Midda's Chronicles - le Cronache

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E dopo tante peripezie... riprendiamo oggi la pubblicazione regolare delle Cronache di Midda!
Dal momento che sono trascorsi due anni dall'inizio della pubblicazione della 46° avventura di Midda, analogamente a quanto già fatto per Un altro morde la polvere, per qualche giorno saranno ripubblicati tutti gli episodi già irregolarmente pubblicati fra la fine del 2014 e l'inizio del 2015, per poi procedere con il proseguo delle vicende della nostra mercenaria preferita... e questa volta della sua versione "Terra Prime"!

Grazie a tutti per l'affetto e la fiducia dimostratami...

Sean, 7 agosto 2017

martedì 1 maggio 2012

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L'
origine della tradizione del loto d'oro avrebbe potuto datarsi qual immediatamente successivo alla guerra fra il regno della Tigre e il regno del Dragone, e poco prima dell'inizio di quest'ultimo con il regno del Lupo. Vittoriosi sull'impetuoso popolo della Tigre, i governanti del popolo del Dragone vollero inventare qualcosa che avrebbe potuto permettere di castigare adeguatamente i propri troppo vivaci vicini, ricordando loro, per sempre, che la disciplina e il rigore avevano avuto la meglio sull'istinto e sulla violenza. Ed essendo, nel regno della Tigre, non importante, ma addirittura fondamentale il ruolo della donna nella società, nell'esistenza di una rara forma di matriarcato derivante dalla memoria storica della leggendaria Regina Tigre; nacque il loto d'oro, una pratica che venne inizialmente imposta alle nuove nate entro i confini delle terre conquistate.
A tutte le bambine figlie di chi, un tempo, veneranti il ricordo della Regina Tigre, pertanto vennero letteralmente rotti i piedi, imprigionandoli all'interno di strette fasce che avrebbero dovuto riplasmarli in una forma tale per cui alcuna fra loro avrebbe più potuto permettersi di correre per il resto della propria vita, invero a malapena in grado di camminare. Usanza barbara, crudele e violenta, che nulla avrebbe dovuto aver a che vedere con lo stile un tempo proprio del Re Dragone, e che pur venne accettata, e imposta, nella falsa consapevolezza di come, in grazia a un tale sacrificio, tutte le donne del regno della Tigre avrebbero finalmente imparato, in maniera ferma e incontrovertibile, l'importanza del rispetto delle leggi e delle tradizioni dei loro nuovi dominatori, di coloro che le avevano sconfitte e che, in ciò, avrebbero avuto il diritto di massacrare sistematicamente.
Quanto però, inizialmente, venne ideato qual metodo di condanna, nel corso degli anni, dei secoli, assieme a dozzine e dozzine di morti, per le infezioni e la setticemia che troppo facilmente pretendevano le vite delle poverette sottoposte a tale rituale; produsse qualcosa in grado di stuzzicare la fantasia patriarcale degli uomini del regno del Dragone, fantasia che non avrebbe potuto che apprezzare e applaudire all'idea di una donna completamente sottomessa al proprio marito al punto tale da essere praticamente impossibilitata a uscire di casa. Per tale ragione, non solo alle bambine dell'ormai scomparso regno della Tigre, ma anche a quelle del potente regno del Dragone, venne imposta tale tortura, la rottura dei piedi e la loro fasciatura, nell'illusione che, sopravvivendo a tale operazione, e soffrendo quanto sufficiente per ottenere piedi tanto piccoli da poter entrare completamente entro la bocca dei loro mariti, esse sarebbero diventate non solo attraenti, ma irresistibili: un partito perfetto per qualunque uomo desideroso di avere al suo fianco una donna tanto forte e disciplinata, nel proprio cuore, da saper affrontare un tale patimento.
Tradizione che, troppo rapidamente, si diffuse in tutto il regno e che, anche a seguito della caduta del Dragone a opera del Lupo, i piedi delle cui donne erano bel slegati e felici di poter godere di un solido contatto con il suolo, per camminare, correre e saltare libere, non trovò facile conclusione. Così, ove anche le leggi dell'Imperatore Lupo bandivano qualunque violenza nei riguardi delle bambine, soprattutto imponendo loro il loto d'oro, non poche, non rare erano le famiglie che, imperterrite, proseguivano in tal senso. E non solo qual espressione di un desiderio del padre, ma, spesso e ancor più, qual volontà della madre, la quale, sottoposta a suo tempo a tanta crudeltà, si offriva ormai sì indottrinata da non poter prevedere nulla di diverso per la propria figlia. Anzi. Magari una coppia di piedi ancor più piccoli, e in ciò perfetti, rispetto ai propri.

