Midda's Chronicles - le Cronache

News & Comunicazioni

Conclusa la lunga, lunghissima (tre anni...) pubblicazione de "Il viaggio continua", il racconto che, nella mia memoria sarà ricordato come l'episodio dell'ora più buia di questa pubblicazione; inizia oggi "Non abbassare lo sguardo", il 47° racconto della saga regolare di Midda's Chronicles (50° considerando anche i tre racconti pubblicati all'insegna del marchio Reimaging Midda)!
Racconto che, quindi, oltre ad avere potenzialmente un numero importante, ci accompagnerà verso il traguardo dell'11 gennaio 2018, ossia il decennale dall'inizio di questo viaggio insieme!

Grazie a tutti per l'affetto!

Sean, 5 ottobre 2017

sabato 31 luglio 2010

932


« M
uori! » decretò il predone, con un alto grido allora destinato a offrire maggior enfasi al proprio gesto, a quel fendente che pur non avrebbe avuto necessità alcuna di un più insistente rilievo, nella pur smisurata magniloquenza che sola sarebbe potuta esser riconosciuta qual propria di una simile condanna a morte, dell'ultimo, fuggevole istante di vita di un uomo posto a confronto con il proprio fato, e la terribile vanificazione di ogni proprio sogno, di ogni sforzo che, nella propria vita, poteva esser stato compiuto alla fine di tradurre in realtà quanto altrimenti solo fantasia.

Eterno parve il movimento di quella lama leggermente ricurva, la parabola discendente di quella spada destinata a segnare la conclusione del viaggio di Be'Sihl.
Sopravvissuto alla città del peccato per oltre un decennio, alla costante sfida con i peggiori tagliagole lì riuniti, nonché alla contesa con i più astuti signori del crimine e della guerra che lì avevano posto la propria dimora, spartendosi ogni singolo edificio, ogni singola anima compresa entro quelle mura nella sola eccezione rappresentata dalla sua locanda e dalla sua persona; e, ancora, persino sopravvissuto al recente confronto con la pazzia indotta da un semidio a lui avverso in colei ricercata qual propria compagna, e forse la più grande combattente esistente nel suo tempo, che a lui aveva in conseguenza di tal malvagia influenza dichiarato battaglia nella sola, definita volontà di eliminarne persino il ricordo, la più semplice memoria; quell’uomo, ora, stava rischiando di esser alfine sconfitto, ucciso, non in conseguenza a un reale duello, a un confronto degno d’esser definito tale, quanto, banalmente, soppresso al pari di una bestia destinata al macello, in quello stesso fato a cui presto, probabilmente, sarebbe anche stato destinato il suo stesso cavallo, considerato inutile, là dove così terribilmente ingiuriato.
Nessun rimpianto e nessun rimorso, nonostante l’imminente fine allora sancita, la morte che, in un intervallo di tempo inferiore a quello di un semplice battito di ciglia, lo avrebbe allora accolto nel proprio freddo abbraccio, avrebbe potuto, comunque, caratterizzare il suo animo, essere proprio del suo cuore, là dove egli era riuscito a vivere, giorno dopo giorno, la propria vita così come desiderata, così come cercata, senza riservarsi, in effetti, la possibilità di alcuna questione in sospeso, di alcun dubbio sul proprio operato. Anche il solo traguardo che avrebbe potuto essere, per lui, ragione di rimpianto, infatti, tre stagioni prima era stato raggiunto, conquistato, nel riservarsi di un ruolo da protagonista nella vita della propria amata, ritrovandolo a esssere non più semplice comprimario, semplice presenza di sfondo relegata dietro al bancone della propria locanda, quanto, piuttosto, partecipe del piacere e del dolore della Figlia di Marr’Mahew, presente nella sua quotidianità, nella sua esistenza, qual naturale completamento, uomo per una donna, giorno per una notte, inverno per un’estate: una conquista magnifica e stupenda in seguito alla quale, in quel momento, avrebbe potuto affrontare la morte con serenità, con soddisfazione.
Una pace, quella propria del suo animo, che non avrebbe dovuto essere fraintesa qual rassegnazione, qual resa innanzi all’ineluttabilità del fato, quanto, piuttosto, la concreta assenza di timore in tale confronto. Un’emozione, quella allora vissuta, che non sarebbe potuta essere ignorata da alcuno, ove dotato di un certo intelletto e, soprattutto, ove posto fisicamente davanti a lui nel momento della sua morte… e che, pertanto, non poté essere neppure ignorata dallo stesso predone la cui mano stava conducendo quel colpo mortale.

« Per gli dei. » sussurrò il candidato carnefice, frenando la discesa della propria lama a meno di un pollice di distanza dal traguardo prefisso e dimostrando, in ciò, una capacità di controllo eccezionale sulla propria arma, tale da renderlo, senza dubbio alcuno, un avversario temibile « Non menti nell’affermare che né follia, né arroganza si pone qual ragione alla base di ogni tuo movimento… è totale disinteresse innanzi alla morte a donarti tanto coraggio. »

Realmente pronto a decollare il proprio avversario, l’uomo del deserto si era dovuto arrestare tanto repentinamente in conseguenza della paradossale impossibilità a cogliere nello sguardo del proprio avversario quella paura, quello smarrimento atteso in chi condotto tanto violentemente a vivere il proprio ultimo istante, timore in assenza del quale egli stesso non avrebbe potuto che ritrovarsi a essere umanamente disorientato, se non, addirittura, persino superstiziosamente spaventato da ciò che avrebbe potuto comportare una tale condanna. Nessun comune mortale, dopotutto, se sano di mente, avrebbe mai potuto affrontare in tal modo una spada, una lama diretta al proprio collo, e, nell'escludere necessariamente pazzia là dove alcun segno della medesima era comunque risultato evidente, l'unica alternativa riservata non avrebbe potuto compiacere né il boia, né tutti i suoi compagni, sempre silenti spettatori e pur altrettanto impressionati in misura non inferiore rispetto a lui.

