Midda's Chronicles - le Cronache

News & Comunicazioni

Conclusa la lunga, lunghissima (tre anni...) pubblicazione de "Il viaggio continua", il racconto che, nella mia memoria sarà ricordato come l'episodio dell'ora più buia di questa pubblicazione; inizia oggi "Non abbassare lo sguardo", il 47° racconto della saga regolare di Midda's Chronicles (50° considerando anche i tre racconti pubblicati all'insegna del marchio Reimaging Midda)!
Racconto che, quindi, oltre ad avere potenzialmente un numero importante, ci accompagnerà verso il traguardo dell'11 gennaio 2018, ossia il decennale dall'inizio di questo viaggio insieme!

Grazie a tutti per l'affetto!

Sean, 5 ottobre 2017

martedì 31 luglio 2012

1655


« N
on sei una dea, Nissa Bontor! » replicò, con tono freddo, gelido almeno quanto i suoi occhi color ghiaccio, identici a quelli della gemella e pur più abituati a dimostrare tanto distacco da ogni emozione umana « Tu sei solo una donna con il cuore avvelenato, capace soltanto di distruggere tutto ciò che la circonda, tutto ciò con cui viene a contatto! »

Per un fugace istante, il reazione a quelle parole, la regina di Rogautt sembrò smarrirsi in qualche pensiero lontano, perdendo apparentemente contatto con la realtà a lei circostante.
Una leggerezza, una distrazione, la sua, della quale la mercenaria avrebbe potuto, e probabilmente voluto, approfittare se solo le fosse stata più prossima, ma che, data la distanza esistente fra loro, si ritrovò a essere per quest'ultima sufficientemente inutile. Ove anche, malgrado lo spazio fra loro, la donna guerriero avrebbe potuto tentare un azzardo notevole nello slanciare in contrasto alla controparte la propria lama bastarda, in un improbabile incrocio fra un pugnale e un giavellotto; ella non si concesse l'occasione di manifestare in maniera tanto palese la propria idiozia, dal momento che, con tal gesto, si sarebbe semplicemente privata della propria principale risorsa offensiva, senza alcuna certezza di poter in ciò ottenere concreto predominio sull'altra e, altresì, con la spiacevole probabilità di restare completamente disarmata, e inerme, innanzi ai capricci di una già dimostratasi potente antagonista.
L'altra, da parte propria, terminò quel momento di oblio, di distacco dal Creato al quale anch'ella apparteneva, ritrovando voce e, ora, abbandonando apparentemente quell'aura di supponenza e superiorità nella quale sembrava essersi prima avvolta, non più facendo riferimento a eventi propri di un passato lontano nel quale la Figlia di Marr'Mahew le aveva tolto quanto proprio, quanto di suo diritto quale retaggio paterno; ma tornando a offrire riferimento a tematiche purtroppo fra loro già discusse, già affrontate, con concreto dispiacere della medesima gemella inquisita, la quale, proprio malgrado, difficilmente avrebbe potuto trovare delle argomentazioni a proprio favore, in contrasto alle iraconde parole della propria inquisitrice, di colei che, da lungo tempo, l'aveva già condannata.

« Non immaginavo che tu potessi essere così stupida da tornare ancora su questo argomento, Midda… » obiettò Nissa, scuotendo il capo e, ora, sorridendo con aria divertita, ironica e, addirittura, sarcastica, in contrasto alle accuse della controparte « Sarei io ad aver distrutto tutto ciò con cui sono venuta a contatto? » domandò, con tono necessariamente retorico « No. Sorella. No. Ne abbiamo discusso già troppe volte. » sospirò, con aria addirittura stanca.
« Tu hai abbandonato la tua famiglia, per seguire i tuoi egoistici propositi di gloria. Tu hai ucciso tutti coloro che ti sono stati vicini, tutti coloro che hanno commesso l'errore di amarti. Tu… non io. » puntualizzò, riprendendo immediatamente voce prima che all'altra potesse essere concessa occasione di addurre elementi a contrato di quella tesi « Io non ho mai abbandonato la nostra famiglia. Io ho costruito una nuova famiglia. Io ho dei figli, frutto del mio grembo fertile, allattati ai miei seni colmi di latt... »

A quell'asserzione, così simile a una malevole offesa nei suoi riguardi, la Campionessa di Kriarya perse, estemporaneamente, il controllo sui propri pensieri, sulle proprie emozioni, avvertendo il proprio cuore battere improvvisamente con un ritmo tanto intenso da sembrare prossimo a esplodere, il sangue ribollire nelle proprie vene, e il suo sguardo tingersi di rosso, nel confronto con uno dei drammi, delle tragedie più crudeli di tutta la sua vita. Qualcosa della quale non aveva voluto riferire testimonianza quasi ad alcuno, e di cui si era ben guardata da riferire nella canzone che ella stessa aveva voluto porre in circolazione nel merito della propria gioventù, delle scelte, giuste o sbagliate, che avevano influenzato la sua intera esistenza, conducendola a divenire ciò che era. Qualcosa che, suo malgrado, era stata la prima e reale causa di separazione dal suo un tempo tanto amato Salge Tresand, nel confronto del quale non si era più riuscita a sentire la donna che, prima di quegli eventi, era.
Perché nel giorno in cui Nissa le segnò il viso con un orrido sfregio, un'altra profonda cicatrice venne scavata nelle sue carni. Una cicatrice della, a differenza della prima, ella non aveva mai voluto cercar vanto e che aveva, altresì, sempre tentato di celare fra gli altri ricordi di molte battaglie, di troppi scontri, segni che sulla sua candida pelle talvolta si erano quasi completamente rimarginati, non offrendo più parvenza della propria presenza, e talvolta no.

« Sei stata tu a privarmi della possibilità di avere dei figli, lurida cagna… vacca… meretrice… strega! » gridò, non riuscendo a evitare di ritrovarsi gli occhi carichi di lacrime, per un dolore mai realmente spento nel proprio cuore, ma solo sopito « Tu e la tua spada che avete volontariamente scavato nel mio ventre quanto sufficiente a rendermi sterile, negandomi per sempre la possibilità di avere dei figli da stringere a me. E, non contenta, hai voluto umiliarmi completamente sottraendomi quello che sarebbe dovuto essere il mio erede, il figlio che Salge Tresand avrebbe dovuto concedermi… e che tu hai cresciuto in odio al meraviglioso uomo che era suo padre! L'uomo che i tuoi sgherri hanno ucciso a tradimento, da vigliacchi, colpendolo alle spalle innanzi al mio sguardo. »
« Come osi, tu, parlarmi dei tuoi figli? » insistette, con odio ora palpabile nella voce, ira che difficilmente avrebbe potuto essere placata in assenza di sangue, copioso e abbondante, spillato dalle arterie della sua antagonista « Come osi tu vantare le doti del tuo fetido ventre e dei tuoi luridi seni, dei quali anche la peggiore fra tutte le prostitute di Kriarya avrebbe ribrezzo?! » attaccò, senza la benché minima esitazione nel proprio insistere in sua offesa « Tu non sei una madre, e neppure una donna, Nissa! Tu sei solo una pustola rigonfia di cancrena, capace di vomitare soltanto oscenità ripugnanti dal tuo corpo. E io ti giuro che estirperò il male che tu rappresenti, con tutte le mie forze… non offrendo alla Storia neppure il ricordo della tua esistenza in vita! »

Attacco verbale di straordinaria violenza, quello che Midda riservò proprio in replica alle parole della gemella, in conseguenza al quale la medesima ira divampata in lei esplose anche nella gemella, annullando in lei qualunque memoria di quell'altra voce, di quell'altra espressione, sino a un istante prima rese proprie, soffocate in quel mentre da tutti i sentimenti affollatisi nel cuore e nell'animo della donna. E oramai divise solo da poche decine di piedi di distanza, inevitabile fu lo scontro fra loro, allora non più combattuto con incomprensibili energie mistiche, l'esistenza delle quali era già stata obliata, ma con la forza dei loro corpi e delle loro armi, immediatamente sospintisi gli uni a contatto degli altri, nella sola volontà di rendere reciprocamente conto, l'una all'altra, di tutte le colpe entrambe presentate a discapito della controparte e a difesa delle proprie iniziative, delle proprie ragioni.
E se la spada della Figlia di Marr'Mahew non avrebbe potuto incontrare rivali, nell'essere stata magnificamente forgiata secondo quelle tecniche note solo a pochi artigiani figli del mare; il tridente della regina di Rogautt non si presentò da meno, plasmato con la medesima lega.
E se l'esperienza della donna guerriero non avrebbe potuto incontrare rivali, nell'essersi formata in centinaia di campi di battaglia, di missioni oltre ogni umana possibilità di successo; quella della donna pirata sua antagonista non avrebbe potuto essere considerata da meno, acquisita in grazia al sangue di altrettanti avversari e di altrettante incredibili sfide.
Così né l'una, né l'altra avrebbero potuto essere riconosciute in una posizione di palese vantaggio, tale da rendere ovvio l'esito di quel conflitto. E, nel momento in cui le loro armi si incrociarono, nell'attimo in cui i loro identici corpi quasi si sfiorarono, alcuna poté conquistare la soddisfazione di una clamorosa vittoria, in uno straordinario trionfo, ottenendo, al contrario, un terribile ed estenuante stallo, in un perfetto equilibrio reciproco che, improbabilmente, si sarebbe potuto sciogliere nella predominanza di una sull'altra.

lunedì 30 luglio 2012

1654


« T
h… y… re… » gemette senza fiato, per l'impeto che aveva travolto tutto il suo busto, costringendola, quasi, a vomitare la colazione del mattino e la cena della sera prima, tanto straordinaria ebbe a considerarsi, peggiore, se possibile, a quello che sarebbe potuto essere il pugno di un gigante, o, per lo meno, a quella che ella avrebbe potuto immaginare essere il pugno di un gigante, non avendolo ancora, concretamente, mai provato, nella difficoltà a reperire giganti in circolazione nella propria epoca moderna.

Smarrita per qualche istante nell'alto dei cieli, ad almeno trenta, forse quaranta, o poco più, piedi da terra, qualunque persona, qualunque guerriero, qualunque mercenario, si sarebbe ritrovato a essere sì sconvolto da non riuscire a pensare ad altro che alla propria imminente morte, alla propria ormai certa disgrazia, conseguenza di palese stolidità, qual sola avrebbe potuto e dovuto essere considerata quella atta a ipotizzare di poter sopravvivere, con le proprie forze, a una creatura tanto potente, a una nemica evidentemente superiore alle proprie possibilità di confronto. Midda, che avrebbe potuto essere descritta in ogni modo ma non con un simile aggettivo, minimizzandola al pari di ogni altra persona esistente nei tre continenti conosciuti, non reagì tuttavia in tale misura, non si concesse di restare inerme innanzi al pensiero di quanto dolorosa sarebbe potuto essere la propria dipartita: con l'idea della morte, ella era venuta a patti già tanto tempo fa, praticamente ancora bambina, quando seguendo gli insegnamenti del suo primo maestro, Degan, aveva iniziato a intraprendere quella via che, alla fine, l'avrebbe condotta a essere ciò che era poi divenuta.
Qual guerriera, ancor prima che mercenaria o avventuriera, ella era perfettamente conscia che ogni nuova alba osservata sarebbe potuta essere l'ultima della propria esistenza, ogni nuova parola pronunciata sarebbe potuta essere quella con cui il mondo l'avrebbe ricordata, ogni nuovo gesto compiuto sarebbe potuto essere quello che, stolidamente, non le avrebbe permesso di compierne ulteriori. E alla luce di ciò ella non aveva mai voluto sprecare alcuna alba, alcuna parola, e alcun gesto, preferendo goderne al pieno, con tutte le proprie energie, con tutte le proprie forze, con tutta la propria passione. La morte non avrebbe dovuto essere considerata qual nemica, ma accettata qual traguardo che chiunque, presto o tardi, avrebbe dovuto attraversare: solo in tal modo, sarebbe stato possibile vivere la propria esistenza con serenità, non lasciandosi atterrire dal timore di quello che, ineluttabilmente, sarebbe stato, ma, in sua grazia, apprezzando in misura maggiore ogni singolo istante, ogni momento, anche più banale, quale potenzialmente l'ultimo.
Così, sospinta verso la luna e il firmamento intero da quell'energia dirompente e irrefrenabile, che avrebbe potuto probabilmente smembrarla quale una semplice statuetta di ceramica, cava; la Campionessa di Kriarya mantenne il proprio autocontrollo, imprecando verso il mondo intero per il dolore vissuto, ma, non per questo, concedendosi occasione per cedere al panico e, in ciò, condannarsi realmente e definitivamente a morte. Al contrario, ella cercò rapidamente di comprendere quanto, ancora, potesse considerarsi padrona del proprio corpo e, soprattutto, di come agire affinché il ritorno a terra non fosse tremendo qual avrebbe potuto essere, se solo avesse sbagliato a scegliere la propria nuova mossa.

« Qui… mi faccio male… » commentò fra sé e sé, quasi a sdrammatizzare il momento di incredibile tensione, al quale, oggettivamente, sarebbe potuto seguire un impatto tutt'altro che piacevole con il suolo, con la sabbia della spiaggia o, forse e peggio, con la riva, acqua bassa e insidiosa.

