Midda's Chronicles - le Cronache

News & Comunicazioni

Tanti auguri, mamma!

Manco farlo apposta, la conclusione del racconto con RM 003 - Reimaging Midda: Il sapore familiare del veleno!, dopo ben settantuno episodi (il racconto più lungo di Midda, a oggi!), coincide con la festa della mamma.
Motivo per cui, festeggiando il traguardo di un altro racconto di Midda concluso (e di una Midda alternativa, come tutte quelle finora apparse in Reimaging Midda), non posso ovviare a fare gli auguri a una delle lettrici più affezionate di Midda, nonché alla co-autrice della stessa (quantomeno dal punto di vista grafico), con questo piccolo intervento.
Quindi: auguri mamma!
E grazie di tutto il sostegno in questi quasi dieci anni di pubblicazioni!

Da domani, inoltre, riprenderà la pubblicazione di RM 001 - Reimaging Midda: Un altro morde la polvere, iniziando con la riproposizione dei primi nove episodi precedentemente pubblicati a cavallo fra il dicembre 2015 e il gennaio 2016.
Nella speranza, in tutto ciò, di essere riuscito finalmente a rompere la maledizione che aveva afflitto questa serie fra il 2014 e lo scorso anno.

Grazie a tutti per l'affetto!

Sean, 14 maggio 2017

sabato 30 giugno 2012

1624


S
e solo i pirati avessero prestato maggiore attenzione ai dettagli, maggiore interesse alle leggere differenze nell'intonazione di una voce pur modulata volutamente qual rauca, tutti loro avrebbero potuto comprendere come la persona che era caduta in mare, non era la medesima che poi da quelle acque era uscita, arrabbiandosi in contrasto ai propri compagni, coprendosi parte del viso con una mano e, più in generale, il resto del suo corpo con una coperta. Perché ove anche quella mano e quella coperta si impegnarono a coprire la maggior parte possibile della sua identità, facile sarebbe stato per un occhio esperto cogliere la differenza esistente fra la pelliccia di sfinge e quella di comune pelliccia indossata dall'una piuttosto che dall'altra; così come facile sarebbe stato notare il diverso arto metallico, l'uno nero dai rossi riflessi, l'antro semplicemente nero; nonché, ancora, una certa diminuzione nella generosità delle sue forme, non solo per la diversa maturità fra le due donne, quanto e proprio per l'esuberanza caratteristica della vera Figlia di Marr'Mahew nel confronto con la minore appariscenza della giovane marinaia, lì comunque in parte resa più simile alla prima in grazia ad accurate imbottiture.
Ma nessuno fra i pirati, così come previsto e sperato da Midda Bontor, spese un istante del proprio tempo in tale analisi. Non, per lo meno, dopo averne già accurato l'identità nella corso della sua effimera presenza sul molo, prima di essere non involontariamente, ma volontariamente, e attentamente, colpita e scaraventata in mare, quanto sufficiente per affondare sino a raggiungere un punto particolare in prossimità alla chiglia della nave dove l'attendeva proprio la rossa Masva, per l'occasione tinta nella stessa tonalità corvina con la quale, del resto, da oltre quindici anni anche l'altra si era costretta a mutare il colore della propria altresì rossa chioma, a prendere distanza dall'aspetto della gemella onde evitare nuove, spiacevoli possibilità di scambio, qual quello che le era già costato un avambraccio, con la mano a esso collegata. In quella particolare posizione, infatti, esisteva quasi da sempre un lieve pertugio utile a concedere, in particolari situazioni d'urgenza, di celare qualcuno aggrappato all'esterno della nave, ma non per questo privato del respiro, attraverso un sempre efficientemente mantenuto sistema di passaggio dell'aria, dall'alto del ponte, attraverso la stiva, e sino a quel sito nascosto. Sito che, allora come in passato, si rivelò più per perfetto per permettere l'adempimento di un rischioso piano: quello atto a scambiare la donna guerriero con la compagna di ventura adeguatamente camuffata allo scopo di assomigliarle, per sostituirla, al momento opportuno, qual prigioniera in Rogautt. Non che, invero, alcuno dubitasse della bravura di Masva, e delle sue possibilità di riuscire a compiere quanto Midda aveva voluto riservare per se: semplicemente, e incontestabilmente, la mercenaria avrebbe potuto vantare una maggiore confidenza con situazioni disperate al pari di quella, ragione per la quale sarebbe stata più a suo agio in quel contesto, valutando di istante in istante, senza troppe possibilità di pianificazione strategica, le prossime mosse da compiere.
Non un solo dubbio era stato allora espresso attraverso le labbra della marinaia, dimostrando ancora una volta la grande onestà e collaborazione della giovane, al di là di ogni possibile mancanza di rapporto passato. In quel momento, in quel contesto, Midda era colei che possedeva, nel proprio cuore e nella propria mente, maggiore esperienza con situazioni che Masva neppure avrebbe potuto immaginare, ragione per la quale non solo necessaria, ma addirittura ovvia avrebbe dovuto essere riconosciuta quella decisione in favore della medesima, senza esitazioni, senza incertezze, senza gelosie. E così tanto la donna, quando i suoi compagni, avevano accettato quanto derivante dall'evidenza della situazione presente, concedendo alla mercenaria, pur indirettamente responsabile di tutti i loro problemi, e delle loro varie tragedie, recenti e passate, quella fiducia sincera e assoluta solo necessaria ad affidarsi volontariamente al fato di prigionia prevedibilmente loro destinato dai pirati; nella certezza che ella non li avrebbe abbandonati né delusi, compiendo tutto ciò che sarebbe stato utile compiere non solo per la loro salvezza e la salvezza dei loro compagni, ma anche per la loro quieta fuga da quelle acque a loro nemiche, e dai troppi pericoli che lì si sarebbero annidati a loro discapito.
Così, nel mentre in cui Masva, nei panni della Figlia di Marr'Mahew, restituiva a Nissa Bontor il favore, per quanto quest'ultima aveva compiuto nel recente passato fingendosi la propria gemella e, in grazia di ciò, arrivando a mietere nuove vittime; la sola e vera Campionessa di Kriarya si allontanò quietamente dalla scena, discretamente cercando rifugio lontano dall'attenzione di tutti, là dove avrebbe potuto concedersi di riemergere, al momento opportuno, dall'abbraccio del mare per spingersi alla ricerca del compimento di quella che, sotto troppi punti di vista, avrebbe dovuto essere considerata l'impresa più importante, e più difficile della propria vita, chiudendo un discorso iniziato oltre vent'anni prima con la propria non più amata sorella, e vendicando, alfine, tutti coloro che per causa di questa erano purtroppo prematuramente morti.

« Al di là di tutte le imprecazioni nelle quali si è ingenerosamente impegnata Masva, ti prego, o Thyres, di stendere il tuo sguardo pietoso su di loro così come hai sempre troppo immeritatamente offerto a me in questi anni. » sussurrò, a denti stretti, nuotando con la testa a fil d'acqua, nel vederli condotti verso l'interno della cittadella, della capitale dei pirati, nonché del regno eretto dalla sua gemella « Del sangue sarà presto versato… e se proprio deve essere, che sia il mio e non il loro. Perché già troppi innocenti sono morti a causa mia. » pregò, con animo sincero, parole onestamente scandite verso la propria dea prediletta, parole di sacrificio, ove necessario, per coloro che già troppo a lei si erano offerti fedeli, per quanto privi di una reale motivazione in tal senso ove poco o nulla, di ritorno, ella aveva concesso loro.

Quanto nelle proprie preghiere la donna guerriero non avrebbe potuto presumere, né pertanto esorcizzare, sarebbe stato il pericolo che la coinvolse di lì a poche ore, quando, finalmente calata l'oscurità sull'isola, ella si concesse di lasciare quelle acque e di incamminarsi all'interno della capitale, dopo essersi premurata di celare con cura gli scettri sotterrandoli sotto non meno di due piedi di sabbia, e mascherando poi il proprio operato con un gruppo di pietre, che le avrebbe anche concesso l'indubbio vantaggio di individuare con facilità il preciso punto presento anche a distanza di qualche ora, o più, in base al tempo che le sarebbe stato utile per completare quanto andava compiuto.
Sebbene, infatti, ella avesse da considerarsi necessariamente fiduciosa sulle proprie possibilità di successo, così come necessariamente avrebbe dovuto essere per non augurarsi autonomamente una sorte negativa; non semplicemente stolido, ma addirittura incosciente, sarebbe stato condurre gli scettri con sé, così come lasciarli in bella vista sulla nave o in altri luoghi. E se, per qualche insana ragione, Nissa avesse avuto modo di rilevare o meno la presenza dei quegli artefatti mistici nelle vicinanze, magari in grazia a qualche osceno potere derivante dalla corona della terribile regina Anmel che, misteriosamente, aveva preso posto sul suo capo in occasione del loro ultimo incontro; la vicinanza agli scettri non avrebbe posto a rischio la sopravvivenza degli ostaggi in suo possesso… ammesso, per un caso incredibilmente fortuito, che questi fossero effettivamente ancora vivi, malgrado loro avessero rispettato i termini della scadenza imposti dalla sovrana di Rogautt. Un azzardo, certo, seppellirli lì, a portata di mano di chiunque, fosse anche solo di un cane alla ricerca di oggetti sepolti. Ma un azzardo necessariamente accettabile, e allora accettato, ove azzardo peggiore sarebbe stato condurli al proprio seguito o, inconcepibile, consegnarli direttamente nella mani degli uomini e delle donne al servizio della gemella.
Il possibile fato degli scettri, comunque, precipitò improvvisamente in fondo alla scala delle priorità della Figlia di Marr'Mahew nel momento in cui, ella, avanzando quieta nelle viuzze della cittadella, ebbe modo di incrociare l'ultima persona che avrebbe mai potuto desiderare di incontrare in quel momento e, probabilmente, l'unica al mondo in grado di tenerle testa faccia eccezione per la sua gemella, già dimostratasi, addirittura, in grado di superarla e di batterla. E, assolutamente, non fu piacevole per lei incontrare colei nella quale aveva riposto più fiducia di quanto non avrebbe dovuto, dal momento in cui, per ben tre volte, alla prima occasione utile, questa si era rivoltata in sua opposizione, tradendola…

« Carsa?! »

venerdì 29 giugno 2012

1623


Q
uando la Figlia di Marr'Mahew uscì dall'acqua, dopo aver raggiunto la riva, la corvina chioma abitualmente disordinata, caotica, si mostrò altresì appiattita contro il suo capo, come necessariamente sarebbe dovuta essere in conseguenza all'azione imprevista dell'acqua di mare in suo contrasto. E la sua mano sinistra, la sola in carne e ossa che le era stata concessa a seguito di un'ingiusta condanna per pirateria, addebitabile, altresì, alla sua gemella; sì presentò alzata a celare più di metà del suo viso, compreso il tremendo sfregio che la stessa Nissa Bontor le aveva imposto al loro primo, vero, confronto in combattimento. In tal punto, dopotutto, ella era stata appena colpita dalla violenza del muscoloso Be'Wahr, offrendole una ragione più che valida per dimostrare in quel modo la propria umanità, e il dolore a essa conseguente. Se, anzi, ella non avesse risentito in alcun modo di quella tremenda, e involontaria, offensiva, difficile sarebbe stata considerarla effettivamente umana, in una direzione nella quale, in effetti, già in molti non si concedevano remore nel sollevare dubbi. Ma, al di là di ogni facile mitizzazione del suo nome e delle sue imprese, tali da renderla una semidea, o forse addirittura una dea, ancor prima di una comune mortale capace di impegnarsi in una misura sconosciuta ai più, e neppur da questi desiderata; ella era sempre stata e sempre sarebbe rimasta una donna… straordinaria, sì, ma comunque donna, capace di vincere come di perdere, di gioire come di soffrire, di sopravvivere come di essere uccisa.
Il colpo da lei ricevuto, pertanto, non avrebbe mai potuto essere mitigato dalla sua fama, dalla sua gloria, o dalle illusioni di molti attorno al suo nome. E dove già una buona parte delle più comuni persone sarebbero rimaste prive di sensi in conseguenza a tanto impeto; ella dimostrò indubbia supremazia nell'aver conservato controllo di sé, sufficiente da non affogare e, persino, da permetterle di riconquistare la riva, e, lì, di imprecare, non priva di ragione, contro i responsabili della propria disgrazia…

« Per Thyres! Per Thyres! Per Thyres! » ripeté per tre volte, con tono più simile a quello di una bestemmia che di un'invocazione, qual avrebbe dovuto essere la sua « Si può sapere cosa accidenti vi passa per la testa?! Ci stiamo consegnando prigionieri ai pendagli da forca servi di mia sorella, e voi perdete tempo litigando quali due bambini per il possesso di un comune balocco? » domandò retoricamente, risultando, se possibile, ancor più arrabbiata di quanto già non fosse in conseguenza alla voce sempre roca, forse ancor un poco più rispetto a pocanzi « Ma io vi polverizzo il deretano a calci… »
I due, dal canto loro, nel mentre in cui ella veniva avvolta all'interno di una coperta dall'intervento premuroso di Be'Sihl, suo amato, non poterono fare altro che sussurrare, praticamente in coro: « … scusa… »
« Ma andate in gola a Gorl, voi e il vostro scusa! » ribadì ella, avvolgendo la coperta in questione non solo attorno alle proprie spalle, ma anche al proprio capo, sempre coprendosi parte del viso con la mancina, là dove ancora le doleva in misura non trascurabile « Combinatene un'altra così, e dovrete supplicare Nissa di uccidervi, giusto per evitare di restare in cella in mia compagnia! »
Fu in conseguenza di quell'intervento, di quell'ultima affermazione pronunciata con assoluta naturalezza, quasi quello avesse da considerarsi l'unica, possibile evoluzione dei fatti, che fu il turno del giovane Ifra a prendere parola, offrendo spazio a un semplice, quanto necessario, dubbio nel merito di una posizione apparentemente tanto ferma, e tanto naturale, quasi l'oggetto di quelle parole avesse da considerarsi il sorgere o il tramontare quotidiano del sole: « Cella…? »
« Certo… cella! » rispose Midda, ancora infervorata, per quanto, comprendendo di non aver nulla da obiettare a discapito del mozzo, subito si impose maggiore quiete « Perdonami, Ifra. Ma dubito che ci abbiano riservato degli alloggi a palazzo, giusto per offrirci dei giacigli più comodi. » sorrise, ora a metà fra l'ironico e il sarcastico, non tanto verso il ragazzo, quanto verso i pirati in silenzio attorno a loro, a osservare incuriositi e divertiti l'evolversi della scena « Dopo che ci avranno condotti al cospetto della mia amata parente, ci sbatteranno in prigione, in attesa di una sua magnanima decisone. O sbaglio?! » soggiunse verso questi ultimi, a dimostrare l'identità dei veri destinatari delle sue parole.

