Midda's Chronicles - le Cronache

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Dopo la conclusione, con un finale particolarmente aperto, di "Non abbassare lo sguardo", è iniziata ieri sera la pubblicazione di "Non smettere di lottare", 48° racconto della saga regolare di Midda's Chronicles, riprendendo - ovviamente - il discorso rimasto in sospeso!
Buona lettura con il proseguo delle avventure della nostra ormai ex-mercenaria preferita in nuovi e inesplorati mondi, in un viaggio lungi dal potersi considerare concluso e che, certamente, proseguirà anche quando alfine superato il traguardo dell'11 gennaio 2018, ossia il decennale dall'inizio di quest'opera!

Grazie a tutti per l'affetto!

Sean, 25 novembre 2017

martedì 22 maggio 2012

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M
a seppur si flesse, la lama frutto della sapienza di un fabbro figlio del mare, forgiata secondo gli unici canoni al mondo capaci di competere degnamente con le spade di Hyn, non si infranse, non cedette sotto lo sforzo così impostole, riuscendo a reagire, riuscendo a ribellarsi al fato e, in questo, ritornando alla propria postura naturale e ribalzando la palla di fuoco lontana da sé, interrompendone, straordinariamente, il cammino apparentemente immutabile, ineluttabile. E i muscoli delle braccia della donna, sia di quella in carne e ossa, sia di quella in metallo, cedettero per un istante a una tanto elevata contrazione, crollando verso il suolo ormai quasi inanimati, forse privi di ogni ulteriore barlume di energia, impiegate per garantirle quella pur effimera speranza di sopravvivenza. Effimera perché anche ove quell'ultima sfera di fuoco era stata respinta, una nuova stava già correndo verso di lei, desiderosa di brandirne le carni e di arderle, non più quale semplice occasione di svago ma, forse, qual vendetta per quanto da lei osato in loro contrasto.

« Oh… Thyres… » invocò, necessariamente scoraggiata per quanto in corso, per quella propria vittoria impossibile da considerare qual tale, in quanto semplice preludio a una nuova sfida, a una nuova battaglia per la propria sopravvivenza.

Forse, se ella non fosse stata chi era, colei ora chiamatasi Guerra e un tempo da altri proclamata qual Figlia di Marr'Mahew, probabilmente, sicuramente, si sarebbe lasciata schiacciare dalle proprie emozioni negative, da quel senso di inutilità che, improvvisamente, aveva pervaso quell'ultima fase della battaglia in corso. L'essere sopravvissuta sino a quel momento avrebbe reso proprio ben scarso valore nel confronto con quanto ancora, nell'ennesimo attacco, le veniva promesso avrebbe dovuto affrontare, e solo umano, giustificabile, sarebbe stato arrendersi, riconoscere la propria mortalità e la propria fallibilità e, in ciò, rinunciare a ogni nuovo scontro, a ogni nuova pugna, accettando di abbracciare a piene mani l'unico, e invero irrinunciabile, traguardo comune all'intero genere umano.
Ma ella era ciò che era. Era chi era. Era Guerra. Era la Figlia di Marr'Mahew. Era colei che aveva sconfitto una chimera. Che aveva sconfitto tifoni e ippocampi. Gorgoni e scultoni. Gargolle e zombie. Negromanti e streghe. Era colei che aveva affrontato volontariamente di lasciare i limiti del proprio mondo per immergersi in una realtà più grande e più complessa, rimettendosi completamente in gioco. E dopo tanto tempo ritrovando un equipaggio e la vita a bordo di una nave, seppur destinata a viaggiare nel cosmo e non nei mari. Ed era colei che non avrebbe mai ceduto allo sconforto per una simile sciocchezza.
Una, due, dieci, venti o cento palle di fuoco, ella avrebbe continuato a combattere. E avrebbe individuato il proprio avversario, l'ignoto creatore di tanto pericolose minacce, per offrirgli il proprio personale ringraziamento per tutto quello, per il suo impegno nel cercare di ucciderla. Una gratitudine, quella che lei avrebbe allora dimostrato, che come minimo si sarebbe concretizzata in un caloroso abbraccio, una stretta al termine della quale, non molto sarebbe rimasto di tal individuo, ove non con tutti le sue dimostrazioni d'affetti si sarebbero dimostrate negli stessi modi, negli stessi termini, rincorrendo le medesime soluzioni.
Così, dopo un fugace istante di sconforto, dopo quell'estemporanea parentesi dominata dal timore di non farcela, di non essere abbastanza forte da superare quell’ennesima, insistente prova, ella ritornò padrona di sé, e, se possibile, ancor più carica d'energie rispetto a prima. Energie che avrebbe speso ben volentieri per dimostrare al mondo, ancora una volta, tutta la propria tenacia, tutto il proprio valore, tutta la propria brama di dominio sul proprio stesso destino.

