Midda's Chronicles - le Cronache

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Dopo la conclusione, con un finale particolarmente aperto, di "Non abbassare lo sguardo", è iniziata ieri sera la pubblicazione di "Non smettere di lottare", 48° racconto della saga regolare di Midda's Chronicles, riprendendo - ovviamente - il discorso rimasto in sospeso!
Buona lettura con il proseguo delle avventure della nostra ormai ex-mercenaria preferita in nuovi e inesplorati mondi, in un viaggio lungi dal potersi considerare concluso e che, certamente, proseguirà anche quando alfine superato il traguardo dell'11 gennaio 2018, ossia il decennale dall'inizio di quest'opera!

Grazie a tutti per l'affetto!

Sean, 25 novembre 2017

mercoledì 1 febbraio 2012

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U
n'offensiva verbale severa, e priva di qualsiasi possibile declinazione ludica, che pur Av'Fahr non volle tentare neppure per un istante di lasciar trasparire diversa da ciò che era, memore, proprio malgrado, dello spiacevole spettacolo offertogli da parte della propria interlocutrice solo pochi giorni prima, così come appena ribadito. In tale occasione, cogliendo un certo messaggio di disperazione nello sguardo di lei, uno stato d'animo che alcuno avrebbe avuto coraggio di attribuirle, e che pur l'aveva chiaramente contraddistinta, egli ne aveva frainteso le ragioni, adducendole a qualcosa di completamente diverso, a un sentimento di disperazione per la solitudine alla quale ella era parsa essere condannata, nella prematura scomparsa di tutte le persone a lei care, quanto, piuttosto, in conseguenza di un, forse folle, forse razionale, senso di colpevole partecipazione a quella strage, motivo per il quale, nel confronto con essa, l'unica soluzione ovvia sarebbe stata quella di ritrarsi, di negarsi al mondo a sé circostante e, in ciò, di porre al sicuro coloro che, in caso contrario, avrebbero potuto rischiare la propria vita accanto a lei, se non, persino, per lei.
Una scelta, una brama, quella che pur la donna guerriero non aveva ancora abbracciato completamente, non aveva ancora preso in irrimediabile considerazione, che pur, in verità, non avrebbe neppur potuto essere giudicata qual inedita nella sua quotidianità, nella sua esistenza, avendola caratterizzata in più riprese, in più momenti, quasi a voler compensare, in tale spiacevole modalità, l'incredibile impeto altresì per lei abitualmente proprio. E in una di tali occasioni, addirittura, ella era giunta ad abbracciare l'idea del proprio sacrificio, della propria morte, o, meglio, del proprio esilio da un comune piano di esistenza, per ritirarsi non dissimile da eremita lontano dal medesimo concetto di realtà, in un limbo fuori dal tempo e dallo spazio, qual le era stato minacciato, o forse promesso, se solo avesse avuto l'incredibile stoltezza di compiere una determinata scelta: propria fortuna, o proprio malgrado, neppure allora ella era riuscita in quel proposito, ritrovandosi, anzi, nuovamente costretta al confronto con la propria folle quotidianità e i propri ancor più folli sentimenti, nell'essere proiettata, quasi di prepotenza, fra le braccia dell'unico fra tutti i suoi più importanti amanti passati a esserle sopravvissuto, per quanto non senza una certa difficoltà.

« Che cosa posso dirti? » domandò ella, rivolgendosi al proprio interlocutore e giudice, qual pur egli era divenuto nel corso di quel confronto verbale « Quali argomentazioni potrei mai addurre a permetterti di continuare a fidarti di me?! »

