Midda's Chronicles - le Cronache

News & Comunicazioni

Dopo la conclusione, con un finale particolarmente aperto, di "Non abbassare lo sguardo", è iniziata ieri sera la pubblicazione di "Non smettere di lottare", 48° racconto della saga regolare di Midda's Chronicles, riprendendo - ovviamente - il discorso rimasto in sospeso!
Buona lettura con il proseguo delle avventure della nostra ormai ex-mercenaria preferita in nuovi e inesplorati mondi, in un viaggio lungi dal potersi considerare concluso e che, certamente, proseguirà anche quando alfine superato il traguardo dell'11 gennaio 2018, ossia il decennale dall'inizio di quest'opera!

Grazie a tutti per l'affetto!

Sean, 25 novembre 2017

martedì 31 agosto 2010

963


P
er un fuggevole istante, nel confronto con l'acqua, la ciotola, la coperta e la carne, a lei generosamente così offerti, la donna guerriero si ritrovò sul punto di domandare numi nel merito di tante comodità, al limite del lusso più sfrenato, quali quelle ora lì loro riservate, ponendosi persino incerta, in conseguenza di ciò, all'idea di essere ancora nella medesima caverna nella quale erano state condotte dai loro codardi aggressori. Tuttavia, sforzandosi di contrastare l'effetto della febbre, nell'istintiva consapevolezza di non potersi concedere ancora quel riposo di cui comunque avrebbe avuto necessità al termine di quell'imprevista avventura, ella riuscì allora a ricostruire con semplicità quanto occorso nel tempo in cui ella era rimasta priva di coscienza, ovviamente impossibile da definire dal suo stesso punto di vista, forse pochi minuti, probabilmente numerose ore, se non, addirittura, giorni, nel cogliere la soluzione dell'arcano dai numerosi, piccoli indizi presenti attorno a sé e nel dedurre, in maniera razionale, l'evidenza pur intrinseca nel resto.
La coperta, per prima, venne identificata quale una pelliccia, una calda pelliccia non ancora conciata, carica ancora non solo dell'odore di chi, prima di lei, aveva indossato quelle stesse spoglie, ma persino e ancora, sporca del sangue della medesima. Strappata con cura dalle membra della sfinge, quella pelle, se fossero sopravvissute abbastanza da ritornare a contatto con la civiltà, avrebbe potuto divenire il superbo trofeo che già Midda aveva augurato per se stessa: ora, in maniera sicuramente più barbara di quanto mai neppur la donna del sud, nonostante tutti i pregiudizi della giovane del nord, si sarebbe potuta definire abituata a fare, quella stessa stava comunque adempiendo perfettamente alla propria funzione, al proprio compito, in maniera semplice e diretta, senza eccessivi, e sostanzialmente inutili, orpelli. Ma non solo quel particolare fu identificato, dallo sguardo ora più attento della donna guerriero, qual gentile e involontaria concessione della loro preda, della creatura sconfitta in un combattimento che difficilmente avrebbe potuto essere commemorato fra i migliore della propria carriera. Anche la carne, naturalmente, e la ciotola, meno banalmente, si concessero, infatti, qual frutto di un forse macabro, e pur accurato, operato della giovane shar'tiagha: la prima, mostrando una provenienza sufficientemente chiara, appariva infatti primitivamente tagliata dalle grandi cosce della potente fiera, ricche di muscolo; mentre la seconda, meno ovvia e pur distinguibile, risultava, a un esame più attento, nulla di diverso rispetto alla stessa calotta cranica di quella metà antropomorfe, probabilmente infranta a colpi di pietra e riadattata a tale scopo, in assenza di contenitori migliori.
La coscienza nel merito della natura di quanto appena considerato quale un lusso, che pur avrebbe fatto inorridire la maggior parte delle persone, non turbo minimamente chi nella propria vita aveva visto e fatto molto di peggio rispetto a ciò, lasciandola, al contrario, sorridere quasi divertita…

« E poi… sarei… io la barbara… » sussurrò tossicchiando, nel tentare di ritrovare, attraverso l'ironia, un maggiore contatto con la realtà e un maggiore controllo sul proprio corpo.
« Evidentemente a stare con te, sono stata alfine mal influenzata. » replicò Ras'Jehr, comprendendo immediatamente le ragioni di tale commento e accogliendo simili parole con assoluta quiete, anche dove, probabilmente, pochi giorni prima, se non, addirittura, poche ore prima, sarebbero risuonate alla sua attenzione quali estremamente offensive.
« Sarà… come dici. » sorrise ancora la donna guerriero.

Quelle poche parole, unite allo sforzo necessario a bere, stancarono il corpo della mercenaria molto più di quanto ella avrebbe gradito ammettere, obbligandola in conseguenza di ciò a un breve momento di pausa. Intervallo che, senza che le fosse concessa occasione di consapevolezza, di coscienza, si prolungò suo malgrado molto più a lungo di quanto avrebbe preferito, lasciandola sprofondare in cupe tenebre mentali sino al mattino seguente quando, incredibilmente, la febbre che per quasi ventiquattro ore l'aveva torturata e stremata, le concesse un'occasione di tregua, permettendole di ritornare nuovamente padrona di sé.
Nel mentre di tale nuova perdita di contatto con la realtà per Midda, anche Ras'Jehr, nutritasi e dissetatasi, non riuscì a evitare brevi momenti di riposo, pur mantenendosi perennemente all'erta a evitare possibilità di nuovi, spiacevoli incontri. Se, infatti, una sfinge era stata uccisa e, ormai, ridotta all'impotenza a un livello tale che neppure un dio avrebbe potuto fare molto per essa, alcuna certezza sarebbe potuta essere loro concessa nel merito dell'assenza di altre sfingi all'interno di quella grotta non completamente esplorata, e potenzialmente estesa per diverse miglia nel sottosuolo desertico, così come, su un fronte nettamente opposto, alcuna ulteriore sicurezza sarebbe stata da loro riconosciuta a riguardo dell'effettiva scomparsa dei loro aggressori e candidati carnefici, i quali sarebbero potuti presto ritornare per verificare l'evidenza della loro dipartita o, eventualmente, per condurre altri disgraziati verso il medesimo destino già a loro promesso. Un sonno, pertanto, estremamente lieve, e particolarmente agitato, quello che animò il cuore della giovane, e che pur non fu ora completamente rinnegato così come era stato già nelle prime ore, dal momento in cui, dopotutto, ella non avrebbe potuto ignorare quanto, alla ripresa della propria compagna, grande fatica avrebbe atteso entrambe, nella sfida volta a recuperare contatto con il mondo civile ora per loro perduto, con l'area fertile e abitata del regno di Shar'Tiagh da cui erano state allontanate in chissà quale direzione. Non solo utile, pertanto, ma addirittura necessario fu per lei il riposo, riposo che pur non le impedì di essere nuovamente al fianco della sua quasi parente alla di lei nuova ripresa.

« Ora… sto meglio. » definì la donna guerriero, dopo essersi ancora una volta dissetata, bevendo con innegabile piacere, tanto per l'acqua, quanto per il recipiente adoperato, dai resti del capo della creatura da loro sconfitta « Per quanto sono stata fuori combattimento? » si informò, facendo leva sui gomiti per tentare di porsi a sedere, ovviamente aiutata in tal senso dalla propria premurosa compagna di ventura « Quanti giorni ho perso? » domandò, dando già per certo che il conteggio avesse da considerare tale unità di misura.
« Solo uno, per ora. » rispose la giovane shar'tiagha « Tuttavia… » aggiunse subito dopo, nel non voler celare la gravità della situazione con fare eccessivamente ottimistico, in conseguenza al quale la vita stessa dell'altra avrebbe potuto essere posta in serio dubbio « … dubito che le tue condizioni possano essere considerate propriamente ideali. Al contrario: sono seriamente preoccupata per te. Le carezze della sfinge non sono state particolarmente delicate nei tuoi riguardi. »
« Mmm… la febbre mi sta lasciando. » osservò la mercenaria, nel mentre in cui, in virtù del lieve movimento così accennato, dalla sua schiena giunsero chiare fitte di dolore a definire quanto martoriata avesse da essere giudicata la medesima in tale frangente « Tuttavia… » scimmiottò l'interlocutrice, con volontà scherzosa, ma con una non dissimulata maschera di dolore per la pena provata « … credo che tu non abbia tutti i torti. Quella dannata cagna mi ha lasciato brutti graffi sulla schiena. »
« Credo che anche il braccio non si possa definire in buone condizioni. » puntualizzò Ras'Jehr, in riferimento all'arto destro, esposto volontariamente alle fiamme, il quale, sebbene illeso nella propria parte metallica, non celava l'evidenza di una spiacevole ustione là dove ancora era la sua carne, sulla spalla e, ancora, sul suo stesso fianco.
« E non hai visto ancora nulla: probabilmente sotto il metallo è anche peggio. » obiettò Midda, sforzandosi di sorridere nel ritrovarsi a essere ormai seduta e cercando, nel mentre di quelle parole, di analizzare il proprio effettivo stato di salute, al fine di comprendere entro quali limiti potesse ipotizzare di spingersi nelle ore successive « La maggior parte di coloro che hanno coscienza della mia menomazione ignorano questo particolare, ma ho ancora ossa e carne al di sotto del metallo, almeno sin sotto al gomito. E dove anche, in questo particolare momento, l'infezione sulla schiena sta tenendo lontane dalla mia mente le informazioni di dolore in merito all'ustione lì spiacevolmente presente, temo di essere uscita da questa sfida più malconcia di quanto non avrei preferito e desiderato. »
« Forse sto per domandare una stupidaggine, e se così fosse ti prego di perdonare la mia ingenua ignoranza. » premesse l'altra, ora ancor più preoccupata per lei, in conseguenza all'informazione fornitale nel merito del suo braccio destro « Non esiste modo alcuno per liberarti del metallo e curare la carne sotto di esso? Se l'ustione fosse effettivamente grave e non venisse curata, potrebbe degenerare e risultare un pericolo ancor peggiore rispetto alle piaghe aperte sulla tua schiena… »

