Midda's Chronicles - le Cronache

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Dopo la conclusione, con un finale particolarmente aperto, di "Non abbassare lo sguardo", è iniziata ieri sera la pubblicazione di "Non smettere di lottare", 48° racconto della saga regolare di Midda's Chronicles, riprendendo - ovviamente - il discorso rimasto in sospeso!
Buona lettura con il proseguo delle avventure della nostra ormai ex-mercenaria preferita in nuovi e inesplorati mondi, in un viaggio lungi dal potersi considerare concluso e che, certamente, proseguirà anche quando alfine superato il traguardo dell'11 gennaio 2018, ossia il decennale dall'inizio di quest'opera!

Grazie a tutti per l'affetto!

Sean, 25 novembre 2017

martedì 20 marzo 2012

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E
se Midda Bontor aveva richiesto la mobilitazione di chiunque in città, esplicitamente definendo, nelle proprie parole, come ognuno, in Kriarya, avesse da intendersi di base qual un guerriero, qual un combattente già pronto alla pugna senza neppur la necessità di essere armato; ve lo giuro, così avvenne e così fu, non osando smentirla.
In un mondo qual il nostro, in una realtà qual la nostra, come anche noi, a bordo della Jol'Ange, abbiamo sempre saputo e, ove flebilmente obliato, ove leggermente dimenticato, siamo stati costretti a ricordare nei modi peggiori, nelle vie più crudeli e impietose; raro al punto tale da divenire evento straordinario, è l'occasione in cui qualcuno, a prescindere dalla propria attività, dalle proprie ambizioni di vita, riesca a ovviare a impugnar almeno una volta un'arma, ergendola innanzi a sé per propria difesa e, in ciò, nella volontà di offendere un avversario, un nemico talvolta neppur atteso e, purtroppo, ugualmente incontrato qual tale, nonché fermamente deciso a sovvertire per sempre, drammaticamente e tragicamente, l'ordine tanto faticosamente costituito nella propria vita, nella propria quotidianità. Conscio di ciò, e conscio della fama della città del peccato, reputazione che, al fianco della Figlia di Marr'Mahew, protetto dalla sua straordinaria aura, non lo nego, mi era apparsa eccessiva e immeritata; avrei dovuto attendermi, e mi attesi, una certa collettiva reattività in conseguenza al suo invito, al suo richiamo… ma mai nelle proporzioni in cui ciò avvenne, non nella stessa, folle misura che mi si presentò innanzi allo sguardo.
Solo allora, solo in quel momento, sono sincero, presi coscienza della realtà caratteristica della città del peccato, e, in ciò, mi ritrovai non sorpreso, non stupito, ma… onestamente… intimorito.

« Uomini e donne di Kriarya… » esclamò la donna guerriero facendo capolino a una trifora del palazzo del feudatario, accompagnata alla propria destra da Brote, e alla propria sinistra da Bugeor, a rappresentanza di tutti i lord lì riuniti « … alla guerra! »

Non termini più complessi, non discorsi più elaborati, non frasi più altisonanti, furono allora necessarie alla nostra compagna per ottenere l'attenzione collettiva e, soprattutto, una reazione collettiva, in una straordinaria sequenza che, a catena, vide la notizia rapidamente diffondersi in ogni angolo della città del peccato, e, soprattutto, vide chiunque all'interno dell'urbe offrirsi già pronto alla pugna, e alla morte, al servizio di colei che sino a un momento prima, avendone l'occasione, avrebbero piacevolmente massacrato, nella sola volontà di ereditarne il retaggio, la nomea, il potere.
Così come alcuno, me escluso, avrebbe mai ritenuto possibile, la presenza di un nemico tanto osceno, tanto estraneo a ogni possibilità di razionalizzazione, agì sulla coscienza collettiva della città negli stessi termini in cui aveva già agito su quella dei vari mecenati, dei vari signori di Kriarya, imponendo a tutti di dimenticare qualunque dissidio interno, qualunque antipatia passata, e, così come già all'origine del regno di Tranith, riunire tutti in una sola, compatta, coesa e, speranzosamente, invincibile nazione. Una nazione che, forse, mai sarebbe riuscita a contrastare l'osceno nemico lì evocato nella volontà di sterminarli tutti; e che pur non avrebbe accettato in maniera passiva il fato deciso da un nemico a sé straniero e sconosciuto, combattendo sino all'ultima stille di sangue per rivendicare il proprio diritto a esistere nei modi che, da sempre, erano per tutti loro stati propri.

