Midda's Chronicles - le Cronache

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Dopo la conclusione, con un finale particolarmente aperto, di "Non abbassare lo sguardo", è iniziata ieri sera la pubblicazione di "Non smettere di lottare", 48° racconto della saga regolare di Midda's Chronicles, riprendendo - ovviamente - il discorso rimasto in sospeso!
Buona lettura con il proseguo delle avventure della nostra ormai ex-mercenaria preferita in nuovi e inesplorati mondi, in un viaggio lungi dal potersi considerare concluso e che, certamente, proseguirà anche quando alfine superato il traguardo dell'11 gennaio 2018, ossia il decennale dall'inizio di quest'opera!

Grazie a tutti per l'affetto!

Sean, 25 novembre 2017

sabato 26 maggio 2012

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G
uerra era stanca.
Oggettivamente stanca.
Quanto ella aveva compiuto, avrebbe privato le membra di chiunque d'ogni barlume di vitalità, lasciandolo svenire semplicemente a terra. E già la semplice evidenza di come ella fosse ancora cosciente avrebbe dovuto essere accolta qual un'incredibile vittoria morale.
Tuttavia, e proprio malgrado, la stanchezza non sarebbe potuta essere riconosciuta quale una valida alleata in una qualunque missione, in una qualunque battaglia, non collaborando al perseguimento dell'obiettivo finale ma, piuttosto e peggio, intralciando il raggiungimento del medesimo come un bastone gettato fra le ruote di un carro. E Guerra, per quanto coraggiosa, per quanto ardita, non avrebbe mai apprezzato rischiare la propria sopravvivenza per una semplice missione, per un comune incarico, fosse esso retribuito in termini straordinariamente generosi.
Considerato ciò, e considerando come nessuno le aveva chiesto di completare la propria missione in una manciata di ore, al calar delle tenebre la mercenaria votò in favore di una sosta, utile a rifocillarsi e a riposare. Fosse ella stata entro i confini di una comoda locanda, inevitabile sarebbe stato approfittare dell'occasione anche un bagno, utile a ripulsi dallo schifo accumulatosi sulla sua pelle: in assenza di una possibilità in tal direzione, tuttavia, ella non avrebbe certamente sprecato una sola goccia della propria scorta d'acqua per liberare la propria pelle dalle incrostazioni di polvere, sudore e sangue di oni lì impostesi.
Consumata, pertanto, qualche striscia di carne secca, le ultime della propria riserva personale che difficilmente sarebbe stata rifornita entro di confini di Hyn, ove tale genere di alimento, in quelle terre, non sembrava essere particolarmente apprezza; guerra si distese al suolo avvolta nelle tenebre entro le quali, sino a quel momento, era rimasta. Accendere un fuoco, del resto, sarebbe stato un grave errore, ove l'avrebbe potuta rendere troppo facilmente distinguibile sullo sfondo dalle proprie ipotetiche prede, ragione per la quale restò tranquillamente al buio, senza trovare ragione di che lamentarsi di ciò. Dopotutto, conducendo una vita qual la propria, ella aveva appreso sin da bambina come il buio non avesse da considerarsi un nemico, per quanto, in esso, molti, troppi pericoli avrebbero potuto celarsi. Perché se nel buio molti, troppi pericoli avrebbero potuto celarsi; al tempo stessa anche ella avrebbe potuto scomparire, così come si premurò di compiere in quella notte, lasciandosi immergere nelle foglie secche e nei muschi proprie del sottobosco, in esso svanendo completamente alla vista. Se anche, nel corso della notte, fosse di lì passato lo stesso oni che aveva già due volte estemporaneamente vinto, il massimo rischio che ella avrebbe potuto correre sarebbe stato quello di essere da lui schiacciata, non volontariamente, ma quale incidente di percorso.
E così distesa sul nudo terreno, come aveva del resto trascorso gran parte della propria vita, ella attese il sonno offrendo uno sguardo alle stelle, e ai molti ricordi che esse, per lei, custodivano.

