Midda's Chronicles - le Cronache

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Dopo la conclusione, con un finale particolarmente aperto, di "Non abbassare lo sguardo", è iniziata ieri sera la pubblicazione di "Non smettere di lottare", 48° racconto della saga regolare di Midda's Chronicles, riprendendo - ovviamente - il discorso rimasto in sospeso!
Buona lettura con il proseguo delle avventure della nostra ormai ex-mercenaria preferita in nuovi e inesplorati mondi, in un viaggio lungi dal potersi considerare concluso e che, certamente, proseguirà anche quando alfine superato il traguardo dell'11 gennaio 2018, ossia il decennale dall'inizio di quest'opera!

Grazie a tutti per l'affetto!

Sean, 25 novembre 2017

domenica 22 aprile 2012

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P
er giungere alla conclusione di questa cronaca, o, meglio, di questa raccolta di testimonianze, avrei sinceramente apprezzato un intervento da parte di colei che, di tutti questi eventi, è stata protagonista assoluta e indiscussa, Midda Bontor. Purtroppo la Figlia di Marr'Mahew, ormai anche Campionessa di Kriarya, è tanto abile a rendersi protagonista di imprese incredibili, quanto a rifuggire a qualunque ricerca di personale enfasi attorno al proprio operato, glorificazione delle proprie vittorie, ragione per la quale solo a pochi fortunati è mai stato concesso di ascoltare dalle sue labbra la narrazione delle sue avventure, godendo, in ciò, del particolare punto di vista proprio dei suoi occhi color ghiaccio.
A me, ella ha voluto riconoscere solo poche righe, poche semplici frasi pur cariche di profonde emozioni, per apprezzare le quali, però, è necessario giungere con un certo ordine. Come sempre, pertanto, alla prosa del cronista di turno è obbligatoriamente affidato l'onere di riportare quanto più fedelmente possibile ciò che altri non hanno desiderio di raccontare… non che, in verità, vi sia molto altro da evidenziare.
Sarà forse diletto di qualcuno scoprire che, come già anticipato anche dalle parole della stessa mercenaria nel racconto degli ultimi eventi, Howe e Be'Wahr alla fine vollero concedersi una giornata di piacere presso la casa di Tahisea, qual reciproco riconoscimento di supremazia. Un giornata che costò loro decisamente caro, e che pur li vide più che soddisfatti nell'investire in tal senso una buona parte della ricompensa loro riconosciuta dai mecenati di Kriarya per mezzo, ovviamente, dell'intercessione Midda. A quanto mi è stato riferito, tale soddisfazione lì vide addirittura andare d'amore e d'accordo per almeno altre quarantotto ore; salvo poi trovarli impegnati a recuperare il tempo perduto in continui battibecchi e apparenti litigi.
Come loro, anche Av'Fahr ebbe modo di soddisfare le proprie brame mascoline in compagnia dell'affascinante Saha, fra le braccia della quale scomparve per più tempo del previsto, facendolo addirittura tardare, quasi in ottemperanza alle previsioni della donna guerriero. E, per gli animi più romantici, credo sia giusto sottolineare come effettivamente Saha riconobbe un prezzo di favore al mio buon amico al punto tale da suscitare un vero e proprio moto invidia dei due fratelli mercenari, i quali non lo risparmiarono di frecciatine e allusioni. Non che una sola fra le parole da loro pronunciate avrebbe potuto scalfire la dura scorza di Av'Fahr. In verità, non per gettare troppa carne sul fuoco, è giusto ricordare come nel mentre in cui egli si impegnò a narrare alcuni dettagli riguardo a Saha, nei suoi occhi potei cogliere un'emozione diversa da semplice lussuria, e tale da farmi credere che, malgrado tutto, quella visita a Kriarya, da parte sua, non sarebbe stata unica e irripetibile, malgrado la penalizzante lontananza della città del peccato da ogni mare.
Sempre qual giusta offerta in direzione degli animi più romantici, ancora, è da confermare il ricongiungimento fra Seem e la sua amata Arasha, da lui persino troppo a lungo bramata, e solo tardivamente stretta a sé. Non che egli sia sceso in dettagli intimi nel merito di come possa aver speso il proprio tempo insieme alla sua compagna; ma, come già per Av'Fahr, anche in lui non riuscii a riscontrare quanto altresì presente nello sguardo di Howe e Be'Wahr nel mentre dell'eccitata e trionfante cronaca delle loro gesta all'interno del lupanare più famoso di tutta Kriarya. E, nel sperare di poter un giorno riabbracciare anch'io il mio amato Hui-Wen, ora prigioniero di Nissa Bontor, non posso che dirmi lieto di tali emozioni, di tali sentimenti, forse l'unica realtà positiva offertaci in una vita altresì prima di qualunque significato.
