Midda's Chronicles - le Cronache

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E dopo tante peripezie... riprendiamo oggi la pubblicazione regolare delle Cronache di Midda!
Dal momento che sono trascorsi due anni dall'inizio della pubblicazione della 46° avventura di Midda, analogamente a quanto già fatto per Un altro morde la polvere, per qualche giorno saranno ripubblicati tutti gli episodi già irregolarmente pubblicati fra la fine del 2014 e l'inizio del 2015, per poi procedere con il proseguo delle vicende della nostra mercenaria preferita... e questa volta della sua versione "Terra Prime"!

Grazie a tutti per l'affetto e la fiducia dimostratami...

Sean, 7 agosto 2017

martedì 2 ottobre 2012

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Al di là dei timori espressi, Midda Bontor avrebbe potuto vantare un ottimo spirito d’orientamento, qual, del resto, avrebbe dovuto necessariamente caratterizzare chi cresciuto per mare e, successivamente, maturato in dozzine, centinaia di avventure in continuo peregrinare. Così, benché avesse percorso la via dallo smisurato palazzo del suo sposo a Kofreya, e Kriarya per la precisione, città del peccato in essa; ella non avrebbe potuto riservarsi effettivi dubbi sul percorso da seguire, sulla via da ricercare. Non in misura maggiore, quantomeno, di quelli che avrebbe potuto avere all’interno della capitale da lei resa qual proprio domicilio, e della quale era stata riconosciuta Campionessa, per ritrovare la locanda posseduta in comproprietà con il suo adorato Be’Sihl, e che proprio questi, in onore suo e delle imprese da lei compiute all’interno della medesima urbe, aveva voluto denominare "Alla Signora della Vita".
Senza alcun sostanziale rischio di smarrire la via, quindi, ella avanzò lungo quelle vette temibili e temute, trascinando seco il mulo che aveva eletto qual proprio unico compagno di viaggio. Una scelta che ella aveva voluto considerare oculata nel confronto con una duplice necessità: quella di essere affiancata da un solido supporto per un pur minimo approvvigionamento di cibo e acqua; e, ancor più, quella di poter mantenere, al proprio fianco, una sempre apprezzabile riserva di cibo, nel momento in cui le cose si fossero potute sviluppare in pessimi scenari, anche estranei a quelli che ella avrebbe potuto, e aveva, preventivato qual possibili, eventuali, prossimi. Ovviamente ella sarebbe stata più che lieta di ricondurre a Krezya quel mulo e, così facendo, di poter riottenere almeno in minima parte il prezzo pattuito per esso. Ciò nonostante, dovendo scegliere fra il proprio futuro e il suo, non avrebbe avuto dubbio alcuno: quella povera bestia avrebbe dovuto considerarsi qual quietamente sacrificabile… con tutto il necessario e legittimo rispetto del caso.
In passato, d’altronde, costretta con le spalle al muro, ella non si era fatta remore di sorta a sacrificare bestie più possenti, e più preziose, rispetto a quel quadrupede. Proprio fra le vette di quella catena montuosa, seppur in un’area più a nord, ella aveva tradotto in succulente bistecche un immenso equino, da lei conquistato in combattimento con l’uccisione del suo precedente proprietario: e dove anche molti, non conoscendola, non avevano compreso il perché di quella scelta, dando già per scontato, per ovvio che ella avrebbe reso quell’immenso animale qual proprio adorato destriero; pochi, conoscendola, avevano subito immaginato che una tale ipotesi difficilmente si sarebbe tradotta in realtà, dal momento in cui, non essendo cresciuta per vie di terra, quanto e piuttosto per vie di mare, ella non aveva mai sviluppato particolari affezioni per le proprie cavalcature, minimizzandole a semplici mezzi di trasporto privi, nonostante tutto, di quell’anima che invece, qual marinaia, ella era in grado di riconoscere a una nave.
Dati simili presupposti, probabilmente, se solo quel mulo avesse avuto coscienza del genere di persona che lo accompagnava, avrebbe formulato qualche chiara volontà di evasione da lei, di fuga dal cupo fato di morte che ella, oggettivamente, avrebbe potuto incarnare per lui. Fortunatamente o sfortunatamente, a seconda dei punti di vista, quella sventurata bestia non aveva, né avrebbe potuto avere, coscienza di ciò che, potenzialmente, lo attendeva, ragione per la quale con assoluta serenità continuò a seguire la donna lungo quell’impervio sentiero, con quella bizzarra e comunemente non immaginabile agilità che ne caratterizzava la razza, rendendolo non solo ideale, ma anche indispensabile in quel determinato genere di percorsi, non a caso definiti quali mulattiere.
A dispetto, difatti, dell’aspetto tozzo, e di una fama che non lo contemplava qual animale particolarmente intelligente, a differenza, anche solo, della propria genitrice, quasi suoi avessero da considerarsi meramente i retorici difetti del genitore; il mulo, in senso generale, avrebbe dovuto essere riconosciuto qual una delle più affidabili bestie da soma esistenti, affidarsi al quale non avrebbe lasciato spazio ad alcun rimorso, ad alcuna recriminazione a posteriori, nella più completa soddisfazione che dal suo impiego sarebbe potuta derivare, anche in assenza del portamento, dell’eleganza o della velocità di un cavallo. E la Figlia di Marr’Mahew, al di là della propria non idolatrante propensione in favore degli animali e della loro sopravvivenza a discapito della propria; non avrebbe mai potuto negare tale realtà, avendo avuto già più volte a che fare, in passato, tanto con cavalli, quanto con asini e, ancora, muli, in misura sufficiente a distinguere e accreditare i giusti pregi agli uni, agli altri e ai terzi ancora. Così, se, dovendo compiere una rapida traversata del regno, o, più banalmente, il tragitto fra Kriarya e la non distante, ma pur non prossima, Krezya, ella non avrebbe avuto esitazione a servirsi di un cavallo preso a noleggio in una stalla; parimenti per compiere il tragitto da Krezya al palazzo del proprio sposo non si sarebbe riservata dubbio alcuno nel votare in favore di un mulo, certa che, in sua grazia, avrebbe ottenuto un sicuro aiuto, tale da rendere il suo viaggio palesemente più comodo.
Trascinando il mulo, quindi, ella avanzò con incedere sicuro attraverso quelle vette, certa di quanto, prima del calar delle tenebre, avrebbe dovuto ritrovarsi, quantomeno, a contatto visivo con l’immensa maestosità di quella fortezza, nel confronto con la possanza della quale ella sarebbe risultata sì minuscola da potersi permettere, persino, di scivolare entro iil naturale spazio presente fra le due ante di uno smisurato portone, facendosi strava verso un ambiente che, entro il giorno seguente, avrebbe sconvolto ogni sua percezione sensoriale come già avvenuto in passato, in conseguenza di leggi estranee alla quotidianità e nel merito della comprensione delle quali, onestamente, ella non avrebbe perduto il proprio sonno.
Attendendosi di incontrare il palazzo entro sera; attendendosi di confrontarsi con la sua maestosità semidivina, al pari del proprio anfitrione; attendendosi di avere a che fare con logiche del tutto estranee a qualunque  sua possibilità di comprensione; ella non avrebbe mai potuto parimenti attendersi ciò che, tuttavia, la attese nel momento in cui, rispettando la sua personale tabella di marcia, ella si ritrovò a contatto visivo con la propria meta…