« Hai compreso, pertanto?! » domandò Be'Sihl, con tono deciso, autoritario, l'utilizzo del quale aveva presto dovuto apprendere nel confronto con ogni genere di clientela in una città qual Kriarya, là dove molti locandieri, pur al servizio di potenti signori, si erano visti squartare le budella per un eccesso o una carenza nell'uso del sale, o una birra servita senza particolare rapidità.

Azzardo: puro, semplice, pericoloso azzardo avrebbe potuto esser giudicato il giuoco così condotto dallo shar'tiagho nella gestione dei propri avversari, in un millantare sì ardito e pur, sino a quel momento, sì perfettamente riuscito, per il quale egli non solo avrebbe dovuto ricevere il plauso della propria amata, ma, persino, quello di Carsa Anloch, altra mercenaria, di lei compagna in alcune recenti avventure, già ampiamente dimostratasi essere dissimulatrice degna di ogni rispetto, capace non semplicemente di mentire, quanto, piuttosto, di creare nuovi volti, nuovi personaggi, del tutto indipendenti da lei. Dopotutto, per quanto letale avrebbe potuto rivelarsi un suo fallimento in quella nuova direzione, non meno tragiche sarebbe state le conseguenze di una sua eventuale resa, dell'assenza di ogni impegno a preservare salva la propria esistenza in un momento tanto drammatico.

« Hai colto, ora, il significato delle mie parole? » insistette, nell'intuire evidente incertezza nel proprio interlocutore, apparentemente incapace di scegliere in quale direzione dirigere le proprie azioni, i propri gesti « O vi è necessità di ulteriori spiegazioni? Vi è esigenza di maggiori dettagli, per illuminare una mente troppo ottusa per apprezzare, sin da subito una tale evidenza? »

Effettivamente interdetto dall'inattesa piega allora presa dagli eventi, tale da trasformare un semplice inseguimento, una banale uccisione a scopo di rapina, in un scontro psicologico dagli esiti tutt'altro che certi, il predone si ritrovò del tutto impossibilitato a condurre a termine il colpo con il quale avrebbe potuto tanto facilmente liberarsi da ogni esitazione, da ogni dubbio, nel contempo in cui si sarebbe privato anche dell'intralcio derivante da quella scomoda presenza innanzi a sé.
Ignorare, del resto, l'energia interiore così dimostrata da quel disgraziato, da quel derelitto solo inizialmente, con la propria sfortunata caduta, considerato qual rinnegato dagli dei, e ora tanto sicuro delle proprie possibilità, nonostante la totale assenza apparente delle medesime, avrebbe dovuto prevedere un'ingenuità, una stolidità, di cui l'uomo non si desiderava fregiare, per quanto, al contempo, non desiderasse neppur concedere tanto facile vittoria a chi già sconfitto.

« In verità, difficile si pone per me comprendere quali ragioni possano generare un individuo tuo pari. » riprese, alfine, parola, ritraendo la lama e, ora, genuflettendosi, per porsi più vicino a lui, quasi a voler ricercare una confidenza di sorta con la propria preda « Che tu sia folle, arrogante o, semplicemente, tanto disaffezionato alla vita da non rifuggire la morte, comunque, poco importa: sarà eventuale premura del tuo futuro padrone riservarsi occasione di meglio apprezzare l'origine di uno sguardo qual il tuo, nel mentre in cui, a suon di scudisciate, cercherà di ridurti a più miti consigli. »

venerdì 30 luglio 2010

931


V
estiti con tuniche in tonalità scure e offerenti volti inevitabilmente coperti da litham dei medesimi colori, i predoni del deserto continuarono a ridere a lungo per la disfatta della loro preda, caduta non per un loro esplicito intervento, non per una loro azione diretta, ma apparentemente a seguito della propria stessa incapacità a preservare salva la propria esistenza, la propria stessa vita, in una fuga che forse avrebbe potuto concedergli effettivamente una fortunata indulgenza se solo fosse riuscita a essere condotta a compimento, se solo non fosse terminata in una caduta tanto ridicola, quanto drammatica. Osservare quell'uomo, chiaramente shar'tiagho, così come dimostrato dai suoi capelli composti in numerose treccine, dai suoi ornamenti dorati e, ancor più, dai suoi piedi scalzi, e pur di sangue non puro, come altresì caratterizzato da numerosi tratti somatici estranei al contesto locale, dimenarsi sotto il peso del proprio cavallo, evidentemente ancor lontano da una condizione di resa psicologica sebbene, ormai, a nulla sarebbero valsi i suoi sforzi, non avrebbe potuto evitare di provocare ilarità nei suoi candidati carnefici, di quella trentina, fra uomini e donne, armati oltremodo e pronti a richiedere un giusto tributo di sangue per l'ardimento dimostrato nell'aver violato, tanto stolidamente, i chiari confini del loro territorio.
Tanto divertimento, comunque, non avrebbe potuto perdurare a lungo e, in ciò, alcuna speranza sembrò poter essere riservata al malcapitato locandiere, solo, immobilizzato e praticamente disarmato, in una posizione tanto drammatica.

« Non si può certamente dire che gli dei ti siano stati vicini, shar'tiagho… » esclamò, alfine, una voce proveniente dalle schiere dei predoni, probabilmente quella del comandante del gruppo, dimostrando in un tono forte e profondo, una chiara, e inevitabile, nota di sarcasmo « Sebbene, per come stavi spronando il tuo cavallo, sei inizialmente apparso più che benedetto dalla loro fiducia: per riuscire a non perderti, a non concederti occasione di distanziarci, ho temuto di far esplodere il cuore del mio stesso animale. »

Probabilmente in conseguenza dell'esperienza accumulata nel quotidiano confronto con i pericoli propri della città del peccato, o, forse, nel comprendere di non aver nulla da poter perdere in una situazione già tanto profondamente compromessa, Be'Sihl non si concesse alcuna possibilità di panico, di timore, anche ove umani e ampiamente comprensibili sarebbero comunque stati tali sentimenti, decidendo di affrontare i propri avversari con la stessa fermezza con cui era solito confrontarsi con i propri avventori, quel carisma che, in effetti, non sarebbe potuto essere considerato secondo ad alcun grande guerriero, neppure alla stessa Midda Bontor, come il loro stesso rapporto, dopotutto, avrebbe potuto chiaramente evidenziare.