Unica speranza, in quel momento, sarebbe stato sperare che la sua traiettoria non fosse stata semplicemente rivolta verso l'alto, ma anche verso il mare, e con esso, a qualche decina di piedi dalla riva, con un fondale più profondo, e sufficiente, in ciò, ad accoglierla con adeguata delicatezza, offrendosi a esso con l'adeguata esperienza.
Una speranza, in verità, tutt'altro che remota ove, partendo dal presupposto di quanto Nissa, o chi per lei, fosse interessata al possesso degli scettri, difficilmente avrebbe agito in misura tale da rischiare di perderli in sua assenza, nell'eventualità di una sua prematura riunificazione con gli dei tutti. Certamente, comunque, non sarebbe dovuta essere stolidamente e frettolosamente esclusa l'eventualità secondo la quale la propria utilità nel raggiungimento di quelle tanto desiderate reliquie sarebbe stata pressoché pari a nulla, tale per cui, della sua sopravvivenza o meno, ben poco interesse avrebbe potuto animare le azioni della propria antagonista, della propria nemesi, alla fine dimostratasi indubbiamente peggiore di quanto non avrebbe potuto essere.

« Non credere che ti uccida così in fretta, mia carissima Midda! » volle esclamare la voce di Nissa, nel mentre in cui la sua controparte iniziava a dirigersi verso il mare, e verso una distanza dalla riva sufficiente a garantire l'adeguatezza della profondità delle acque « Abbiamo ancora molto da giocare insieme. Almeno fino a quando non mi vorrai rivelare ove siano gli scettri! »

Caduta in acqua, tuffatasi con sufficiente grazia da ovviare a qualunque danno fisico, la donna guerriero si sottrasse a qualunque contatto con la voce della gemella per un apprezzabile intervallo, tale da permetterle di riordinare, almeno in minima parte, le proprie idee, riscrivendo completamente la traccia delle proprie prossime mosse, secondo l'esperienza appena accumulata. E quando riemerse, quella profonda tonalità, identica alla sua, le si ripropose con incredibile puntualità, a non concederle di sottrarsi dal suo ascolto…

« Sento che li hai nascosti qui vicino. » si concesse di puntualizzare la regina dei pirati « Ma il loro potere è così grande da accecarmi e da rendermi impossibilitata a individuare un punto preciso. In effetti non so neppure se sono entrambi o uno solo… anche se l'altro non dovrebbe essere lontano dal momento in cui il loro potere è chiaramente attivo. » argomentò, a escludere l'eventualità di un qualche inganno da parte della controparte nel merito della loro localizzazione.

Nuotando rapidamente verso la spiaggia dalla quale era stata sbalzata via, Midda Bontor non ipotizzò neppure per un istante di sottrarsi al confronto con Nissa, o chiunque fosse… chiunque sapeva che fosse, in effetti, ma ancora non desiderava annunciarlo ad alta voce, quasi solo scandendo tali sillabe la sua situazione, già non rosea, avrebbe potuto complicarsi notevolmente. Ella, in quel momento, desiderava solo riprendere quel combattimento, che forse sarebbe stato anche l'ultimo della propria esistenza, ma che, per lo meno, avrebbe combattuto sino in fondo, con tutte le proprie energie, con tutte le proprie forze, con tutta se stessa, non sottraendosi al quel pericolo come mai innanzi ad altri in passato, e, anzi, affrontandolo per quello che, dopotutto, era: una questione di famiglia.

« Spero che tu sia consapevole che la maggior parte delle parole che stai gridando ai quattro venti quasi fossero una verità rivelata, per me non hanno il benché minimo significato, sorellina. » commentò la mercenaria dai capelli corvini e dagli occhi color ghiaccio « In effetti mi sembra che tu stia solo delirando con intensità sempre maggiore, parlando con serietà di semplici fantasie, parti della tua mente disturbata. »
« Come osi?! » esclamò Nissa, storcendo le labbra verso il basso e, per la prima volta, dimostrando una certa irritazione in conseguenza a una sua provocazione « Tu, stupida mortale… tu dovresti inchinarti innanzi a me, stracciandoti le vesti qual segno di umiltà e affondando la fronte nella sabbia, per invocare il mio perdono. Io che per te dovrei essere dea! »

E la Figlia di Marr'Mahew, correndo verso di lei fra le onde basse, a quelle parole estrasse la propria lama, preparandosi ad affrontare lei, il suo tridente e i suoi poteri, ora con assoluta serietà, quasi a volerle offrire, in tal modo, il rispetto da lei non solo richiesto, ma addirittura preteso, per quanto, come subito volle chiarire, non nei termini che, probabilmente, alla regina sarebbero stati più congeniali…

domenica 29 luglio 2012

1653


M
algrado l'innato timore di quanto avrebbe potuto avvenire se solo la propria avversaria avesse voluto realmente tradurre le proprie parole in realtà, la Figlia di Marr'Mahew non mosse un solo tendine, non lasciò fremere il benché minimo muscolo, nel mantenere la propria posizione e, soprattutto, il nascondiglio nel quale, evidentemente, si era riuscita a nascondere sufficientemente bene da non essere scoperta.
Se la parte più emotiva del proprio cuore l'avrebbe, infatti, sospinta a rivelare la propria presenza, o forse solamente a confermarla, ingaggiando il prima possibile un combattimento con colei che avrebbe potuto esser per lei causa di morte atroce; la parte più razionale del proprio intelletto, invero, le suggeriva quanto stolido sarebbe potuto essere per Nissa, o chiunque in sua vece, ucciderla prima di aver avuto quanto desiderava. Ancor più stolido, inoltre, sarebbe poi stato ucciderla in quel tanto particolare modo, in quella così originale e fantasiosa maniera, trasformando la spiaggia in lava, scelta in conseguenza alla quale, molto probabilmente, anche gli scettri sarebbero andati irrimediabilmente distrutti o, quantomeno, perduti. E, forte di tale considerazione, ella riuscì a concedersi quella particolare calma, quella freddezza, con sole le quali avrebbe potuto mantenersi lì, potenzialmente sotto ai piedi della propria avversaria. Anzi, e ancor più, proprio l'idea di poter giungere a essere sotto ai piedi della propria avversaria avrebbe dovuto essere riconosciuta qual per lei allora invitante, incoraggiante, laddove, se solo le fosse stata concessa una tale occasione, ella avrebbe potuto trovarsi in una posizione di vantaggio sulla propria antagonista, un vantaggio che, forse e speranzosamente, avrebbe potuto segnare in positivo l'evolversi del loro conflitto, non ancora esploso.

« Se, all'epoca, avessi immaginato che saresti stata cagione di tanto fastidio, di tanto disturbo, ti avrei lasciata uccidere dalle guardie di mio padre… » proseguì la voce di Nissa, in quel frangente quasi accontentando la sua ancor non svelata, e silenziosa, interlocutrice, nell'avanzare lentamente verso di lei, un passo dopo l'altro, una sillaba dopo l'altra « Mi sei costata più di quanto tu possa anche solo immaginare, mia cara. E, per questo, ti giuro che la morte potrebbe apparire solo qual soluzione misericordiosa per te, nel confronto con quanto, in verità, io desideri importi… »

Un nuovo passo, e dopo di questo un altro passo ancora, sino a far ricadere un piede quasi sulle dita della donna guerriero, non quale scelta volontaria, non quale offesa pianificata, ma quale semplice casualità, scherzo del fato. E di tale scherzo, offertosi a proprio favore, dentro di sé pregato nella propria occorrenza alla propria amata Thyres e, con lei, agli dei tutti, la Campionessa di Kriarya non poté che approfittare, nella volontà di non offendere alcuno al di sopra di lei con palese mancanza di giusta riconoscenza, e, al tempo stesso, nella brama di poter concludere, come sperato, quello scontro ancor prima del proprio inizio.
Spinta da simile desio, la mercenaria dagli occhi color ghiaccio non si concesse occasione di indecisione, di smarrimento, maturando la consapevolezza di dover agire e, subito, agendo, sospinta in tal senso da tutte le proprie energie, da tutta la propria forza fisica e, con essa, da tutta la propria forza di volontà, per compiere una mossa tanto pericolosa, quanto, come si dimostrò a posteriori, azzeccata. In ciò, entrambe le sue mani, anticipando di una frazione d'istante il resto del suo corpo, fuoriuscirono dalla sabbia per dirigersi, con la stessa velocità e la stessa brutalità di un serpente, alle caviglie della propria preda, per poi, una volta lì saldamente ancorata, trarre con violenza, con forza tutto il proprio corpo verso il cielo e quello della propria antagonista verso la terra, a invertire le loro allora attuali posizioni e, per questo, a conquistarsi una posizione di predominio sulla gemella, malgrado la cautela con la quale questa era avanzata lungo la spiaggia e, ancora, il terribile tridente, forgiato nella stessa lega della spada della sua avversaria, con cui ella era allora lì armata.
Predominio potenzialmente effimero, che, tuttavia e ancora una volta senza possibilità di esitazione, venne definito in maniera più che palese dal violento pugno che Midda volle dedicare in contrasto al volto della propria immagine riflessa, colpendola sì con la propria mancina, e in ciò risparmiandola, almeno temporaneamente, da un destino di morte certa, ma, anche, con tutta la propria forza, in una violenza che difficilmente avrebbe potuto concedere anche al più massiccio fra tutti i mercenari uomini di mantenersi completamente coscienti…

« Se proprio vogliamo dirla tutta… io non ho la più pallida idea di cosa tu stia blaterando! » esclamò Midda Bontor, ancorando la nemica al suolo con la propria destra e caricando la mancina per esser pronta a sferrare un nuovo pugno « Non credevo che la tua follia potesse essersi estesa al punto tale sfociare nella schizofrenia, sorellina. E, se devo essere sincero, questo mi preoccupa parecchio! »

A dispetto delle parole in suo contrasto pronunciate, e ancor più dei pugni a lei inflitti, Nissa non parve risentire di alcun colpo a proprio discapito, emotivo o fisico, presentandosi non semplicemente fredda e controllata, ma addirittura serena, e quasi divertita, quasi quello avesse da considerarsi un mero gioco e nulla di più, nulla di violento, nulla che potesse ferirla. Alcun comune essere umano avrebbe potuto reagire in termini tanto tranquilli, addirittura trasognanti, in conseguenza alla ribalta della donna guerriero, e, soprattutto, al suo primo pugno, sì devastante che poco mancò che ella stessa si fratturasse qualche osso facendo propria una tale strategia d'offesa: nonostante ciò, rinnegando palesemente e sarcasticamente qualunque riduzione alla sfera propria dell'umanità, la regina di Rogautt non si lasciò turbare dagli accadimenti, non, per lo meno, il misura maggiore di quanto non sarebbe potuto esserlo per una formica scoperta ad arrampicarsi lungo il suo braccio.
Una reazione a dir poco inquietante, pertanto, nel confronto con la quale, tuttavia, la Figlia di Marr'Mahew non volle permettersi alcuno stupore, nell'aver in quello stesso istante, nel confronto con quanto lì presentatole, deciso di affrontare quell'antagonista quale una qualunque, potente avversaria del proprio passato, non concedendola particolari favori quali, altresì, avrebbe riservato alla propria gemella. Forte di tale decisione, di simile convinzione, ella colpi nuovamente il volto dell'altra con la propria mancina, subito ricaricando le proprie energie per un terzo, simile gesto, ora non più, tuttavia, con quello stesso arto, ma con quello opposto, in freddo e insensibile metallo nero dai rossi riflessi, con l'intervento del quale il cervello di colei che era stesa sotto di lei, sotto il proprio peso, avrebbe dovuto finire sparso sulla sabbia sotto di loro, senza possibilità di evasione, senza speranza di contrattazione.

« Salutami la mamma… » sussurrò la mercenaria, non potendo evitare di soffrire nel profondo del suo cuore per quanto si stava ritrovando costretta a compiere, per la morte ingloriosa alla quale stava condannando la sua tanto crudele sorella, indirizzandola al cospetto degli dei tutti nella propria peggiore versione, per la quale, probabilmente, alcuno avrebbe dimostrato particolare pietà, concreta misericordia.
« Puoi farlo di persona, se tanto ci tieni! » sorrise la sovrana dei pirati, ancora priva di trasparente preoccupazione per quanto sarebbe potuto presto occorrere, quasi tutto ciò non la riguardasse.

E prima che, effettivamente, qualcosa sarebbe potuto occorrere, prima che quel pugno di metallo potesse infrangerle la testa qual un frutto maturo, tanta la violenza che l'altra si sarebbe assicurata di riservarle… Nissa reagì. E la sua reazione fu a dir poco devastante.
Ove un istante prima Midda lasciava pesare la propria ombra sul corpo della sorella, bramosa invero di atterrirla con tanta dimostrazione di forza; un attimo dopo la stessa donna guerriero, la stessa leggenda vivente, che tante epiche imprese aveva associato al suo nome, venne scaraventata verso l'alto dei cieli, quasi scomparendo all'interno dell'oscurità della notte, in tal direzione sospinta da un semplice colpo di reni della propria gemella…
… un semplice colpo di reni, in effetti, che ben poco avrebbe potuto vantare di semplice.

sabato 28 luglio 2012

1652


G
li istanti trascorsero lentamente. E lento divenne anche il battito cardiaco della Figlia di Marr'Mahew, nella volontà di dissimulare completamente la propria presenza entro quei confini, al di sotto di quella fine sabbia che lieve copertura le avrebbe potuto concedere.