In tal modo, in conseguenza a quella forse troppo rude, ma realistica affermazione, un momento di imbarazzato silenzio si diffuse inevitabilmente fra i presenti. Non un silenzio verso e proprio, in verità, ove caratterizzato da molteplici bisbigli e sussurri. Ma un silenzio conseguente all'assenza di un reale dialogo, qual in quel momento fra loro stava venendo a mancare, nei confronti fra piccoli gruppetti interni ai due schieramenti in luogo a un confronto vero e proprio fra le formazioni lì in opposizione.
Prima che, tuttavia, il portavoce dei pirati avesse modo di riprendere parola in tal senso, per offrire il proprio punto di vista in merito alla questione per così come proposta da parte della donna guerriero, un'altra questione, di importanza maggiore, attrasse la sua attenzione…

« Il sacco! » esclamò, indicando il fianco sinistro della mercenaria, laddove prima pendeva un sacco in pelle contente qualcosa di pesante ma non molto ingombrante, l'identificazione della quale, salvo strane sorprese, avrebbe dovuto essere considerata più che retorica; ma che ora si mostrava del tutto libero d'ingombri, dando luogo a uno spiacevole timore che subito volle esplicitare « C'erano gli scettri dentro? Dove è finito? Non sarà… » esitò, indicando il fondo del mare.
E la mercenaria, mostrandosi sinceramente stupita al punto da dimenticare, per un istante, il dolore al volto, chinando il capo e frugando con entrambe le mani al di sotto della coperta, non poté che testimoniare, con il proprio palese sgomento, la correttezza della deduzione dell'altro, sussurrando fra i denti: « Maledizione! »

Quella conferma, temuta e purtroppo ma inevitabilmente inattesa, diffuse una certa irrequietezza fra i pirati, i quali non sembrarono gradire non tanto la notizia del possibile smarrimento degli scettri, quanto, tutto ciò, avrebbe potuto comportare per loro, loro ai quali era stato affidato quell'importante incarico per volere della stessa regina di Rogautt. Ragione per la quale nuovi brusii si diffusero omogeneamente fra tutti loro, nel mentre in cui, la parte a loro contrapposta, quella dell'equipaggio della Jol'Ange, offrì ora reale silenzio, in attesa dell'evoluzione della situazione, per comprendere se tanto presto sarebbe stato loro richiesto di iniziare una sfida impari o se, altresì, sarebbe stato loro concesso di rispettare, almeno in parte, il piano originale, per così come concordato con Midda Bontor.
Dopo un prevedibile momento di disordine fra le fila dei pirati, tuttavia, il "sordo" riuscì a ristabilire una parvenza di disciplina, chiaramente in ciò sospinto dal timore di quanto a lui, in particolare, sarebbe stato imputato in caso di fallimento. E così, a una dozzina di pirati venne comandato di attrezzarsi al fine di calarsi nelle acque sotto la goletta allo scopo di scandagliarne il fondale e verificare ove accidenti potesse essere finito quel sacco; mentre a un'altra dozzina venne ordinato di scortare i prigionieri sino alle celle già per loro effettivamente allestite. In tutto ciò, quindi, l'uomo riservò a se stesso, e a una manciata di altri propri compagni, l'onere di comunicare alla loro signora quanto accaduto, sperando di poter sopravvivere a sufficienza da potersi riunire, alla fine, con le altre due dozzine di loro pari, ai quali, al di là di qualunque possibile polemica, era stata offerta la parte migliore.

« E voialtri… » riprese alfine voce verso l'equipaggio della Jol'Ange « .. sperate bene che quegli scettri vengano recuperati al più presto. Perché le vite dei vostri compagni, nonché le vostre, saranno in forte dubbio sino a quel momento. »

Con quella promessa, pertanto, capitan Noal e i suoi uomini, compagni di sempre e da ben poco acquisiti quali tali, vennero allontanati dalla spiaggia e guidati verso l'interno della capitale, nel mentre in cui, a debita distanza, lo sguardo della Campionessa di Kriarya li seguiva, animato dalla soddisfazione di aver adeguatamente previsto la completa evoluzione di quegli eventi.

giovedì 28 giugno 2012

1622


R
apidi, dietro la donna guerriero, si precipitarono coloro che a lei avrebbero dovuto essere riconosciuti quali più vicini, soprattutto in momenti di battaglia e di guerra. In ordine: Be'Wahr, Howe, Seem e Be'Sihl. I quali vennero seguiti, con il consenso del loro capitano, da A'Fahr e Ifra, con il medesimo Noal a conclusione di quella strana processione che, invero, avrebbe dovuto prevedere lui qual il primo della fila, e non l'ultimo. Non potendo essere tuttavia riconosciuta Midda Bontor qual reale elemento del suo equipaggio, né i suoi compari altrettanto, difficile sarebbe stato per il comandante della Jol'Ange far valere la propria posizione, soprattutto al di fuori dei confini propri del mare. Così egli non si scompose a quell'apparentemente disordinato avanzare, né avrebbe avuto ragione di farlo anche ove tutto quello non fosse stato accuratamente pianificato dalla stessa mercenaria, la quale aveva addotto ottime ragioni alla propria strategia, tali da non poter essere contraddetta da alcuno fra loro.

« Deponete le armi. » richiese il "sordo", senza particolare impeto o arroganza nei loro confronti e, soprattutto, in quelli della donna innanzi a loro, ora a lui tanto vicina da apparire in tutta la propria beltà qual identica alla loro regina, in ciò suscitando un naturale rispetto non solo in lui, ma in tutti gli uomini e le donne presenti accanto a lui « La nostra signora vi accoglierà a tempo debito. Intanto ha preparato per voi un alloggio nel quale potrete rincontrare i vostri… amici. » annunciò.

E dal momento in cui in quelle parole venne offerta assoluta ragione alle previsioni della stessa Figlia di Marr'Mahew, la quale aveva ben anticipato che Nissa non li avrebbe accolti direttamente ma li avrebbe lasciati per qualche ora a crogiolarsi in una delle sue celle; nulla nel piano da lei ponderato poté trovare ragione di dissenso o di contrasto, tale per cui alcuno, fra i suoi compagni, ebbe modo di esitare a proseguire nei termini accordati. Per tal ragione, nel mentre in cui la mercenaria estrasse con delicatezza la propria spada dal suo fodero, lenta nei propri gesti a non dar spazio a dubbi nel merito di una loro possibile interpretazione, dietro di lei Howe e Be'Wahr approfittarono dell'occasione per dilettarsi nel loro passatempo preferito: il reciproco scherno.

« Vuoi un aiuto a consegnare loro la tua arma, fratellino?! » sorrise lo shar'tiagho, offrendosi in apparenza premuroso nei riguardi del proprio compagno, se non fosse stato che l'arma di Be'Wahr, da tempo immemore, avesse da riconoscersi in una grezza arma con una grossa lama a filo unico, non dissimile da un coltellaccio, portato da lui semplicemente infilato nella cintura.
« No… ce la posso far… » iniziò a rispondere il biondo, salvo rendersi conto, dopo un fugace istante, di come, espressa da parte di Howe, tale premura avesse da riconoscersi quale ragione di scherno « Ehy! Che cosa intendi dire?! »
« Io…?! Ma nulla, ovviamente! » scosse il capo il primo, fingendo assoluta innocenza e ingenuità a quella richiesta « Era solo mio desiderio aiutarti! »
« Certo! Perché io sono così stupido da non riuscire a estrarre il mio pugnale dalla cintola per consegnarlo a questa gente, vero?! » protestò il secondo, storcendo le labbra verso il basso e serrando i pungi di ambo le mani, per l'ira conseguente a quell'ennesimo giuoco a proprio discapito « Avevi promesso che non mi avresti più preso per i fondelli… » ricordò, a cercare di contenere la situazione, prima di esplodere.
« E chi ti sta prendendo per i fondelli?! » sgranò gli occhi Howe, ancora mostrandosi del tutto inconsapevole del possibile significato entro il quale intendere le sue parole « Sei stato tu a dire di essere così stupido… non io! » sorrise sornione, piegando appena il capo di lato.
« Razza di… » sussurrò a denti stretti il muscoloso Be'Wahr, caricando un pugno e volgendolo in direzione del fratello di vita, e del suo naso, in particolar luogo.
Ma lo shar'tiagho non restò in attesa dell'arrivo di quel corpo e, con tutta l'agilità della quale il suo snello fisico era capace, malgrado un'altezza superiore a quella del proprio compagno, riuscì a evitare quell'attacco, scivolando di lato e, nel contempo, schiaffeggiando il compare a qual rimprovero per il proprio tentativo o, forse, per il fallimento del medesimo « Troppo lento, palla di lardo che non sei altro! »
« Smettetela immediatamente voi due! » ordinò la donna guerriero, voltandosi a cercare di comprendere cosa stesse succedendo e subito muovendosi per porsi fra la coppia, per arginare la lite prima che potesse porli nei guai « Vi sembra questo il momento giusto per metter… »

Purtroppo, le sue parole non poterono trovare una naturale conclusione, dal momento in cui, prima che ella potesse terminare il proprio richiamo, un colpo di rovescio partì dal biondo diretto al fratello, mancando clamorosamente l'obiettivo e, meno gradevolmente, intercettando il volto della stessa Midda, postasi sciaguratamente sulla traiettoria di quel pugno. E prima che ella potesse reagire per difendersi a tal involontaria offensiva, o per evadere dalla medesima, il violento attacco dell'uomo la catapultò lontano dal punto in cui si trovava, fino, addirittura, a proiettarla al di fuori dei limiti del molo stesso, nello stretto spazio fra questo e la goletta lì ormeggiata. Un budello nel quale, se non doloroso sarebbe potuto essere ricadere, potenzialmente letale avrebbe potuto rivelarsi lì permanere, ove una sola scossa imprevista delle acque del mare avrebbero potuto lì schiacciarla, senza alcuna seppur vaga speranza di pietà.

« Midda! » esclamarono in coro Be'Sihl, Av'Fahr e Noal, accompagnati in ciò da un « Mia signora! » gridato nel contempo da parte del giovane Seem, suo scudiero.
« Razza di idiota! » rimproverò Howe, schiaffeggiando ora con severità il compagno causa di quell'involontario volo della mercenaria e degli scettri al suo seguito, ma non della sua lama, già saldamente riposta nelle mani del "sordo" « Non riesci a combinarne una giusta! Che sia una! »

Tutti coloro che un attimo prima erano in quieta attesa sul molo, osservando con un certo distacco la scena dove solo uno fra loro doveva essere stato incaricato di un'interazione diretta con i nuovi venuti, accorsero allora sul bordo oltre il quale la donna guerriero era appena caduta, spingendo in tanta enfatica curiosità l'intero equipaggio della Jol'Ange al punto tale da rischiare di far precipitare anche tutti gli altri in quello stretto pertugio. Ma per un lunghissimo istante nessuno fra loro, così come alcuno fra gli altri, fu in grado di cogliere la presenza della donna, nelle acque improvvisamente turbinose di quel lembo di mare. E in tale assenza non poterono mancare preoccupanti, e preoccupate, congetture, quali quella che ella potesse aver colpito con la testa lo scafo della nave, e fosse pertanto precipitata in acqua priva di sensi.
Fortunatamente, prima che il timore potesse tramutarsi in paura, e prima che qualcuno fosse costretto a gettarsi in acqua per tentare di comprendere quale destino potesse aver caratterizzato la combattente più famosa in quell'angolo di mondo, in una grottesca ironia della sorte ove a sconfiggerla si fosse rivelato proprio un gesto così involontario; fu proprio la voce rauca di lei a richiamare l'attenzione di tutti dal lato opposto della goletta, laddove, evidentemente, era risalita a ovviare il rischio di una per nulla apprezzabile compressione…