« Con gli dei mi confronterò a tempo debito, predone. » replicò, cercando di liberare la propria gamba destra dal blocco impostogli, per acquisire, quanto meno, una pur minimale possibilità di movimento, forse inutile in una sfida tanto impari, e pur desiderata, fosse anche semplicemente a dimostrazione del proprio rifiuto ad accettare quanto altri avrebbero altresì definito ineluttabile « Attualmente mio desiderio ha da intendersi solamente il confronto con voi tutti, ove tale appare evidente la vostra ostinata brama. »
« E' arroganza o follia quella che ti spinge a esprimerti con tanta insolenza di fronte ai tuoi carnefici? » domandò la medesima voce precedente, accompagnando, ora, il movimento di una figura maschile in discesa dal proprio cavallo, forse già deciso a porre fine a ogni dialogo in un colpo di grazia « Sebbene la tua gente non manchi di arroganza, qualcosa in te, nel tuo impeto, mi spinge a supporre che possa essere follia la sola a spronarti in tal senso: un superbo, del resto, non attraverserebbe da solo il deserto, né sceglierebbe abiti tanto poveri quali i tuoi, sì prossimi a quelli di un pezzente. »
« Né l'una, né l'altra. » rispose Be'Sihl, mantenendo inalterato il proprio tono, nel non poter ancora gioire in conseguenza a un qualche risultato ottenuto e, ciò nonostante, nel non aver ancora reale ragione per disperarsi, non maggiore a quella già ovviamente esistente, per lo meno « Posso comprendere, comunque, il perché di questa tua difficoltà, dal momento in cui raramente le tue consuete vittime vengono scelte fra chi in grado di competere realmente con te… »
« Stai forse accusandomi di codardia? » domandò l'altro, avanzando verso di lui e disciogliendo, nel contempo, parte del proprio litham per mostrare il proprio viso illuminato dalla luce della luna e delle stelle sopra di loro « Vuoi forse porre in dubbio il mio valore innanzi a tutti i miei uomini, sperando in questo modo di riservarti salva la vita? » insistette, sorridendo e mostrando, in ciò, una fila di denti bianchi, fra labbra naturalmente scure « Credi davvero che qualcuno fra noi possa essere tanto stolido da offrire spazio a un giuoco sì infantile? Perché, in tal caso, la tua non può che essere considerata reale arroganza, mio povero, piccolo shar'tiagho perduto… »

In effetti, il locandiere aveva sperato di potersi riservare qualche possibilità di sopravvivenza agendo in tal senso, sfidando a singolar tenzone il comandante in capo di quel drappello di fuorilegge e, in tal modo, o, in caso di sconfitta, confermando una già evidente sentenza di morte, o, altrimenti, in caso di vittoria, riuscendo a imporre il proprio diritto alla vita, così posto in innegabile dubbio. Purtroppo, come anche definito dal proprio interlocutore e controparte, una simile occasione sarebbe potuta essergli riconosciuta solo in conseguenza di un certo, concreto livello di stupidità nei propri stessi avversari, requisito che, suo malgrado, in quel frangente non sembrava concedersi in suo soccorso, in suo aiuto.
Necessario per lui, all'immutato scopo di preservare la fiducia in una nuova alba, sarebbe allora stato mutare la propria strategia, nel riadattarla al contesto entro il quale era stato posto da una volontà divina probabilmente a lui avversa, o, forse e più malignamente, avversa all'ipotesi di un qualche ricongiungimento fra lui e la sua amata.

« Come ho già detto, né follia, né arroganza, offrono ragion d'essere alle mie parole. » ribadì, prestando attenzione a non entrare in contraddizione con quanto precedentemente asserito, nel non voler palesare il proprio pur sostanzialmente raffazzonato tentativo in loro contrasto « Cerca da solo la risposta che desideri nel profondo del mio animo, attraverso il mio sguardo, se non riesci a offrir fiducia alle mie parole: in tal modo, potrai renderti facilmente conto di ciò che arde in me, ammesso che tale fuoco non ti spaventi. »
« D'accordo. E' quindi confermato: sei folle. » ridacchiò il predone, scuotendo il capo allo scopo di escludere simile possibilità « Cosa credi dovrei riuscire a cogliere nei tuoi occhi, se non una silente e inutile supplica a concederti un'occasione di salvezza da un fato già segnato, già stabilito nel momento stesso in cui hai v… »
« Se davvero il mio fato è già segnato, se davvero una sentenza di morte a mio discapito è già stata emessa, qual ragione ti frena innanzi a questa idea di confronto? » lo interruppe, pretendendo parola e pericolosamente incalzando nella nuova direzione così rapidamente votata qual propria « Temi forse lo sguardo di un uomo già condannato, qual insisti a definirmi? »

Un lungo istante di silenzio, in conseguenza a quell'ennesima sfida lanciata dalla preda alla volta del proprio predatore, da chi avrebbe potuto essere giudicato già quale un cadavere ambulante nel confronto con il proprio stesso boia, accompagnò la conclusione della questione allora formulata dalla voce forte, decisa, energica di Be'Sihl, nel vedere tacitamente riconosciuta l'occasione di uno psicologico duello, di un'intima battaglia, da lui in tal modo invocata.
Per ottemperare a simile impegno gli occhi neri del predone si posero a laconico confronto con quelli castano chiari, ornati da evidenti sfumature arancioni, del locandiere: consapevolezza allora manifestata qual comune a entrambe le parti in causa, avrebbe potuto essere individuata quella di quanto realmente, attraverso lo sguardo, si sarebbe potuta ottenere una via d'accesso alla più segreta essenza di chiunque, all'anima caratteristica di una persona, al di là di ogni possibile menzogna, di ogni abilità nel dissimulare le proprie emozioni e i propri pensieri. Malgrado il suo stesso desiderio rivolto a tale occasione, però, da quel conflitto, sinceramente rispettato da tutti i presenti, come la quiete così divenuta imperante non mancò di esplicitare, Ba'Sihl non parve poter uscire vincitore, così come anche a lui divenne macabramente irrefutabile nel momento in cui il proprio avversario, avanzando maggiormente nella sua direzione, sguainò con un gesto deciso la propria lama, per levarla verso il cielo e rapidamente calarla in direzione del suo collo, in un colpo in conseguenza al quale, senza la benché minima fatica, la sua testa sarebbe stata spiccata da resto del corpo.