Della propria vigliaccheria, di quella codardia rimproveratale, ella era cosciente e, onestamente, non aveva neppur mai avuto ragione di rimproverarsene, per quanto simile pensiero apparisse in netto contrasto a qualunque proprio consueto principio, a tutto l'impegno da lei continuamente posto a difesa della propria sopravvivenza e del proprio diritto a vivere la propria quotidianità in totale libertà, non succube né di uomini o donne, né di dei o dee. Forse, nella consapevolezza di questo proprio difetto, qual tale sicuramente chiunque l'avrebbe definito, ella amava ricordarsi la propria natura mortale, quella che il resto del mondo, troppo facilmente, sembrava negarle, quasi in conseguenza a tutte le proprie vittorie, a tutti i propri trionfi, ella avesse perduto la propria anima, il proprio diritto a provare emozioni, tanto positive, quanto negative, venendo ridotta, né più, né meno, al personaggio di una ballata, a un'eroina epica alla quale guardare sì con ammirazione, ma non riconoscendola qual effettivamente reale, qual capace di soffrire nella stessa esatta misura in cui era capace di gioire, capace di piangere non diversamente da come era capace di ridere. O, forse e diversamente, ella cercava, in simile rifiuto del dolore a lei circostante, derivante dalla morte di coloro a lei più cari, di negare quella propria, effettiva natura umana, quella parte di lei capace di soffrire, di piangere, preferendo ambire a essere, sostanzialmente, un personaggio ancor prima di una persona, e non riuscendo a esserlo, estraniarsi a qualunque, ulteriore e inevitabile, limite proprio della natura mortale.
Al di là delle effettive dinamiche nelle quali poter interpretare la propria codardia, per così come sentenziato dal buon Av'Fahr, comunque ancor e altrettanto indubbia avrebbe dovuto essere riconosciuta la correttezza dell'altra accusa a lei rivolta, tale da vederla considerarsi, forse impropriamente, al centro del mondo, al centro del Creato e di ogni interesse umano e divino, condizione in sola, necessaria e qual solo, dopotutto, avrebbe potuto giustificare così tante, troppe morti a lei costantemente ricollegabili e ricollegate. Un egocentrismo, il suo, per il quale, ancora una volta, seppur assolutamente cosciente, ella non aveva mai avuto la benché minima ragione di imporsi rimprovero, laddove, purtroppo, nulla nella propria esistenza, nella propria quotidianità, avrebbe saputo ergersi a negazione di tale, convinta presunzione. Dopotutto, sebbene nelle parole del suo inquisitore ella comprendeva voler essere celato un implicito invito a smettere di considerarsi al centro dell'esistenza di tutti, o, per amor di precisione, al termine della vita di chiunque a lei prossimo, quasi ne incarnasse il concetto stesso della morte; la Figlia di Marr'Mahew non si sarebbe mai concessa una tanto egoistica visione della Storia, e della propria storia personale, tale da concedersi un indulto, dimenticando in ciò ogni propria responsabilità, diretta o indiretta, in qualsiasi cadavere le si fosse mai presentato prossimo.
Come poter, tuttavia, conciliare tale propria intima concezione e convinzione con quanto, altresì, a lei richiesto? Come poter essere l'eroina della quale non solo Av'Fahr, ma, ancor più, Camne e Hui-Wen necessitavano che ella fosse, malgrado l'intimo peso che, in conseguenza di tutti quegli ultimi eventi, si era abbattuto sul suo animo? E, soprattutto, ove anche fosse riuscita, come si stava costringendo a fare, a trovare la forza per continuare, sarebbe ugualmente stata tanto capace di controllarsi nel momento in cui le fosse risultato palese come la vita di Howe, di Be'Wahr e del suo tanto affezionato scudiero Seem erano state a loro volta infrante solo e unicamente per sua responsabilità, per sua colpa?

« Niente. Nessuna. » negò l'uomo, scuotendo il capo e rispondendo puntualmente a ognuna delle due questioni da lei esplicitamente promosse, per quanto, in simile presa di posizione, a lei concedendo un tono sufficientemente ambiguo, che se, in parte, sembrò desideroso di ribadire la propria condanna a suo discapito, sul fronte opposto parve quasi volerle riservare uno spiraglio di credibilità, là dove alcuna le sarebbe ormai dovuta essere riconosciuta qual propria dopo quanto detto, ripetuto e confermato senza margine di discussione « Anche perché, al di là di quanto codarda tu possa essere nel confronto con i tuoi stessi sentimenti, e con l'amore di coloro che ti circondano, e al di là di quanto egocentrica tu possa dimostrarti nel considerarti al centro di qualsiasi evento; io so che sei una donna d'onore e, in questo, so che dopo aver accettato l'impegno a compiere quanto possibile e, persino, quanto impossibile per salvare la vita a Camne e Hui-Wen… così sarà. Costi quel che costi. »

Sì. Così era e così sarebbe stato.
Ancora una volta, in quelle parole, egli dimostrò di possedere un vivace intelletto, e un cuore smisurato, dietro l'aspetto pur straordinariamente virile, persino ipertrofico, dei propri muscoli e della propria pelle simile a cuoio nero, ove se così non fosse stato egli non avrebbe mai potuto riuscire a cogliere non solo i pur concreti difetti della propria compagna, ma anche quello che ella avrebbe gradito considerare il proprio pregio più importante. Importante, quanto meno, in termini sufficienti non solo da impedire, allo stesso suo, non desiderato, sodale in quell'avventura di arrivare a diffidare di lei, malgrado quanto pur asserito e non ritrattato; ma, ancor più, da impedire a se stessa di rifiutarsi di condurre a termine quanto accolto quale una propria missione, un proprio incarico, con la massima professionalità e il più indiscutibile impegno, a prescindere da quanti nuovi, spiacevoli e violenti traumi emotivi gli dei avrebbero deciso di imporle, incominciando dalla possibile, persino probabile, morte di Howe, Be'Wahr e Seem, e proseguendo, stolto da escludere, persino con quella dello stesso Av'Fahr e di tutto l'equipaggio della Jol'Ange insieme a lui.
E, se anche tal pensiero sarebbe sempre e comunque rimasto qual magra consolazione, ove pur nulla le sarebbe stato pur concesso per impedire quelle morti, non, quanto meno, nei termini che ella aveva ipotizzato di rendere propri; egualmente nulla, alfine, alcuno avrebbe potuto imporle per impedirle di giungere a un non dissimile risultato, nel proprio forse inevitabile sacrificio, al fine di condurre seco, nel regno dei morti, colei che sola, insieme a lei, accanto a lei, avrebbe potuto essere parimenti riconosciuta responsabile per tanto dolore, tanta violenza, tanto sangue: sua sorella Nissa.

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