Midda's Chronicles - le Cronache

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Conclusa la lunga, lunghissima (tre anni...) pubblicazione de "Il viaggio continua", il racconto che, nella mia memoria sarà ricordato come l'episodio dell'ora più buia di questa pubblicazione; inizia oggi "Non abbassare lo sguardo", il 47° racconto della saga regolare di Midda's Chronicles (50° considerando anche i tre racconti pubblicati all'insegna del marchio Reimaging Midda)!
Racconto che, quindi, oltre ad avere potenzialmente un numero importante, ci accompagnerà verso il traguardo dell'11 gennaio 2018, ossia il decennale dall'inizio di questo viaggio insieme!

Grazie a tutti per l'affetto!

Sean, 5 ottobre 2017

martedì 17 aprile 2012

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F
osse stato, il nostro confronto, parte di una narrazione epica, probabilmente sarebbe lì iniziato immediatamente un confronto a testa bassa, colpi su colpi, parate su parate, nella speranza per entrambi che a cadere per primo fosse l'altro, fosse l'altra parte. In tale sequenza incessante e sempre crescente di attacchi e difese, il mondo attorno a noi sarebbe annichilito e ad alcuno fra noi sarebbe interessato nulla né dei mahkra né di Kriarya, né di Midda né della Progenie.
Come già in troppe occasioni ho avuto tuttavia modo di rilevare, la realtà e la fantasia corrono lungo vie apparentemente parallele, e pur estremamente diverse, tali per cui nel rischiare entrambi l'osso del collo, alcuna premura si sarebbe dimostrata in me, o nel mio antagonista, per l'effettivo inizio di quel confronto; alcuna fretta avremmo potuto dimostrare innanzi all'idea di essere uccisi, al di là di ogni speranza volta all'uccidere ancor prima di tale eventualità. E così gli istanti iniziarono a trascorrere inesorabili fra noi, nell'attesa del momento in cui o io, o lui, avremmo perso il controllo e avremmo deciso di rendere nostro l'onere della prima mossa, una scelta tutt'altro che banale, che semplice, ove, se orchestrata malamente, avrebbe potuto condurre a una rapida dipartita in luogo a un più apprezzabile trionfo.
Se io avessi deciso di affondare con la lancia, sfruttando la maggiore lunghezza della medesima; il mio avversario avrebbe potuto reagire con una semplice evasione laterale, ricercando poi, con brama, la carne indifesa delle mie spalle con la lunghezza della propria lama, della propria spada. A quel punto, mio sarebbe dovuto essere l'impegno a ovviare a quella furia, scivolando rapidamente a terra e, nel contempo, ricercando con un colpo deciso le sue gambe. Ma suo sarebbe in conseguenza stato lo sforzo di saltare con destrezza verso il cielo, evadendo alla mia offensiva e, in ciò, nuovamente ricercando contatto con la mia carne, necessariamente di facile accesso in tale postura. Così, io avrei dovuto rotolare, evadendo la sua lama, e, magari, levando in risposta la lancia, per tentare di coglierlo a mia volta alla schiena, trapassandogli le reni e squarciandogli, alfine, il petto sorgendo dall'interno del suo busto. In tal modo, però, egli avrebbe potuto muovere banalmente la propria spada a spazzare via la punta in sua offesa e, nel contempo, lanciarmi contro il suo pugnale, uccidendomi sul colpo.
Diversamente, se egli avesse deciso di tentare un attacco a mio discapito, probabilmente avrebbe agito slanciando il suo pugnale verso di me, non nella volontà di ferirmi o uccidermi, quanto in quella di distrarmi per poter procedere con un affondo della propria spada. A ciò, quindi, io avrei risposto lasciandomi rotolare lateralmente, per poi sollevare la lancia nella speranza di infilzarlo da parte a parte. Motivo per il quale sarebbe stato a sua volta costretto a gettarsi a terra, chiudendosi al suolo per evadere la mia offensiva e, in ciò, non rinunciando tuttavia a tentare nuovamente di aggredirmi, con un movimento rotatorio della sua spada che, seppur non spedendomi in gloria agli dei, o forse nel nulla più assoluto, mi avrebbe sicuramente ferito le gambe al punto tale da non permettermi ulteriori possibilità di giuoco. Per ovviare a simile offensiva, pertanto, io sarei saltato in aria e, in tal movimento, avrei tentato di convogliare tutto il mio peso, nella ricaduta la suolo, sulla lancia di Av'Fahr, nella speranza di poterlo inchiodare al suolo quasi fosse uno scarafaggio. Intuendo il mio arrivo, egli sarebbe però rotolato via, rialzandosi con sufficiente prontezza di riflessi al punto tale da tentare di aggredirmi, ragione per la quale avrei dovuto anticipare ogni sua mossa con un rapido cambio di direzione della mia lancia, indirizzandola al suo petto e lì lasciandola penetrare quanto sufficiente da non permettergli alcun altro movimento.
In tali modi, in tali vie, avrebbe potuto svilupparsi il nostro confronto, così come in molti altri diversi, e pur, alfine, mai dissimili nelle proprie conclusioni, ove o io o lui avremmo dovuto morire. E a tali possibili sviluppi la mia mente si sforzo di dedicarsi prima di tentare qualunque approccio, prima di dare il via a qualunque fra quelle ipotesi alternative, nell'ubbidire agli insegnamenti del mio maestro, e del mio cavaliere, sull'importanza di ponderare le proprie mosse ancor prima di porle in essere.
Fortunatamente, o sfortunatamente, impossibile a definirsi, alcuno fra simili futuri prossimi ebbe ragione di concretizzarsi, di tramutarsi in realtà, dal momento che prima ancora che io, o il mio avversario, potessimo decidere una qualunque prima mossa, qualcun altro… anzi, qualcun'altra, prese la giusta decisione in nostra vece…