« Thyres! » esclamò, offrendo a coloro intenti nella sua ricerca la possibilità di un sospiro di sollievo « Per carità fate sparire quei due prima che io possa uscire da qui. Perché, altrimenti, questa volta giuro che li annichilisco! » minacciò, non lasciando possibilità di dubbi sui soggetti oggetto di quelle proprie affermazioni.
« Midda… stai bene?! » prese voce Noal, imponendosi sul brusio che immediatamente si generò lì attorno.
« Sto come potrebbe stare una che sta aspettando di ritrovarsi la faccia pesta e gonfia come mai ha avuto in vita sua. » annunciò ella, rabbiosa « Ci vediamo a riva. » definì poi, quasi a volersi distrarre dal discorso, imponendosi evidentemente di recuperare la quiete perduta « E fatemi trovare una dannata coperta, o prima di mia sorella mia ucciderà la febbre! »

mercoledì 27 giugno 2012

1621


N
on appena la Jol'Ange fu avvistata dalle navi più esterne fra quelle ancorate attorno all'isola di Rogautt, interminabili apparvero gli istanti nel corso dei quali il futuro della goletta e dei suoi occupanti venne deciso da parte di quel presidio. Istanti nel corso dei quali, inoltre e in verità, la bandiera bianca sventolante sulla punta dell'albero di maestra apparve quasi perdere di significato, innanzi all'eventualità dell'immediato inizio di un conflitto con quei pirati. Malgrado ogni legittimo timore da parte dei nuovi giunti, comunque, alcuno a Rogautt avrebbe potuto considerarsi disinformato nel merito di chi sarebbe dovuta giungere all'isola, entro la scadenza ormai terribilmente prossima. Solo pochi giorni, infatti, separavano il tempo presente dal termine sancito dalla regina dei pirati per la sopravvivenza dei suoi due prigionieri, di Camne Marge e di Hui-Wen, in una temibile prossimità a quello che, per i due malcapitati, suoi prigionieri, sarebbe potuto essere l'ultimo istante di vita. Pochi giorni che, tuttavia, erano stati rispettati e che, in ciò, non avrebbero più dovuto proiettare, nel proprio inesorabile succedersi, alcuna ulteriore minaccia.
Così, ove anche a bordo della Jol'Ange tutti ebbero di che temere l'inizio di una sanguinosa battaglia, innanzi al pensiero della quale, comunque, si sarebbero proposti tutti egualmente pronti; non un solo grido d'avvertimento venne levato nella loro direzione da parte dei possibili antagonisti ed, eccezion fatta per inevitabili sguardi curiosi, alcun ulteriore interesse venne loro rivolto, concedendo alla goletta, in tal modo, di avanzare verso l'isola, attraverso il più vicino fra tutti i corridoi d'acqua loro concessi. E in grazia a tutto ciò, ove ve ne sarebbe potuta essere necessità, il potere di Nissa Bontor trovò ulteriore occasione di conferma e di evidenza, sì indiscusso al punto tale da imporre l'ordine sui propri sudditi, sulle proprie fedeli truppe, anche senza un proprio intervento diretto in tal senso, anche senza una propria parola esplicita a rimembrare già scanditi ordini. Perché in assenza di una tale autorità qual guida per tutta quella gente, per tutti quei pirati, difficilmente gli stessi avrebbero potuto sopportare quietamente la reciproca presenza… in alcuna misura quella di un altro equipaggio di non pirati, che allora sarebbe stato sicuramente inquadrato qual preda e non quale ospite da rispettare nella propria avanzata.
Progredendo, quindi, all'interno dell'incredibile e indescrivibile schieramento di navi, la Jol'Ange poté veleggiare quietamente fino alla stessa isola di Rogautt, e a un molo indiscutibilmente lasciato libero proprio per loro, e sul quale, già, una delegazione la stava attendendo, segnalando l'invito a lì ormeggiare attraverso una sequenza di segnali luminosi offerta per mezzo una lastra di metallo lucente e argentato, secondo un cifrario apparentemente simile a quelli utilizzati in altre isole del sud, e pur, in minima parte, originale quale quello di ogni porto, tale da permettere, reciprocamente, un immediata identificazione in casi nei quali l'identità delle parti in giuoco non fosse stata trasparente così come era in quel momento. A tali segnali, alcuno sulla goletta si prese incarico di rispondere, ove la ragione base utile a impegnarsi in tal senso sarebbe potuta essere allora riconosciuta in un semplice esercizio di stile.

« Mi raccomando… » scandì la Figlia di Marr'Mahew, portando quasi con distrazione la mancina innanzi a viso, e alle labbra, con l'intento di non rendere ad alcuno possibile intuire le sue parole attraverso il semplice movimento della sua bocca « Qualunque cosa accada, atteniamoci al piano. E soprattutto voi due, non dimenticatevi cosa dovete fare. » ricordò a beneficio di tutti e, in particolar luogo, di Howe e di Be'Wahr, ai quali era stato allora offerto un ruolo di tutt'altro che secondo piano nella questione.

Per merito dell'abilità al timone di capitan Noal, l'attracco fu questione di poche e semplici manovre, in conseguenza alle quali la Jol'Ange scivolò delicatamente sulle acque iniziando a rallentare, per poi fermarsi completamente, proprio accanto al molto ove era stato loro indicato di porsi.
E lì sopraggiunti, fu la stessa donna guerriero a gettare la cima ai pirati in loro attesa, offrendo agli stessi un inevitabile gesto di saluto e poche, misurate, parole scandite per l'occasione con voce terribilmente roca, tale da renderla quasi irriconoscibile persino all'orecchio di chi a lei vicino da oltre tre lustri.

« Ma che bel comitato di accoglienza! » esclamò, sorridendo apertamente, non dimostrando la benché minima irrequietezza, non desiderando concedere né a loro, né ad altri tale soddisfazione « Sono felice di vedere come la mia sorellina non abbia trascurato nulla nell'accoglierci. Aspettate un solo istante, che sistemiamo la passerella, e vengo a baciarvi tutti quanti! »
« Midda Bontor? » domandò uno dei pirati, avanzando innanzi agli altri, e squadrandola con aria incuriosita, nel trasparente desiderio di verificare quanto la supposta somiglianza fra lei e la regina dell'isola avesse da considerarsi confermata, per così come solo due gemelle avrebbero potuto palesare.
« In seno, lentiggini e ossa! » replicò ella, sempre con voce roca, tale da stuzzicare in tal senso l'attenzione di ognuno presente su quel molo, nella volontà di comprendere da dove derivasse simile anomalia in un quadro, altrimenti perfetto « Non pretendo di essere in forma smagliante, dopo l'accidenti che mi sono presa a seguito di un combattimento subacqueo con una medusa gigante, ma non mi posso neppure lamentare. » puntualizzò, dimostrando di aver intuito i pensieri degli uomini e delle donne lì a lei rivolti con la propria attenzione.
« Una medusa gigante? » ripeté e questionò il suo primo interlocutore, osservandola ora con un giusto stupore in conseguenza alle parole da lei appena pronunciate.
« Hai dei problemi d'udito, ragazzo mio?! » ridacchiò la mercenaria, mostrando una lunga fila di denti bianchi fra due carnose labbra « E' un peccato che alla tua giovane età già né soffra in tal modo. Timpani bucati… forse? » ipotizzò, esprimendosi con grazia fra il serio e il faceto, in misura tale che non fosse comprensibile se ella stesse canzonando l'altro oppure avesse veramente a cuore la sua salute.

Nel contempo di tale scambio di battute, Av'Fahr e Be'Wahr cooperarono per sistemare la passerella, utile a collegare il ponte della goletta con il molo, qualche piede più in basso. E non appena questa fu disposta, fu capitan Noal, e non Midda Bontor, il primo a presentarsi all'estremità superiore della medesima.

« Il mio nome è Noal Kedrih, capitano della Jol'Ange. » annunciò prendendo voce, quasi qualcuno fra i presenti sul molo sottostante avessero vantato un qualunque interesse nei suoi confronti, come altresì non era avvenuto « Colei che definite vostra regina ha preso in ostaggio due membri del mio equipaggio. E sono giunto fino a qui per pretenderne la liberazione. »
« Capitano… » lo apostrofò il "sordo", storcendo le labbra di fronte alla supponenza da questi volutamente dimostrata « Di cosa tu possa desiderare o pretendere non importa ad alcuno fra noi. O ad alcuno in tutta Rogautt. » osservò, con assoluta serenità, la stessa che avrebbe potuto impiegare per dichiarare il proprio nome e il proprio grado, così come, tuttavia, non fece « E se ora tu e il tuo equipaggio avrete la cortesia di scendere dalla nave e consegnarci le vostre armi, ci risparmierete l'antipatico ingombro di salire a bordo e pretenderle con la forza. »
« Ehy… ehy… calmatevi tutti, o rischierò di affogare sommersa da tutto questo sfoggio di mascolina virilità. » riprese voce la Figlia di Marr'Mahew, intervenendo fra il capitano e il pirata « Siamo venuti qui in pace e intendiamo andarcene tutti in pace… quindi non c'è alcun bisogno di giocare a fare i galli nel pollaio, per vedere chi ha la cresta più bella. »

E così dicendo si affiancò al capitano e lo superò, iniziando a ridiscendere la passerella e a dirigersi, con trasparente tranquillità verso il molo e i pirati, con la propria famosa spada bastarda nel fodero al proprio fianco destro, e una sacca ciondolante legata al fianco sinistro, contenente quanto preteso dalla sua gemella in cambio della libertà dei prigionieri: i potenti scettri del faraone.

martedì 26 giugno 2012

1620


R
ogautt. L'isola dei pirati.

Sino a una dozzina d'anni prima, Rogautt era un'isola come molte, nei mari del sud. Non particolarmente grossa, non particolarmente importante, e neppure appartenente a un qualche arcipelago, la gente di Rogautt aveva da sempre vissuto una vita tranquilla, lontano dal caotico fremere del resto del mondo, godendo della propria solitudine tale per cui solo una o due visite all'anno erano previste nelle comuni rotte commerciali, utili, invero, soltanto a ricordare che, oltre la linea dell'orizzonte, esisteva qualcos'altro. Non necessariamente peggiore, ma neppure inderogabilmente migliore, così come un forestiero avrebbe potuto troppo frettolosamente classificare il mondo estraneo a quell'isola di pace e di tranquillità.
Sino a una dozzina d'anni prima, nella storia di Rogautt era ricordato un solo omicidio. Un atto di gelosia da parte di un giovane nei riguardi di un contendente alla mano della medesima fanciulla. A seguito di tale orrore, l'assassino era stato caricato su una barca insieme a più viveri di quelli di cui avrebbe potuto avere bisogno, ed era stato condannato all'esilio.
Di quel giovane non si era avuta più alcuna notizia, e, da dopo quegli eventi, in Rogautt era persino venuto meno il concetto di matrimonio, così come inteso nelle altre isole, o nel continente lontano, a settentrione. L'idea che la monogamia potesse essere divenuta, fosse anche per un singolo episodio, ragione di disordine all'interno di un sistema pacifico e sereno quale quello lì imperante, aveva segnato tanto l'opinione pubblica da preferire rinunciare all'idea primordiale di moglie e di marito, in funzione di quella di semplici appartenenti alla comunità. Così, rispettando semplicemente il concetto di incesto, onde evitare deficienze nella progenie, all'interno dell'isola tutti erano divenuti potenzialmente compagni di tutti, uomini e donne, senza distinzione di sesso o di età. Un concetto che agli occhi di un qualunque forestiero avrebbe potuto apparire a dir poco improbabile, ma che nella serenità di quell'isola sperduta era stato attuato in maniera assolutamente pacifica, permettendo di superare, in tal modo, anche l'ultimo limite individualistico che avrebbe potuto lì sussistere, ove già la proprietà privata o la ricchezza, in quelle ristrette lande era venuto totalmente a decadere, qual una complicazione inutile e potenzialmente dannosa.
Sino a una dozzina d'anni prima, pertanto, Rogautt aveva goduto di una pace secolare, forse millenaria, caratteristica di un popolo che aveva completamente dimenticato, fra le molte cose, il concetto di lotta, pur istintivo e innato in ogni appartenente al Creato. Errore fatale, quello degli abitanti di Rogautt, dal momento in cui il giorno in cui cinque navi di pirati spinsero le loro brame a quel territorio praticamente perfetto per i loro scopi, nulla, o quasi, restò di loro.
A individuare l'isola, vuole la leggenda, fosse stata la stessa Nissa Bontor. Ella, in un primo momento, aveva raccomandato ai tagliagole suoi seguaci di comportarsi in maniera integerrima nel confronto con quelle persone, in attesa del momento giusto per agire. Momento che giunse non appena fu trasparente che alcuno fra quegli uomini, né tantomeno fra quelle donne, avrebbe mai levato neppure la voce per difendersi. E così, in una mattina come tante, ella diede l'ordine di prendere possesso di quella terra, di quelle case, e di quella gente, trasformando quell'isola nella capitale del suo impero nascente.
Sia gli uomini che le donne di Rogautt, in quel giorno, riscoprirono la violenza dimenticata. E la riscoprirono nel modo peggiore. I primi venendo quasi completamente sgozzati, e arrossando con il proprio sangue le bianche spiagge di quell'isola paradisiaca. Le seconde venendo violentate, stuprate senza pietà alcuna, le più forti fra loro, quelle sopravvissute all'orrore, da allora trasformate in semplici meretrici, senza neppure godere della stessa dignità che sarebbe stata loro concessa altrove. Solo ai bambini non venne fatto alcun male. Al contrario, essi vennero preservati dall'orrore che si scatenò attorno a loro, accolti tutti quali figli adottivi di una comune madre. Una madre che, malgrado tutto, non ebbero problemi ad accettare laddove, da troppo tempo era stato negato loro un concetto tradizionale di famiglia.
Così, una dozzina d'anni prima, Rogautt divenne la capitale di un nuovo regno. Il regno che Nissa Bontor, l'incredibile regina dei pirati, volle erigere con le proprie mani, riunendo a sé tutta la più disordinata feccia dei mari, e trasformando un simile ammasso di assassini e predoni in una flotta coesa, una flotta in contrasto alla quale alcun regno, alcun sovrano, avrebbe avuto una qualche speranza di futuro.

