Midda's Chronicles - le Cronache

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Dopo la conclusione, con un finale particolarmente aperto, di "Non abbassare lo sguardo", è iniziata ieri sera la pubblicazione di "Non smettere di lottare", 48° racconto della saga regolare di Midda's Chronicles, riprendendo - ovviamente - il discorso rimasto in sospeso!
Buona lettura con il proseguo delle avventure della nostra ormai ex-mercenaria preferita in nuovi e inesplorati mondi, in un viaggio lungi dal potersi considerare concluso e che, certamente, proseguirà anche quando alfine superato il traguardo dell'11 gennaio 2018, ossia il decennale dall'inizio di quest'opera!

Grazie a tutti per l'affetto!

Sean, 25 novembre 2017

giovedì 18 ottobre 2012

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Al di là delle ottime premesse così poste a consolidamento del loro rapporto, fra Midda e il quadrupede non poté essere, purtroppo, alcun grande amore. Ella, infatti, e forse, romanticamente, proprio in quanto sospinta da un desiderio di premura, di preoccupazione nei suoi riguardi, e del destino che avrebbe potuto attenderlo, preferì negargli il proseguo di quell’avventura, in favore di un più tranquillo ritorno alla stessa stalla da cui lo aveva sottratto, a prezzo di un proficuo compenso, in quel di Krezya. Così facendo ella ebbe occasione di vedersi restituita, fra l’altro, una parte della somma inizialmente ipotecata per lui, somma che, con un necessario incremento, si riservò immediata occasione di reinvestire in una diversa cavalcatura, ora preferendo un equino più tradizionale, un comune sauro, con il quale condividere la strada che, di lì a breve, l’avrebbe attesa, dividendola dal proprio obiettivo finale.
Non che, in verità e al di là di qualunque possibile interpretazione emotiva, ella provasse particolare rancore per il sauro, tale da giustificare il rischio a cui, quietamente, accettò di sottoporlo nel sostituirlo al proprio amico mulo in quell’impresa. Molto più banalmente, ella dovette confrontarsi con un’esigenza diversa di movimento rispetto a quello richiestole nel muoversi fra le vette dei monti Rou’Farth, motivo per il quale sarebbe stato controproducente pretendere che fosse ancora lo stesso animale ad accompagnarla. Ciò senza escludere, comunque, che non si sarebbe certamente sacrificata per il proprio cavallo, così come non lo avrebbe sacrificato per sé, salvo trovarsi costretta a farlo dagli eventi. Dopotutto, quel cavallo, secondo le comuni quotazioni, le era costato persino più rispetto al mulo abbandonato, motivo per il quale si sarebbe riservata indubbia piacere a rivenderlo al suo precedente proprietario, o comunque a qualche altro stalliere, nel momento in cui quell’avventura fosse conclusa. Ammesso ma non concesso, quanto meno, di sopravvivere entrambi a quanto li avrebbe attesi, laddove se recuperare la corona della regina Anmel non era stata un’impresa ovvia, pur essendosi fatta accompagnare da tre valenti compagni di ventura; questa volta le sarebbe stato richiesto di affrontare qualcosa di persino peggiore, ai confini della follia, per così come, spiacevolmente, anticipato dallo stesso Desmair, nel presentarle, in termini sufficientemente precisi le tappe della missione verso la quale la stava indirizzando, dimostrando un certo, naturale e personale interesse per il positivo esito di tutto quello, di quel recupero pur tanto simile agli stessi da lui criticati nella propria stessa idea.
Proprio nella consapevolezza di quanto disturbante avrebbe dovuto essere considerato il proseguo di quella missione, ella preferì evitare di concentrare particolare attenzione, vivo interesse attorno a tale prospettiva, rimandando ogni questione al momento in cui non sarebbe più potuta essere posticipata, per concedersi, sino ad allora, maggiore serenità possibile, laddove, altrimenti, difficile o, peggio, improbabile, sarebbe stato riuscire a ovviare a una continua, e costante, distrazione rivolta a quanto sarebbe dovuto accadere, a quanto sarebbe presto occorso, sottraendo, tuttavia e spiacevolmente, energie e concentrazione al presente, all’immediato, e con esso a pericoli ignorando i quali difficilmente si sarebbe comunque sopravvissuti a sufficienza per giungere a un momento successivo e, formalmente, più delicato. Un atteggiamento, il suo, che qualcuno avrebbe potuto criticare qual estremamente cieco, limitato e, soprattutto, autolimitante, nel rifiutarsi una visione d’insieme, anche avendo luna volta tanto a possibilità di goderne; e che pur, dall’alto della propria esperienza pluriennale ella non ebbe esitazione nell’adottare, conscia di come, nel corso di qualunque propria missione, di qualunque propria avventura, o disavventura, gli eventi avrebbero potuto e dovuto essere affrontati solo uno dopo l’altro, e solo al momento più opportuno… non un istante prima, non un istante dopo, per non sprecare vanamente le proprie energie o, in alternativa, per non impiegarle tardivamente, entrambe eventualità che l’avrebbero vista, presto o tardi, ritrovarsi con la guardia abbassata e, in ciò, offrirsi spiacevolmente a qualunque avverso fato le sarebbe stato in tutto ciò riservato.
Così, benché insolitamente ella avrebbe potuto vantare di conoscere lo sviluppo finale dell’intera vicenda, la mercenaria dagli occhi color ghiaccio preferì impegnare tutto il proprio interesse, tutta la propria attenzione, in favore alla prima, e già non ovvia, prova da superare, nel raggiungimento dell’ennesimo delubro dimenticato dall’intera umanità, all’interno del quale, pur, era stata celata una delle più grandi armi che il mondo avesse mai avuto modo di conoscere. Un tempio, nelle parole del semidio, eretto attorno al luogo là ove la stessa D’Ana P-Or ebbe la premura di depositare il vaso contenente il sangue spillato dalle vene del fratello morente, il sangue di Marr’Mahew, sul quale alcuno, da quell’epoca propria del mito ai giorni odierni, aveva avuto il coraggio, o l’incoscienza, di allungare le proprie mani, sperando di conquistarlo con quanto, da ciò, sarebbe potuto derivare.

