Midda's Chronicles - le Cronache

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Dopo la conclusione, con un finale particolarmente aperto, di "Non abbassare lo sguardo", è iniziata ieri sera la pubblicazione di "Non smettere di lottare", 48° racconto della saga regolare di Midda's Chronicles, riprendendo - ovviamente - il discorso rimasto in sospeso!
Buona lettura con il proseguo delle avventure della nostra ormai ex-mercenaria preferita in nuovi e inesplorati mondi, in un viaggio lungi dal potersi considerare concluso e che, certamente, proseguirà anche quando alfine superato il traguardo dell'11 gennaio 2018, ossia il decennale dall'inizio di quest'opera!

Grazie a tutti per l'affetto!

Sean, 25 novembre 2017

mercoledì 18 aprile 2012

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E
così, o lettore, trova conclusione la sfida fra Midda e i mahkra, la battaglia della città del peccato, Kriarya, per il proprio futuro, futuro che solo sarebbe potuto essere conquistato nell'unione e non nella separazione, nel ricongiungimento e non nell'allontanamento. Come la storia dell'intero regno di Tranith insegna, ancora una volta coloro che, divisi, avrebbero potuto essere vinti, qual alleati poterono trionfare, di una vittoria non priva di un proprio giusto prezzo di sangue, e pur, indubbiamente, una vittoria.
Se su un fronte, infatti, sarà già stato palese come la presa di posizione della Figlia di Marr'Mahew, in contrasto all'evocatore della Progenie della Fenice, riuscì a preservare in vita la coppia di fratelli mercenari successivamente testimoni di quegli eventi, ove altrimenti tragico fato sarebbe stato il loro, già catturati dal loro possibile boia; su un diverso fronte non ha da essere obliato come molti, e con molti non decine, ma addirittura centinaia di uomini e donne di Kriarya, caddero nel tentativo di difendere la propria città, l'unica casa che fosse mai stata loro concessa. E le vittime non si limitarono, semplicemente, alla cinta muraria, sulla quale lo scontro principale era stato volutamente ingaggiato, ma, anche, fra coloro rimasti ai piedi della medesima e, ancora, sparsi all'interno della città: ove, infatti, a nord e a sud le mura resistettero, forse sostenute emotivamente dalla presenza, in tali punti, della campionessa eletta dai signori della città e dei suoi delegati, i suoi luogotenenti, come vollero definirsi Howe e Be'Wahr; a est e a ovest la pietra non parve desiderosa di dimostrarsi tanto solida, tanto coesa come altrove, o, forse, coloro lì impegnati nel mantenimento di quelle mura non riuscirono a concedersi sufficiente sprone per restare egualmente unita come altrove; ragione per la quale i baluardi cedettero e almeno due mahkra ebbero libero accesso all'interno di quel perimetro geometrico.

Alcuno dei miei testimoni, le cui cronache qui ho riportato, fu presente per assistere a quanto accadde in tali punti quando la tragedia si concretizzo, ma tutti loro ebbero la triste opportunità di godere, a posteriori, degli effetti di tale visita. Perché dove i mahkra avevano avuto occasione di accesso alla città, non semplicemente la morte si palesò, ma qualcosa di molto peggio, qualcosa simile a una vera e propria dannazione, ma nel merito degli effetti della quale solo il tempo saprà esprimere il giusto giudizio. Non tutti, infatti, morirono in conseguenza del passaggio dei mahkra, così come, altresì, era stato per gli sventurati impegnati a contrastarli in cima alle mura: una certa parte di loro, minima parte, sopravvisse, per quanto difficile la loro avrebbe potuto essere riconosciuta qual vita, nel permanere lì in stato catatonico, apparentemente privi di coscienza al pari di un gruppo di zombie, e come loro, tuttavia, capaci di deambulare senza un pur concreto scopo alla base di tale peregrinare.
Follia, forse, la loro. Follia per ciò con il quale si erano ritrovati a contatto, qualcosa di superiore a ogni loro possibilità di umana gestione, di mortale controllo. O, forse e altresì, qualcosa di diverso, qualcosa di più raccapricciante rispetto a quanto, comunque, non sarebbe potuta già essere considerata la loro condizione di non vivi. Perché, pur in vita, essi erano stati privati della possibilità di vivere; non diversamente da come agli zombie e alle altre creature loro paragonabili, ai non morti, pur già morti erano tragicamente stati privati della possibilità di godere della serenità propria della morte.
Proprio nella presenza di simili non vivi, ancora una volta, Kriarya riuscì a offrir ragione alla fiducia di Midda Bontor nella propria civiltà superiore, a dispetto di ogni insinuazione in senso contrario da parte del resto di Kofreya e, forse, di questo intero angolo di mondo, non comportandosi con stolido pregiudizio, ma accettando di onorare il sacrificio di quelli che, a tutti gli effetti, avrebbero dovuto essere apprezzati qual martiri per la salvezza della loro città. E, in ciò, ai non vivi non venne negato alcun diritto, non venne negato alcun privilegio, o, persino, la vita stessa, sebbene qualcuno avrebbe potuto ponderare su quanto sarebbe stato allora misericordioso concedere loro la morte; ma venne riconosciuto tutto il necessario rispetto, un rispetto del quale, purtroppo, alcuno fra loro avrebbe mai potuto realmente apprezzare. Così, addirittura ancor prima della partenza di Midda e dei suoi compagni, una voce ricorrente in città, e soprattutto fra i suoi legittimi dominatori, proclamò la ferma volontà di non abbandono di tali eroi, e vittime, così come chiunque si sarebbe potuto attendere non solo da Kriarya, ma da qualunque capitale kofreyota, preferendo la solidarietà all'oblio e alla dimenticanza. In ciò, quindi, già certa fu la necessità della riorganizzazione di una parte della città, di almeno un quartiere, per raggruppare e ospitare al suo interno tutti i non vivi, lì accolgiendoli e proteggendoli dai rischi che pur non sarebbero mai venuti meno all'interno della stessa capitale, soprattutto con l'aiuto di qualche pinta di buon alcool, ove non avrebbe dovuto essere dimenticato come, nella maggior parte, quell'intera popolazione fosse costituta pur sempre da mercenari e assassini, ladri e prostitute, e, in ciò, non esattamente gente estranea alla violenza, al sangue e alla morte.