lunedì 30 agosto 2010

962


L
e prime luci del mattino colsero Midda madida di sudore, nonostante la notte appena trascorsa, nel gelo caratteristico del deserto qual immediata conseguenza al tramonto del sole, non avrebbe dovuto offrirle alcuna ragione in tal senso. Tuttavia, le ferite riportate nel combattimento con la sfinge si dimostrarono meno piacevoli di quanto avrebbe potuto lasciar trasparire la sua iniziale e inalterata combattività, ritrovandola, suo malgrado, vittima di una violenta febbre qual naturale espressione di una brutta infezione, coinvolgente le numerose piaghe aperte dagli artigli della bestia sulla sua stessa schiena. Per lei, di certo, quelle non erano, né avrebbero dovuto essere erroneamente supposte, quali le prime violenti ferite riportate in un combattimento, dal momento in cui, in passato, ella era sopravvissuta in condizioni estremamente peggiori rispetto a quelle attuali: ciò nondimeno, in quella particolare occasione il crudele dono della creatura lì terminata sembrò imporsi su di lei con straordinaria ferocia, forse enfatizzato, nel proprio effetto, da qualche sconosciuto veleno intrinseco in quelle stesse estremità, o, più banalmente, dall'affaticamento di cui comunque ella si era ritrovata a essere indubbia protagonista.
Fortunatamente per la donna guerriero, tuttavia, in quell'occasione ella non ebbe a esser sola, ritrovando, per quanto priva di qualsiasi consapevolezza a tal riguardo in quel momento, nella figura della giovane shar'tiagha cugina dell'amato Be'Sihl, il miglior aiuto in cui mai avrebbe potuto confidare. Per quanto non cerusica di professione, infatti, e nonostante la stanchezza anche su di lei imperante, accompagnata da altre ferite, fortunatamente estremamente lievi e superficiali, Ras'Jehr si prodigò con tutte le proprie energie, con tutte le proprie forze al fine di render servigio alla propria quasi parente, forse nemica un tempo, alleata in quelle ultime ore, e forse persino amica ormai.
Il primo ostacolo da superare, necessariamente, fu quello derivante dalle catene ancora presenti a legare un loro arto superiore ed entrambe le gambe, vincolo a dir poco incomodo nella volontà di porsi in aiuto della donna ferita e lì priva di sensi, dal momento in cui avrebbe costretto non solo la stessa shar'tiagha a condurre seco il non indifferente ingombro rappresentato dalla compagna, ma, peggio, avrebbe sottoposto quest'ultima a troppi movimenti che avrebbero, allora, imposto solo ulteriore stanchezza a un corpo già provato. Così, con strumenti di fortuna quali sarebbero potute essere considerate poche rocce sufficientemente pesanti da poter essere impiegate quali martelli e pur non tanto da non poter essere sollevate, la giovane si impegnò in contrasto agli anelli più deboli di quegli ultimi tre legami metallici, rilevando alla luce del giorno quanto, per loro fortuna, quelle stesse catene non avessero da essere giudicate quali sì perfette e inviolabili al pari di come erano risultate nel corso della notte appena conclusa: evidentemente, nella coscienza della certa perdita di quelle risorse, i loro candidati assassini avevano ritenuto adeguato ricorrere a risorse tutt'altro che nuove e, in ciò, già usurate dal tempo e dalla ruggine al punto tale da rendere, con il proverbiale senno di poi, quasi miracolosa la sconfitta della stessa sfinge attraverso una di esse. In ciò, pertanto, ella ebbe occasione di infrangere senza eccessivo impegno quel reciproco giogo, riconquistando tanto per se stessa e quanto per la compagna la libertà li precedentemente posta in dubbio.
Dopo aver ottenuto possibilità di movimento autonomo rispetto a Midda, quanto, effettivamente poco, rimasto della tunica della mercenaria, sua attuale e unica veste, unendosi a tal fine alla maggior parte dell'abbigliamento proprio della stessa guardia cittadina, venne così fatto a pezzi e trasformato in bendaggi, sicuramente lontani dal potersi considerare sterili e pur quanto di meglio loro offerto in quel drammatico frangente. A essi, nella volontà di non trasformare la cura in un danno peggiore rispetto al male stesso, la giovane donna non mancò ovviamente di aggiungere diversi impacchi a base di erbe e muschi accuratamente scelti fra quelli offertile all'interno di quella grotta, sì situata in pieno deserto, e pur, in grazia della propria particolare situazione di riparo dalla luce del sole e dal calore del giorno, adatta alla sopravvivenza di un nutrito e variegato gruppo di forme di vita vegetali. Sempre in aiuto alla donna guerriero, inoltre, non mancò di giungere abbondante acqua fresca, sorgiva di un'insperata, ma addirittura ovvia nella trascorsa presenza della sfinge, di quello stesso rifugio nel deserto, che vene impiegata tanto sul corpo della malata, nella speranza di abbatterne la febbre, tanto sulle sue labbra, a forzarne una pur minimale idratazione.
Alle vesti trasformate in bende, ai muschi e alle erbe impiegati in improvvisati medicamenti, e all'acqua inevitabilmente necessaria per la sopravvivenza non solo della Figlia di Marr'Mahew, ma anche di quella sua nuova compagna di ventura, sempre più prossima a una sorella di sangue, non mancò di essere aggiunto anche il valore rappresentato dalle carni della fiera sconfitta nel corso di quella stessa notte: per quanto addirittura blasfemo, nel confronto con il mito proprio delle sfingi all'interno della cultura shar'tiagha, quel gesto sarebbe potuto essere giudicato, nella volontà di non far mancare nutrimento alla propria assistita nel momento in cui ella avesse recuperato coscienza, anche solo a dimostrazione della propria gratitudine per quanto occorso in quell'ultima notte, nonché di ormai sincero pentimento per i loro trascorsi, Ras'Jehr, già assassina di quel mostro, nel divenne anche la macellatrice, impiegando gli stessi, affilati, artigli della propria vittima per prima scuoiarne le spoglie mortali e, successivamente, smembrarle, scegliendo con cura le parti giudicabili migliori in simile situazione e scartando, almeno temporaneamente, le altre. Così, nel rispetto di un naturale dogma in contrasto all'antropofagia, proprio della maggior parte delle culture proclamatesi civili, e sicuramente anche nel popolo eletto, la metà apparentemente umana, per quanto impassibilmente tale, della sfinge venne separata dal resto del corpo, nel mentre in cui la predominante metà felina fu trattata al pari del corpo di un leone, qual, dopotutto, si offriva alla vista.
In conseguenza di tanto impegno da parte della guardia cittadina, quando alfine, poco dopo l'occorrere di un nuovo tramonto, la Figlia di Marr'Mahew, sebbene ancora febbricitante in maniera estremamente preoccupante, offrì segno di un primo tentativo di ritorno a contatto con la realtà, l'immagine dell'ambiente proposto attorno a sé fu, per un fugace istante, addirittura irriconoscibile, nel mostrarsi a lei con un tiepido fuoco acceso a breve distanza da sé, sul quale alcuni pezzi di carne stavano quietamente cuocendo sotto il controllo attento della giovane Ras'Jehr, visibilmente provata per la lunga giornata così vissuta e pur, ancora, lontana dal volersi arrendere al riposo del sonno, nel desiderio di vegliare sulla propria compagna così come aveva compiuto sino a quel momento.

« Th… » tentò di sussurrare, invocando il nome della propria dea, salvo essere bloccata dall'arsura imposta alla propria bocca e gola qual conseguenza del prolungato silenzio, nonché della stessa febbre che, nonostante ogni impegno in senso contrario da parte della giovane, le aveva comunque prosciugato le membra con la propria azione impietosa e costante.
« Lode agli dei tutti. » esclamò, per tutta riposta la shar'tiagha, rilevando la ripresa della compagna e subito accorrendo da lei, nel condurre seco un recipiente semisferico colmo d'acqua, evidentemente lì predisposto a tal fine « Aspetta… non ti muovere. Sei ancora debole. »

Costretta all'ubbidienza dall'assenza di reattività del proprio stesso corpo malgrado ogni volontà in senso contrario, Midda accolse con inevitabile serenità le premure della propria compagna, nel mentre in cui ella con la mancina sollevava delicatamente il suo capo e con la destra avvicinava alle sue labbra quella specie di ciotola, offrendole l'acqua richiesta a piccoli sorsi e lì restando a servirla sino a quando non fu ella stessa a richiederle di concederle libertà, accontentata, almeno per il momento, nel proprio desiderio, e nella propria necessità, di acqua, nel merito dell'origine della quale non si volle porre dubbi, non desiderando di certo dimostrarsi ingrata alla sorte quando provvidenziale come in quel particolare caso.

« Come ti senti? » le domandò Ras'Jehr, lasciandole poggiare nuovamente il capo sull'improvvisato guanciale di sabbia lì da lei predisposto, e, dopo aver posto la ciotola poco distante, rimboccandole con premura la coperta predisposta attorno al suo corpo, per mantenerlo ora al caldo in contrasto al freddo altrimenti dominante nella notte del deserto di Shar'Tiagh « Credo sia meglio per te riposare, ma se desideri mangiare la carne non manca… »

domenica 29 agosto 2010

961


E
dove anche, nel profondo del proprio cuore, in conseguenza a un riferimento tanto vile alla figura di Midda e alle ragioni a fondamento della crisi della loro relazione, Be'Sihl avrebbe voluto rivoltarsi in contrasto al proprio interlocutore, in ubbidienza a quel comune istinto primordiale per un maschio di qualsiasi specie o razza di difendere la legittimità, dinnanzi agli dei o alla Natura stessa, della propria unione con la compagna prescelta, per non tradire la triste immagine così eretta attorno a sé, egli fu costretto a mantenere il silenzio, limitandosi a chinare il capo e, in ciò, ad accettare rassegnato anche quell'ultima offesa, probabilmente estremo tentativo, da parte dell'infiltrato, di coglierlo in fallo.
Similmente scontentato, a Be'Lehe non rimase altro da fare che constatare la propria sconfitta, la propria incapacità a smuovere quell'uomo dalla rassegnazione così apparentemente resa propria, l'accettazione del destino da schiavo che, tanto repentinamente, lo aveva privato di ogni indole guerriera, di ogni spirito combattivo ampiamente dimostrato in precedenza, il solo in grado di concedergli, probabilmente, salva la vita innanzi alla condanna che, altrimenti, sarebbe già calata su di lui. Per questo, alcun ulteriore approccio in direzione del medesimo fu successivamente tentato, non solo nei momenti successivi a quell'ultimo, grave insulto, purtroppo rivelatosi del tutto inutile nel merito dei fini prefissi, quanto nel corso dell'intera mattina e dello stesso pomeriggio, nel corso dei quali, come anticipato, il campo venne progressivamente smontato, vedendo raccolto in maniera ordinata tutto il materiale già impiegato a dar vita a quello stesso insediamento e che sarebbe stato egualmente necessario per il prossimo, elementi essenziali senza i quali la vita nomade di quel gruppo di predoni non avrebbe potuto riservarsi sufficientemente gradevole e agevole da mantenerli rivolti a una simile attività, piuttosto che a impieghi migliori e meglio retribuiti.
In tal modo abbandonato a se stesso, il locandiere shar'tiagho ebbe occasione per riflettere sugli ultimi eventi occorsi e, ancor più, sulle proprie, effettive, speranze per il futuro.
Sebbene, sino a quel momento, avesse avuto salva la vita, il domani promessogli dai propri, attuali anfitrioni non avrebbe potuto essere giudicato da parte di Be'Sihl qual effettivamente similare a un'occasione di vita, quanto, piuttosto, a malapena di sopravvivenza, tale da negare a qualsiasi uomo nato, cresciuto e sempre vissuto in condizione di libertà personale, di accettare quietamente simile idea, di rassegnarsi a divenire una semplice proprietà, al servizio di un padrone proprietario avente, per legge, persino il diritto di torturare o uccidere a proprio piacimento chi non più considerato neppur persona. E proprio lui che, al fine di definire la propria libertà di pensiero persino in contrasto alle tradizioni della propria gente, che pur mai aveva rinnegato, anni prima aveva deciso di lasciare quelle terre, e la propria famiglia, al fine di dirigersi verso il "barbarico" meridione, così come era grottescamente tratteggiato nel comun dire del suo popolo, mai avrebbe potuto accogliere l'idea di lasciarsi ora così imprigionare da chi, addirittura, nemico della sua nazione da epoche ancestrali: in lui, pertanto, da sempre estremamente pacato, misurato nei propri modi e nei propri gesti, in incredibile contrasto e, al tempo stesso, completamento della battagliera Midda Bontor, non avrebbe potuto evitare di emergere un aspetto da lungo tempo sopito nel profondo del proprio animo per amor di civiltà e di pace, il volto di un uomo che avrebbe lottato sino allo strenuo delle proprie forze per riconquistare quanto temporaneamente e disgraziatamente perduto e, così, riservarsi occasione di tornare da colei verso cui si stava arditamente dirigendo nel momento in cui il proprio cammino era stato bruscamente arrestato dall'insorgere di quei predoni.
Come ottenere, tuttavia, tale libertà, ora negata? Come riconquistare la propria consueta, naturale e innata condizione di completa autodeterminazione del proprio fato, ora perduta?
Difficile immaginare come colei che addirittura si era conquistata il titolo di Figlia di Marr'Mahew, in una situazione pari alla propria, non sarebbe riuscita a raggiungere il proprio intento senza alcuna necessità di un aiuto esterno, senza domandare altre risorse rispetto a quelle già in proprio quotidiano possesso, quali, prime fra tutte, il proprio intelletto, la propria esperienza, la propria determinazione e, solo in secondo piano, ma non meno importanti, la propria forza, la propria agilità, la propria elegante coordinazione. Tuttavia, improponibile sarebbe stato paragonare se stesso alla donna da lui amata e ammirata, neppur in un ipotetico moto di orgoglio maschile assente all'interno della tradizione, della cultura della propria gente, la quale mai, sin dalla notte dei tempi, aveva relegato la metà femminile della propria nazione a un ruolo di inferiorità, di servilismo nei confronti della metà maschile, così come, altresì, accadeva da sempre in Far'Ghar. Consapevole dei propri limiti, laddove, altrimenti, avrebbe potuto tranquillamente rimettere l'anima ai propri dei attendendo la morte qual necessaria conseguenza della propria stolidità, il locandiere non avrebbe mai supposto di poter procedere in tutto e per tutto così come, al suo posto, la straordinaria, indomita, e a volte persino folle, Midda Bontor si sarebbe riservata occasione di fare. In simile frangente, egli si sarebbe banalmente condannato a un destino di inevitabile sconfitta, non diversamente da come sarebbe stato per una lepre scioccamente bramosa di spiccare il volo nell'alto dei cieli simile a falco: in tali termini, infatti, avrebbe dovuto essere razionalmente accettata la differenza esistente fra lui e la sua amata, senza in questo voler sminuire le proprie capacità, volersi denigrare, negandosi meriti e attributi incontestabilmente propri. Per quanto saggio, coraggioso, onesto, intelligente, caparbio, e molto altro ancora, egli non avrebbe mai potuto supporre di sopravvivere nel confronto con imprese proprie di chi propostasi capace di superare persino il confine sancito dal mito, dalle leggende… e tutt'altro che saggio o intelligente si sarebbe dimostrato nell'abbracciare ipotesi contrarie.
Definito tale particolare, già oggettivamente esterno a ogni ipotesi di dubbio, ancora incerta, nebulosa, purtroppo, sarebbe dovuta essere indicata la risposta al principale quesito dominante nel presente dell'uomo e proiettante una cupa ombra sul suo futuro: come liberarsi?
Pur impossibilitato a ripercorrere gli stessi passi che, in caso inverso, la donna guerriero non si sarebbe certamente frenata a compiere, Be'Sihl avrebbe ugualmente potuto prendere in esame, qual riferimento, la strategia, la tattica che ella avrebbe fatto propria in una situazione equivalente, ossia ove temporaneamente prigioniera di una schiera nettamente superiore tale da impedirle qualsiasi ipotesi di rivolta. Una scelta, in verità, a dir poco ovvia, qual solo sarebbe potuta essere quella volta al temporeggiamento, alla quieta attesa di un momento propizio alla fuga: forse non durante il viaggio, forse non durante quell'assurda tratta di schiavi, forse solo e addirittura raggiunta la casa del proprio futuro e presunto padrone, egli avrebbe potuto riservarsi occasione di rivolta, approfittando del momento opportuno, in cui alcuno si sarebbe potuto attendere un simile gesto da parte sua. Tuttavia, in tal modo, egli si sarebbe condannato a un periodo di prigionia incredibilmente lungo, dal momento in cui nella misura di intere settimane avrebbe potuto essere indicato il tempo richiesto dal viaggio per raggiungere i confini di Far'Ghar e in misura di interi mesi avrebbe, addirittura, potuto essere indicato il tempo necessario per vederlo assegnato, in modo definitivo, a un padrone, dopo numerosi passaggi di mani fra vari mercanti: un tempo, quello allora domandatogli, che non avrebbe potuto mai essere da lui accettato, non dove animato dall'insaziabile desiderio di ricongiungersi con la propria amata.
Tuttavia, se tanto l'ipotesi di un immediata e solitaria rivolta avrebbe dovuto essere scartata, quanto l'idea di una tranquilla attesa di un momento propizio non avrebbe potuto esser da lui abbracciata, quale altra possibilità avrebbe potuto essere presa in esame?
Sospinto da tal interrogativo, all'attenzione del locandiere non poté essere negata la banale risposta offerta, sin dall'origine del Creato, alle creature più primitive, quella volta a ricercare nell'unione la forza, il potere altresì negato al singolo: se, dopotutto, da solo egli non avrebbe mai potuto conquistare la libertà, con un aiuto esterno, con una collaborazione non dissimile da quella propostagli dallo stesso Be'Lehe, forse avrebbe potuto far propria un'effimera speranza di salvezza, una speranza sufficiente a fargli rischiare la propria vita per la conquista del premio finale, del traguardo propostogli dalla sorte. Purtroppo per lui, in quel momento, in quella particolare situazione, ben pochi avrebbero potuto essere i suoi possibili collaboratori, nell'escludere l'ambigua, e potenzialmente traditrice, figura del proprio apparente compagno di prigionia, e, con lui, anche quella di tutti gli altri rapiti e condannati suoi pari, nei quali difficilmente avrebbe potuto trovare la risorsa ora a lui necessaria. E, così, per quanto sgradevole, per quanto, addirittura, oscena, quasi blasfema, avrebbe dovuto essere accolta, solo una via, in quella particolare direzione, sembrava essergli rimasta, una strada nella quale, però, difficilmente avrebbe potuto inoltrarsi senza pagare un alto prezzo a titolo di pedaggio.