Dopo quei dodici anni, anno più, anno meno, Rogautt, un tempo isola felice, di pace e amore, si palesò agli occhi dell'equipaggio della Jol'Ange come solo una capitale avrebbe potuto palesarsi: affollata.
Le acque circondanti l'isola, per più di una decina di miglia, erano spartite fra un numero improbabilmente censibile di navi. Navi grandi, navi medie, a volte persino piccole, nulla di più della Jol'Ange o persino meno. Eppure lì presenti, in una quantità sì elevata che neppure nei più grandi porti del continente ci si sarebbe potuti attendere un simile spettacolo. Non decine, non centinaia, ma addirittura migliaia erano le navi lì ordinatamente disposte secondo un tracciato regolare e, sicuramente, regolamentato, tale per cui non sarebbe stato neppur necessario disporre delle boe per marcare i vari punti d'ormeggio. Boe, comunque, che lì non mancavano, e che definivano, immancabilmente, anche dei regolari corridoi d'accesso, in grazia ai quali anche le navi più grandi avrebbero potuto muoversi senza rischi all'interno di quel vasto dedalo, ormeggiandosi ove loro designato e, lì sopraggiunte, calando in mare le scialuppe in grazia alle quali una parte dell'equipaggio, o la sua totalità, avrebbero potuto raggiungere l'isola e tutto ciò che lì attendeva uomini, nella maggior parte, e donne, in una minor percentuale, bramosi di sciacquare la salsedine dalle proprie gole con dell'ottima birra, vino o rum, e di distendere le proprie membra provate in grazia di piacevoli intrattenimenti.
In Rogautt, così come a Kriarya, la città del peccato, capitale dell'omonima provincia del regno di Kofreya, era stato così instaurato un ordine estraneo a qualunque comune concetto di ordine. E se in Kriarya erano mercenari e assassini, ladri e prostitute, a regnare incontrastati, a Rogautt erano i pirati, i peggiori criminali che i mari avrebbero mai potuto ospitare.

« Eccoci arrivati… » annunciò Noal, al proprio equipaggio, scorrendo con lo sguardo uno a uno i propri attuali compagni di ventura « Se mai è esistito un luogo di dolore e di dannazione, io credo che quello che abbiamo davanti gli assomigli molto. » commentò poi, tutt'altro che entusiasta, al pari di un qualunque figlio dei mari, di avere a che fare con dei pirati. Con migliaia, milioni, forse, di pirati.
« Dicevano così anche di Kriarya… » osservò Be'Wahr, con una certa ingenuità, nel non essersi mai confrontato con il vero volto della città del peccato né, tantomeno, con dei pirati « Però poi non si è rivelata tutto questo orrore. » puntualizzò, a tranquillizzare se stesso e i propri compagni.
« Ognuna delle navi che abbiamo di fronte conterà almeno una decina di uomini e donne d'equipaggio. » puntualizzò il capitano, in risposta a quell'osservazione « In verità la maggior parte anche più. » soggiunse, aggrottando la fronte « Ora poniamo il fatto che siano soltanto mille navi. E non lo sono. Ma poniamo il fatto che siano solo mille. Questo ci porta ad almeno diecimila pirati, fra uomini e donne. »
« Almeno diecimila, in realtà sicuramente almeno dieci volte tanto, fra uomini e donne animati dall'unico desiderio di ucciderci. » intervenne e proseguì la Figlia di Marr'Mahew, storcendo le labbra verso il basso nell'osservare quell'insano spettacolo « Signori… non so quanta fiducia abbiate in me, ma se credete che io possa fronteggiare un numero così elevato di avversari. Beh. Vi state sbagliando. » ammise, in tutta onestà, inspirando ed espirando profondamente nel forte contrasto di emozioni del momento.
« Speriamo che non ve ne sia bisogno… » sancì Av'Fahr, deglutendo e stringendo con forza la lancia un tempo appartenuta a sua sorella Ja'Nihr « Ma se fossimo costretti con le spalle al muro. Beh. Cercheremo di portarne con noi il maggior numero possibile. » soggiunse, quasi facendo il verso alla donna guerriero, seppur involontariamente « Per Ja'Nihr. E per Salge e Berah. »
« E per noi stessi. » annuì Noal, approvando quelle parole e, in ciò, rendendole proprie.

lunedì 25 giugno 2012

1619


D
opo quel primo dialogo con Be'Sihl, sostanzialmente tale per quanto avesse parlato solo lui, intuendo le sue repliche ancor prima che ella potesse elaborarle verbalmente; nelle ore successive Midda ebbe occasione di ricostruire con cura del dettaglio quanto avvenuto dopo la sua perdita di sensi, ricevendo la visita di tutti gli attuali membri dell'equipaggio della Jol'Ange, ospiti inclusi.
Ognuno, infatti, si dimostrò più che desideroso di assicurarsi personalmente del suo stato di salute, chi perché coinvolto in prima persona in quegli eventi, chi perché interessato nelle cure a lei somministrate allo scopo di epurarla dalle tossine della medusa, chi, ancora, per affetto nei suoi riguardi o per mera curiosità personale, nel non voler essere escluso da quella sorta di pellegrinaggio verso una figura tanto controversa nella propria fama. Ella, infatti, sebbene avesse da considerarsi ultimo retaggio del primo equipaggio della Jol'Ange, quello antecedente a Noal, Av'Fahr e Masva, aveva purtroppo legato il proprio nome a troppi eventi infausti avvenuti a bordo di quella goletta, così come a molti straordinari trionfi per il suo equipaggio, al punto tale da rendere difficile comprendere quanto ella avesse da considerarsi una sventura per tutti loro, o, piuttosto, una benedizione divina. Un dono dal cielo.
Ciò che, comunque, fu più che chiaro alla mercenaria ancor prima che chiunque le rivolgesse parola in merito a quanto avvenuto, fu come, necessariamente, la medusa gigante avesse da considerarsi una minaccia passata, un orrore ormai appartenente alla Storia, nel merito del quale tutti, a bordo della Jol'Ange, avrebbero avuto ragione, e autorità, per offrire al mondo la propria versione dei fatti, sincera o no che questa avrebbe potuto essere riconosciuta.

« Quando sono risalita in superficie, ero certa che anche tu non avresti tardato a seguirmi. » spiegò Masva, provata anch'ella, seppur in misura minore rispetto alla Figlia di Marr'Mahew « Ma a ogni secondo trascorso, era in me il timore che non ce l'avresti fatta. Così, quando ormai stavo iniziando a uscire di senno nel timore del tuo fato, ho ordinato a Av'Fahr di tirarti fuori. » sancì, assumendosi, ove necessario, la responsabilità per una scelta che avrebbe potuto essere considerata errata, se solo non fosse stata compiuta nel momento più adeguato, più idoneo, utile a salvarle la vita piuttosto che a crearle disagio.
« Non è stato facile. Non ho imbarazzo ad ammetterlo. » scosse il capo il colosso nero, riprendendo in una visita successiva la spiegazione degli eventi, per così come vissuti dal suo punto di vista « Se, in condizioni normali, sarei in grado di sollevarti con una mano, o almeno credo, in quell'occasione mi parve di star tirando fuori dall'acqua una dannata balena… o giù di lì. Senza offesa in merito al tuo peso, s'intende. » puntualizzò immediatamente, desiderando puntualizzare l'impegno necessario a estrarla dalla morsa delle acque, e forse persino della medusa, ove ella non era certa di essere riuscita a liberarsi come i suoi ricordi confusi volevano lasciarle credere.
« Issare Masva a bordo non fu complesso. » specificò il biondo e muscoloso Be'Wahr, anch'egli spettatore diretto degli eventi, ove presente proprio accanto ad Av'Fahr « E' straordinariamente leggera, oltre che indubbiamente sensuale… » soggiunse, qual confidenza verso chi, sapeva, sarebbe stata capace di mantenere per sé quel commento « E prim'ancora che l'altro potesse trarti fuori dalle acque, ella era già oltre la balaustra, dando sfogo alle sue preoccupazioni per la tua sorte e incitandomi a collaborare nel sollevarti a bordo. Non che, ovviamente, il tuo protettore fosse allora concorde con un mio intervento in suo, e tuo, aiuto. Orgoglio, credo… »
« Il tuo amico Be'Wahr si era offerto di aiutarmi. » non negò, in un momento separato, il figlio dei regni desertici centrali « Ma… diamine: questi muscoli serviranno a qualcosa o no?! » domandò, con tono retorico, nell'indicare il proprio stesso corpo « Forse sarà stato orgoglio, gelosia o forse idiozia, ma volevo essere io a prendermi cura ti te. Del resto ti eri affidata a me… e non a lui! »
« Al di là di ogni possibile polemica sulle sue scelte… Av'Fahr alla fine ce l'ha fatta. » osservò Noal, difendendo in maniera ovvia e naturale l'operato del proprio collaboratore, del proprio amico e compagno di mille avventure « Ti ha tirata fuori dall'acqua, più morta che viva. E quando ci siamo resi conto delle tue condizioni, abbiamo tutti temuto che fosse troppo tardi per fare qualcosa. Qualunque cosa… »
« Ovviamente non ho voluto accettare neppure per un istante l'idea che potesse essere sufficiente qualche sorso d'acqua per ucciderti. » puntualizzò Howe, lo shar'tiagho fratello di vita di Be'Wahr, nella propria personale cronaca degli eventi « Seem stava gridando come una verginella spaventata, Be'Wahr era sul punto di piangere, e il tuo Be'Sihl non era messo un gran che meglio. Ma, io… io sì che sono rimasto padrone di me e ho subito detto a tutti… »
« "No! Dei non è possibile! No… non Midda!". » sorrise il biondo mercenario, nel proporre una personale imitazione della reazione del proprio sodale di sempre, per così come da lui rimembrata « Te lo giuro, Midda. Se non era amore quello, non so proprio in quale altro modo classificarlo. Persino il tuo Be'Sihl si è mostrato per un attimo in imbarazzo a tanta manifesta adorazione. » ridacchiò, più che contento, per una volta tanto, di ironizzare sul proprio sempre troppo sarcastico compare.
« In quel momento, mia signora, io credo di essere rimasto così traumatizzato da non essere riuscito né a muovermi, né a parlare. In effetti neppure a pensare ove, ti domando perdono, non sono riuscito a seguire puntualmente l'evolversi degli eventi. » riportò il suo giovane scudiero, esprimendosi con totale onestà innanzi a lei, solo in sua presenza tale per cui non vi sarebbe potuta essere ragione di vergogna nelle sue parole « Quello che so è che quando mi sono ripreso, tu stavi venendo condotta da Be'Sihl in questo alloggio, per riposare e riprenderti da tutto quello che avevi passato. »
« Il capitano, come ovvio che sia, ha saputo immediatamente come muoversi e cosa dover fare per salvarti la vita. » testimoniò l'ancor più giovane Ifra, tessendo necessariamente, e meritatamente, le lodi al proprio comandante « Ha inteso subito che era necessario rianimarti, e, per questo, non si è fatto inibizioni alcune ad agire come era giusto agire. » spiegò, arrossendo appena in quelle parole, così come, sicuramente, Noal non aveva fatto, dopotutto neppure interessato alle sue forme femminili così come, chiaramente, avrebbe potuto esserlo lo stesso suo interlocutore, in quel momento, o qualunque altro componente maschile di quell'equipaggio « E ti ha salvato la vita. »
« Quando si raccoglie qualcuno dal mare, sono solo due le azioni che si possono compiere… » minimizzò il capitano della Jol'Ange, non desiderando rendere eccessivo merito alle proprie azioni con la modestia necessaria a ogni buon comandante al fine di non premettere la propria figura innanzi a quella di ogni membro del proprio equipaggio « Tentare di cavare tutta l'acqua dai polmoni del malcapitato. E pregare Tarth affinché non pretenda quell'anima qual propria, qual sacrificio nel proprio nome. » definì, citando in tali parole il corrispondente maschile della dea Thyres tanto cara alla Figlia di Marr'Mahew, nonché prima divinità di tutto il territorio del vasto regno di Tranith, in minima parte peninsulare, il resto insulare, attraverso i mari quale la Jol'Ange, da sempre, aveva tracciato le proprie rotte.
« Fortunatamente gli dei ti preferiscono da questa parte, piuttosto che dall'altra. Probabilmente temono i danni che potresti fare… » sorrise Av'Fahr, apparentemente beffardo, ma al di là di tale virile e insensibile maschera, sinceramente lieto per quanto accaduto « E così, eccoti qui… costretta a letto, con la prospettiva di oziare pigramente magari sino alle porte di Rogautt! » la canzonò, nel mentre in cui ella si allungò a cercare qualcosa da potergli gettare dietro… qualunque cosa avesse trovato.

