Midda's Chronicles - le Cronache

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Conclusa la lunga, lunghissima (tre anni...) pubblicazione de "Il viaggio continua", il racconto che, nella mia memoria sarà ricordato come l'episodio dell'ora più buia di questa pubblicazione; inizia oggi "Non abbassare lo sguardo", il 47° racconto della saga regolare di Midda's Chronicles (50° considerando anche i tre racconti pubblicati all'insegna del marchio Reimaging Midda)!
Racconto che, quindi, oltre ad avere potenzialmente un numero importante, ci accompagnerà verso il traguardo dell'11 gennaio 2018, ossia il decennale dall'inizio di questo viaggio insieme!

Grazie a tutti per l'affetto!

Sean, 5 ottobre 2017

lunedì 4 giugno 2012

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« V
acca… » ripeté lo stregone, non senza un'evidenza di gioia innanzi al proprio dominio su di lei.

Guerra era sconvolta. Sinceramente e completamente. E per un lunghissimo momento, un intervallo forse di una vita intera, forse di pochissimi istanti, il tempo di un battito di ciglia, ella perse il controllo di sé e del mondo intero a sé circostante.
Mai, in tutta la propria vita, uno stregone o una strega avevano dimostrato tanto potere da riuscire a trasformarla in qualcos'altro con una semplicità quasi imbarazzante. Mai, in tutta la propria vita, si era trovata in balia degli eventi in maniera tanto spudorata, senza neppure potersi riservare un'opportunità di ribellione, di rivolta. Anche nei momenti peggiori, anche nelle situazioni più angoscianti, quali, prime fra tutte, quelle relative ai suoi confronti con la regina Anmel, ella non si era mai sentita tanto inerme, tanto priva di una prospettiva diversa da quella impostale, di una semplice speranza di salvezza qual era in quel momento.
Ma in grazia a quale potere egli l'aveva tramutata in una bestia tanto rapidamente? In grazia a quale forza egli si era riuscito a opporre alle leggi di natura riplasmandola nelle fattezze di una mucca? Perché tali, indubbiamente, erano le sue, come testimoniato dagli zoccoli neri, e dal manto bianco, che ella poteva osservare in sostituzione alle proprie mani e ai propri arti superiori.
In lode alla propria amata Thyres, fu proprio nel momento in cui osservò nuovamente le zampe bovine che avevano preso il posto delle proprie braccia che ella comprese come la realtà avrebbe dovuto essere giudicata ben diversa da quanto, spinta dall'ansia, lì stava credendo che fosse. Perché, a dispetto di ogni possibile incanto dello stregone, non sono la sua mente stava ancora ragionando come quella di una donna, ma, soprattutto, stava ancora percependo la presenza della sua protesi alimentata all'idrargirio, che, grazie all'intervento del bakeneko, era allora più carica che mai.
Come avrebbe mai potuto percepire il proprio arto tecnologico ove realmente esso le fosse stato sottratto durante la trasformazione in animale? Perché quella che vedeva innanzi a sé non era una zampa metallica, ma una zampa in carne e ossa, così come il suo braccio destro non era più da oltre tre decenni. E dove lo stregone si fosse preoccupato di rigenerarlo prima di trasformarla in vacca, alcuna percezione le avrebbe dovuto pervenire dal proprio impianto, alcuna informazione di ritorno sarebbe dovuta per lei essere propria.
Quindi… no! Quello non era vero. Tutto quello non era vero.
Non era vero che lo stregone l'aveva tramutata in vacca. E non era vero che ella era costretta a restare a carponi. E non era neppure vero che ella aveva muggito. Perché, per un incantatore, sarebbe sicuramente stato più facile ingannare la sua mente, costringendola a pensare di essere ciò che non era, ancor prima che intervenire a mutare il suo corpo, con un dispendio di energie che non avrebbe mai potuto essere gestito nel contempo di una banale canzonatura, qual lo stregone non si era negato e, ancora, non stava cessando.

