Midda's Chronicles - le Cronache

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Dopo la conclusione, con un finale particolarmente aperto, di "Non abbassare lo sguardo", è iniziata ieri sera la pubblicazione di "Non smettere di lottare", 48° racconto della saga regolare di Midda's Chronicles, riprendendo - ovviamente - il discorso rimasto in sospeso!
Buona lettura con il proseguo delle avventure della nostra ormai ex-mercenaria preferita in nuovi e inesplorati mondi, in un viaggio lungi dal potersi considerare concluso e che, certamente, proseguirà anche quando alfine superato il traguardo dell'11 gennaio 2018, ossia il decennale dall'inizio di quest'opera!

Grazie a tutti per l'affetto!

Sean, 25 novembre 2017

giovedì 19 gennaio 2012

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I
l colosso nero, a quelle parole, sollevò le proprie braccia e compì un semplice gesto che in alcun altro momento, in alcuna altra situazione avrebbe supposto di poter compiere verso quella specifica figura, riprendendo voce e suggerendole quanto mai avrebbe supposto di poterle suggerire: « Lo so che probabilmente non sei abituata a farlo… ma… » esitò, stringendola delicatamente a sé, non con lussuria, non con malizia, ma con incedere fraterno, quasi ella fosse la fiera Ja'Nihr purtroppo perduta cinque anni prima « … ma ora faresti meglio a piangere. » proseguì, con tono non più di sfida, non più volto a suscitare una qualche reazione in lei, ma semplicemente carezzevole, in misura non inferiore ai propri stessi gesti così come lì compiuti « Parlo per esperienza. »

E Midda Bontor, la Figlia di Marr'Mahew, che pur non era così estranea alle lacrime, pur senza concedersi con eccessiva facilità di cedere al pianto, spinse il volto contro petto perfettamente scolpito dell'uomo, quasi a voler affondare in esso e poter essere, lì nascosta, lì celata, libera di dar sfogo a tutto il proprio dolore, a tutta la propria ira: dolore per la morte di Berah e per, forse, la condanna imposta tanto su Camne e questo ancor sconosciuto Hui-Wen, quanto sullo stesso Be'Sihl; ira verso se stessa, unica reale responsabile per quanto accaduto, per quanto successo, nell'essersi dimostrata più debole della propria gemella, nell'aver ceduto innanzi a lei e, in questo, nell'aver permesso che tutto ciò accadesse, succedesse, lasciandosi trascinare dagli eventi invece di dominarli. Ella, che mai aveva voluto accettare l'idea di un destino preordinato, di un fato scritto nelle stelle dagli dei ancor prima della propria stessa nascita, non avrebbe potuto trovare alcun sollievo, alcuna discolpa morale all'idea di essere stata, a propria volta, vittima di qualcosa di più grande di sé, vittima di una sorte a sé contraria e, in ciò, priva di qualunque responsabilità per quelle morti e quelle condanne. Prima di qualunque responsabilità per Berah, per Camne, Hui-Wen, Be'Sihl… e, forse, anche, per i suoi compagni di ventura Howe e Be'Wahr, e il suo scudiero Seem. E molti altri ancora. Troppi altri ancora.
Un pianto amaro, quello che ella riversò contro l'addome muscoloso, quasi marmoreo nella propria solidità, del buon Av'Fahr, che da questi non venne giudicato, non venne condannato, ritrovandosi, anzi e al contrario, perfettamente riconosciuto nelle proprie ragioni, nella propria utilità ove già, come da lui stesso asserito, a tempo debito sperimentato in prima persona, quando in proprio colpevole contrasto si era posto a rimproverarsi non solo per la morte della sua adorata, idolatrata sorella, Ja'Nihr, quant'anche per quella del proprio capitano, Salge Tresand.

« P-perdonami… » esitò ella, ancora lasciando trasparire, in un lieve tentennamento, tutta la propria fragilità, tutta la propria debolezza, così come mai era solita concedere spettacolo in pubblico « Io credo di essere ancora… frastornata… per via delle droghe. » tentò di giustificarsi, quasi a scusarsi per quanto appena avvenuto, per il pianto che ancora le lasciava splendere d'umidità gli occhi « Non pensare male di me, per carità. » gli richiese, sforzandosi di lasciar apparire quasi scherzoso il proprio tono, a non imporsi maggiore umiliazione di quella che temeva essere già divenuta propria.
« Non ho ragione per pensare male di te… » sorrise l'uomo, per tutta risposta, aprendo il proprio abbraccio per non imporglielo forzatamente là dove non richiesto e, ormai, non più necessario « Ne avrei se non avessi pianto. Ma ora no. Ora so che sei una persona comune. Un essere umano come me… e come Ja'Nihr, pace all'anima sua. »
« Ja'Nihr… » ripeté la donna guerriero, rievocando nella propria mente le immagini di quella splendida cacciatrice figlia dei regni desertici centrali, la qui esotica bellezza era seconda solo alla propria forza e al proprio coraggio « Thyres… non ho mai avuto occasione di invocare il tuo perdono per quanto accaduto. » prese consapevolezza, asciugandosi il volto con il dorso della mano e lasciandosi nuovamente sedere sulla branda, là dove, ancora, era rimasta in piedi sulla medesima « Mi dispiace. Mi dispiace davvero tanto per quanto è accaduto. Ella era… »
« … straordinaria. » concluse egli, con un sorriso sereno in volto « Sì. Lo so. Come so che, per quanto tutti noi possiamo avere ragione di rimproverarci per quanto accaduto, nessuno fra noi è responsabile per la sua morte. Nessuno, per lo meno, fatta eccezione per tua sorella Nissa. » definì, lasciandosi sedere accanto alla propria interlocutrice, per non costringerla a restare con il capo reclinato all'indietro per osservarlo.