Chissà in quale sistema stellare, in quel momento, stava veleggiando la Kasta Hamina?, si domandò. E chissà, ancora, se Duva, Lange, Ragazzo e tutti gli altri suoi amici, ogni tanto, la ricordavano, commemorando i bei momenti trascorsi insieme e tutte le avventure che insieme avevano affrontato?
Nonostante tutto, nonostante una giusta nostalgia per il proprio pianeta natio e per i suoi mari, sui quali, finalmente libera dalla minaccia della sua gemella, Nissa, avrebbe, e aveva, potuto riprendere a navigare; Guerra non avrebbe potuto liquidare alla leggera gli anni trascorsi insieme a quell'equipaggio, il primo al quale, dopo lungo tempo, aveva nuovamente sentito di appartenere, di esserne divenuta parte integrante, sebbene a tutti loro particolarmente aliena. Al di là dell'occasione di esplorare nuovi e straordinari mondi, e di aprire la propria consapevolezza sulla vita, sull'universo e su tutto il resto oltre limiti che mai avrebbe potuto anche solo immaginare di violare; quanto più ella sentiva mancare alla propria quotidianità erano proprio i semplici momenti di vita vissuta a bordo di quella nave, con la complicità scherzosa di Duva, con i rimbrotti continui e costanti del capitano Rolamo, con gli approcci maliziosi del dottor Ce’Shenn, e, persino, gli agguati romantici di Mars, che, sino all'ultimo, non si era ancora rassegnato all'idea che fra loro non vi sarebbe mai stata una qualunque storia, né sentimentale, né, anche e solo, carnale.
Non che nel tornare a casa, nel proprio mondo, nella propria quotidianità, ella non si fosse ritagliata un qualche vantaggio, un qualche guadagno, e non solo meramente materiale. Ma, malgrado ciò, la Kasta Hamina e tutto il suo equipaggio le sarebbero sempre mancate, forse e persino in misura maggiore ai membri dell'equipaggio della prima Jol'Ange, la goletta sulla quale ella era divenuta donna: perché questi erano, purtroppo, da tempo tutti morti; mentre i primi, ella sperava con tutto il cuore, ancora godevano di ottima salute e avrebbero continuato a farlo ancora per molto… molto tempo.
Purtroppo per lei, la sua maledizione, la sua condanna, peggiore persino rispetto a quella che un tempo le aveva imposto la propria sorella gemella, era quella di aver vissuto in troppi mondi, in troppe realtà diverse, facendo proprie così tante vite che alcuna donna mortale avrebbe dovuto avere diritto di vivere, e che, tuttavia, ella aveva vissuto. E in così tanti mondi, in così tante vite, ella aveva avuto molte, troppe famiglie, molti, troppi amori, tali per cui, qualunque fosse stata la sua scelta, sempre e comunque suo sarebbe stato il rimorso per ciò che avrebbe perduto. Ragione per la quale, forse correttamente, forse stolidamente, avendo alfine avuto la possibilità di scegliere tra il proprio mondo e le stelle; fra coloro che ancora la stavano aspettando, a casa, e coloro che forse sempre l'avrebbero ricordata, oltre i cieli; ella aveva preso la sua decisione, seguendo il proprio cuore e la propria natura, nell'abbandonare quelle galassie alle quali, in fondo, non apparteneva, e tornando nel caldo abbraccio dell'unico uomo che già una volta l'aveva attesa per oltre dieci anni, e che, ella era certa, ancora la stava attendendo, con una fedeltà che tutto l'amore che ella avrebbe mai potuto offrirgli, mai l'avrebbe completamente ripagato.
Eppure, così come egli avrebbe sicuramente evidenziato non qual rimprovero, ma qual dolce accenno giocoso, neppure ritornata dalle stelle, ella era stata in grado di restare tranquilla, di godersi quella sua, ormai palese, anzianità, così come chiunque, al suo posto, avrebbe fatto carte false per sperare di raggiungere; e, sospinta da quello stesso demone interiore che ancora bambina l'aveva spinta a fuggire dalla propria isoletta felice, ella ancora non si era voluta fermare, non aveva voluto rinunciare alla lotta, alla battaglia, quasi solo nel rischio continuo, costante e ossessivo, le sarebbe stata concessa un'occasione per definire il proprio io, la propria natura.
Qual nome migliore di Guerra, quindi, avrebbe potuto mai contraddistinguerla? Idiota, forse. Imbecille, sicuramente. Stupida, volendo essere più generosi. Ma nessuno fra questi termini, o fra le loro infinite varianti, avrebbe mai potuto definire quella continua ricerca di sfida per lei inalienabile. Stupida, imbecille, idiota ella era e insisteva a essere nello sputare metaforicamente in volto all'uomo da lei amato, e che tanto l'amava, lasciandolo sempre alle proprie spalle per rischiare la vita in continue e sempre nuove avventure. Ma questo, dopotutto, era ciò che ella era. E nel privarla di ciò, nel costringerla a cambiare se stessa e la propria concezione dell'esistenza per trasformarla in una docile compagna la cui massima avventura sarebbe potuta essere spingersi al mercato per far compere; sarebbe stato negarle la propria natura, il proprio animo, trasformandola, probabilmente, in qualcuna che egli non avrebbe mai potuto amare così come, ora, nonostante tutto, insisteva a fare.
E con questo pensiero, con questa sola, solida certezza che ella aveva avuto modo di scoprire nella propria caotica esistenza, un sorriso si aprì sul volto di Guerra, nel mentre in cui le sue palpebre lentamente calavano, per concederle un mai profondo, mai intenso, mai completo sonno rigeneratore, in grazia al quale, il mattino seguente, ella avrebbe ripreso il proprio cammino in ascesa lungo il profilo del monte Kuno; sperando, malgrado tutto, di potersi concedere, nel sonno, un momento di incontro con il suo amato, nel ricordo di tutti i fuggevoli momenti che avevano vissuto insieme, e nella brama di tutti quelli che, presto o tardi, ancora avrebbero vissuto, se solo, ovviamente, ella fosse stata sufficientemente accorta dal non farsi ammazzare.

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