Non eguale serenità, non tanta pace, purtroppo, fu offerta a Midda Bontor, alla protagonista di un pur incredibile trionfo, dal momento in cui l'unico uomo con il quale ella avrebbe avuto piacere di intrattenersi, suo malgrado, si trovava… e si trova ancora in una delle nostre brande, lì privo di coscienza sin dalla battaglia nella quale tutti i suoi sforzi sono stati spesi per la salvezza della propria compagna. Be'Sihl, che pur per lei era sempre stato un punto fermo, inamovibile, una piccola ma irrinunciabile certezza nella propria vita, nella sua costante presenza in quella locanda alla quale adorava far ritorno quasi come a una casa, in tale occasione non le fu concesso, non le fu garantito. E accanto ai suoi baci e alle sue carezze, a chi della guerra aveva fatto il proprio mestiere e la propria vocazione, venne meno, soprattutto, la sensazione di armonia che, nel dialogo e nel giuoco scherzoso con lui, le era sempre stata garantita e mai negata, mai rifiutata, anche a seguito di proprie, ingiustificabili assenze superiori a un intero ciclo di stagioni.
Non credo di potermi considerare in particolare confidenza con la Figlia di Marr'Mahew. Il mio predecessore, Salge Tresand, sicuramente lo era, essendo stato prima suo amico, quasi d'infanzia, e poi suo amante, ridonando vita, insieme a lei, a quella carcassa che, oggi, è una goletta meravigliosa, e il cui equipaggio mi onoro di comandare. Salge sicuramente avrebbe saputo individuare con precisione ogni suo pensiero, ogni sua idea, ogni sua pena, anche senza che una sola parola fosse pronunciata, fosse scandita. Ma già io, che a tal livello di confidenza non potrei giungere neppure in una vita intera, ebbi occasione di comprendere, di percepire nel profondo del mio cuore, la grande pena che, in quel paio di notti trascorse in Kriarya, avevano soffocato l'animo della donna guerriero più temibile di questo intero angolo di mondo, negandole ogni possibilità di apprezzamento nei riguardi di ciò che pur, in quelle ore, le era stato concesso quando ormai neppur più sperato: un bagno caldo e un morbido letto nel quale lasciarsi affondare. Un letto, tuttavia, troppo vuoto, troppo desolato, nel quale ella si trovò a essere troppo larga, ad avere troppo spazio a disposizione… di certo più di quanto non avrebbe gradito vedersi assegnato dal fato.
Ella, che pur sempre si era ribellata all'idea di un fato, di un destino ineluttabile e immodificabile, a una trama divina sconosciuta all'uomo e pur in grado di connettere tutti gli esseri umani gli uni agli altri, come una sola, grande, famiglia; in quelle ore si confrontò con un sentimento di impotenza come raramente le era stato concesso di provare, ovviamente reindirizzando ogni colpa, ogni responsabilità per quanto accaduto a sé, e solamente a se stessa.
Se solo Midda avesse ucciso Nissa, sua gemella, quando adolescente, quando già apparve evidente la sua rivolta in propria opposizione; o se solo, concedendole più tempo, l'avesse terminata nel momento in cui come pirata si era offerta al suo sguardo, minacciandone il presente e il futuro, e imponendole stupidi ricatti innanzi ai quali, peggio, ella aveva accettato di chinare mestamente il capo; tutto quello non sarebbe mai successo. E, anzi, probabilmente ella sarebbe stata ancora il secondo in comando a bordo della Jol'Ange, navigando per i mari del mondo accanto al suo primo, grande amore: Salge.
Ma questi era morto, tutto l'equipaggio da lei un tempo conosciuto era morto e, peggio, anche molti di noi, nuova generazione, erano già morti o sarebbero presto potuti morire. E a Midda solo l'esilio dal mare era stato concesso; l'esilio dalle acque da lei adorate ancor prima di imparare a camminare, come ogni figlia di Tranith; nonché l'esilio dalla sua isola natia e dalla sua famiglia, dalla quale si era sì allontanata di propria spontanea volontà e alla quale, pur, un giorno avrebbe apprezzato poter fare ritorno.
Proprio nel merito di queste possibili sue riflessioni, eventuali suoi pensieri, ha da considerarsi il solo intervento che ella mi ha voluto concedere per questa umile raccolta, per questo diario non di bordo e pur, egualmente, fondamentale per la vita della Jol'Ange e del suo equipaggio…