sabato 28 agosto 2010

960


« N
on credo di comprenderti… » negò, scuotendo appena il capo e cercando, in ciò, di apparire il più convincente possibile, nella messinscena a cui, comunque, si stava ora obbligando, in un'abitudine alla falsità che, dopo la notte appena trascorsa, sembrava essere destinata a diventare per lui più consueta di quanto non fosse mai stata.

Fu in tale spiacevole situazione, in simile soffocante frangente, qual solo avrebbe potuto essere giudicato quello da lui stesso costituito con le proprie continue menzogne, con il proprio costante obbligo all'inganno qual quello allora pur richiestogli dal fato per preservare la propria sopravvivenza, che Be'Sihl comprese quanto complesso, quanto realmente difficile avesse da considerarsi una professione mercenaria qual quella propria di Carsa Anloch, che dell'imbroglio e della truffa aveva fatto non solo la propria arte, ma addirittura la propria stessa fede. E, in ciò, egli non poté evitare di ammirarla e di invidiarla, per la naturalezza con la quale ella aveva offerto riprova di saper dissimulare ogni emozione, ogni pensiero, ogni barlume caratteristico della propria stessa natura, arrivando addirittura a rinnegarlo per uno assolutamente antitetico: anche il locandiere, in quel momento, avrebbe voluto essere tanto capace quanto lei, piuttosto che essere abituato, per formazione e per natura, all'onestà, alla trasparenza verso i propri interlocutori.
Malgrado questo, tuttavia, di necessità egli avrebbe dovuto imparare a fare virtù e, per tal ragione, con piacere o in assenza di esso, avrebbe dovuto costringersi a diventare un perfetto mentitore, tale da imporsi qual certo di vittoria quando posto in scacco da un fato avverso, come già nel confronto con i propri carcerieri al momento della sua cattura; da apparire vile quando, altresì, bramoso di lotta, come nei riguardi di Desmair; o, ancora, da risultare incapace a cogliere qualsiasi malizia quando, al contrario, informato e consapevole a tal riguardo, come in quel momento.

« Hai forse deciso di chiudere gli occhi d'innanzi all'oscena sorte a cui questi maledetti vogliono condannarti?! » insistette il suo interlocutore, quasi scandalizzato dalla resa implicita in quelle parole, rassegnazione inattesa in lui « Avevo compreso avessi desiderio di ritrovare la tua amata, di ricongiungerti a lei, non di lasciarti morire qual schiavo di un quale dannato far'ghario. » lo rimproverò senza mezzi termini, senza più alcun genere di freno, nell'affrontare personalmente quanto apparentemente rifiutato dal proprio mancato complice.

Estremamente convincente, abile nel proprio inganno, non avrebbe potuto che essere considerato quell'attore, quel traditore, là dove capace di dimostrarsi realmente coinvolto, a livello emotivo, nella questione, quasi a parlare non fosse un collaborazionista, quanto, piuttosto, un sovversivo, un ribelle suo pari. Ciò nonostante, un lieve particolare, un effimero dettaglio, non aveva mancato di essere immediatamente colto dal locandiere, formato, dai lunghi anni di permanenza nella città del peccato del regno di Kofreya, a leggere quanto non scritto, ad ascoltare quanto non detto, a vedere quanto non mostrato, non tanto per un qualche diletto personale, quanto, piuttosto, per la propria stessa sopravvivenza, per guadagnarsi, in ciò, la possibilità di raggiungere ogni giorno una nuova e successiva alba.
Per questa ragione, egli non avrebbe potuto evitare di prestare orecchio alla precisa forma di quell'ultima polemica domanda, trovando in essa un riferimento a una certa condanna a minacciare il futuro non di entrambi gli interlocutori lì presenti, idealmente ugualmente segnati da un fato di schiavitù, quanto, piuttosto, unicamente il suo, quasi colui che di quelle stesse parole, di quel messaggio di ribellione si era fatto portatore, non avesse alcun timore nel merito del proprio destino, di ciò che lo avrebbe potuto attendere: quale paura, dopotutto, avrebbe mai potuto incombere sul cuore e sull'animo di un traditore, dal momento in cui non vittima ma carnefice egli non avrebbe potuto evitare di esser giudicato?

« Devo davvero ribadire quanto io sia estraneo alla lotta e alla guerra? » domandò Be'Sihl, scuotendo appena il capo « Eppure credevo fosse chiaro il concetto: io sono solo un locandiere… e sarei un pazzo a cercare di sfidare anche solo un singolo ladrone. Figuriamoci un intero esercito di tagliagole. » asserì, non ovviando a un leggero sorriso.

Mai affermazione avrebbe potuto essere considerata più falsa rispetto a quella, dal momento in cui, effettivamente, nello svolgimento del proprio lavoro in Kriarya, egli si era ritrovato a essere, da ben oltre dieci anni, quotidianamente esposto al confronto con una città costituita solo da mercenari e assassini, ladri e prostitute, sopravvivendo tanto a lungo non in virtù dell'imposta protezione da un qualche signore locale, da un qualche mecenate suo protettore, ma, unicamente, in grazia delle proprie stesse capacità, della propria abilità a tenere testa a qualsiasi situazione anche in un contesto tanto pericoloso qual quello lì proposto.

« Quindi un locandiere non è sufficientemente uomo da combattere in difesa del proprio domani, non è abbastanza coraggioso o disperato da tirare fuori le unghie e i denti per definire il proprio diritto a esistere? » continuò Be’Lehe, dimostrandosi ora addirittura offeso per tali parole, per simile atteggiamento, tanto grottesco da non poter essere accettato realmente qual tale e, pur, sì apparentemente sincero da non poter neppure essere rifiutato nelle proprie ragioni.
« I denti e le unghie sono destinati a spezzarsi contro il ferro delle nostre catene e l'acciaio delle spade dei nostri carcerieri: in ciò, il mio diritto a esistere sarà meglio tutelato accettando remissivo ogni ordine mi verrà imposto. » puntualizzò l'altro, pur desideroso di chiudere il discorso quanto prima, nel timore di potersi involontariamente tradire, di lasciar trasparire qualcosa di troppo, là dove sin troppo, dopotutto, era già stato espresso nel giorno precedente « E ora, ti prego, non insistere ulteriormente. » aggiunse serio nel proprio tono « Qualsiasi possano essere le tue intenzioni, non troverai in me alcuna possibilità di complicità. Quindi, per il tuo e per il mio bene… non insistere oltre! »

Ovviamente, nonostante la fermezza delle proprie parole, tutt'altro che saldo in tal posizione, in simile convincimento avrebbe potuto essere considerato lo stesso Be'Sihl.
Ove offrire fiducia a Desmair non avrebbe potuto essere giudicata una mossa saggia, infatti, il dar per scontata la veridicità della sua diffida verso Be'Lehe, in fondo estraneo e sconosciuto, avrebbe potuto essere ritenuta una scelta pericolosa e potenzialmente volta a proprio stesso discapito, dove destinata non tanto a liberarlo dall'incomoda presenza di un traditore, quanto, piuttosto, dalla possibile candidatura di un nuovo amico, di un compagno di ventura così stolidamente respinta. Sebbene indubbio a simile proposito, tuttavia, anche procedere in direzione del tutto antitetica, negando ragione, per principio preso, al semidivino sposo della sua amata, non si sarebbe concessa qual strategia particolarmente acuta, ritrovandosi in ciò a essere contrariamente sospinto a riconoscere fede a quel compagno di sventura senza sapere nulla a suo riguardo, e, soprattutto, ignorando, in tal modo, i pur chiari messaggi laconicamente a lui rivolti da tutti gli altri prigionieri, le cui voci, praticamente, non aveva avuto sino a quel momento neppur occasione di udire, nel loro mantenersi a quieta distanza da qualsiasi ipotesi di complotto, di rivolta.
Nell'incertezza così obbligata, costretta, fra due vie comunque costellate da possibilità di tradimento, di infamia a proprio esplicito riguardo, il locandiere shar'tiagho non avrebbe potuto mancare di preferire una terza soluzione, atta a diffidare tanto dell'uno, quanto dell'altro, e a rivolgere verso se stesso, e nessun altro, ogni speranza per la propria sopravvivenza, in una scelta di solitudine probabilmente difficile, forse stupidamente paranoica, e che pur egli non avrebbe potuto ignorare essere caratteristica fondamentale della propria stessa amata, la quale, con il proprio costante esempio, non avrebbe potuto indicare una via migliore rispetto a quella ora da lui intrapresa.

