Midda's Chronicles - le Cronache

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Dopo la conclusione, con un finale particolarmente aperto, di "Non abbassare lo sguardo", è iniziata ieri sera la pubblicazione di "Non smettere di lottare", 48° racconto della saga regolare di Midda's Chronicles, riprendendo - ovviamente - il discorso rimasto in sospeso!
Buona lettura con il proseguo delle avventure della nostra ormai ex-mercenaria preferita in nuovi e inesplorati mondi, in un viaggio lungi dal potersi considerare concluso e che, certamente, proseguirà anche quando alfine superato il traguardo dell'11 gennaio 2018, ossia il decennale dall'inizio di quest'opera!

Grazie a tutti per l'affetto!

Sean, 25 novembre 2017

sabato 2 giugno 2012

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O
rmai non più semplicemente stanca, ma invero spossata, in conseguenza allo scontro avvenuto e alle ferite riportate, troppo facile per Guerra sarebbe stato lasciarsi andare, obliare la vita, la realtà e il presente per abbandonarsi alle tenebre, in un sonno dal quale difficilmente avrebbe potuto trovare risveglio.
Così facendo, arrendendosi, ella avrebbe tuttavia vanificato il proprio mezzo secolo di vita, definendo come nulla di quanto aveva compiuto, nulla di tutto ciò per cui aveva lottato, avrebbe avuto un reale significato, una qualche ragion d'essere. Per quanto stanca, per quanto desiderosa di riposo, quello non era il momento opportuno, non era il luogo opportuno, e, volente o nolente, avrebbe dovuto proseguire, avrebbe dovuto muovere ancora i propri passi innanzi a sé, per giungere alla fine di quella folle storia o, più semplicemente, per tornare a casa, per tornare da coloro che aveva lasciato per impegnarsi in quel viaggio e che, se fosse morta, non avrebbe più avuto possibilità di rivedere, di riabbracciare.

« Thyres… » sussurrò, stringendo i denti e cercando di distrarsi dalle ragioni che avrebbero potuto costringerla a contorcersi per il dolore, espressione, quasi certa, di un'infezione crescente nelle proprie sporche ferite, che tali sarebbero rimaste almeno sino al proprio ritorno al villaggio « Dammi la forza… »

E proprio in quelle parole, alla sua mente non poté evitare di tornare il ricordo di una delle folli canzoni dei Caimani Graffianti, che tanto piacevano alla sua amica Duva, e che, invece, la rintronava con le proprie strofe prive di qualunque significato…

Dammi la forza / per presto fuggire,
dal letto in cui / devo morire,
non alla morte / io tenga la falce,
non firma metta a vita / in calce,
perché il destino / mai è scritto,
questo finché non sono / cotto, fritto,
in questa mia eterna / stanchezza,
che non mi condurrà / alla ricchezza.

Dammi la forza / per presto fuggire,
dal mondo in cui / devo soffrire,
ma non con la morte, / ma con un razzo,
fra le stelle / io voglio far il pazzo,
quindi, su, / spingi l'acceleratore,
lascia che rombi / lassù il motore,
perché io possa sentirmi / qui vivo,
chissà, magari / anche aggressivo.

Dammi la forza / per presto fuggir…

« No, dai. Per favore… » si supplicò, rivolta verso se stessa « Già li ho sorbiti per mesi, prima che convincessi Duva a cambiare genere. E ora me li canto da sola?! E' un chiaro segno di come io stia delirando… » osservò, forse seria, forse scherzosa, e pur in tutto ciò impegnata a non pensare alle proprie ferite e alla febbre che, di lì a poco, l'avrebbe colpita.

Se fosse stata ancora lassù, facile sarebbe stato riprendersi da tutto quello: una visita al dottore e via, come nuova. Ma laggiù, il mondo funzionava secondo regole differenti e, nel caso in cui fosse riuscita a sopravvivere quanto sufficiente e a individuare, combattere e uccidere il responsabile di tutto quello e, ancora, a tornare a valle, non sarebbe stata certa di poter godere di una nuova alba. Nonostante, a ben vedere, la medicina di Hyn fosse estremamente più progredita rispetto a quella delle terre in cui ella era nata e cresciuta, dove lo sforzo maggiore, per sconfiggere la morte, era affidato allo stesso moribondo.