Al di là dell'ironia, comunque, quanto previsto dall'uomo sarebbe effettivamente occorso se solo ella non fosse stata la donna che, comunque, era. Perché l'ustione prodotta dal contatto con il tentacolo della medusa pretese tempo per essere riassorbita, e se ella non fosse stata così testarda da disinteressarsi a qualunque consiglio offertole, da Noal così come da Be'Sihl o da chiunque altro, difficilmente avrebbe trovato le energie per lasciare quella branda e per riprendere, dopo neppure ventiquattro ore, il proprio lavoro sulla Jol'Ange. Con meno energie di prima, con meno agilità rispetto alla propria consueta forma, e pur presente, ferma e irrefrenabile nel proprio operato.

domenica 24 giugno 2012

1618


« Q
uesta volta ci sei andata vicina… troppo vicina. » sussurrò Be'Sihl, accarezzandole i capelli neri, ritornati inevitabilmente arruffati nel momento stesso in cui l'umidità dell'acqua li aveva completamente abbandonati « Eri così desiderosa di liberarti di me, al punto tale da preferire affogare piuttosto che trascorrere ancora un quarto d'ora in mia compagnia?! » le domandò, con polemica dolcezza, scherzoso, invero, nel proprio domandare.

Midda Bontor aveva appena riaperto gli occhi quando egli parlò e, in verità, era ancora così stordita che, per un momento, non comprese chi avesse di fronte né cosa gli stesse dicendo. Solo dopo qualche lunghissimo istante riuscì a focalizzare l'immagine del proprio amato e, con un ulteriore ritardo, a rielaborare le parole da lui appena scandite.
Nel mentre in cui la consapevolezza del mondo esterno le iniziò a ritornare, anche quella del suo stesso corpo non si fece attendere, evidenziandole un intenso dolore alla mano sinistra e uno nel centro della schiena, sulla quale, in quel momento, non giaceva, essendo stata sdraiata sul fianco destro. E se, un ulteriore presa di coscienza, la spinse a definire il dolore al centro della schiena qual evidente conseguenza dell'attacco della medusa, ancora a stento ricordato nei propri dettagli; quello alla mano sinistra non risultò così ovvio nelle proprie ragione, costringendola a tentare di comprenderne le ragioni.
Fu allora che ella chinò, lentamente, il proprio sguardo verso tale arto e, con sorpresa, notò come le proprie dita fossero ancora chiuse attorno all'impugnatura della sua spada, lì serrate con vigore tale da aver completamente sbiancato la sua già pallida pelle in quel punto, e da essersi addirittura rattrappite in quella posizione, non dissimili a quelle della mano di un morto.

« Sì. » annuì lo shar'tiagho, allungando la propria mancina ad accarezzarle il viso, con un gesto delicato e pur carico di amore e di premura verso di lei « Dovevi avere così tanta paura di perderla, come l'altra, che non l'hai lasciata andare. Neppure quando ti abbiamo tratta sul ponte della Jol'Ange. Non nego che, per un istante, ci hai spaventato veramente per questo... sembravi veramente un cadavere. » sottolineò, scendendo con la carezza verso la sua mano in oggetto in tal monologo, accarezzando anch'essa e, in tal gesto, implicitamente invitandola ad aprirla, a lasciare andare quella spada, ora che non aveva più bisogno.

Ben lontana dal potersi riconoscere desiderosa di tradire le aspettative del suo uomo, la mercenaria si sforzò di aprire le estremità di quell'arto intorpidito, del quale, per un fugace momento, temette di aver perso il controllo, in assenza di una qualunque risposta.
Ma, dopo il primo tentativo, e non senza nuovo dolore, quelle dita si aprirono di qualche frazione di pollice, per poi, ancora, di un altro poco, non in misura sufficiente dal considerarle già distese, ma, per lo meno, quanto necessario a vederle aprirsi e lasciare ricadere la pesante spada oltre il bordo del suo giaciglio, sul pavimento in legno della nave.

« Sappi, comunque, non ho abboccato al tuo amo neppure per un istante: dopo lo scherzo che mi hai fatto quando hai inscenato la tua morte nella mia locanda, non ci credo più a certe cose… » proseguì egli, sorridendole e, con infinita dolcezza, chiudendo le proprie dita attorno alla sua mano, massaggiandola con gesti lenti e costanti, nella volontà di riattivare in quel punto la circolazione del sangue « Lo so che ucciderti è molto più difficile di quanto non vuoi dare a credere, e non ho dubitato, neppure un istante, che ti fossi salvata anche questa volta. »

Parole cariche di una profonda malinconia, le sue, che non riuscirono a dissimulare quanto, al contrario, quell'uomo dovesse aver nuovamente temuto e sofferto per la prematura morte della propria donna, come già troppe volte in quegli ultimi tempi. Malgrado ciò, egli non avrebbe mai detto o fatto nulla per impedirle di essere ciò che era, laddove, in tal caso, era consapevole che l'avrebbe perduta.
E di questo e non solo, ella lo ringrazio intimamente, con tutto l'amore del suo cuore e l'adorazione della sua anima. Lo ringraziò per essere ciò che era. Lo ringraziò per comprenderla come egli la comprendeva. E lo ringraziò per non essere venuto meno nella sua quotidianità, come ella, nel profondo del proprio intimo, era terrorizzata dall'eventualità che potesse occorrere.

« Ciò non toglie che tu sia stata una pazza a tentare di compiere quanto hai compiuto. » la rimproverò con tono ancora dolce, per quanto serio, scuotendo il capo, senza interrompere neppure per un istante l'azione della propria mano su quella di lei, incitato in tal senso dal percepire una reazione positiva in conseguenza ai propri gesti, ai propri sforzi « Come dicevo, questa volta ci sei andata vicina… troppo vicina. Ho dovuto osservare Noal mentre cercava di rianimarti, dopo che Av'Fahr ti ha sollevata di peso dal profondo del mare. Ho dovuto guardarlo mentre ti comprimeva il petto, incitando il tuo cuore a battere con maggiore decisione, e i tuoi polmoni a rigettare tutta l'acqua lì accumulata, e mentre ti soffiava aria in bocca, per non permetterti di abbandonare il regno dei vivi. »

Ancora incapace a presumere la possibilità, o meno, di riuscire a parlare, la Figlia di Marr'Mahew restò in silenzio ad ascoltare quelle parole. Parole che non mancavano di rimproverarla, ovviamente. Ma parole che non si negavano, neppure, la possibilità di supplicarla. Di pregarla di rendere propria maggiore prudenza, laddove, in questa occasione, ella era rimasta salva solo in grazie alla cima che aveva voluto legata ai propri fianchi, e alla forza straordinaria dei muscoli del colosso dei regni desertici centrali, capaci di sottrarla a quelle acque che sarebbero potute essere la propria tomba.
Invero, nel confronto con l'idea di essere quasi annegata, con il pensiero di aver quasi abbandonato il proprio mondo in quell'unica via tanto terrificante innanzi allo sguardo di un qualunque marinaio, di chi avesse votato la propria vita al mare così come, un tempo, ella aveva compiuto; ella non poté ovviare a un brivido di orrore, che si palesò in una violenta increspatura della sua pelle, sulle braccia, sul petto, sulle gambe, sotto le dita del suo amato, comunicandogli silenziosamente quel sentimento che forse mai sarebbe riuscita a scandire a parole… ma che, da lui, venne allora compreso, vedendolo stringere con più energia, con più fermezza, la sua mano, prima di spingersi in avanti, verso il suo viso con il proprio, verso le sue labbra con le proprie, in un bacio quasi completamente privo di quella appassionata carica sessuale caratteristica della maggior parte dei loro baci, e, ciò nonostante, forse uno dei più intensi fra tutti quelli di cui ella aveva goduto, allora carico solo di infinita dolcezza e tenero amore, in una tacita promessa di imperitura fedeltà. Qualunque cosa sarebbe mai occorsa, qualunque scelta ella avesse mai compiuto, per quanto folle o straordinaria essa avrebbe potuto dimostrarsi, egli le sarebbe rimasto sempre a fianco, non l'avrebbe mai abbandonata, non sarebbe mai venuto meno all'amore che, in quel bacio, volle dimostrarsi puro come quello di una ballata romantica, di una canzone, ancor più che di una storia vera, reale e concreta qual la loro.
E quando egli si staccò da lei, non ritraendosi ma, semplicemente, ponendo un soffio di distanza fra sé e le labbra della sua amata, le sue parole vollero solo confermare quanto i suoi gesti avevano comunicato, rendendolo, innanzi agli occhi della donna, così perfetto da non poter neppure sembrar vero. Al punto tale da rendere quanto accaduto con Desmair del tutto pari a un peccato veniale, a un errore privo di colpa.

« Non è stato bello… » sussurrò, contro di lei, dolce alito contro quelle carnose labbra lì tanto bisognose d'affetto e di comprensione « Non è stato per niente bello rischiare, ancora una volta, di perderti. Ma ti amo, Midda Namile Bontor. Ti amo come non credo neppure di essere in grado di amare. E sarò sempre accanto a te. Sarò sempre dalla tua parte. Qualunque cosa accada. Qualunque potrà mai essere tua scelta, per la tua vita e per la nostra relazione. »

sabato 23 giugno 2012

1617


A
cciaio contro gelatina. O in qualunque altro modo avrebbe potuto essere descritto il corpo della medusa. La lotta, al di là di ogni possibile dubbio avrebbe dovuto essere riconosciuta qual trasparentemente impari. Ma non per le due donne mortali, che in quell'assalto stavano rischiando apertamente il proprio futuro, quanto e piuttosto per la stessa creatura marina che, nel confronto con quell'impeto, nulla avrebbe potuto compiere se non soccombere, quietamente, discretamente, con nulla di meno di sano realismo, di quieta accettazione per la realtà. E così sembrò essere, nel mentre in cui, ondeggiando come se nulla stesse accadendo, la medusa sembrò impegnata solo a riflettere su come sarebbe stato meglio condurre il proprio attacco in contrasto alla nave, alla goletta, e non alle sue due avversarie, della presenza delle quali, forse, neppure aveva maturato effettiva consapevolezza.
In tal modo, per quasi la metà del tempo da loro contemplato qual possibilmente proprio, la donna guerriero e la sua compagna di ventura poterono inveire liberamente in contrasto al proprio obiettivo, al proprio avversario da abbattere e distruggere almeno sino a quando non sarebbe stata loro concessa inderogabile libertà nel proseguire il cammino abbracciato qual proprio. Ma prima ancora che due terzi della medusa potessero essere profondamente squarciati dalla loro irruenza, un'improvvisa corrente marina pose in allarme la Figlia di Marr'Mahew, costringendola ad abbandonare il proprio compito e a proiettarsi, più velocemente possibile, verso Masva, trattenendosi a stento dal gridare il suo nome in quella che sarebbe stata solo un'inutile perdita d'aria.
Quella inopportuna corrente, infatti, era giunta alle spalle di Midda, e in tal percorso avrebbe sicuramente sospinto i tentacoli della creatura a risollevarsi, e risollevarsi in direzione della sua rossa coadiuvante, la quale, in ciò, sarebbe stata colta alla sprovvista da un attacco imprevisto, da un offensiva mortale impostale a tradimento, non tanto dai tentacoli della piovra, quanto più, terribile a dirsi, dal mare stesso. Ovviamente, come nel confronto con ogni prova fra le numerose a lei offerte dal destino nel corso della propria esistenza, la mercenaria non si sarebbe concessa occasione di restare a quieto confronto con tutto quello, con la morte di una propria compagna, di una propria complice e, così come tutto aveva osato in passato per chiunque a lei vicino, da Salge a Be'Sihl, passando per Seem, Howe e Be'Wahr, e anche Carsa Anloch, poi rivelatasi una traditrice, ancora una volta ella osò tutto il possibile per salvare Masva da quella promessa di morte, proiettandosi verso di lei e, prima ancora che ella potesse intendere cosa stesse accadendo, spingendola lontano da quel pericoloso punto, da quella promessa di dolore e di morte.
Con una poderosa spinta a opera del proprio destro, in tante occasioni adoperato per donare la morte, in quella per promuovere la vita, ella si sostituì alla rossa nella posizione ove, di lì a un istante, sarebbero precipitati i tentacoli della medusa, pronta a fronteggiarli così come, proprio malgrado, l'altra non sarebbe stata capace di compiere. E dove anche eventuali dubbi sul significato di quel gesto avrebbero potuto essere propri della giovane, nell'osservare l'effettiva evoluzione degli eventi, con la spada dagli azzurri riflessi mossa all'unico scopo di spazzare lontano dalla compagna qualunque minaccia, ogni possibile domanda trovò una giusta risposta, incitandola, nel contempo, a non perdere un solo, ulteriore, attimo nel contemplare quella lotta per la sopravvivenza, riprendendo con l'offensiva a discapito della medusa. Perché se quello di Midda fosse stato alfine un sacrificio, l'unico modo per onorarlo sarebbe stato quello di riuscire ad abbattere quell'orrore sottomarino come da lei desiderato; e non sprecare anche la propria esistenza in un altresì forse vano tentativo di trarla in salvo da quella sorte che ella aveva reso propria per riconoscerle l'occasione di un futuro, di un domani altrimenti negatole.
Così, nel mentre in cui la marinaia non rallentò la furia dei propri attacchi, lasciando ripetutamente ricadere la propria straordinaria spada di Hyn sulla cupola della medusa per cercare, con la propria ultima riserva d'aria di completare lo squarcio longitudinale lì aperto da lei e dalla mercenaria sua compagna e ispirazione; quest'ultima spese le proprie ultime energie nel disperato tentativo di proteggersi da una carica inarrestabile di terribili tentacoli, ancora una volta pressoché invisibili nella propria presenza ma, ancora una volta, ineluttabilmente letali nella propria minaccia. Scopo della Figlia di Marr'Mahew, come giustamente presunto dalla sua sodale, avrebbe dovuto essere riconosciuto in una copertura strategica, atta ad arginare il pericolo di morte intrinseco in quell'assedio e a permettere all'altra, in ciò, di terminare il lavoro laggiù iniziato.
In contrasto alle due donne, tuttavia, non avrebbe dovuto essere obliato il fattore tempo. Un tempo che, ormai, avrebbe dovuto essere riconosciuto quale agli sgoccioli. E che, da un momento all'altro, avrebbe visto una delle due costretta a risalire o a morire lì sotto, annegata.
In quanto figlie dei mari, entrambe erano a conoscenza di quanto terribile avesse da considerarsi la morte per annegamento, forse una delle peggiori auspicabili, ove persino finire in pasto a un ippocampo… o a una medusa gigante, avrebbe dovuto essere riconosciuto qual più pietoso rispetto al destino di un annegato. Pertanto, costrette con le spalle al muro a scegliere fra la risalita in superficie e una nuova, azzardata discesa lì sotto; o la morte diretta in un modo tanto terribile; entrambe avrebbero avuto ragione di scegliere per una temporanea ritirata. Motivo per cui, sebbene meno di sei piedi di cupola le mancassero per concludere quell'incredibile missione, Masva fu costretta a cedere, saltando lontana dalla propria antagonista e annaspando, in parte aggrappata alla corda, per risalire, per poter ritornare a respirare aria, riempiendo i propri polmoni dolenti.
Rimasta sola, e consapevole del necessario abbandono della propria compagna, Midda volle gettare un fugace sguardo all'indietro, desiderosa di comprendere quanto, effettivamente, mancasse al termine di quel folle piano, la cui efficacia avrebbe dovuto ancora essere del tutto dimostrata. E rilevando come, in effetti, ben misero avesse da considerarsi il tratto da infrangere per raggiungere un'ipotesi di successo, ella decise di tentare la sorte, consapevole, comunque, di doverlo presto o tardi compiere per risalire in superficie, a meno di non volersi affidare volontariamente all'abbraccio della medusa.