« Se questo è il tuo desiderio… così sia. » accettò, alfine, Be'Lehe, storcendo le labbra verso il basso in un misto di rassegnazione e disprezzo « Comunque, mi spiace di ben comprendere, in tutto ciò, le ragioni per le quali la tua audace compagna ha preferito allontanarsi da te. » lo insultò a conclusione, in parole neppur eccessivamente velate nel proprio significato.

venerdì 27 agosto 2010

959


L
e prime luci del mattino colsero Be'Sihl madido di sudore, nonostante la notte appena trascorsa, nel gelo caratteristico del deserto qual immediata conseguenza al tramonto del sole, non avrebbe dovuto offrirgli alcuna ragione in tal senso. Tuttavia non per un eccessivo calore, il buon locandiere si ritrovò a recuperare coscienza in tale umida condizione, quanto, piuttosto e peggio, in virtù della dura prova a cui era stato sottoposto, il confronto con il semidivino sposo della propria amata, nel rapportarsi con il quale alcun mortale avrebbe potuto far propria ragione di indifferenza, di cieca apatia, nello sforzarsi di ignorare tutte le ripercussioni che un simile evento avrebbe potuto rappresentare per il proprio stesso futuro.
Se, infatti, alcun reale accordo, alcun concreto patto fosse stato sancito in comune accordo fra lo shar'tiagho e il Figlio di Kah, tale da poter altresì considerare vincolato, se non, addirittura, condannato, il primo nei confronti del secondo, la semplice definizione della volontà di una collaborazione fra i due per il bene comune, e per il bene della donna guerriero comune interesse di entrambi, non avrebbe potuto essere sminuito nel proprio concreto valore, nei termini delle proprie implicazioni. Mai, come in quella notte, l'uomo si era esposto su un abisso oscuro, su un mondo di negromanzia e stregoneria nel merito del quale, nonostante tutto, non avrebbe potuto considerarsi confidente, non avrebbe potuto giudicarsi familiare, qual, altresì, sicuramente avrebbe potuto dirsi la stessa mercenaria dagli occhi di ghiaccio padrona del suo cuore, e, proprio nella consapevolezza di quanto occorso, della propria esposizione a tale realtà, egli non avrebbe mai potuto evitare, umanamente, di provare un giusto timore, una necessaria ritrosia. Qual sciocco, tuttavia, non avrebbe comunque potuto evitare di reputare tale proprio sentimento, simile emozione, soprattutto nel confronto con il proprio intento d'amore nel confronto della stessa Midda, quelle intenzioni da cui ella aveva cercato di dissuaderlo, aveva voluto sconsigliarlo, ma che egli si era comunque intestardito a pretendere quali legittime e estranee, aliene, a qualsiasi possibilità di ritrattazione.
Quasi come se gli dei tutti avessero voluto porlo alla prova, egli si era, così e ora, ritrovato a violento confronto con tutte le responsabilità e i problemi che una qualsivoglia idea di una relazione stabile con la donna pur sinceramente amata e desiderata avrebbero comportato per lui, mostrandogli, dopo i primi sei mesi di meravigliosa intesa con lei, l'elevato prezzo che, inevitabilmente, sarebbe stato a lui richiesto ogni giorno, per il resto della sua vita, se solo non si fosse rassegnato ad accettare l'invito della stessa Figlia di Marr'Mahew ad abbandonarla, a non ricercarla ulteriormente, a proseguire nella propria vita non diversamente da come egli sapeva ella non aveva mancato di fare, in passato, con altri compagni, con altri amanti, quasi su di lei avesse da esser considerata un'oscura maledizione, una condanna alla solitudine e all'infelicità. E da tale confronto, per quanto non ancora sconfitto, non si sarebbe potuto neppur considerare uscito qual vittorioso. Vincitore, dopotutto, avrebbe potuto giudicarsi se solo la sua mente, il suo cuore, il suo animo non si fossero concessi di vacillare innanzi a Desmair, suo avversario, suo nemico, reale e unico responsabile per la morte dei suoi parenti: ma quell'oscenità, quel mostro lontano da ogni ombra di umanità, non solo era riuscito a ridicolizzarlo per tutta la durata del loro incontro, facendolo apparire non dissimile da un bimbo incapace di comprendere persino i propri stessi desideri, le proprie stesse volontà, quanto, peggio, era stato in grado di insinuare in lui il germe del dubbio, negando non con violenza, ma, piuttosto, con incredibile carisma, qualsiasi speranza avrebbe potuto permanere in lui per il proprio futuro, per la propria salvezza dalla spiacevole situazione in cui si era tragicamente ritrovato a essere, in conseguenza di una sventura tanto marcata da apparir addirittura qual grottesca.
Per tal ragione, dove anche alcuna stretta di mano si era proposta fra loro a dimostrare il raggiungimento di un comune accordo, al tempo stesso il silenzio nel quale si era ritrovato a essere ridotto lo stesso Be'Sihl non avrebbe potuto dimostrarsi latore di alcun sentimento di rivolta del medesimo nei confronti del proprio antagonista, volontà di conflitto che, per amor proprio e, ancor più, per amor della propria Midda, tanto insidiata da quella figura mostruosa, mai avrebbe dovuto rinnegare, mai avrebbe dovuto porre a tacere.
Perché si era arreso? Possibile che tanto debole si fosse alfine rivelato, in offesa non solo al sentimento declamato in direzione della propria amata ma, peggio ancora, in offesa anche a se stesso? Possibile che fosse davvero un tal vile?!
Tale, in cuor suo, sperava di essere risultato, sincero nel profondo del proprio animo.
Solo in tal modo, del resto, egli avrebbe potuto riuscire a prendersi giuoco del proprio interlocutore, dal momento in cui, come l'altro non aveva mancato di ribadire in numerose occasioni nel corso del loro confronto, la sua mente si era ritrovata a essere, purtroppo, violata nel proprio intimo, negandogli qualsiasi libertà di pensiero esterna alla possibilità di controllo della stessa controparte.
In quale altro modo, del resto, avrebbe potuto ingannare chi in grado di raggiungere i suoi più personali ricordi, se non quello di convincersi, in tutto e per tutto, di essere realmente un codardo traditore? Di essere sì smidollato, sì pavido, da poter vendere tanto facilmente non solo se stesso, peggio ancora, anche la propria amata?

« Ehy… Be'Sihl… come stai? » lo richiamò la voce di Be’Lehe, colui presentatogli dallo stesso Desmair qual infido infiltrato nel gruppo di prigionieri al solo scopo di cogliere pensieri di ribellione in qualcuno fra loro « Ti sei agitato parecchio questa notte: sembrava quasi che qualcuno ti stesse infilzando con un'enorme spiedo incandescente… »
« Sto bene. » rispose il locandiere, scuotendosi e sollevandosi da terra, nel cercare, in tal mentre, di ritrovare un qualche barlume di dignità, di compostezza, non desiderando certamente rendere alcuno fra i presenti partecipe degli avvenimenti a lui occorsi in quelle ultime ore, eventi di fronte alla cronaca dei quali, quanto meno, sarebbe stato additato qual pazzo « Non ti preoccupare per me. »

All'interno della propria tenda-prigione nulla sembrava essere mutato rispetto alla sera precedente, mostrando ancora tutti i prigionieri ordinatamente e saldamente legati l'uno all'altro in una lunga sequenza di coppie, a creare in maniera naturale un drappello già pronto per marciare attraverso le impalpabili sabbie del deserto, verso occidente, per raggiungere la loro sgradita destinazione e, con essa, il proprio fato di schiavitù perenne.

Quasi come se il traditore avesse intuito l'implicito pensiero proprio nello sguardo del compagno in quella rapida rassegna dell'ambiente a loro circostante, egli non perse occasione per tentare di recuperare il discorso rimasto bruscamente interrotto la sera precedente: « Sono giunte voci di una prossima partenza. Entro sera il campo dovrebbe essere smontato e la prossima notte dovremmo essere trasferiti ad un nuovo accampamento… »
« Evidentemente il numero di prigionieri raggruppati si offre sufficiente per i desideri dei nostri anfitrioni. » commentò Be'Sihl, cercando di non dimostrare alcun particolare astio nel confronto dell'altro, non desiderando svelare né le proprie reali intenzioni di fuga da quella situazione, né, tuttavia, la propria maturata coscienza nel merito del ruolo dell'altro al suo fianco, necessitando di liberarsi in maniera discreta e possibilmente astuta del proprio stesso, ipotetico complice, prima di potersi permettere l'attuazione di qualsiasi strategia volta a garantirgli una ritrovata libertà.
« Ieri sera fra noi è rimasto in sospeso un certo discorso… » suggerì, allora, la controparte, avvicinandosi con fare guardingo a lui e nell'abbassare, ulteriormente, il già lieve tono di voce « Credo sia il caso di concluderlo al più presto, prima che ci possa essere negata ulteriore possibilità di quiete qual quella che ora ci è comunque garantita. »

Incerto, allora, sulle parole migliori con le quali gestire quella situazione, il locandiere restò per un istante quieto, nell'osservare il proprio interlocutore con simulato disorientamento, quasi l'evidente ansia che lo aveva trovato protagonista nella notte appena trascorsa non gli stesse concedendo ancora possibilità di lucido pensiero, tale da ben comprendere il pur velato concetto così richiamato nelle parole del proprio compagno di prigionia.

giovedì 26 agosto 2010

958


« H
ai detto tu di approfittarne! » osservò l’altra, stringendo con tutte le proprie forze, fra le dita di entrambe le mani, quella sola arma offerta a sua disposizione dal fato, una catena divenuta risorsa ancor prima che vincolo in quel momento, nel cercare di spezzare la colonna vertebrale della propria nemica o, per lo meno, di negarle, in ciò, ulteriori possibilità di respiro.

Impossibilitate a mantenere la posizione conquistata in contrasto al mostro mitologico e, al tempo stesso, a ovviare all'eventualità di divenire facili prede per le sue tremende zampe anteriori, armate da artigli prossimi a lame forgiate dal miglior fabbro dell'intero continente di Qahr, le due donne impiegarono in quei pochi, effimeri e pur apparentemente eterni, istanti di tempo, tutte le proprie energie, tutti i propri sforzi, nella certezza di come, dall'azzardo in cui si erano così entrambe sospinte, per volontà o per costrizione, non sarebbero potute sopravvivere se non in conseguenza della prematura dipartita della loro stessa avversaria, la quale, se solo avesse avuto un solo momento per riprendersi, per recuperare il controllo sulla situazione, non avrebbe avuto la benché minima difficoltà ad annientarle entrambe. In ciò, i pugni della donna guerriero non si arrestarono e, anzi, divennero sempre più incalzanti, martellanti non diversamente dall'azione di un maniscalco sul metallo ancora incandescente, martoriando senza pietà quel volto al solo fine di sconvolgere la propria avversaria, di disorientarla e, in ciò, vanificare ogni possibile reazione, offrendo tempo e modo alla propria compagna shar'tiagha di portare a termine il proprio intento, la propria volontà assassina, resa tanto salda dal più naturale e atavico istinto di sopravvivenza, dalla coscienza di dover uccidere per non essere uccisa, in ottemperanza a un principio forse giudicabile qual barbaro, forse reputabile qual contrario a ogni educazione potesse esserle stata impartita dalla propria cultura, e pur innegabilmente intrinseco nel proprio stesso animo, nella profondità del proprio retaggio storico, caratteristico di qualsiasi creatura mortale ancor prima che di qualsiasi essere umano.

« Per Se'Hekm-Et… » sussurrò Ras'Jehr a denti stretti, cercando, addirittura, con il proprio piede destro di trovare leva sullo stesso corpo avversario per tendere ulteriormente la catena posta attorno a quel collo probabilmente meno delicato di quanto offerto in apparenza alla vista « Muori, grottesca parodia di umanità! Muori, prima che mi esploda il cuore nel tentativo di strozzarti! » richiese, pregò o, forse e addirittura, supplicò, in maniera indefinita in direzione della propria predatrice, e preda, o della dea sua stessa ipotetica creatrice.

