Midda's Chronicles - le Cronache

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Dopo la conclusione, con un finale particolarmente aperto, di "Non abbassare lo sguardo", è iniziata ieri sera la pubblicazione di "Non smettere di lottare", 48° racconto della saga regolare di Midda's Chronicles, riprendendo - ovviamente - il discorso rimasto in sospeso!
Buona lettura con il proseguo delle avventure della nostra ormai ex-mercenaria preferita in nuovi e inesplorati mondi, in un viaggio lungi dal potersi considerare concluso e che, certamente, proseguirà anche quando alfine superato il traguardo dell'11 gennaio 2018, ossia il decennale dall'inizio di quest'opera!

Grazie a tutti per l'affetto!

Sean, 25 novembre 2017

mercoledì 15 febbraio 2012

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L
a spada bastarda di Midda Bontor, innanzi agli occhi di qualunque guerriero esperto, di qualunque combattente non improvvisatosi tale, ma sì divenuto dopo anni di sfide utili a sancire, per lui o per lei, il proprio diritto a esistere, non avrebbe potuto essere descritta con alcun aggettivo di significato inferiore a "meravigliosa". Perché, in effetti, essa avrebbe dovuto essere riconosciuta qual una meraviglia seconda a poche, o forse a nessuna, in ogni regno di ogni continente del mondo così come da loro conosciuto.
Forgiata da un padre quale ideale dono per la figlia al momento stesso della sua nascita, in tale arma era stata racchiusa tutta l'arte, tutte le conoscenze proprie di quell'uomo, Lafra Narzoi, al solo scopo di creare quanto di più perfetto possibile per la difesa di chi, per lui, riconosciuta come quanto di più importante al mondo egli potesse sperare di avere. E nel confronto con simile onere, con tale compito, quella lama non si era certamente sottratta nel momento più drammatico della vita adulta di quella bambina divenuta giovane donna, quando, ritrovatasi la stessa sequestrata da un ignobile aristocratico per essere asservita alle sue più sadiche e perverse fantasie, quella meravigliosa arma aveva incontrato per la prima volta la mancina di colei che, successivamente, ne avrebbe acquisito legittimamente la proprietà, in tal contesto presente solo in quanto assunta per ritrovare e liberare quella innocente vittima. Riavuta sua figlia Heska, dopotutto, Lafra non avrebbe potuto ovviare a riconoscere l'opera summa della propria intera esistenza professionale qual giusto compenso in cambio di colei che, altresì, era l'opera summa della propria intera esistenza mortale, in quanto uomo e in quanto padre, sancendo in maniera definitiva un'accoppiata, fra Midda e quella spada, che negli anni successivi non sarebbe mai stata posta in discussione dalla medesima mercenaria, riconoscendo in quella stessa risorsa la migliore compagna con la quale si fosse mai relazionata e, forse, con la quale avrebbe mai potuto relazionarsi.
Al di là dell'eventuale grazia estetica intrinseca in quella spada bastarda, il primo e principale valore proprio della medesima era sempre solito emergere in maniera spontanea, addirittura a tratti prepotente, in ognuno dei momenti nei quali la Figlia di Marr'Mahew era costretta a porle mano, per ergerla qual fondamentale barriera fra sé e il proprio conclusivo fato e, reciprocamente, qual giusta ispirazione di morte per chiunque alla sua vita avrebbe potuto supporre di attentare. Come già in passato, quindi, anche in quella cupa notte, nelle tenebre imperanti in prossimità all'ancor più oscura palude di Grykoo, quella lama volle far superbo sfoggio della fredda lucentezza delle proprie forme, della gelida fierezza della propria imponente estensione, saettando quasi fosse animata da vita propria, da un'autonoma coscienza, a tutela dell'integrità della propria padrona. E non un solo movimento andò sprecato, non un singolo gesto, una semplice parabola, furono vane, portandosi sempre a conclusione nei termini desiderati, negli obiettivi prefissi.

« Cosa vuoi che facciamo, Midda? » prese voce Be'Wahr, subito dopo l'inizio dello scontro, cercando naturale riferimento in colei eletta al ruolo di proprio condottiero « Dobbiamo massacrarli subito o offrire loro una possibilità di ritirarsi?! »

Ancor prima delle parole della donna guerriero, in verità, a tale interrogativo il biondo avrebbe potuto ritrovar risposta nella semplice contemplazione dei gesti di lei: ma, forse, proprio da simile impegno, da tale osservazione, quella stessa questione trovò ragion d'essere nel confronto con la sua mente, imponendogli la necessità di un confronto verbale con la medesima prima di poter agire in maniera inopportuna. Ove, infatti, non un solo movimento andò sprecato, nel contempo di ciò alcun gesto da lei allora compiuto, all'esordio di quella battaglia, sembrò definirsi qual esplicitamente rivolto alla ricerca del sangue avversario. Al contrario, a ben seguire quelle azioni, gli archi e le parabole così tracciati dalla letale punta della lunga lama nell'aria circostante la stessa Figlia di Marr'Mahew, quella lega pur straordinaria, superiore a quella di qualunque altra arma lì presente, non venne mai impegnata in una concreta offensiva a discapito di una sola fra le pur numerose maschere altresì impegnate a invocare da lei molto più di quanto, né loro, né altri, avrebbero dovuto osare pretendere.
In conseguenza all'evidenza di ciò, e dal momento in cui tanto Howe quanto Be'Wahr, così come anche Seem, si sarebbero potuti dichiarare più che abituati alle decisioni sovente originali e mai realmente prevedibili della loro compagna su come gestire una battaglia, con una vasta gamma di opportunità alternativi a partire da una sorta di enorme rissa da osteria, per finire con una vera e propria carneficina; tutt'altro che stolida, retorica o banale avrebbe dovuto essere accolta la domanda scandita dal biondo, che, come il fratello e come anche i suoi due altri compagni di ventura lì presenti, non avrebbe mai elevato alcuna remora psicologica o morale in contrasto alla sistematica eliminazione di tutti gli avversari lì loro proposti.

