per la quale nessun litigio ebbe a turbare la quiete di quella celebrazione. E il cadavere del figlio, l’unico figlio, del dio Kah e della regina Anmel Mal Toise, ucciso per intercessione dell’uno e per volontà dell’altra, poté consumarsi quietamente fra le fiamme di quella pira, assicurandosi, in tal modo, la pace eterna, nell’impossibilità di un qualche tanto sventurato, quanto spiacevole, ritorno all’umanità e alla propria forse solo allora tanto bizzarra normalità.
L’alba di un nuovo giorno, quindi, sorprese sulla cima di quelle vette maledette all’interno della lunga e maestosa catena dei monti Rou’Farth, solo due donne. Due donne accanto ai resti fumanti di una pira e accanto alle macerie di quella che, sino al giorno prima, era stata la più maestosa edificazione che mai mente umana avrebbe potuto ricordare, e della quale, ormai, restava solamente il ricordo. Due donne che, anni prima, lì erano giunte l’una al fianco dell’altra, sostenendosi e aiutandosi a vicenda. E che ora, purtroppo, nulla avevano più in comune, divise dalle tragedie vissute, divise dagli orrori affrontati, l’una senza avere la forza di reagire, senza aveva la forza di opporsi e di difendere la propria identità, l’altra con sufficiente autodeterminazione, e forse ancor più follia, tali da tradurre ogni pericolo, ogni oscenità mai incontrata in un’avventura, in un’occasione, invece che in una ragione utile a perdere il controllo sulla propria esistenza e, in ciò, a lasciarsi sopravvivere ancor prima che a vivere. O forse, eventualità più raccapricciante, neppur esistevano reali differenze fra le due donne. Neppur esistevano effettivi punti di distacco fra loro, fra come entrambe avessero affrontato gli imprevisti posti loro innanzi dal fato, l’una arrendendosi ai capricci della sorte, e l’altra nondimeno lasciandosi trascinare e rivoltare dal violento corso degli eventi, solo illudendosi di avere controllo sul proprio presente e, di conseguenza, sul proprio avvenire, ma, al contrario, non facendo propria alcuna reale speranza di indipendenza, di libertà psicologica e fisica.
Tale, non voleva negarlo, era il dubbio che assillava il cuore della Campionessa di Kriarya da ben prima della riunificazione a Fath’Ma, da ben prima del confronto con quell’esempio tristemente pratico di quanto ella stessa avrebbe potuto essere se solo si fosse arresa alle torture psicologiche ed emotive a lei imposte da parte del proprio sposo, come pur, in verità, era stata anche sul punto di fare, e avrebbe fatto, se non fosse stato per l’intervento salvifico di Be’Sihl, e del suo bracciale dorato, in suo soccorso. Ma quel bracciale, che pur l’aveva difesa da Desmair e dalle sue illusioni, non aveva potuto impedirle di sognare il proprio futuro, il proprio avvenire, per effetto dell’influenza degli scettri dell’ultimo faraone. Ragione per la quale, non di meno, ella avrebbe dovuto considerarsi terrorizzata all’idea di non essere in alcun modo padrona del proprio destino, unica responsabile della propria sorte, quanto e piuttosto semplice interprete di un canovaccio, o peggio ancora di un copione, scritto per lei da qualcun altro, non concedendole, in ciò, maggiore autonomia di quanto non ne potesse aver goduto la povera Fath’Ma, benché, apparentemente, non vittima nella misura in cui questa era divenuta.

lunedì 19 novembre 2012

1766


« … Thyres… »