« Questo gioco potrebbe avere successo! » commentò, tornando a parlare nella propria lingua natia, ove disinteressata a cercare un qualche confronto con il proprio avversario, e riferendosi, nelle proprie parole, al nuovo rapido intervento della propria spada nel respingere quella palla infuocata, mandandola più lontano possibile da sé « Immagino già delle sfide a livello mondiale, fra squadre di diverse nazioni che si contendono il titolo di miglior palla-fuochista… » definì, con i muscoli delle braccia nuovamente provati da quel secondo confronto, probabilmente anche peggiore del primo, e che pur l’aveva vista reagire con prontezza, con determinazione, in difesa del proprio futuro e, con esso, della propria autodeterminazione.

Colpita dalla parte piatta della lama della spada bastarda di Guerra, anche quella nuova palla venne respinta in direzione del mittente, colpita con energia tale da spingerla a innalzarsi verso l’alto dei cieli e, da lì, nuovamente precipitare nel fitto della foresta a lei circostante. E se impossibile sarebbe stato prevedere in quale misura si sarebbe potuta avvicinare a colui che l’aveva generata e inizialmente lanciata, più probabile, più fattibile, sarebbe stato immaginare come alcun entusiasmo avrebbe potuto caratterizzare l’animo di chi, in tal modo, tanto posto nel ridicolo, tanto schernito, in una tanto banale risposta ai propri attentati, alla propria violenza, alla propria ricerca di morte.

« Avanti… lanciane ancora! » lo incitò ella, sforzandosi di riprendere la lingua di Hyn e, con essa, di rivolgersi al proprio non conosciuto antagonista, per spronarlo a proseguire in quel modo, dimostrando di non sgradire assolutamente quel genere d’attacchi « Dai… che ora mi sto proprio divertendo! »

Forse comprendendola, forse no, impossibile a dirsi, l’attentatore ubbidì alla sua richiesta e le offrì altre due palle di fuoco, a distanza estremamente ravvicinata. Un livello di difficoltà aggiuntiva, per la donna guerriero, la quale, in tal modo non avrebbe avuto il tempo di respingere il primo che già sarebbe stata raggiunta dal secondo, con un impeto complessivo tale per cui difficile sarebbe stato scommettere sul successo della sua spada, la cui lama sarebbe stata posta a seria prova da tanto sforzo, da una forse improponibile tensione. Tuttavia Guerra non avrebbe allora potuto compiere nulla di diverso dall’attendere l’arrivo di simili minacce alla sua sopravvivenza con tutta la quiete di cui sarebbe stata capace, unica condizione mentale nella cui avrebbe potuto sperare di riservarsi una pur minima occasione di sopravvivenza. Occasione, altresì, necessariamente negatale nel momento in cui avrebbe preferito lasciarsi dominare dall’ansia e dal timore, dalla paura per il proprio futuro; una paura che, in tal modo, ella stessa avrebbe collaborato a trasformare in realtà, in tragica, tremenda e letale realtà.
Così, quando le due sfere infuocate giunsero a lei, ella non si concesse la benché minima esitazione, non un solo, ulteriore istante di incertezza, tendendo i muscoli delle braccia, già provati, già stremati, per contenere quella furia, quell’orrore carico di morte; nella necessità, ancor prima che nella volontà, di respingerlo ancora una volta, nonostante l’impeto maggiore, nonostante l’energia raddoppiata posta in quell’offensiva desiderosa soltanto di annoverarla fra i trapassati…

« Th…yre…s… » gemette a denti stretti, nel mentre in cui non solo le braccia, ma anche le spalle e la schiena tutta sembrarono prendere fuoco, non per la presenza di quella particolare minaccia, ma per lo sforzo a cui erano lì sottoposte, sforzo che, forse, seppur non riuscendo a piegarla, sarebbe peggio riuscita a spezzarla, letteralmente, in due.

Ma la forza di volontà della donna, e la sua tempra fisica, indubbiamente quest’ultima aiutata in buona misura dalla presenza dell’arto robotico alimentato all’idrargirio, le permisero di resistere a ciò a cui nessuno sarebbe stato capace di resistere, e di rifiutare, ancora una volta, la morte a cui nessuno sarebbe stato sicuramente capace di sottrarsi. E le due palle di fuoco rapidamente scontratesi con la sua lama, pur arrossandola, pur iniziando a intaccarne, inevitabilmente, la tempra, vennero infine rigirate allo stesso indirizzo dal quale erano sorte, con un grido, invero un ruggito, di esultanza quasi animale, sorto dal profondo della gola di lei, di Guerra, della Figlia di Marr’Mahew.

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