Midda's Chronicles - le Cronache

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Dopo la conclusione, con un finale particolarmente aperto, di "Non abbassare lo sguardo", è iniziata ieri sera la pubblicazione di "Non smettere di lottare", 48° racconto della saga regolare di Midda's Chronicles, riprendendo - ovviamente - il discorso rimasto in sospeso!
Buona lettura con il proseguo delle avventure della nostra ormai ex-mercenaria preferita in nuovi e inesplorati mondi, in un viaggio lungi dal potersi considerare concluso e che, certamente, proseguirà anche quando alfine superato il traguardo dell'11 gennaio 2018, ossia il decennale dall'inizio di quest'opera!

Grazie a tutti per l'affetto!

Sean, 25 novembre 2017

giovedì 24 maggio 2012

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N
ove volte su dieci, ove il mito cantava di immortalità o invincibilità, i fatti avrebbero poi, altresì, parlato semplicemente di un avversario incredibilmente rognoso da abbattere. I fatti, per lo meno, per come riportati dalla voce della stessa Guerra. Una volta su dieci, però, la realtà non avrebbe fatto nulla per tentare di smentire la fantasia, ragione per la quale i fatti avrebbero solamente accreditato quanto il mito già declamava con convinzione da lungo tempo. Fra questi rari, e pur non inesistenti casi, la donna guerriero aveva già avuto occasione di incontrare angeli e mahkra, semidei e oni, e ancora qualcun altro: creature che ella era stata costretta a considerare immortali nel confronto con l'evidenza della situazione, e che pur, ancora, nel profondo del proprio cuore, voleva considerare altresì vincibili e fallibili, semplicemente in una misura a lei ancor sconosciuta.
Nel considerare, a tal riguardo, come l'oni fosse stato introdotto solo un attimo prima rispetto a questo simpatico, o tal chiaramente si reputava, elementale; e come, sempre l'oni, si fosse dimostrato essere quell'uno su dieci capace di comprovare il proprio mito; Guerra non avrebbe mai potuto accettare l'idea della misura nella quale la propria personale statistica sarebbe dovuta essere posta in dubbio nel momento in cui, sciaguratamente, anche l'elementale si fosse dimostrato immortale, o presunto tale in mancanza di una smentita che ella non sarebbe ancora stata in grado di offrire. Ma se l'elementale non sarebbe dovuto essere accolto qual una creatura effettivamente immortale, allora inevitabile sarebbe stato considerarlo mortale, e, per questo, vincibile. Non facilmente, non immediatamente, e pur vincibile. E laddove, sino a quel momento, la sua lama bastarda aveva dimostrato di saper reggere bene alla violenza del fuoco generato dal proprio avversario, altrettanto inevitabile sarebbe stata la decisione di impiegare proprio la stessa nell'ipotesi di offensiva a discapito del bimbetto in fiamme.
Così, fra una parata e una capriola, fra un'evasione e una difesa, Guerra maturò la decisione di avvicinarsi il più possibile all'elementale, quanto, per lo meno, sufficiente a guidargli contro la propria spada. Non che si attendesse di poter riuscire a fermarlo con un semplice colpo di spada, ma nulla, in quel momento, le testimoniava la possibilità contraria, ragione per la quale tentare non le sarebbe costato… non, quantomeno, ove fosse stata sufficientemente abile da non lasciarsi colpire da una di quelle sfere infuocate.

« Tjyres! » invocò a denti stretti, nel momento in cui, invece di trovare un pur minimo successo, si limitò ad annaspare nel vuoto, quasi tutta la sua energia fosse stata diretta verso il nulla allorché in contrasto a una creatura materiale, ritrovando nell'elementale meno resistenza di quanto non se ne sarebbe potuta attendere da parte di uno spettro, di un fantasma.

Il suo, forse prevedibile, sbilanciamento, rischiò di comprometterla nel momento in cui, proprio malgrado, ella espose la schiena a quella creatura, a quel mostro, qual a tutti gli effetti esso era, e questi non tardò ad approfittarne. A rimetterci, sotto il tocco delle mani di quell'essere immateriale, fu la sua casacca rossa, in primo luogo, e parte di quella scura sotto la prima, in secondo luogo, arrivando a sfiorare la fascia preposta al contenimento dei suoi seni e la pelle sotto la medesima. Per sua fortuna, o, più propriamente, per sua abilità, Guerra, pur lì espostasi, non restò indolente nel confronto con la propria inferiorità, subito rimediando all'errore nel gettarsi completamente in avanti, e verso il suolo, in una capriola volta ad allontanarla dal proprio scherzoso nemico prima che per lei potesse essere troppo tardi.
In grazia a tal gesto, la sua pelle, pur necessariamente arrossandosi per il calore, non risultò lesa, non si ustionò, ed ella, al termine del proprio movimento, riuscì a ergersi nuovamente pronta alla lotta, qual solo avrebbe dovuto essere per far propria una qualunque speranza di sopravvivenza.

