Midda's Chronicles - le Cronache

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E dopo tante peripezie... riprendiamo oggi la pubblicazione regolare delle Cronache di Midda!
Dal momento che sono trascorsi due anni dall'inizio della pubblicazione della 46° avventura di Midda, analogamente a quanto già fatto per Un altro morde la polvere, per qualche giorno saranno ripubblicati tutti gli episodi già irregolarmente pubblicati fra la fine del 2014 e l'inizio del 2015, per poi procedere con il proseguo delle vicende della nostra mercenaria preferita... e questa volta della sua versione "Terra Prime"!

Grazie a tutti per l'affetto e la fiducia dimostratami...

Sean, 7 agosto 2017

venerdì 2 marzo 2012

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C
inque angeli per cinque guerrieri. Anzi. Cinque angeli per tre guerrieri di professione, un marinaio addestratosi all'arte della guerra e uno scudiero che, per quanta formazione potesse aver ricevuto, non avrebbe potuto mai potuto affrontare a cuor leggero una qualunque battaglia. Un confronto, pertanto, assolutamente impari, innanzi al quale considerare nulle le proprie possibilità di successo, per i cinque avventurieri, sarebbe stato non un atto dovuto, ma, addirittura, retorico. Ciò nonostante, le parole di sprone pronunciate dalla Figlia di Marr'Mahew, che pur nulla di diverso da loro sacrificio avevano potuto prevedere o promettere loro, servirono al proprio scopo, galvanizzando le menti, i cuori, gli animi e, soprattutto, i corpi dei suoi compagni per quella che, non probabilmente, ma, addirittura, certamente, avrebbe dovuto essere riconosciuta quale la loro ultima gesta, l'ultima pugna nella quale avrebbero potuto spingersi, con tutto quello tal, indubbiamente cupo, pensiero sarebbe potuto derivare.
Tutti loro, a incominciare da Midda per finire con Seem, avrebbero potuto, infatti, necessariamente e ovviamente, avere di che rimpiangere la vita che sarebbe allora stata sottratta, non soltanto per la missione che non avrebbero potuto completare e i compagni che, in tal modo, non avrebbero potuto salvare; ma anche, e ancor più, per tutte le esperienze che non avrebbero più potuto vivere, per tutte le emozioni che non avrebbero più potuto provare, per tutti coloro che avrebbero lasciato dietro di sé e che, tristemente, non avrebbero più potuto abbracciare.
La mercenaria dagli occhi color ghiaccio, per prima, non avrebbe potuto negarsi un pensiero in direzione del proprio amato Be'Sihl, il locandiere che, in stato comatoso, aveva abbandonato alle cure dell'equipaggio della Jol'Ange e al quale, prima o poi, aveva sperato di poter offrire il propri ringraziamenti, verbali e non solo, per quanto da lui compiuto per la propria salvezza, per l'incredibile audacia che egli aveva reso propria non solo nell'essere venuto a soccorrerla a bordo della nave della propria gemella, per lì tirarla fuori, ma, soprattutto, nell'aver affrontato il mare e la vita a bordo di una goletta, così come pur egli aveva compiuto per lei. Alla vita che con lui non si era ancora concessa possibilità di avere, e che ormai non avrebbe più potuto sperare di godere, ella non poté che sospingere tutta la propria malinconia, in cuor suo supplicando Thyres e tutti gli dei da lei venerati e rispettati che, nel giorno in cui egli si fosse risvegliato, il suo amato avrebbe saputo perdonarla per non essere stata lì accanto a lui, insieme a lui, a sorridergli e ad accoglierlo nel proprio ritorno alla vita con i propri più morbidi abbracci, i propri più caldi baci.
Howe e Be'Wahr, che pur l'immagine di alcuna compagna avrebbero potuto richiamare alla mente in quel momento, non essendosi mai legati, affettivamente, a qualcuno, non mancarono a loro volta di esprimere comunque dei nostalgici, intimi e riservati sospiri in direzione di tutte le persone a loro care che non avrebbero più potuto rivedere o riabbracciare, a incominciare, in tal censimento, dalle proprie famiglie, dai propri genitori di sangue e da tutti gli altri genitori che il circo aveva pur concesso loro negli anni della propria infanzia, anni che, ora più che mai, apparivano lontani. Accanto al rimpianto per la vita che, inevitabilmente, sarebbe stata loro negata, e al dolore per coloro che avrebbero abbandonato, non venne tuttavia meno una certa, lieve e pur sufficiente speranza di poter presto rincontrare tutti coloro che, a loro volta, avevano perduto in passato, tutti i loro cari che, prima di loro, erano venuti meno, per semplice vecchiaia o per qualche spiacevole incidente nel corso dei lunghi viaggi a cui, inevitabilmente, la loro professione nomade li costringeva. Forse un'illusione da moribondi, la loro, e pur, in quel momento, tutto ciò verso cui avrebbero avuto piacere di destinare la loro fiducia e le loro preghiere verso Lohr e, con lui, tutti gli dei da loro venerati.
Anche Av'Fahr, ovviamente, non poté rifiutarsi una giusta malinconia per coloro che, con la propria morte, avrebbe abbandonato e, probabilmente, persino deluso. La sua famiglia, da anni, avrebbe dovuto essere riconosciuta qual quella presente a bordo della Jol'Ange e, in questo, non avrebbe potuto che rimproverarsi per il torto che avrebbe addotto al capitan Noal, così come a Masva e a Ifra, nonché e ancor più a Camne e a Hui-Wen: tutti loro, del resto, attendevano il suo ritorno, e il suo ritorno vittorioso, non solo per la salvezza dei due compagni rapiti e per la vendetta dei loro caduti, ma anche, e soprattutto, per poter riprendere, quanto prima, la loro consueta vita lungo le vie del mare, ripensando ai giorni ora per tutti presenti quali propri di un passato al più utile per essere raccontato, qual una piacevole memoria di tempi andati, di avventure passate. Per lui non vi sarebbe stata l'occasione di riprendere quel viaggio e, ciò nonostante, in cuor suo non aveva dubbi, presto si sarebbe egualmente riunito a un altro equipaggio della Jol'Ange, da lui non di meno amato, l'equipaggio formato dal capitan Salge Tresand e dalla di lui amata Berah, così come, e quasi meraviglioso da contemplare, la sua idolatrata sorella Ja'Nihr, che tutti loro avevano anticipato in una nuova, incredibile avventura nell'aldilà, in gloria a Gah'Ad e a tutti gli dei suoi pari.
Per Seem, infine, similmente alla propria signora e a differenza di Av'Fahr o di Howe e di Be'Wahr, non sarebbero potute essere allora contemplate particolari buone ragioni utili per anticipare, qual pur in quel momento si poneva obbligato, il giorno e l'ora del proprio decesso, in quanto animato, ancor più che dall'idea di coloro che in un qualunque aldilà da lui neppur realmente riconosciuto qual esistente avrebbe potuto incontrare, dal rimpianto per tutti coloro che nel proprio mondo attuale avrebbe lasciato, avrebbe perduto. A incominciare, ovviamente, per la propria amata Arasha, che mai avrebbe potuto sapere in che modo, o perché, egli era morto; per proseguire, forse sciocco a pensarsi, con la medesima Midda Bontor, colei che, nel profondo del proprio cuore, non riusciva a credere sarebbe potuta realmente soccombere in quel giorno, al contrario di lui e degli altri loro tre compagni. Non animato nei suoi riguardi da una semplice fiducia, ma da una fede di stampo quasi religioso, pur non credendo ad alcun dio o dea, il giovane scudiero, ove necessario, sarebbe stato il primo a riconoscere l'esistenza di una qualche parentela fra il proprio cavaliere e una dea immortale, che fosse questa una dea della guerra, qual Marr'Mahew, una dea dei mari, qual Thyres, o una qualunque altra divinità. Perché ella, che tanto aveva combattuto, tanto aveva vinto, e, soprattutto, tanto gli aveva concesso occasione e ragione di crescere e di migliorare, incominciando realmente a vivere, mai avrebbe potuto essere sì facilmente abbattuta. Né angeli, né demoni, né dei e dee avrebbero mai potuto nulla contro l'indomita volontà della sua signora. E, in questo, egli non avrebbe potuto che essere afflitto dall'idea di dover troppo presto sottrarsi ai propri compiti, venir meno ai propri doveri verso di lei.
Tutti loro avrebbero potuto avere di che rimpiangere la vita che stava venendo loro sottratta, ma, nonostante ciò, nessuno fra loro avrebbe esitato a tentare di menare qualunque colpo loro successo in contrasto a quegli angeli, a quelle creature di luce che, dopo aver fallito in un primo, banale, attacco nei loro riguardi, una semplice planata desiderosa di spezzarne in due i corpi come grano sotto la falce del villano, già stavano tornando verso di loro, stavano nuovamente volando nel desiderio di schiacciarli qual vermi, uccidendoli senza che alcuno di loro potesse rendere propria la benché minima ipotesi di difesa, o, più grottesco, ridicolo addirittura, la benché minima presunzione d'offesa.

