Midda's Chronicles - le Cronache

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Conclusa la lunga, lunghissima (tre anni...) pubblicazione de "Il viaggio continua", il racconto che, nella mia memoria sarà ricordato come l'episodio dell'ora più buia di questa pubblicazione; inizia oggi "Non abbassare lo sguardo", il 47° racconto della saga regolare di Midda's Chronicles (50° considerando anche i tre racconti pubblicati all'insegna del marchio Reimaging Midda)!
Racconto che, quindi, oltre ad avere potenzialmente un numero importante, ci accompagnerà verso il traguardo dell'11 gennaio 2018, ossia il decennale dall'inizio di questo viaggio insieme!

Grazie a tutti per l'affetto!

Sean, 5 ottobre 2017

domenica 3 giugno 2012

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« V
erme? Io?! »

Rispetto ai continenti di Qahr o di Myrgan, quello di Hyn avrebbe dovuto essere considerato molto più distante di quanto non sarebbe già potuto essere considerato per un mero fattore geografico.
Invero, salvo per il vasto mare centrale, tutti i tre continenti avrebbero dovuto essere riconosciuti quali estremamente prossimi l'uno all'altro, nelle proprie estremità, al punto tale da offrire adito a tante, troppe diverse cosmogonie narranti pressoché il medesimo concetto, quello di un solo, enorme continente nella notte dei tempi, successivamente fratturatosi in tre vaste sezioni, una occidentale, Qahr, una orientale, Hyn, e una settentrionale Myrgan. Partendo dalle estremità più favorevoli, e nelle migliori condizioni meteorologiche, il tempo che sarebbe stato necessario a una nave per passare dall'uno all'altro, non sarebbe stato superiore al mese, permettendo, malgrado tutto, una facile possibilità di contatto fra tutte le terre emerse, per così come note a chiunque.
Nonostante una sufficiente vicinanza geografica, tuttavia, il continente di Hyn sembrava essersi volutamente distaccato dai propri fratelli, abbracciando una strada assolutamente originale nella propria evoluzione. Molte, troppe erano le differenze fra Hyn e Qahr o Myrgan, differenze tanto palesi quanto minimali, e pur capaci di modificare totalmente il concetto stesso di quotidianità da un continente all'altro. In Hyn, innanzitutto, non esistevano le stesse infinite frammentazioni che dominavano il territorio di Qahr: se Qahr si sarebbe potuto considerare frazionato da un numero esorbitante di regni, più o meno vasti, nel proprio periodo di massima spartizione Hyn era stato diviso in sole tre parti, successivamente riunificate in una… l'Impero. O, ancora, se in Qahr, ma anche in Myrgan, i pagamenti erano riconosciuti in oro, argento o pietre preziose, in Hyn tale concetto era stato superato nella creazione della moneta e, ancor più, della cartamoneta: semplici tondini di metallo assolutamente privo di valore, e pezzi di una particolare carta, il cui concetto, in effetti, era estremamente raro negli altri continenti, erano usati in luogo dell'oro e di altri valori, i quali erano quasi completamente accentrati nelle mani dell'Imperatore Lupo. Solo all'Imperatore era concesso coniare monete o stampare cartamoneta, in quanto ognuno di quei dischi di metallo e ognuno di quei fogli di carta sarebbe dovuto corrispondere a una minima parte del suo tesoro, assicurando, in tal modo, l'effettiva copertura del loro valore.
Queste e molte altre avrebbero dovuto essere indicate quali le più macroscopiche differenze fra l'Impero e il resto del mondo, differenze, tuttavia, che non erano completamente ignorate dallo stesso resto del mondo. Tante quante quelle differenze, e ancor più, infatti, erano le battute di scherno che erano rivolte verso Hyn da chi incapace di apprezzare i valori della loro evoluzione, a incominciare dalla folle idea di un unico smisurato impero laddove a stento delle province erano in grado di coesistere all'interno di uno stesso, piccolo regno; per proseguire con la stolidità di chi, all'oro, all'argento e ai valori concreti, preferiva oggetti privi di intrinseco pregio. E accanto a tutto questo, oltre ai pettegolezzi e alle battute sul continente di Hyn e sulle sue usanze, non mancavano di essere diffuse storie, miti e leggende sui mostri locali, sugli orrori che, fortunatamente, solo laggiù avrebbero potuto essere incontrati.
Guerra, nel proprio piccolo, così come aveva sempre diffidato delle storie riguardanti il territorio locale, che più di qualunque altro avrebbe dovuto essere conosciuto e che, tuttavia, più di ogni altro era spesso oggetto di inutili enfatizzazioni; aveva egualmente diffidato delle storie riguardanti una terra tanto lontana come quella di Hyn, minimizzandole a mere suggestioni prive di qualunque affidabilità. E sino a quel momento, nel proprio viaggio a oriente, nulla aveva avuto ragione di essere confermato di quanto ella aveva pur avuto modo di sentire narrare, offrendo in ciò la soddisfazione di ritenere di essere sempre stata nel giusto.
Solo in quel momento, solo in quell'occasione, tuttavia, una fra le varie leggende relative a Hyn sembrò trovare conferma. Trovare conferma nell'aspetto del proprio avversario. Dello stregone, per così come ella l'aveva sin dall'inizio considerato.

