Midda's Chronicles - le Cronache

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Dopo la conclusione, con un finale particolarmente aperto, di "Non abbassare lo sguardo", è iniziata ieri sera la pubblicazione di "Non smettere di lottare", 48° racconto della saga regolare di Midda's Chronicles, riprendendo - ovviamente - il discorso rimasto in sospeso!
Buona lettura con il proseguo delle avventure della nostra ormai ex-mercenaria preferita in nuovi e inesplorati mondi, in un viaggio lungi dal potersi considerare concluso e che, certamente, proseguirà anche quando alfine superato il traguardo dell'11 gennaio 2018, ossia il decennale dall'inizio di quest'opera!

Grazie a tutti per l'affetto!

Sean, 25 novembre 2017

venerdì 19 ottobre 2012

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« Nelle leggende è tutto sempre così semplice. » commentò fra sé e sé, o forse ancora rivolta al proprio sauro, nel mentre in cui si guardò attorno alla ricerca di un qualche arbusto a cui legarlo, nel desolante panorama proprio di Gorthia, dimostrandosi critica nel merito dell’ipotesi suggerita dalle spiegazioni del proprio sposo « Ogni evoluzione è straordinariamente lineare, ogni evento è meravigliosamente comprensibile, il bianco è bianco, il nero è nero. Si vince o si perde. Peccato che nella realtà nulla sia mai così. » scosse il capo « Si perde sempre anche quando si vince. Il bianco si mischia troppo spesso al nero. Ogni evento è intraducibile e ogni evoluzione segue percorsi del tutto imprevedibili, spesso addirittura inintelligibili, quasi neppure li si fosse realmente vissuti. »
« Come si può arrivare a credere che dietro a un po’ di sangue, per quanto divino, possano essere riconducibili tante verità, tante spiegazioni, banalizzando straordinariamente l’origine di un intero popolo e i valori della nazione che hanno eretto, nel corso dei secoli?! » questionò, per un istante tacendo, quasi ad attendere una replica da parte della bestia, la quale si dimostrò tuttavia meno reattiva, meno coinvolta nel discorso rispetto a quanto non potesse essersi dimostrato il suo predecessore tempo prima « Per carità: non è mio desiderio prendere le parti della cultura gorthese, per me sicuramente apprezzabile sotto alcuni punti di vista, così come incomprensibile sotto molti altri. » argomentò « Tuttavia, da qui a escludere loro qualunque merito per il proprio sviluppo credo passi una bella differenza… »

In accordo con la cultura del regno di Gorthia, sicuramente, Midda Bontor avrebbe potuto vantare il comune apprezzamento per il valore guerriero al di sopra di ogni altra qualità. Entro quei confini, l’unica via riconosciuta per poter definire il proprio stesso io, la propria identità, come singolo all’interno della società, era quella della lotta, quella della forza e della determinazione in grazia alle quali forgiare il proprio presente e il proprio avvenire, in opposizione a ogni possibile idea contraria da parte di altri, a ogni possibile volontà a sé avversa. E anche per lei, solo tale unità di misura era mai stata riconosciuta qual meritevole di attenzione, non solo all’interno della propria stessa esistenza, ma anche nel rapporto con il proprio prossimo.
Mai ella aveva fatto mistero, del resto, di come l’unica ragione per la quale avesse concesso al proprio scudiero l’occasione di divenire tale, seppur all’inizio propostosi come quanto di più lontano possibile da una simile figura, della quale fra l’altro neppure ella abbisognava, era stato proprio in conseguenza alla forza e alla determinazione che questi aveva dimostrato nel volersi porre in tal modo in giuoco, rivoluzionando completamente la propria vita, mutando radicalmente il proprio fato per così come altri sembravano averlo voluto scrivere per lui sino a quel giorno, nel costringendosi a lottare per quel nuovo obiettivo, per quel nuovo traguardo che, alla fine, aveva dimostrato di meritare. Meritare non solo nello spingersi al sacrificio, e al sacrificio più estremo, per lei, suo cavaliere, dimostrandosi pronto alla morte per la sua salvezza… ma, anche e soprattutto, nel rifiutare di arrendersi alla morte, a un destino apparentemente segnato, ancora combattendo, ancora dichiarando guerra a tutto e a tutti, uomini e dei, ove ve ne fosse stato bisogno, per riservarsi la possibilità di gridare al mondo intero: “Io sono!”.
In contrasto, altresì, con la cultura del regno di Gorthia, la Figlia di Marr’Mahew avrebbe dovuto evidenziare una radicale differenza di vedute nel confronto con la sfera religiosa. Perché se ella pur tanto era legata alla dea Thyres, signora dei mari, dall’appellarsi esclusivamente a lei in ogni momento, spesso persino a sproposito; mai avrebbe potuto giungere a presumere l’unicità della stessa Thyres, escludendo per lei l’esistenza di qualunque altro dio o dea, così come, altresì, i gorthesi avevano compiuto, nell’abbracciare una fede monoteistica tale da prevedere quello che ella avrebbe potuto indicare qual dio Gorl, signore del fuoco e della terra, qual solo, Unico dio, rendendo blasfemia qualunque appellativo ad altri idoli pagani.
Ella, molto umilmente, non pretendeva di poter comprendere l’immensa natura di un dio e, proprio in questo, non avrebbe potuto imporsi con tanta arroganza e supponenza da escludere una qualche divinità in favore di qualcun’altra… o tutte in favore di una sola: e così come non avrebbe mai potuto personalmente gradire l’idea che qualche dio o dea si impegnasse a pontificare sul suo diritto a essere o meno; per amore del quieto vivere, in un clima di reciproco rispetto, ella riteneva controproducente impegnarsi ella stessa in direzione radicalmente opposta, seppur in termini del tutto equivalenti. Che qualunque dio, o dea, avesse diritto a esistere esattamente come lei combatteva per dimostrare di avere, senza dover rendere conto a lei esattamente come lei non desiderava essere costretta a offrir spettanza ad alcuno, mortale o immortale.

