Midda's Chronicles - le Cronache

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Conclusa la lunga, lunghissima (tre anni...) pubblicazione de "Il viaggio continua", il racconto che, nella mia memoria sarà ricordato come l'episodio dell'ora più buia di questa pubblicazione; inizia oggi "Non abbassare lo sguardo", il 47° racconto della saga regolare di Midda's Chronicles (50° considerando anche i tre racconti pubblicati all'insegna del marchio Reimaging Midda)!
Racconto che, quindi, oltre ad avere potenzialmente un numero importante, ci accompagnerà verso il traguardo dell'11 gennaio 2018, ossia il decennale dall'inizio di questo viaggio insieme!

Grazie a tutti per l'affetto!

Sean, 5 ottobre 2017

venerdì 6 aprile 2012

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L
a seconda fase da lei allora nuovamente accennata, non avrebbe dovuto essere riconosciuta, in effetti, quale la più apprezzabile fra le alternative a noi offribili e, comunque, auspicabili; in quanto, senza troppi giri di parole, aveva supposto, da parte della Figlia di Marr'Mahew, e di noi suoi compagni, un'apparente resa, necessaria a ovviare al proseguo degli scontri e, speranzosamente, a farci catturare vivi dai nostri mostruosi antagonisti, per essere in grazia loro condotti al cospetto dello stregone, o chi per lui, li aveva condotti alle mura di Kriarya, facendoli lì comparire forse dal nulla. Ovviamente, come chiunque potrebbe supporre ascoltando l'esposizione di un simile proposito, tale idea avrebbe dovuto essere riconosciuta qual estremamente pericolosa, un azzardo particolarmente rischioso, probabilmente letale, non tanto nell'ipotesi di giungere a confronto con chi responsabile di quell'evocazione, quanto, e peggio, nella supposizione priva di fondamento alcuno di essere a lui condotti ancora in vita, e non quali meri resti di qualcuno un tempo vivo e desideroso di vivere.
In ciò, l'eventualità di poter individuare un'alternativa meno suicida, rispetto alla sola via elaborata dopo troppe ore di vane riflessioni, non avrebbe potuto che allettarmi e allietarmi, concedendomi in ciò la riprova di quanto mai un moto di fiducia riconosciuto in direzione di Midda Bontor avrebbe dovuto essere condannato qual vana illusione, quanto più serio investimento. Naturalmente ove quanto da lei allora ipotizzato e sperato si fosse lì dimostrato reale, concreto, e non semplice frutto del caso e di un'erronea valutazione a suo riguardo. Ma di ciò, in breve, in brevissimo, ci sarebbe stata offerta conferma o negazione…

« Gah'Ad… » sussurrai in risposta all'invito di lei, al suo nuovo e ultimo ordine, non desiderando contraddirlo e pur non riuscendo a evitare di provare un giusto senso di inquietudine « Spero che lo sia, perché se non fosse come credi, non avremmo molte possibilità per ovviare a quanto accadrebbe. »

Per sua e, soprattutto, mia fortuna, ove, probabilmente, ella avrebbe trovato un modo per salvarsi anche in caso contrario, le sue ipotesi si dimostrarono assolutamente corrette e, incredibile a dirsi, tutti i tentacoli a noi circostanti, inclusi quelli contro i quali un istante prima mi ero prodigato in combattimento, ci ignorarono quasi neppure esistessimo. Persino l'occhio gigante, già ferito da Midda, poi rigenerato, e successivamente ancora squartato anche per mia mano e nuovamente risorto, pur perscrutando evidentemente nella nostra direzione, con una tale intensità che fu per me estremamente difficile mantenere la calma e restare immobile, non riuscì a distinguerci, come se la melma nera con la quale le nostre forme si erano ricoperte avesse steso un manto di oscurità sopra di noi, sottraendoci alla sua vista e alla sua possibilità di percezione, come fossimo diventati improvvisamente invisibili.
Invisibilità, comunque, non realmente concessaci laddove sia ai nostri reciproci sguardi, sia a quelli di tutti i nostri compagni, entrambi eravamo ancora perfettamente visibili, tanto da suscitare, in ciò, non pochi commenti di timoroso stupore.

