Midda's Chronicles - le Cronache

News & Comunicazioni

Tanti auguri, mamma!

Manco farlo apposta, la conclusione del racconto con RM 003 - Reimaging Midda: Il sapore familiare del veleno!, dopo ben settantuno episodi (il racconto più lungo di Midda, a oggi!), coincide con la festa della mamma.
Motivo per cui, festeggiando il traguardo di un altro racconto di Midda concluso (e di una Midda alternativa, come tutte quelle finora apparse in Reimaging Midda), non posso ovviare a fare gli auguri a una delle lettrici più affezionate di Midda, nonché alla co-autrice della stessa (quantomeno dal punto di vista grafico), con questo piccolo intervento.
Quindi: auguri mamma!
E grazie di tutto il sostegno in questi quasi dieci anni di pubblicazioni!

Da domani, inoltre, riprenderà la pubblicazione di RM 001 - Reimaging Midda: Un altro morde la polvere, iniziando con la riproposizione dei primi nove episodi precedentemente pubblicati a cavallo fra il dicembre 2015 e il gennaio 2016.
Nella speranza, in tutto ciò, di essere riuscito finalmente a rompere la maledizione che aveva afflitto questa serie fra il 2014 e lo scorso anno.

Grazie a tutti per l'affetto!

Sean, 14 maggio 2017

venerdì 30 settembre 2011

1353


P
ossibile che, nel cercare con il proprio uncino di raggiungere la gamba sinistra della nemica, per carpirla, artigliarla non diversamente da un tonno condotto al macello, Lorea, colei che già aveva spontaneamente invocato l'intervento del dio tranitha dei mari a proprio sostegno, a benedizione delle proprie azioni, si fosse riservata una qualche illusione di successo a tal riguardo? Credette realmente, ella, di poter condurre a compimento un simile tentativo, indubbiamente violento e potenzialmente letale, e pur non particolarmente ricercato nella propria ideazione e nella propria esecuzione, a discapito di una figura già dimostratasi incredibilmente agile e veloce nelle proprie iniziative, nei propri movimenti qual l'altra aveva dato riprova di essere innanzi ai loro stessi occhi e in avversione a loro troppo irruenti, e in ciò sciocchi, compagni? O, forse e ancora, quella sventurata pirata, la cui sconfitta avrebbe potuto essere considerata addirittura ovvia, banale, prevedibile e, persino, preventivata, si ritrovò a essere, piuttosto, quietamente consapevole di quanto egualmente stolida avrebbe dovuto essere riconosciuta quella sua iniziativa, nel porsi, così come quella propria dei suoi due predecessori, del tutto priva d'ogni speranza di successo?
Impossibile fu per chiunque, valutare con quale animo quella figura femminile, e le sue due compagne e i suoi due compagni, sorelle e fratelli reciprocamente vincolati da un legame più forte rispetto a qualunque rapporto di sangue, di concreta parentela, desiderassero gettarsi in contrasto a Tahara. Ma che, in tal gesto, in simile scelta che i commilitoni di quest'ultima avrebbero potuto ritenere, e ritennero, sol giustificabile con un livello di alcool altresì non presente nel loro sangue, essi fossero realmente convinti di poter predominare sulla loro nemica o, altresì e più probabilmente, inconsciamente consapevoli di quanto vana sarebbe stata ogni ipotesi d'offensiva a discapito di quella furia mitologica, di quella combattente animata da tanta incredibile superbia quanta meravigliosa maestria in ogni proprio più semplice gesto, nulla effettivamente avrebbe potuto mutare nella definizione della loro sorte, e della conclusione di quella battaglia, per così come avrebbe dovuto essere riconosciuta sancita sin dal momento stesso in cui, con il proprio incedere beffardo, la stessa donna dalla lunga treccia castana ne aveva definito l'origine.
Pertanto, quel bastone diretto alla gamba sinistra di Tahara, non solo e semplicemente fu evitato, con una reazione di apparente banalità sebbene d'improbabile imitazione da parte di chiunque al di fuori di lei, ma anche, e soprattutto, venne addirittura reimpiegato, con il proprio medesimo moto, con la propria forza, a discapito della propria stessa posseditrice, andando a conficcare un non effettivamente gradevole uncino nel polpaccio della medesima, in un contrappasso che, probabilmente, all'interesse di qualche cantore sarebbe apparso a dir poco poetico, ma che, a quello della sventurata Lorea venne interpretato solo qual terribilmente doloroso, tanto da costringerla a emettere un alto grido simile, addirittura, a un latrato canino. Un solo, fuggevole e impercettibile istante prima dell'apparente ineluttabile collisione fra quell'arma e il proprio originale obiettivo, infatti, la vittima designata di quell'offensiva guidò con disumana freddezza, terrificante autocontrollo, la lama del pugnale da lei trattenuto nella mancina a scontrarsi con uno stiletto contemporaneamente rivolto in direzione del proprio fegato e, in un'affascinante fontana di luce, generata dalle scintille conseguenti all'attrito fra i due affilati metalli, ella spinse quello stesso stiletto a ridiscendere verso il basso, là dove, sino a quel momento, era permasa la propria gamba: non direttamente con il proprio pugnale, troppo corto nelle proprie dimensioni per poter essere impiegato con successo in tale scopo, la donna si impegnò a proteggere le proprie carni dall'attentato impostole da quell'attrezzo da lavoro, lì riutilizzato in maniera più che efficace come arma, quanto, altresì, con lo stesso stiletto ancor maneggiato da un'altra figura femminile a sé avversa, lunga, lineare e sottile lama che, in tal modo costretta dalla propria più compatta e ricurva, respinse l'uncino e lo proiettò, addirittura, all'indietro, all'origine del proprio movimento.
E difesasi con un solo, improbabilmente banale, gesto da ben due attacchi, nel contempo in cui tutto ciò venne condotto a compimento dalla macina, la sua destra non si concesse parallela occasione di requie, impegnandosi al contrario, e a propria volta, a offrire trasparente riprova della superiorità fisica e psicologica di Tahara su qualunque avversario lì propostole, nel ottenere un successo ancor più definito, e strepitoso, a discapito delle altre tre figure in quello stesso contesto slanciatesi in sua offesa.
Nel doversi confrontare, in completa solitudine e totale autonomia, con ben due scuri, una spada e altri due pugnali, assolutamente improbabile, se non impossibile, sarebbe stato per una singola e semplice lama ricurva ottenere qual proprio una qualunque vaga speranza di successo. Assioma, quello in tal evidenza definito, che pur l'indomita pirata non esitò a confutare con la forza delle proprie azioni, con l'energia dei propri gesti, affrontando la triplice minaccia allora presentatale non quale un'unica, individuale entità, nel contrasto alla quale effettivamente non avrebbe potuto ambire ad alcun trionfo, ad alcuna vittoria, ad alcun predominio, quanto, piuttosto, scindendola nei propri singoli componenti, e in contrasto a ognuno degli stessi muovendosi come se nulla potesse allora distrarla, turbarla, come se l'intera eternità le fosse garantita per completare ogni proprio gesto, e, ciò nonostante, tutto portando a compimento in un'impercettibile frazione di tempo. Alle due compatte scuri da lancio, in quel mentre saldamente impugnate nelle mani del proprio possessore e non proiettate lontano dal medesimo, come, probabilmente, avrebbero potuto riservarsi maggiore opportunità di riuscita, ella offrì per prima la propria attenzione, il proprio interesse, anticipandone la ridiscesa dall'alto, in due fendenti che avrebbero potuto distruggerne il capo e le spalle, con un fugace guizzare del filo del proprio pugnale, che impietoso e inesorabile incise così la fronte dell'avversario, aprendo sulla stessa una lunga ferita orizzontale dal quale, immediato risultò un violento riflusso di sangue. Decisione, la sua, in conseguenza alla quale non solo l'uomo fu lì costretto a un rapido arresto del proprio movimento e a un altrettanto repentina ritirata, nel voler difendere i propri occhi dalla gelida carezza di quel metallo, ma in grazia della quale egli si ritrovò anche costretto a temere di aver agito con eccessivo ritardo, e di aver già perduto la propria vista, nella cortina di sangue lì ridiscesa a offuscarne i sensi, agendo insieme alle sue umane emozioni in un'accoppiata straordinaria. Nel mentre in cui, tuttavia, quell'antagonista, terzo per la donna, primo per la sua destra, ancor stava emettendo un comprensibile grido di sorpresa e spavento, allora più simile a un ragazzino spaurito che a un terribile tagliagole qual pur si era sempre ritenuto essere, la medesima lama sollevatasi in sua offesa comparve, quasi per incanto, a intercettare la traiettoria della lunga spada a suo sempre meno probabile contrasto destinatasi, la quale, priva di concreto spazio per impegnarsi in particolari colpi, fendenti o montanti, tondi o sgualembri, era stata obbligata alla scelta di un semplice, e pur terribile affondo. Per simile ragione, a ovviare all'eventualità di ritrovare il proprio dolce ventre trapassato da parte a parte dal movimento diretto e letale di quella lama, Tahara si ritrovò obbligata a una duplice reazione, innanzitutto ancheggiando, in quel che avrebbe potuto essere frainteso qual un passo di danza, un accenno sensuale e conturbante, quanto sufficiente a sospingere i propri fianchi a non prestarsi a quel giuoco e, nel contempo, intrappolando la spada così come, con la mancina, in quello stesso frangente stava facendo proprio il controllo sullo stiletto, se pur, a differenza della propria compagna e sola alleata, lì non reindirizzando il vigore dell'uomo in possibile contrasto ad altre minacce, quanto, più semplicemente, al nulla, allo spazio vuoto inevitabilmente creatosi all'interno del teatro proprio della taverna nel punto scelto qual palco per quello stesso scontro. Azione forse mal giudicabile qual priva di sufficiente ritorno d'utilità per la stessa donna dalla lunga treccia castana, soprattutto ove spontaneamente posta a confronto con il corrispettivo operato della mancina, e che pur fu necessaria qual tale nel permettere un rapido disimpegno per la destra, a proiettarsi, lesta, innanzi al suo corpo, tesa con l'intero braccio in una direzione parallela a quel suolo e utile a schierare, allora e a possibile conclusione di tanto impegno, la propria punta aguzza alla base della gola della terza, o quinta, avversaria lì concessale, l'ultima ancor non concretamente affrontata e impegnata a maneggiare, a propria volta, una coppia di pugnali, con i quali sperare di attentare alla sua incolumità. Attentato, quello che sarebbe potuto essere proprio di quell'ultima controparte ancor non espressasi a discapito di chi eletta qual propria avversaria, che, tuttavia, in tal modo non venne semplicemente vanificato nella propria occorrenza ma, addirittura, preventivato nella medesima, dal momento in cui, nel ritrovarsi quella lama puntata alla gola ancor prima di acquisire effettiva coscienza su come essa potesse essere stata lì condotta e, soprattutto, su quale sorte avesse caratterizzato i suoi altri quattro compagni, la sventurata si vide offerto un chiaro incentivo a dimostrare più intelligenza e pragmatismo di ogni proprio fratello o sorella d'equipaggio, non insistendo ulteriormente nel proprio stesso attacco, nella propria offensiva che alcun vantaggio le avrebbe destinato.

giovedì 29 settembre 2011

1352


N
on semplicemente presuntuosa, ma addirittura folle, avrebbe potuto essere considerata colei resasi in tutto ciò protagonista di simile asserzione, dal momento in cui, dinnanzi a tanto audace o forse, e solamente, incauto sbilanciarsi, ella avrebbe obbligatoriamente dovuto offrire riprova pratica della propria inarrivabile bravura nell'arte del combattimento e della guerra, a un livello persino superiore a quello della tanto declamata Midda Bontor o di sua sorella Nissa, lì regina, nell'ipotesi che, in simile incedere, non avesse impegnato le proprie energie in un modo particolarmente complesso, e decisamente poco intuitivo, per suicidarsi. E, difatti, la collerica deflagrazione, che si impose incontrollata, incontrollabile e, sicuramente, irrefrenabile in conseguenza al comprensibile e condivisibile sdegno nei presenti per quell'aperta e immotivata offensiva verbale loro rivolta, fu tale che, per un istante, il tempo stesso apparve arrestare il proprio naturale corso per volgere, a sua volta, tutta la necessaria attenzione agli eventi che lì stavano per occorrere, alla battaglia che, ormai ineluttabile, lì sarebbe conseguita, in un ordine di misura che mai l'avrebbe potuta descrivere qual una semplice rissa come tante altre entro quelle quattro murra.
Ma se Tahara, in virtù delle proprie stesse azioni, si era così costretta a dimostrare una propria incontestabile superiorità innanzi non a uno, ma a una dozzina di avversari, di terribili pirati avvezzi non solo alla lotta, ma, ancor più, al sangue e alla morte dei propri antagonisti, delle proprie vittime, ella si volle da subito porre all'opera al fine di palesare quanto, per mala sorte dei malcapitati allora eletti a proprie ostie sacrificali, alcuna fra le parole da lei scandite avrebbe dovuto essere condannata qual eccessiva, qual ingiustificata, gratuita e grottesca esaltazione personale priva di fondamento alcuno. Al contrario, così come già il confronto con il bardo si era risolto in tempi rapidi e mosse sì repentine da renderne difficile l'effettivo apprezzamento, anche quella nuova sfida, quella disputa da lei tanto insistentemente invocata, si sviluppò e concluse in un intervallo incredibilmente minimale al punto tale da poter spingere ogni spettatore lì presente, all'interno della taverna, a dubitare dell'effettiva occorrenza di quell'evento, forse semplice fantasia, illusione conseguenza di qualche birra di troppo.