« … Thyres… » si concesse di invocare il nome della propria dea, spendendo un flebile soffio d'aria, qual giusto tributo a colei che sola avrebbe potuto concederle salvezza o morte in quel momento.

Tale offerta, tuttavia, non sembrò sufficiente a rendere grazia alla signora dei mari, laddove, prima ancora che ella potesse sperare di essersi allontanata dal raggio d'azione dei tentacoli, in grazia a un balzo verso il centro della cupola, qualcosa le si avvinghiò con furia attorno a busto, ustionandole un paio di pollici sulla schiena. Sfortunatamente un tentacolo l'aveva raggiunta, e come già attorno al suo braccio destro ora le si era avvinghiato attorno al corpo, in un gesto incontrollato e tuttavia più che utile a uccidere una qualunque preda. Fortunatamente la pelle conciata di sfinge, ancora perfetta nel proprio corto pelo dorato come il giorno in cui era stata strappata dalla sua proprietaria, non la tradì in quell'importante occasione, proteggendola dal veleno nella medusa in quasi tutta l'area attorno alla quale il tentacolo si era avviluppato, fatta eccezione per una minuscola, ma dolorosa, propaggine appoggiata contro la sua schiena.
Quell'ustione, perché in simile misura apparve esprimersi contro la sua candida pelle, non si rivelò allora sufficientemente carica di tossine da stordirla, ma, purtroppo, più che adeguata per spingerla a gridare tutta la sua pena, in un urlo soffocato nelle acque del mare, utile, solamente, a privarla di tutta l'aria che ancora avrebbe potuto vantare nei proprio polmoni. In ciò, quindi, una condanna a morte non restò inespressa nei suoi confronti, laddove se con un gesto deciso ella riuscì ad amputare quel tentacolo prima che esso potesse trascinarla lontano, verso la selva di suoi simili dalla quale si era pocanzi allontanata; tale azione, simile movimento, avrebbe dovuto essere necessariamente riconosciuto quale l'ultimo che si sarebbe potuta concedere, prima di essere costretta ad aprire la bocca e, proprio malgrado, a inspirare acqua.

« … Thyres… » ripeté, aggrappandosi con tutte le proprie ultime energie alla propria lama, unica certezza rimastale, ora che la sua dea, lì richiamata con tono quasi di rimprovero, non l'aveva voluta sostenere in quell'unico momento di reale bisogno, entro i confini del suo territorio.

venerdì 22 giugno 2012

1616


A
l di là di quanta poca complicità passata potessero aver maturato le due donne, in quel momento, in quella situazione, in quella missione, esse avrebbero dovuto riconoscersi, e si riconoscevano, quali due sorelle, unite l'una all'altra non da un sangue comune, ma da una comune nave, la Jol'Ange, alla quale entrambe erano legate e per la quale entrambe, in quel momento, erano pronte a rischiare le proprie vite. Per tal solida e inoppugnabile ragione, tanto l'una quanto l'altra, lì avrebbero collaborato quasi espressioni di un'unica mente, di una sola volontà, utile a concretizzare quel comune desiderio di salvezza per loro e per tutti coloro che, in quel momento, dal loro successo dipendevano.
Solo un ultimo sguardo, in tal modo, fu necessario a entrambe per prendere commiato l'una dall'altra, in un silenzio più carico di significato di quanto avrebbe potuto esserlo un discorso di mille e ancor mille parole, che in tanta abbondanza sarebbero alfine apparsi più simili a dei significanti vuoti che a un reale pensiero reciprocamente rivolto. E il pensiero, in quell'istante, fu reale, perché nella condivisa quiete entrambe vollero rassicurarsi di quanto avrebbero combattuto sino all'ultimo pur di concludere quanto lì avrebbero iniziato.
L'ultimo, profondo respiro e giù. Sott'acqua. Verso il loro avversario. Verso la medusa gigante!

Ormai abituatasi all'acqua salata, Midda non si riservò alcun problema nel contatto con l'acqua del mare, nuovamente in apparente opposizione ai propri occhi, e pur, ora, non più tanto violenta, nel proprio effetto, qual pocanzi. E se anche Masva avrebbe potuto allora soffrire in qualche misura per quell'incontro, non si concesse occasione di offrirne la benché minima evidenza, quasi la sua concentrazione, il suo evidente impegno nella missione assegnatale, non le concedesse alcuna possibilità di sprecare il proprio tempo soffrendo per una tanto stolida motivazione.
In parte nuotando, in parte persino trascinate dal peso delle proprie armi, per sostenere le quali in superficie, pocanzi, entrambe avevano dovuto litigare in misura non trascurabile; le due donne affondarono rapidamente fra le acque del mare, allontanandosi dalla luminosità superficiale per raggiungere la medusa parzialmente celata in una zona d'ombra. E, ancora una volta, se Masva avrebbe potuto allora stupirsi in qualche misura per le dimensioni della creatura, seppur avvisata in tal senso, non ne offrì alcuna trasparenza, alcuna evidenza, affrontando tutto ciò con una professionalità che la Figlia di Marr'Mahew non avrebbe potuto che ammirare.
Quella giovane donna, ormai più donna che giovane, incarnava perfettamente tutto ciò che mai Thyres avrebbe potuto attendersi da una delle proprie figlie, forse in misura persino superiore a quella che la stessa mercenaria era solita concedersi di essere. Dopotutto, proprio quest'ultima non si era negata un moto d'angoscia nel confronto con quanto avrebbe dovuto affrontare, sentimento che, parimenti, non era riuscita a cogliere sul volto della propria compagna, lì complice e collaboratrice. Ove possibile, quindi, in tutto quello Masva si stava dimostrando persino superiore alla donna guerriero più famosa di tutto quell'angolo di mondo, alla combattente che l'impossibile aveva più volte trasformato in quotidianità, abbattendo avversari che alcuno avrebbe potuto abbattere e superando ostacoli che nessuno avrebbe potuto superare.
Non una compagna migliore, pertanto, Midda giudicò avrebbe potuto scegliere fra quelli pur indubbiamente capaci appartenenti all'equipaggio della Jol'Ange. Perché se pur Ja'Nihr mancava a lei non di meno che ad Av'Fahr, avendo trovato in quella straordinaria cacciatrice dei regni desertici quasi un completamento di sé; e se la mancanza di Berah non avrebbe potuto essere ignorata al pari di quella del suo amato capitan Salge Tresand, ove ella rappresentava tutto ciò che Midda si era negata di essere al fianco di questi; Masva, ora unica lì presente, si stava impegnando a dimostrare come alcun rimpianto avrebbe potuto essere proprio per la donna guerriero al pensiero di coloro che lì, al contrario, non avrebbero più potuto essere.

Rimembrando le ragioni di quella loro nuotata subacquea, e imponendosi di ridurre al minimo ogni occasione di distrazione, ove il benché minimo disturbo avrebbe potuto rappresentare per lei un'occasione di morte e ove Masva non aveva certamente bisogno di quell'attenzione che ella le stava ora tanto ripetutamente offrendo; la Figlia di Marr'Mahew volse tutto il proprio interesse, tutta la propria concentrazione in direzione della medusa, a loro sempre più vicina.
Sebbene, infatti, i tentacoli di quel mostro, al pari dei suoi simili di dimensioni inferiori, non avessero alcun controllo sui propri movimenti, avvolgendosi attorno a una preda solo in conseguenza a una tensione istintiva e incontrollata; ella era più che consapevole di come gli ondeggiamenti di quella creatura, e le correnti marine, avrebbero troppo facilmente potuto condurre una di quelle propaggini al di sopra della cupola loro obiettivo, ponendola pericolosamente sul loro cammino e, in ciò, attentando al successo della loro missione e, in secondo luogo, alle loro vite. Un semplice tocco, seppur sfiorato, avrebbe potuto spingere un tentacolo, quasi trasparente al pari della stessa medusa in quelle acque, a catturarle, e a ucciderle, ancor prima che loro stesse potessero elaborare che diamine potesse essere accaduto.
Per tale ragione, pur non arrestando la propria discesa, la donna guerriero impose al proprio braccio destro, in nero metallo dai rossi riflessi, e alla propria lunga lama bastarda, in chiaro metallo dagli azzurri riflessi, di sondare l'acqua a lei antistante, allontanando, se possibile, ogni minaccia dalle sue membra. E forse in grazia di ciò, forse per una semplice e fortunata coincidenza, ella riuscì a sfiorare, quasi impunemente, la cupola del mostro, certa di essere ormai giunta al termine della propria discesa. Fu, tuttavia, proprio in quel momento che, come temuto, un violento strattone fu imposto alla sua protesi stregata, vedendola trascinata, interamente, molto più in basso di quanto ella non desiderasse scendere, verso quella selva mortale di tentacoli carichi di tossine fra i quali solo morte l'avrebbe potuta attendere.
Chiunque altro, forse anche la stessa Masva, in quell'occasione sarebbe necessariamente trapassato, forse qual giusto tributo agli dei del mare per l'eccessiva audacia, ai limiti della blasfemia, da lei resa propria con quell'azione. Ma Midda Bontor, la Figlia di Marr'Mahew, la Campionessa di Kriarya, ultimo fra i molti titoli a lei attribuiti in conseguenza alle sue straordinarie gesta, non avrebbe mai accettato con rassegnazione quel destino, quel letale fato; né, al tempo stesso, si sarebbe mai concessa occasione di agitarsi istericamente nella ricerca di una salvezza improbabile da raggiungere. Al contrario. Per quanto, comunque, lo strattone iniziale l'avesse colta in contropiede, costringendola addirittura ad abbandonare alcune bolle di preziosa aria; la consapevolezza di quanto le sarebbe di lì a poco accaduto scaricò nel suo corpo riposato e in perfetta salute una dose di adrenalina tale da permetterle di considerarsi persino capace di spezzare, in due, quella medusa a mani nude. Ragione per la quale, con incredibile energia, ma con assoluto controllo, quasi quella che stava per compiere nulla di più avesse da considerarsi rispetto al movimento di un pezzo del gioco del chaturaji; ella mosse la propria lama ad amputare un tentacolo che neppure era in grado di scorgere, per liberarsi da quel traino verso la morte e poter nuotare verso la cima di quell'orrore, al fine di porre in esser quanto ripromessosi di compiere.
E quando riuscì a risollevarsi, non inseguita da un essere privo di mente che, forse, neppure aveva maturato coscienza di quanto fosse accaduto, ella fu più che soddisfatta, addirittura fiera, nello scorgere come Masva, giunta serenamente su lato opposto della vasta cupola, avesse già incominciato il proprio operato, menando violenti fendenti contro l'insensibile mostro, con una forza che, se solo non fosse stata smorzata dalla densità dell'acqua, sarebbe stata sufficiente a permetterle di tracciare un profondo solco persino in un muro di mattoni. Un impegno, quello della giovane dai capelli rosso fuoco, che non sarebbe potuto restare un caso isolato e che, pertanto, vide la mercenaria repentinamente unirsi a quella festa, a quell'orgia di violenza, muovendo i propri attacchi animata ancora dall'effetto dell'adrenalina e, in ciò, rapidamente recuperando il tempo perduto.
Il tempo, invero, era l'unico fattore a loro avverso. Perché nel migliore dei casi, essendo entrambe figlie dei mari, abituate all'acqua e ai suoi misteri, avrebbero potuto resistere un quarto d'ora, ma non di più. Non, quantomeno, continuando a impegnarsi in quegli attacchi violenti che, in effetti, avrebbero reso quel traguardo quale un risultato già lontano. E in quell'intervallo di tempo, sempre più breve, esse avrebbero dovuto riuscire a riportare il maggiore successo possibile, ove non ovvia sarebbe stata, per loro, la possibilità di proseguire in un secondo momento.

giovedì 21 giugno 2012

1615


P
ochi istanti furono quelli che la donna si concesse, magnanimamente, per riflettere sul da farsi, in un ponderare che, ogni attimo in più, si impegnava a suggerirle, a gridarle contro, quanto folle avesse da considerarsi il gesto ipotizzato, la strategia impropriamente definibile tale, ove in una simile azione troppo poco avrebbe potuto essere riconosciuto di strategico. Sola certezza organizzativa, infatti, sarebbe stata la necessità di una collaboratore… anzi, una collaboratrice, che l'aiutasse in quel complicato suicidio. Collaboratrice, in effetti, dal momento in cui l'unica persona utile da impiegare in tutto ciò avrebbe dovuto essere riconosciuta quale l'unica donna rimasta a bordo della Jol'Ange, e membro attuale di quel ristretto equipaggio: Masva.

