Midda's Chronicles - le Cronache

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Conclusa la lunga, lunghissima (tre anni...) pubblicazione de "Il viaggio continua", il racconto che, nella mia memoria sarà ricordato come l'episodio dell'ora più buia di questa pubblicazione; inizia oggi "Non abbassare lo sguardo", il 47° racconto della saga regolare di Midda's Chronicles (50° considerando anche i tre racconti pubblicati all'insegna del marchio Reimaging Midda)!
Racconto che, quindi, oltre ad avere potenzialmente un numero importante, ci accompagnerà verso il traguardo dell'11 gennaio 2018, ossia il decennale dall'inizio di questo viaggio insieme!

Grazie a tutti per l'affetto!

Sean, 5 ottobre 2017

lunedì 29 ottobre 2012

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Quella era la sua famiglia?
Quale era la sua famiglia? Quale era, veramente, la sua famiglia?
Aveva sbagliato. E quella era una certezza innanzi alla quale non si sarebbe mai potuta ritrarre, non avrebbe mai potuto ritrattare. Aveva commesso un imperdonabile errore nell’abbandonare la propria famiglia in quel modo, nello scappare di casa come una ladra nella notte, senza permettere ad alcuno di fermarla, o anche solo di salutarla. Ma, per quanto imperdonabile potesse essere il suo errore, era giusto che la sua famiglia non l’avesse perdonata? Era giusto che, neppur nella morte, potesse esservi pace nei suoi genitori, in misura tale da rianimarli al solo scopo di pretenderne la vita qual tributo di vendetta?
Oppure… oppure, forse, tutto quello non era giusto. Forse, nulla in tutto quello era giusto. A incominciare dal suo stesso concetto di famiglia.
Perché riconoscere qual propria famiglia una sorella gemella che da anni nulla desiderava al di fuori della sua morte, e dello sterminio di chiunque a lei si affezionasse troppo, non era giusto. Perché riconoscere qual propria famiglia due spettri di sangue che, impietosi, pretendevano la sua morte a compenso per la propria, ombre di coloro che un tempo erano stati gli affettuosi genitori che l’avevano nutrita e cresciuta, curata e educata, non era giusto.
Giusto era riconoscere qual propria famiglia Be’Sihl, colui che per quasi tre lustri l’aveva attesa, giorno dopo giorno, settimana dopo settimana, mese dopo mese, anno dopo anno, mai forzandole la mano, mai pretendendo nulla da lei al di fuori di quello che ella avrebbe ritenuto giusto darle, e in ciò amandola, e amandola incondizionatamente, con la mente, il cuore e con l’animo, pregando tutti i propri dei affinché un giorno ella si fosse decisa a riconoscere quanto la loro amicizia, ormai, avesse trasceso i limiti dell’amicizia, per divenire qualcosa di più. Giusto era riconoscere qual propria famiglia Seem, colui che per suo amore, qual in fondo certamente era anche quello da lui provato, aveva accettato di riscrivere completamente la propria vita, aveva trovato la forza e la ragione di farlo, conquistandosi di diritto un posto in cui, sinceramente, ella non avrebbe mai visto alcuno prima di lui, né avrebbe avuto ragione di vederne altri dopo di lui, ammesso che mai vi sarebbe stato un dopo. Giusto era riconoscere qual propria famiglia Howe e Be’Wahr, coloro che, pur non conoscendola, pur nulla sapendo di lei al di fuori di qualche leggenda, avevano accettato sin da subito di affidarsi a lei, alla sua saggezza, alla sua maturità, accogliendola non solo qual una guida, ma qual una di famiglia, quella sorella maggiore a cui offrire fiducia incondizionata nella consapevolezza che mai avrebbe potuto cercare il loro male, che mai avrebbe potuto esprimersi in loro contrasto, ma che anzi, dovendo scegliere, sarebbe stata pronta al sacrificio per la loro salvezza, così come era già accaduto durante la loro prima avventura insieme, durante il recupero della corona perduta della regina Anmel.
Quale era, quindi, la sua famiglia? E a quale famiglia avrebbe dovuto la propria fedeltà?
Possibile che persino Desmair avesse avuto meno dubbi nel disconoscere la propria famiglia, nel momento stesso in cui questa gli si era rivoltata contro?
Sua madre lo aveva imprigionato, in quella realtà estranea alla realtà. Suo padre aveva creato dei mostri colossali al solo scopo di distruggerlo. Ed egli, semplicemente, aveva scelto di rinnegare ogni possibile valore famigliare per difendere il proprio diritto a esistere. Non che, in questo, ella avrebbe desiderato prendere a modello il proprio sposo, ovviamente, eppure non avrebbe potuto evitare di riconoscergliene atto. E, soprattutto, riflettere di conseguenza sulla propria situazione e sulle implicazioni che, dalla medesima, avrebbero dovuto derivare.