« … Thyres… » gemette, con un filo di voce, sgranando gli occhi con sincero e vivo stupore.

… anche perché ciò che le venne offerto non sarebbe potuto essere previsto da alcuno. Né, parimenti, sarebbe potuto essere atteso da alcuno: non da lei; non da chi più saggio di lei; né da chi più stupido rispetto a lei; ove, innanzi a tutto ciò, a ben poco sarebbe valsa l’intelligenza dell’uno o la semplicità dell’altro.
Tuttavia, per quanto forse assurdo, probabilmente persino osceno nella propria presenza, più simile a un insulto all’intero genere umano, che a uno scenario di guerra; quanto le si palesò innanzi allo sguardo, ancora, e fortunatamente, a molte miglia di distanza dalla propria posizione, risultò indubbiamente e indissolubilmente vero e concreto. E nella violenza intrinseca in tutto ciò, ove forse in termini a lei addirittura alieni, data la particolare natura degli attori lì coinvolti; al di là dello stupore iniziale, della sorpresa necessaria e inevitabile, la donna guerriero, già considerata prole della dea della guerra propria del pantheon di alcune isole a occidente di Kofreya, ebbe di che ritrovarsi in un ambiente per lei più familiare, più domestico di quanto non sarebbe potuto esserlo la sua stessa camera da letto. Perché ella, che nella guerra era cresciuta e nella guerra si era temprata, e sempre per propria esplicita volontà e non per qualche maledizione del fato, per i capricci di un destino avverso, non avrebbe potuto reagire in alto modo innanzi all’immagine di una battaglia, per quanto epica, per quanto, forse, estranea a ogni possibilità di interferenza.
Battaglia: perché al di là di tutto; al di là del particolare contesto e degli ancor più particolari schieramenti; quella in atto avrebbe dovuto essere riconosciuta qual una battaglia, in una nuova guerra che, accanto a quella fra Kofreya e Y’Shalf, stava aveva eletto quei monti a propria ambientazione. Una guerra indubbiamente ancor più terrificante di quella già lì in corso da decenni, forse secoli; sebbene priva dello stesso sangue, priva dello stesso sacrificio di morte qual solo avrebbe potuto caratterizzare degli antagonisti umani, qual i soldati kofreyoti e quelli y’shalfichi erano, e che mai, invece, avrebbe potuto essere proprio di creature sovrannaturali… divine.
Divine: perché al di là di qualunque interpretazione si potesse voler attribuire a quanto lì in atto, ciò che si presentò allo sguardo di Midda Bontor in alcun altro modo si sarebbe potuto definire se non quale una… guerra fra dei!

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