« Perché devo fare sempre tutto da sola? » esclamò la Figlia di Marr'Mahew, in quello che avrebbe potuto essere inteso quasi un sospiro, per quanto prossimo a un urlo.

E, nel mentre di tali parole, ella agì nell'unica via che, immagino, la vide certa della salvezza di Kriarya e del buon esito della missione di recupero degli scettri del faraone, per quanto, pur, un certo margine di rischio per la propria sopravvivenza non sarebbe stato ovviato: lanciò la propria lama con incredibile energia e assoluta precisione nella direzione dell'evocatore e, dopo una mezza dozzina di rapidi volteggi, questa si infilò profondamente nel petto del proprio bersaglio, stroncandolo senza, probabilmente, che questi potesse avere la benché minima percezione di quanto fosse accaduto.

« Diamine! » commentò la mia signora, sorridendo soddisfatta in conseguenza di quanto da lei così compiuto « Ci voleva tanto?! »

… quanto da lei così compiuto.
Diamine. Se ci penso, mentre lo dico, ancora non ci credo. Non tanto per l'abilità con la quale ella pose fine a quella storia, quanto per ciò che immediatamente dopo accadde e che vide, per un istante, anche la Progenie superstite, una decina fra uomini e donne ancor circondanti la mia signora, costretta a distrarsi per un fuggevole istante, offrendo attenzione agli eventi alle nostre spalle.
Perché Kriarya, la città del peccato asserragliata nelle proprie mura erette su dodici lati da forse dodici, forse ventiquattro o forse più, orrendi mahkra; improvvisamente sembrò rilucere di un'oscena luce nera, un non senso impossibile da apprezzare per chiunque non l'abbia vissuto in prima persona, luce che in verità non fu emessa dall'urbe stessa, quanto piuttosto dai suoi assedianti, i quali, pochi istanti dopo, parvero iniziare a tremare, e poi a rimpicciolirsi, o, per meglio dire, a restringersi, a ritirarsi, quasi risucchiati dal proprio stesso nucleo, dal proprio stesso cuore, ammessa l'esistenza di un tale organo per quegli incubi. E prima che chiunque fra noi potesse riservarsi l'occasione di un semplice singulto di sorpresa, nulla di loro rimase e, quasi fosse una diretta conseguenza di ciò, sebbene mai avrebbe potuto esserlo, dal profilo dei monti Rou'Farth, a levante, un primo, flebile raggio di sole rischiarò timidamente l'intera piana e sembrò riportare un senso di calore e di vita su tutti noi.
Calore e vita che, in effetti, non avrebbero potuto essere ancora considerati quali ovvi per colei responsabile di tanto trionfo. Non, per lo meno, dove ancora asserragliata da avversari in grado di sopravviverle abbastanza quanto già erano riusciti a compiere. Stanca. E priva della propria spada prediletta.

« Mia signora! » esclamai, preparando a offrirle la lancia di Av'Fahr, gettandola fra le sue mani dietro sua richiesta, per riuscire, con la stessa, a liberarsi dei propri antagonisti, purtroppo non ancora scomparsi al pari dei mahkra da loro lì condotti.

Tempismo, il mio, tutt'altro che perfetto, laddove, prima ancora che il mio sguardo potesse effettivamente ritornare a lei, e le mie braccia preparasi al passaggio; mi trovai a constatare come di tale supporto ella non avrebbe più abbisognato, già liberatasi di tutti i propri antagonisti, intenti a bruciare attorno alle sue spalle nel mentre in cui, addirittura, ella si ricollocò vicino a me, alle mie spalle.

« Ehy, piano con quello spiedo! » commentò, levando le proprie mani e mostrandole ancora colme delle maschere da lei evidentemente strappate ai corpi in fiamme a poca distanza da noi « Potresti altrimenti riuscire dove gli sforzi della Progenie della Fenice hanno fallito sino a oggi… »

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