In quella distorsione percettiva del tempo, Midda si ritrovò a fronteggiare ogni proprio sentimento di colpa, ogni proprio rimorso per quanto accaduto in passato, per quanto probabilmente avrebbe potuto compiere ma, per mero egoismo, non aveva voluto fare, pensando solo a se stessa, anteponendo i propri bisogni a quelli della sua famiglia. Della sua famiglia di sangue, quantomeno.
Negli anni in cui ella aveva servito ancora bambina a bordo della sua prima nave, la Fei’Mish del capitano Mas Fergi, ella aveva totalmente obliato ogni contatto con la propria isola natia, con la propria famiglia, da lei salutata solo attraverso una infantile lettera di spiegazioni nel merito della propria brama di avventure. E in quegli anni, mentre lei era lontana da casa, sua madre, la sua amata madre, si era ammalata ed era morta, senza che ad alcuna delle due fosse concessa un'occasione per salutarsi, per dirsi addio. Di questo Nissa aveva sin da subito colpevolizzato la gemella, quasi ella avesse da considerarsi persino, e assurdamente, responsabile della morte della madre. E il giorno in cui Midda, finalmente, si concesse occasione di ritornare a casa a casa, non poté essere ovviata una furiosa lite con la propria unica sorella, comportamento nel confronto con il quale loro padre prese, o comunque parve prendere, le parti della figlia rimasta al suo fianco.
Per tale ragione, per un simile purtroppo doloroso motivo, da quel momento, da quell'unica, combattuta rimpatriata, ella non aveva avuto più il coraggio di fare ulteriore ritorno a casa. E, qual apparentemente diretta conseguenza di tale scelta, di simile decisione, Nissa aveva abbracciato la vita da pirata, nell'inizio di quel cammino che, in grazia al medesimo carisma e alla medesima forza d'animo che avevano reso l'altra una leggenda vivente, l'avrebbe condotto alla propria attuale posizione, quella di sovrana di tutti i pirati dei mari del sud, regina di Rogautt e, con essa, di un regno che, se solo ella avesse desiderato, avrebbe potuto presto imperare su tutte le coste di quell'angolo di mondo, strappandone il controllo ai legittimi proprietari… o, quantomeno, presunti tali, nell'ipotesi che la terra creata dagli dei potesse essere posseduta da un singolo individuo, fosse anche questi un sovrano.
Tanti sensi di colpa, tanta responsabilità, quella che ella avvertiva gravare sulle proprie spalle, la quale, se non si fosse concessa un certo autocontrollo, una certa freddezza d'animo, avrebbe potuto schiacciarla, annichilirla, impedendole di osservare la realtà per quello che, invece, avrebbe dovuto considerare essere. La morte di sua madre non avrebbe in alcun modo dovuto essere considerata conseguenza del proprio operato, della propria fuga di casa. E la rabbia che aveva spinto Nissa ad abbracciare tanto pericolose scelte, non avrebbe dovuto essere considerata generata dalle sue scelte, dalle sue, eventualmente, mancanze, ma solo, e semplicemente, dall'incapacità, per la sua gemella, di accettare la sua intima necessità di evasione, quella brama di oltrepassare sempre nuovi limiti che l'aveva contraddistinta in tutta la propria vita, tanto quando marinaia, ancor più come mercenaria.

Persa in tali pensieri, le funzioni vitali della mercenaria rallentarono al punto tale da poter essere paragonabili a quelle di un cadavere, rendendo praticamente impercettibile la sua presenza in quel luogo, in quella spiaggia, sotto una tanto fine sabbia.
Condizione, in effetti, che spinse Nissa a dubitare seriamente di quanto, un istante prima, aveva considerato certo, e che, per questo, le impose di prendere nuovamente voce, ora in direzione, palese, degli uomini e delle donne, pirati, che dovevano averla accompagnata sino a quel punto, quale scorta personale, piccolo esercito ai suoi ordini.

« Andate. » comandò, con tono fermo « Verso il molo. Scoprite se qualcuno è riuscito a evitare che la Jol'Ange potesse prendere il largo. E tornate a riferirmi. »

Pensare che nessuno fosse stato inviato nel punto più logico entro il quale cercare i fuggitivi, invero, sarebbe equivalso ad ammettere una trasparente deficienza intellettuale. Anche alla luce di ciò, infatti, Midda aveva ordinato alla goletta di prendere il largo, laddove sarebbe già stato sufficientemente complesso anche in assenza di qualcuno impegnato a dare loro la caccia. E seppur, sino al momento in cui si erano riuniti, il molo non era stato ancora invaso da pirati desiderosi del loro sangue, sfidare ulteriormente la sorte avrebbe voluto dire sputare in faccia agli dei tutti che già tanta benevolenza avevano loro dimostrato.
In ciò, la Campionessa di Kriarya non poté fare a meno di sperare che, almeno in questa occasione, Noal le avesse offerto ascolto, e con lui tutti gli altri, non sostando in sua attesa, ma prendendo immediatamente il largo, prima di rischiare di vanificare ogni impegno da lei speso nel cercare di recuperare gli scettri e, subito dopo, di allontanarsi da lì. Da quell'isola intera.

« Sì, mia regina. » rispose una voce, a nome di tutti coloro che le erano prossimi, non contraddicendo alcuno dei suoi voleri, né, tantomeno, mettendone in dubbio la legittimità. Ella era la loro regina e, per lei, sarebbero tutti morti non una, ma cento e più volte.

A quell'assenso, pertanto, tutto quello che seguì fu solamente il suono proprio di una moltitudine di piedi impegnati in passi utili ad allontanarsi dalla spiaggia, in direzione del molo ove la Jol'Ange era stata, e speranzosamente più non era, ormeggiata, per porre in essere i desideri della loro ispiratrice. E solo quando non la benché minima vibrazione restò a caratterizzare il terreno sul quale la donna guerriero era sdraiata, e sotto il quale ella era celata, la voce di Nissa Bontor tornò a presentarsi, sebbene, ora, caratterizzata da un'inflessione a lei estranea, diversa da quanto la sua gemella avesse mai avuto occasione di ascoltare.

« Se sarà necessario trasformerò l'intera spiaggia in lava, mia carissima sorella… » premesse, qual avvertimento a suo favore « Ma puoi star certa che non mi fermerò innanzi a uno stupido giuoco da bambini. Né ti permetterò di allontanarti con i miei scettri. »

Ogni parola scandita dalla sovrana dei pirati, per quanto apparentemente assurda nelle proprie implicazioni, prima fra tutti l'esistenza di poteri magici a caratterizzarla, sembrò gravemente confermare ogni sospetto, in verità certezza, già maturata nell'animo di Midda, la quale, tuttavia, non si mosse da terra, da sottoterra, cercando di mantenere assoluta calma, quale, sino a quel momento, l'aveva caratterizzata e le aveva permesso di non rendere ancora sì palese la sua presenza, comunque già nota, in quella spiaggia.
Ma, come già pocanzi, ella non volle ancora concedere spazio a una tanto terribile, quanto drammatica ipotesi quale sarebbe stata la sola utile a ricongiungere ogni tessera di un sin troppo complesso mosaico. Un mosaico, in effetti, rivelatosi per la prima volta, nella propria esistenza, il giorno stesso in cui ella venne catturata dalla propria nemesi, e sulla testa di questa ebbe a materializzarsi senza alcun raziocinio atto a descrivere tale evento, la corona di una leggendaria sovrana del passato, ricordata per la gloria del proprio benefico operato e, al tempo stesso, per l'orrore intrinseco in ogni proprio atto, recante seco solo morte e distruzione: la Portatrice di Luce e l'Oscura Mietitrice… la regina Anmel Mal Toise, madre del suo sposo.

« Avanti, Midda! » insistette l'altra, dimostrandosi spazientita « Credi che abbia voglia di perdere tempo con una sciocca e arrogante mortale? Se ho mandato via gli uomini e le donne al mio servizio, è stato proprio nella volontà di poter agire liberamente in tua offensiva. Arrivando anche, ove necessario, a strappare dal tuo corpo, dalle tue ossa, ogni singolo brandello di carne, per farti confessare. » minacciò, non offrendo l'impressione di star parlando a vuoto « Vuoi restituirmi gli scettri che mi hai già sottratto con l'inganno secoli fa, lurida cagna tranitha?! »

venerdì 27 luglio 2012

1651


M
olte sarebbero potute essere elencate le abilità che, se anche, eventualmente, non sue diritto di nascita, la Figlia di Marr'Mahew doveva aver indubbiamente reso proprie in conseguenza di quanto da lei compiuto in quegli anni, in quei lustri, in quei decenni, addirittura, dedicati all'avventura. Se ella, difatti, non si fosse inizialmente dimostrata agile in misura sufficiente a evadere la violenza di un attacco direttole in maniera anche palese; indubbiamente tale destrezza sarebbe stata da lei affinata nel corso degli anni, laddove, in caso contrario, difficilmente sarebbe sopravvissuta tanto a lungo da poter essere lì in quel giorno.
Parimenti, pertanto, non vi sarebbe dovuto essere motivo di stupore o di sorpresa nello scoprirla così rapida e così discreta, nei propri movimenti in solitario, da essere in grado di attraversare strade perlustrate da drappelli di pirati armati fino ai denti e desiderosi null'altro di raggiungerla e di farla a pezzi, in un sentimento non diverso da quello della dozzina e più che già aveva instradato all'incontro con i propri dei… o con chiunque altro, al di là, sovrintendesse il proseguo dell'esistenza dopo la morte. Anche ove, infatti, ella non fosse nata con un passo tanto leggero e svelto; nei lunghi anni di attività qual mercenaria, avventuriera e talvolta, per questioni professionali, anche ladra, inevitabilmente quelle doti sarebbero state scoperte e apprese, pegno la sua vita per il più semplice errore.
In grazia di ciò, quindi, ella scivolò quale ombra nella notte lungo i vicoli della capitale dei pirati del sud, in direzione della spiaggia nella quale aveva sepolto gli scettri. O, per lo meno, ella sperava che fosse la direzione giusta, dal momento in cui, dovendo mantenere assoluto silenzio per non farsi scoprire, non era neppure in grado di comprendere se Desmair la stesse "seguendo" perché obbligato a farlo, perché curioso di capire dove sarebbe andata a parare oppure perché quella fosse la strada giusta e, con la propria presenza, egli voleva effettivamente benedire le sue scelte, confermandole continuamente. Forse, addirittura, la ragione del suo accompagnarla avrebbe potuto essere considerata una somma delle tre possibilità, fra loro tutt'altro che mutuamente esclusive, e in ciò, comunque, difficile sarebbe stato valutare quanto corretta o errata avrebbe dovuto essere considerata la sua scelta.
Al di là di simili ragionamenti, e di quanto da essi avrebbe potuto o no aiutarla nel percorso che ella stava conducendo e in ciò che da esso sarebbe derivato, Midda Bontor, Campionessa di Kriarya, non avrebbe dovuto riconoscersi abituata a essere aiutata nel conseguimento delle proprie imprese, motivo per cui con o senza Desmair quella spiaggia sarebbe alfine stata rintracciata e, con essa, gli scettri lì sepolti. Avendo tempo a disposizione, anzi, ella avrebbe addirittura gradito rindossare il proprio bracciale, onde evitare che, malgrado il supporto inizialmente concessole, il proprio mai adorato maritino potesse giocarle un brutto tiro.
Non semplice paranoia o, peggio, mancanza di fiducia, la sua, nei confronti di Desmair. Il suo era semplice realismo, derivato dal pregresso fra loro vissuto.