« Mmm… immagino che questo genere di questioni filosofali si spingano troppo oltre i confini del tuo personale interesse di consapevolezza esistenziale, vecchio mio. » sospirò, arrendendosi all’assenza di evidente reattività nel proprio destriero, apparentemente più interessato a constatare la costante e spiacevole assenza di erba da brucare nei dintorni « Lasciami trovare un punto dove legarti, giusto per non farti allontanare troppo in mia assenza, e prometto che mi dedicherò a questioni di ordine estremamente più pratico… prima fra tutte, comprendere come riuscire a varcare l’accesso al Pozzo del Sangue, nel considerare un accesso tanto minuto. »

Improbabile, non solo per lei ma anche per chiunque altro, fosse pur stato un bambino, sarebbe infatti risultato riuscire a penetrare in quella tana di talpa, senza prima impegnarsi a scavarne pesantemente il perimetro esterno. Un’azione che, tuttavia, avrebbe dovuto essere compiuta con premura, nella volontà di evitare possibili crolli, quali avrebbero potuto occorrere se, al di sotto di qualche pur apparentemente resistente strato di terra, o anche di roccia, vi fosse stata una qualche cavità.
Se una cosa la Campionessa di Kriarya aveva appreso in tutti quegli anni trascorsi da mercenaria e avventuriera, alla ricerca praticamente continua di tesori perduti, di preziose reliquie sepolte, era quanto infido avrebbe potuto essere un buco nel terreno. Sola, nella necessaria esclusione del proprio equino sodale da un rapido conteggio dei presenti potenzialmente attivi nella questione, se ella fosse rimasta coinvolta in una qualche frana, avrebbe potuto facilmente ferirsi in una misura tale da rendere addirittura desiderabile un’immediata occasione morte, ove, qual alternativa, le sarebbe stata riservata, forse e tremendamente, solo la possibilità di ritrovarsi immobilizzata, paralizzata e impossibilitata a uscire da quel budello, laggiù in tutto ciò pertanto condannata a una terribile fine per stenti, conclusione che, impietosa, sarebbe sopraggiunta solo dopo molti, troppi giorni, nei quali ella avrebbe avuto il tempo di soffrire in misura sufficiente da impazzire.
Nel confronto con una simile prospettiva, non solo auspicabile, ma addirittura irrinunciabile sarebbe quindi stata da parte sua una certa prudenza, sacrificando un approccio più impetuoso, e sicuramente più degno di una ballata, di una canzone, in favore di un progresso più delicato e, soprattutto, più prudente, tale da concederle la speranza di non commettere errori e di riportare a casa la propria pelle, la propria carne e le proprie ossa ancora intatte, e ancora facenti proprie la straordinaria forma che tanto soddisfaceva il suo adorato Be’Sihl e che ella sarebbe stata dispiaciuta a compromettere.

« E’ meglio se non penso a te, bello mio… » osservò amaramente, storcendo le labbra in una smorfia di insoddisfazione, e, in ciò, tentando di scacciare dalla propria mente l’immagine del suo amante, in attesa del suo ritorno in quel di Kriarya, nella loro locanda « Non avermene a male ma, in questo momento, non solo mi distrarrei, ma, peggio, mi deprimerei. E certi lavori è meglio condurli a mente lucida.. » spiegò a propria difesa, quasi lo shar’tiagho al centro delle sue fantasie e dei suoi sogni potesse essere lì presente ad ascoltarla e a contestare l’ipotesi di essere escluso da quel particolare contesto « Dopotutto, sono certa che vorresti ritrovarmi sana e salva. Quindi è meglio darsi da fare per non deluderti. Non troppo, quantomeno. » puntualizzò, non potendo escludere, in buona fede, l’eventualità di riportare qualche ferita, se non in quella missione in qualunque altra piega che avrebbe potuto caratterizzare quel suo ennesimo allontanamento da lui, sebbene, ovviamente, sperasse di evitarle o di ridurne al minimo l’occorrenza.

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