« Thyres… » gemette Midda, stringendo i denti e preparandosi al peggio.
« Lohr… » imprecarono all'unisono Howe e Be'Wahr, tendendo innanzi ai propri corpi le rispettive lame, quasi in loro grazia una qualunque difesa sarebbe potuta essere loro concessa.
« Gah'Ad… » invocò Av'Fahr, socchiudendo gli occhi e rievocando, in tal gesto, l'immagine della propria adorata sorella innanzi a sé, quale una guida in quel proprio viaggio verso la morte.
« Mondo cane… » sussurrò Seem, sinceramente afflitto innanzi all'evidenza di non avere alcun dio o dea da invocare in quel momento in proprio aiuto, qual pur, forse, sarebbe stato indicato fare.

Ma né Thyres, né Lohr, né Gah'Ad, né chiunque altro avrebbero potuto, in quel momento, schierarsi in loro aiuto, in loro sostegno, in loro soccorso. E, in conseguenza di ciò, e della loro, innata e fragile umanità, terribile fu il momento dell'impatto fra loro e i loro aggressori, fra loro cinque, semplici mortali, e quegli angeli, animati da un'incomprensibile, folle e orrenda brama di morte per chi, in effetti, neppure realmente consapevole nel merito delle proprie ipotetiche, o reali, colpe.

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