giovedì 29 luglio 2010

930


E
ssendosi prefisso lo scopo di giungere sino alla propria meta per la via più breve e, in ciò, meno accogliente, qual solo sarebbe potuta essere giudicata quella propria del deserto nel confronto con una più tranquilla cavalcata lungo la sponda del fiume e dei suoi affluenti, là dove, dopotutto, si accentrava ogni attività umana del regno, e dove solo sarebbe potuto essere individuato un sereno rifugio per i momenti di riposo, Be'Sihl si riservò occasioni di sosta, utili a far riposare il proprio equino sodale, nonché il proprio stesso corpo, estremamente brevi, neppur realmente coincidenti con le ore di oscurità già in netto svantaggio rispetto a quelle di luce, quale conseguenza della stagione ormai estiva.
Sebbene ormai più straniero che autoctono, nell'aver trascorso l'ultima metà della propria vita in quella sorta di esilio volontario lontano dal proprio Paese, all'estremità opposta del continente rispetto al medesimo nella ricerca di una propria identità, il locandiere della città del peccato kofreyota non aveva mai scordato, o rinnegato, le proprie origini e, con esse, l'innata confidenza con la propria terra natia. Nella scelta così compiuta, di viaggiare in solitudine attraverso le letali sabbie nel deserto per raggiungere quanto prima la propria amata, pertanto, egli non avrebbe potuto definirsi inconsapevole dei rischi così riservatisi, allo stesso modo in cui, comunque, non avrebbe potuto neppure disconoscere i corrispettivi vantaggi per lui così derivanti.
Per tal ragione, solo alla propria stessa persona egli, in un ipotetico futuro momento di pace, avrebbe potuto offrire rimprovero per quanto stava accadendo in quella stessa notte, nell'ipotesi tutt'altro che ovvia di riuscire a superare la medesima…

« E' una fortuna che tu non sia con me in questo momento, Midda… » sussurrò a denti stretti, spronando il proprio cavallo oltre ogni limite, nella speranza di riuscire a distanziare i propri inseguitori « Altrimenti non mi risparmieresti qualche legittima e sarcastica battuta nel merito di quanto, dopotutto, io stesso mi sia dimostrato assolutamente idiota! »

Al di là della propria intrinseca definizione, il deserto shar'tiagho, al pari di similari territori in tutti i regni lì circostanti, non avrebbe potuto essere giudicato quale effettivamente e completamente disabitato, nonostante la sua effettiva desolazione avrebbe dovuto ostacolare qualsiasi ipotesi di vita animale, vegetale o, persino, umana, entro quegli stessi confini. Come in ogni angolo del mondo, infatti, in un'area abbandonata da ciò che si era soliti definire qual civiltà, in una regione sì vasta e sostanzialmente priva di qualsiasi padrone, reietti e rinnegati non esitavano a cercare un proprio personale dominio, un proprio feudo sul quale imperare in completa autonomia da ogni legge e da ogni sovrano. Così, anche fra le sabbie dei deserti shar'tiaghi, Be'Sihl non si era mai illuso di poter evitare qualsiasi spiacevole incontro, di potersi considerare effettivamente al sicuro da ogni pericolo, protetto da ogni fato avverso, nella sola e inevitabile eccezione di quello a lui riservabile in conseguenza del terribile caldo del giorno e dell'ancor più straziante gelo della notte, consapevole di come, dietro a ogni duna, in ogni oasi, avrebbe potuto incontrare un gruppo di famigerati predoni.
Ben diversi dai briganti kofreyoti o dai guerriglieri y'shalfichi, nel non aver mai tentato di giustificare le proprie azioni dietro a ideali di stampo politico, i predoni del deserto avrebbero dovuto essere identificati semplicemente quali ladri e tagliagole della peggior risma, che, al fine di ovviare a un destino da carcerati, schiavi nelle miniere del Paese, qual solo sarebbe potuto essere loro offerto in conseguenza dei propri crimini, preferivano da sempre cercare il proprio futuro nella sfida così dichiarata in contrasto al mondo, e, forse, agli dei tutti, vivendo dei frutti delle proprie razzie, di rapide incursioni in piccoli villaggi di agricoltori, allevatori e pescatori, quale quello in cui proprio Be'Sihl era nato e cresciuto, o, quando più fortunati, di carovane di mercanti colte di sorpresa.
Abituato ormai da anni al confronto con la popolazione di Kriarya, costituita nella sua quasi completa totalità da mercenari e assassini, ladri e prostitute, con i quali era solito confrontarsi giorno dopo giorno, tanto da sobri, quanto, peggio, da ubriachi, il locandiere non avrebbe potuto riservarsi particolare timore al pensiero dei predoni shar'tiaghi, per quanto, ovviamente, non si sarebbe potuto dimostrare tanto ingenuo, sì avventato, da ignorare completamente il fato di morte al quale sarebbe potuto essere destinato in conseguenza a un eventuale incontro con loro. Qual personale vantaggio, in tal senso, egli aveva voluto considerare la propria stessa solitudine, il proprio volontario isolamento in quello stesso viaggio, condizione in virtù della quale avrebbe potuto riservarsi meno occasioni di attrarre attenzioni sgradite, di richiamare a sé l'interesse dei propri possibili avversari, i quali, anche nel sorprenderlo, non avrebbero mai potuto identificarlo quale un ricco mercante, e, in ciò, avrebbero forse potuto giudicare vano ogni eventuale sforzo a suo discapito. Un calcolo, il suo, che, purtroppo, quella notte non aveva avuto occasione di considerarsi corretto…