« Cosa accadde?! » domandò un giovane uomo, dalla carnagione poco più chiara della mia « Perché non rivolgono più i loro attacchi contro di voi? » ci interrogò, suo malgrado distraendosi in tale questione e scoprendosi, sgradevolmente, all'attacco di un tentacolo, che ne trapasso il ventre da parte a parte, spargendone le viscere tutt'attorno, anche verso di noi.
« Attento! » esclamò Midda, ancora stretta attorno al mio braccio sinistro con il proprio destro e, in virtù di tale presa, traendomi lontano, prima che uno schizzo di quelle povere interiora potesse raggiungermi « Per alcuna ragione al mondo devi toglierti questo schifo, né permettere ad altro di contaminarlo… » mi intimò, con tono che mi lasciò privo di qualunque possibilità di replica « Ricordatelo: questo vomito immondo è l'unica cosa che ci potrà permettere di porre fine a questo incubo, dei permettendo. »

Fu in quel momento che, forse tardivamente, riuscii a comprendere quanto ella fosse riuscita involontariamente a scoprire, dopo tanto spreco di tempo, di energie e di uomini in una battaglia priva di possibilità di vittoria. Così come, infatti, il fetore della morte è capace di tenere lontani diversi animali, disinteressati a nutrirsi di carogne in luogo a prede vive e agitate; e così come poche sono le specie, al mondo, interessante al cannibalismo, al nutrimento a base di altri esemplari propri simili; quel rivestimento costituito dall'umor vitreo dell'occhio gigante, o, per quanto ci sarebbe stato concesso di conoscere, dalla sostanza base di quell'organismo mostruoso, sembrava in grado di allontanare da noi le mire dello stesso mahkra responsabile per il nostro attuale stato, quasi, improvvisamente, nulla in noi avesse ancor da considerarsi appetitoso, o comunque bramabile al pari di prima.
Un repellente, o forse un esorcismo, quello in tal modo assicuratoci, in grazia al quale avremmo così potuto effettivamente concederci l'occasione di attraversare indenni la via attraverso i nostri assedianti e di raggiungere, in tal modo, la causa scatenante della loro presenza lì. Se solo, ovviamente, la sua efficacia fosse perdurata a sufficienza per permetterci di compiere quel tragitto senza trasformarci in una coppia di topi in trappola.

« Presto… » mi invitò ella, avviandosi verso le scale per discendere dalle mura della città e trascinandomi con sé, quasi un bambino appeso al braccio della madre « Non abbiamo tempo da perdere. »
« S-sì… » balbettai, in realtà ancora incerto sul poter compiere o meno quanto da lei richiestomi o, in effetti, non ancora esplicitato, ove ormai non necessario esprimere a parole un concetto già assolutamente chiaro per come definito dai fatti, dagli eventi a noi circostanti.

Fu proprio allora, e ho quasi vergogna ad ammetterlo, che la mia partecipazione a quella missione, a quello sviluppo conclusivo della storia, tragico o trionfante impossibile a prevedersi, venne drasticamente negata dal gesto più stupido, più maldestro e, necessariamente, più imbarazzante che mai un uomo come me avrebbe potuto permettersi di compiere. Grande e grosso, al punto tale da non risultare assolutamente fuori luogo all'interno della città del peccato e, forse, da riuscire persino a impormi al di sopra della media cittadina; trascinato dalla presa di Midda, e ostacolato dalle tenebre della notte, lungo una scalinata di pietra troppo ripida per poter essere percorsa con così tanta confidenza qual non avrei dovuto permettermi di dimostrare, posi un piede, il sinistro, in fallo e, fu questione di un attimo, la mia caviglia si ripiegò su se stessa, privandomi di ogni possibilità di sostegno, e lasciandomi precipitare verso il basso, superando, fortunatamente senza conseguenze per lei, la mia compagna e rotolando violentemente sino alla fine di quella discesa.

« Av'Fahr! » sentii esclamare la voce della mia sodale, sempre più distante da me.

Non sono ancora certo se fu per la rabbia contro di me, contro quella scala o contro il destino, né se fu per la mia costituzione robusta o la vita intera comunque trascorsa a bordo di una nave e abituatami ad affrontare con maggiore prestanza fisica possibile qualunque avversità, soprattutto in termini di equilibrio; laddove alcuno sarebbe probabilmente rimasto cosciente, o vivo, fino al termine della caduta, io rimasi entrambi, vivo e cosciente, comprendendo istante dopo istante quanto stava accadendo e, per questo, non potendo ovviare a rimproverarmi, rimproverare l'architetto artefice di quella scala e rimproverare gli dei tutti per avermi permesso una tanto indegna fine. E, ancora, rimasi vivo e cosciente anche nel momento in cui, scendendo la scalinata probabilmente saltando i gradini a tre a tre, o forse più, la Figlia di Marr'Mahew mi raggiunse, chinandosi preoccupata su di me e subito cercando di informarsi nel merito del mio stato di salute…

« Av'Fahr… per Thyres! » imprecò, o forse pregò, richiamando in causa la propria dea prediletta « Stai bene? Sei ancora vivo?! »

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