Midda's Chronicles - le Cronache

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Dopo la conclusione, con un finale particolarmente aperto, di "Non abbassare lo sguardo", è iniziata ieri sera la pubblicazione di "Non smettere di lottare", 48° racconto della saga regolare di Midda's Chronicles, riprendendo - ovviamente - il discorso rimasto in sospeso!
Buona lettura con il proseguo delle avventure della nostra ormai ex-mercenaria preferita in nuovi e inesplorati mondi, in un viaggio lungi dal potersi considerare concluso e che, certamente, proseguirà anche quando alfine superato il traguardo dell'11 gennaio 2018, ossia il decennale dall'inizio di quest'opera!

Grazie a tutti per l'affetto!

Sean, 25 novembre 2017

martedì 30 ottobre 2012

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Sinceramente provata dalle emozioni vissute, ancor più che dalla battaglia a cui era stata costretta, Midda Bontor restò per un lungo istante immobile e ansimante, in attesa della nuova replica del Pozzo del Sangue alle sue parole. Lunghi dal credere di averla avuta vinta tanto facilmente, ella non desiderava concedere al proprio tanto silente quanto pericoloso interlocutore alcuna occasione di nuovo vantaggio su di lei, chinando la guardia e considerandosi, erroneamente, al sicuro. Tuttavia l’attesa si iniziò a protrarre per un tempo sempre più lungo. E quelli che erano istanti, presto divenne addirittura un quarto d’ora, trascorso il quale ella si concesse di crollare in ginocchio, sinceramente bisognosa di un momento di requie, tanto psicologica quanto fisica, prima di poter pensare di proseguire. Non che ella si fosse convinta di aver già avuto la meglio sul proprio antagonista: la loro, anzi, la interpretò qual più simile a una tregua… una tregua della quale, comunque, volle approfittare il più possibile, nella consapevolezza di quanto effimera avrebbe potuto essere e di quanto, quindi, ella avrebbe potuto pentirsi a posteriori di non averne goduto quando possibile goderne.
Nel silenzio pressoché assoluto di quella cavità sotterranea, ella si concesse di cercare di riportare ordine nella propria mente e nel proprio cuore, consapevole di aver perduto il controllo su entrambi e, in ciò, di essersi pericolosamente esposta a un possibilmente irrimediabile fato di morte, qual solo le sarebbe potuto essere proprio se non fosse riuscita a riprendersi al momento opportuno, per menare quell’unico, ma apparentemente decisivo colpo in grado di salvarla, in grado di permetterle di rifiutarsi al letale abbraccio dei propri aggressori. Aggressori che, ella ebbe modo di notare, a ogni nuova fase erano risultati sempre meno violenti rispetto ai loro predecessori, sebbene, nel confronto con il suo animo, più angoscianti, più sconvolgenti nel proprio ritorno e nella loro pretesa di vendetta. Nass’Hya l’aveva aggredita in termini estremamente più incisivi di quanto non si fosse riservata occasione di compiere Ja’Nihr. E i suoi genitori non avevano neppure avuto modo di esprimere la loro offensiva, tanto quieto era stato il loro avanzare verso di lei, a suo discapito. Tuttavia, se con Nass’Hya aveva avuto già occasione di chiarimento, e persino di chiarimento diretto, nei giorni in cui ella si era trattenuta anche dopo la propria morte in Kriarya; verso Ja’Nihr provava un indubbio senso di colpa; senso di colpa che, nel ricordo dei propri genitori, della propria famiglia, sfiorava l’ossessione, benché ella non avesse mai voluto permettere a tale sentimento di offuscarle il giudizio nelle proprie questioni quotidiane.
Sia Nass’Hya, sia Ja’Nihr, così come suo padre e sua madre, erano stati però affrontati e vinti. E, in questo, ella non avrebbe potuto che avvertire di aver vissuto un processo di catarsi, e di riconciliazione con se stessa. Perché, anche ove dubbia avrebbe potuto restare la veridicità o meno di quelle esperienze, nella mancanza di qualunque certezza sull’effettivo ritorno di quegli spiriti per tormentarla e, anzi, nella speranza più sincera di quanto ciò non fosse realmente stato tale; tutt’altro che dubbia avrebbe dovuto essere riconosciuta, da parte sua, l’occasione di crescere che, in tutto ciò, le era stata concessa. Un’esperienza della quale avrebbe quindi dovuto far tesoro, non relegandola a una pessima disavventura della quale scordarsi, né giudicandola qual un’epica avventura della quale vantarsi eccessivamente in giro, quanto qualcosa di ben diverso tanto dall’una quanto dall’altra. Qualcosa che, tornata a Kriarya, l’avrebbe spinta ad abbracciarsi a Be’Sihl, a Seem, nonché a Howe e a Be’Wahr come mai aveva fatto in tutta la propria vita, non negando più loro il proprio affetto, nel riconoscerli, con gioia, per ciò che da molto tempo già erano e, ancora, non aveva avuto il coraggio di considerarli apertamente essere: la propria famiglia.