« Non mi abbandonare, mio buon amico… » invocò alla volta del proprio stesso cavallo, quasi esso potesse comprenderlo e, in ciò, concedergli ulteriore impegno, foga maggiore rispetto a quella che pur gli stava già ampiamente riconoscendo, in quella fiducia, in quello spirito di sacrificio che mai alcun eventuale compare umano gli avrebbe potuto offrire « Poche decine di miglia ci separano da Teh-Eb: una volta raggiunte le porte della città, non avremo da temere più alcun pericolo! » incalzò, ancora rivolgendosi all'animale, a offrirgli, con le proprie parole, una speranza di salvezza alla quale egli stesso, in quello stesso momento, si stava aggrappando con tutte le proprie energie.

Purtroppo, però, tutti gli dei a lui pur cari non sembrarono apprezzare l'ipotesi dell'augurato successo di quella fuga, intervenendo con una di quelle semplici e pur fondamentali disgrazie usualmente definite nel termine comune di "fatalità", tale da stroncare in un sol istante, nell'effimero intervallo di tempo scandito da una singola pulsazione del cuore dell'uomo, ogni aspettativa così sancita, così dichiarata, lasciando sciaguratamente slittare uno zoccolo del cavallo sulla fine sabbia. In conseguenza di ciò, quella concitata corsa venne allora bruscamente interrotta, vedendo precipitare violentemente a terra tanto l'animale, quanto il suo cavaliere, trascinato quasi bambola di pezza inanimata in quella caduta. E numerose furono le grida, le urla entusiastiche, che accompagnarono quella disfatta, definendo senza ambiguità di sorta l'enfasi gioiosa degli inseguitori, dei predatori, tanto benevolmente soccorsi dallo stesso deserto da loro eletto qual dimora, qual propria sola casa, quasi simile fatalità non fosse stata effettivamente tale, quanto, piuttosto e assurdamente, conseguenza di una conscia volontà da parte del medesimo ambiente, schieratosi esplicitamente, in tal modo, a loro favore.
Fu questione di un attimo, per Be'Sihl, ritrovare contatto con la realtà a seguito di quella caduta, e, in questo, comprendere la drammaticità della propria attuale posizione. Riaprendo gli occhi e ritrovandosi a contatto diretto con la sabbia del deserto, egli scoprì di essere, suo malgrado, impossibilitato non solo a raggiungere la spada appesa alla sella, alla propria destra, quanto piuttosto a compiere qualsiasi genere di movimento, a ipotizzare qualsiasi evasione, dal momento in cui, precipitando a terra, il suo destriero non solo si era rovinato sul proprio fianco destro, ma, peggio ancora, aveva anche intrappolato la sua stessa gamba sotto il proprio non trascurabile peso. Una situazione dalla quale, come i tremendi nitriti di dolore dell'animale non cercarono di celare, egli non avrebbe potuto trovare facilmente possibilità di scampo, in conseguenza della frattura che, purtroppo, doveva aver coinvolto una delle zampe dello stesso disgraziato equino.

« Mi permetto una rettifica. » sospirò, storcendo le labbra verso il basso, nell'osservarsi attorno e nel non poter fare a meno di cogliere evidenza così offertagli « E' una sfortuna che tu non sia con me in questo momento, Midda. » riformulò quanto precedentemente dedicato alla propria compagna, alla meravigliosa dea della guerra qual ella era e, probabilmente, sempre sarebbe rimasta, nonostante ogni sua preghiera in senso contrario, nel desiderare umanamente una vita diversa per lei, nella quale riservarsi uno spazio al suo fianco, nella sua quotidianità « Ti saresti veramente potuta divertire a spaccare la testa di questi sciacalli… »

mercoledì 28 luglio 2010

929


S
ebbene la Figlia di Marr'Mahew si fosse riservata una confidenza assolutamente superficiale con la lingua locale, tutt'altro che difficile fu riuscire a intendere quali profondo messaggio potesse essere celato dietro alle parole dedicatele dal proprio secondo avversario, il quale, una volta trascinatala ai piedi del letto, non tardò ad avventarsi su di lei, cercando in tal modo di riuscire ad avere la meglio in grazia al proprio stesso peso, così gravante su un corpo ovviamente meno massiccio, meno robusto di quanto mai sarebbe potuto essere quello di un guerriero di sesso maschile. E in tal posizione, forse qual reazione alle due umiliazioni già subite, forse in conseguenza al calcio da lei rivolto verso la sua stessa mascolinità, o forse, e ancora, qual semplice sviluppo derivante dall'apparente supremazia ottenuta su di lei, l'uomo non sprecò un singolo istante così ottenuto, conquistato, per cercare di trasformare un semplice successo in una terribile punizione ai danni della propria avversaria, dimostrando come, anche all'interno dei tanti proclamati civili confini di Shar'Tiagh, la meschinità propria dell'umanità non fosse poi differente rispetto al resto del mondo.
Proprio tale lussurioso desiderio, comunque, fu per lui ragione di inevitabile rovina, nell'affermazione di un fato al quale, probabilmente, sarebbe ugualmente stato destinato, ma che, nel tentare di arrancare con le proprie mani sulla fascia dei seni di lei, ancor prima di premurarsi di porla fuori combattimento, favorì stolidamente l'inevitabile risposta fisica della propria presunta vittima. Con controllo assoluto, tanto sul proprio corpo, quanto più sul proprio cuore, sulla propria mente e sul proprio animo, Midda non parve offrire la benché minima attenzione alla lascivia rivoltale, coordinando altresì ogni singolo muscolo al fine di condurre le proprie gambe, con un movimento rapido e deciso, a sollevarsi sino all'altezza del collo dell'avversario, nel mentre in cui con entrambe le proprie mani catturò uno dei suoi polsi, il destro, per trarlo a sé con forza, nella medesima direzione, ma in senso contrario, all'impulso contemporaneamente imposto ai propri arti inferiori, invertendo istantaneamente il ruolo di predatore e di preda da lui allora ricercato, nello spingerlo con la forza delle proprie cosce a terra, con energia tale che, se solo ella avesse voluto, avrebbe potuto persino fratturargli l'osso del collo.
Per sola fortuna dell'uomo, ancora inalterato in lei era, in quel momento, il proposito formulato in favore della sopravvivenza delle proprie controparti, ragione per la quale l'unico osso che venne spezzato, senza alcuna umana compassione, fu, allora, quello del suo stesso gomito destro, il quale, trovando leva proprio sul di lei basso ventre contro il quale avrebbe desiderato riversare la propria violenza, venne ripiegato oltre il proprio naturale limite.