« Attenta… arrivano da destra. » suggerì il semidio, quasi avendo letto i suoi pensieri, o forse avendoli proprio letti, nella volontà di dissipare dubbi nel merito della propria buona fede « Sono un'altra dozzina. »

Avendo già avvertito il suono di numerosi passi, la mercenaria non ebbe ragioni di dubitare della sincerità di quell'ennesimo consiglio, sebbene mantenne altresì ogni esitazione nel merito delle sue ragioni di fondo, quel piano più vasto del quale ella non aveva ancora compreso bene le sfumature, i dettagli. O del quale, forse, si ostinava a non voler apprezzare la complessità, ove ciò avrebbe significato ammettere alcune verità che non era ancora pronta a considerare quali tali, non, per lo meno, sino all'incontro con la fenice, già pianificato quale propria personale tappa in successione a quella presente, nell'ipotesi di poter sopravvivere quanto necessario per soddisfare simile itinerario.
Evitando, allora, quel gruppo di pirati e, dopo di loro, altri quattro in tutto e per tutto assimilabili, Midda riuscì a conquistare la spiaggia nella quale era certa aver celato gli scettri. E fu proprio in quel momento che, anticipando qualunque sua possibile ricerca nel merito del gruppo di pietre sotto il quale aveva dissimulato la sepoltura delle preziose reliquie da lei nuovamente ricercate, lo stesso Desmair pronunciò delle parole a dir poco incredibili, ove a proprio ipotetico, palese discapito…

« Rindossa immediatamente il tuo dannato braccialetto! » ordinò, con trasparente agitazione, tale da provocare nell'interlocutrice una forte carica di sospetto, ove persino eccessiva per i consueti canoni di quella particolare figura « Muoviti, donna! »
« … cosa?! » sussurrò, in un filo di voce, non azzardandosi a dire di più e, tuttavia, non potendo fare a meno di dire almeno quello, nell'invocare spiegazioni in merito a un comportamento tanto anormale.
« Sta arrivando. » si limitò a rispondere, guardando in direzione dell'oscurità nella quale era avvolta la città, improvvisamente più cupa di quanto non fosse stata in quel momento « E non deve scoprire il mio coinvolgimento in tutto questo! »
« … chi?! » tentò di domandare, per quanto temendo di conoscere già la risposta.
« Lo sai! » confermò egli, avvicinandosi a lei con fare ora persino furioso « Muoviti a indossare quel bracciale. Fallo subito! »

E la mercenaria, che per istinto avrebbe levato la propria mancina solo per condurre con essa la lunga spada bastarda e attraversare il corpo, pur inesistente, del proprio sposo per difendersi dalla sua minaccia; si sforzò di agire secondo coscienza, non sprecando un solo, ulteriore, istante prima di adempiere alla richiesta rivoltale. Perché, se persino Desmair si stava dimostrando preoccupato dell'eventualità di poter essere scoperto e individuato; ella avrebbe dovuto sinceramente temere la propria avversaria, e avrebbe dovuto agire con massima cautela, con giudizio assoluto, per non compiere neppure una mossa in proprio sfavore, ove, allora più che mai, tale gesto avrebbe potuto essere l'ultimo. Così, dimenticando la mancina e lasciando agire la destra, liberò il serpente arrotolato dalla propria cintola e lo fece rapidamente scivolare lungo il proprio braccio, lasciando svanire repentinamente l'immagine demoniaca di Desmair nel nulla, quasi non fosse mai esistita, riconfermando, in ciò, i poteri mai posti in dubbio di quello straordinario bracciale, che, finalmente, ritrovò la propria corretta collocazione poco sotto la sua spalla.
Liberatasi dello scomodo sposo, ella non tentò neppure di dedicare attenzione agli scettri, laddove se lì fosse sopraggiunta colei che temeva sarebbe arrivata, le avrebbe solo fatto un favore agendo in tal modo. Al contrario, più che disseppellire qualcosa, fu sua premura quella di seppellire qualcuno... se stessa, nel dettaglio, lasciandosi scomparire il più rapidamente possibile sotto la fine sabbia di quella spiaggia, nello stile di alcuni cannibali che, in gioventù, aveva affrontato.
Forse, anche ove il suo tentativo non si fosse dimostrato fra i migliori, le tenebre della notte l'avrebbero aiutata a celarsi ai propri avversari, non attraendo a sé troppo interessi, la maggior parte dei quali negativi. Purtroppo e al contrario, quella sua tattica si dimostrò del tutto vana, così come ebbe a confermare, per suo immenso dispiacere, la propria stessa voce. O, meglio, la voce della sua gemella.

« Ancora giuochi da infanti, sorella?! » domandò, beffarda, non dubitando neppure un istante del sito entro il quale la donna guerriero aveva trovato estemporaneo rifugio « Eppure dovresti saperlo che, ormai, siamo troppo vecchie per concederci di passare in questo modo il tempo. E se il tuo è un tentativo per rimediare alle colpe passate… te ne prego, smettila. » la incalzò, scuotendo appena il capo, anche se la sua interlocutrice non avrebbe potuto vederlo, nascosta sotto la sabbia qual era, e concentrata, allora più che mai, sul proprio respiro, a evitare il rischio di soffocarsi in un tanto stupido modo « Gli anni della nostra innocenza sono terminati Midda. Sono terminati a causa tua, se ben ricordo. E nessun tentativo, per quanto ben congegnato, ti potrà permettere di recuperare quello che hai perduto. Colei che hai perduto! » definì, in un accenno tutt'altro che velato alla propria medesima persona, prima vittima della fuga della sua giovane gemella da casa, nei tempi che furono.

giovedì 26 luglio 2012

1650


C
arsa non era sicura di quanto fosse avvenuto dal suo primo… risveglio.
Ovviamente ella era consapevole di non aver agito di propria iniziativa, così come aveva sperato potesse avvenire. Speranza, la sua, da ritenersi probabilmente persino ingenua, ove da troppi mesi la sua coscienza si era assopita e indebolita, per potersi permettere di credere in un rapido ritorno agli altari della gloria.
Ella era rimasta relegata dietro le quinte del palco teatrale della propria vita, nel mentre in cui Tahara, la seconda attrice, aveva preteso per sé il ruolo della prima attrice, stordendola e nascondendola ben legata fra gli attrezzi di scena, in modo tale che alcuno potesse ritrovarla. Per sua fortuna, comunque, l'unica persona al mondo che avrebbe mai potuto riuscire ad accorgersi della sua mancanza era sopraggiunta sull'isola di Rogautt e, proprio in grazia di Midda Bontor, ella aveva avuto la possibilità di un primo ritorno di coscienza, di un risveglio quasi insperato. Non era ancora stata in grado di liberarsi dalle corde nelle quali Tahara l'aveva confinata, però aveva già agito in misura tale da avvicinarsi al palco, strisciando e contorcendosi, e in ciò rendendosi conto di quanto, là fuori, stava accadendo.
Aveva tradito Midda. L'avea tradita ripetutamente. E, nonostante questo, ella non l'aveva abbandonata. Né, tanto meno, l'aveva realmente combattuta qual avversaria.
Ove, infatti, Tahara sarebbe potuta essere tanto cieca da non rendersi conto della verità, per quanto evidente, per quanto persino schiaffatale in volto, con forza, con violenza quasi rabbiosa; ella, Carsa Anloch, la prima attrice, non avrebbe mai potuto disconoscere i fatti per come presentatisi, la realtà palese di quanto avvenuto. Midda Bontor, ancora una volta, le aveva salvato la vita. Sì. Proprio così, perché la Figlia di Marr'Mahew avrebbe potuto ucciderla almeno una dozzina di volte in una dozzina di modi diversi nel corso della loro disfida, del loro duello… ma ogni volta aveva preferito frenare la propria mano, deviare la traiettoria dei propri attacchi, lasciandoli sfumare nel nulla ove avrebbero potuto essere per lei letali. E alla fine l'aveva privata di sensi, ma non per abbandonarla lì, in quell'isola maledetta, ma per condurla con sé.
Per condurla con sé verso la salvezza…

« Chi sei tu…?! » aveva domandato l'arrogante voce di Tahara, imponendosi nel silenzio della sua mente, della loro mente condivisa, per la prima volta prendendo contatto diretto con Carsa, nel rompere ogni barriera esistente fra creatore e creatura.
« Io sono Carsa Anloch… legittima proprietaria di questo corpo. » asserì con energia ella, tutt'altro che desiderosa di concedere ulteriore spazio in lei a chi già per troppo tempo le aveva negato il proprio stesso corpo « Mentre tu sei solo un personaggio… un personaggio frutto della mia fantasia e, mio malgrado, tanto arrogante da riuscire a strapparmi completamente il controllo dalla mia stessa vita. »
« Carsa Anloch… » scandì, lentamente, la donna pirata, quasi a voler soppesare ogni singola sillaba di quel nome e di quel cognome « No. Mai sentita. » sancì, minimizzandone l'importanza, il valore « Mi spiace, ma non ho la minima idea di chi tu sia… o di quali diritti tu possa pretendere quali tuoi per rivendicare il ruolo di mia creatrice. » soggiunse, con tono a metà fra la serietà e il giuoco « Sei forse, tu, una dea?! »
« No… ma per te dovrei esserle pari! » replicò la mercenaria, decisa a non permettere all'altra di farsi giuoco di lei più del dovuto « Io ti ho dato la vita. E come te l'ho data, ora me la riprendo! »
« Io non ho fede in alcun dio o dea al di fuori degli dei e delle dee dei mari! » contestò Tahara, ora con trasparente rabbia « Se tu fossi la dea che affermi essere, come avrei potuto controllare il tuo corpo per tutto questo tempo?! » questionò, per subito offrirsi l'unica risposta da lei accettabile « No. No, Carsa Anloch. Tu non sei una dea. Sei solo una donna. E, in questo momento, una parassita all'interno della mia mente! »
« … io… parassita?! »

Carsa restò per un lungo momento in silenzio, forse colpita, forse turbata, forse ancora offesa dalle parole a lei rivolte con tanta forza, con tanto carisma.
Aveva fatto un ottimo lavoro con Tahara. Aveva creato un'identità così perfetta da non poter permettere ad alcuno di porla in dubbio. Non a dei pirati. Non a Nissa Bontor. E neppure a lei stessa, lei che quel personaggio aveva concepito e plasmato in ogni proprio particolare.
Eppure non poteva accettare tutto ciò. Non poteva accettare di concedere a Tahara quella vittoria da lei così energicamente pretesa. Perché era lei, Carsa Anloch, a dover avere il controllo su di sé e sul mondo a sé circostante. Era lei la prima. Era lei che aveva dato origine a tutte le altre. E lo aveva fatto ispirata proprio dalle gesta di Midda Bontor, giovane guerriera, all'epoca, e pur già conosciuta in lungo e in largo, grazie a imprese che, sin da allora, associavano quel suo nome a quello di un'eroina leggendaria.
Era stata lei, Carsa Anloch, a servirsi di altre identità. E mai… mai… era stata asservita.
Lei… la prima attrice…

« Vattene, Tahara! » esclamò con energia, con forza, l'energia e la forza creatrice e distruttrice di una dea, in contrasto alla quale alcuna preghiera avrebbe avuto valore « Ritorna nei meandri della fantasia dai quali sei uscita, prima che, come ti ho creata, io ti distrugga, lasciandoti agonizzare in termini che mai, a donna in carne e ossa, potrebbero essere imposti… »
« Non ti temo, cagna parassita! » replicò, per tutta risposta, la pirata, non lasciandosi spaventare da quelle parole e dall'aura di potere in esse intrinseca, forza che avrebbe potuto e dovuto atterrirla, se solo avesse avuto coscienza di colei con la quale stava avendo a che fare « Fai pure del tuo meglio… »
« Oh… su questo ci puoi proprio contare. » confermò la mercenaria, offrendo macabra conferma a quanto suggeritole dall'avversaria.

Quanto avvenne, in conseguenza a quell'invocazione di sfida e in ottemperanza all'avvertimento di Carsa sul pericolo da Tahara corso, fu a dir poco devastante, in un combattimento privo di armi, privo di pugni, calci, graffi o morsi, privo di strategie o tecniche, ma non per questo meno violento di quanto non sarebbe potuto essere in caso contrario.
Carsa, madre di tutte le creature che mai aveva avuto modo di interpretare nella sua vita, alcune solo per meno di un quarto d'ora, altre per giorni o settimane intere; rivolse tutta la propria furia in contrasto a Tahara, la figlia ribelle, desiderosa non semplicemente di colpirla, ma, addirittura, di smembrarla nella propria più intima essenza, ridurla a quelle immagini primordiali, a quei pensieri basilari, dai quali era derivata, dai quali era nata, riportandola a uno stato ancor più embrionale di quanto non avrebbe potuto compiere con un essere umano in carne e ossa, di quanto non avrebbe potuto permettersi con alcun incantesimo, con alcuna stregoneria. Perché ella, in quel momento, stava agendo in tutto e per tutto quale la dea che Tahara l'aveva ironicamente e beffardamente indicata essere. E come dea, ella stava punendo il frutto di un proprio diletto creativo per la propria supponenza, per la propria superbia, per il proprio egocentrismo che l'avevano condotta a ipotizzarsi superiore a colei alla quale doveva la propria esistenza, il proprio presente, il proprio passato e il proprio avvenire.
E Tahara, proprio malgrado, creatura e non creatrice, non poté fare altro che subire il prezzo del proprio desiderio di libertà, di indipendenza, di autodeterminazione dopotutto non così diverso da quello che ogni giorno, da tutta la propria vita, la stessa Midda Bontor inseguiva con tutte le proprie energie, desiderosa di essere riconosciuta non quale semplice ludo di un qualche dio o dea, ma quale identità degna di rispetto, persona capace di definire il percorso della propria vita solo con la propria volontà. Ma quella pirata, a differenza della Figlia di Marr'Mahew, nulla poté per imporre la propria espressione d'indipendenza in contrasto ai voleri della sua creatrice, di colei che per lei avrebbe dovuto essere riconosciuta come dea. E, così, come dal nulla era sorta, nel nulla tornò ad annichilirsi, perdendosi irrimediabilmente in quel limbo dove, all'alba, muoiono i sogni.