« Ohi… » sospirò l'uomo indicato come Braal, a preludio di quegli avvenimenti, dimostrando, in tal lamento, più fastidio che preoccupazione in direzione della propria compagna, sentimento egualmente espresso da praticamente ogni commensale accomodato a quella stessa tavola, alcuno fra i quali offrì evidenza non solo di voler prendere parte alla lotta, ma anche di voler riservare un effettivo interesse per quel combattimento già concluso ancor prima del proprio stesso inizio, dimostrazione di assoluta fiducia nelle potenzialità della donna loro sorella di razzia.

Lasciata in ciò priva di particolare supporto, non solo fisico ma, semplicemente, morale, la pirata non parve destinare eventuale rimprovero a discapito dei suoi camerati, probabilmente in quanto, così facendo, ella avrebbe anche implicitamente suggerito un qualche valore, una qualche importanza per quanto lì si sarebbe presto consumato, rilevanza che, da parte sua, non sarebbe altresì stata mai riconosciuta per tutto ciò. E, a ulteriore riprova di simile atteggiamento psicologico, di quella propria peculiarità caratteriale, ella non ricercò qual propria una particolare postura di guardia, neppure quando i primi due suoi avversari si slanciarono, in maniera reciprocamente coordinata, in sua offesa. Distratta, anzi e addirittura, la donna volle apparire sino all'ultimo istante utile, come se all'incirca quattrocento libbre di virile e vigorosa carne armata dal affilate lame, quale avrebbe potuto essere valutata l'entità della minaccia a sé rivolta, in nulla avesse da essere ritenuta più pericolosa del volo di una fastidiosa mosca in prossimità al proprio volto.
Solo nel tempo in cui ormai una lunga sciabola e un affilato stiletto furono prossimi a inciderle le carni, a penetrarne le forme con cieca violenza che neppure innanzi alla sua morte avrebbe trovato repentina occasione di soddisfazione, Tahara si mosse. E quando ciò avvenne, il tutto apparve, nuovamente, più prossimo al frutto di un incanto, di una qualche stregoneria, ancor prima che mera preparazione fisica qual, altresì, era la sua. Perché, se solo un fugace ed eterno momento prima, scolpito in maniera indelebile nel tempo ove pur d'infinitesimale valore nel confronto con l'illimitato concetto proprio di eternità, ella era apparsa ancora sorridente nella propria sardonica espressione carica di supponenza a discapito delle proprie controparti, un attimo dopo nelle sue mani parve materializzarsi la coppia di pugnali prima posta a riposo in corrispondenza ai suoi fianchi, imponendosi sulla traiettoria delle lame a lei destinate e, con un movimento perfettamente calcolato nel proprio più impercettibile parametro, deviando le stesse dal loro obiettivo originale, nel farle sfogare la propria furia sull'aria a lei circostante.
Se sorpresa avrebbe potuto animare i volti dei due uomini scagliatisi in opposizione a quella singola donna, e così banalmente gestiti nell'irruenza della loro prima offensiva, neppure l'occasione di vivere un tal sentimento venne, tuttavia, loro garantita dal momento in cu ella preferì non concedere a nessuno fra i due tempo utile a elaborare quanto accaduto. Così, quegli stessi pugnali impiegati per reindirizzare l'energia della coppia verso un obiettivo inerme e privo di valore alcuno, vennero repentinamente guidati a incidere in maniera profonda e dolorosa, se pur non letale né, probabilmente, permanente, le carni della medesime braccia offerte verso di lei insieme a quella sciabola e a quello stiletto, costringendo, in conseguenza di ciò, le proprie controparti a un istintiva, e incontrollata, rinuncia alle proprie risorse offensive. Disarmo, al quale seguì immediatamente un ulteriore offensiva da parte della donna, che, ancor anticipando qualunque possibile effettiva presa di coscienza sulla realtà per la coppia, condusse con un movimento meravigliosamente elegante e coordinato, incredibilmente armonico nella propria simmetria e specularità e, pur, energicamente devastante, i pomelli metallici presenti alle estremità inferiori delle impugnature dei propri pugnali, a impattare sulle tempie dei propri avversari, l'una a destra, l'altra a sinistra, imponendo loro quella che, se solo le armi fossero state rovesciate in senso opposto, sarebbe stata morte certa ma che, in tal modo, fu semplicemente, seppur dolorosamente, una perdita di sensi.

« Tarth… » gemette una delle donne presenti all'interno della comitiva avversa a Tahara, di nome Lorea, per un istante sospinta da inevitabile stupore, lasciandosi dominare dal lume della ragione e, in ciò, palesando un trasparente timore per quanto appena osservato, per quella scena sviluppatasi e conclusasi tanto brevemente da risultar difficilmente comprensibile nella propria effettiva dinamica.

Un'effimera dimostrazione di senno, da parte di quella ipotetica carnefice e, ciò nonostante, allora riconosciutasi piuttosto qual potenziale vittima, che suo malgrado non volle rendere proprio il benché minimo sforzo rivolto al predominio della coscienza della propria stessa interprete, ritrovando quest'ultima stolidamente coinvolta dal pur importante e, forse, irrinunciabile spirito di gruppo, di branco, proprio del suo equipaggio e, per questo, mostrandola pronta a scagliarsi a propria volta in contrasto a quella nemica nella duplice volontà di dimostrare la loro superiorità, da lei posta in discussione, e, ancora, di riscattare, vendicare la triste sorte occorsa ai loro primi due compagni, già caduti sotto i suoi colpi.
In conseguenza di tal ispirazione bellica, se il primo e vano tentativo di predominazione sulla tracotante pirata lì resasi protagonista d'ogni interesse all'interno dell'intero salone era stato appena condotto da due robusti uomini, di forte tempra e di indubbio vigore, la seconda ipotesi in avversione a Tahara vide così coinvolte ben cinque supposte minacce a suo discapito, censibili, in ordine e nel dettaglio, nel numero di tre donne e due uomini, armati rispettivamente da uno stiletto, due pugnali dalle sinuose lame ondulate, un bastone uncinato, una spada e, persino, due agili scuri di dimensioni sufficientemente ridotte da essere adatte tanto per il lancio, quanto per combattimenti a distanze particolarmente limitate. Una ristretta e ben armata squadra che, una settimana prima, insieme ai pochi altri compagni ancora in disparte, probabilmente non giudicando necessario anche un loro coinvolgimento, era stata in grado di dimostrare tutta la propria animalesca aggressività saccheggiando una nave mercantile e sterminandone l'equipaggio intero, senza esprimere pietà o esitazione alcuna per il fato di chiunque a loro oppostosi. Una ristretta e temibile squadra che, tuttavia, malgrado ogni propria umana speranza, in quella sera non avrebbe conquistato altra ragione di soddisfazione, di ferino appagamento, venendo, altresì, umiliati dalla più completa assenza d'impegno apparentemente dimostrata dalla loro antagonista, la quale, peraltro, non avrebbe poi neppure richiesto loro un qualche pegno letale ove pur troppo semplicemente avrebbe potuto riservarsi sicuro successo anche in tal direzione.

mercoledì 28 settembre 2011

1351


« P
er Tarth… » esclamò l'uomo, in un primo istante colto in contropiede da quell'evoluzione del tutto inattesa nel dialogo con la propria sconosciuta pirata e, subito dopo, animato da giustificabile e ovvia ira verso colei che tanto violentemente non solo l'aveva offeso ma gli aveva anche procurato danno « Non so chi tu sia, razza di cagna, ma ti assicuro che presto del tuo bel visino resterà solo il ricordo! » annunciò, balzando in piedi e, nel compiere ciò, proiettandosi direttamente contro di lei, per travolgerla di peso e, così facendo, gettarla a terra e lì schiacciarla.

Con ammirevole prontezza di riflessi e rapidità d'esecuzione, tuttavia, la donna, ipoteticamente trent'enne o all'incirca tale, non accettò di lasciarsi sopraffare da chi esplicitamente cercato qual proprio antagonista, reagendo sì repentinamente da non concedere ad alcuno dei pur numerosi spettatori lì presenti, sul momento, occasione di apprezzare quanto potesse essere accaduto e, soprattutto, in che modo l'uomo prima slanciatosi contro di lei, si potesse essere ritrovato sbalzato in aria oltre la sua posizione, nel mentre in cui ella sarebbe potuta apparire qual rimasta del tutto immobile.
In verità, tutt'altro che statica avrebbe dovuto essere riconosciuta la sua reazione innanzi al tentativo d'aggressione addottole, dal momento in cui, nel fuggevole intervallo scandito da un fremito di ciglia o, forse, da un battito del cuore, ella aveva freddamente accolto a sé l'avversario, afferrandolo per le spalle, facendo leva contro il suo addome con la propria gamba destra e lasciandosi ricadere all'indietro, per sfruttare, a suo discapito la sua medesima energia cinetica, la forza da lui impiegata in quell'ipotetico ghermire, e per farlo volare alle proprie spalle nel mentre in cui, con meravigliosa eleganza, tornava a recuperare una posizione eretta, a rialzarsi esattamente là dove un attimo prima offertasi, lasciando qual unica evidenza del proprio spostamento, della propria azione, un lieve ondeggiare della lunga treccia lì non più adagiata fra il collo e la spalla, ma lasciata libera di pendere in corrispondenza della sinuosa schiena, attirando involontariamente l'attenzione di qualunque testimone su una coppia di ali in posizione di riposo finemente tatuate in corrispondenza delle sue scapole.

« Per mia fortuna, il tuo equilibrio non è superiore alla qualità del tuo canto. » lo sbeffeggiò ella, sorridendo con sadico piacere nell'ascoltare i gemiti e le imprecazioni conseguenti a tutto ciò senza neppure volgersi verso la fonte di quanto, i primi individuabili, ovviamente, nello stesso cantore a cui ancora stava offrendo verbale riferimento, mentre i secondi provenienti da un gruppo di altri avventori della taverna, il cui tavolo era stato coinvolto, senza colpa alcuna, in quelle vicende.
« Dannazione… » commentò uno fra i figli del mare lì impropriamente chiamati in causa, sollevandosi in piedi con aria contrariata.
« E' mai possibile che non ci si possa bere una birra in pace da queste parti?! » domandò una giovane, al suo fianco, con fare apparentemente retorico e pur sostanzialmente rivolgendosi in tal senso alla donna riconoscibile qual causa diretta della perdita del loro beveraggio, a richiederle necessario risarcimento per quanto avvenuto, nel sottintendere quanta magnanima tolleranza sarebbe così stata disposta a riconoscerle.

Ma la sensuale apparizione dai lunghi capelli castani non parve accettare di destinare il benché minimo interesse in tal senso, limitandosi a dimostrarsi più che soddisfatta dall'imposta conclusione dello sgradito canto e, subito dopo, muovendo quieti passi verso una tavolata dalla quale si era solo estemporaneamente allontanata, e alla quale i suoi compagni, esultanti il suo nome, la stavano attendendo levando i propri boccali in suo onore.
Un disinteresse in conseguenza al quale, se pur il bardo sua vittima non avrebbe potuto addurle ulteriore ragione d'offesa a proprio discapito, nel riversare ancora al suolo forse privo di sensi per il colpo subito, il gruppo misto di uomini e donne presenti al tavolo appena rovesciatosi non volle offrirsi egualmente indifferente, lasciando crescere l'impeto delle proprie proteste e, in tal senso, cercando di richiamare l'attenzione di chi avrebbero voluto veder intervenire a offrire loro necessarie scuse.

« Ehy, Tahara… » esclamò uno dei commensali della donna, mantenendo sollevato nella propria destra una pinta di liquido ambrato e, nel contempo, estendendo il corrispettivo indice per indirizzare lo sguardo della camerata verso il gruppetto di tumultuosi « Ho l'impressione che dovrai sborsare un bel po' d'oro questa sera, se vorrai uscire illesa di qui! » rise divertito, esponendo tale possibilità, simile prospettiva, quasi fosse propria di un giuoco, e non riguardasse una possibile rissa dalla quale ella avrebbe potuto ricevere danno.
« Chi… io?! » replicò la donna identificata dal nome Tahara, aggrottando la fronte per un istante con fare disorientato, per poi voltarsi a cercare di comprendere le ragioni di quell'avviso, di simile appello, salvo, ancor successivamente, gettare il proprio intero capo all'indietro, per offrire sfogo a una sonora esplosione d'ilarità « Credo che tu abbia bevuto troppo, mio buon Braal, se davvero pensi che io intenda sprecare un solo soffio di polvere d'oro per un branco di bifolchi come quelli… » sentenziò, scandendo ad alta voce ogni singola sillaba pronunciata, a non concedere possibilità alcuna di fraintendimento a tal riguardo ai diretti interessati, da lei in quelle stesse parole così offesi in misura non inferiore al cantore già aggredito, e per motivazioni non più legittime o trasparenti rispetto a quelle in contrasto al primo.