« Non so se essere rinfrancata o demoralizzata nel rilevare quanto, in verità, tutto il mondo, con le proprie variegate culture, con i propri usi e costumi sempre così diversi, riesca, alla resa dei conti, a spingersi sempre e unicamente alle medesime conclusioni… » sussurrò, storcendo le labbra verso il basso nell'ascoltare il macabro suono conseguenza di quella stessa frattura, immediatamente seguito da un alto grido da parte del malcapitato « E pensare che voi shar'tiaghi fate vanto di offrire rispetto alle donne emancipate. »

Subito annoiata dalle urla così ottenute, che giudicò non dissimili da quelle di un maiale terrorizzato di fronte alla lama del proprio macellaio, ella, ancor prima di liberarlo dalla morsa in cui comunque lo stava ancora trattenendo, richiese dal proprio prigioniero il silenzio direzionando una violenta tallonata alla base della sua mascella, un colpo diretto che, con maggiore efficacia rispetto a qualsiasi narcotico, impose immediatamente l'incoscienza sulla mente dello stesso, privandolo, in ciò, di ogni pena per il braccio appena perduto.

« Lode a Thyres che non stavo dormendo, o con tutto questo frastuono mi sarei risvegliata di pessimo umore… » osservò, tornando a concedersi occasione di un sorriso beffardo, ora sciogliendo la morsa imposta con il proprio intero corpo sul predatore divenuto preda, il cacciatore trasformato in selvaggina e, qual tale, adeguatamente trattato.

Prima ancora di poter però recuperare una postura più dignitosa, e di poter tornare a stringere attorno ai propri seni la fascia lì preposta al loro stesso contenimento, parzialmente divelta dalla furia del suo ultimo avversario, un nuovo suono attrasse la sua attenzione, inizialmente costringendola a una rapida capriola laterale, prudente ritirata nel legittimo timore di un attacco dall'alto, che in quella posizione avrebbe potuto coglierla altresì eccessivamente esposta, salvo poi concederle occasione di comprendere come esso stesse giungendo non nella volontà di preannunciare l'ennesimo confronto, quanto, piuttosto, a sancire la conclusione di ogni battaglia, in un vigoroso bussare alla sua porta, accompagnato da numerose voci dai toni trasparentemente preoccupati per quanto stesse accadendo all'interno di quella stessa stanza.
Il disordine generato nel corso degli scontri avvenuti, evidentemente, aveva attratto maggiore interesse di quanto mai avrebbe potuto essere in una città qual Kriarya, entro i confini della quale le risse erano considerate al pari di un mero svago e, in ciò, neppure lo scorrere del sangue avrebbe potuto mai interessare qualcuno, a meno di un'eventuale volontà partecipativa all'evento…

« Arrivo… arrivo… » esclamò, sospirando e dimostrando, in ciò, un certo senso di delusione, di insoddisfazione, per la conclusione sì rapida di quel ludo così donatole dalla propria dea.

Sistemata, rapidamente, la fascia, al fine di concedersi, per lo meno, celata nella più intima dimostrazione della propria femminilità, sebbene ancora praticamente ignuda, Midda gettò un ultimo sguardo ai due sconfitti, uno rovesciato contro la parete adiacente al letto, e l'altro steso a terra, con il braccio destro sgradevolmente rivoltato in una posizione ben poco naturale, ad assicurarsi che entrambi non potessero riservarle ulteriore occasione di danno, prima di aprire la porta della stanza, e offrirsi al pubblico lì attratto. Un pubblico che, come ebbe subito occasione di accorgersi nell'immediato confronto con la luce di molte lampade a olio schierate improvvisamente schierate davanti a sé, avrebbe dovuto essere censito qual estremamente vario, probabilmente costituto dall'intero personale della locanda nonché da un'ampia porzione dei suoi stessi clienti, tutti sopraggiunti con evidente affanno nel timore di quanto potesse essere lì occorso, tale da generare tanto disordine.

« Per la grazia di Ha'Tho-Er! » invocò il locandiere, un anziano shar'tiagho dal sangue misto, sforzandosi di esprimersi in y'shalfico per farsi comprendere da lei, lingua estremamente prossima al kofreyota, al gorthese e al tranitha, per quanto dissimile nella propria cadenza e nella forma scritta di alcune proprie parole « Stai bene, mia signora? » domandò, con tono concitato.

Trasparente si impose la preoccupazione dell'uomo nel merito della sorte della propria cliente, offrendole con assoluta professionalità, e sincero spirito di ospitalità, ogni rispetto dovutole nel proprio ruolo, senza alcun pregiudizio per la terra d'origine della medesima, così come tanto evidentemente dimostrato dal pallore della sua pelle appena ornata da diverse spruzzate di lentiggini, presenti non solo in corrispondenza del suo naso, come, sino a quel momento, ella aveva concesso indubbia evidenza, ma anche in altre parti del suo corpo, quali spalle, seni, fianchi, cosce, come, in quel nuovo e impudico frangente, ella non stava più celando sotto la stoffa della tunica con la quale era lì sopraggiunta nel tardo pomeriggio.

