Midda's Chronicles - le Cronache

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Conclusa la lunga, lunghissima (tre anni...) pubblicazione de "Il viaggio continua", il racconto che, nella mia memoria sarà ricordato come l'episodio dell'ora più buia di questa pubblicazione; inizia oggi "Non abbassare lo sguardo", il 47° racconto della saga regolare di Midda's Chronicles (50° considerando anche i tre racconti pubblicati all'insegna del marchio Reimaging Midda)!
Racconto che, quindi, oltre ad avere potenzialmente un numero importante, ci accompagnerà verso il traguardo dell'11 gennaio 2018, ossia il decennale dall'inizio di questo viaggio insieme!

Grazie a tutti per l'affetto!

Sean, 5 ottobre 2017

venerdì 5 ottobre 2012

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La prima volta che Midda Bontor aveva incontrato Fath'Ma, era stato quando, sotto le mentite spoglie della serva M'Aydah, semplice storpiatura del proprio nome secondo la pronuncia tipica y’shalfica, ella si era introdotta con discrezione in uno dei più importanti e onorati harem del fronte occidentale del vasto regno d’Y’Shalf, ovviamente al fine di portare a compimento una propria, insolita, missione. Nelle settimane, addirittura mesi, nel corso dei quali Midda era stata costretta a celarsi, al pari di tutte le donne dell’harem, sotto un pesante e soffocante burqa, invero per lei utile al fine di non palesare la propria reale identità; Fath’Ma era stata una delle poche, se non l’unica, amica con la quale aveva potuto condividere momenti di sincero rilassamento, per quanto, ovviamente, neppure con lei si fosse fidata a presentarsi con il proprio volto e il proprio unico e, inequivocabile, aspetto, fingendosi così integralista, nel rispetto delle regole proprie di una fazione minoritaria della realtà locale, da preferire mantenere il proprio volto e il proprio corpo celato anche quando solo in presenza di altre donne, così come, invece, avrebbe potuto essere scusata nel privarsi dell’ingombrante indumento, per lei mascheramento..
Quando, tuttavia, la mercenaria fu costretta, dal mero passaggio del tempo più da una serie di immancabili imprevisti, a pensare di concludere la propria missione, Fath’Ma, a lei sinceramente affezionata, scoprì involontariamente la realtà dei fatti e, in ciò, si sentì purtroppo tradita, tanto da spingersi a denunciarla alle autorità dell’harem. Evento che, parimenti, fece sentire anche la donna guerriero da lei tradita, spingendola a rapirla, sostanzialmente, per tentare di spiegarle le proprie ragioni e farle comprendere la propria posizione, oltre all’esistenza di una concreta e immutata stima nei suoi riguardi. Conseguenza di tale sequestro, purtroppo, fu proprio l’incontro, su quelle vette montuose, con il semidio Desmair, dal quale, tuttavia, l’ultima volta che entrambe si erano salutate, ella si era convinta essere riuscita a salvarla.
Convinzione, tragicamente, errata.

« Il tuo padrone…?! » ripeté la Figlia di Marr’Mahew, in parte sospettando, in parte temendo, di aver ben compreso a quale padrone la sua interlocutrice potesse star offrendo riferimento e, malgrado ciò, non desiderando immediatamente accettare quell’eventualità, troppo folle per esser accolta in maniera banale, qual mero pettegolezzo.
« Il tuo sposo. » esplicitò l’altra, ancora senza dimostrare particolare emozione in ciò « Desmair, signore e padrone di queste terre, nonché legittimo erede dell’intero continente di Qahr. »

A quelle parole, se solo gli eventi gliene avessero perdonato l’iniziativa, Midda si sarebbe volentieri messa a a piangere lacrime amare, cariche di dolore e di pena. Pena per la propria interlocutrice, e un tempo amica, e pena per se stessa, colpevole di aver, più o meno indirettamente, rovinato la vita a un’altra persona, ultima di un elenco di morti, o quasi tali, sin troppo esteso per poter essere minimizzato qual semplice eventualità.
Purtroppo… forse, tutto quello avrebbe dovuto essere considerato al pari di un giusto tributo preteso dagli dei a compenso della propria stessa sopravvivenza, della sua ostinata e inalterata esistenza in vita a discapito di ogni terribile disavventura vissuta, di ogni letale pericolo affrontato, di ogni inviolabile limite superato. Le morti che le sarebbero dovute essere proprie, le pene che le sarebbero dovute essere imposte, e di fronte alle quali ella si era sempre sottratta, sembravano essere state da sempre state reindirizzate, nell’esigenza di un folle equilibrio cosmico, a discapito di coloro che a lei avevano commesso l’errore di avvicinarsi eccessivamente, o, peggio, di affezionarsi a lei. E il fatto che Fath’Ma fosse ancora in vita, non avrebbe dovuto essere considerato, da parte della medesima, un’eventualità fortunata: non, quantomeno, ove quell’oscenità fosse riconosciuta qual esistenza in vita.