Al di là di un così pur tragico prezzo, accanto al quale, come ho già sottolineato, non avrebbe dovuto essere dimenticato quello di coloro comunque morti nella sfida in contrasto ai mahkra, la vittoria non avrebbe potuto essere definita sì negativa da poter essere paragonata a una sconfitta: molti morti, molti non vivi, e pur ancor più, e in proporzione estremamente tranquillizzante, il numero dei sopravvissuti, di coloro che, un giorno, avrebbero potuto ricordare quegli eventi quasi con un sapore nostalgico, sicuramente arricchendoli, come sempre accade, di molti, troppi particolari fantasiosi e del tutto alieni alla realtà dei fatti. Sopravvissuti che, in gloria a tutti gli dei, non vollero disconoscere il giusto merito di Midda Bontor negli eventi appena vissuti e che, anzi, così come neppure era avvenuto in occasione della liberazione della città dalla negromantica minaccia che per mesi l'aveva tenuta assediata ogni notte, ella venne condotta in trionfo attraverso le vie di Kriarya, acclamata, per la prima volta, da tutti coloro che, abitualmente, preferivano definirla con termini meno cortesi, primo fra tutto quello di "cagna".
Ma di tale trionfo, la Figlia di Marr'Mahew non volle abusare, non volle cercare nulla di più di quanto non avrebbe dovuto, subito rimettendo il potere nelle mani dei mecenati che a lei lo avevano offerto, in ciò, modestamente ricercando un ritorno al proprio consueto ruolo da semplice mercenaria, seppure ella non fosse effettivamente mai stata una semplice mercenaria.
Fu pertanto da semplice mercenaria che, il giorno successivo a quello immediatamente conseguente alla battaglia, dopo una lunga e profonda notte di riposo all'interno della locanda di sua comproprietà, ella si recò là dove sapeva avrebbe trovato la giovane donna che, due pomeriggi prima, aveva scatenato in sua offesa un gruppo di stolidi malcapitati, accusandola della morte del proprio genitore.

Cedo la parola, per la narrazione di quest'ultima, e fondamentale, parte degli eventi che caratterizzarono quel ritorno di Midda alla città del peccato, nella ricerca di un allora ancora disperso scettro pastorale, al mio buon amico Av'Fahr, il quale insistette oltremodo per accompagnare la donna guerriero in quella sua breve missione. Una presenza che la stessa mercenaria dagli occhi di ghiaccio aveva definito del tutto superflua, ove alcuno scontro sarebbe occorso, e che pur egli non volle negarle, anzi, volle imporle, forse nell'imbarazzo per quanto era avvenuto durante la battaglia, per quel suo piede messo in fallo in conseguenza del quale, come uno sciocco, l'aveva abbandonata nel momento più difficile, allo scontro finale, alla resa dei conti.
Ovviamente, di tale espiazione, Midda Bontor non avrebbe mai espresso necessità, così come, in maniera estremamente diretta, le sue parole tentarono di definire…

« Se vuoi venire come mio pari, come mio amico, sei il benvenuto Av'Fahr. Sappi, però, che se tuo interesse è quello di tentare, in qualche modo, di offrire ammenda per quanto è accaduto due notti fa, per quello che continui, ostinatamente, a considerare un tuo errore, sarà mia premura spedirti al più vicino lupanare, dove qualche graziosa fanciulla sarà ben lieta di fustigarti per saziare la tua vena masochistica. Perché sebbene sia già in possesso del flagello del faraone, non è mia intenzione rovinarlo contro la tua schiena: è una reliquia e come tale merita un minimo di rispetto. » scandì, senza ricercare alcuna possibilità di diplomazia, e pur non rinunciando, in ciò, a suggerire anche una certa ironia « Spero di essere stata chiara. »

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