Malgrado tutti i colpi già inferti dal pugno destro di Midda, in altri contesti, avrebbero già, quanto meno, fracassato il cranio della sfinge fino a spargere le sue cervella nell'intero spazio circostante, tenendo fede alla propria nomea, alla propria leggenda, il mostro non parve purtroppo risentire dei medesimi in maniera sufficientemente adeguata, non morendo e neppur perdendo, in ciò, coscienza. Al contrario, in un gesto tanto improvviso quanto inatteso, la creatura dal corpo di leone e dalla testa e dai seni di donna, riuscì addirittura a porre le basi di una propria possibile rivalsa, scuotendosi con violenza e, in ciò, cercando di spazzare tanto la controparte a essa frontale, tanto la sua pari, posta sul proprio fianco.
Malauguratamente per la stessa sfinge, però, esattamente in conseguenza di una simile decisione, di un tale, disperato, tentativo di riconquista della propria libertà, fu decretata la sua sconfitta e la sua morte, dal momento in cui, ancora saldamente legate l'una all'altra, le due donne a lei avverse non avrebbero potuto essere tanto facilmente separate da un atto neppur sì violento, ritrovandosi, pertanto, a fungere, involontariamente e per loro grazia, da fondamentale peso per la catena ancora saldamente posizionata attorno al collo del mostro: catena che, in ciò, tendendosi con impeto incredibile, esercitò su quello stesso sin troppo provato collo una trazione tale da divellerlo dalla propria naturale sede, in un'oscena torsione che spezzò di netto la colonna vertebrale lì proposta, tale da definire, in una via sicuramente estremamente diversa da quella sperata dalla stessa fiera, mangiatrice di uomini, la reale e definitiva conclusione di quel sanguinario confronto.

« E' finita. » sussurrò, ora stremata, la Figlia di Marr'Mahew, esprimendosi in tali termini ancora prima di rialzare il volto da terra, là dove era stata così proiettata dall'impeto, dalla foga del gesto della propria avversaria, fortunato dal proprio personale punto di vista, tragico da quello proprio della controparte, nel cogliere, attraverso il suono, il tremendo schiocco prodotto dal collo così infranto, il segno evidente della vittoria, del successo ottenuto negli esatti termini invocati dalla cugina di Be'Sihl, da lei ricercati con il proprio solo, e pur perfetto, intervento all'interno di quel conflitto.
« E' finita? » ripeté, incredula e spaventata, la guardia shar'tiagha, nel cercare, altresì, immediata conferma visiva della loro effettiva conquista, ancora temendo, nonostante quanto compiuto, l'eventualità di una possibile ripresa del mostro e, in ciò, di una loro spiacevole trasmutazione in piatto principale nella sua stessa cena in quella lunga notte.

Alcun miracoloso recupero, tuttavia, vide qual protagonista la sfinge, il cui pesante corpo, ormai privo di vita, era allora ricaduto al suolo, innanzi alle proprie stesse assassine, offrendo trasparenza della propria concreta e innegabile dipartita nella raccapricciante posizione assunta dal proprio capo, dalla propria testa orrendamente ripiegata all'indietro, a porsi fra le sue stesse scapole quasi fosse la testa del pupazzo di panno di un infante, gettato inerme sul pavimento al termine di un impegnato periodo di giuoco.

« E'… finita. » sospirò, in un misto fra sollievo e soddisfazione la giovane, lasciandosi ora andare a sua volta sul suolo, necessitando, dopotutto, a sua volta in una pur minima occasione di riposo a seguito di uno scontro sino a poc'anzi giudicato qual impossibile, inaccettabile, inevitabilmente pari a una condanna a morte per sé e per la propria quasi parente, per quanto la propria attuale posizione, ridicolmente intrecciata alla medesima, non avrebbe potuto offrirle particolari garanzie a tal fine.
« Cosa accade?! » tentò di sorridere la donna guerriero, voltando appena il proprio viso verso di lei per rivolgerle i propri occhi color ghiaccio, in uno sguardo quasi sornione, quietamente divertito dalla duplice ripetizione delle proprie parole così proposta dall'altra « Non ti senti forse sufficientemente appagata per una vittoria sì banale, tanto semplice quale quella che abbiamo… hai appena riportato?! » puntualizzò, non riservandosi alcun particolare merito in tale risultato, derivante innanzitutto, se non unicamente, dalla posizione conquistata da Ras'Jehr nel corso del combattimento, dalla scelta strategica da lei autonomamente votata e attuata « E poi avrei dovuto essere io la folle… »
« Dei… come trovi la forza di scherzare dopo tutto quello che è accaduto? » domandò strabiliata la shar'tiagha, strabuzzando appena lo sguardo per tutta risposta a quell'intervento esplicitamente faceto, incredibile, nella propria presenza, soprattutto nel confronto con le numerose ferite e ustioni appena riportate dalla propria interlocutrice, ancor prima che dalla stanchezza che, pur, avrebbe dovuto allora dominarla.
« In effetti, temo a dirlo, ma non mi sento un granché bene… » annuì la donna del sud, in un gesto appena accennato, lasciando poi calare le palpebre a coprire le gelide gemme da lei abitualmente definite quali occhi, quasi a ricercare, in ciò, un'occasione di riposo, di sonno, più che umanamente accettabile in conseguenza a quanto occorso, alla battaglia lì appena conclusasi, lotta combattuta contro se stessa, e la droga ancora in circolo all'interno del proprio corpo, ancor prima che in contrasto alla stessa sfinge.

Un lungo istante di silenzio seguì, così, a quelle ultime parole, laconicità che se, in un primo istante, non poté che soddisfare la cugina di Be'Sihl, successivamente non poté evitare di preoccuparla, soprattutto nel ritrovarla qual inerme spettatrice della martoriata schiena della propria compagna, dalle ferite della quale il sangue si stava allora riversando in maniera copiosa e continua a inzuppare quanto rimasto della sua tunica, della sola veste preposta a copertura delle sue forme.

« Midda?! » la richiamò, alfine, temendo di non poter ottenere ulteriore replica da parte sua.

mercoledì 25 agosto 2010

957


F
u proprio quando, ormai, ogni speranza avrebbe potuto essere considerata persa, ogni sogno rivolto al domani avrebbe potuto essere giudicato tanto repentinamente vanificato dall’azione della sfinge e, ancor più, dalla reazione della donna guerriero, che all'attenzione della sconvolta cugina di Be'Sihl, già certa di essere prossima all'incontro con il dio Ah’Nuba-Is, guardiano dell'oltretomba della propria fede, venne presentato il frutto del tremendo sacrificio a cui, comunque, Midda Bontor si era comunque condannata, nell'esporsi volontariamente a un nuovo contatto non solo con la violenza degli artigli della creatura loro avversa ma, ancor più, con il distruttivo fuoco eruttante dalle sue carnose labbra femminili, quelle stesse verso cui, in contesti meno tragici, l'attenzione di molti uomini si sarebbe sicuramente rivolta con malcelato interesse, frutto che, con vibrante foga e con un alto grido battagliero, venne esaltato dalla stessa mercenaria, nell'offrire, in risposta al nuovo attacco del mostro dal corpo di leone e dalla testa di donna, l'impeto tremendo del proprio pugno destro.

« Sai… in molti credono che io mi possa fare problemi a colpire una donna… » commentò la Figlia di Marr'Mahew, rivolgendosi, forse, alla propria sola e possibile interlocutrice o, forse, alla loro comune avversaria, nel mentre in cui il nero metallo della sua estremità artefatta incontrava con forza le apparentemente delicate forme del volto della creatura « … per mia fortuna, non è assolutamente vero! »

Non qual ruggito, allora, ma qual gemito si impose il verso della sfinge, sorgendo dalla profondità della gola della bestia al pari dei precedenti, raccapriccianti messaggi di morte, la quale non poté evitare di accogliere quella reazione non solo con necessaria sorpresa, quanto, piuttosto, addirittura con sconcerto, nel non essere abituata a similari occasioni di confronto, a relazionarsi con prede tanto lucide e controllate da riuscire a ipotizzare una qualsiasi occasione di risposta in suo stesso contrasto. Un gemito che, incredibilmente agli occhi della stessa Ras'Jehr, ma più che gradevolmente a quelli della sua compagna, non mancò di essere accompagnato non solo da un osceno suono di ossa o, più probabilmente, zanne infrante, ma, da un fiotto incontrollato di sangue che, da quelle stesse carnose labbra, fuoriuscì con enfasi inattesa e inattendibile a dimostrare la vulnerabilità pur propria di quella creatura erroneamente considerata immortale e invincibile.

« Ora sì che iniziamo a ragionare! » sorrise trionfante la donna guerriero, consapevole di non poter considerare già sconfitta la propria letale controparte e, ciò nonostante, innegabilmente soddisfatta del risultato così ottenuto, seppur in conseguenza del pagamento di un prezzo tanto doloroso.

Un misto di paura e di ammirazione fu ciò che, nel mentre di quelle stesse parole, dello sviluppo di quegli eventi, si impadronì per un istante dell'animo della stessa giovane shar'tiagha, la quale non solo si trovò a essere, dopotutto, indubbiamente smentita nelle proprie intime accuse verso la figura di Midda, i propri assolutamente sinceri dubbi nel merito della sua salute mentale così come pocanzi formulato, quanto, ancor più, fu costretta a doversi confrontare con l'allucinante coraggio e l'incredibile prontezza mentale da lei stessa allora dimostrata, nell'aver prima intuito e, poi, subitaneamente elaborato e attuato, un piano volto a garantire libertà al proprio braccio destro, nello sfruttare tanto la violenza degli artigli, quanto l'impeto del fuoco, in contrasto alle proprie stesse catene. Arto, il suo, che, non solo avrebbe potuto essere considerato il solo per lei esponibile in sufficiente sicurezza a tanta altresì mortale furia, ma anche la sola arma in quel momento rimasta concretamente a sua disposizione in quella battaglia disperata.
E così, nello stesso tempo in cui la guardia cittadina si era ritrovata a giudicare e condannare aspramente le scelte della sua sola compagna e speranza di sopravvivenza, l'altra non aveva perduto neppur per un fuggevole istante il proprio autocontrollo, impegnandosi in ciò che, da sempre, si era dimostrata incredibilmente e terribilmente abile: la guerra.

« Ehy… dove pensi di poter andare?! » rimproverò la voce della mercenaria, evidentemente diretta verso la sfinge, la quale, ancora disorientata per il colpo subito, stava ora tentando di riservarsi un'occasione di tregua, uno spazio di sicurezza da quelle spiacevoli prede, nell'esigenza di prendere una decisione sul da farsi, sulla via migliore da intraprendere in conseguenza di quello sviluppo imprevisto « O davvero hai supposto che mi sarei lasciata cucinare e sbocconcellare senza opporre la benché minima resistenza? »

Parole di scherno, quelle allora dedicate alla creatura, le quali, tuttavia, non si offrirono quali gratuite, quali rivolte a semplice sberleffo, quanto, piuttosto, qual espressive di una ferrea volontà, di una sincera dichiarazione di intenti, di una concreta presa di posizione in contrasto al mostro, come l’impavida donna guerriero non tardò a dimostrare, risollevandosi da terra e, ancora trascinando con sé la compagna, cercando nuove occasioni in contrasto alla sfinge.

« E’ follia… non puoi pensare di vincerla! » gemette Ras’Jehr, colta dal panico in conseguenza a quella scelta per lei assurda, là dove avrebbe ampiamente preferito cercare salvezza lontano da lì, approfittando in ciò dell’estemporanea, e certamente non duratura, ritirata del mostro.
« Sarebbe follia voltarle ancora una volta le spalle. » replicò la mercenaria, spingendo con la propria mancina, a lei ancora vincolata dalle solide catene, la propria interlocutrice a terra per evitarle un blando tentativo d’offesa rivolto loro con una pesante zampa artigliata, probabilmente più nella volontà di mantenerle a necessaria distanza ancor prima che a ricercarne effettivo danno « Non è abituata al confronto con prede particolarmente tenaci e, in ciò, non può evitare di temere quanto sta accadendo… » aggiunse, a spiegare le ragioni della propria scelta, nel mentre in cui la sua destra recuperò impetuosamente spazio in direzione del volto femminile di quel mostro, ora mirando verso il mento leggermente appuntito della medesima « Dobbiamo approfittarne! »

A sottolineare la ragione pur propria di quelle parole, fu allora il successo di quel nuovo attacco, di quella nuova, inelegante e pur efficace, offensiva, in conseguenza alla quale un nuovo gemito ritrovò qual protagonista la stessa sfinge, in un’espressione di dolore incontrollata e incontrollabile che alcuno, in simile frangente, avrebbe potuto evitare, ovviare, dal momento in cui la solidità di quel pugno metallico, ora, quasi scardinò la mascella della creatura dalla propria sede, proiettando nel contempo diverse zanne e abbondante sangue al di fuori delle sue carnose labbra.
Alfine, tuttavia, non da Midda, sì combattiva e tenace, emerse l’idea, la soluzione definitiva in risposta all'apparente ineluttabilità di quella battaglia, di quel confronto tanto violento e sanguinario a discapito di entrambi i fronti coinvolti, quanto, piuttosto, dalla sua stessa compagna di ventura, colei che sino a quel momento si era dimostrata unicamente in grado di criticarla e, forse, di esserle addirittura, per quanto involontariamente, d’ostacolo. Fu proprio la giovane shar’tiagha, infatti, che, senza riservarsi ulteriore possibilità di dialogo, e con essa altre, possibili e umane incertezze sulla riuscita del gesto di cui si propose allora quale principale interprete, volle offrire il proprio contributo in quello stesso conflitto, riservando tutto il proprio ascolto, tutto il proprio sostegno alle parole appena scandite dalla Figlia di Marr’Mahew, nel decidere di far propria un’occasione, una possibilità allora individuata, prima che potesse essere loro negata da una qualche inattesa reazione da parte della sfinge stessa. Per tal ragione, quindi, ella si rialzò velocemente da terra, là dove era stata poco dignitosamente gettata dalla stessa compagna, allo scopo di slanciare lo spezzone di catena ancora legato al proprio braccio mancino, ma non più al destro dell’altra, con foga contro il delicato, addirittura sensuale, collo femminile del mostro, nel bramare speranza di presa su di esso con tale, improvvisata arma, allora impiegata non diversamente da una frusta.