« La città è tua… Midda. » commentò lord Brote, forse evidenziando l'ovvio o, forse, sottolineando l'incredibile potere, e in conseguenza a ciò l’incredibile responsabilità, che la sua amica avrebbe dovuto avvertire sulle proprie spalle, volente o no « Ora, ti prego, cerca di salvarla. »

Una richiesta, una supplica in effetti, nella quale apparve evidente un inoppugnabile affetto da parte dello stesso mecenate nei confronti della propria città, di quella che, altri, avrebbero potuto considerare una semplice risorsa da spremere, da mungere qual una vacca e nulla più, ma che, per lui, era… è probabilmente ormai divenuta quella che per noi è la Jol’Ange: una casa; la sola, ormai, conosciuta.
Ripensando alla storia personale di Brote, dopotutto, elementare sarebbe risultata una simile deduzione. Come anche la Figlia di Marr’Mahew ben comprese e, probabilmente, persino condivise, la maggior parte dei ricordi, delle memorie, quelle ancora rimastegli, dell’uomo, trovavano un naturale riferimento proprio entro quegli stessi confini, entro quelle mura erette su base geometrica che, per la maggior parte del mondo erano sinonimo di perdizioni, violenza e morte, ma che per lui, e per lei anche, erano dienute sinonimo di vita, di quotidianità, e, forse, persino di speranza per il futuro. Senza Kriarya, dopotutto, Brote non avrebbe mai potuto divenire chi era divenuto, non avrebbe mai potuto emergere dal fango caratteristico del semplice mercenario per divenire un signore, un lord, un mecenate; né, tantomeno, avrebbe mai incontrato Midda Bontor, colei divenuta mezzo concreto per la sua ascesa, per la sua conquista di un posto nella Storia e, soprattutto, per la definizione del suo matrimonio, della sua unione con l’amata Nass’Hya, che sempre avrebbe rimpianto, che sempre avrebbe ricordato in un misto di gioia e di dolore, gioia per i momenti vissuti insieme, dolore per la sua prematura, violenta e ingiusta scomparsa. Kriarya, per Brote, è una casa, è la sua casa, il luogo ove albergano i suoi ricordi e i suoi affetti.
Solo un sorriso non sufficientemente carico di serenità, e privo di quella trasparente sicurezza che sarebbe stata utile a placare gli animi in quel momento, fu la risposta che la donna guerriero dagli occhi color ghiaccio reputò corretto riconoscere al proprio signore e amico, a colui la fiducia del quale, mai come in quel momento, avrebbe desiderato tradire, ragione per la quale, innanzi al medesimo, non si sentì in grado di esprimere di più. Perché suggerire in chiari termini la certezza di una propria vittoria, di un proprio trionfo, dell’ennesimo, sconvolgente successo della propria carriera, sarebbe quasi certamente equivalso a mentire, non potendosi arrogare un’onniscienza propria solo degli dei, e allora indispensabile per potersi esprimere, seppur ottimisticamente, sul futuro proprio e dell’intera città. Un sorriso, quindi, non animato da una qualche ferma certezza, da un azzardo allora improponibile ove inaccettabile, e pur colmo di tutto il sincero affetto da lei vissuto nei suoi confronti, da lei provato verso chi, in quel momento, pur di un decennio più anziano rispetto a lei, a lei affidatosi non dissimile da un infante con la propria madre, da un pargolo con colei fra le braccia delle quale solo avrebbe avuto timore alcuno per il mondo a sé circostante.

« Seem, Av’Fahr… seguitemi. Andiamo a ispezionare le mura sul versante meridionale. » riprese alfine voce la donna guerriero, rivolgendosi non al suo mecenate e interlocutore, quanto a noi, definendo in tali termini quanto avremmo dovuto allora compiere, non attendendo passivamente l’avvento dei mostri, ma, ovviamente, agendo in qualche modo… quale impossibile a dirsi, in quel momento « Howe, Be’Wahr… a voi il fronte settentrionale. » proseguì, destinando in tal modo il nostro gruppetto a separarsi, a dividersi su fronti opposti all’interno della città.
« Come desideri… » annuì immediatamente Howe, apparendo sin troppo subordinato al suo volere, nel negarsi, estemporaneamente, qualunque obiezione sarcastica, qual suo abituale carattere « ... ma… » esitò, subito correggendosi, subito ovviando a qualunque dubbio nel merito del suo stato di salute, ove solo gravemente ammalato avrebbe potuto rifiutarsi di ironizzare in merito a una tale richiesta « … una volta là sopraggiunti, cosa preferisci che facciamo? Ci mettiamo a chiacchierare con uno di quei mehkra… »
« Mahkra. » lo corresse Be'Wahr, una volta tanto ritrovandosi gradevolmente in un tale ruolo, solitamente a lui negato, nell'essere egli stesso troppo spesso corretto.
« Ci mettiamo a chiacchierare con uno di quei mahkra, mehkra, mihkra… o come accidenti si chiamano… » riprese lo shar'tiagho, dimostrando lieve irritazione per l'intervento del fratello in proprio appunto « … oppure cerchiamo di intrattenerli con qualche canzone?! » propose, dimostrandosi decisamente meno accondiscendente di come era voluto apparire inizialmente « Non credo di conoscere i loro gusti e potremmo finire per contrariarli… »

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