« Ti sembro forse un verme? » domandò lo stregone, apparendole innanzi, invero addirittura lievitando verso di lei, nel non posare piede al suolo nel proprio movimento « Tu… piuttosto… mi sembri una vacca. »

Alto, altissimo, non solo per i canoni di Hyn, ma anche per quelli a cui Guerra avrebbe potuto definirsi abituata, nel superare abbondantemente i sei piedi d'altezza; e magro, magrissimo, quasi scheletrico nelle proprie forme, sebbene chiaramente umano, con ancora carne e pelle a coprire le sue ossa; il suo nuovo avversario, o, per meglio dire, il suo avversario di sempre in quella missione, in quell'ascesa lungo il crinale della montagna, rispettava in tutto e per tutto quanto ella aveva sentito raccontare nel merito degli stregoni dell'Impero. Perché la sua pelle non sarebbe potuta essere descritta olivastra al pari di quasi tutti gli uomini e le donne di Hyn, ma addirittura verde, un verde malato, un verde marcio, ben lontano da qualunque sentore di salute. Perché il suo viso appariva piccolo, con occhi stretti e lunghi, inclinanti dall'alto verso il basso, come chiunque in Hyn, ma sovrastati da sopracciglia lunghe, lunghissime, e nere come il manto di un corvo, che lungi i bordi spigolosi del suo volto scendevano fino a mischiarsi ai capelli di eguale colore lunghi, lunghissimi, sino quasi ai suoi piedi. Altrettanto neri, e altrettanto lunghi, erano i suoi baffi, baffi che, a partire dal labbro superiore, discendevano non dissimili dalle sopracciglia in sottili cascate corvine. E i denti, fra quelle labbra sottili, erano seghettati, simili a quelli di uno squalo ancor prima che a quelli di un uomo.
Sul suo capo, a non negare nulla di quel quadro complessivo tanto rispettoso del mito, poggiava un berretto di foggia locale, con un amplio risvolto nero a definire un mezzo cono rovesciato sopra la sua fronte, e con una rivestimento giallo al suo interno, a coprire, effettivamente, la nuca. Gialle, anche, erano le sue vesti, rispettose della moda locale e discendenti, dal suo collo, sino ai suoi piedi, per quanto le gambe, fossero, in verità, avvolte in larghi pantaloni di eguale colore, e i suo piedi in piccole scarpette di stoffa, ora nera. In tale trionfo di giallo e nero, verdi risplendevano quasi le sue mani, invero della medesima tonalità del visto e pur, in tal contesto, più appariscenti, meglio definite, ove ve ne sarebbe potuta essere necessità. Necessità, in effetti, tutt'altro che tale, dal momento in cui, nell'osservarne le forme, caratterizzate da dita lunghe e secche, terminanti con unghie ancor più lunghe e simili a lame, alcuno avrebbe potuto ovviare a una reazione di curiosità e disgusto, disgusto, nella fattispecie, al pensiero di quanto dolore sarebbe potuto derivare dall'azione di quegli osceni artigli.

« Vedo che, nonostante tanta evoluzione, qui in Hyn non siete più fantasiosi degli abitanti delle mie terre. » commentò ella, sdrammatizzando quel momento di naturale tensione, innanzi a una figura tanto imponente e, sicuramente, pericolosa « Là tutti si divertivano a chiamarmi cagna… qui tutti vi divertite a darmi della vacca. Cos'è? Non vi piacciono le vacche?! » ironizzò, sorridendo sorniona.
« No. » scosse il capo, lentamente, lo stregone « Non mi hai inteso. Tu… sei… una vacca! » rispose con assoluta tranquillità, mentre dai suoi occhi parve comparire un lampo di luce, invero oscura e tenebrosa come oscuro e tenebroso era il proprietario di quegli occhi.

E, forse per la prima volta nella propria esistenza, Guerra si sentì vittima di un potere a lei superiore, un potere contro il quale non avrebbe potuto far nulla se non piegarsi, cedere. Ma cedere, in quel caso, sarebbe equivalso a morire e, per quanto ne fosse consapevole, non avrebbe potuto fare nulla per opporsi allo stesso, quasi, alla fine, qualcuno fosse riuscito a imporle un destino estraneo alle proprie volontà, ai propri desideri, a quanto sarebbe stata lieta di scrivere con le proprie stesse mani, con i propri gesti.
Un destino che apparve non solo crudele, ma anche grottesco, laddove, nel momento in cui ella cercò di parlare, gettata proprio malgrado a carponi innanzi a quello stregone, non un insulto usci dalle sue labbra, ma solo un lungo, intenso muggito.

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