« Per Thyres… » esclamò Midda, nel cogliere il laconico messaggio rivoltole e, in ciò, evitando di ringraziare, in cuor suo e con una successiva, non velata, espressione, la propria compagna per la fiducia così riconosciutale « Complimenti per l'iniziativa! » commentò sorridendo e accompagnando tale asserzione con un terzo montante a discapito della sfinge, nella volontà di imporle distrazione dalla shar’tiagha, prima che essa potesse tentare di reagire in contrasto alla medesima.

martedì 24 agosto 2010

956


« T
hy… » iniziò a imprecare la donna guerriero, salvo ritrovarsi costretta, un istante dopo, a lasciar morire quella violenta invocazione verso la propria dea nella necessità, o, più propriamente, nella volontà, di trattenere un grido di dolore causato da un pur effimero, appena sfiorato, incontro con quelle stesse fiamme, nel corso del proprio tentativo di fuga da esse.

Se pur, infatti, nel movimento evasivo imposto al proprio corpo e, nel contempo, alla propria protetta, la cugina del suo amato, un danno in contrasto alla quale mai avrebbe potuto da lei essere perdonato a se stessa, ella riuscì a trovare occasione di salvezza per le carni di entrambe, il getto di fuoco riuscì comunque a lambire il lato destro del suo corpo, travolgendo in prevalenza il suo arto metallico, fortunatamente insensibile a qualsiasi possibilità di pena in conseguenza a un calore tanto estremo, a fiamme sì vive, ma, in ciò, accarezzando anche la sua spalla e parte del suo fianco, lì subito dando luogo a un'ustione tutt'altro che piacevole, tutt'altro che gradevole o apprezzabile, che sembrò quasi volerle imporle memoria, nel caso assurdo in cui ella se ne fosse scordata, della caducità intrinseca della propria stessa esistenza.

« Midda! » reagì subito, con preoccupazione, Ras'Jehr, esprimendo sincera preoccupazione per la sorte della propria compagna di ventura, in un cameratismo naturale, umano, se non, addirittura, praticamente obbligato dalle particolari circostante attuali « Dei… »
« Sto bene… sto bene! » ruggì a denti stretti la donna sì interrogata, costringendosi immediatamente a farsi nuovo carico del peso della propria interlocutrice per tentare di balzare il più lontano possibile dalla loro pericolosa avversaria « Sto sicuramente meglio di come starà molto presto quella dannata cagna: per Thyres… giuro che la farò a pezzi e le strapperò quella dannata pelliccia per farne un mantello! E dopo di lei non mancherò di scuoiare anche tutti quei dannati figli d'un cane che mi hanno venduta! »

La pur ampiamente comprensibile rabbia della Figlia di Marr'Mahew, in effetti, non avrebbe potuto essere considerata rivolta, con particolare esclusività, in direzione della stessa letale sfinge ora impegnata alla ricerca della sua vita, di una via utile a negarle qualsiasi speranza verso una nuova alba, quanto, piuttosto e maggiormente, agli ex-compagni di ventura che, ovviamente privi di qualsiasi particolare vincolo di fedeltà nei suoi riguardi dal momento in cui a malapena ella sarebbe stata in grado di identificarli per nome, avevano deciso di condannarla a morte in quel particolare modo, lì abbandonandola così incatenata, così ostacolata nei propri movimenti e, in ciò, purtroppo praticamente offerta in sacrificio alla mitologica bestia abitante in quella grotta o sotterraneo che fosse.
L'odore di pelle bruciata che, pungente e sgradevole, raggiunse nel contempo di tali parole, l'attenzione della shar'tiagha, non avrebbe però potuto permettere alla medesima di condividere l'ottimistica valutazione espressa dalla quasi parente a proprio stesso riguardo, lasciandola altresì temere per la sopravvivenza di entrambe, nonostante l'energia dimostrata dalla subitanea reazione in conseguenza alla quale, ancora una volta, ella fu costretta a un semplice ruolo di spettatrice, inerme osservatrice di quegli eventi, anche ove evidentemente e inevitabilmente coinvolta nei medesimi.

« Sta arrivando! » avvertì ancora una volta, in una spiacevole sensazione di déjà vu, qual conseguenza di dinamiche del tutto identiche alle precedenti.
« Lasciala venire… » sussurrò la donna guerriero, non negandosi un lieve sorriso di incomprensibile approvazione nel confronto con tale novella, quasi, per assurdo, essa avesse dovuto essere intesa qual da lei non semplicemente attesa, quanto più, addirittura, persino desiderata.

Per un istante, in una reazione di sfiducia pur umanamente giustificabile, la cugina di Be'Sihl non poté evitare di temere che il dolore imposto alla compagna in conseguenza delle ferite subite, nonché dell'incontro con le letali fiamme emerse dalla bocca della sfinge, l'avessero privata completamente di qualsiasi barlume di ragione, di senno, guidandola, in ciò, verso un cammino di autodistruzione nel quale entrambe si sarebbero potute smarrire. Tutt'altro che rivolta al suicidio, tuttavia, la mercenaria dagli occhi color ghiaccio non mancò di dimostrarsi nel momento in cui, con un agile scatto laterale, ovviò alla nuova carica della sfinge, offrendo in ciò riprova di una mente assolutamente non offuscata, di una lucidità mai ottenebrata dagli eventi di cui si era ritrovata a essere protagonista.
Una testimonianza quella così offertale, che, nonostante tutto, non poté rassicurare il cuore della giovane Ras'Jehr nel momento in cui, invece di approfittare di quell'istante per porre ulteriore distanza fra loro e la loro nemica, Midda arrestò prontamente il proprio cammino e ne invertì il verso, mantenendone la direzione, per spingersi con il proprio gomito destro a tentare di colpire il volto della sfinge.

« Avanti, bestiaccia che non sei altro… offrimi ancora dimostrazione delle tue capacità. » la incitò nel mentre di tale gesto, follemente bramosa di confronto con essa.

Tanto spaventata da non poter neppur supporre di reagire, nel ritrovarsi simile a bambola di pezza trascinata inerme nella foga dei movimenti della propria compagna, in quella danza con la morte così tanto invocata, la guardia cittadina assistette con sguardo terrorizzato al levarsi della zampa anteriore sinistra della creatura, in un gesto ancor carico di fastidio piuttosto che di concreta aggressività, la quale, subito dopo, venne fatta ricadere in contrasto ad entrambe, cataputandole, con oscena violenza, nuovamente a estrema distanza, semplici fuscelli nel confronto con l'impeto di un fiume in piena. Una difesa quasi retorica, in reazione a un'offesa tanto stolida, alla quale la sfinge, immediatamente, volle aggiungere l'azione del proprio fuoco, così come appena assurdamente richiesto dalla medesima, suicida avversaria slanciatasi in sua ipotetica opposizione.

« Non ti muovere! » gridò la donna guerriero rivolgendosi alla shar'tiagha, nell'avvolgersi con il proprio stesso corpo attorno a quello di lei, quasi a volerle offrire scudo con le proprie stesse membra, per quanto difficilmente esse avrebbero potuto arginare la distruzione implicita in quel respiro rovente.

Riservando nuova occasione di riprova in favore del mantenimento di una perfettamente presente coscienza nella Figlia di Marr'Mahew, un lievissimo movimento, una contrazione muscolare della medesima riuscì incredibilmente e realmente a evitare a entrambe una violenta e prematura conclusione delle loro esistenze, ritrovando, in ciò, tuttavia, nuovamente qual sfortunato bersaglio il fianco destro della stessa donna guerriero, la quale non poté trattenere un altro, tremendo grido di dolore, nel mentre in cui, per raggiungere i propri non meglio chiariti e pur, probabilmente, intuibili scopi, si ritrovò costretta a esporre nuovamente e volontariamente la propria spalla e la propria vita alla terribile azione di quelle fiamme, di quel fuoco, riservandosi un dolore, una pena tale nel confronto con la quale, probabilmente, un'ampia maggioranza di altri guerrieri, al suo posto, avrebbero perduto completamente contatto con la realtà.

« Dannazione, Midda… stiamo per fare la fine delle quaglie nella festa dell'ultimo giorno d'estate! » la richiamò Ras'Jehr, sinceramente spaventata ma, ancor più, disorientata nel non riuscire a comprendere le ragioni proprie di un comportamento purtroppo impossibile da accettare qual savio.
« Devi fidarti di me, Ras'J… » le richiese l'altra, con tono più prossimo a quello di un ordine militare, nel confronto con il quale, istintivamente, la guardia shar'tiagha non poté che riconoscerle quell'occasione, quella possibilità, anche dove il suo cuore le stava supplicando di ignorare qualsiasi oscena pazzia avrebbe potuto esserle riservata dalle parole di quella straniera, già colpevole, suo malgrado, della morte di due membri della propria famiglia.
« Mi avrai sulla coscienza, stupida barbara! » gemette, nell'osservare la sfinge impegnarsi, ora, nell'ennesima, e forse, ultima carica a loro discapito.

lunedì 23 agosto 2010

955


O
ve, infatti, il sentimento di civiltà ipoteticamente imperante all'interno dei confini shar'tiaghi al pari della maggior parte dei regni di quell'intero continente, o, forse, di tutti i continenti, avrebbe impedito alla massa di accettare l'esistenza in vita di una simile creatura e, ancor più, di sfruttarla in maniera tanto barbara e sanguinaria, allo scopo di liberarsi di chi considerato scomodo, di chi giudicato d'ostacolo per il potente di turno, anche lì, in quelle terre abitate da un popolo autoproclamatosi eletto dagli dei, l'ipocrisia si proponeva elemento indispensabile, maschera sensazionale, al fine di dissimulare la vera natura degli uomini, una natura, dopotutto, mai realmente diversa, mai aliena a prescindere dai diversi contesti culturali, dalle diverse lingue, usi e costumi imperanti in un luogo o in un altro. E così, anche in Shar'Tiagh, vi era chi non si sarebbe fatto troppi scrupoli a gettare il prossimo in pasto a una fiera, o a un mostro qual quello lì proposto, rendendo, in ciò, le grotte nelle quali quella e altre sfingi avevano trovato il proprio ambiente naturale, la propria dimora, ormai da parecchie generazioni, decisamente più affollate di quanto sarebbe stato piacevole supporre, al punto tale da costringere a considerare le due donne lì ora destinate quali, semplicemente, le ultime di una lunga lista di sventurati, tutti vittima di situazioni non dissimili dalla loro.

« Non so perché, ma non riesco a gioire in conseguenza di un simile annuncio. » commentò la mercenaria.