Tutto quanto era accaduto tanto rapidamente che Midda non aveva avuto ancora il tempo di elaborare, effettivamente, gli eventi per così come occorsi.
Una parte della sua mente, quella più umana, più razionale, si era arrestata, addirittura, a ben prima dell’inizio del combattimento con i kahitii, negandosi qualunque possibile responsabilità nel confronto con una minaccia di tali proporzioni e dimensioni, contro la quale impossibile sarebbe stato ritenere di poter far propria una qualunque speranza di sopravvivenza. Un’altra parte, più propensa all’avventura oltre ogni consueto limite, oltre la comune ragione, seppur comunque vincolata ai confini della sua natura umana e mortale, aveva invece fermato il proprio operato all’arrivo in scena del dio Kah, elemento di troppo difficile accettazione per permetterle di proseguire nei propri pensieri come se quella fosse un’impresa non dissimile da qualunque altra già affrontata in passato. Escluse tali due principali e predominanti parti del proprio intelletto, della propria mente, quindi, solo un’intima e irrinunciabile scintilla di follia in lei pur indubbiamente presente, e a dir poco indispensabile a permetterle di compiere quanto era necessario compiere anche nei momento più improbi, avrebbe dovuto essere riconosciuta qual avente fatto proprio il controllo sul resto del suo corpo sino a quel momento, per tutta la durata del combattimento contro Kah e, per inerzia, anche nel corso di quell’ultimo addio all’unico sposo a cui si fosse mai, paradossalmente, legata.
Ma se solo qual vittima dell’aspetto più folle della propria psiche, la Figlia di Marr’Mahew era stata in grado di sopportare la temporanea, e pur totale assenza di leggi naturali a regolamentare il mondo attorno a lei nel periodo di tempo in cui un dio era entrato in contatto con il Creato; qual tale ella non si era concessa particolare occasione di sorpresa nel confronto con l’immagine del marito nuovamente ridotta, se tal si sarebbe potuta definire, alle proprie consuete dimensioni, in luogo a quelle colossali e terrificanti con le quali aveva fatto capolino dalle smisurate porte della propria fortezza. Se così non fosse stato, se egli non fosse ritornato a una statura a lei più prossima, del resto, la mano di lui chiusa attorno al suo braccio  l’avrebbe quantomeno ridotta in poltiglia, non potendo neppur ipotizzare di afferrare, effettivamente, il suo arto, laddove già il suo intero corpo sarebbe stato troppo minuscolo per poter essere apprezzato al tatto. Così, tuttavia, era stato, rendendo quell’ultimo contatto fra loro meno grottesco, e pericoloso, di quanto, altrimenti, sarebbe risultato. E, malgrado difficile, se non impossibile, sarebbe stato individuare una qualunque logica utile a sancire quel mutamento di dimensioni nel semidio, prima a ingigantirlo, poi nuovamente a ridurlo; addirittura banale sarebbe altresì stato semplificare ogni dubbio, ogni incertezza, qual conseguenza di un’allucinazione, di quella perdita di controllo sui propri sensi che ella aveva già rilevato all’ingresso in scena del dio, ove, dopotutto, quel dettaglio avrebbe potuto essere considerato qual il meno insensato fra tutto ciò che, sino ad allora, era avvenuto.
Per tal ragione, quando, alla morte di Desmair, la sua mente iniziò a recuperare parziale controllo sul filo dei propri pensieri, la Campionessa di Kriarya non volle concedersi occasione di sciocca distrazione nel contemplare quanto grande, o quanto piccolo, avesse da considerarsi il corpo del proprio defunto sposo, quanto, mantenendosi, altresì, concentrata sull’evidenza di quanto era lì appena avvenuto. Di chi era lì appena trapassato.

« Desmair. » sussurrò ella, ritraendosi con delicatezza da quel corpo, nel mentre in cui la mano del semidio ricadde a terra, priva di qualunque ulteriore speranza di animazione.