« Oh… mi dispiace aver disturbato la quiete del sonno tuo, dei tuoi dipendenti e degli altri ospiti della tua splendida locanda. » rispose la mercenaria, senza desiderio di ironia alcuna nelle proprie parole, non avendo ragioni per recare offesa al proprio interlocutore, non di certo dopo tale dimostrazione di interesse per la sua sorte « Ho ricevuto delle visite inattese e, nell'entusiasmo del momento, non ho prestato attenzione alla tarda ora: ti prego di volermi perdonare… » tentò di spiegare, facendosi appena da parte per permettere al proprietario e ai suoi garzoni di prendere visione di quanto occorso e poter trarre da soli tutte le necessarie conclusioni del caso.

martedì 27 luglio 2010

928


L
o spazio estremamente ristretto proprio della camera di una locanda, incapace di riservare ai propri ospiti, anche in Shar'Tiagh così come del resto del mondo, almeno nei limiti del medesimo sino a quel momento affrontati dalla donna guerriero, qualcosa di più rispetto a un letto, un armadio e un non ovvio angolo dedicato a funzioni igieniche, difficilmente avrebbe potuto essere considerato qual fattore di vantaggio tanto per gli aggressori, quanto per l'aggredita, inibendo in maniera naturale sia azioni d'offesa, sia manovre volte alla difesa. Ciò nonostante, là dove ella era cresciuta negli spazi altrettanto ridotti propri di una nave, e, successivamente, era stata formata in numerose battaglie spesso condotte all'interno di budelli sì risicati da non concedere alcuna occasione di respiro, la Figlia di Marr'Mahew avrebbe forse potuto giudicare l'esistenza di un proprio personale vantaggio, un'effimera agevolazione che avrebbe potuto almeno compensare la disparità numerica e di equipaggiamento esistente in quel mentre fra se stessa, sola, nuda e disarmata, nell'unica eccezione rappresentata dal proprio inseparabile braccio destro in nero metallo dai rossi riflessi, e le proprie due controparti, prudentemente protettesi con leggeri, ma efficaci, corpetti in cuoio, nonché forniti di diverse lame, fra pugnali, stiletti e, ovviamente, spade.
Probabilmente anche in virtù di simili considerazioni, oltre che, indubbiamente, della decisa differenza di età esistente fra loro, tale da riconoscerle una sostanziale superiorità in termini di esperienza, la donna guerriero non si riservò occasione alcuna di smarrire la freddezza, l'autocontrollo, per lei da sempre proprio, consueto, abituale anche nelle situazioni più gravi, proponendo ai propri avversari un animo gelido al pari dei suoi stessi occhi, in quel momento specchi azzurri entro i quali poter ricercare il proprio riflesso senza neppur temere fastidio dalle sue nere pupille, lì ridottesi alle dimensioni proprie di una capocchia di spillo. In ciò, se pur ormai perduta la posizione di quieto riposo prima adottata nei loro confronti, i movimenti della mercenaria non si donarono loro eccessivamente diversi rispetto ai precedenti, mostrandola ancora impegnarsi in movimenti rapidi, agili e perfettamente coordinati, dotati, nella propria stessa intima essenza, di un'innegabile eleganza e di un'apparente quiete, quasi ella fosse allora coinvolta in una danza, ancor prima che in un combattimento dagli esiti potenzialmente letali. E quando essi le furono addosso, indirizzando le affilate lame dei propri pugnali alla volta del suo ventre, ella reagì, innanzitutto, lasciando solcare l'aria, innanzi a sé, dal forte metallo del proprio destro, in un gesto utile ad allontanare, repentinamente, la minaccia delle armi così a lei rivolte, e, subito dopo, scivolando verso il suolo, lì sorretta dalla propria mancina, e, subitaneamente, spingendo i propri piedi nuovamente verso la coppia, in questa occasione, però, non riservandosi contatto con i loro posteriori, quanto, piuttosto, con le ragioni del loro stesso orgoglio maschile, lì appena protette dalla stoffa di un leggero cingilombi, nel rispetto della moda locale.
Un'offensiva, quella così rivolta dalla donna ai due uomini candidatisi al compito della sua cattura, che, per quanto priva di particolare raffinatezza, si rivelò ovviamente più efficace di numerosi altri colpi, forse persino di due lame infisse nelle rispettive budella, nel privarli, per un lungo intervallo, non solo della possibilità di muoversi o di respirare, ma, persino, di mantenere un reale contatto con la realtà, lasciandoli gemere soffocati insulti verso di lei.

« Credo di riuscire a immaginare in che termini mi stiate insultando. » sorrise Midda, non negandosi evidente soddisfazione, forse addirittura sadico appagamento, nell'osservare i due ricadere tanto pesantemente a terra, ridotti a una temporanea impotenza « Ma… vedete… quello di cui ho bisogno in questo momento non è avere a che fare con due teste calde bramose solamente di squartarmi come un maiale condotto al macello, quanto, piuttosto, di una sana rissa da taverna, di quelle che si generano facilmente alla sera tarda, quando l'alcool inibisce ogni possibilità di raziocinio, trasformando uomini in bestie. »

Pronunciando tali parole, senza riservarsi alcuna ipotesi di fuga, qual pur le sarebbe potuta essere propria nell’impossibilità imposta ai suoi avversari di trattenerla, ella si mosse tranquillamente, con gesti quasi annoiati, a recuperare i due pugnali precedentemente rivolti in suo contrasto, insieme agli stiletti e alle spade di entrambi gli uomini lì stesi a terra, per poterle gettare, priva di particolare enfasi, fuori dalla stessa finestra attraverso la quale entrambi erano sopraggiunti, allo scopo di negare loro occasione di ulteriore utilizzo delle medesime. Un atto nel quale le parole da lei appena pronunciate, se solo fossero state da loro comprese, avrebbero pertanto assunto un significato concreto, reale, non quale semplice scherno fine a se stesso, ma quale effettiva, sincera dichiarazione d’intenti, nell’essere suo tangibile desiderio non rinunciare al possibile svago offertole dalla presenza di quei due sventurati, alla zuffa che sarebbe potuta servire a distrarla dagli ossessivi pensieri che, in quella notte, l'avevano tormentata prima del loro arrivo.