Espressione, la sua, che, se pur venne accolta da un nuovo scoppio di risa e di approvazione popolare da parte dei suoi compagni e compagne d'equipaggio, lì seduti tutti insieme attorno al medesimo tavolo, prevedibilmente e, forse, ineluttabilmente non poté raccogliere eguale compiacimento da parte dell'altro gruppo, il branco di bifolchi da lei in tal modo ingiuriato. E così come già era stato pocanzi per il primo sventurato da lei aggredito, colto di sorpresa da tanta ingiustificata avversione, considerabile fuori luogo persino entro i limiti di una capitale di predoni e tagliagole come Rogautt, anche quegli uomini e quelle donne accolsero il suo comportamento e le sue parole prima con smarrimento, e poi con ira, non potendo che condannare l'alterigia dimostrata da colei che pur sarebbero stati pronti a ignorare, malgrado tutto, se solo avesse avuto il buon senso di risarcirli per il danno subito senza alcuna ragione.

« Per tutti i tritoni figli delle onde! » proferì uno fra loro, sguainando la lama di un corto, lucente pugnale prima mantenuto a riposo dietro la schiena, in un gesto tanto rapido quanto naturale « Non so chi tu pensi di essere, idiota insolente, ma se credi di poterci trattare come pezze da piedi ti sbagli di grosso… » la avvertì, indicandola con la propria arma in un atto assolutamente esplicito nei propri impliciti significati.
« Pagaci immediatamente da bere… e forse potremo far finta di non aver sentito nulla. » appoggiò e incalzò un secondo interlocutore, intervenendo a sua volta in reazione alla tracotanza dimostrata dalla donna e scagliando in un gesto altrettanto trasparente nei propri significati un boccale di legno in direzione della stessa, storcendo poi le labbra verso il basso « In caso contrario, non credere di potertela cavare tanto semplicemente come con quel disgraziato. »

Intimazioni estremamente serie nei toni utilizzati, e nelle promesse così definite, in ascolto alle quali la diretta interessata avrebbe probabilmente dovuto dimostrare un pur minimale turbamento, o, anche solo, e semplicemente, l'estemporaneo abbandono della sardonica espressione impressasi sul suo viso in contemporanea alle ultime parole proposte.
Ciò nonostante, l'affascinante Tahara non solo non volle riconoscere, ancora una volta, la benché minima importanza ai propri possibili nuovi avversari, ma, peggio, si impegnò a dileggiarli apertamente, prima gettando, nuovamente, il proprio capo all'indietro in un'altra grassa risata, e subito dopo proponendo una personale interpretazione di quella medesima vicenda e, con essa, una chiara espressione delle ragioni di tanta letizia per lei allora propria.

« "Non so chi tu sia…" » ripeté quanto pocanzi affermato dal bardo, prima di affrontarla « "Non so chi tu pensi di essere…" » continuò, citando i propri nuovi interlocutori e, in ciò evidenziando un chiaro parallelismo fra le rispettive scelte lessicali « State tutti continuando a ripeterlo, quasi tanta ignoranza possa essere giustificatrice per voi. Possibile che, tuttavia, non riusciate a porvi il dubbio che la qui presente sia a un livello così superiore a chiunque qui presente da rendervi simili a semplici infanti capricciosi che giuocano a fingersi adulti? Così facendo vi risparmiereste tanti guai… »

martedì 27 settembre 2011

1350


P
erché seppur entrambe tanto belle

non saran ragione di bagatelle,
e se con Midda c'è di che temere,
con Nissa sprecherete le preghiere
nel chieder di conservar le budelle
non ridotte a pezzi da lamelle.

Una canzone che, in parte in diretta conseguenza all'importanza e notorietà del soggetto protagonista della stessa, in parte e ancora in virtù alla specifica importanza e notorietà, almeno entro i limiti del proprio dominio, del soggetto lì proposto qual antagonista, non si negò neppure l'occasione di giungere alle sponde della lontana isola di Rogautt, seppur, entro simile territorio, venendo reinterpretata in una chiave assolutamente inedita rispetto alla versione già diffusasi nel continente:

Alla fine di sì tanto frignare
spero che saprete or ricordare
che Midda Bontor ha una sorella,
di lei inver persino più bella,
che s'è impegnata a insultare
con questa storia che fa vomitare.

Ma non scordate che questa gemella,
cui nome v'ispirerà cacarella,
alcuna fola ha mai diffuso
per di vostra pietà far proprio uso,
con agir più vicino ad ancella
che, traditrice, schiena accoltell…

« Quanto vuoi?! » intervenne una voce femminile, a interrompere con fare energico l'impegno canoro, e denigratorio, del bardo scompostamente appostatosi in un angolo della taverna, e lì impegnatosi a declamare, in versi sguaiati, quella grottesca parafrasi.

Presa di posizione incredibilmente vigorosa, quella in tal modo resa propria dal tono appena impostosi all'attenzione dell'uomo, in conseguenza della quale, prima ancora di risollevare lo sguardo nella direzione della propria interlocutrice, il pirata allora interpellato avrebbe potuto facilmente associare a una figura tozza e inelegante non meno rispetto alla propria stessa immagine, ben lontana dal poter soddisfare una qualunque fantasia in termini di femminilità e sensualità, e la quale, altresì, ebbe allora modo di sorprenderlo, addirittura di spiazzarlo, nell'imporsi del tutto opposta a ciò, quando i propri occhi si posarono su una donna di una bellezza a dir poco sconvolgente, tal da doversi forse considerare addirittura aliena alla realtà propria di quell'isola.
Un viso praticamente perfetto, integro in ogni proprio dettaglio e del tutto privo di sfregi, cicatrici o, anche solo e banalmente, semplici graffi, faceva sfoggio di una pelle naturalmente bronzea, probabile segno di un sangue in parte o completamente estraneo al territorio tranitha ma, non per questo, privo di ragioni d'interesse, di fascino, anzi, forse e probabilmente esaltato a tal riguardo da un fattore esotico di indubbio valore. Grandi occhi marroni, al centro di tale offerta, sembravano brillare di luce propria, non in banale conseguenza del riflesso delle numerose lampade lì presenti, quanto, e piuttosto, nell'irraggiare un bagliore autonomo, un'energia indipendente e carica di incredibile calore e passionalità, per riuscire a porsi degno della quale in molti avrebbero perduto il senno se non, addirittura, la vita, Attorno a ciò, lunghi capelli castani si mostravano legati in una complessa treccia che, dall'alto del suo capo, ridiscendeva dietro il suo collo e, poi, sulla sua spalla destra, lì adagiatosi forse per mera coincidenza e, pur, con incedere utile a sospingere, se ve ne fosse stata ulteriore necessità, un qualunque sguardo a lei rivolto in direzione del suo lungo e affusolato collo e, ancora, del suo petto e dei suoi seni. Petto e seni, questi ultimi non eccessivi nelle proprie proporzioni, e pur indubbiamente femminili e maturi, che nelle proprie forme apparivano limitatamente celati una doppia coppia di strisce di stoffa rossa e nera, intrecciate dietro la schiena di lei e unite poco sotto alle sue clavicole da un groppo anello dorato. D'oro, o comunque apparentemente tali, oltre a quell'ornamento intrinseco del suo stesso abbigliamento, erano lì presenti anche voluminosi pendenti posti ai lobi delle sue piccole orecchie, così come due più sottili bracciali posti in corrispondenza alla terminazione inferiore di entrambe le spalle: spalle e braccia sotto la pelle nuda delle quali, guizzante e atletica, si palesava una quieta muscolatura, utile a dimostrarne la preparazione fisica e, ciò nonostante, a non turbarne l'armonia estetica, a non rinnegare neppure una stilla di femminilità in lei. E come le spalle e le braccia, ancor più l'addome, a sua volta completamente scoperto, avrebbe imposto all'attenzione di qualunque osservatore quel perfetto equilibrio fra tempra fisica e eleganza, offrendo un ventre solo appena curvilineo, al di sotto del quale, con incredibile semplicità e naturalezza, avrebbero fatto capolino i suoi muscoli ove contratti. Attorno ai fianchi, dolcemente tondeggianti, era intrecciata una doppia cintura di pelle, forse a riprendere il concetto già espresso dalla copertura dei seni, alle estremità delle quali pendevano due corti foderi fra loro assolutamente identici, seppur contrapposti, ospitanti al proprio interno due pugnali dalle lame curve, di foggia orientaleggiante. A completare il quadro d'insieme, le sue gambe erano lì fasciate da pantaloni di stoffa duplicemente legata lungo la linea esterna di entrambe le cosce, e colorata in motivi geometrici, tali da alternare rombi rossi, neri e marroncini a sottili segmenti gialli; nel mentre in cui i suoi piedi erano estemporaneamente ospitati all'interno di leggeri sandali, dei quali, al pari di chiunque altro all'interno di quella taverna e forse sull'intera isola, si sarebbe rapidamente privata non appena sarebbe stato necessario ritornare a bordo della propria nave, con la quale utile, se non indispensabile, sarebbe allora stata la ricerca di un contatto diretto.

« Sto parlando con te, lurido cane. » inveì ella, nuovamente, in maniera del tutto gratuita a discapito dell'uomo, osservandolo dall'alto verso il basso non in termini di natura meramente fisica, ma soprattutto psicologica « Quando vuoi, per l'ira di Tarth? »

Ove pur tanta eleganza, tanta intrinseca armonia, tanto fascino, erano pur propri e caratteristici della complessa immagine da lei offerta, nulla di tutto ciò sembrò comunque poter addolcire l'aggressività triviale altresì propria i suoi modi e delle sue espressioni, visive come verbali, quand'ella ripropose la già formulata richiesta, storcendo le labbra verso il basso e scoprendo, in tale affermazione, la parte superiore della propria bianca dentatura con aria contrariata.

« Quanto voglio… per cosa?! » questionò il cantore, e pirata, al pari di chiunque altro su quell'isola, nel faticare ad associare quanto offerto ai propri occhi con quanto proposto alle proprie orecchie, quasi l'immagine da lui osservata e la voce da lui udita non appartenessero alla medesima donna, a un comune soggetto, ma derivassero da fonti del tutto estranee.
« Quanto vuoi per stare zitto e piantarla con questa lagna allucinante! » esplicitò la donna, non più limitando le proprie azioni alla proposta di semplici parole, ma incalzando nel contrasto all'interlocutore con un violento calcio, tale da sfondare lo zither da lui trattenuto fra le mani sino a quel momento, e da scaraventare, in conseguenza, un'esplosione di schegge di legno contro il suo intero busto e volto « Già siamo costretti a sorbirci le cronache di quella dannata cagna a ogni passaggio nei porti di tutto Qahr… non ho alcuna voglia di sentir parlare di lei anche qui a Rogautt! »

lunedì 26 settembre 2011

1349


P
er quanto forse paradossale a credersi, in un'epoca antecedente all'avvento di Nissa Bontor, regina dell'isola di Rogautt, i pirati infestanti le acque dei mari sud-occidentali non avevano mai preso in esame l'idea di definire un qualunque genere di ordine, di organizzazione sovrana, atta a coordinare le proprie attività e a fondere le energie proprie di ogni singolo equipaggio nella forza di un gruppo, di una flotta degna di tale nome, concedendo, reciprocamente, a ogni singolo equipaggio, a ogni singola nave, il potere, l'autorità, derivante dall'intera moltitudine.

