Midda's Chronicles - le Cronache

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Dopo la conclusione, con un finale particolarmente aperto, di "Non abbassare lo sguardo", è iniziata ieri sera la pubblicazione di "Non smettere di lottare", 48° racconto della saga regolare di Midda's Chronicles, riprendendo - ovviamente - il discorso rimasto in sospeso!
Buona lettura con il proseguo delle avventure della nostra ormai ex-mercenaria preferita in nuovi e inesplorati mondi, in un viaggio lungi dal potersi considerare concluso e che, certamente, proseguirà anche quando alfine superato il traguardo dell'11 gennaio 2018, ossia il decennale dall'inizio di quest'opera!

Grazie a tutti per l'affetto!

Sean, 25 novembre 2017

giovedì 26 gennaio 2012

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« D
immi la verità… » domandò Av'Fahr, a denti stretti, e pur, malgrado una tale espressione, non potendo ovviare a rendere trasparente un chiaro stato di eccitazione nel profondo del proprio cuore, quasi quell'imprevisto avesse da considerarsi qual uno sviluppo assolutamente gradevole, un diversivo persino piacevole, innanzi al quale non ritrarsi « Sapevi che sarebbe finita così?! »
« Sapere… no. » sorrise Midda, scuotendo appena il capo e, con esso, offrendo animazione alla propria confusa e sempre disordinata chioma di capelli corvini, tali per sua esplicita volontà ove, senza un suo periodico intervento volto a mantenere integro tale colore essi sarebbero inevitabilmente ritornati alla propria naturale tonalità di rosso, la stessa della quale, invece, era solita fare sfoggio la propria gemella « Sperare… sì. Lo ammetto. Un po' ci speravo! »
« Chissà se il buon Be'Sihl conosce questo aspetto perverso del tuo carattere… » questionò l'uomo, a voler, sebbene unicamente per finalità di giuoco, porre dubbi sulla stabilità del rapporto fra i due o, ancor più, sulla compatibilità, non ovvia, dei loro caratteri, dei loro stili di vita e del loro modo di confrontarsi con la realtà circostante « Non vorrei apparire negativo, ma credo che potrebbe restare sconvolto a scoprirti così attaccabrighe… »
« Oh, no. Non ti preoccupare. » minimizzò l'altra, quasi ridacchiando all'ipotesi appena formulata, evidentemente apprezzandone i toni e le ragioni « Mi conosce bene. E sa che quando soffro d'insonnia il modo migliore per rasserenarmi è lasciarsi coinvolgere in qualche bella rissa. »

Rissa, quella in tal termine appena definita dalla voce della Figlia di Marr'Mahew, che difficilmente chiunque avrebbe potuto considerare qual tale, ove raramente una rissa avrebbe potuto prevedere il ricorso alle armi qual sincero augurio di morte rivolto a discapito dell'avversario. Rissa, comunque, che effettivamente ella, la mercenaria meglio pagata di quell'angolo di mondo, stava giudicando e affrontando qual tale, neppur ponendo mano alla propria spada bastarda, con l'intervento della quale avrebbe potuto facilmente porre fine alla questione in essere prima che essa si potesse delineare qual sfavorevole per sé o per il proprio compare. E Av'Fahr, per quanto a lei estraneo, per quanto tutt'altro che abituato a condividere con lei tali momenti, qual già, invece, era stata sua sorella Ja'Nihr cinque anni prima, non tardò comunque a dimostrarsi adeguato al ruolo scelto qual proprio, non fraintendendo neppur per un istante i desideri della propria sodale e, anzi, interpretandoli alla perfezione, nel non ricercare, con la propria unica arma, altro al di fuori di un'occasione nella quale lasciar smorzare ogni offensiva a sé destinata.
Se, infatti, Midda Bontor avrebbe potuto vantar dalla propria la presenza di un braccio destro in nero metallo dai rossi riflessi, posto in sostituzione a un'originale purtroppo perduto in gioventù, e utile a proteggerla qual uno scudo accanto a lei sempre presente; la sua imponente spalla non avrebbe potuto offrir sfoggio di nulla di simile e, seppur non desideroso di invocare il sangue dei loro avversari, non avrebbe potuto ovviare a ricercare la presenza della splendida lancia un tempo appartenuta alla propria perduta familiare, lancia che, tuttavia, avrebbe saputo, con estrema facilità, riadattarsi a scopi offensivi quanto a scopi difensivi, così come dimostrato in quella particolare situazione.

« Non mi ero reso conto che tu avessi sofferto d'insonnia in questi giorni… » obiettò il colosso d'ebano, per un attimo non cogliendo le parole di lei nella loro più corretta interpretazione.
« Poco male. » scrollò le spalle la donna, strizzando poi l'occhio sinistro in direzione del proprio alleato e compagno in quella piccola battaglia « Vorrà dire che dovrò essere grata a questi poveracci inviati da Lehn-Ha per avermi concesso occasione di molte notti serene. »