mercoledì 25 luglio 2012

1649


« C
ome… hai detto?! » esito ella, in risposta a quelle parole, sgranando gli occhi nel confronto con un terrificante dubbio… la certezza di essersi dimenticata qualcosa dove non avrebbe dovuto dimenticarla.
« Ho detto che dobbiamo sbrigarci ad andarcene... » ripeté il biondo senza comprendere, ancora invitandola con un cenno del capo a risalire lungo la passerella « Sarà già un miracolo riuscire ad attraversare indenni la cintura di navi che circonda l'isola, senza bisogno che tua sor… »
« No. Non quello. » scosse il capo, poi insistendo « Cosa hai detto dopo…?! »
« Mmm… » esitò egli, ancora senza una reale confidenza in merito alle ragioni di quella richiesta, alla motivazione per la quale ella appariva tanto interessata alle sue ultime parole « Che tua sorella non sarà felice di scoprire che ce ne stiamo andando con la sua nuova traditrice prediletta, con i suoi prigionieri e con i suoi sc… »
« … gli scettri! » esclamò la donna, per un attimo dimentica della prudenza e della discrezione lì richieste, andando a battersi la fronte con il palmo della mancina.
« Non hai gli scettri con te…? » domandò Howe, dall'alto del ponte della goletta, temendo di essere riuscito ad apprezzare, ben prima del fratello, le ragioni di quella reazione della mercenaria innanzi a quel particolare riferimento, a quel punto specifico tanto… rischioso.
« No… dannazione! » replicò, cercando di moderare il tono della propria voce, per non attirare in quel punto troppa attenzione « Li ho lasciati sepolti sulla spiaggia. »
« Andiamocene, maledizione… non possiamo sostare qui ancora a lungo! » protestò Noal, più che soddisfatto nell'aver ricostituito il proprio equipaggio, e nell'aver ritrovato il proprio compagno Hui-Wen, per potersi preoccupare per delle antiche reliquie « Se sono sepolti nella spiaggia nessuno potrà ritrovarli. » argomentò, a favore dell'ipotesi di una loro repentina ritirata.
« No. » obiettò la Campionessa di Kriarya, negando fermamente tale possibilità « Voi andate. Io vi raggiungerò in qualche modo. » annunciò, con tono grave nella voce « Quegli scettri sono troppo potenti per poter giungere fra le mani di mia sorella. Con essi ella avrebbe controllo assoluto sugli eventi futuri e potrebbe riscrivere ogni dettaglio in proprio favore, arrivando al dominio del Creato senza neppure rischiare la vita di uno solo fra gli uomini e le donne al suo servizio. »

Da quando Midda si era ritrovata a stringere fra le mani gli scettri del faraone, senza ricordare come o perché essi fossero da lei stati trovati, una serie di eventi si erano scatenati nel lontano regno di Shar'Tiagh, eventi dei quali ella si era ritrovata in larga parte vittima e che, malgrado tutto, le avevano visti riconsegnati gli scettri, con la richiesta, da parte di un uomo morente, di fare quanto necessario a ovviare all'eventualità che altri potessero stringerli fra le proprie mani. E se ella, in quanto sostanzialmente priva di una mano, avrebbe dovuto considerarsi impossibilitata a sfruttare, o subire, il potere degli scettri; si era tuttavia presto convita che gli strani sogni di futuro da lei ripetutamente sognati nei giorni in cui gli scettri erano stati in suo possesso non avessero da potersi considerare mere coincidenze.
L'idea, pertanto, che la sua tanto amabile gemella, che ancor non voleva credere in odor di stregoneria, ma che, al di là dell'emotività non poteva evitare di considerare tale per molti, piccoli indizi concessile, potesse entrare in possesso del potere rappresentato dall'onniscienza intrinseca in quegli artefatti, non avrebbe potuto vederla sprizzare gioia e entusiasmo da ogni poro, spingendola, anzi, a rivolgere un pensiero ai propri dei supplicando, da loro, protezione in contrasto a tale possibilità.

« Cosa?! » protestò per primo Be'Sihl, seguito a ruota libera da Howe, Be'Wahr, Av'Fahr, Seem e persino Camne Marge, un tempo ragazzina impaurita, oggi giovane donna e tutt'altro che decisa a concederle la possibilità di sprecare la propria vita in una maniera tanto idiota.
« Noal ha detto il vero. » puntualizzò Midda, storcendo le labbra verso il basso, a propria volta lontana dal potersi considerare entusiasta per tutto quello « Ogni istante speso qui aumenta le possibilità di essere raggiunti da un battaglione di pirati al servizio di mia sorella, e non intendo sprecare le vostre vite per un mio errore. Sono stata io a seppellire quegli scettri ed è giusto che io vada a recuperarli! »

Ovviamente nessuno avrebbe voluto concederle ragione in quel momento, a quelle parole, più simili a un testamento che a una rassicurazione sul futuro prossimo e sulla sua salute in tal senso. Purtroppo, però, nessuno avrebbe potuto altresì trovare qualcosa di più di una infantile protesta da offrire a confronto con quelle stesse parole. Perché, nel profondo dei loro cuori, tutti temevano l'ignoto rappresentato dal misticismo, dalla stregoneria, e alcuno fra loro avrebbe potuto negare quanto il possesso di oggetti evidentemente incantati provenienti da un passato remoto del quale l'umanità aveva perso memoria, come la corona della regina Anmel già in possesso di Nissa, avrebbe rappresentato un palese pericolo. Un pericolo che, egoismi a parte, alcuno avrebbe voluto correre il rischio di vedersi proiettato contro l'indomani.
Nissa Bontor, regina dei pirati dei mari del sud, sovrana di Rogautt, in verità, rappresentava già una minaccia al proprio stato attuale, senza necessità di ulteriori incrementi di potenza, di pericolosità. E se fosse stato loro potere quello di impedirle di spingere la propria ombra sulla rotta loro e di qualunque altro equipaggio in fede a Tarth e Thyres in quei mari, allora sarebbe dovuto essere loro preciso dovere compiere tutto il necessario per fermarla, per arginarne la crescita, l'estensione dei suoi domini.

« Ha ragione. » comprese e annuì il capitano della Jol'Ange, offrendole in tal senso tutto il proprio rispetto e tutta la propria ammirazione, da figlio del mare a figlia del mare « Be'Wahr… torna a bordo. Si salpa. »
« No! » esclamò Be'Sihl, animato in tal senso dal proprio amore per lei, tale da impedirgli di abbandonarla in quel luogo che, per lei, avrebbe potuto rappresentare una tomba.
« Be'S… » sussurrò ella, guardandolo con sentimento puro, che quasi pose in imbarazzo chiunque altro lì presente « Io ti amo. E so che tu mi ami. Ma devi avere fiducia in me ora come l'hai avuta negli ultimi quindici e passa anni. » asserì, con dolce fermezza « Da sola sarò in grado di cavarmela e, nel profondo del tuo cuore, lo sai. Insieme a qualcuno di voi, invece, mi ritroverò con le mani legate, impossibilitata a fare quanto devo per il bene di tutti noi… per il nostro futuro. » spiegò, con oggettività, parole che alcuno le avrebbe potuto contestare « Io voglio trascorrere il resto della mia vita con te, Be'Sihl Ahvn-Qa… e per farlo devo impedire a Nissa di nuocere ancora. E se oggi, comunque, non sarà il giorno in cui io la ucciderò, sarà comunque quello in cui le impedirò di acquisire potere sugli scettri che tanto brama. »
« Mia signora… » tentò di obiettare anche Seem, già a bordo della nave ma, non per questo, meno che pronto a ridiscendere, per correre da lei a un suo semplice gesto, o anche solo sguardo.
« Resta a bordo della Jol'Ange, Seem. » gli ordinò ella, offrendogli un sorriso carico di sincero affetto, forse quale quello di una madre verso il proprio figliolo « Voglio che tu ti prenda cura di Be'Sihl e gli impedisca di fare follie prima del mio ritorno… »

E Be'Wahr, nell'udire quelle parole, per quanto a sua volta combattuto, come proprio fratello Howe e come chiunque a bordo della nave, non poté che chinare il capo e rispettare il suo volere, quella sua forse ultima richiesta, non volendo essere per lei causa di umiliazione, di disonore: se ella aveva preso quella decisione, allora come in passato, sulla cima di un vortice oscuro che avrebbe dovuto ucciderla, lui e il suo amico fraterno, il compare di una vita intera, non avrebbero potuto fare altro che ringraziarla. Pregando gli dei tutti per un suo rapido ritorno, una repentina riunificazione fra loro, ormai, dopo tante avventure trascorse insieme, dopo tanti pericoli letali affrontati l'uno al fianco degli altri, divenuti una famiglia… una grande famiglia, nella quale chiunque sarebbe stato pronto a sacrificare la propria vita per il bene degli altri.

« Aspettatemi a non più di una dozzina di miglia verso nord, pirati permettendo. » concluse ella, appoggiando la macina all'impugnatura della propria spada quasi ad assicurarsi che, almeno essa, fosse al suo fianco « Se entro l'alba non vi avrò raggiunto, tornate a Tranith… e vegliate per il mio ritorno in Seviath. Là vi ritroverò! » sorrise verso tutti loro, indietreggiando di qualche passo verso la spiaggia « Ti amo, Be'Sihl… ti amo. » sussurrò, quasi alito di vento, prima di voltarsi e scomparire nella notte, dalla quale era appena sorta.

martedì 24 luglio 2012

1648


« C
osa sta portando in spalla?! » domandò sempre sottovoce Masva, cogliendo quel particolare aggiuntivo in grazia a occhi abituati a perscrutare le tenebre, allenata in tal senso dalle lunghe notti trascorse di vedetta « Sembra un sacco… o qualcosa di simile. »
« Non cosa… chi. » la corresse Noal, non meno confidente di lei con quel particolare contesto e con le esigenze da esso derivanti « E' qualcuno. Una donna, direi, date le sue forme. »
« Può essere riuscita a catturare Nissa…? » ipotizzò il biondo Be'Wahr, già impegnato insieme ad Av'Fahr ad attrezzare la passerella, per permetterle di risalire a bordo della goletta.
« Ne dubito. » scosse il capo il capitano, cercando di mettere meglio a fuoco l'immagine, nel mentre in cui ella si avvicinava a loro « Non sembrano le sue forme. Le stesse forme di Midda, voglio intendere… »

Forse Be'Sihl, a quel commento, avrebbe dovuto provare un moto di gelosia.
Ma provare gelosia per quel commento sarebbe stata la scelta più stupida che avrebbe potuto compiere.
Dopotutto, oggettivamente, egli non avrebbe potuto affermare che le forme della propria amata fossero abitualmente impercettibili allo sguardo, fosse anche con disattenzione. Né, parimenti, avrebbe potuto sostenere l'idea che ella non fosse mai apparsa nuda innanzi a chicchessia, anche senza riferirsi ai recenti eventi con la medusa gigante. Midda Bontor, in verità, ed egli lo sapeva, non aveva mai fatto proprio un qualche particolare senso del pudore, non trovando ragione di vergognarsi del proprio corpo o, eventualmente, della propria nudità. Più volte egli aveva avuto modo di vederla combattere pressoché nuda. E ancor più volte, lo sapeva, molti altri avevano avuto simile opportunità, pur senza intrattenere con lei un qualche rapporto intimo. Che Noal, fra l'altro interessato a un altro genere di compagnia, potesse esprimere un commento in tal senso, non avrebbe potuto suscitare in lui alcuna gelosia. Non, per lo meno, nel volersi ancora una volta conservare qual compagno e amante di una donna tanto straordinaria.
Dopotutto, istinti maschili di predominazione a parte, egli era conscio di essere sicuramente considerato da tutti, a bordo di quella nave, un uomo fortunato a essersi conquistato un posto al fianco di una leggenda vivente quale ella era, ragione per la quale ogni egoismo in tal senso sarebbe equivalso semplicemente a un insulto in primo luogo alla sua compagna e, in secondo luogo, alla sua stessa intelligenza.

« E' … Carsa. » commentò, senza particolare entusiasmo, Howe, riconoscendo per primo la proprietaria delle forme sopra citate « Quella saffica cagna doppiogiochista… » ringhiò, esprimendo in maniera sufficientemente trasparente la propria gioiosa opinione nel merito di quell'avvistamento.

Tutti, a bordo della Jol'Ange, erano già stati sufficientemente informati nel merito del discutibile pregresso della donna in questione, e non tanto a riguardo delle sue preferenze sessuali, quanto, e piuttosto, a riguardo di quello delle sue soventi e repentine scelte in favore di diversi e contrapposti schieramenti, un istante prima proponendosi qual loro alleata e amica, pronta a morire per ognuno di loro, un momento dopo divenendo loro avversaria e nemica, pronta a uccidere ognuno di loro.
Sia Howe, sia Be'Wahr, avendo avuto con lei maggiore confidenza rispetto a chiunque altro, tranne che, forse, a Midda, erano già da lungo tempo confidenti con l'evidenza di quanto quella pur conturbante donna, splendida e sensuale, non dovesse avere pieno controllo delle proprie capacità mentali. Alcuno fra i due tuttavia, e neppure la stessa Figlia di Marr'Mahew, in verità, era conscio di quanto, in verità, fosse profondo il suo problema, conosciuta, altresì, come un'incredibile capacità di dissimulazione e inganno. Se solo ne fossero stati consci, i giudizi tanto avversi nei suoi confronti probabilmente sarebbero stati meno aggressivi e più comprensivi. E, ancora, se solo ne fossero stati consci… se solo Midda ne fosse stata conscia, non avrebbe mai inviato quella propria alleata e amica fra le braccia della propria gemella, in territorio nemico, per così tanto tempo.
Purtroppo quel che era stato fatto non avrebbe potuto essere modificato e, tanto Midda, quanto Howe e Be'Wahr, avrebbero dovuto presto apprendere delle verità forse scomode, e pur incontrovertibili, sulla loro compagna e sul suo apparentemente schizofrenico comportamento nei loro confronti.