« Per quanto mi riguarda, li valuto non diversamente da un branco di stolidi suicidi. » rispose la mercenaria, scuotendo il capo e minimizzare in tal senso la questione e, ancor più, l'importanza di quelle maschere blasfeme « Di certo mi hanno infastidito con il loro riferimento del tutto gratuito alla mia amica fenice, ma se dovessi accoppare chiunque mi infastidisca, la popolazione di Qahr subirebbe una drastica riduzione. » proseguì sorridendo quasi sorniona, forse accarezzando in parte l'idea così suggerita, quasi già impegnata a definire una lista di coloro che avrebbero dovuto essere eliminati.
« Eccezion fatta per i presenti, spero bene… » intervenne Howe, evidentemente desideroso di escludersi da tale censimento, nel caso in cui vi fosse una qualche pericolosa opportunità per lui in tal senso.
« Non so. Ci dovrei riflettere… » commentò ella, stringendo le labbra verso il lato destro della bocca, con aria volutamente pensierosa « In effetti, quando vi comportate da bambini riuscite a infastidirmi parecchio. » volle sottolineare, probabilmente scherzosa, e pur, in quel momento, non offrendo alcuna trasparenza di facile discriminazione in merito ai propri sentimenti, in misura tale da rendere pertanto estremamente minacciosa quella propria ultima considerazione « Comunque sia… se possibile, direi di non riservare loro l'opportunità di appagare il proprio desiderio di morte. Ma se iniziano a diventare noiosi, nulla ci vieta di farli pure a pezzi. » riprese e concluse, offrendo voce a quanto avrebbe potuto apparire simile a disumana crudeltà, ma che, in una realtà qual la loro, e in un mestiere quale quello che tutti, fatta eccezione per Av'Fahr, avevano scelto qual proprio, sarebbe dovuto essere riconosciuto quale semplice quotidianità.
« E non c'è nulla di meglio che chiudere una giornata facendo a pezzi qualcuno! » esclamò Be'Wahr, con tono tanto entusiasta da apparire persino grottesco in quel proprio tentativo di facile ironia.

Al di là del possibile giudizio in merito alla banalità con la quale la mercenaria dagli occhi di ghiaccio volle apparentemente così condannare tutti i loro avversari, agli sguardi di Howe e Be'Wahr, di Av'Fahr e di Seem, non avrebbe potuto però sfuggire la verità contraria altresì espressa dai suoi gesti.
Ove una maschera blu tentò di sorprenderla all'altezza del basso ventre con la propria spada, infatti, sebbene ella avrebbe potuto avere tempo sufficiente per evadere a tale offensiva e per trapassarne la gola da parte a parte con la propria lama bastarda; Midda preferì limitarsi a deviare il colpo con la medesima e, nel contempo, a sollevare il piede destro per sospingere all'indietro tale antagonista facendo pressione, in grazia a un violento calcio, contro il suo scudo sollevato a difesa del proprio addome. Subito dopo, ove una maschera rossa cercò di aggredirla alle spalle, lasciando precipitare quello che avrebbe voluto essere un inarrestabile fendente in direzione del suo collo, seppur ella avrebbe avuto modo di riservarsi ampia possibilità di arrestare la discesa di quella lama e, nel contempo, spingere la propria a raggiungere un ancor giovane petto lasciato stupidamente scoperto, negandole ogni timore nei confronti del futuro; la donna guerriero si limitò ad attuare la prima parte di tale ipotetico sviluppo, sollevando la propria destra in nero metallo dai rossi riflessi a protezione del proprio domani, nel negarle con prepotenza presa sull'arma e nel gettarla, in ciò, lontano, a sufficienza da renderle disagevole l'idea di raggiungerla. E, ancora, ove nuovamente una maschera blu cercò, addirittura, di afferrarla all'altezza delle spalle per immobilizzarla e permettere ad altri suoi compagni di colpirla, sebbene con un semplice movimento della testa avrebbe potuto spingergli il setto nasale a distruggergli il cervello; la mercenaria frenò la violenza di quel gesto in misura tale da costringere l'uomo a indietreggiare e a lasciarla andare, senza, tuttavia, proiettarlo a raggiungere i propri dei, o chiunque, oltre la morte, lo avrebbe atteso.

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