Per secoli, per millenni, probabilmente dall'origine della navigazione, e con essa della stessa pirateria, i predoni del mare avevano agito in assoluta e corrispettiva autonomia, sopravvivendo al di fuori di ogni sistema, di ogni ordine costituito, allo scopo di rendere proprio, in ciò, non tanto una qualunque ragione di vanto, un romantico principio di libertà assoluta, quanto, e più semplicemente, una selvaggia e incontrollata brama di oro e sangue, di omicidio e arricchimento, per loro istintiva e naturale così come sarebbe potuta essere la brama di carne per un qualunque squalo o ippocampo. Certamente, in maniera del tutto occasionale e priva di reale premeditazione, nel corso del tempo non erano venute meno alleanze fra qualche capitano pirata, dando luogo a ristrette flottiglie utili a contrastare in misura più efficace le difese delle proprie prede o, anche, le organizzazioni militari dei vari regni, volte a proteggere tanto per vie di mare, così come per vie di terra, la salvaguardia del proprio popolo, dei propri sudditi: ma tali alleanze, più prossime a patti di non belligeranza fra diversi equipaggi, fra varie ciurme, difficilmente avevano avuto occasione di perdurare sufficientemente a lungo da essere meritevoli di qualunque citazione all'interno della Storia, un pur semplice riferimento a imperitura memoria per le generazioni successive, dal momento in cui, puntualmente, esse erano sempre prematuramente terminate nel conflitto interno fra i loro stessi componenti, fra le parti in causa, le cui antipatie reciproche non avevano mai tardato a emergere tanto ove vittoriosi, quanto più ove perdenti. Se, infatti, in caso di trionfo contro i propri avversari, a discapito delle proprie prede, i vari capitani e i corrispettivi equipaggi avevano sempre lasciato prevalere la propria avidità, il proprio desiderio di possesso assoluto ed esclusivo, su ogni raziocinio rivolto al futuro, e alle nuove conquiste che pur sarebbero potute essere loro se solo non avessero infranto i patti inizialmente sanciti; in condizioni di sconfitta, gli eventuali superstiti non avevano mai mancato a scaricare ogni responsabilità, ogni colpa sui propri alleati e sull'idea stessa di tale alleanza, spesso e volentieri giungendo, in tal modo, a nuovi e sanguinari scontri fratricidi utili a terminare in maniera definitiva ogni questione rimasta in sospeso.
Per secoli, per millenni, così era stato e, probabilmente, così sarebbe ancora continuato a essere nel presente e in futuro se, all'incirca vent'anni prima, dal nulla, una fanciulla poco più che ragazza, non fosse intervenuta a modificare radicalmente l'assetto politico e organizzativo delle acque interne agli ipotetici confini tranithi e, successivamente, di tutti i mari lì adiacenti. Un cambiamento profondo e incredibile, una mutazione completa e, addirittura, affascinante, quella della quale Nissa Bontor si rese protagonista in sola virtù delle proprie energie, della propria volontà, del proprio intelletto e del proprio carisma, che, probabilmente, sarebbe stato meritevole di essere narrata in dozzine, centinaia di ballate, da ogni bardo non solo di Tranith, ma anche di Kofreya, Y'Shalf e Gorthia, se solo qualcuno sulla terraferma, entro la sicura protezione del blocco continentale di Qahr, ne fosse stato informato, avesse avuto un semplice e banale sentore di una rivoluzione sì importante. Ma per colei che, ancor giovanissima, era riuscita a divenire prima capitano di una nave, e poi commodoro a comando di molteplici navi, e successivamente a prendere addirittura possesso di una piccola isola ai confini del mondo conosciuto, Rogautt, trasformandola nella capitale del proprio dominio e divenendone regina incontrastata, alcuna fama, alcuna notorietà era stata prevista o tributata dal resto del mondo, da un qualunque uomo o donna estraneo alla propria diretta influenza, al proprio esplicito potere. Un silenzio, un disinteresse, forse conseguente all'estraneità del dominio di Nissa rispetto a qualunque consueto potere costituito, tale da negare nelle genti comuni ogni possibile apprezzamento popolare nei confronti di chi della razzia e dell'omicidio aveva reso il proprio scopo di vita; o forse, e non meno probabilmente, conseguente a un dirottato interesse da lei in favore di un'altra figura femminile a lei contemporanea, e dimostratosi, suo pari, altrettanto energica, volitiva, intelligente e carismatica, in un'affinità, non solo psicologica ma anche fisica, tutt'altro che casuale, in quanto sua sorella gemella… Midda Bontor.

Midda Bontor, in origine marinaia e avventuriera, oltre quindici anni prima era stata costretta proprio da Nissa, e dal suo odio per lei, ad abbandonare le vie del mare in favore di quelle di terra, facendo così propria la professione di mercenaria e votandosi, in essa, al compimento non di banali compiti, di semplici incarichi, ma di imprese sempre degne di estasiata ammirazione, ove volte al superamento di ogni limite stabilito, alla realizzazione di quanto, fino a prima del suo arrivo, era stato considerato impossibile, estraneo a ogni umana speranza di realizzazione. In lotta, di volta in volta, contro chimere e tifoni, zombie e negromanti, gargolle e scultoni, nel recuperare reliquie spesso appartenenti al Mito ancor prima che alla Storia, e nel conquistare templi le cui divinità erano state dimenticate da secoli remoti, probabilmente estinte al pari di tutti i propri fedeli, Midda era riuscita, invero senza alcun particolare interesse in tal senso, a divenire già leggenda quand'ancor in vita, venendo in ciò persino accomunata a figure di grandi eroi del passato o di divinità della guerra o della morte, come la dea Marr'Mahew, della quale era da tempo considerata figlia terrena. E proprio in tanta gloria, in tanta fama, forse in maniera accidentale, forse e piuttosto per esplicita volontà della memoria collettiva, per così come promossa e alimentata quotidianamente da bardi e cantori, ella aveva avuto successo nell'offuscare completamente l'eventuale, negativa fama della propria gemella, il cui nome, in effetti, neppure sarebbe stato conosciuto, sarebbe stato ricordato, al di fuori di Rogautt, se non fosse stato per una sua esplicita volontà in tal senso, per un suo definito desiderio volto a informare il mondo intero dell'esistenza di Nissa Bontor e, soprattutto, della sua giurata avversità.
Se, infatti, per quasi quindici anni, l'odio della regina dei pirati era stato apparentemente soddisfatto dall'obbligata scelta della propria gemella, costretta ad abbandonare le vie del mare nella speranza di accontentare, così facendo, la bramosia di sangue alla base della promessa di imporre dolore e morte su qualunque figura a sé prossima nel momento in cui non avesse rinunciato a quanto di più importante aveva dato dimostrazione di tenere nella propria esistenza, il proprio stesso rapporto con gli illimitati orizzonti marini e le infinite avventure lì a lei offerte; in conseguenza a un lungo periodo di assenza, un intero anno, di Midda nei territori da lei abitualmente frequentati, le province di Kofreya e i regni lì confinanti, Nissa aveva voluto rendere propria l'occasione di screditare la fin troppo positiva fama della propria gemella, nonché di offrirle in ciò nuove ragioni di pena nella morte di nuove persone a lei dimostratesi care, se pur esterne ai confini del mare proclamato quale proprio esclusivo dominio, sfruttando a tal fine la propria perfetta somiglianza con lei per agire in suo nome. Ennesima dichiarazione di guerra, quella in tal modo proclamata dall'una, innanzi alla quale l'altra, che pur per tanto tempo aveva cercato di evitare aperto conflitto, non aveva potuto restare ulteriormente in silenzio, decidendo, pertanto, di prendere esplicita posizione in contrasto alla propria gemella e, in tal senso, di approfittare, per la prima volta nella propria vita, della gloria accomunata al proprio nome per far conoscere la sua personale versione dei fatti, a mettere chiunque in guardia dalla profonda differenza esistente fra Midda e Nissa Bontor, per quanto fra loro tanto simili.

E così, all'inizio di quella nuova stagione invernale, conclusiva di un ennesimo e consueto ciclo annuale, ben poche persone, in Kofreya come in Tranith, ma anche in Y'Shalf e in Gorthia, avrebbero potuto affermare di ignorare l'esistenza di una seconda Bontor, dotata degli stessi occhi color ghiaccio e delle sue medesime, generose forme, ma caratterizzata da una ferocia e da una crudeltà sconosciuta alla prima, come suggerito dai versi conclusivi di quella che, ovunque, era ormai conosciuta qual "La canzone di Midda":

In conclusione a troppo narrare
mi auguro potrete rimembrare
che le Bontor sono due sorelle
molto diverse sebbene gemelle:
attenzione quindi a non sbagliare
l'un con l'altra a identificare.

domenica 25 settembre 2011

1348


E
ccezion fatta per pochi, fuggevoli momenti di ricercata ironia, a difendere il proprio, personale equilibrio mentale, i due mercenari non ricercarono, nel mentre del loro peregrinare all'interno della montagna, altre particolari occasioni di dialogo, escludendo, in ciò e particolarmente, ogni specifico riferimento alle cause che, a tutto quello, li avevano condotti. E se, da un lato, Howe non si era infatti ancora dimostrato particolarmente desideroso di esplicitare quanto accaduto all'interno della stanza in cui era stato lasciato con i tre thusser deformi a stabilire i termini del loro accordo, il giusto prezzo che egli avrebbe dovuto riconoscere loro per ottenere il nuovo arto metallico lì ricercato; sul fronte contrapposto, Midda non aveva reciprocamente espresso alcuna particolare curiosità in tal senso, ove, dopotutto, sin troppo trasparente avrebbe dovuto essere riconosciuta la dinamica dei fatti, per così come avvenuti.
Solo trascorsi i due giorni di incerto vagabondare all'interno degli stretti e labirintici cunicoli della montagna, e trascorsi, dopo di essi, altri cinque giorni, utili alla coppia a recuperare energie, ristorando e curando i propri corpi con tutta l'acqua e tutto il nutrimento che riuscirono a ricavare dall'inospitale ambiente a loro circostante, e a ritrovare il proprio equipaggiamento, là dove lo avevano abbandonato insieme ai propri equini sodali, questi ultimi prevedibilmente e irrimediabilmente scomparsi, il principale e unico promotore di quell'avventura volle far propria occasione di conclusivo dialogo attorno alla medesima, in quello che probabilmente sentì proprio qual un obbligo morale nei riguardi di chi, sino a quel momento, aveva accettato quanto accaduto con incredibile pragmatismo, senza addebitargli alcuna colpa in tal senso.

« Ti dispiace se ci fermiamo un attimo? » le propose, interrompendo il dialogo fra loro in atto su argomenti assolutamente faceti, e, in tal senso, offrendo un tono di voce più serio, più controllato rispetto a quello adottato sino ad allora, utile a trasmettere la propria volontà di affrontare un tema decisamente diverso e, dal suo punto di vista, indubbiamente meno gradevole.
« Mmm… » esitò la Figlia di Marr'Mahew, soppesando l'intensità di quella richiesta e la loro attuale posizione, e alfine valutando la questione come ammissibile, nel bloccare il proprio cammino e voltarsi verso di lui con un sereno sorriso « E' una cosa breve o preferisci sederti? » gli domandò, con trasparente tranquillità, tale da escludere, ove anche ella avesse intuito le intenzioni dell'interlocutore, una qualche sostanziale volontà di rimprovero o di condanna a suo discapito, quale, del resto, non aveva espresso evidenza sino ad allora.
« Sediamoci pure. » valutò egli, stringendosi fra le spalle a minimizzare l'importanza di tale scelta, e, dopo di ciò, lasciando appoggiare a terra la propria bisaccia, invero tutt'altro che scontento del riposo conseguente, in maniera collaterale, alla richiesta appena scandita « Mi piacerebbe chiarire quanto è avvenuto una settimana fa… ritengo che sia una scelta corretta da parte mia, soprattutto ove ti ho rimproverata troppe volte di avermi taciuto le informazioni in tuo possesso. »
« Come preferisci. » annuì ella, privandosi a propria volta del carico da lei condotto seco, prima di lasciarsi sedere, senza particolari cerimonie, sul bordo interno della tortuosa mulattiera da loro lì percorsa, con le spalle contro il profilo della montagna e il volto in direzione del vasto paesaggio aperto innanzi a loro, quest'ultimo, in effetti, privo di particolare ragione di attrazione come la quasi totalità del dominio proprio del regno di Gorthia « Rammenta, tuttavia, che non potrò fare altro che ascoltarti… » soggiunse, ancora con estrema serenità e indubbia cordialità verso di lui.

Howe, rivolgendo lo sguardo al proprio braccio mancino, a quell'immobile e probabilmente inutile protesi metallica che, comunque, era stata legata a quanto rimastogli dell'arto originale, comprese perfettamente l'accenno intrinseco in quelle ultime parole offertegli dalla mercenaria, ora non più considerandola, in ciò, qual a sé avversa. In tal modo, infatti, ella aveva chiaramente rievocato lo spettro del proprio impegno, del proprio vincolo già esplicitato quand'ancora dentro i limiti della Vallata, nel merito dell'impossibilità per lei di esprimersi in qualunque modo attorno alla questione thusser: un obbligo, altresì e forse paradossalmente, non gravante sull'uomo proprio in conseguenza del suo rifiuto ad accettare l'accordo con quelle creature.