« Midda! » la richiamò Be'Wahr, sceso rapidamente lungo la passerella per accoglierla e, ove necessario, per difenderla da eventuali inseguitori, anche in assenza di un'evidenza in tal senso.
« Ci siete tutti?! » si informò ella, per tutta risposta, raggiungendo il muscoloso biondo e, senza neppure un'indicazione in tal senso, scaricando su di lui il lieve, ma pur esistente, peso di Carsa, o Tahara, o chiunque altro fosse, sino a quel momento sorretto da lei in spalla come un sacco di patate.
« Sì! » annuì l'altro, accogliendo il carico senza proteste o domande, poi offrendo un cenno del capo in saluto verso Seem, come sempre accanto alla sua signora, e lì intento a condurre seco la splendida lancia di Av'Fahr « Salite, presto… siamo pronti per salpare. »
« Per Thyres! » sorrise ella, guardandolo con un misto di soddisfazione e orgoglio, quasi una sorella maggiore con il proprio caro fratellino « Che bravo marinaio che sei diventato, vecchio mio. »

Indicando al proprio scudiero di anticiparla sulla passerella, Midda si concesse un'ulteriore momento di dialogo con il biondo, ora con tono più serio del precedente, dovendo affrontare un tema sufficientemente delicato a riguardo dell'altrettanto fragile carico passatogli...

« Quando si sveglierà non so se sarà chi speriamo che sia o… qualcun'altra. » scosse il capo, esprimendosi con assoluta trasparenza verso il compare nel voler evitare di correre il rischio di azzardare risposte non corrispondenti al vero « Credo che, per evitare problemi, sarà comunque meglio che la leghiate sotto coperta, e stiate attenti che sia lontana da qualunque possibile pezzo di ferro, vetro o altro, utile a liberare anche solo una mano. » raccomandò, storcendo le labbra verso il basso « E' come Carsa… ma molto più arrabbiata! »

Forse le parole della Campionessa di Kriarya, in quel particolare momento, in quello stato ancora indubbiamente di guerra, avrebbero dovuto essere considerate retoriche, nel definire come comportarsi con un'avversaria, quali accorgimenti adottare al fine di non veder tramutata un'estemporanea vittoria in una sconfitta. Ciò nonostante, ella si sentì in dovere di specificare tali forse superflui dettagli, simili indicazioni, al fine di prevenire quell'incertezza che, in fondo, aveva caratterizzato anche il suo animo, nel ritrovarsi a confronto con una tanto complicata questione, con un dilemma morale contraddistinto fra ciò che la sua mente le imponeva di pensare e ciò che, altresì, il suo cuore avrebbe preferito credere.
Carsa… Tahara, tuttavia, si era dimostrata troppo pericolosa per poter minimizzare il suo potenziale offensivo, ragione per la quale ogni precauzione, nel trattarla, avrebbe dovuto essere considerata non necessaria, ma a dir poco irrinunciabile.

« Faremo così. » annuì Be'Wahr, invitandola poi, con un cenno dello sguardo, ad avanzare sulla passerella verso la goletta « Ora è meglio muoversi, prima che tua sorella si renda conto di aver perso te, noi, i suoi prigionieri, i suoi scettri e, persino, la sua fidata traditrice… » riassunse, non senza una certa soddisfazione a tal pensiero, ancora tutt'altro che benevolo verso Nissa, colpevole di aver mutilato il proprio fratellone, Howe, privandolo del braccio sinistro e costringendolo, successivamente, a sostituirlo con una protesi metallica, seppur non animata come quella che, al contrario, caratterizzava la donna guerriero sua interlocutrice.

lunedì 23 luglio 2012

1647


S
e non fosse stato per il necessario silenzio autoimpostosi, al fine di evitare di attrarre a sé l'attenzione di tutti i membri di tutti gli equipaggi di tutte le navi ormeggiate attorno a Rogautt; a bordo della Jol'Ange sarebbe già scoppiato un putiferio.
Premettendo che né Be'Sihl, né Howe, né Be'Wahr, né, tantomeno, Av'Fahr, erano stati particolarmente entusiasti all'idea di dividersi da Midda Bontor, e non che gli altri avrebbero potuto definirsi oggettivamente tali; nel momento in cui non un quarto d'ora, ma oltre mezz'ora si poté dire trascorsa dalla loro fuga dalla prigione e dalla, conseguente, separazione dalla Figlia di Marr'Mahew, il malumore a bordo della goletta si sarebbe potuto definire qual palpabile. In verità, comunque, ben poco rancore si sarebbe potuto riconoscere qual rivolto a capitan Noal, ove egli aveva oggettivamente agito nei termini utili a concedere a tutti loro un'aspettativa di sopravvivenza. No. Il rancore, se tale avesse potuto essere descritto, era tutto rivolto in direzione della stessa donna guerriero, le ragioni della quale, nell'insistenza per il recupero della spada, non erano state effettivamente comprese da alcuno, neppure dal buon locandiere shar'tiagho che, primo fra tutti, in quel momento avrebbe ben volentieri rimproverato la donna amata per la più completa mancanza di senno nelle sue azioni.
Quale dannata ragione avrebbe mai potuto rendere una spada, per quanto oggettivamente ben forgiata, più importante della sua stessa sopravvivenza? Quale motivazione, reale, avrebbe potuto permetterle di preoccuparsi, in quel momento, in quella situazione a loro tutt'altro che favorevole, molto più per un dannatissimo pezzo di metallo ancor prima che per il proprio domani… per il loro domani?
Invero, forse più di chiunque altro al mondo, Be'Sihl era riuscito a comprendere il raziocinio alla base della continua irrequietezza della propria adorata, quell'insoddisfazione psicologica tale per cui, ella non si sarebbe potuta permettere di vivere serenamente la propria vita in un solo punto, insieme a lui, per quanto sinceramente innamorata di lui, qual pur si era definita. Nel profondo del proprio animo, sin dalla più tenera età, così come anche avrebbe potuto testimoniare la propria fuga di casa ancor bambina, origine dell'odio della sua gemella Nissa; ella non era riuscita mai a definire la ragione della propria esistenza in vita, il proprio scopo ultimo, e, ancor peggio, in tutto questo non aveva mai accettato l'idea, pur comunemente diffusa, che il corso della vita di chiunque, al mondo, potesse essere stato già definito ancor prima della propria stessa nascita, da quell'arbitrarietà divina comunemente definita con il termine di destino, di fato. In e per tutto ciò, Midda Bontor, proprio malgrado, si poneva costretta a una continua ricerca di nuove sfide, di nuove prove utili a permetterle, da un lato, di comprendere i meccanismi dell'universo, applicati alla propria singola figura, e, dall'altro, di dimostrare all'universo quanto la propria figura non dovesse considerarsi tanto priva di amor proprio dal chinare il capo innanzi a qualunque capriccio divino, accettando di vivere la propria vita così come altri avrebbero potuto decidere ella dovesse viverla.
Malgrado egli fosse in grado di comprenderla, e soprattutto di amarla per simile incredibile personalità; Be'Sihl non avrebbe potuto comunque dichiararsi concorde con quella sua, per lui, stupida scelta. Anteporre una spada alla propria esistenza non sarebbe stata cosa da farsi. Non allora. Né mai.

« Non possiamo restare qui, con le mani in mano, ad attendere che la uccidano… » sussurrò Howe, verso di lui, protestando per la loro immobilità, per il fatto che, ancora, non si fossero impegnati in suo soccorso, così come, per quanto lo riguardava, avrebbero dovuto compiere sin dal momento in cui avevano posto piede sulla goletta « Dobbiamo fare qualcosa! »
« Non possiamo neppure smarrirci, nel cercarla all'interno di una città che non conosciamo. » puntualizzò Be'Sihl, in un alito di voce, cercando di dimostrarsi il più razionale possibile, benché il suo cuore e il suo animo fossero più che concordi con lui, nella volontà di porsi quanto prima alla ricerca della propria amata « E' già stata una fortuna essere riusciti a ritrovare la nave… allontanarci da qui equivarrebbe a suicidarci. Per noi più che per lei. »
« Basta parlare! » sbottò Noal, arrivando vicino a loro, per rimproverarli senza farsi sentire « Dobbiamo restare pronti a salpare per quanto arriverà… quindi ognuno al proprio posto, e niente chiacchiere. »

Il locandiere, a quelle parole, per un istante si pentì fortemente di non aver offerto piena ragione alle parole del mercenario, shar'tiagho suo pari, sebbene solo di origine; qual moto di personale rivolta contro l'autorità di Noal, che pur aveva imparato a rispettare. Il suo, però, sarebbe stato solo un gesto istintivo, quel quello di un animale maschio che sente minacciato il proprio territorio e, soprattutto, la propria femmina, in una reazione che non avrebbe aiutato Midda a uscire viva da tutto quello, né, tantomeno, sarebbe stata da lei apprezzata. Per quanto, infatti, ella fosse solita scatenare risse nella loro locanda qual semplice rimedio all'insonnia, difficilmente si sarebbe concessa vittima del testosterone per definire la propria autorità in una situazione qual quella. Né, parimenti, avrebbe apprezzato chi avrebbe agito in tal senso, come lui, stupidamente, senti fugace esigenza di compiere.
Ritrovata, pertanto, l'armonia con Noal al semplice pensiero della contrarietà della propria amata, Be'Sihl non si poté comunque definire rassicurato da quel breve intermezzo di conversazione con Howe, la tensione del quale finì, necessariamente, per riversarsi anche sul suo animo, sul suo cuore, aggravando, ove possibile, lo stato in cui già riversava.
Si era impegnato con Midda a non cercare più ulteriore contatto con Desmair. E, a conti fatti, mai egli aveva cercato contatto con il semidio marito della sua amata, dal momento in cui era sempre stato lui a contattarlo. Eppure, se solo avesse potuto, in quel momento sarebbe venuto ben volentieri meno al suo impegno per chiedergli aiuto. Forse ella si sarebbe nuovamente irata con lui se solo lo avesse saputo. Forse, ancora, ella lo avrebbe privato di parola per qualche tempo se si fosse resa conto che egli era venuto volontariamente meno alla parola data. Ma, quanto meno, invece di patire come un condannato sulla graticola nell'incertezza sul fato della propria compagna, egli avrebbe avuto la possibilità di essere informato su cosa attendersi qual esito di quella disgraziata separazione.
Però egli non aveva un mezzo per evocare Desmair. Né, in effetti, avrebbe potuto sapere se ancora fosse mantenuto sotto controllo dal semidio, dopo tutto quello che era avvenuto fra loro. Ben conoscendo, a differenza di Midda, le forze in giuoco, comunque, egli sospettava che il suo ex-mecenate, quale in un certo senso era stato nella missione per il salvataggio della mercenaria dalle mani della sua gemella, fosse tuttavia ancora ben attento allo sviluppo di quegli eventi e, per questo, sperava di poter entrare, in qualche modo, in contatto con lui… magari ripentendo nella propria mente il suo nome, quasi come un preghiera, come una formula rituale per la quale, proprio malgrado, avrebbe scontentato tutti i propri dei, tutto il pantheon nell'adorazione del quale era cresciuto, come testimoniavano i suoi tipici caratteri comportamentali shar'tiaghi, anche solo nell'abbigliamento.
Prima ancora che, tuttavia, egli potesse cercare un improbabile contatto con Desmair, e in ciò scontentare i propri dei, la voce di Howe tornò a imporsi sulla sua attenzione, violando gli ordini di Noal, certamente, ma per quella che non poté che considerare un'ottima causa…

« Eccola! »

Un grido soffocato, quello dell'uomo a lui prossimo, che fu accompagnato da un cenno della mano in direzione di un punto nell'oscurità innanzi a loro. Un punto nel quale, all'inizio, Be'Sihl non poté scorgere nulla, ove pur, per comune gioia, l'informazione sull'insperata presenza di Midda venne presto confermata da tutti a bordo della nave, rendendo particolarmente difficile mantenere il silenzio, per quanto, in realtà, nessuno in prossimità al loro molo avrebbe potuto rendersi conto di quanto stesse avvenendo, dal momento in cui tutte le guardie pirata erano state da loro preventivamente uccise.

domenica 22 luglio 2012

1646


« U
n paragone poco nobilitante per una figlia dei mari… nel considerare come gli aironi siano animali di acqua dolce. » sorrise la mercenaria dagli occhi color ghiaccio, apprezzando il sapore della vittoria in ognuna delle sillabe in tal modo scandite « Non trovi?! »