Afferrando saldamente la compagna all'altezza della vita, la Figlia di Marr'Mahew si impegnò allora a sollevarla in tal modo da terra, insieme al proprio stesso corpo, nella comune volontà di contrastare l'ostacolo rappresentato dalle catene con le quali erano state reciprocamente legate e, in ciò, tentare una nuova occasione di evasione, una nuova possibilità di corsa, verso l'uscita della grotta, per non restare inermi di fronte alla violenza della sfinge. Gli effetti del narcotico, prima ancora imperanti sui suoi sensi, apparivano ora per lei quali completamente svaniti, forse in conseguenza del dolore impostole dagli artigli della propria avversaria ancor neppure osservata o, forse, in virtù dell'adrenalina improvvisamente generata dal suo organismo e riversata all'interno del suo sangue per offrirle l'energia utile a superare quella nuova sfida, dimentica di qualsiasi pena, di qualsiasi sofferenza, così come, dopotutto, era solito per lei accadere in qualsiasi battaglia, di fronte a qualsiasi ostacolo mortale.
Per tal ragione, il già lieve peso della propria compagna, risultò per la donna guerriero quasi del tutto impercettibile, concedendole, per un effimero istante, di poter prendere in considerazione persino l'ipotesi di raggiungere, realmente, la salvezza in tal modo: teoria che, purtroppo, fu allora violentemente posta in discussione da un nuovo intervento della sfinge, la quale si dimostrò estremamente contraria e particolarmente contrariata al pensiero che la propria cena potesse ribellarsi in tal modo a un fato già definito.

« Attenta! » tentò di avvertire la giovane, favorita, dalla propria stessa posizione, a poter prestare attenzione alle mosse della loro nemica.

Forse in grazia di tale avviso, forse in conseguenza, ancora una volta, dell'azione preventiva dei propri affinati sensi, la mercenaria riuscì, nuovamente, a trarsi in salvo da quella che sarebbe potuta essere, in caso contrario, una sentenza di morte praticamente certa, scartando lateralmente la mole del mostro improvvisamente balzato verso la sua direzione, evidentemente bramoso di atterrarla e di imporle arresto per mezzo del proprio stesso peso, oltre che, inevitabilmente, della prepotenza dei propri artigli. Tuttavia, per quanto evitato il pericolo maggiormente incombente, entrambe non poterono evitare di pagare a caro prezzo la fortuita benevolenza così ottenuta, nel momento in cui, inciampando nelle proprie stesse catene, eccessivamente bloccanti anche all'altezza delle sue stesse caviglie per consentirle la propria consueta agilità, la donna guerriero si ritrovò a precipitare al suolo, trascinando, ovviamente, anche la propria compagna in tale rovinosa caduta. E fu allora che, per la prima volta, Midda si ritrovò a confronto diretto con una sfinge, riservandosi il necessario stupore nel rilevare quanto, incredibilmente, quella creatura si proponesse effettivamente prossima alle proprie descrizioni, alle statue che già la rappresentavano in tutto il regno, e non quale una vaga, improbabile e grottesca fonte di ispirazione per l'opera di fantasiosi artisti e cantastorie.
In un mondo nel quale un cerbero, ipoteticamente descritto quale un cane a tre teste, si proponeva essere altresì più prossimo a una grossa lucertola, effettivamente presentante tre diverse teste a loro volta ornate da una terrificante chioma di piccoli serpenti bramosi di carne; in una realtà nella quale un ippocampo, cantato quale un elegante intreccio fra un cavallo e un pesce, si dimostrava invero essere un mostro ricoperto di scaglie e dai lunghi denti affilati come lame; difficile per la Figlia di Marr'Mahew, più che confidente con quel genere di creature mitologiche, di mostri generalmente affamati di carne e di carne umana, sarebbe potuto essere immaginare di essere posta realmente a confronto con un leone dalla testa di uomo o di donna, qual, incredibilmente apparve quello a lei ora frontale. Perché, effettivamente, l'essere con il quale ella ebbe a che confrontarsi, mostrò un corpo indubbiamente leonino, ammantato, addirittura, nelle proprie forme da una folta pelliccia dorata, con chiare proporzioni feline, grandi zampe artigliate e una lunga coda impegnata a frustrare l'aria a destra e a sinistra, ma un busto, un collo e un capo quanto più prossimo sarebbe potuto apparire a quello di una giovane donna: piccoli ma sodi seni indubbiamente femminili si imponevano, quasi con maliziosa irriverenza, sull'ampio petto del mostro, emergendo dalla peluria lì assente e proponendo una pelle pallida, più prossima a quella di Midda che a quella di Ras'Jehr, anticipando nelle proprie forme, nella propria delicatezza, un lungo e tornito collo, ancora umano, al termine del quale una testa circondata da una cascata di lunghi e disordinati capelli fulvi completava quel bizzarro quadro, inquietante e, al contempo, quasi affascinante. Il volto della creatura, per un istante, apparve del tutto simile a quello di una donna, ovale nelle proprie proporzioni, lievemente appuntito sul petto, e caratterizzato da grandi labbra carnose, da un naso appena schiacciato e da occhi castani, al cui interno la pupilla si sarebbe presentata del tutto similare a quella di un gatto ancor prima che a quella di un uomo o di una donna, se solo, ovviamente, fosse stata allora pienamente distinta da parte della loro osservatrice, limitata nelle proprie analisi visive dalla predominante oscurità in lei appena contrastata dagli effetti residui della droga. Tale illusione di normalità, così simile a un abbaglio, a un'allucinazione per poter effettivamente essere considerato qual reale, durò comunque ben poco, terminando nel momento stesso in cui essa dischiuse le proprie labbra, spalancando delle fauci abnormi e rivelando, al loro interno, zanne appuntite e affilate, perfette per addentare la carne e strapparla prepotentemente dalle ossa… zanne che, senza alcuna incertezza, senza la benché minima esitazione, ricercarono allora contatto con le gambe delle due donne lì sdraiate innanzi a sé, quasi offerte in volontario sacrificio per appagare la sua fame, la sua bramosia.

« E… no. Mia cara. » esclamò la figlia di Marr'Mahew, afferrando nuovamente la propria compagna e, rapida, gettandosi di lato, per rotolare lontano da quei denti che, senza dubbio, si sarebbero rivelati non più gradevoli degli artigli posti a completamento delle sue zampe « Posso ben comprendere gli spiacevoli effetti derivanti da uno stomaco vuoto che pretende di essere riempito, ma non contare sulla nostra collaborazione in tal senso. » argomentò, con tono volutamente sarcastico, nella necessità di impegnarsi a considerare quella creatura qual una comune avversaria.

Tutt'altro che comune, tuttavia, avrebbe dovuto essere allora giudicato quel mostro, come esso sembrò quasi desideroso di ribadire, di sottolineare, nel momento in cui, similmente sfidato, indispettito da quel continuo impegno evasivo nei suoi confronti, decise di offrire dimostrazione di quanto, oltre al suo aspetto, le cronache diffuse in tutta Shar'Tiagh a suo riguardo avessero da doversi considerare corrette, accurate, precise anche nel merito delle sue capacità, dei suoi particolari poteri, contraendo i muscoli del collo per un istante, quasi un rigurgito la stesse allora inaspettatamente coinvolgendo, e, subito dopo, eruttando dalla propria bocca nuovamente spalancata un improvvisa vampata di ardenti fiamme.

domenica 22 agosto 2010

954


P
oche verità avrebbero potuto essere enunciate quelle proprie della Figlia di Marr'Mahew, dogmi di una vita trascorsa sempre a terribile contatto con la morte, quasi solo in virtù della ferma coscienza di tale inevitabile appuntamento sin dal giorno della propria stessa nascita per ogni uomo o donna, ella fosse allora in grado di offrire un significato a ogni propria azione, a ogni passo mai compiuto nella propria intera esistenza.
Fra queste verità, innanzitutto avrebbe dovuto essere ricordata quella relativa alla medesima caducità della vita: un principio forse retorico, forse ridondante, e che pur molte persone, molti guerrieri mercenari suoi pari, non erano soliti tenere prossimi al proprio cuore, considerare nella propria quotidianità, quasi come se in conseguenza di tale consapevolezza essi avrebbero potuto porre in dubbio il proprio stesso futuro. Superstizione, certo, scaramanzia, sicuramente, e pur, anche, sinonimo di ingenuità, se non, addirittura, di stupidità, dal momento in cui nessun mortale avrebbe mai dovuto concedersi di ignorare l'effimera natura della propria stessa vita, del battere del proprio cuore, ove se anche oggi effettivamente tale, alcun vincolo, alcuna certezza avrebbe potuto essere supposta per il futuro immediato, per il giorno successivo. Midda, nonostante tutte le proprie avventure, tutte le proprie sfide a ogni limite imposto all'uomo, nelle quali il pensiero di una ricompensa mercenaria avrebbe dovuto esser giudicato non più di una scusa, di una blanda motivazione atta a celare l'effettiva e innata volontà di sfida, di battaglia, presente in lei, non si era mai negata cognizione, coscienza a tal riguardo, non temendo la morte e, pur, neanche facendosi beffe di essa, quanto, piuttosto, rispettandola, quale la più potente fra i propri nemici o, forse, la più fedele fra le proprie amiche.
Accanto alla consapevolezza sui limiti intrinseci della vita umana, un'altra verità da sempre vicina alla donna guerriero avrebbe dovuto essere ritenuta quella dell'inesistenza dell'impossibilità a condurre a compimento una determinata azione, una certa scoperta: un rifiuto, quello così espresso, da giudicarsi addirittura tale in senso assoluto, e non qual frutto di superbia, di immodestia nelle proprie stesse capacità, quanto dogma di fede necessario per riservare un senso alla vita di tutti i giorni. Così come, dopotutto, chiunque non sarebbe stato solito porsi particolari limiti di sorta al pensiero di sollevare un boccale dal tavolo e condurlo alle proprie labbra, ella non desiderava ricercare inibizioni psicologiche innanzi a qualsiasi altro possibile atto, certamente mai dimenticandosi dei propri limiti, mai ignorando l'incapacità a spiccare il volo verso l'alto dei cieli, e pur, ciò nonostante, neppur considerando aprioristicamente impossibile l'ipotesi di potersi spingere in contrasto al proprio stesso peso, alla naturale propensione dei corpi a precipitare verso il suolo, là dove, altrimenti, mai avrebbe potuto avere significato il semplice gesto di salire le scale, potenzialmente pericoloso, letale addirittura. Se solo ella fosse stata propensa a misurare la fattibilità delle proprie azioni, delle proprie imprese, con il metro dell'impossibilità, ella neppur avrebbe osato avventurarsi per mare, là dove, per la predominante parte della popolazione umana, impossibile avrebbe dovuto essere considerato per un mortale il più semplice viaggio attraverso le distese marine.
In diretta e necessaria conseguenza di queste due semplici verità, condivisibili o no che esse sarebbero potute essere all'attenzione di altri guerrieri suoi simili, e pur necessariamente non pari ove incapaci ad accettare tali considerazioni, la donna guerriero non avrebbe potuto effettivamente considerare qual invincibile l'avversaria a lei offerta in quel frangente, così come anche sinceramente ed esplicitamente sottolineato in direzione di Ras'Jehr. Ciò nonostante, fra il non considerare la sfinge qual invincibile e ritenere di poter, nelle proprie attuali condizioni, essere in grado di vincerla, un incredibile abisso avrebbe dovuto essere considerato in suo svantaggio. Un abisso in conseguenza del quale, ella non aveva atteso tranquillamente l'arrivo del mostro, non si era schierata pronta allo scontro in sua opposizione. Un abisso nel quale, tuttavia, ella si ritrovò improvvisamente a precipitare nel momento stesso in cui una pesante zampata precipitò sulla propria schiena, proiettandola violentemente in avanti, quasi fosse una semplice formica sospinta dalla violenza di un fiume in piena.

« Thyres… » gridò, obbligatoriamente dimentica del dolore a cui la propria mente stava venendo sottoposta in conseguenza dell'enfatizzazione sensoriale derivante dalla droga di cui era rimasta temporaneamente vittima, nel doversi confrontare con una pena indubbiamente maggiore rispetto a quella che mai sarebbe potuta esserle altresì imposta.