Nel confronto con tutto ciò, l'animo di Guerra, forte e fiero della propria femminilità, da sempre vissuta non qual sussidiaria all'uomo, rendendola non seconda a qualunque guerriero maschio; non avrebbe potuto che contorcersi sofferente nel profondo del suo intimo, rifiutandosi di accettare l'idea che una qualunque donna potesse realmente subire, tollerare e, peggio, imporre un tale rito sul proprio corpo o su quello delle proprie figlie, di queste ultime, fra l'altro, rischiando la vita.
Era più forte di lei. Non era cattiveria. Non era arroganza. Non era un falso senso di superiorità rispetto a quella gente e alla loro cultura. Ella rispettava l'Impero e tutto il proprio incredibile progresso, tal da far risultare lei stessa e tutti i propri pari quali semplici trogloditi incapaci a comprendere il fuoco. Ma tutto quello… quella insensata e imperdonabile violenza sulle donne, era capace di azzerare completamente ogni altro pregio, qualsiasi altra dimostrazione di buono che da quelle terre avrebbe potuto emergere, lasciandoli apparire al suo sguardo semplicemente quali dei crudeli trogloditi incapaci a comprendere il valore della vita umana, fosse essa di uomo o di donna, di adulto o di bambino.
Fosse stata ella regina di quel popolo, imperatrice di quelle terre, probabilmente Guerra avrebbe fatto ben volentieri impalare sulla porta della loro stessa abitazione qualunque genitore, o genitrice, avesse avuto la fantasia di fasciare i piedi ai propri figli, non solo qual punizione per la loro colpa, per il loro imperdonabile sadismo, ma anche, e soprattutto, qual monito per chiunque altro avesse voluto agire in egual maniera, a dimostrazione di quanto, nella propria legge, dal momento in cui quel popolo vantava grande rispetto per le leggi, non vi sarebbe stato alcuno spazio per il loto d'oro, il burqa, l'infibulazione o altre simili, e terribili, usanze, inaccettabili in una società desiderosa di considerarsi civile.

« Le tue parole sono spiacevoli, straniera. » sentenziò la moglie del locandiere, arricciando appena il naso in segno di disprezzo « Inizialmente ti avevo giudicata qual una donna ben educata, malgrado la tua origine. Ma è evidente che, come tutte le genti straniere, anche tu sei animata solo da rozza e barbara volgarità. »

Guerra si sforzò, con tutte le proprie energie, per non insultare la propria interlocutrice, tanto cieca quanto stupida nel non rendersi conto di quello che una tradizione patriarcale e crudele le aveva imposto e, peggio, quanto ella aveva accettato con così tanto entusiasmo.
Quel suo silenzio, animato dalla volontà di non tracciare un profondo e incolmabile divario fra lei e l'altra donna, tuttavia, fu frainteso nelle proprie intenzioni, nei propri desideri, portando la sua controparte a proseguire nei toni della propria ultima presa di posizione…

« Ti invito a lasciare queste mura. » dichiarò, voltandosi e rivolgendo all'interlocutrice le proprie spalle, in un'imprudenza che, se la mercenaria fosse stata animata da un reale spirito barbaro, ella avrebbe pagato a caro prezzo « La tua presenza nella nostra locanda non è più gradita. »
« Complimenti… » commentò l'altra a bassa voce, scuotendo il capo « Complimenti davvero a coloro che sono riuscivi a convincervi della bontà di una tanto tremenda menomazione, così come neppure a dei prigionieri si avrebbe cuore di imporre. » sospirò alzandosi così come richiestole e raccogliendo la propria spada da terra, per reinserirla all'interno del proprio fodero « E' una fortuna che le vostre mani siano utili ai vostri mariti, o altrimenti, a quest'ora, ve le avrebbero rotte e fasciate a loro volta, costringendovi, magari, a camminare a quattro zampe, come delle bestie prive di umanità. »
« Vattene! » gridò ora, quasi isterica, la moglie del locandiere, evidentemente non più sopportando quelle parole, forse in quanto comprese qual vere « Vattene fuori dalla mia locanda, o giuro sugli spiri dei miei antenati… »
« Ma sì. Non stare a scomodarli… » minimizzò Guerra, voltandosi verso l'uscita « Me ne vado. Non ti preoccupare. In fondo non si può avere piacere a conversare con chi privata d'ogni barlume di ragione. E, probabilmente, già d'ogni umanità, nel rifiuto del benché minimo rispetto per se stessa. » sentenziò, forse eccessivamente severa, e pur sincera nelle proprie parole, non cercando di trattenere tutto l'orrore e il disprezzo da sé vissuto alla vista di quei moncherini, in quel momento così come in ogni altra occasione passata « Buona vita, ambra di donna. » la salutò, con un cenno della mano, secondo i costumi occidentali dall'altra a stento sconosciuti « Spero che tu abbia solo figli maschi, almeno risparmierai loro questo assurdo patimento privo di giustificazioni! »

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