« Io… » riprese voce lo shar'tiagho, accomodandosi accanto a lei e, tuttavia, subito smarrendo il filo conduttore dei propri pensieri, non riuscendo, in verità, a individuare parole utili a esprimere quanto desiderava comunicarle e, forse, non riuscendo neppure a prendere una chiara decisione nel merito di quanto effettivamente idoneo qual oggetto di tal discorso che pur si sentiva in obbligo a fare « … io credo di doverti ringraziare… e, al contempo, di dover invocare il tuo perdono. »
Midda restò in silenzio a quelle parole, offrendosi a lui qual attenta ascoltatrice senza, in ciò, offrire un benché minimo cenno utile a distrarlo, in un atteggiamento psicologico dopotutto non diverso da quello da lei già reso proprio nell'osservarlo dondolarsi al di sopra del fiume di magma incandescente.
« Sinceramente non ricordo se, da quando tutto questo ha avuto inizio, vi sia stata da parte mia una qualche espressione di gratitudine nei tuoi riguardi. » proseguì egli, continuando nella direzione già intrapresa, forse eccessivamente ampia nel merito del tema stabilito, ma utile a permettergli di individuare i termini più corretti con i quali esprimersi « Voglio tuttavia ringraziarti per quanto ti sei impegnata da fare per me: ora, purtroppo con il famigerato senno di poi, riesco a comprendere l'ordine di misura di quanto gravoso tutto ciò avesse da essere per te. Al punto tale che la disavventura con Quilon potrebbe persino perdere valore… »
« Beh… ora non esageriamo. » sorrise ella, interrompendolo e piegando appena il capo di lato, con espressione forzatamente divertita « Quilon era un grandissimo dannato cane, figlio d'una cagna maledetta. E l'occasione di aver potuto chiudere la questione con lui, rimasta effettivamente in sospeso da troppo tempo, non può essere assolutamente giudicata qual priva di valore… » puntualizzò, a rassicurare l'altro a tal proposito.
« Non intendevo riferirmi a quanto avvenuto questa volta con Quilon… ma a quanto occorso all'epoca. » si corresse, specificando meglio il riferimento da lui compiuto al fine di non riservarle ambiguità di sorta, per quanto simile accenno avrebbe potuto rievocare in lei immagini meno gradevoli rispetto alla recente vendetta ottenuta su quell'uomo « E ora, e purtroppo tardivamente, come dicevo, mi è stata data la possibilità di capire le ragioni della tua ritrosia a condurmi fin da loro. »

La donna dagli occhi color ghiaccio restò in silenzio a quelle parole, evitando di intervenire nuovamente ma sinceramente apprezzando la scelta lessicale da lui compiuta, nel non tentare di arrogarsi, in maniera troppo semplicistica e ingenua, una qualche reale confidenza con il peso gravante sul suo animo nel confronto psicologico con i thusser e la loro intera civiltà, quanto, piuttosto, riconoscendo la propria impossibilità in tal senso e, ciò nonostante, riconoscendo l'effettiva esistenza di tutto quello, e la sua fin troppo opprimente ombra sulla vita di lei. Con un lieve sorriso, pertanto, ella comunicò all'interlocutore tale approvazione, invitandolo implicitamente a proseguire per come desiderato…

« Io… » riprese ancora una volta lo shar'tiagho, per un istante arenandosi nuovamente innanzi a quell'ostacolo e, tuttavia, subito dopo sforzandosi a proseguire, ora con maggiore decisione per esprimere quanto sino ad allora rimasto taciuto « Io… non ce l'ho fatta. » ammise, con un profondo sospiro, offrendo corpo a una verità già trasparente, assolutamente retorica, e pur impegnativa, qual solo sarebbe potuta essere la ragione alla base del rischio imposto sulle loro vite, sul loro futuro nella fuga dai thusser.
« Ero convinto di farcela, ero sinceramente pronto ad accettare qualunque prezzo mi avrebbero domandato. E, per questo, hanno iniziato a impiantarmi il nuovo braccio, pur, ancora, non concedendogli animazione alcuna. » rievocò, proseguendo nella narrazione « Ma… quando hanno definito i termini del loro accordo, quando mi hanno chiesto di prendere il posto di Quilon, rimasto purtroppo vacante in conseguenza della sua prematura scomparsa, ho compreso che neppure il mio originale braccio sinistro, con la sua carne, le sue ossa e la sua pelle, sarebbero valsi la rinuncia alla mia libertà. » spiegò, non nel desiderio di giustificarsi, quanto, e piuttosto, di chiarire il perché quanto accaduto era occorso « Così mi sono spaventato, mi sono sentito tratto in trappola… e non sono riuscito a resistere un ulteriore istante. »
« E li hai uccisi… » concluse l'altra, senza dimostrare rammarico per quelle morti pur ingiustificate.
« Sì… » annuì Howe, storcendo le labbra verso il basso « Li ho uccisi quasi senza neppure rendermi conto di quanto stessi compiendo. E, così facendo, ho rischiato di condannarci entrambi a morte. Condanna che, nella mia idiozia, ho successivamente ribadito quando, ancora non ascoltandoti, sono cors… »
« Basta. » levò ella una mano a bloccarlo, a domandargli di non aggiungere altro « E' sufficiente. Non desidero che tu ti possa ulteriormente umiliare per questa ragione. » scosse il capo, a negare l'utilità di tanto insistere attorno a un'argomentazione ormai passata, nel rivangare la quale non avrebbero fatto proprio alcun vantaggio, alcun guadagno.
« Ma… » tentò di protestare egli, evidentemente non soddisfatto da tale arresto impostogli.
« Howe… » lo richiamò la donna, cercando con la propria mancina la sua destra e, in un gesto di sincero affetto, stringendola delicatamente, in una ricercata intimità qual mai prima vissuta fra loro « Non devi considerare quanto è avvenuto qual meritevole di rimprovero da parte mia. Al contrario… » sorrise ella, parlando con assoluta sincerità e trasparenza « Rifiutando di arginare, in maniera ridicola e artefatta, la tua mutilazione fisica, sei invero riuscito a difendere, e ripristinare la tua integrità molto più di quanto non abbia compiuto io stessa più di quindici anni fa, quando mi ritrovai nella tua stessa condizione. »
In conseguenza di simile asserzione, fu allora il turno dell'uomo di mantenersi in silenzio, rivolgendo la propria attenzione all'interlocutrice, nell'apprezzarne le parole e l'impegno da lei posto dietro alle medesime.
« Abbiamo rischiato di morire… è vero. Ma per noi, questo non è forse la affare di tutti i giorni?! » minimizzò la Figlia di Marr'Mahew, ancora serena nella propria voce e sul proprio viso « Credimi, amico mio. Con quanto hai compiuto una settimana fa, tu non ti sei dimostrato meritevole di critica alcuna da parte mia. Al contrario… » definì, ancora stringendo la mano di lui nella propria « … ti sei dimostrato meritevole di tutto il mio rispetto, per aver avuto successo là dove io stessa ho fallito. »

E se, in simile presa di posizione della compagna, nonché nel contatto fisico da lei ricercato, lo shar'tiagho non avrebbe potuto ovviare a un momento di intima esultanza, ringraziando gli dei tutti per quanto avvenuto, una parte della sua mente, del suo cuore e del suo animo non poterono ignorare un tragico dubbio, destinato tuttavia a restare tuttavia inespresso, sul giusto prezzo che Midda Bontor aveva accettato nel giorno in cui aveva reso proprio il nero braccio dai rossi riflessi in sostituzione al destro da lei perduto.

sabato 24 settembre 2011

1347


A
un successivo tentativo di stima sul tempo trascorso all'interno della montagna, la Figlia di Marr'Mahew e il suo compagno di viaggio avrebbero potuto esprimersi in una valutazione del periodo loro occorso a riconquistare una possibilità di contatto con il mondo al quale appartenevano, e al quale sinceramente desideravano poter fare ritorno, in una misura non inferiore a un giorno e mezzo, sebbene, più probabilmente, si protendessero anche verso i due… e oltre.
Due giorni, pertanto e all'incirca, nel corso dei quali la coppia si ritrovò, proprio malgrado, costretta a dimenticare non semplicemente la luce del sole ma, più in generale, qualunque concetto di luce, sopravvivendo nelle viscere della terra all'interno di tenebre sì fitte quali mai avrebbero potuto sperare di affrontare nuovamente in futuro. Una condizione, oltre che fisicamente, innanzitutto psicologicamente avversa, la loro, nella quale, tuttavia, entrambi offrirono quieta riprova delle proprie capacità, della propria formazione, fisica e psicologica, ad affrontare situazioni entro le quali, probabilmente, chiunque altro avrebbe perduto il senno, rinunciando a ricercare una via di fuga diversa da quella più vile, il suicidio. Ma non l'assenza di luce, di acqua, di cibo e, inutile negarlo, di una qualunque consapevolezza sulla direzione da intraprendere per riconquistare quando desiderato, si posero in grado di frenare i passi di Midda e Howe, i quali, non senza un fugace attimo di commozione, riuscirono alfine a riemergere entro i mai tanto amati confini gorthesi, a rivedere, e ammirare con sincero affetto, l'argentea luce di un sottile spicchio di luna e delle stelle lì circostanti, in una serena e silenziosa notte.

Nel lungo e impervio cammino all'interno del cuore della montagna, ovviamente, non erano mancati, per loro, brevi momenti di crisi, atti a ricordare a entrambi, probabilmente, quanto al di là di ogni proprio impegno a dimostrarsi superiori, freddi e controllati, avessero sempre e comunque da dover essere considerati qual comuni mortali, semplici esseri umani con i propri pregi e i propri difetti. Crisi, quelle avvenute, spesso conseguenti a futili motivi, quali l'ennesimo graffio o taglio o contusione derivante da uno spiacevole impatto con la roccia loro circostante, e tale da porsi qual scintilla per un problema ben più profondo, un disagio intimo sicuramente presente, per quanto represso, che in tali occasioni sembrava prossimo a imporsi con forza sulla loro coscienza e, peggio ancora, nel rapporto con il proprio compagno.
Ciò nonostante, e malgrado ogni passata, remota e non, incomprensione fra quei due particolari alleati, si venne a rinforzare, o forse a rinnovare, ricreato dal proprio stesso principio, un rapporto di più intima complicità, che, Howe non si poté negare un sorriso al pensiero, probabilmente avrebbe generato non poca invidia da parte del proprio biondo fratello Be'Wahr, lì ritrovatosi a essere, senza colpa alcuna, escluso. Dopotutto, nell'essere posti soli e dispersi in una realtà per loro implicitamente avversa, venendo privati, in ciò, di qualunque concreta certezza di sopravvivenza, di ritorno alla propria quotidianità, inevitabile anche per due acerrimi nemici, quali essi, comunque, mai erano stati, sarebbe stato scendere a un qualche compromesso, a una tregua utile a non rinnegare la presenza, accanto a sé, del solo, altro essere vivente rimasto in quel mondo fuori dal loro mondo, in quella realtà estranea a ogni realtà a loro nota.

« Ti prego… » aveva sussurrato lo shar'tiagho in un momento di riposo, all'incirca dopo un giorno trascorso dagli eventi che lo avevano visto appeso a strapiombo sul fiume di lava, esprimendosi con tono soffocato in naturale reazione all'arsura presente nel profondo della propria gola e nella propria bocca, a causa della tragica assenza di liquidi loro imposta « … ammettilo. »
« Ammettere… cosa?! » aveva replicato la donna guerriero, la quale, nelle condizioni nelle quali si erano ritrovate, aveva ormai ampiamente rinunciato a impegnare i propri momenti di requie in un qualche esercizio fisico, conscia di come non avrebbe potuto permettersi di sperperare a cuor leggero le proprie energie in una simile abitudine.
« Ammetti che, se solo non fossimo entrambi sfiniti, avresti approfittato di questo ambiente tanto intimo per abusare di me… » aveva allora commentato egli, cercando evidentemente in quella maliziosa ironia di stemperare un proprio personale disagio nel confronto con quanto lì loro imposto « … lo so che mi desideri in maniera ossessiva sin da quando mi hai fatto spogliare qualche settimana fa, nel tempio di Thatres. »
« Howe… » aveva sospirato ella, non trattenendo una sommessa risata di sincero divertimento « Sei incredibile. Te lo ha mai detto nessuno?! »
« Oh… me lo dicono tutte, non ti preoccupare. » aveva concluso egli, prima di abbandonarsi a un lieve, e tutt'altro che sano, momento di sonno « Solo che, in genere, attendono di avermi provato prima di esprimersi in tal senso. »