Non dissimile da un rettile ferito, Tahara volle tentare un ultimo, azzardato colpo di coda, cercando di prevalere sull'antagonista prima che questa potesse avere la meglio su di lei, così come, purtroppo, si sentiva ormai quasi certa sarebbe avvenuto se solo non fosse riuscita a liberarsi, ad allontanarsi dalla malefica malia nella quale la stava trascinando con le proprie parole, con quelle provocazioni apparentemente capaci di porre in dubbio tutta la realtà lì circostante, il suo intero mondo, il suo Creato e, in esso, tutte le sue esperienze di vita, dalla nascita ai giorni presenti, anch'essi da lei contestati quasi non fossero neppure stati vissuti. Nella speranza che quelle parole cessassero, la donna dalla lunga treccia castana, medesimo colore dei suoi occhi tanto intonati al resto della sua conturbante presenza, volle allora impegnarsi in quella che sarebbe potuta essere la sua ultima offensiva in contrasto alla Figlia di Marr'Mahew, testamento che, pertanto, non avrebbe accettato potesse esaurirsi in un nulla di fatto. E tutto ciò si concretizzò in un balzo quasi felino, che la condusse innanzi alla propria avversaria con una rapidità tale che allo scudiero della medesima non venne neppure concessa l'occasione di percepire né il suo movimento, né i gesti che lo seguirono. Perché, in immediata successione a quel salto, non fu un singolo tentativo d'attacco, ma una moltitudine incredibile, colpi tanto rapidi e tanto mutevoli tali per cui improbabile sarebbe potuto essere isolarli e classificarli, censirli… o, per lo meno, impossibile sarebbe stato per chi esterno a quella vicissitudine. Ma, non di certo, per chi, al contrario, forzata protagonista di quegli eventi, e che, dagli stessi era probabilmente speranzosa di sopravvivere, ove, se fulminei furono i gesti di Tahara, altrettanto fulminei dovettero essere, e furono, le repliche di Midda, allora sol bramosa di conservare intatta e imperturbata la propria sussistenza in vita.
La Campionessa di Kriarya, in tutto ciò, dovette persino, e proprio malanimo, rinunciare temporaneamente alla propria spada, per quanto gli attacchi stessero venendo condotti non da mani disarmate, ma da sempre letali pugnali. Purtroppo per lei, tuttavia, l'ampiezza della propria arma, in uno scontro a una distanza tanto ravvicinata, avrebbe dovuto essere riconosciuta solo quale intralcio ai suoi gesti, alla rapidità pretesa dalla pirata in replica a una tanto intensa aggressione, ragione per la quale, così come l'aveva pretesa a sé per contrastarla, riconoscendola qual non solo necessaria, ma anche benvoluta, ora ella rinunciò alla sua presenza, lasciandola ricadere inerme al suolo, accanto a loro. Fu così, quindi, che quella che sarebbe potuta essere, e nel cuore della mercenaria speranzosamente volle essere, l'ultima disfida fra loro, ebbe a svilupparsi in un turbinio di movimenti che neppure la stessa Figlia di Marr'Mahew avrebbe potuto seguire, ragione per la quale, pertanto, ella fu obbligata a istintivamente azzardare, ancor prima di poter consciamente reagire, ogni proprio gesto difensivo, affidando alla propria lunga esperienza nel campo della guerra, a tutti gli anni spesi sui campi di battaglia o nei peggiori budelli dimenticati dall'umanità intera, la propria sopravvivenza, il proprio domani, allora tanto sgradevolmente posto in dubbio dall'impeto innaturale di quella propria ex-compagna, probabilmente da sempre nemica, forse solo sporadicamente amica.

« … il tuo nome è Carsa Anloch… » asserì la donna guerriero a denti stretti, desiderando rivolgerle tali parole e, pur, parlando senza neppure dedicare la benché minima attenzione alle stesse, nel non volersi concedere l'occasione di distrarsi e di condannarsi, autonomamente, a morte « … ci siamo conosciute per la prima volta al servizio di lady Lavero, una delle peggiori cagne che abbia mai conosciuto, per nulla migliore rispetto a quel dannato stupratore di suo fratello… » proseguì, in un flusso di pensiero quasi privo di controllo « … eravamo nel Cratere… e tu, insieme a Howe e Be'Wahr, mi stavate attendendo nell'androne dei cerberi, dopo averli sterminati… »
« Sei pazza! » insistette Tahara, rifiutando ogni sua parola « Nulla di quanto stai dicendo riesce a riservarsi un significato alla mia attenzione. »
« … insieme abbiamo affrontato un lungo cammino alla ricerca della corona perduta della regina Anmel, in un'impresa che alcuno avrebbe potuto ipotizzare qual meritevole di attenzione, tanto folle qual solo era nel voler ritrovare un oggetto appartenuto a un personaggio quasi mitologico qual Anmel è… » non si arrestò la mercenaria, tutt'altro che desiderosa di tacere, per quanto i colpi contro di lei rivolti non stessero diminuendo di intensità, al contrario diventando istante dopo istante sempre più pericolosi, sempre più precisi, quasi, ormai, irrefrenabili « … e ci siamo prese cura l'una dell'altra, con passione e affetto sincero… »
« Tu non conosci né passione, né affetto sincero! » protestò la pirata, scuotendo vigorosamente il capo e, per un solo istante, lasciando sperare in un indebolimento della sua offensiva, di quell'aggressione che sembrava voler essere senza fine, per quanto, presto o tardi, le sue braccia avrebbero dovuto cedere, avrebbero dovuto arrendersi, per semplice, umana e inalienabile stanchezza « Tu hai tradito tua sorella, il sangue del tuo sangue, il riflesso del tuo volto… e vuoi lasciarmi davvero intendere che fra noi possa mai essere esistita una qualche complicità?! »
« … è così… » confermò Midda, preparandosi a mutare la propria difesa in offesa nel prossimo momento in cui, per quanto fuggevolmente, le sue difese si sarebbero abbassate, concedendole possibilità di reagire a tanta insistenza in proprio contrasto « … e tu stessa, in quei momenti, hai ribadito come fosse stato proprio il mio nome, la mia fama, a spingerti a lasciare la tua precedente vita e ad abbracciare quella di una mercenaria, nella volontà di emulare i miei gesti, di rivivere le mie avventure, neppur sperando, un giorno, di potermi essere al fianco in una di queste… »

Dovendo impegnarsi per la propria sopravvivenza, e, probabilmente, per quella del proprio scudiero, nonché dell'equipaggio della Jol'Ange, la Figlia di Marr'Mahew non si sarebbe posta remore di sorta a sfruttare qualunque trucco nelle sue disponibilità. Per tale ragione, ove anche, a ben vedere, l'altra non avesse mai, puntualmente, recitato quelle parole in passato, rendendola sì partecipe di quanto, da lei ispirata, avesse abbracciato quella comune professione, ma di null'altro; la mercenaria dagli occhi color ghiaccio non si pose esitazione di sorta nel mentirle, nel manipolare i fatti a proprio vantaggio, sperando, in tutto ciò, di scuoterla a sufficienza da spingerla a rinnegare la propria nuova, artefatta identità per ritornare al proprio solo e originale, io. E quel desiderio, quel bramato sviluppo in una direzione nuova rispetto al semplice, ma apparentemente ineluttabile, duello mortale, sembrò incontrare l'approvazione degli dei, imponendo, ai movimenti della donna pirata un nuovo istante di esitazione, del quale Midda Bontor non si fece scrupolo ad approfittare.
Così, ove l'ennesimo fendente che le sarebbe dovuto essere rivolto dalle lame di Tahara non occorse nei termini previsti, la Campionessa di Kriarya agì con freddo controllo, caricando ella un violento montante alla bocca dello stomaco dell'avversaria, e scagliandolo con l'energia del proprio pugno destro, in contrasto al quale alcuna preghiera avrebbe potuto riservarsi efficacia alcuna.

« Perdonami! »

Quel grido, fuoriuscito allora dalle labbra di Midda, accompagnò il momento in cui il freddo metallo dai rossi riflessi del proprio arto risalì con violenza fino alle delicate carni dell'altra, lì non arrestandosi e, di conseguenza, sollevando di qualche pollice l'esile, ma atletico, corpo della donna in aria, per poi slanciarla all'indietro, senza accordarle il diritto alla benché minima reazione se non a quella di un profondo gemito, con il quale questa abbandonò il contatto con la realtà a sé circostante, con il mondo per il quale aveva combattuto credendo veramente, e fermamente, di essere nel giusto, di essere dal lato della ragione… non diversamente da come, dopotutto, crede di esserlo qualunque soldato coinvolto in qualunque guerra, delle motivazioni della quale, nella maggior parte delle volte, non è neppure completamente informato.

sabato 21 luglio 2012

1645


« T
u sei pazza! » contestò la donna pirata « E questa ne è chiara riprova! » insistette, preludendo in tanto aspre parole un approfondimento nel merito delle ragioni alla base di una simile accusa « Nulla di quanto hai appena detto è vero. Nulla di quanto hai appena detto potrebbe esserlo. Io adoro il mare: è la mia vita, e sulle sue vie navigo fin da bambina! » spiegò, contrastando quelle parole, anche senza, in effetti,riuscire a capire il perché di una tale esigenza « E in secondo luogo, non farti illusioni di sorta: io adoro gli uomini… e non ho alcuna brama di sorta verso le tue forme procaci. »

Non appena quell'ultima asserzione venne scandita, Tahara sembrò cercare vendetta per le menzogne appena ascoltate, avanzando nuovamente verso la propria antagonista ora con movimenti meno appariscenti, e forse ancor più efficaci, quali una serie di rapidi affondi verso le carni di lei. Lame corte, quelle dei pugnali impugnati dalla pirata, le quali a differenza della lunga spada bastarda della donna guerriero non avrebbero potuto sospingersi in particolare profondità senza un reale impegno da parte di colei che li stava impugnando, ma che, nonostante ciò, avrebbero potuto rivelarsi ancora più pericolosi rispetto a qualunque altra arma da taglio, riservandosi sufficiente agilità per superare anche le barriere più compatte, le guardie più strette, raggiungendo persino con eccessiva facilità punti che una qualunque altra spada avrebbe faticato a conquistare.
Sufficientemente esperta nell'uso di un'ampia selezione di armi, malgrado la propria particolare predilezione per le spade, e per la propria spada; la Campionessa di Kriarya non volle sottovalutare la pericolosità di quell'offensiva, preferendo considerare la confidenza della propria avversaria con quelle lame persino maggiore di quanto effettivamente non fosse, deprecando l'opportunità di maturare solo tardiva consapevolezza in merito a un proprio errore di valutazione. Un solo, semplice errore, una disattenzione, una svista, in una vita come la sua, in una professione come quella che aveva deciso di rendere simile a una vocazione, avrebbe infatti potuto costarle il proprio presente e il proprio avvenire, nell'anticipare tragicamente il momento del proprio incontro con gli dei, della propria ascesa in loro gloria, nella speranza, in ciò, di non essersi sbagliata drammaticamente sul pantheon a cui rivolgere le proprie preghiere.
Così le temibili, e potenzialmente letali, lame della donna pirata, che pur avrebbero potuto sorprendere la sua avversaria, trovandola impreparata o, peggio, supponente nel confronto con lei; non poterono giungere a segno, allontanate dal loro obiettivo in grazia a rapidi movimenti della sua destra, insensibile e inesorabile, che non si negò l'occasione di generare scintille dorate nel buio della notte, ma che, non per questo, venne meno al proprio primario compito… quello di preservare l'incolumità del resto del suo corpo già sufficientemente martoriato. E non appena l'offesa di Tahara venne neutralizzata nelle proprie possibilità offensive; la sinistra della donna guerriero volle riconoscere, in reazione a tanta premura, eguale attenzione, tale per cui la spada bastarda, ancora inerme, venne rapidamente allungata in direzione delle ginocchia della pirata, là dove, impattando, fosse anche di piatto, avrebbero potuto imporre un notevole danno all'allora malcapitata,la quale, difficilmente, avrebbe potuto ancora a lungo conservare una posizione eretta.
Ancora una volta per propria innegabile e persino incredibile fortuna, come in molti l'avrebbero facilmente considerata, o in grazia alla propria estrema preparazione fisica, in nulla inferiore rispetto a quella della controparte, così come solo uno sguardo realmente attento, e istruito, avrebbe potuto riconoscere; Tahara evase ai gesti della Campionessa di Kriarya, balzando prima in aria, e poi all'indietro, in un'ampia capovolta, animata in tanto impegno, in tanto sforza fisico e, indubbiamente, anche psicologico, dall'unico, reale e giustificato interesse di riuscire ad allontanarsi da lì, per preservarsi in vita e, soprattutto, per non tradire la generosa fiducia riconosciutale dalla sua regina, che accanto a sé l'aveva voluta elevare, non trattandola da semplice subalterna, ma, addirittura, da pari e, ancor più, da amica e da sorella, aprendole la propria casa e concedendole la straordinaria occasione di essere parte della sua esistenza. Solide ragioni che né quella blanda aggressione, né gesti più incisivi, avrebbero potuto negarle qual proprie, costringendola, in ciò, a combattere non al massimo delle proprie energie, ma oltre ancora, al fine di rendere giusto tributo, giusto omaggio, alla sua regina, alla sovrana di tutti i pirati, nonché sua amica e sorella.
Così, dopo un ulteriore ricerca di scontro, le due donne poterono nuovamente porsi l'una a debita distanza dall'altra, senza che neppure un capello fosse stato torto all'una, piuttosto che all'altra. Uno stallo snervante che, purtroppo per Midda e Seem, proseguendo nei termini nei quali si stava allora evolvendo, si sarebbe dimostrato solo a loro palese discapito, rendendo più complicata la loro fuga dall'isola e, forse e peggio, la fuga dell'intera Jol'Ange da quell'approdo già, sufficientemente, impiccato all'interno del complesso dedalo di quel porto. Valida ragione per incitare la mercenaria a insistere su quella possibile breccia individuata nella sicuramente complessa psiche della propria antagonista, sperando di poter risolvere quel confronto non nel sangue, ma in vie meno pericolose… per entrambe!