« Che poi… qualcuno potrebbe anche supporre che sia facile arrivare in un posto dopo che ti hanno indicato ove trovarlo… » commentò fra sé e sé, o forse in direzione del proprio equino sodale qual solo interlocutore offertole, in un momento non meglio precisato, privo di qualunque valore o merito, nel percorso del proprio avvicinamento all’obiettivo prefisso « Ma non è che, per giungere a questo particolare genere di mete, siano presenti cartelli di indicazioni a ogni bivio, o pietre miliari ai bordi di ogni strada, a conferma della correttezza delle scelte compiute. » obiettò « Se sono luoghi dei quali l’umanità ha dimenticato l’esistenza per secoli, millenni forse, vi sarà pur una qualche dannata ragione… o no?! E non perché meritino di restare dimenticati… ma perché sono un gran problema a essere raggiunti! »

Un lamento, il suo, in effetti più psicologico che pratico, dal momento in cui, al di là della scarsità di punti di riferimento a cui far fede, fra le indicazioni ricevute e la propria personale esperienza, non fu poi tanto improbabile riuscire a definire i limiti entro i quali muoversi per una ricerca puntuale del proprio primo traguardo, ritrovandosi solo costretta a setacciare, invero più sostanzialmente che metaforicamente, un’area di non più di cinque miglia quadrate prima di individuare quanto ricercato, quanto lì atteso nella propria presenza. Dopo qualche settimana di viaggio a cavallo oltre i confini di Kofreya, verso gli inospitali e i pericolosi territori di Gorthia a nord del suo regno di attuale residenza, e una lunga giornata di ricerche a tappeto, con annesse nottate di obbligata sosta; ella riuscì pertanto a venire a capo del bandolo della matassa, ritrovando quanto, chiunque, avrebbe minimizzato essere una semplice tana di talpa, o una mera fenditura nel terreo priva di qualunque valore, ma che, secondo quanto riferitole dallo sposo, avrebbe dovuto essere altresì riconosciuto proprio come quanto rimasto l’accesso a ciò che un tempo era conosciuto, e temuto, con il nome di… Pozzo del Sangue.
Secondo quella che Desmair aveva proposto come cronaca, ma che Midda aveva necessariamente tradotto come leggenda, riconoscendola riportata con eccessivo amor del dettaglio per potersi considerare effettiva realtà dopo tanto tempo, nel Pozzo del Sangue sarebbe stato convogliato, da ogni angolo di Qahr, e forse del mondo intero, ogni stilla di sangue versata in conseguenza a una morte violenta, a un omicidio, a una strage, a una battaglia o, anche solo, a un duello. Un osceno fiume scarlatto che lì sarebbe stato richiamato in maniera spontanea proprio dalla presenza del suo obiettivo, del Primo Sangue, quello del quale proprio D’Ana P-Or avrebbe dovuto essere riconosciuta colpevole, e, sin dall’epoca del mito, non solo avrebbe maledetto l’intera area a sé circostante, rendendola un territorio brullo e inospitale, e costringendo inconsapevolmente coloro che lì risiedevano, o avrebbero riseduto, a fondare tutta la propria esistenza su una continua guerra, nella ricerca della morte per mano di un avversario a sé superiore qual sola via nella quale glorificare se stessi e il proprio Unico dio, o quanto, a questo punto, frainteso qual tale; ma, ben peggio, sarebbe stato, a tempo debito, reimpiegato da mistici fedeli a un antico culto di Marr’Mahew, o qualcosa di assimilabile, per proteggere quella reliquia di inestimabile valore, e di inconcepibile potere, da attenzioni indiscrete con quanto di più prossimo a una maledizione, ancor prima che a una stregoneria.
Una sola comune, e per lei sin troppo facile, spiegazione, quindi, ipoteticamente valida non solo per giustificare l’esistenza di una nazione qual quella gorthese, con tutte le proprie peculiarità; ma anche le prove che la Campionessa di Kriarya, e proprio in Gorthia già trionfatrice eletta della terribile Arena di Garl’Ohr, avrebbe dovuto affrontare nel proprio desiderio di riconquista di quel sangue e di quell’arma.

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