Al termine di quel breve dialogo, rimasta sola nelle tenebre di quel cunicolo, del tutto identico a qualunque altro già esplorato in precedenza e, sicuramente, a qualunque altro avrebbero successivamente attraversato, al punto tale da poter suscitare il legittimo timore di star girando in tondo, ripercorrendo continuamente i propri stessi passi senza alcuna coscienza a tal riguardo, Midda non esitò a ricercare contatto tattile con il bracciale dorato avvolto sotto la propria spalla sinistra, muovendo le dita della stessa mancina ad accarezzarne le forme perfettamente plasmate e, in tal gesto, a rievocare nella propria mente il ricordo del proprio ultimo, e attuale, amante, Be'Sihl, domandandosi se e quando, effettivamente, sarebbe riuscita a fare ritorno da lui, a gettarsi, nuovamente, fra le sue braccia.
Conscia, del resto, ella era di come, anche riconquistando libertà da quel dedalo sotterraneo, ancora distante sarebbe stato il momento così tanto desiderato, in tutto ciò sognato, di ritorno a Kriarya, ove altre priorità l'avrebbero spinta a indubbia distanza dalla città del peccato e dalla serenità che solo là, nell'ultimo fra i luoghi che chiunque, nel resto del regno di Kofreya e in quelli confinanti, avrebbe avuto piacere di considerare qual propria dimora, ella avrebbe potuto ottenere. Ipocrita, tuttavia e in verità, ella avrebbe dovuto anche sentirsi in nostalgici momenti qual quello allora vissuto, ove, ovviando a ingannare se stessa, la mercenaria non avrebbe potuto negare quanto, malgrado la sincerità della propria malinconia al ricordo di Be'Sihl e dell'amore da lui sempre garantitole, entro i confini stessi della sua locanda e, più in generale, della stessa Kriarya, mai ella sarebbe comunque riuscita a permanere troppo a lungo, mai avrebbe potuto imprigionare il proprio animo irrequieto, ritrovandosi, allora come già in passato, impossibilitata a concedersi una vita tranquilla come chiunque altro.
Nissa non aveva forse iniziato a odiarla in quanto da lei tradita nelle proprie promesse, nei propri infantili giuramenti che le avevano garantito che mai l'avrebbe abbandonata, nel mentre in cui ella stava altresì progettando la propria fuga lontano dalla casa in cui era nata e cresciuta, e con essa dall'isola in cui mai avrebbe potuto conoscere violenza o dolore? E Ma'Vret, uomo straordinario, combattente valoroso, instancabile amante e, persino, affettuoso padre, che pur si era sempre dimostrato pronto a riaccoglierla a sé, a offrirle tutto il proprio più sincero sentimento, in una devozione indubbia e inoppugnabile, non era stato comunque da lei più e più volte abbandonato, ove mai ella avrebbe potuto condividere la vita di pace e di serenità a cui egli aveva voluto votarsi, estraniandosi dal mondo intero a sé circostante? Quale differenza avrebbe potuto caratterizzare il proprio rapporto con Be'Sihl rispetto a ogni altra relazione della sua vita, rispetto a quanto avvenuto con suo padre, sua madre, sua sorella gemella, tutta la sua famiglia e, ancora, a ogni altro amante da lei scelto nel corso della propria vita?
E, in tanto sconforto, una sola certezza avrebbe potuto, e riuscì, allora, a restituirle la necessaria serenità utile a mantenersi lucida e cosciente in un momento intrinsecamente drammatico qual quello lì vissuto. Una certezza volta a offrire risposta a ogni dubbio, a ogni timore in relazione al proprio rapporto con Be'Sihl, rapporto, del resto, dal quale già un anno prima aveva cercato stolida fuga, sciocca possibilità di evasione, salvo, successivamente e fortunatamente, comprendere il proprio errore, se pur non per proprio merito. La certezza che, a differenza di Nissa, a differenza di Ma'Vret, e a differenza di chiunque altro innanzi al quale ella era scappata senza poi concedersi occasione di ritorno, il suo buon locandiere mai avrebbe cercato di cambiarla, mai avrebbe tentato di chiederle di essere diversa da quello che era, con i propri pregi e i propri difetti, accettandola e amandola in futuro così come l'aveva accettata e amata in passato, per oltre quindici anni, anche quand'ella, troppo idiota per capirlo, aveva continuato a imporre una netta distanza fra loro.

venerdì 23 settembre 2011

1346


A
lcun ulteriore cenno fu, in tal frangente, offerto dalla donna guerriero, nella volontà della medesima di non offrire al proprio compare la benché minima occasione non solo di distrazione, ma anche e solo di ulteriore rimando nel confronto di quanto anche da parte sua finalmente accettato qual inevitabile. Qualsiasi sua risposta, dopotutto, avrebbe potuto prevedibilmente scatenare un nuovo intervento verbale da parte dell'uomo, nell'inconscia volontà, in tal modo, di riservarsi maggiore tempo per riflettere, maggiore margine fra la maturata consapevolezza di dover agire e l'azione stessa, ragione per la quale eliminare ogni tentazione in tal senso sarebbe dovuto essere considerato solo e inevitabilmente a suo stesso favore, in suo indubbio aiuto. In quieto silenzio ella attese pertanto che lo shar'tiagho ponesse in essere quel salto, quel breve volo verso il basso che, nel migliore e più auspicabile fra tutti i casi lo avrebbe visto raggiungere la salvezza con il traguardo stabilito, mentre nel peggiore e più tragico lo avrebbe visto ricadere all'interno della lava e lì morire all'istante. E non un solo altro verso di incitamento, di esortazione gli venne rivolto, riconoscendogli il diritto di riservarsi tutta la concentrazione necessaria a concludere quanto necessario. Dal canto suo, Midda, non avrebbe potuto negarsi altre ragioni di parallela analisi e riflessione sull'immediato futuro, su quanto sarebbe da lei stessa dovuto essere compiuto dopo il proprio compagno. Ragione per la quale, rinfoderando alfine la propria spada, ormai superflua nella propria stessa presenza, ella si preparò a ridiscendere a sua volta lungo quella parete rocciosa, nella positiva presunzione di successo per il proprio compare.
E dopo un tempo privo di oggettive possibilità di stima, di valutazione, dall'uomo ritenuto pari a un intervallo di pochi istanti, mentre dalla donna a uno di intere ore, nelle diverse emozioni in loro predominanti, egli contrasse improvvisamente l'intera muscolatura del proprio corpo, sospingendosi, un fugace attimo prima verso destra e poi, sempre facendo perno sull'impugnatura della propria lama, slanciandosi verso sinistra, in direzione del proprio obiettivo. Un'enfasi, quella da lui resa propria, che a posteriori sarebbe stata giudicata persino eccessiva, dal momento in cui, in conseguenza della stessa, il mercenario non solo raggiunse il varco individuato ma, addirittura, fu prossimo a superarlo, costringendosi con incredibile prontezza a correggere il proprio moto nell'aggrapparsi al bordo frastagliato di quel cunicolo sul fronte opposto rispetto a quello sul quale aveva temuto di non giungere, a ovviare in tal modo al pericolo di trasformare quella spiacevole erronea valutazione in un'ancor più spiacevole tragedia.

« Lohr! » gemette, grattando con la punta delle dita e con le unghie della mano destra, unica per lui allora utilizzabile e utile, a trattenersi in quella precaria posizione, ancor proiettato con il proprio intero corpo a picco sul fiume di magma e, purtroppo, ora ancor più vicino al medesimo di quanto non fosse stato pocanzi.
« Dannazione… » commentò la donna dagli occhi di ghiaccio, stringendo i denti e, immediatamente, ponendosi all'opera per ridiscendere a propria volta lungo quella parete, per raggiungere il proprio compagno e, ove necessario, ora offrigli il supporto necessario, l'aiuto richiesto per porsi definitivamente al riparo da ogni pericolo di morte all'interno di quel flusso di roccia fusa incandescente « Sto arrivando, razza d'imbranato! » tentò di rassicurarlo, nel mentre in cui egli, contorcendosi come una serpe, tentava, vanamente, di conquistare una posizione migliore in quel punto.

Sebbene in quella particolare situazione animata dall'urgenza di raggiungere il proprio alleato, prima che, maldestramente, egli potesse vanificare ogni sforzo compiuto in direzione di quel cunicolo, la Figlia di Marr'Mahew impose sul proprio animo, sul proprio cuore e, in conseguenza, anche sulla propria mente e sul proprio corpo, il consueto intimo gelo per lei caratteristico, ben conoscendo i pericoli che, a propria volta, avrebbe potuto correre nell'affrontare quella discesa senza un adeguato livello di concentrazione. Non così stolida da sopravvalutare le proprie possibilità, seppur neppure tanto sciocca dal sottovalutarle, ella era sicura di poter raggiungere Howe senza eccessivo penare, e in tempi sufficientemente brevi, ma, al contempo, non si voleva permettere occasione di scordare come quello stesso cammino sarebbe potuto essere per lei non meno letale che per lui, se solo non fosse stata attenta a misurare ogni proprio gesto, ogni proprio movimento, cercando maggiore confidenza possibile con quella parete tanto sotto le dita della propria mancina, quanto sotto i propri piedi, non scalzi al pari di quelli dell'uomo, e pur, come di consueto, avvolti solo in molteplici fasciature, a proteggerli e, al contempo, a garantirle la possibilità di agire con maggiore libertà e destrezza possibile in situazioni quali quella lì attuale.
Così, agendo quasi come dimentica della situazione di rischio imposta sullo shar'tiagho, ella pretese qual proprio tutto il tempo necessario a non porsi mai in una situazione di fallo, soprattutto con la propria destra, in nero metallo dai rossi riflessi, che, come ormai anch'egli avrebbe dovuto ben comprendere nell'infinito numero di volte ripetutogli, non era in grado di offrirle alcun riscontro sensoriale nel rapporto con quella stessa parete, con le sue forme, con la sua resistenza.
Una scelta forse giudicabile crudele ed egoistica, quella della donna, e che pur sarebbe dovuta essere riconosciuta qual derivante da semplice logica, mero raziocinio, ove egli non avrebbe tratto di certo giovamento alcuno da una sua eventuale e prematura morte in diretta conseguenza di troppo concitato confronto con quella sfida. Una decisione, la sua, che come già molte altre in passato, e speranzosamente altre in futuro, si rivelò ancora assolutamente azzeccata, permettendole di conquistare, alfine, il cunicolo già parzialmente raggiunto dal compagno e, lì arrivata, di sollevare quasi di peso quest'ultimo all'interno del medesimo, non risparmiandogli, ovviamente, una meritata sarcastica osservazione…

« Sempre così con voi maschietti… » sbuffò, lasciandosi ricadere seduta al suo fianco, per un momento di necessaria requie, psicologica oltre che fisica « Non riuscite ad apprezzare l'infinito valore della tanto cara e sempre sottovalutata mezza misura, tendendo sempre a strafare per dimostrare chissà cosa. » ironizzò nei suoi riguardi « Non sarà forse un modo per sopperire, attraverso tanta aggressività psicologica, a una carenza di sicurezza in altri campi...? » suggerì poi, con intento trasparentemente malizioso, a voler giocosamente porre in dubbio la virilità stessa del proprio interlocutore.
« … guarda… » esitò egli, riprendendo parola per un istante ancora con tono sottomesso, quasi non si fosse ancora reso conto di poter nuovamente parlare libero da ogni pressione che, sino a un attimo prima, lo aveva costretto a esprimersi in mezzi sussurri « Questa volta te la cavi solo perché mi hai appena salvato la vita… altrimenti vedresti… »
« Altrimenti vedrei… cosa?! » ripeté ella, aggrottando la fronte e guardandolo con aria di voluta superiorità, con fare ricercatamente altezzoso, a negare in tal modo che egli potesse mostrarle qualcosa in grado di farle mutare idea rispetto alla propria ultima asserzione.

E lo shar'tiagho, innanzi al tono di lei, pur compreso come ancor rivolto a semplice volontà di ludo e non di concreta sfida, non riuscì comunque a formulare una sentenza di senso compiuto utile per controbattere alla stessa, conscio di quanto, dopo tutto ciò che era appena avvenuto, a partire dall'uccisione dei thusser deformi, per proseguire con la loro fuga dai guerrieri, e per finire con l'ultimo, necessario intervento della mercenaria in suo soccorso, qualunque suo tentativo di replica nei suoi confronti sarebbe apparso inappropriato e ridicolo.