« Hi. Hi. Hi. »

Insopportabile, ormai, era quel risolino, quel sottofondo divertito a ogni propria azione: alcuno, nel confronto a tanto esplicita dimostrazione, avrebbe potuto riservarsi dubbi di sorta nel merito del carattere ludico degli elementali, o, quanto meno, di quello specifico elementale, le cui confuse fattezze scolpite all'interno delle fiamme sembravano continuamente distese in un ampio sorriso, o, addirittura, in un ampio riso. Motivo per il quale, in verità, Guerra non avrebbe potuto ovviare a provare una decisa irritazione, un'irritazione che, per un fuggevole istante, e fece quasi perdere il controllo così come era stato nel momento della prima offensiva dell'oni, ma che, riuscendo ella a maturare coscienza di ciò, venne rapidamente rinnegata, lasciata scemare quale un'emozione priva di significato. E priva di significato, lo era veramente, dove concedendosi di cedere all'ira ella non avrebbe risolto i propri problemi… li avrebbe semplicemente e ulteriormente complicati.
Perciò, fedele alla se stessa di un tempo, alla fredda donna guerriero che era sempre stata prima dello scontro finale con Anmel, ella si impose assoluto autocontrollo, offrendo il giusto peso a ogni possibile sentimento, per quanto eventualmente giustificato come sarebbe potuto essere in quel momento.

« Non sei assolutamente divertente. » volle dichiarare, sforzandosi di parlare nella lingua di Hyn, sebbene alle orecchie di quella creatura, presupponendone la presenza, alcuno fra i vari idiomi da lei conosciuti avrebbe avuto un benché minimo significato « Alla lunga ogni giuoco annoia e se non l'hai ancora compreso, probabilmente è giunto il momento che qualcuno te lo insegni… »

Quelle parole erano uscite naturali dalle sue labbra, non pensate né studiate, proponendosi quali un semplice commento a quanto lì stava avvenendo, alla situazione nella quale ella si era involontariamente cacciata. Tuttavia, nello scandirle, un'idea malsana, folle e probabilmente suicida sorse alla sua attenzione, proponendosi quale possibile alternativa a una sfida infinita, a un continuo botta e risposta che ella non era certa sarebbe stata in grado di mantenere ancora a lungo. Perché dopo il doppio scontro con l'oni, e più di due dozzine di palle di fuoco respinte o evitate, naturale anche per una donna della sua tempra sarebbe stato iniziare a cedere, a indebolirsi. E un minimo cedimento, una semplice debolezza, avrebbe significato per lei solo morte, in quel momento, in quella condizione.
Non che fosse desiderosa di anticipare la tragica ora della sua dipartita, ma in una condizione sufficientemente disperata qual si stava tratteggiando, di istante in istante, la sua, ogni possibile alternativa all'inevitabile, per quanto rischiosa, sarebbe stata accettabile. Accettabile, quanto meno, da essere pronta a scommetterci sopra il proprio futuro, nel tentativo di preservarlo.

« D'accordo… l'hai voluto tu. » riprese voce, ora conscia di quale obiettivo avrebbe dovuto perseguire, e speranzosa che quella non fosse la propria ultima consapevolezza, giusta o errata che essa fosse « L'hai voluto tu e, pertanto, ti prego di ascoltarmi bene: io sono chiusa. » scandì, pur errando nella scelta dell'impostazione di una tanto severa frase e, subito, insistendo nel proprio errore « Io sono chiusa. Hai capito bene. Sono chiusa perché sono stanca di questo gioco. Quindi… »

E a immediato seguito di quel quindi, ciò che ella fece fu di gettare la propria spada a terra, fra sé e l'elementale, per poi lasciarsi ricadere a propria volta in terra, sedendosi con le gambe incrociate, appoggiando le mani sulle gambe e puntando lo sguardo nella direzione del proprio supposto interlocutore, per quanto, sino a quel momento, fosse mancato un vero e proprio dialogo.

« Ora fai quello che vuoi. » lo invitò, con freddezza nel tono della propria voce, forse anche eccessivamente forzata nella volontà di coprire un naturale timore « Se vuoi incenerirmi, fallo pure. Io non mi opporrò. Ma, in tal modo, tu perderai una compagna di giochi, restando solo, senza alcun'altra occasione di divertimento. » lo avvertì, parlandogli come avrebbe fatto, effettivamente, verso un bambino, ove sino a quel momento da parte del medesimo non aveva avuto reazioni tali da escludere simile definizione « E' questo che vuoi?! »

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