Non so dire se mai, in tutta la mia vita, abbia realmente preso in esame l'ipotesi del suicidio come via di fuga dalla realtà e dai suoi problemi.
So che molti sono stati i momenti in cui mi sono sentita debole, mi sono sentita sconfitta, osservando le persone attorno a me morire, una dopo l'altra. E non voglio negare che, in parte, dopo la morte di Salge, io abbia desiderato che il mare mi soffocasse, mi trascinasse verso la dimenticanza, allontanandomi da tutto il sangue innocente che, per mia causa, è stato versato.
Ma so anche che dopo ognuno di tali momenti di sconforto, sempre maggiore è stato in me il desiderio di una rivalsa, di una vendetta, verso mortali e dei. Con quella stessa energia che dopo la morte di Salge, credo, mi permise di salvarmi dal mare in tempesta nel quale effettivamente ero precipitata, o mi ero lasciata precipitare per obliare ogni dolore.
Quella notte, quella notte trascorsa da sola nella stanza che avevo voluto per me e Be'Sihl al momento della ricostruzione della locanda, non presi in esame alcuna idea suicida, non accarezzai alcuna ipotesi di resa, per quanto, in me, troppa era la desolazione conseguente a quell'assurda solitudine. Per tre lustri mi ero allontanata volontariamente da lui, cercando, in ciò, di non coinvolgermi nella sua vita e di non coinvolgerlo nella mia vita. E solo quando, alfine, avevo accettato l'idea di cercare, insieme con lui, di costruire quello che, oggettivamente parlando, sarebbe potuto essere l'ultimo rapporto stabile della mia vita, il mondo si era nuovamente ribellato contro di me, lasciandomi lì sola, in una stanza vuota.
Nelle lenzuola, pur lavate e profumate con fiori di lavanda dalla premura di Arasha, io cercai un barlume dell'odore di Be'Sihl, abbisognando di lui, in quel momento, come forse mai prima d'allora. E non riuscendo a trovarlo mia non fu mera disperazione, ma rabbia, incredibile ira contro la mia gemella, contro Nissa, e con lei contro tutti gli dei che al suo fianco si dovevano pur essere schierati, per permetterle tanta continua e irrefrenabile vittoria a mio discapito.
In tale rabbia, già vissuta, già provata in tale misura alla scoperta della morte della mia amica Nass'Hya, che attraverso di me aveva cercato la vita e la felicità, trovando purtroppo solo morte e disperazione; fu nuovamente palese, innanzi ai miei occhi, l'unico impegno verso il quale avrei dovuto destinare tutte le mie energie, senza esitazioni né condoni: uccidere Nissa. Veramente.

Con simile proposito, con tale intento già chiaro all'origine di questa disavventura, e pur, nel corso della medesima, rafforzatosi sino a divenire prossimo a un'ossessione; e sempre accompagnata dal gruppo che attorno a sé aveva involontariamente richiamato in quel viaggio, da Av'Fahr, da Howe e Be'Wahr, e dal suo scudiero Seem; la Figlia di Marr'Mahew ripartì il mattino seguente a tanto spiacevole notte, diretta all'eremo nel quale il suo mecenate, lord Brote, aveva scelto di nascondere il pastorale, affidandolo alla cura di una setta di monaci presso cui, si scoprì, egli aveva già dislocato in passato alcune fra le più pericolose reliquie che la sua mercenaria prediletta aveva recuperato in suo nome.
Una tappa, l'ennesima di un sin troppo lungo itinerario, che fu comunque consumata senza ulteriori, particolari complicazioni, ma che nonostante ciò non venne affrontata da alcuno con serenità, nella consapevolezza di quanto il tempo a noi tutti concesso fosse sempre più limitato e, di lì a breve, come precedentemente concordato, la Jol'Ange avrebbe dovuto partire alla volta di Rogautt con o senza di loro.
Retorica, in grazia a quanto qui riunito, a tutte le versioni qui riunite e riordinate, può solo intendersi la consapevolezza di come quel termine ultimo venne comunque e alfine rispettato: i due scettri del faraone furono nuovamente riuniti nelle mani di Midda Bontor; e la Jol'Ange, accogliendo tutti i protagonisti di questa vicenda, poté salpare verso l'ultima, temibile meta, nella speranza di salvare il mio adorato Hui-Wen e la brava Camne Marge, ma anche, di porre definitivamente termine alla vita di Nissa Bontor, regina dei pirati.

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