« Ci penserò quando mi sarò riposato un poco e ti farò sapere al momento opportuno. » concluse pertanto, promettendole paradossalmente, in tali parole, di ritornare a quell'ipotetica minaccia in un qualche non meglio precisato futuro, quando fosse riuscito a individuare i termini giusti per la medesima.
« E, a tal proposito, credi che ci possiamo permettere un quarto d'ora di sosta o no? Non so te… ma io inizio a sentirmi un po' stanco. » ammise proseguendo e cambiando, in ciò, completamente registro nel dialogo con lei, e ritornando, alfine, a un clima di più quieta e serena collaborazione con lei, concedendole di potersi nuovamente proporre qual riferimento guida all'interno del loro ristretto, intimo gruppo.

giovedì 22 settembre 2011

1345


« O
h… » sorrise ella, non negandosi un accenno di meritata ironia in replica a tale richiesta d'aiuto da parte del proprio camerata « Puoi essere certo che ti tirerò fuori di lì, dal momento che non desidero rinunciare alla possibilità di essere io stessa a ucciderti, fosse solo per lo spavento che mi hai procurato! » lo rassicurò e, al contempo, gli promise, studiando rapidamente la situazione per comprendere in che modo poter agire in sicurezza.
« … scusa se non mi rotolo a terra, trattenendomi la pancia per le risate… ma in questo momento mi viene difficile apprezzare il tuo senso dell'umorismo… » replicò Howe, storcendo appena le labbra verso il basso in segno di sincera disapprovazione « … per Lohr… muoviti… »

La posizione in cui, proprio malgrado, egli si era andato a porre non avrebbe tuttavia potuto essere riconosciuta quale particolarmente propizia per un qualunque tentativo di impegno in suo soccorso, soprattutto non in assenza di qualunque supporto utile a tale scopo, prima fra tutti una pur semplice corda, ove egli avrebbe dovuto essere riconosciuto qual troppo lontano da lei per permetterle di raggiungerlo semplicemente sporgendosi. Al pari della quasi totalità dell'equipaggiamento proprio della coppia in quel viaggio congiunto, infatti, ogni fune loro lì di sicuro aiuto avrebbe dovuto essere individuata qual collocata all'esterno della montagna, là dove i cavalli erano stati legati prima del loro ingresso entro quei confini estranei. Sempre nell'ipotesi, tutt'altro che banale, che i loro equini sodali, in quel preciso momento, fossero ancora, effettivamente, presenti là dove erano stati costretti a salutarli, e non si fossero liberati o, magari, fossero stati sottratti da qualche viandante di passaggio, per quanto quest'ultima possibilità avrebbe dovuto essere valutata qual indubbiamente remota. Improbabile, in conseguenza di ciò, sarebbe stato per la mercenaria ipotizzare di calarsi a propria volta lungo quella parete nella volontà di raggiungere il proprio compagno e, con lui, ritornare a una collocazione meno precaria rispetto a quella da lui allora occupata. Sebbene, infatti, ella, abile scalatrice, sarebbe probabilmente riuscita senza problemi a ridiscendere a raggiungerlo, impossibile sarebbe successivamente stato per lei riuscire a offrirgli aiuto o supporto di sorta, non evitando, per lo meno, di precipitare insieme a lui, e a propria volta, nella lava incandescente.
Escludendo pertanto una soluzione atta a riportare lo shar'tiagho al cunicolo, qualunque altra possibilità sarebbe dovuta essere presa in esame, includendo, in maniera ineluttabile per quanto apparentemente e probabilmente paradossale, anche quella volta a indirizzarlo non tanto verso l'alto, quanto verso il basso, direzione indubbiamente più naturale e meno impegnativa da percorrere. Soluzione che, ovviamente, avrebbe dovuto prevedere un'alternativa più salubre rispetto a un tuffo all'interno del magma.

« Ascoltami bene ora. » riprese voce la donna dagli occhi color ghiaccio, ovviando a toni potenzialmente ambigui e imponendosi, allora come per lei consueto, con tono freddo, distaccato, quasi volto a negare la propria stessa umanità e a farla apparire realmente prossima alla semidivinità attorno al suo nome già sovente suggerita « So che è l'ultima cosa che vorresti sentirti dire in questo momento, ma ho bisogno che provi a sporgerti un poco e, soprattutto, a guardare verso il basso per individuare qualche un qualche pertugio, un altro cunicolo simile a questo da poter raggiungere. »
« … sporgermi?! » contestò l'uomo, con naturale rifiuto innanzi a un simile suggerimento « … ma non ci penso proprio… »
« Il tempo gioca a tuo sfavore, mio caro. » evidenziò ella, ancora atona nel proprio incedere, a non suggerire alcun desiderio d'ironia, di sarcasmo nei suoi riguardi « E più lo sprecherai mettendoti a discutere con me, meno forze ti rimarranno per salvarti la pellaccia. » puntualizzò, apparendo forse eccessivamente crudele nel confronto con lui e pur, in tali parole, limitandosi a evidenziare quanto ovvio e inoppugnabile « Quindi, ora… smettila di restare lì appeso come un dannato impiccato, cerca di puntare i piedi contro la parete per trovare una posizione più stabile e sporgiti quanto sufficiente per verificare se, là sotto, non c'è qualche possibilità di salvezza per te. »

Quasi nulla fosse mutato nei loro rapporti in quegli ultimi giorni, nelle settimane proprie di quell'ultima avventura, o disavventura qual sarebbe potuta essere ricordata, sulle labbra dello shar'tiagho si sarebbero ben volentieri riproposti molti, consueti improperi simili a quelli già rivolti alla propria alleata in passato, in tutto ciò umanamente dimentico di ogni propria volontà rivolta a migliorare la qualità della relazione con lei. Così come già in passato, tuttavia, egli si ritrovò costretto ad accettare come le parole della propria interlocutrice non avrebbero dovuto essere accolte semplicemente in quanto potenzialmente corrette, ma in quanto, nella particolare situazione venutasi a creare, obbligatoriamente corrette, dal momento in cui, personali egoismi a parte, impossibile sarebbe oggettivamente stato per lui riuscire a risalire per quei quattro o cinque piedi che lo separavano da lei, così come impossibile sarebbe oggettivamente stato per lei riuscire a farlo risalire di peso, eventualità nella quale nemmeno l'indubbiamente vigoroso Be'Wahr avrebbe potuto far propria qualche speranza concreto successo.
Costretto dal fato, e dal proprio mai rinnegato istinto di sopravvivenza, l'uomo si costrinse pertanto a recuperare il controllo sul proprio corpo, oggettivamente lì lasciato abbandonato qual peso morto al di sotto del braccio destro, muovendosi con attenzione nella volontà di trovare presa con i propri piedi, fortunatamente nudi come sempre, sulla parete a lui prossima e, successivamente, riuscire a spingere il proprio busto e il proprio capo all'indietro, ad ampliare l'allora estremamente ridotto raggio d'azione del proprio campo visivo. Operazione che, non senza inevitabile tensione, ebbe allora successo: successo non solo, e vanamente, nel mero movimento delle sue membra secondo le indicazioni ricevute dalla Figlia di Marr'Mahew, quanto, e piuttosto, nell'effettiva individuazione, a meno di tre piedi sotto di lui, e due piedi alla sua sinistra, di un nuovo, inatteso cunicolo. Cunicolo che, in verità, non avrebbe dovuto essere frettolosamente sentenziato qual unico altro lì presente, ma che, fra tutti quelli più o meno sparsi lungo quel non troppo esteso tratto di dirupo sul fiume di lava, avrebbe dovuto essere riconosciuto qual quello a lui più prossimo, più vicino, in effetti, persino di quello sull'ingresso del quale lo stava osservando la stessa donna guerriero.

« … ne ho trovato uno… » annunciò, senza particolare entusiasmo sebbene assolutamente legittimo, se non doveroso, sarebbe dovuto imporsi in tal momento.
« Puoi raggiungerlo?! » questionò immediatamente la donna, in un'espressione invero più prossima a un'affermazione, a un implicito ordine, ancor prima che a una semplice domanda o a un interrogativo banalmente retorico.
« … forse… » esitò Howe, per poi specificare le ragioni della sua incertezza attorno a tale occasione « … è un po' spostato di lato… »
« Devi farcela. » sentenziò ella, a spronarlo in tal senso « Lasciati calare verso di lui, sospingiti se necessario, e all'ultimo afferrati lì saldamente. » gli suggerì, sebbene nulla di particolarmente originale o meritevole di attenzione era in tali consigli « E non commettere errori o, questa volta sul serio, saranno gli ultimi che commetterai. »

Inspirando ed espirando ancor lentamente l'aria, quasi avesse sostanzialmente timore di appesantirsi eccessivamente nel trarre un respiro particolarmente profondo, il guerriero discendenza di Shar'Tiagh volse ancora il proprio sguardo alla meta ormai scelta qual propria, dal proprio inconscio ancor prima che da parte della propria alleata, cercando di convincere anche il proprio subconscio e la propria mente cosciente di quanto quella soluzione fosse realmente l'unica a lui concessa in tutto quello.
Purtroppo per lui, il proprio inconscio e la propria interlocutrice non avrebbero potuto essere considerati nel torto con quelle idee, con quella pur pericolosa, e potenzialmente letale, strategia. E, ancora, più tempo avrebbe lì perduto nel cercare di convincersi di tale verità, meno energie gli sarebbero poi rimaste per quanto gli sarebbe stato richiesto di compiere.

« … grazie per l'incoraggiamento… » gemette, affidando intimamente l'anima al proprio prediletto dio Lohr, nel timore di non riuscire, alfine, comunque a farcela.

mercoledì 21 settembre 2011

1344


« N
o… non da quella parte! » cercò, tuttavia, di negare ella, a differenza del sodale riconoscendo in tale luminosità, in simile bagliore, qualcosa di ben diverso da un eventuale sbocco sul mondo esterno, in ciò, probabilmente, aiutata anche dal ricorso a mera logica, a freddo e pur semplice raziocinio nel confronto con la consapevolezza di quant'ancor breve tragitto avrebbe dovuto essere giudicato quello compiuto da entrambi all'interno della parete della montagna, in quello stesso cunicolo « Per Thyres… non da quella parte! » tentò di diffidarlo, purtroppo restando del tutto ignorata da parte sua.
« La luce! Dobbiamo andare verso la luce… » gemette ripetutamente lo shar'tiagho, ancora richiamandola a sé, sì desideroso di ritornare alla concezione della realtà per lui più consueta, da non voler ascoltare alcuna ragione in senso contrario, anche ove proveniente dalla medesima voce che, un istante prima, si era tanto impegnata a spronarlo, a domandargli, se non a comandargli, di proseguire senza tregua alcuna.
« Howe… no! » gridò Midda, in un ultimo, ormai disperato, tentativo di richiamo, rincorrendolo e, in ciò, graffiandosi braccia e cosce contro i bordi spesso affilati delle rocce attorno a sé, incurante del dolore così per sé derivante nella sola, e purtroppo vana, speranza di poter recuperare il distacco creatosi fra loro, bloccandolo prima che potesse essere troppo tardi per lui.

Purtroppo per entrambi, e soprattutto per il suo tanto stolido compare, ella restò proprio malgrado non creduta, quasi tutti gli sforzi sino ad allora compiuti da ambo le parti per colmare ogni distanza psicologica passata, ogni diversità di pensiero troppo spesso tale da poterli porre in sì netta contrapposizione dall'apparire più antagonisti che alleati, salvo, ovviamente, poi agire quali alleati e non antagonisti, fossero stati non semplicemente inutili ma, addirittura, dimenticati e quella donna dagli occhi color ghiaccio fosse tornata a essere considerata, da parte del mercenario, quale la sadica strega che egli stesso sovente, in passato, l'aveva accusata di essere. In verità, da parte di Howe, non tale inimicizia avrebbe dovuto essere riconosciuta a discapito della propria sodale, quanto, piuttosto, semplice e, purtroppo, pericolosa ingenuità.
Una dabbenaggine estremamente prossima all'idiozia, la sua, per la quale la sorte non gli volle concedere alcuna pietà, alcun perdono, nel ricordargli nei termini più drastici quant'egli, come guerriero e avventuriero, non avrebbe mai dovuto permettersi simile comportamento.

« Howe! » urlò la Figlia di Marr'Mahew, nell'assistere a una sua improvvisa scomparsa.

Una sparizione che non avrebbe dovuto essere giudicata conseguenza di un qualche potere oscuro, quanto, piuttosto, dell'inattesa apertura, sotto i suoi piedi, di un dirupo, una terribile ferita aperta nel roccia di quella montagna, o forse vulcano, impossibile esserne certi, al di sopra di un impietoso fiume di lava, probabilmente il medesimo già presente all'interno della Vallata e, in essa, imperante con la propria temibile presenza.

« Thyres! » bestemmiò la donna, senza arrestare la propria corsa verso la sua posizione e, pur, non potendo ovviare a temere il peggio, nel presumere, non a torto, quanto effettivamente appena avvenuto « Stupido figlio d'un cane… perché non mi hai dato retta?! Idiota… imbecille… stupido… stupido… stupido! »

Possibile che, alla fine, Nissa Bontor fosse riuscita a mietere un'altra vittima fra gli affetti, gli amici e gli alleati della propria gemella, l'ennesimo sventurato innocente da lei riconosciuto meritevole di morte in semplice e diretta conseguenza a una qualche più o meno estesa esperienza di vita al fianco di chi tanto odiata, a lasciar solo terra bruciata attorno alla medesima? Possibile che, ogni sforzo compiuto da entrambi in quel viaggio, ogni discussione, ogni chiacchiera, ogni risata fossero lì tanto rapidamente annichiliti, in conseguenza dell'incapacità dell'uno a gestire le proprie emozioni, e dell'altra a comprendere quanto pericoloso, alfine, si sarebbe dimostrato mantenere innanzi a sé l'uomo, a decidere il percorso da intraprendere, piuttosto che trascinarlo alle proprie spalle, sancendo in prima persona quanto sicuro da quanto no, sulla base di un'esperienza e una capacità di autocontrollo indubbiamente superiore a quella del proprio alleato?
E, ancora… con quale cuore, con quale coraggio, ritornando a casa, ella avrebbe dovuto affrontare Be'Wahr, a lei da sempre ancor più fedele e affezionato di quanto non si fosse mai concesso di essere shar'tiagho, e pur, indubbiamente, legato in misura ancor maggiore dalla costanza di un rapporto quotidiano per una vita intera allo stesso Howe, che a lei aveva implicitamente affidato nell'accettare di rinunciare a prendere parte a quel viaggio? Il biondo sarebbe riuscito ad accettare la sua versione dei fatti oppure l'avrebbe, alfine, e comprensibilmente seppur erroneamente, giudicata colpevole, responsabile per quanto accaduto, per quella morte che, sulla sua coscienza, avrebbe comunque gravato fino alla fine dei suoi giorni?