Qual gli eventi lì in atto non avrebbero potuto ovviare a dimostrare in maniera chiara, evidente, addirittura retorica persino all'attenzione di Av'Fahr, così poco presente nella quotidianità della propria attuale compagna di viaggio, Nissa Bontor non era stata, per lei, l'unico appuntamento fisso impostole dal proprio passato nelle zone di mare, in qualsiasi porto ella avesse avuto, negli ultimi quindici anni, avuto occasione di porre piede. Lehn-Ha, o capitan Lehn-Ha, così come continuavano imperterriti a definirlo coloro posti al suo servizio, sembrava infatti aver reso qual unico scopo della propria esistenza l'opportunità di un nuovo incontro con lei dopo la loro prima, e unica, occasione di confronto diretto. E, al di là di tutta la propria insistenza, di tutta la propria perseveranza in tal senso, le dinamiche di quanto occorso realmente fra Lehn-Ha e Midda, risalendo addirittura all'epoca del primo equipaggio della Jol'Ange, si era ormai persa nei meandri della Storia, ricordata, probabilmente, solo dai due diretti interessati e da nessun altro ancora.
Inizialmente sgradevole tanto da irritarla sinceramente nel proprio semplice essere nominato, ormai quell'uomo e i suoi tentativi di approccio con lei erano divenuti sì grotteschi nella propria puntualità da non poter suscitare null'altro che simpatia e, persino, pietade, al punto tale da convincerla che, un giorno, non si sarebbe opposta all'ennesimo gruppetto di suoi sventurati pirati, e avrebbe accettato di essere condotta al suo cospetto. Purtroppo per gli appartenenti al gruppo attuale, tuttavia, ella non avrebbe potuto definir proprio alcun interesse in tal senso allo stato attuale delle cose e nel confronto con l'incarico reso proprio per la salvezza di Camne e di Hui-Wen, ragione per la quale, sebbene essi fossero stati sufficientemente accorti da attendere di essere all'esterno dei confini cittadini prima di aggredirla con armi, onde ovviare al rischio di attrarre l'attenzione delle guardie di Seviath, ella non volle concedere loro null'altro che una severa lezione, tale a istruirli, nuovamente, su quanto sarebbe stato loro concesso sino a quando non si fossero avvicinati a lei con maggiore umiltà e rispetto.

« Il bisonte non ci interessa. Uccidetelo pure. » si premurò di ricordare il riferimento principale di quel drappello, mantenendosi, prudentemente, a una pur minimale distanza di sicurezza dal luogo dello scontro, a prevenire un proprio diretto coinvolgimento in esso « E solo la cagna tranitha a esser richiesta dal nostro capitano! » insistette, a dimostrazione di quanta umiltà e rispetto, in quella particolare occasione, avesse da considerarsi in lui nei riguardi della propria avversaria.
« Bisonte?! » protestò Av'Fahr, aggrottando la fronte a quella definizione nel contempo in cui, ancora una volta, la lunga asta della sua lancia venne guidata al fine di deviare l'ennesimo affondo ipotizzato a suo discapito e, in tal modo, ridiretto verso un'inerme spazio vuoto al suo fianco.
« Non ti lamentare. Io sono stata definita cagna… » commentò Midda, a sua volta difendendo l'integrità del proprio corpo con il ricorso al proprio braccio destro, impiegato, nella fattispecie, per arginare la discesa di una mazza in contrasto alla sua nuca, ricambiando, immediatamente e contemporaneamente, la cortesia riservatale con un montante della propria mancina, per somma fortuna e benevolenza verso l'avversario lì offertasi solo e semplicemente di carne e ossa ove, altrimenti, ne avrebbe certamente infranto la mandibola e la mascella quasi fossero stati di fragile terracotta « La verità è che, al di là di quanto possano fingere, non sono poi cattivi: sono solo dei ragazzini frustrati che cercano di imporre la propria non ancor pienamente definita virilità su tutto e su tutti ricorrendo alla violenza, come dei pargoli capricciosi ma semplicemente desiderosi di attrarre l'attenzione dei grandi. » tentò di offrire una ragione a tutto ciò, ovviamente approfittando, in tal senso, per canzonare nuovamente le controparti.

Al di là delle proprie parole, della leggerezza da lei dimostrata anche, e soprattutto, al fine di sfiduciare i propri avversari in quel tentativo d'offesa, ella non avrebbe mai potuto sottovalutare quel manipolo di uomini lanciatisi contro di lei. Non avrebbe agito in tal senso, dopotutto, in condizioni di normalità e, ovviamente, non avrebbe avuto alcuna ragione di agire in simile maniera nel considerare quanto, ancora, i postumi della lunga prigionia stessero imponendo debolezza al proprio corpo, lentezza ai propri riflessi.
Alcuna ironia, quindi, avrebbe dovuto essere riconosciuta nell'affermazione da lei pocanzi scandita nel merito di una speranza rivolta all'eventualità propria dell'occorrenza di quello scontro. Non tanto allo scopo conciliare il proprio riposo nella notte che sarebbe seguita di lì a qualche ora, quanto e piuttosto nella volontà di verificare, in termini pratici, le proprie effettive condizioni fisiche, per comprendere quante possibilità avrebbe potuto avere di condurre a compimento quel viaggio. E, ancora, al parallelo e non banale fine di valutare le capacità guerriere del proprio nuovo compagno di viaggio e d'arme, ponendolo alla prova in uno scontro nel quale gli sarebbe stata negata la possibilità di imporre danno a chi, al contrario, a lui ne voleva imporre parecchio, in una situazione forse antitetica a quella che già l'aveva veduto protagonista nel confronto con i pirati della Mera Namile, battaglia per la quale egli aveva giustamente cercato ragione di merito, di vanto.

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