Impossibile fu per lei comprendere in virtù di quale divina benevolenza quel primo colpo non le fu già letale, non definì in maniera prematura la conclusione di ogni eventuale conflitto fra loro, dal momento in cui sulla sua schiena, quattro tremendi squarci si aprirono in contemporanea, non dissimili all'effetto di un'assurda spada a quattro lame. Quel singolo attacco, probabilmente da considerarsi più prossimo a un gesto annoiato nella creatura loro avversa ancor prima di una vera e propria offensiva, non si era già concluso in tragedia probabilmente solo in conseguenza di un sviluppato istinto all'autoconservazione, una volontà volta alla sopravvivenza allenata in troppi anni di avventure e disavventure, di imprese e di lotte, nel corso dei quali il suo corpo e la sua mente, la sua anima e il suo cuore, si erano addestrati alla battaglia a un livello tanto intimo, tanto profondo, da non necessitare neppure di una sua reale coscienza a tal riguardo, permettendole, in ciò, di tendersi in avanti, di accennare a un balzo autonomo di evasione da quegli artigli ancor prima che essi potessero piombare su di lei. E, in ciò, quelle quattro tremende piaghe imposte sulla sua carne non si dimostrarono letali quanto pur avrebbero potuto essere, imponendole smisurato dolore e pur lasciandola ancora lucida e cosciente quanto sufficiente per comprendere di essere ancora viva e di poter imprecare in contrasto alla propria stupidità, alla propria mancanza di sufficienti riflessi tali da permettere un completo disimpegno da quell'attacco ancor prima del suo stesso inizio…

« Dannazione! » esclamò, a denti stretti, valutando rapidamente il proprio stato e cercando, nel contempo, di comprendere anche quello caratterizzante la propria compagna, necessariamente trascinata insieme a sé in quel volo in avanti, quasi entrambe avessero da essere considerate semplici bambole di pezza rifiutate da una bambina capricciosa e insoddisfatta in un proprio desiderio, in una propria volontà « Ras'J… sei ancora con me?! »

La cugina di Be'Sihl, guardia della città di Teh-Eb, meno avvezza, meno confidente rispetto alla propria quasi parente con quel genere di imprese, con quelle sfide, con quei pericoli, non aveva goduto della medesima prontezza di riflessi dimostratasi propria della donna guerriero: per sua fortuna, comunque, l'offensiva della sfinge, in quel primo atto, sembrava averla ignorata, coinvolgendola semplicemente in conseguenza del vincolante legame metallico esistente con la stessa mercenaria e, in ciò, sì frastornandola, sì violentemente proiettandola a sua volta in avanti, e pur non imponendole alcuna ferita degna di nota, non pari alle quattro spiacevoli incisioni altresì prodotte sulla stoffa della tunica e nella carne dell'altra.

« Non mi ha sfiorata… non direttamente, per lo meno. » precisò la giovane, storcendo le labbra e cercando di riordinare le catene temporaneamente intrecciatesi, al fine di evitare che le medesime potessero risultare di mortale ostacolo per sé o per la propria interlocutrice nel momento, estremamente prossimo, in cui entrambe avrebbero dovuto preoccuparsi nuovamente di evadere a quella furia selvaggia e incontrollata, in un'impresa a dir poco disperata nel considerare quanto erano state così legate l'una all'altra « Forse è attratta dalle tue carni chiare, così esotiche per lei… »

In verità, probabilmente, in quel primo gesto, in quel primo attacco, ancor difficile da riuscire a considerare realmente qual tale, la sfinge aveva preferito concentrare la propria attenzione verso colei che, istintivamente, riusciva a percepire quale una possibile minaccia per sé, un'avversaria degna di nota e non, banalmente, un semplice pasto lasciato in sua offerta all'interno di quella grotta che aveva eletto, ormai da decenni, a propria dimora e nella quale, spesso e volentieri, erano condotti uomini e donne in suo apparente tributo, quali ostie necessarie a placare la sua ira, la sua fame, invero, tuttavia, lì destinate, non diversamente da quelle due ultime disgraziate, al solo fine di sbarazzarsi in maniera pulita e sicura di qualsiasi traccia di un omicidio.

sabato 21 agosto 2010

953


« T
i prego… Be'Sihl! » esclamò il semidio, esprimendo nel mentre di tali parole, di tale supplica, un tono sconsolato, sottolineato da un inequivocabile gesto volto a coprire i suoi stessi occhi, per un istante, con la propria mancina, quasi non desiderasse neppur rivolgere ulteriormente lo sguardo verso il proprio pur espressamente ricercato interlocutore « Ancora una volta mi offendi con dimostrazione di tanta stolidità. Credi davvero che se avessi voluto nuocerti in maniera sì esplicita, non avrei potuto percorrere vie estremamente più dirette rispetto a quella di suggerirti di tenere la bocca chiusa con una spia? O, forse, non hai pienamente compreso come, per riuscire a stabilire questo "contatto", abbia comandato a un mio spettro di infilarti una mano dritta nella testa? »

Ove già essere in contatto con quell'essere non avrebbe potuto definirsi, propriamente, quale un'esperienza piacevole per il buon Be'Sihl, l'affermazione ora riservatagli nel merito dell'esatta modalità per merito del quale era stato creato quel ponte telepatico fra lui e il proprio interlocutore, non avrebbe potuto renderlo propriamente gioioso, lasciandolo, piuttosto, decisamente irrequieto e del tutto incerto sull'eventualità di riuscire, effettivamente, a superare la prova così riservatagli dagli dei, decisamente più temibile di quella già proposta attraverso l'intervento dei predoni.

« Credo sia giusto che tu sappia che il tuo buon amico Be’Lehe, nella cui complicità avresti voluto sperare per la fuga, è in combutta con i vostri stessi carcerieri: il suo ruolo, all'interno della vostra tenda, è quello di scoprire in quale misura si cieli, nel cuore dei futuri schiavi, un'indole alla rivolta, per permettere ai predoni di stroncarla sul nascere. » volle sottolineare Desmair, riprendendo voce con fare ora nuovamente quieto, quasi fosse impegnato in un'amabile conversazione con un caro, vecchio compagno d'arme « Hai già corso grande rischio nello scandire quel poco che ti sei permesso di esprimere, dal momento in cui, accecato dalla tua stessa bramosia di libertà, non ti sei neppure riservato occasione di prestare attenzione all'atteggiamento quieto e sottomesso degli altri prigionieri. »
« Ora… per quanto io mi senta certo che questo possa essere spiacevole da sentire per te, quanto per me lo è da dire, nella tua attuale situazione l'unica speranza di salvezza ha da intendersi quella che passa attraverso l'accettazione dei miei consigli, dei miei aiuti, là dove, in caso contrario, neppure riuscirai ad arrivare vivo entro i confini di Far'Ghar. » incalzò, immediatamente, lo sposo della donna guerriero, offrendo trasparenza di un chiaro piano nella sua mente, all'interno del quale quel loro attuale incontro avrebbe dovuto essere considerato solo quale una tappa di un cammino ben più lungo e impegnativo « E tutto questo ci riporta all'inizio del nostro piacevole incontro e al mio rimprovero nel merito della giusta domanda da pormi… non il "come", ma il… »
« … perché? » completò l'amante della stessa mercenaria, dando voce, in quella stessa, semplice questione a un interrogativo estremamente sincero, nell'impossibilità a comprendere per quale assurda ragione, per quale improponibile motivazione, il Figlio di Kah avrebbe dovuto interessarsi alla sua stessa sopravvivenza, soprattutto dopo aver tentato di ucciderlo attraverso la medesima mano di Midda.

Finalmente soddisfatto nella proposta della sola domanda da lui ricercata sino a quel momento, il semidio tornò a risollevarsi dal proprio trono il quale, nella stessa evanescenza nella quale era comparso, si dissolse nuovamente quasi lì non fosse mai stato presente.
Colossale e orrido, tanto imponente quanto grottesco, quel mostro avanzò allora verso il proprio interlocutore con passi lenti ma costanti, arrivando a imporsi su di lui con una sproporzione priva d'eguali, in un atto che difficilmente avrebbe potuto essere accolto qual volto realmente a una pacifica comunione fra loro qual quella pur sottintesa nelle molteplici e rinnovate dichiarazioni di aiuto da parte della creatura immortale nei confronti del mortale. Un suo zoccolo, senza alcuna difficoltà, avrebbe potuto ridurre il poltiglia il cranio del locandiere; un suo corno avrebbe potuto squartargli l'intero addome; una sua mano avrebbe potuto strappargli un arto senza dimostrare sforzo: ciò nonostante, nulla di violento avvenne, né probabilmente avrebbe potuto realmente occorrere nel considerare la particolare natura di quel loro confronto, incredibile realistico nel proprio offrirsi e pur non così reale, dal momento in cui, imprevedibilmente, Desmair si accucciò di fronte al proprio interlocutore, quasi a volersi porre alla sua stessa altezza e, in tal modo, ricercare maggiore complicità.

« Tu, la tua famiglia, i tuoi amici, tutti i dipendenti e tutti i clienti di quella che un tempo era la tua locanda… ma anche tutto l'intero regno di Shar'Tiagh o di Kofreya, di Far'Ghar o di Y'Shalf… l'intero continente di Qahr e ogni altra terra emersa: tutti voi, inutili, piccoli, limitati umani, per me non siete altro che semplice carne da macello. » scandì con lentezza estenuante, lasciando trasparire estremo godimento personale in quelle parole, nel potersi permettere una simile presa di posizione « Non cattiveria, non malizia ha da ricercarsi in me, in questo mio pensiero: io ero molto prima che tutti voi nasceste e sarò in eterno, anche dopo che di voi e di tutta la vostra progenie non sarà rimasto ricordo alcuno… e in tutto questo, qualsiasi vostra bega, qualsiasi vostro conflitto, la vostra vita e la vostra morte non hanno valore, non possono avere valore. A meno di trarre da esse una possibilità di diletto, un'occasione di svago. »
« Midda Bontor, quella piccola cagna dietro alla quale scodinzoli da oltre un decennio, si è dimostrata in grado di offrirmi un piacevole intrattenimento prima con la sua ribellione, poi con il suo stupido trucco, e, successivamente, con tutta la resistenza proposta in mio contrasto. » proseguì, immobile in quella postura china « Per questa ragione, non desidero rinunciare a lei tanto rapidamente, non desidero che ella possa liberarsi di me così facilmente qual pur sembra essere stata in grado di fare in conseguenza di quel tuo maledetto bracciale. E, proprio alla luce di tutto questo, non posso ignorare l'importanza del tuo ruolo per il nostro futuro… »
« Se speri che, in cambio della mia sopravvivenza, io possa accettare di tradire colei che amo e per la quale morirei non una, ma doz… » iniziò a replicare lo shar'tiagho, salvo essere prontamente interrotto.
« Se tu morissi, ella non mancherebbe di attribuirsi la responsabilità della tua stessa sorte, facendo propria la colpa di quanto accaduto, qual conseguenza della vostra prematura separazione. In ciò, quindi, ella chiuderebbe completamente il proprio cuore a nuovi sentimenti, a nuove emozioni, arrivando persino a dimenticarmi nella consapevolezza di non potermi sconfiggere e, in ciò, nella totale inutilità persino di combattermi. » argomentò il semidio, appoggiando una pesante mano destra sulla spalla sinistra dell'uomo, gravando appena su di lui e pur, al contempo, quasi schiacciandolo, come se su quello stesso punto stesse scaricando il peso di una montagna « Al contrario, quando vi ricongiungerete, perché puoi esser certo che farò di tutto per farvi ricongiungere, ella non potrà assolutamente ignorare il pericolo che io rappresento per te e per il vostro futuro insieme e, in questo, inizierà a smuovere mari e monti per scoprire se esiste un modo per uccidere chi è immortale… tornando, necessariamente, a incrociare il suo cammino con il mio, in un appagante, entusiasmante conflitto, che sarà capace di offrirmi piacevole svago almeno sino alla sua morte, nel giorno in cui, alfine, un avversario sarà in grado di fermarla o, comunque, ella stessa dovrà arrendersi d'innanzi al fato comune a tutti i mortali. »

Un mostro terribile, una creatura oscena, la cui natura immortale avrebbe dovuto esser considerata in contrasto a qualsiasi legge divina, per quanto anch'egli in parte divino. Tale appariva essere Desmair agli occhi di Be'Sihl. Tale ma non solo, là dove tutt'altro che stolido e istintivo avrebbe dovuto esser considerato, nel dimostrare un incredibile e pericolosa capacità strategica, in conseguenza della quale egli non si sarebbe accontentato di limitarsi a prevedere quale sarebbe potuta essere la propria prossima mossa, quanto, piuttosto, tutte le evoluzioni che la vita umana, da lui considerata non diversamente da quella propria di un gregge, avrebbe potuto assumere in conseguenza dell'occorrenza o della mancata occorrenza di un particolare evento, un accadimento forse addirittura considerato qual minore, e pur capace di influenzare in maniera determinante quel flusso di accadimenti normalmente racchiusi nel termine "destino".