« E ora, se vuoi farmi il piacere di alzarti da terra e proseguire oltre, hai ancora un dannato Vaso da recuperare… e, poi, una gamba da ricucirti. » si suggerì, sarcasticamente, non volendo concedersi occasione di eccessiva indolenza, qual pur avrebbe rischiato nel restare troppo a lungo lì immobile, così piegata al suolo, qual stava lì rimanendo.

Ben consapevole, infatti e ormai, non solo della ferita alla gamba, ma anche e ancor più, del forte dolore alla schiena, al centro della quale, nel migliore dei casi, sarebbe emerso un grosso livido violaceo, prima, e nerastro poi, a dimostrazione di quanto il suo corpo avesse da riconoscersi in tutto e per tutto umano e mortale; ella era purtroppo anche consapevole di quanto, in quel momento, non avrebbe potuto concedersi alcuna ulteriore occasione di prolungato riposo, nella volontà di non rendere tale sosta sgradevolmente e tragicamente imperitura.
Così, risollevatasi da terra e gettato uno sguardo alla torcia, ancora là dove abbandonata, per assicurarsi di avere tempo sufficiente per completare quanto era necessario per impossessarsi del Vaso di D’Ana P-Or e per tornare indietro senza, in ciò, ritrovarsi immersa nel buio, ella sciolse la corda rimasta legata attorno al suo busto sino a quel momento, nella volontà di individuare un punto a cui assicurarla, prima di tuffarsi in quel gorgo di sangue e di morte, qual era consapevole avrebbe dovuto fare sin dalla propria partenza dalla fortezza dello sposo. Non vi era, infatti, altro modo per giungere al Vaso o per recuperarlo. E benché non avrebbe potuto considerarsi traboccante di entusiasmo all’idea di un bagno in quell’orrore scarlatto, non avrebbe potuto concedersi alternativa, a meno di non desiderare tornare indietro a mani vuote. Eventualità, ovviamente, che non avrebbe mai potuto prendere in considerazione… non, di certo, dopo quanto già affrontato per recuperare quella reliquia.

« Devo solo cercare di non inghiottire troppo di quello schifo… » sospirò, inspirando ed espirando profondamente aria nel preparasi al tutto nel gorgo di sangue « Non so perché, ma dubito che quell’orrore possa considerarsi particolarmente indicato per una dieta sana ed equilibrata. E il mio locandiere preferito potrebbe prendersela a male se non seguissi i suoi consigli in tal senso. »

Che Be’Sihl, da sempre, si preoccupasse della sua alimentazione era, invero, un dato di fatto. Che ella, puntualmente, non l’ascoltasse, anche. Tuttavia, in quell’occasione, ella sarebbe stata ben lieta di evitare insane bevute di sangue gorgogliante fuori dalle pareti di quel budello maledetto, non potendo vantare una particolare indole vampira tale da giustificare una qualche scelta in tal senso.
Con tale necessario preambolo, e lasciata, proprio malgrado, la propria spada bastarda sulla balconata, vicino alla torcia, conscia di non avere abbastanza risorse fisiche per condurla seco, nell’assenza dei una mano destra da poter impiegare in coordinamento con la mancina; ella si tuffò elegantemente in quella linfa vitale, lì riprova di morte, e di morte violenta, pregando in cuor suo la propria amata Thyres di esserle al fianco anche in quel momento, anche in quel bagno nauseante, tanto diverso dalle acque del mare a lei così care, nelle quali avrebbe certamente preferito di più immergersi. E quando la sua ormai poco candida pelle, nell’essere già stata abbondantemente ricoperta di sangue, nonché di sudore e polvere, raggiunse contatto con quel liquido caldo e viscoso, la prima reazione fu necessariamente quella di ribrezzo, nel comprendere, a livello istintivo, quanto quella sensazione non avesse da considerarsi naturale. Un ribrezzo, tuttavia, con il quale ella fu costretta a venire rapidamente a patti, ove ben poche alternative le sarebbero potute essere offerte fra proseguire lungo quell’osceno cammino, e ritrarsi, eventualità, comunque, che non desiderava prendere in esame.

« La prossima volta che sentirò la canzone di quella pazza che si lavava nel sangue delle vergini per mantenersi giovane e bella, giuro, che vomiterò. » si ripromise, pensando a voce alta e, in ciò, sforzandosi di mantenere il viso al di sopra della linea di galleggiamento, quasi terrorizzata, ora, all’idea di poter ingurgitare anche un solo sorso di quell’oscena mistura « E uscita di qui voglio farmi un bagno caldo… in acqua calda… in acqua calda e pulita. Piena di sapone. » annunciò, qual proprio prossimo impegno, immagine mentale utile a contrastare la realtà a lei lì circostante « Anche due bagni. O tre. » soggiunse, correggendosi « Tre bagni caldi… uno dopo l’altro. » si accordò, annuendo con soddisfazione.

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