« Per il buon cuore di Thyres… » gemette, scuotendo appena il capo, nel limitare le lacrime ma non lo sconforto per l’evidenza di quanto accaduto « … mi dispiace, Fath’Ma… mi dispiace davvero. »

Quasi ella neppure avesse parlato, la sua interlocutrice non mostrò la benché minima reazione alle sue parole, pur animate da un sincero sentimento di pentimento e di rammarico. E alla Campionessa di Kriarya non venne concessa la benché minima opportunità di comprendere le ragioni proprie di tale silenzio, nell’ipotesi, non ovvia, che esistessero delle ragioni in tal senso. Perché, per quanto le fosse dato di conoscere, poco o nulla, in quel frangente, sarebbe potuto essere sopravvissuto della mente di Fath’Ma, a dispetto del suo corpo, in un’eventualità che, a ben vedere, avrebbe potuto persino considerare auspicabile, qual preferibile alternativa a un presente, e un futuro, qual serva di un tanto terribile padrone.
Padrone al quale, tuttavia e insistentemente, la figlia d’Y’Shalf volle dimostrarsi legata, nel riprendere voce dopo qualche istante di quello che, evidentemente, volle considerare dall’altra qual mero silenzio.

« Il mio padrone può aprirci un passaggio verso la propria dimora che ignori la cinta degli assedianti, e i limiti da questi ipoteticamente imposti al suo potere. » annunciò, con il tono distaccato e privo di emozioni già dimostrato qual proprio « Tuttavia, prima che ciò accada, desidera chiarire come, nel caso in cui tu desiderassi ricorrere a espedienti al pari di quello già adottato in occasione della tua ultima visita, i kahitii non saranno probabilmente tolleranti nei tuoi confronti, e ti faranno a pezzi ancor prima che tu possa comprendere cosa sia accaduto. »
« I… kahitii?! » ripeté ella, aggrottando la fronte a quel particolare termine, ovviamente subito intendendo a quali soggetti avesse a riferirsi.
« Creature generate dal dio Kah, padre di Desmair, a propria immagine e somiglianza, quali involucri terreni del proprio altresì ineffabile potere divino. » spiegò Fath’Mah, per tutta risposta, senza sconvolgersi all’ignoranza dimostrata dalla propria interlocutrice, qual tale le era apparsa « Alcun kahitio è pari, in potere o brutalità, al dio Kah loro creatore. E pur, anche singolarmente, uno solo fra loro potrebbe annientare un’intera nazione in pochi giorni, senza che alcuna arma mortale, o esercito, possa sperare di arrestarlo. »
« Kahitii… » insistette nel ripetere la Figlia di Marr’Mahew, quasi a dimostrare di aver compreso il concetto.
« Sì. Kahitii. » annuì l’altra, con la medesima serenità con cui avrebbe potuto confermare la denominazione dell’erba, dell’acqua o del sole sopra le loro teste.

Per un istante, nel confronto con la totale apatia dimostrata da colei divenuta, ormai, serva di Desmair, la mercenaria non seppe come reagire, non riuscì a immaginare cosa poter fare, o dire, di adeguato a quel momento, a quella situazione. Tuttavia, nel confronto con la battaglia imperversante a qualche miglio di distanza, eppur così apparentemente prossima nelle colossali dimensioni tanto della fortezza, quanto dei suoi assedianti, l’inconscio della donna la costrinse a ragionare con maggiore reattività, non concedendole occasione di smarrimento e, anzi, imponendole di relazionarsi con la realtà a lei circostante con la maggiore obiettività possibile, e con il maggiore controllo possibile, per non perdere di vista, innanzitutto, i propri scopi, tanto nell’immediato come a lungo termine, e in secondo luogo, la necessità di un proprio tornaconto personale, tale da non rendere quel viaggio qual un’inutile spreco di tempo e di denaro, non amando né lo spreco dell’uno, né, tantomeno, quello dell’altro, per propria conformazione caratteriale e, probabilmente, anche per una certa deformazione professionale, tale da costringerla a valutare ogni propria scelta sulla base dei costi e dei benefici che dalla medesima sarebbero potuti derivare.
Ben memore delle ragioni che l’avevano spinta sin lassù, pertanto, ella annuì. E annuendo sorrise verso Fath’Ma, decisa a non permetterle più ulteriore controllo sulle proprie emozioni, con il senso di colpa necessariamente derivante dal triste spettacolo da lei offerto.

« Andiamo, allora. » la invitò « Non mi pare il caso di lasciar attendere il mio maritino, ove egli ha dimostrato tanta premura da inviarmi un simile comitato di benvenuto. » commento, intimamente ripromettendosi di chiedere conto anche di ciò, dell’asservimento della povera Fath’Ma ai propri disgustosi scopi, a tempo debito… al momento in cui si sarebbe preparata a menare il colpo di grazia in contrasto al proprio sposo.

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