« Midda… » prese voce l’ombra di sua madre, rompendo il silenzio nel quale sino a quel momento aveva preferito restare, probabilmente allo scopo di torturarla maggiormente.

E Midda Bontor, Figlia di Marr’Mahew, Campionessa di Kriarya, trionfatrice dell’Arena di Garl’Ohr, ucciditrice di una chimera, sopravvissuta alla palude di Grykoo, nemesi eletta della regina Anmel Mal Toise, in quel momento decise di non essere ancora pronta a morire. Non in quel luogo. Non a quelle condizioni.
Così, con un volto trasformato in un’orrida maschera striata di sangue, al centro del quale troneggiavano due occhi azzurri color ghiaccio apparentemente splendenti di luce propria, ella risorse dal baratro della propria disperazione e, scattando in piedi, con la propria spada bastarda tornata a essere naturale prosecuzione del suo braccio mancino, ella balzò in avanti, sino ai due simulacri che desideravano riprendere l’immagine dei suoi genitori. E prima ancora che una sola altra parola potesse essere da loro pronunciata, ella mosse la propria lama a decapitarli entrambi, con un colpo netto e deciso, che alcuna pietà avrebbe potuto riservare.
Un grido, un ruggito forse, un ululato quasi, a metà fra rabbia e dolore, fu quello che si levò allora dal profondo della gola della donna, nel mentre in cui i suoi genitori, al pari di Ja’Nihr e Nass’Hya prima di loro, esplosero, sommergendola con nuovo sangue, con nuova, calda linfa vitale. E, al termine di quel grido, per quanto esausta, ella non crollò al suolo, non cadde in ginocchio, ma si rivolse direttamente al gorgo, e al Pozzo tutto, con voce carica di energia, trasudante tutta la propria forza…

« Avanti, lurido figlio d’una cagna purulenta! » lo insultò direttamente, quasi fosse un’entità cosciente, capace di comprenderne le offese e, per esse, di aversene a male « E’ tutto qui quello che sai fare? » lo sfidò, come non fosse soddisfatta per le offensive già a lei rivolte sino a quel momento « O pensi che possa essere sufficiente questo per portarmi allo sfinimento e costringermi a cedere innanzi all’idea della morte, dannato idiota?! »
« E’ vero! Lo ammetto! » insistette, continuando a gridare « Mi hai impressionato. E mi hai fatto soffrire. » confermò, nulla desiderando rettificare delle proprie precedenti reazioni « E ho sofferto perché, lo sai bene, mi sento responsabile per la morte di tutta quella brava gente! » puntualizzò, scuotendo appena il capo, con aria di commiserazione, benché non sarebbe potuto essere immediatamente evidente la ragione di simile reazione « Ma la sai una cosa? La vuoi sapere una cosa?! »
« Forse… e dico forse, quella gente potrebbe ora desiderarmi morta. Forse i loro spiriti mi stanno realmente accusando per quanto è loro occorso! » non negò l’eventualità, non volendo certamente rischiare di scatenare l’ira di alcuno spettro, reale o di sangue che esso fosse « Ma, per l’amore di tutti coloro che ancora oggi vivono, e tengono a me, non mi posso concedere alcuna resa. Non mi posso permettere di morire… non qui, non ora! »
« La mia famiglia mi sta aspettando… » soggiunse, ora con tono più moderato, non più rivolta verso il Pozzo, quanto verso se stessa, quasi a costringersi a ricordare quell’importante dettaglio « … e io non intendo deluderla. Non intendo deludere nessuno. »

Per troppi anni, la donna guerriero più famosa in quell’angolo di mondo, si era negata la consapevolezza di avere ancora una famiglia alla quale offrire riferimento. Nella sua memoria erano le famiglie alle quali era appartenuta, gli equipaggi delle navi sulle quali era vissuta oltre alla propria unica famiglia naturale; ma, dopo la tragica interdizione dal mare, a opera della sua gemella, ella si era obbligata a considerarsi sola, priva della possibilità di stringere, nuovamente, relazioni durature. Per questo ogni suo rapporto era fallito, per questo ella aveva sempre lavorato sola.
Ma in quegli ultimi anni, senza che ella se ne accorgesse, qualcosa era cambiato. E una nuova famiglia le si era creata attorno, che ella lo volesse o meno. Una famiglia che l’amava, e alla quale ella non avrebbe potuto negare di essere legata, da un vincolo di fiducia e di rispetto, oltre che, ovviamente, d’affetto e di premura. E se per quella famiglia ella sarebbe stata pronta a morire, ora era giunto il tempo di dimostrare come, e ancor più, per quella famiglia ella sarebbe dovuta essere pronta a vivere. Al di là di ogni difficoltà, al di là di ogni ostacolo, al di là di ogni avversità.

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