« Av'Fahr! » gridò a pieni polmoni, rivolgendosi verso l'uomo che, al di sopra del cassero, la manteneva ancorata alla nave malgrado la propria presenza fra le acque del mare « Av'Fahr! Riesci a sentirmi?! » sondò, nella necessità di comprendere se le proprie parole sarebbero potute giungere sino in cima alla goletta o se vi sarebbe stata necessità, per lei, di arrampicarsi in una minima parte, o nell'intero tragitto, prima di riuscire a prendere contatto con i proprio compari.
« Ora ti tiro su! » rispose questi, intendendo in quel richiamo un'implicita richiesta atta a sollevarla dalle acque, e a condurla di nuovo all'asciutto sulla nave loro dimora.
« No! » replicò ella, ancora urlando verso di lui « Non farlo! »
« Cosa?! » contestò, incerto sul fatto di aver ben compreso quanto da lei domandato, anche ove ben pochi dubbi sarebbero potuti sussistere a tal riguardo.
« Non farlo! » insistette la donna, ferma nella propria posizione e nei propri pensieri, in decisioni che chiunque le avrebbe suggerito di rivedere, e rivedere abbondantemente prima di attuare « Chiama Be'Wahr. E Masva. E fai calare Masva da Be'Wahr. Armata! »
« Masva?! » pretese numi l'altro, non riuscendo a intuire le ragioni della sua richiesta, per quanto pur trasparente in ciò avrebbe dovuto essere riconosciuta la volontà, per la Figlia di Marr'Mahew, di ottenere una collaboratrice, in una questione indubbiamente al di là delle proprie possibilità di umana gestione.
« Masva. Armata! » ripetè ella, gridando la propria richiesta ora con un tono di voce talmente elevato che difficilmente sarebbe potuto essere ignorato, con o senza malizia in tal senso « E cerchiamo di non fare notte, per la grazia di Thyres… » soggiunse, ora quasi fra sé e sé, persino spossata da tanto gridare, eccitazione che aveva costretto il suo cuore ad aumentare i propri battiti in un momento in cui, al contrario, sarebbe stato preferibile per lei diminuirli ai minimi livelli storici, in previsione della nuova immersione.

Posto innanzi all'evidenza di quanto quella richiesta non avrebbe potuto essere considerata negoziabile, Av'Fahr si confrontò brevemente, e necessariamente, con il proprio capitano, prima di acconsentire a quanto domandatogli. Da parte di Noal, comunque, non emerse la benché minima obiezione, ragione in grazia alla quale dopo pochi, ulteriori, istanti, l'esile figura di Masva, imbrigliata non diversamente da quanto non fosse già la mercenaria, si presentò sulla balaustra della nave, armata dalla propria superba spada di Hyn, un tempo appartenuta al loro traditore e assassino, e ora da lei ereditata nell'unica volontà di impiegarla in contrasto a chi l'aveva scatenata contro di loro… colei solo di recente svelatasi finalmente quale Nissa Bontor, la regina di Rogautt.
Quella spada, quella straordinaria lama, a bordo della Jol'Ange, era forse la sola a poter competere dignitosamente con la sempre meravigliosa arma di Midda Bontor, una lama dagli azzurri riflessi forgiata per mano di un fabbro figlio del mare, che, in ciò, aveva voluto impiegare tutta la propria abilità e, ancora, tutti i segreti noti solo a pochi fra loro, e in grado di forgiare armi considerate alla stregua di indistruttibili. Anche i prodotti dell'artigianato della lontana Hyn non avrebbero dovuto essere, tuttavia, sottovalutati nella propria tempra, armi pesanti e resistenti, e al contempo agili ed elastiche, in misura sufficiente da poter assorbire un colpo senza infrangersi e, parimenti, da poter infierire senza pietà alcuna contro qualunque nemico.
Non per quella spada, tuttavia, la donna guerriero aveva convocato Masva, e il vigoroso e biondo Be'Wahr sopra di lei a sorreggerla al pari di quanto Av'Fahr non stesse compiendo con lei, quanto, e piuttosto, perché a bordo di quella goletta, nell'eccezione del troppo giovane Ifra, e del troppo importante Noal, il capitano, ella era la sola a cui avrebbe avuto cuore di domandare di prendere parte a quell'impresa, non solo in lotta a un mare per i più sconosciuto e letale, ma anche a quell'orrore sottomarino che, da un momento all'altro avrebbe potuto decidere di attaccarli nuovamente. Anch'ella figlia dei mari, e in verità tutt'altro che distante, sotto molti aspetti, a come la Figlia di Marr'Mahew era in gioventù; quella giovane sarebbe stata la sola a potersi permettere di ipotizzare una vaga, vaghissima possibilità di sopravvivenza alla fine di quanto sarebbe presto occorso. Di quanto, purtroppo, non solo necessario ma addirittura indispensabile per sperare di garantire un qualche futuro alla nave e all'equipaggio tutto.

« Eccomi! » annunciò la donna dai capelli rosso fuoco, rivolgendosi all'interlocutrice altresì nera corvina, in sua attesa sul filo dell'acqua « Cosa devo fare?! » domandò, dimostrando un intelletto sufficientemente vivace, tale da non perdersi in inutili discussioni retoriche, ma utile, al contrario, a puntare direttamente al cuore dell'argomento, conscia di non essere stata lì convocata per uno scambio di opinioni fra donne.
« Sessanta piedi di medusa sotto di noi. Piede più, piede meno. » sintetizzò la mercenaria, più che soddisfatta dal pratico approccio dell'altra « Non potremo sopravvivere a un secondo attacco: non è così grande da coprirci interamente, ma è sufficientemente cresciuta dal poterci abbattere quasi la Jol'Ange fosse nulla di più di un guscio di noce. » volle premettere, a giustificare la richiesta che sarebbe succeduta a quelle parole, a quel terribile presupposto.
« Si tratta di rischiare le nostre vite per salvare quelle degli altri. » annuì la giovane, per nulla preoccupata da quell'aspettativa e, anzi, dimostrando quell'assoluta serenità caratteristica solo di chi abituata, da sempre, a vivere con la prospettiva del gruppo, ancor prima della propria singola esistenza « Salta i preamboli e passa subito a come, per carità… » sorrise, incitando la compagna a giungere al succo, prima che potesse essere troppo tardi per intervenire, in qualunque modo avrebbe voluto intervenire.
« Dobbiamo farla a pezzi. » sancì Midda, esprimendosi non quasi quella fosse la questione più ovvia e banale del Creato, ma con assoluta consapevolezza di come le proprie parole avrebbero potuto essere interpretare non diversamente dal cappio al termine di una corda appesa al ramo del pennone più alto dell'albero di maestra della goletta « Direi almeno in due, aprendone la cupola quanto sufficiente da spezzarla, letteralmente, costringendola in ciò a ritirarsi o a morire… non che mi aspetti, da parte sua, una qualche dimostrazione di intelligenza, ma solo un minimale, e irrinunciabile, spirito di sopravvivenza. »
« Da una medusa?! » aggrottò la fronte Masva, dimostrandosi dubbiosa in merito all'ultimo punto da lei sollevato « Non ci scommetterei. Comunque sia, in assenza di un modo per farla evaporare al sole, direi che è veramente la nostra unica possibilità… »
« Non so se te l'ho mai detto, ma sei una donna in gamba. » commentò la Figlia di Marr'Mahew, iniziando a riempire i propri polmoni d'aria, senza cercare uno stato di eccitazione fisica, e, anzi, in tal atto sforzandosi di restare il più serena possibile, nella consapevolezza di quanto maggiore sarebbe stato il moto del suo cuore, minore sarebbe stata la possibilità di una prolungata permanenza sicura sottacqua.
« Non ricordo che tu me lo abbia detto. » scosse il capo l'altra, imitandola a livello di preparazione fisica all'immersione « Comunque anche tu non sei affatto male. » strizzò l'occhio sinistro, con fare complice verso di lei, quasi fossero due amiche di antica data.

In verità, al di là della disponibilità offertale in quel momento, nel corso della sua prima permanenza a bordo della Jol'Ange con il nuovo equipaggio a lei successivo, l'una non aveva avuto modo di socializzare particolarmente con l'altra; forse anche divise da una diversa anzianità che aveva condotto la donna guerriero a trovare maggiore confidenza con Ja'Nihr e Berah, sfortunatamente ormai morte entrambe.

mercoledì 20 giugno 2012

1614


A
ccordatasi la collaborazione del muscoloso figlio dei regni desertici centrali, Midda non esitò un istante di più prima di lasciarsi ricadere oltre il parapetto, e da lì verso il basso, non in una caduta libera, qual pur avrebbe potuto essere la sua, quanto e piuttosto in una discesa controllata, in un lento, ma costante, avvicinamento alla superficie del mare, nell'abbraccio del quale incredibilmente facile per chiunque, anche per una nuotatrice esperta qual lei, sarebbe stato smarrirsi senza più speranza si ritorno. Per quanto, infatti, la nave sarebbe potuta quasi apparire immobile, o per lo meno tale a un occhio poco attento, medusa o no, essa stava comunque avanzando a una velocità pari a diverse leghe all'ora, tale per cui, se solo ella non avesse avuto la ferma certezza allora rappresentata da Av'Fahr, un solo istante avrebbe potuto rappresentare la distanza di diverse dozzine di piedi dalla nave, e l'impossibilità, per lei, di ritrovare con essa un qualunque contatto, fosse anche in un semplice sfiorare.
Al di là del freno naturalmente impostile dall'azione del proprio compagno di ventura, del proprio complice in quella follia per la quale, probabilmente, i capelli raccolti in fini treccine si sarebbero rizzati sopra il capo del suo amato Be'Sihl; la Figlia di Marr'Mahew riuscì a percorrere la distanza fra il cassero e il livello del mare in un tempo estremamente ridotto, permettendole di arrivare a toccare con la punta dei piedi l'acqua ben prima di quanto non avrebbe potuto sperare. Nessun danno, in ciò, quanto al contrario un'occasione di vantaggio, nell'aver ridotto, seppur di breve, l'intervallo fra il primo attacco della creatura e la potenziale… certa seconda offensiva da parte della medesima, animata da un impeto indubbiamente maggiore rispetto alla precedente, tale da rischiare di non permettere loro una nuova speranza di sopravvivenza.
Così, giunta al livello dell'acqua, ella non richiese alcun arresto, non domando da parte del proprio compare alcun freno, desiderosa di immergersi quanto sufficiente a rilevare, o meno, la presenza di una medusa al di sotto della loro chiglia. E quando Av'Fahr, di propria iniziativa, le impose un blocco, ella levò il capo e gridò…

« Dammi ancora una dozzina di piedi di corda, per Thyres! » gli comandò, contrariata da quel limite imposte con eccessiva repentinità, tale, persino, da farle quasi perdere la presa sull'impugnatura della propria preziosa lama « Devo immergermi per capire con cosa abbiamo a che fare… non stare in superficie a offrirmi quale facile preda. »