Un sussurro, quello che la vedova del semidio volle rendere proprio, che, al di là di ogni apparenza, si volle offrire più simile a un saluto che a un richiamo.
Un richiamo, infatti, avrebbe suggerito incertezza nel merito della morte lì appena occorsa, in una misura che ella non avrebbe desiderato rendere propria, nella volontà di riconoscere quello innanzi a sé qual un cadavere, malgrado ciò che tutto quello avrebbe potuto significare. Un saluto, altresì, avrebbe dovuto essere interpretato qual evidenza di accettazione da parte sua, e di inevitabile commiato, benché lì fosse anche stato scandito nella speranza di riuscire in tal modo a soffocare le lacrime che ella non considerava giusto piangere per un mostro qual il suo defunto sposo era e si era sempre voluto dimostrare essere, e che pur, tanto umanamente quanto stupidamente, non ebbe modo di reprimere completamente, qual avrebbe preferito fare.
Chi, al contrario, non tentò neppur vanamente di reprimere le proprie lacrime, e la propria disperazione più sincera, più onesta, fu la povera Fath’Ma, la quale, ricomparendo solo allora dalle macerie di quella che un tempo era stata la fortezza del suo padrone, si precipitò di corsa verso di lui, gettandosi urlante sopra il suo corpo privo di vita, con un trasporto addirittura incomprensibile, ove rivolto a chi, oggettivamente, le aveva rovinato la vita, conducendola sino alla pazzia. Pazzia che, purtroppo e a discapito di qualunque illusione da parte della mercenaria, non trovò occasione di risoluzione nella morte di Desmair, ma, anzi, solo di ulteriore crescita, sfiorando i confini dell’isteria.

« Desmair… padrone… signore… no… Desmair… no! » gridò la serva, stracciandosi letteralmente le vesti sopra a quel corpo, quasi a voler dimostrare agli dei tutti la propria pena per il torto che le avevano imposto in quell’omicidio « No… no… no! »

E Midda Bontor, unica erede del retaggio di sangue e di morte del proprio sposo, ebbe a domandarsi sinceramente cosa mai avrebbe potuto fare o dire per placare quel dolore, per arginare quella tragedia, prima che quella povera donna, ombra di colei che era stata, potesse arrivare a suicidarsi sul corpo del proprio aguzzino, ora rimpianto al pari di un eroe.

« Fath’Ma… » cercò di richiamarla, con tono di voce calmo, sereno, confortante e accondiscendente, nel volersi offrire a lei qual l’amica di un tempo, quella figura di confidente, e complice, che purtroppo aveva smesso di essere per lei il giorno in cui, disgraziatamente, aveva accettato di abbandonarla, di lasciarla proseguire da sola il proprio cammino di vita, in tal senso sol condannandola a divenire vittima di ogni sopruso psicologico, di ogni violenza emotiva da parte di quel mostro.
« Taci! » ringhiò l’altra, simile a una belva ferita, mostrando i denti da sotto labbra arricciate, al centro di un volto divenuto nero nel sangue dell’essere sul quale si era scaraventata sospinta dalla disperazione « Taci, lurida cagna! » inveì, in contrasto alla mercenaria « Se ti attendi che io possa riconoscerti rispetto o ubbidienza solo perché sei la vedova del mio signore, ti sbagli. Ti sbagli di grosso! »
« Io non desidero la tua ubbidi... » tentò di argomentare l’altra, venendo tuttavia bruscamente interrotta.
« Taci, ti ho detto! » insistette Fath’Ma, ormai privata completamente di senno « Una sola parola in aggiunta a quanto già hai osato pronunciare, e ti giuro che morirò nel tentativo di importi il silenzio, a giusto rispetto per questo momento… per il nostro lutto! »

Un plurale, quello adoperato dalla serva, che probabilmente avrebbe voluto considerare qual inclusi in tale conteggio anche tutti gli spettri delle legioni che, sino a poche ore prima, caratterizzavano l’esercito personale di Desmair e dei quali, tuttavia, ora non restava più evidenza alcuna.
Trattenuti, oltre la propria morte, con la violenza, con la prepotenza in quell’orrore temuto qual eterno, come eterno avrebbe dovuto essere il loro oppressore, tutti gli spiriti che avevano popolato quella fortezza si erano allora già dispersi, forse semplicemente allontanandosi raminghi in un mondo tutto da esplorare, o forse, e finalmente, ascesi in gloria ai propri dei, alla conquista di un aldilà da troppo tempo sognato. Unico spettro lì rimasto, pertanto, avrebbe dovuto essere riconosciuta proprio colei che spettro non era, non nel senso più fisico del termine, benché, sotto ogni altro profilo, avrebbe dovuto essere considerata qual tale: Fath’Ma, l’ultima fedele di Desmair.