« … Howe… » sussurrò, alfine, ormai in un semplice e impercettibile alito, nell'approssimarsi a quello che riconobbe essere il bordo del precipizio e lì sopraggiunta nell'esitare a sporgersi, non tanto per timore del magma incandescente, da lei affrontato in molteplici occasioni, quanto, piuttosto, del nulla che le si sarebbe offerto allo sguardo, il vuoto che, in quel punto, doveva essere stato lasciato dallo sventurato shar'tiagho.
Ma, sorprendentemente, e per tutta risposta, la voce dell'uomo intervenne in quello stesso momento nello scandire il nome di lei, a sua volta in un leggero gemito quasi a voler replicare il tono di quel flebile richiamo: « … Midda… »
« Howe?! » ripeté ella, sgranando gli occhi e, immediatamente, proiettando il proprio capo a picco sopra il dirupo, a ricercar conferma di quanto udito o, forse, solamente creduto qual tale in conseguenza delle proprie emozioni, del proprio smarrimento psicologico all'idea della sua prematura morte.

Ed egli, effettivamente, si mostrò qual ancora vivo, ancor presente vicino a lei, a soli quattro, forse cinque piedi dalla sua posizione, seppur, drammaticamente, praticamente sulla sua stessa verticale, più in basso rispetto a lei.

« Howe! » esclamò, concedendosi un fuggevole attimo di gioia sì appassionata e sincera per tale scoperta, per simile inatteso, e pur non inattendibile, sviluppo, da avvertire qualche lacrima colmarle gli occhi « Grazie a Thyres sei ancora vivo… » soggiunse, lodando la propria dea prediletta con gratitudine tale da cancellare sicuramente in essa la memoria della precedente, e non propriamente rispettosa, invocazione del suo nome, peccato veniale chiaramente conseguente alla paura occorsa.
« … sì… » confermò l'uomo, a denti stretti, parlando ancora in un filo di voce, quasi avesse timore di poter sprecare preziose energie in caso contrario « … ma non so ancora per quanto, se non ti sbrighi a fare qualcosa per tirarmi fuori di qui… »

Con indubbia prontezza di riflessi utile a rivalutare il suo valore in quanto avventuriero, se pur non a obliare all'imperdonabile errore appena commesso, nel precipitare verso il fiume di lava, fortunatamente ad ancor una sessantina di piedi sotto la sua posizione, ella poté constatare come Howe non avesse rinunciato all'innata volontà caratteristica di tutte le creature mortali volta a preservare la propria esistenza in vita, la propria incolumità. E così, agendo con la forza della disperazione, e venendo sicuramente aiutato da una qualche pregressa e favorevole conformazione della parete, nel ritrovare, sotto il cunicolo naturale appena percorso, una qualche crepa o, comunque, una qualche venatura più debole entro la quale agire, l'uomo era riuscito, in un solo, rapido e deciso gesto, a conficcare la lunga lama della propria spada, quasi fino all'elsa, nella roccia, creandosi sì un sostegno al quale aggrapparsi, nel quale riporre tutte le sempre più evanescenti speranze per un qualche, personale futuro, ma, al contempo, in quello stesso punto e modo, anche e spiacevolmente, condannandosi a un'obbligata indolenza, nell'impossibilità a ogni ulteriore azione, a ogni possibile movimento, ove il suo unico braccio utile, il destro, si stava già dimostrando sufficientemente impegnato a sorreggere l'intero peso del suo corpo.

martedì 20 settembre 2011

1343


U
na riflessione, quella propria della Figlia di Marr'Mahew, che, seppur fondata, in tal contesto, più su irrinunciabili speranze e preghiere, ancor prima che su riprove concrete, non mancò di incontrare fortunata riprova pratica non appena, dopo un tempo del tutto privo di qualunque ipotesi di stima, i due riuscirono a fuoriuscire dal perimetro urbano, con i polmoni in fiamme e la muscolatura delle proprie gambe apparentemente prossima a esplodere, nella tutt'altro che irrilevante tratta da loro così percorsa a costretta velocità costante, se non addirittura crescente, in conseguenza diretta alla pericolosa costanza, se non addirittura accelerazione, caratteristica dei loro avversari, alle loro spalle. Innanzi agli sguardi della coppia, infatti, quanto prima solo intuibile qual una ricca profferta di possibili vie di fuga, accennate in vaghe zone d'ombra lungo tutto il confine della Vallata, al diminuire della distanza esistente fra le parti venne meglio identificata quale, effettivamente, una sin troppo variegata proposta di eventuali percorsi alternativi all'unico da loro conosciuto, sebbene, necessariamente, privi di qualunque certezza nel merito del traguardo a cui, intraprendendoli, si sarebbe potuti giungere.

« Quale?! » ansimò Howe, quasi supplicando, in cuor proprio, un'occasione di rapida morte a risoluzione di quella folle corsa, di quella maratona per la quale non si sarebbe mai dichiarato fisicamente o psicologicamente pronto, ma alla quale si era ugualmente costretto, incalzato dal giusto sprone, qual solo avrebbe dovuto essere riconosciuto quello alle loro spalle.
« Una vale l'altra!… E non essere… troppo schizzinoso! » replicò Midda, ribadendo la propria più assoluta, e sincera, inconsapevolezza nel merito di quale, fra le vie lì loro presentate, avrebbe dovuto essere considerata quella corretta, quella effettivamente in grado di concedergli un'occasione di ritorno al mondo esterno, e proprio per tal ragione, loro malgrado, priva di qualunque possibile preferenza per una soluzione piuttosto che per un'altra, costretta a confidare ancora nella buona sorte ove pur, simile strategia, non avrebbe loro riservato alcuna garanzia di successo.
« Rischiamo… di perderci… » tentò di contestare l'altro, improvvisamente non riuscendo più a considerarsi particolarmente entusiasta nei riguardi di quella tattica, di quella strategia, probabilmente troppo improvvisata per risultare effettivamente attraente, soprattutto quando posta innanzi al non ottimistico giudizio di un uomo appena in grado di respirare, e di parlare, per quell'eccessivo impegno fisico, lì ancora in moto solo in grazia dell'adrenalina saturante il proprio sangue, e non in semplici termini retorici.
« Rischiamo molto di più… a non farlo. » negò ella, restando alle spalle del proprio compagno nell'unica volontà di poterne controllare la presenza, temendo, in effetti, di perderlo da un momento all'altro, evidentemente provato per quanto loro richiesto « E se anche ci perderemo,… potremo approfittare dell'occasione per riposare… e ritornare sui nostri passi quand'alcuno, ancora, ci starà cercando. »

Una teoria forse lontana dal potersi considerare perfetta e inoppugnabile, e tuttavia, in quel particolare frangente, sufficientemente solida delle proprie scarne motivazioni da riuscire a superare l'esitazione allora cresciuta nello shar'tiagho, permettendogli di rinnovare, ancora una volta, la fiducia già riconosciuta alla propria camerata. Un consenso, quello in tal modo tacitamente ribadito da parte dello sfinito Howe, il quale, probabilmente, non sarebbe egualmente occorso se tutto ciò, se quel rapido scambio di battute, fosse occorso in un altro momento, in un'altra situazione, ritrovando in lui maggiore riposo e, soprattutto, maggiore volontà polemica, non tanto quanto fine a se stessa, ma quanto utile a non permettere alla loro ristretta squadra di compiere passi falsi per colpa della sua indolenza psicologica ad assumere una qualsivoglia posizione personale, limitandosi più comodamente, e pigramente, a delegare ogni decisione a colei che, per propria indole, per propria natura, nonché perché abituata ad agire in solitario, non attendeva l'eventualità di un qualunque genere di confronto per tradurre un'idea in azione, un'estemporanea intuizione in subitanea pratica. In quel momento, purtroppo o per fortuna, difficile a discriminarsi anche per lui stesso, egli era tuttavia troppo provato, non solo dalla corsa, ma, ancor più, da quanto a quella stessa fuga aveva loro obbligato, per tentare di ipotizzare un controcanto più impegnato rispetto a quello già reso proprio.
Ragione per la quale, quieto, nel risparmiare fiato ed energia per non rallentare il proprio moto, per non ipotizzare neppur di fermarsi, il mercenario proseguì secondo le indicazioni della propria compagna, precipitandosi, alfine, entro una delle varie alternative lì loro proposte, discernendola dalle altre in banale conseguenza alle proprie dimensioni, giudicate sufficientemente ampie da permettere loro di avanzare, una dietro all'altro, ostacolando, altresì, il moto dei colossi thusser ancora dediti al loro inseguimento.

« E' dannatamente buio. » annunciò, dopo che le prime dozzine di piedi percorse all'interno del cunicolo li allontanarono a sufficienza dalla Vallata, e dalle sue fonti di luce, per lasciarsi precipitare nelle tenebre più fitte, quelle obbligatoriamente proprie di un sotterraneo ove anche nella notte più cupa, dal cielo era sempre solito giungere il bagliore della luna, di una stella lontana, o, persino, di un lampo, nel momento in cui un qualche temporale avrebbe impedito agli astri della volta celeste di rivelarsi apertamente allo sguardo.

Constatazione probabilmente priva di un qualunque valore pratico, quella da lui così proclamata, che pur, nel contesto proprio della fuga nella quale si stavano lì impegnando, volle tentare di giustificare, da parte sua, un inevitabile rallentamento, un freno alla propria corsa, fosse anche nel timore di potersi andare a spaccare la testa contro una qualche roccia sporgente, condannandosi, in tal modo, a una spiacevole morte estranea a ogni precedente argomentazione della Figlia di Marr'Mahew in favore all'utilità di smarrirsi in quelle tenebre piuttosto che mantenersi al di fuori delle medesime e, in ciò, a disposizione dei propri avversarsi.

« Continua a correre… » lo sospinse, tuttavia, ella, apparentemente non concedendogli possibilità di tregua e, ciò nonostante, garantendogli un'occasione di decelerazione superiore a quelle che avrebbero allora potuto permettersi in tutta sicurezza.

Sebbene non fossero più visibili all'uomo, necessariamente impegnato al confronto con la via innanzi a sé ancor prima che con quella alle proprie spalle, i thusser avrebbero purtroppo dovuto essere distinti quali tutt'altro che ostacolati dalla scelta dello shar'tiagho, sì, certamente, a propria volta rallentati, e pur, ancora e fedelmente, impegnati in quella caccia, non desiderando riconoscere loro alcuna vaga speranza di evasione, ove uno qualunque di quei cunicoli, magari, avrebbe potuto effettivamente ricondurre i due umani al loro mondo, e avvantaggiati in quell'inseguimento dalle proprie, misteriose, fonti di luce stregata, che la donna era chiaramente in grado di ravvisare alle proprie spalle, a non eccessiva distanza da loro.

« Midda… non riesco a vedere nulla… » protestò egli, evitando a stento lo spiacevole impatto con la solidità della parete rocciosa lì presente in un'inattesa biforcazione, innanzi alla quale fece propria fortuita occasione d'arresto solo in grazia del rintocco metallico prodotto dalla propria lama, lì mantenuta con la punta in avanti, e verso il basso, contro tale ostacolo.
« Dannazione, Howe… se tieni alla tua pellaccia, continua a correre come mai hai pensato di poter fare. » lo incalzò la mercenaria dagli occhi color ghiaccio, non riservando qual propria maggiore possibilità di confidenza con l'ambiente loro circostante rispetto a lui e, ciò nonostante, non potendo approvare, da parte sua, quell'esitazione a proseguire, impossibilitata ad apprezzarne la ragione.

Fu in quel momento che Howe, prima ancora di poter reagire in pur giustificabile malo modo in risposta all'alleata, colse in lontananza, all'estremità di una delle due vie lì concessegli, una vaga luminescenza, un'effimera, ma riconoscibile, promessa di salvezza, che non gli riservò ulteriore possibilità di dubbio sulla direzione alla quale votarsi…

« La luce… Midda. Andiamo verso la luce! » propose con vivo entusiasmo, riprendendo in ciò a correre e, con la propria voce, richiamando la compagna, per permetterle di seguirlo, di non sbagliarsi nel merito della valutazione sulla scelta da lui compiuta.