« In verità le mie forme procaci ti hanno sempre appassionata… tant'è che ho temuto che mi avessi tradito con Nissa solo nella speranza di ottenere le sue. » osservò, ironicamente, la Figlia di Marr'Mahew, in obiezione alla replica precedentemente rivoltale « E poi… se tu fossi questa gran figlia dei mari che ti professi essere, che senso avrebbero le ali che hai tatuate dietro la schiena?! » puntualizzò, scuotendo il capo e, con le proprie parole, sperando di indurla a porre in dubbio i propri dogmi fasulli « Le ali hanno un valore simbolico solo per i figli e le figlie della terra, che, in loro grazia, ambiscono a spiccare il volo verso una vita migliore, verso un mondo diverso da quello che conoscono, a imitazione degli uccelli migratori. »

In verità, quelle ultime sue parole avrebbero dovuto essere considerate, a tutti gli effetti, un azzardo, ove fra ella e l'altra non vi era mai stata tanta complicità affettiva da permetterle di conoscere le effettive motivazioni alla base di quel tatuaggio, così come, d'altro canto, non si era mai, personalmente, sentita sospinta dalla necessità di illustrare le ragioni alla base dei propri tatuaggi tribali, in tonalità di azzurro e blu, lungo tutto il braccio destro.
Entrambe avevano parlato di gusti sessuali, indubbiamente. Entrambe avevano discusso in merito alle preferenze in fatto di armi, ancora. Entrambe si erano confrontate su diverse tematiche, personali e non. Ma un simile dettaglio, appartenente a un passato mai meglio chiarito della donna conosciuta come Carsa Anloch, non era mai stato affrontato, al pari del resto della storia della sua vita. Dopotutto, ove la stessa Midda Bontor, prima di tempi estremamente recenti, e di una spiacevole condizione che aveva reso non solo necessario, ma anche irrinunciabile, condividere ocn il mondo le vicende che avevano caratterizzato la sua giovinezza, dalla propria nascita sino alla fine della propria vita come marinaia a bordo della Jol'Ange; ella non era mai stata solita sbandierare a destra e a manca questioni di natura tanto personale come quelle, ottima ragione per la quale non avrebbe potuto definirsi particolarmente curiosa, in egual direzione, nel confronto con i propri interlocutori, fossero anche fedeli compagni di avventure, quali, anche, Howe e Be'Wahr… o persino il giovane Seem, del quale conosceva solo sommariamente quanto riguardante solo gli ultimi anni della sua esistenza, quelli da lui impiegati al servizio, qual garzone, della locanda del suo amato Be'Sihl, là dove, del resto, l'aveva conosciuto.

« Le mie ali… » esitò Tahara, cercando di trovare un appiglio razionale al quale appendersi, per mantenere il controllo su quel mondo fasullo che solo la psiche di Carsa aveva creato, per uno scopo ben preciso quale quello di infiltrarsi all'interno delle schiere della sorella gemella nemica della propria amica « … le mie ali… » ripeté, fallendo palesemente in tale sforzo, eppure non arrendendosi, non accettando, ancora, quella resa che tale impossibilità a razionalizzare il proprio tatuaggio sembrava imporle, quale un'incoerenza nel confronto con la quale non essere più in grado di riconoscere la propria stessa identità « … sono state un dono del mio primo capitano, il quale apprezzava la mia grazia e la mia agilità fra le sartie della nave definendola pari a quella di un airone! »

venerdì 20 luglio 2012

1644


T
ahara era già stata sorpresa una volta dalla cosiddetta Figlia di Marr'Mahew, e non desiderava concederle alcuna possibilità di replica. Ove anche, in un primo momento, si era concessa una pericolosa ingenuità, nel ritenere di poterla affrontare e sconfiggere senza un eccesso di impegno, in questa seconda e nuova occasione ella non avrebbe ripetuto il medesimo sbaglio, agendo nel migliore dei modi al fine di sopravvivere al duello e, ancora, di avere la meglio sulla propria antagonista, catturandole o, se costretta, uccidendola per la gloria della propria signora, la regina di Rogautt, sovrana di tutti i pirati dei mari del sud.
In questa occasione, pertanto, Tahara non sprecò le proprie energie nella indubbiamente futile volontà di sorprenderla con un qualche attacco a distanza; né, tantomeno, pose in dubbio il proprio avvenire penetrando all'interno di quell'angusto ambiente, nel quale troppo semplice sarebbe stato per la controparte giostrare con lei senza correre eccessivi rischi. Per tale ragione, ella, pur estraendo i propri pugnali e ponendosi, immediatamente, in postura di guardia, non avanzò verso la donna guerriero, riservando in tal mondo all'antagonista l'occasione della prima mossa. Un'opportunità che, in effetti, si sarebbe potuta tradurre, nella maggior parte dei conflitti, in uno svantaggio, in un dannato facile offrirsi al nemico, al quale, in tal modo, non sarebbe dovuto essere riservato altro impegno, altro sforzo, diverso da quello proprio dell'intuire la traiettoria adottata in proprio contrasto e, semplicemente, estraniarsi dalla medesima, concedendo all'aggressore il vuoto, nel migliore dei casi, o il freddo dell'acciaio della propria lama, nel peggiore. E dove già una volta di troppo ella era sopravvissuta alla nemesi della propria regina, mai avrebbe agito con stupidità tale da concederle l'opportunità di una nuova, banale, vittoria.
Comprendendo le ragioni di quell'immobilità, di quella scelta totalmente antitetica a quella resa già propria dalla donna pirata in occasione del loro precedente incontro; la Campionessa di Kriarya si risparmiò quelli che sarebbero potuti essere molteplici interventi ironici a discapito dell'altra, preferendo mantenere massima concentrazione su quello che Tahara avrebbe potuto compiere a suo discapito, ancor prima che distrarsi riflettendo in merito a cosa ella avrebbe potuto dire o non dire per stuzzicarla, per irritarla. Del resto, proponendosi praticamente estranea al carattere e alla storia di quella donna, di quella personalità della propria un tempo sodale Carsa; difficile sarebbe stato per lei individuare cosa dire, di cosa sparlare, per riuscire effettivamente a far breccia in lei, nel suo animo, senza ricorrere ad argomenti sufficientemente banali quali quelli già adottati in occasione del loro primo scontro.
Pur consapevole di quanto desiderato da Tahara, e consapevole della posizione di minoranza che avrebbe reso propria nel riservarsi la prima mossa; Midda Bontor non poté permettersi un giuoco di forza, di resistenza, di pazienza con lei, attendendo che una delle due cedesse per prima, ove ormai, potenzialmente, l'equipaggio della Jol'Ange aveva ripreso possesso della goletta, e il tempo che ella aveva riservato a sé e al proprio scudiero, per raggiungerli, non avrebbe dovuto essere considerato lontano da concludersi. In verità, volendo conteggiare gli attimi, il quarto d'ora da lei suggerito qual margine di tempo massimo prima che l'agile nave dovesse tentare di aprirsi la strada attraverso l'incredibile barriera di vascelli pirata, avrebbe dovuto essere considerato non semplicemente agli sgoccioli, ma, addirittura, già scaduto. Tuttavia, conoscendo i soggetti coinvolti a bordo della Jol'Ange, e in particolare il gruppo Be'Sihl, Howe, Be'Wahr e Av'Fahr, difficilmente il suo volere sarebbe stato puntualmente rispettato e, nel migliore dei casi in luogo a un quarto d'ora le sarebbe stata concessa almeno mezz'ora; mentre nel peggiore dei casi, quelle quattro teste calde, ormai, avrebbero dovuto essere considerati quali già impegnate nella sua ricerca, ritornando sui propri passi. Onde evitare la seconda, spiacevole opportunità, ella aveva destinato grande fiducia in Noal e nella sua autorità qual capitano: ma se anche, questa, avrebbe sicuramente fatto leva su Av'Fahr, e forse anche su Be'Sihl, per il maggiore tempo trascorso a bordo; alcun risultato si sarebbe riservato su Howe o Be'Wahr, i quali avrebbero agito, tanto per cambiare, di testa propria.
Inevitabile, irrinunciabile e, persino, irrefrenabile, pertanto, fu l'avanzata della Figlia di Marr'Mahew in contrasto alla propria controparte, alla più volubile fra tutte le proprie alleate, o forse avversarie, invocando il suo sangue ma non la sua morte, laddove, ove fosse stato necessario, le avrebbe amputato i tendini delle caviglie per impedirle di seguirli, ma difficilmente sarebbe riuscita a decapitarla con la stessa facilità con la quale, nell'ultimo periodo aveva fatto volare già troppe teste. Un desiderio, una brama, la sue, che pur non sarebbe apparsa immediatamente evidente nell'analisi dei suoi gesti, nell'osservazione del suo attacco, ove la sua spada bastarda mulinò intorno al suo corpo in ogni possibile traiettoria, tracciando quella che sarebbe potuta essere interpretata quale una sfera di morte lanciata contro la donna pirata. Una sfera, tuttavia, che non sarebbe stata difficile da ovviare per l'altra, e che non lo fu, vedendola semplicemente rotolare di lato per estraniarsi a quell'incursione e riassumere, rapidamente, una nuova postura di guardia.
Soddisfacendo, infatti, le aspettative della mercenaria, Tahara non tentò uno stupido affondo verso di lei dopo averne evitato la traiettoria, laddove, così facendo, si sarebbe soltanto e stupidamente esposta all'azione del pericolosissimo doppio filo della sua lama, la quale l'avrebbe rapidamente disarmata, se non, addirittura, mutilata, qual punizione per un tale eccesso di fiducia in sé e nelle proprie capacità. Fortunatamente così non fu, e la splendida pirata dalla pelle color della terra, conservò entrambi i propri pugnali ed entrambe le proprie braccia, concedendosi in tale ritirata l'occasione di poter ancora combattere, ove, in caso contrario, non le sarebbe stata più riconosciuta.
Solo quando Midda Bontor arrestò l'impeto del proprio complesso attacco, Tahara si concesse l'occasione di un'ipotesi di offesa a suo discapito, impegnandosi in un non più banale movimento rotatorio, nel quale, tuttavia, a volteggiare nell'aria a sé circostante non furono i suoi corti pugnali, quanto, piuttosto, il suo itnero corpo, che balzò da una gamba all'altra, descrivendo con la punta dei proprie piedi complessi cerchi nella notte, talune volte in avanti, altre indietro, per distrarre la controparte e per poter, alfine, giungere a lei con le proprie armi apparentemente, in tutto quello, passate in secondo piano. Per propria grazia, comuqnue, la donna guerriero, un tempo marinaia, aveva già avuto modo di osservare all'opera un tale stile di combattimento, proprio di molti marinai provenienti dalle sponde più orientali di Qahr, e forse, in parte, influenzati dai loro cugini dell'ancor più orientale Hyn; e in questo non si perdonò alcuna distrazione, alcuna negligenza, fosse anche solo in conseguenza allo stupore di vederla compiere alla perfezione un tanto complicato attacco che, per lei, sarebbe dovuto restare del tutto estraneo. Così, ove anche l'effetto di quell'offensiva avrebbe potuto essere devastante, imponendole su tutto il corpo una complessa rete di tagli senza che ella potesse supporre di difendersi; ciò non avvenne, e la Campionessa di Kriarya, con non minore semplicità ed eleganza rispetto alla propria avversaria, ovviò a tanto impeto banalmente evadendolo, e lasciando quei gesti liberi di sfogarsi nell'aria dove, un attimo prima era il suo corpo.

« Niente male. » annuì Tahara, non appena ebbe recuperato una posizione verticale, offrendo all'antagonista una nuova guardia.
« Niente male neppure tu. » sorrise Midda, inarcando un sopracciglio per tutta risposta, allungando la spada dietro di sé e il proprio destro innanzi, a scudo per il proprio corpo « Non avrei mai creduto che l'abilità di Carsa potesse spingersi al punto tale da concederti la padronanza di mosse tanto elaborate quasi fossero tue da sempre. »
« Queste mosse sono mie da sempre, dannazione… » replicò la prima, evidentemente stanca dei continui riferimenti a una donna per lei completamente sconosciuta, come quella tanto blasonata Carsa Anloch dall'altra continuamente citata « Mi sono state insegnate dal mio primo compagno, Lou'Goin, a bordo della Sto'Eamm, la prima nave su cui mi sono imbarcata ancora adolescente! »
« Innanzitutto tu non sei mai stata imbarcata, ancora adolescente, su una nave. Tu odi il mare e odi navigare. » puntualizzò la seconda, aggrottando la fronte e, in cuor suo, sorridendo, nell'aver forse appena individuato il punto debole su cui fare leva per disorientarla « In secondo luogo tu non hai mai avuto un primo compagno. Cioè. Hai avuto molti compagni, per lavoro. Ma a te, in effetti, non piacciono i maschietti… » strizzò l'occhio sinistro, quello segnato dalla violenta cicatrice ancor opera della gemella, con aria di complicità verso di lei « Preferisci un'alternativa meno… rozza… »