« Non senti dolore alle mammelle? » la derise egli, mostrando il proprio orrido sorriso attraverso quelle sottili labbra « E' da due giorni che nessuno ti munge… il dolore dovrebbe essere straziante. »

Il dolore sopraggiunse insieme alle sue parole e Guerra, per poco, non perse l'equilibrio, digrignando i denti nel maledire, dentro di sé, il proprio avversario.
Ovviamente ella era conscia, ormai, di come anche quel dolore dovesse essere fasullo, anche nella semplice consapevolezza di come i suoi seni non avessero mai avuto latte in gioventù, figurarsi alla propria attuale età. Tuttavia il potere di suggestione del proprio antagonista era forte, indubbiamente forte, ragione per la quale, difficile sarebbe potuto essere per lei mantenere la freddezza necessaria in un momento tanto difficile, nel quale avrebbe voluto soltanto gridare per la pena provata.
Nonostante tutto ella non gridò. Non gridò nella volontà di non offrire soddisfazione al proprio antagonista, già sufficientemente pieno di sé da non meritare occasione di altra gratificazione. E, non gridando, cercò di concentrare tutte le proprie forze a isolare quel dolore, definendolo non vero, non reale, non concreto così come, altresì, il maleficio impostole avrebbe voluto farle credere.
Con il sangue pulsante nelle tempie con un'energia tale che, per un istante, temette che la testa le sarebbe esplosa, ella rifiutò il dolore da montata lattea e rifiutò la propria attuale condizione bovina, picchiando con forza il proprio zoccolo… il proprio pugno destro contro il tronco di un albero a lei prossimo, a lei vicino, a dimostrazione di quanto, al di là di ogni inganno, esso sempre era, e sempre sarebbe stato, quel pugno capace di abbattere muri, di pietra o di metallo.

« Stai forse impazzendo per il dolore?! » ridacchiò lo stregone, osservandola senza capire il significato di quel gesto, di quell'offensiva apparentemente priva di ragione, in contrasto a un povero albero.

E dove anche il cervello della mercenaria, sempre ingannato, tentò di comunicarle una sensazione di dolore proveniente da quella zampa… da quell'arto, ella non demorse, non si frenò, insistendo con violenza sempre maggiore fino a quando il tronco sembrò deflagrare, come per effetto di un esplosivo, spezzandosi in dozzine di frammenti lignei e franando al suolo, dal lato opposto rispetto al suo, a quello da lei occupata e ove, sino a quell'istante, il suo pugno aveva insistito a battere.
Fu quel successo a infrangere, non diversamente da come era stato per il tronco d'albero, l'incantesimo gettato su di lei dallo stregone, che perse completamente di significato ai suoi occhi in grazia a quella dimostrazione. E così, prima che all'altro fosse concessa l'occasione di ribellarsi, prendendo coscienza di cosa, realmente, avrebbe dovuto essere letto in quel suo gesto, ella recuperò posizione eretta e si avventò contro di lui, senza neppure riservarsi il tempo di mettere mano alla spada, ma solo di gridare contro di lui tutta la propria ira per quanto accaduto.

« Thyres… tu non conosci ancora il significato della parola dolore! » esclamò, in una frase che, parzialmente, ancora avvertì quale un muggito, e che pur fu certa essere suonata comprensibile, una comprensibile promessa di morte e, forse, di un destino ancor peggiore della stessa morte, al confronto con il quale essa sarebbe apparsa, addirittura, una dolce liberazione.

In Hyn così come fuori da Hyn, uno stregone avrebbe dovuto essere sempre riconosciuto qual un uomo. Un uomo dotato di grandi poteri ma pur sempre un uomo. E come uomo, innanzi a un'aggressione fisica, a un corpo slanciato contro il proprio, nulla avrebbe potuto fare al di fuori di tentare di evadere o di rotolare, a terra, insieme all'aggressore, anche ove neppure i suoi piedi avevano cercato un contatto con il suolo sino a quel momento.
Per tal ragione, per il rispetto di tutte le regole di natura, quando Guerra fu addosso al proprio antagonista, allo stregone non fu concessa alternativa a soccombere, spinto da quell'impeto e gettato a terra, sotto il peso dell'altra. Una temporanea sconfitta, la sua, che lo vide necessariamente sorpreso, e ancor più privato del proprio copricapo, ma che, non per questo, lo vide costretto a presumere la propria sconfitta, il proprio prematuro trapasso nel regno dei morti, come, subito, volle sottolineare. E prima che ella potesse ipotizzare di precipitare il proprio pugno destro contro il suo volto, sperando di lì imporre un effetto ancor più devastante di quello offerto in contrasto all'albero; egli levò la propria mancina contro l'addome dell'avversaria e, in quel punto, scaricò un'onda di pura energia che la proiettò prima verso il cielo, e poi lontana da sé, quasi nulla fosse di più di un balocco, di un semplice giuoco per bambini.

« Sei stata brava. Lo ammetto. » commentò, forse fra sé e sé, o forse verso di lei, seppur ormai distante da lui « Tuttavia non considerarti già vincitrice… perché, ai miei occhi, resti sempre pressoché carne da macello, vacca o no che tu sia. »

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