Se il colosso nero protestò, non vi fu modo di constatarlo per la mercenaria, frastornata dall'acqua che il movimento della nave, e in conseguenza il suo, continuava a gettarle contro. Tuttavia, al di là di ogni possibile obiezione, egli ubbidì e, un istante dopo, ella riprese la propria discesa, traendo un profondo respiro e preparandosi a essere inghiottita dal proprio tanto amato mare, in un azzardo che pochi avrebbero potuto giustificare qual necessario, e che pur, in quel momento, ella voleva considerare indispensabile a impedire al loro viaggio di incontrare prematura conclusione.
Fu questione di un istante e il volto sfregiato della donna fu completamente coperto dalle acque salate, costringendo, per un istante, i suoi occhi a una violenta chiusura, istintiva ancor prima che desiderata o ricercata. Superato l'impatto con l'acqua e con il sale, ella fu allora in grado di offrire ancora una volta al mare le proprie splendide iridi color ghiaccio, le quali, cariche di un colore tanto intenso, tanto freddo, avrebbero potuto gelare il sangue di chiunque, nelle vene, ma non l'infinità del mare, di quel ventre, materno, dal quale e nel quale ella aveva sempre ottenuto vita e protezione.
Contro il mare ella non avrebbe mai potuto levare la propria spada, né, nel caso in cui avesse osato, avrebbe potuto sperare di portare un colpo a successo. Ella, che pur aveva da sempre dichiarato serenamente guerra a uomini e dei, e che mai aveva avuto timore di condurre a compimento un fendente fosse anche contro chi immortale e invincibile; nel confronto con il mare avrebbe potuto provare solo assoluta ammirazione e devozione, non dissimile da quella di una figlia affezionata verso i propri genitori. Ammirazione e devozione, comunque, che non si sarebbero mai proposte quali manifestazioni passive, quanto, e piuttosto, attive, nella continua, costante e bramosa ricerca di approvazione per ognuna delle proprie azioni, ognuno dei propri successi.
Thyres, dopotutto, era da sempre una dea guerriera, riconosciuta qual tale da tutti suoi seguaci non di meno rispetto alla dea Marr'Mahew di cui ella portava il nome, pur non appartenente al proprio personale pantheon. In ciò, Thyres, non avrebbe mai potuto accettare al proprio seguito, qual esponente della propria congrega, una donna debole, una donna incapace a plasmare la propria vita nello stesso modo con cui le onde del mare plasmano dalla notte dei tempi le coste sulle quali si abbattono. In ciò, Thyres, non avrebbe mai potuto tollerare al proprio seguito, qual rappresentante del proprio culto, una donna vigliacca, una donna incapace ad affrontare le minacce della vita con la stessa fermezza con il quale qualunque marinaio a lei fedele avrebbe dovuto affrontare le minacce del mare. E, ancora, in ciò, Thyres, non avrebbe mai potuto concedere il dono della propria benedizione, e della propria protezione, a una donna modesta, una donna ben lontana dal dimostrarsi desiderosa di glorificare il proprio nome, e quello della sua dea prediletta, in grazia a incredibili battaglie e straordinarie vittorie, quale incredibile e straordinario da sempre era il mare, dal quale la vita sorgeva e nel quale, parimenti, la vita tramontava, non diversamente dall'astro maggiore del cielo… il sole.

« … Thyres… » sussurrò, o, per lo meno, avrebbe sussurrato se le sue parole avrebbero potuto udirsi all'interno dell'acqua, senza tramutarsi in un ammasso confuso di bolle d'aria.

Un'invocazione, la sua, più che legittima nel momento in cui, innanzi ai suoi occhi, si focalizzò l'immagine della medusa gigante… realmente gigante!
Del tutto paragonabile a una qualunque medusa di dimensioni inferiori, quella meraviglia, od orrore, del Creato, poteva vantare una cupola di almeno quaranta, forse sessanta piedi di diametro, impossibile da valutare con precisione, e tentacoli maggiori grandi due volte l'albero di maestra della Jol'Ange. In tal paragone, considerando come la goletta misurava quasi novanta piedi in lunghezza, e un baglio massimo di non meno di ventidue; facile risultava dedurre come seppur non sì grande da poter inglobare al proprio interno la stessa Jol'Ange, né, tantomeno, un'intera flotta, quel mostro sarebbe stato sufficientemente potente da poter affondare la nave e, con essa, tutti i suoi occupanti, tutto il suo equipaggio, che ne sarebbe divenuto semplice pasto, quasi nulla di più fossero che piccoli pesci. Pesci, in verità, che si tenevano ben lontani, a propria volta, da quella visione di morte certa, laddove neppure il più feroce fra tutti gli squali avrebbe potuto competere alla pari con una tale minaccia, con il rischio di essere avvelenato dalla medusa ancor prima di aver menato un singolo affondo a suo discapito.
E dal momento in cui né cervello, né cuore animavano quella creatura, la cui esistenza era del tutto naturale per quanto in apparente sfida a ogni legge della natura, improbabile sarebbe stato persino per lei, per la Figlia di Marr'Mahew, riuscire a respingere l'offensiva di un tale avversario. Anche contro l'invulnerabile corazza dell'ippocampo ella era riuscita a trovare un'occasione di morte per il medesimo, passando attraverso la sua bocca per giungere al cervello e, una volta lì arrivata con un terribile uncino, strapparlo con violenza, nella consapevolezza di come un attimo di pietà sarebbe potuto costarle la vita. Ma contro una medusa di tali dimensioni, a meno di non avere la forza disumana per sollevarla dal mare e gettarla contro una spiaggia sufficientemente vasta da permetterle di isolarsi completamente dall'acqua, improbabile sarebbe stato riuscire a elaborare una strategia.
Non, per lo meno, animati dalla volontà di sopravvivere a un progetto troppo folle per poter essere anche solo proposto verbalmente...

« … Thyres… » sussurrò, o forse gemette, nel ritrovare contatto con l'aria al di sopra del mare, godendo intimamente della sua freschezza e, in tal distrazione, sforzandosi per non disperarsi nel confronto con la consapevolezza di quanto, probabilmente, quelle sarebbero state le sue ultime boccate prima della fine.

martedì 19 giugno 2012

1613


« E'
già andata bene che mi abbia dato della principessa… » sussurrò fra sé e sé la Figlia di Marr'Mahew, ora risalendo sul cassero, passando accanto a Av'Fahr e Noal, e da lì dirigendosi verso poppa, a cercare tracce della loro supposta avversaria « … Salge era meno comprensivo. » sorrise, ricordandosi il bei vecchi tempi della propria giovinezza perduta, quando a bordo di quella nave, attorno a lei, vi erano uomini e donne differenti da quelli attuali.

A lungo, i suoi occhi non più allenati al mare, quanto alla guerra, perscrutarono le onde sotto di lei, cercando evidenza di una presenza estranea, di un nemico in agguato, per quanto di difficile individuazione. Allenatasi a cogliere ogni particolare del mondo a lei circostante nel cuore di una battaglia, riabituarsi alle leggi del mare non era qualcosa di immediato o di banale, ma lei, del mare, era figlia ancor prima che della guerra. Nel mare era nata e cresciuta, imparando a nuotare ancor prima di imparare a camminare. E lungo le vie del mare, ella aveva cercato il proprio destino, abbandonando la propria famiglia, e la sua adorata sorella Nissa, ancor giovanissima, neppur fanciulla ma soltanto bambina.
Di tale abbandono Nissa non l'aveva mai perdonata. E alla morte di loro madre, ella l'aveva accusata di aver contribuito a tale tragedia, con la propria lontananza da casa. Per vendicarsi di lei, per costringerla a patire l'orrore che reputava di aver vissuto, anche Nissa prese le vie del mare, già adolescente, e volle rendere proprio un percorso nettamente estraneo a quello della gemella. Perché laddove Midda era divenuta un marinaio, ella scelse di abbracciare le vie della pirateria, prima qual prigioniera, poi qual pirata, qual capitano e, alfine, qual regina di tutti i pirati. Dopotutto, se Midda Bontor aveva dimostrato, nel corso della propria lunga esistenza, di essere una donna straordinaria, Nissa Bontor, sangue del suo sangue, a lei fisicamente identica sotto ogni aspetto, con l'eccezione del mutilato braccio destro, non avrebbe potuto esserle inferiore, non avrebbe potuto dimostrarsi meno trionfatrice di quanto ella non era riuscita a essere. E Nissa, regina dei pirati, riuscì a essere persino superiore alla propria nemesi, fondando un regno potente e solido, avente qual propria capitale l'isola di Rogautt… il luogo verso il quale quella missione stava veleggiando.

« Dobbiamo stanarla! » sancì la donna guerriero, non sopportando l'attesa imposta loro dalla medusa, desiderosa di porre fine, quanto prima, a quel sostanziale assedio e di riprendere, serenamente, il viaggio verso Rogautt, verso la propria gemella e verso, forse, la fine della loro storia, della loro decennale faida.
« In che modo?! » domandò Noal, volgendole tutta la propria attenzione, invero fiducioso in lei allo stesso modo di quanto non avrebbe potuto esserlo per il defunto Salge Tresand, ove, dopotutto, ella era rimasta l'unica a incarnare il retaggio storico di quella goletta.
« Prendi il timone, capitano, e lasciami Av'Fahr. Ho bisogno dei suoi muscoli, sempre supposto che non siano semplice adornamento per un corpo troppo grosso… » rispose ella, a metà fra il serio e il faceto, a sdrammatizzare la situazione e, in parte, a rispondere alle provocazioni precedenti del vigoroso figlio dei regni desertici centrali « Av'Fahr… prendi una cima e vieni qui. »
Ma l'uomo, del quale un solo braccio sarebbe stato più che sufficiente a reggere l'intero peso della donna, per quanto questa non propriamente filiforme, esitò ad attuare quanto da lei suggerito, nell'intuire il fine ultimo di quella richiesta: « E' troppo pericoloso, Midda! » protestò, lasciando il timone al capitano ma, al contempo, obiettando alla sua richiesta « Se qualcosa dovesse andare storto, potresti lasciarci la pelle! »
« Ti ringrazio per la premura… ma in questo momento tutti noi potremmo lasciarci la pelle. » contestò la mercenaria, scuotendo il capo « Comunque non preoccuparti. Ricorda che la cupola di una medusa non ha veleno, non è pericolosa: se qui sotto c'è una medusa, potrò camminarci sopra senza rischio alcuno. »
« "… senza rischio alcuno"… sei pazza! » osservò egli, evidentemente affezionato a lei quanto sufficiente da non volerle permettere di suicidarsi in un modo tanto stupido.
« Noal! » richiamò la donna, chiedendo l'intervento del capitano a dirimere la questione « La prima botta è stata per capire con cosa aveva a che fare… la prossima potrà essere quella utile ad affondarci! »

E questi, non più entusiasta di quanto non sarebbe potuto essere Av'Fahr all'idea, riconobbe ragionevolezza nelle parole di lei, che, fra l'altro, avrebbe potuto essere la sola sufficientemente esperta da saper cosa dover fare in caso di necessità, per salvarsi la vita.
Così, prima che il suo secondo in comando potesse protestare, proseguendo quel dialogo fra sordi, egli fu costretto a intervenire, facendo valere in tal senso la propria autorità.

« Fai come lei dice. » ordinò verso Av'Fahr, indicando una cima arrotolata non lontano da loro « E dimostrale a cosa servono i tuoi muscoli. »

Impossibilitato a contestare la parola del proprio capitano, il figlio dei regni desertici centrali, dalla pelle nera come la notte e dai muscoli scolpiti come neppure in una statua ci si sarebbe potuti attendere di trovare, si mosse verso la cima indicatagli e poi verso la donna seminuda, la cui nudità, improvvisamente, non avrebbe più potuto essere, per lui, ragione di giuoco, di scherzo. E senza una sola parola, egli la aiutò a imbrigliarsi i fianchi scoperti, guardandola con meno interesse di quanto avrebbe potuto guardarla se fosse stata vestita, temendo, in cuor suo che quella sarebbe potuta essere l'ultima volta nella quale avrebbe goduto della sua presenza, della sua compagnia.
La Figlia di Marr'Mahew, tuttavia, evidentemente intuendo le ragioni di tanta serietà nel sodale d'arme e d'avventura, decise di prendere voce, in una implicita promessa atta ad assicurargli che nulla di grave le sarebbe accaduto.

« Ehy… niente musi lunghi. » lo rimproverò, alzando la mancina ad appoggiarsi sotto al suo mento, per sollevare il suo sguardo verso i propri occhi « Ce l'abbiamo fatta contro quei maledetti mahkra e ce la faremo contro delle semplici meduse. Queste non sono delle creature di un altro mondo, di un'altra realtà: sono bestie colossali, ma contro le quali possiamo combattere ad armi pari. D'accordo?! »
« S-sì… » annuì egli, rispondendole con un sorriso tirato « Fai attenzione, però. Ho già perduto mia sorella e non voglio perdere anche te. D'accordo?! »

Midda sorrise a quelle parole, ricordando la splendida Ja'Nihr, sorella maggiore di Av'Fahr. Ella, come anche Salge, era morta per mano di due traditori mischiatisi fra il secondo equipaggio della Jol'Ange, presunti compagni di Noal, Av'Fahr e Masva che, tuttavia, altro non erano che pirati fedeli a Nissa e da questa incaricati di restare a bordo della goletta in attesa del ritorno della sua gemella, per poi spargere, attorno a lei, l'orrendo odore della morte. A mani nude, Av'Fahr aveva spaccato la testa a uno dei due assassini, comprimendola e facendola esplodere quale un frutto troppo maturo: malgrado ciò, il dolore per la perdita di Ja'Nihr non si era mai attenuato in lui e, in quelle parole, apparve finalmente chiaro come l'affetto da lungo tempo dimostrato verso la mercenaria non avrebbe dovuto essere considerato dimostrazione di un interesse amatorio, quanto e solo di un legame fraterno, quasi ella avesse surrogato, nella vita dell'uomo, il ruolo prima proprio della sorella perduta, sottrattagli con la violenza e l'inganno.
Un sentimento, questo, che non avrebbe potuto ovviare a inorgoglire la stessa donna guerriero, e, innanzi al quale rispose con una carezza, sul volto, e un bacio, accanto alle sue labbra.

« Cerca di non farmi smarrire alla deriva… e ti garantisco che tornerò a bordo. » lo rassicurò ella, separandosi da lui e, agilmente, saltando al di sopra del parapetto, pronta a lasciarsi andare dietro la poppa della nave, in un gesto che avrebbe potuto ucciderla se solo Av'Fahr non l'avesse sorretta.