« E tu non sei una moribonda. » replicò, in critica ai propri pensieri, quasi in un dialogo con se stessa, disapprovando quanto appena ipotizzato « Quindi fammi il piacere di smetterla con questa ventata di ottimismo e datti da fare per riportare il tuo splendido didietro a casa. » si comandò, con tono di ribellione in contrasto a sé, e soprattutto al destino che le sembrava suggerire solo una tragica conclusione.

Se una caratteristica non era mai mancata a Guerra, oltre a un fisico prorompente e a una propensione per missioni incoscienti e pressoché suicide, era sempre stata la forza d'animo, uno spirito energico deciso a non concederle mai occasione di deprimersi, di scorarsi, anche nei momenti in cui solo in tal senso, chiunque, avrebbe potuto agire. Uno spirito che aveva dovuto maturare nel momento stesso in cui la sua sorella gemella, Nissa, da lei sempre amata, si era presentata in suo assoluto contrasto, intenzionata a rovinare la sua vita per l'eternità, iniziando dalla costrizione di abbandonare le vie del mare a lei tanto care.
Nonostante ciò, nonostante quella pesante botta emotiva, che avrebbe potuto distruggerla, e, anzi, in graiza di ciò, ella aveva iniziato a maturare il desiderio, quasi ossessivo, di essere l'unica autrice del proprio futuro, l'unica in grado di potersi esprimere in merito al suo stesso destino. E così, nel bene e nel male, era sempre stato, perché anche nelle avversità, ella aveva sempre avuto la consapevolezza di non esserci piombata per colpa del capriccio di un dio o di una dea, ma per una propria decisione in tal senso, per un'espressione ferma e irremovibile della propria autodeterminazione.
Così, ove decisa a scuotersi, ella si scosse. Ove decisa a ritrovare cuore e animo per tirare avanti, ella lì ritrovò, levando alto il capo, riponendo la propria arma nel suo fodero e riprendendo a camminare, con la ferma consapevolezza che si sarebbe potuta fermare solo a missione conclusa, solo quando anche l'ignoto orchestratore dietro a tutto quanto accaduto si fosse rivelato e lei l'avesse potuto uccidere.

« Avanti, lurido figlio d'un cane! » gridò verso il nulla innanzi a sé, verso l'oscurità crescente e gli alberi della foresta « Dobbiamo farla finita. Facciamolo! »

Grida, le sue, che qualcuno avrebbe potuto fraintendere come evidenza palese di un'ormai perduta sanità mentale, in tanto impegno rivolto verso alcun interlocutore, per quanto ricorrendo, nonostante tutto, a parole indubbiamente indirizzate, indirizzate a qualcuno o qualcosa che ella era certa fosse lì nelle circostanze, a contemplare lo spettacolo in corso. Qualcuno che, sino a quel momento, si era impegnato a gettarle contro antagonisti letali, e ai suoi occhi, malgrado tutto, non si era ancora svelato, non si era ancora voluto rivelare per ciò che era.

« Avanti, evocatore! » insistette ella, definendo lo stregone, o la strega, per ciò che avrebbe dovuto essere, in base a quanto avvenuto « Io quelli come te me li mangio a colazione… altro che bakeneko. » lo provocò la mercenaria, certa che, se fosse stato un uomo, o una donna, difficilmente avrebbe potuto ingoiare a lungo degli insulti diretti « Figurati che ho ammazzato il primo fra voi che non avevo ancora compiuto quattordici anni… e da lì, almeno uno o due all'anno non sono mancati. Sai. Per tenermi in allenamento. »
« Lo so che hai paura di me! E' normale! » continuò, sorridendo divertita « In fondo anche io avrei paura di chi capace di uccidermi e starei ben attenta a nascondermi nel buco più profondo che riuscirei a trovare, come un verme. Un verme! »

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