A quelle parole, ella restò per un lungo momento in silenzio, osservando il volto di colui che aveva lasciato cinque anni prima qual un ragazzone troppo cresciuto, un omaccione dal corpo ipertrofico e, ciò nonostante, dall'emotività e dalla psiche di un fanciullo, lì ora presentatosi nuovamente a lei qual un uomo maturo, non solo per un lustro in più sulle proprie spalle, quanto, e piuttosto, per il proprio modo d'essere e di relazionarsi con il mondo a sé circostante. In tutto ciò un meraviglioso senso di sollievo la pervase, insieme alla certezza di non essere poi sì indispensabile al mondo, al Creato tutto, per proseguire nel proprio consueto cammino, non che mai avesse avuto dubbi in senso contrario: ella era solo una persona, una persona comune, così come anche sottolineato dallo stesso Av'Fahr, e in ciò, piacevolmente, ella avrebbe potuto concedersi di allentare, seppur di poco, la tensione emotiva che la stava affliggendo sin dal momento in cui aveva veduto la corona della regina Anmel materializzarsi fra le mani della propria gemella.
Poco o nulla, in verità, si ricordava di quanto occorso dal momento della fallita trappola a discapito di Nissa sino al momento del suo risveglio a bordo della Jol'Ange. Le era stato spiegato come fosse stata mantenuta prigioniera per lunghe settimane, incatenata e drogata a testa in giù per non concederle alcuna possibilità di fuga. Le era stato poi anche spiegato come tanto l'equipaggio della Jol'Ange, quanto il suo amato Be'Sihl, avevano avuto occasione di incontrarsi, sospinti in tal senso da diverse forze ultraterrene e sovrannaturali, e pur animati da un'unica, comune volontà di soccorso nei suoi riguardi. E, ancora, di come ella stessa fosse addirittura riuscita a concedersi un'estemporanea fuga dalla prigionia impostale, salvo, successivamente, essere ancora una volta catturata. Narrazioni, quelle a lei offerte, che avrebbero potuto essere proprie di una canzone, di una leggenda, tanto alle sue orecchie e alla sua attenzione, più in generale, esse risuonarono del tutto inedite, poste in riferimento a una realtà a lei del tutto sconosciuta.
Proprio in conseguenza a tale personale estraneità da eventi che l'avevano vista altresì protagonista, e che avevano visto ritornare in circolazione una corona già legata a troppi spiacevoli ricordi, quali, innanzitutto, i tentativi di lady Lavero, ultima proprietaria di tale reliquia, per eliminarla dalla circolazione, nonché ai sospetti relativi a una misteriosa entità all'interno della Terra di Nessuno, presentatasi con l'appellativo di primo-fra-tre e autoproclamatosi vicario di una importante e potente figura, probabilmente la medesima regina Anmel, seppur morta secoli, forse millenni prima; Midda Bontor non aveva potuto ovviare a un'incredibilmente sgradevole sensazione, quella di essersi ritrovata al centro di dinamiche estremamente più grandi di lei e in conseguenza alle quali il destino di troppe persone a lei care, se non dell'intera umanità, per come evolutasi sino a quel giorno, sarebbero potute dipendere dal suo successo o dal suo fallimento nella personale e decennale guerra con sua sorella Nissa. Un pensiero sicuramente assurdo, privo di qualunque fondamento, e che pur non aveva potuto evitare di essere rafforzato dall'insolita brama dimostrata dalla sua gemella verso gli scettri che aveva condotto seco dalla lontana Shar'Tiagh, scettri ipoteticamente appartenuti all'ultimo dei faraoni dell'epoca di massima ascesa, o di massimo declino, della storia di quel regno, scettri per il possesso dei quali già molte persone, troppe persone attorno a lei avevano ancora una volta rischiato di morire.
Per quale ragione Nissa Bontor, già ascesa al ruolo di sovrana di una nazione da lei stessa fondata, avrebbe potuto desiderare il possesso di quegli antichi scettri in immediata conseguenza alla non meglio compresa conquista di un tesoro non meno importante, non meno prezioso, quale la corona perduta di una delle più importanti, o terrificanti, regine del mondo antico? Possibile che alla base delle azioni di sua sorella avesse da essere ancor e solamente identificato il desiderio di nuocerle, così come era sempre stato in passato? O, forse e drammaticamente, qualcosa era mutato? Qualcosa che, fra l'altro, avrebbe potuto giustificare le ultime parole di Berah, per così come a lei riferite?

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