« Così è molto meglio… non trovate?! » domandò, ovviamente retorica, verso i propri due ospiti « Non appena avrete voglia di riprendere il discorso in sospeso, sono certa avremo maggiore possibilità di intesa, eliminato lo spiacevole fastidio rappresentato da quelle lame: non c’è bisogno di simili espedienti per divertirsi in mia compagnia… » aggiunse, con tono malizioso, divertendosi femminilmente a celiare in modo tanto ambiguo, sebbene non vi fosse alcun doppio senso nelle sue parole.

Tornando a quel punto verso di loro con passo felpato, e scavalcandoli con apparente indifferenza, quiete assoluta, flemma quasi irritante, ella si sedette sul proprio letto, per poter recuperare ora il proprio perizoma e la fascia entro la quale, usualmente, i suoi seni trovavano contenimento, per iniziare a rivestirsi, in un atto non tanto dettato da possibili pudori o imbarazzi, non dimostrati sino a quel momento e neppur provati, quanto, piuttosto, per semplice comodità personale, per essere pronta, ove necessario, a trasferire quel combattimento all’esterno dell’intimità delle proprie stanze, senza, in ciò, rischiare di recare scandalo alla pubblica decenza locale, che forse avrebbe potuto riservarsi occasione di critica nel merito della profferta delle sue generose forme così prive di veli.
Impossibile, suo malgrado, fu per lei sperare di completare quella vestizione, nell’essere allora prematuramente interrotta dalla ripresa di uno dei due aggressori, il quale, recuperato parziale controllo sulla propria lucidità, e, in ciò, desideroso di vendetta, si avventò contro di lei nel momento stesso in cui ella stava tentando di recuperare il resto delle proprie vesti.

« Per quanto possa essere gratificante una simile dimostrazione di bramosia, ti prego di provare a contenere tanta enfasi. » lo invitò ella, inevitabilmente rallegrata dalla ripresa dell’uomo, tale da concederle nuova occasione per menare le mani, dove già stava temendo di aver esagerato nei loro confronti, di averli troppo rapidamente esclusi da ogni possibile competizione.

Accogliendo a sé l’avversario, invece di tentare di respingerlo, di opporsi alla sua foga, nel preferire reindirizzare la medesima in suo stesso contrasto, ella si lasciò ricadere sul proprio giaciglio, sotto di lui, nel mentre in cui, con le proprie braccia, e la propria gamba destra, sospinse il peso così slanciato dell'uomo oltre la propria stessa posizione, non solo vanificando quella sua carica, ma, addirittura e peggio, proiettandolo contro la parete alle proprie spalle con foga tale che, se solo lì fosse stato legno ancor prima di pietra, indubbio sarebbe stato lo squarcio che si sarebbe presentato, che si sarebbe imposto in conseguenza di tanta violenza, di tanta forza rivolta in tal modo dall'uomo, suo malanimo, contro se stesso. E dove anche non una seconda porta, allora, fu aperta in virtù di quell'impatto, incredibile fu il fragore provocato dal medesimo, accompagnato da un nuovo gemito che privo, ancora una volta, quel disgraziato di ogni possibilità di coscienza, di ogni occasione di lucidità, negandogli, nel contempo, ogni soffio d'aria nei polmoni.
Di tal seconda vittoria, tuttavia, la donna guerriero non ebbe possibilità di gioire, là dove, ancor prima di potersi conquistare occasione di tornare a sedere, ella sentì la propria caviglia sinistra, unica rimasta a contatto con il pavimento, essere saldamente afferrata da due grosse mani, che, un istante dopo, la trassero, con violenza, lontana dal letto, facendola ricadere senza grazia, né possibilità alcuna di evasione, a terra, là dove il secondo mercenario non si proponeva più inerme e dolorante, quanto, piuttosto, rabbioso e bramoso di occasione di rivalsa su colei che non si risparmiò di descrivere con i peggiori insulti che la sua mente fu in grado di elaborare.

lunedì 26 luglio 2010

927


N
el trovarsi a essere in tal modo posti a confronto con una presenza assolutamente vigile, all'erta, in netta opposizione a quella assopita, dormiente, da entrambi pur sperata, i due uomini si riservarono un iniziale e naturale istante di incertezza, di indecisione, sinceramente dubbiosi su qual reazione poter far propria innanzi a tale immagine, al quadro offerto da una donna tutt'altro che intimorita e, in maniera a dir poco paradossale, se non addirittura folle, persino apparentemente entusiasta in conseguenza al loro arrivo nella sua camera da letto e nell'evidente prospettiva di uno scontro, qual solo, in quel momento, essi avrebbero potuto riservarle. Ove, infatti, le parole da lei allora pronunciate non avrebbero potuto offrire loro alcun interesse, nel risultare incomprensibili in quanto espresse in una lingua del tutto sconosciuta, l’espressione del volto di quella bizzarra straniera, al pari dei movimenti del suo corpo completamente ignudo, non avrebbero potuto mai lasciar trasparire un sentimento di sorpresa in un’attesa accezione negativa di tale termine, quanto, piuttosto, la gioia di una bambina posta innanzi a un regalo non sperato, a un balocco tanto desiderato e pur creduto impossibile da ottenere, almeno sino a quel particolare momento.

« Fatemi indovinare… » li invitò ella, continuando a rivolgersi loro nella propria lingua natia « Avete deciso di vostra spontanea iniziativa di domandarmi gentilmente di consegnare i due scettri al nostro buon mecenate, in modo da poter essere alfine pagati per una missione alla quale neppure avete realmente preso parte. »

Sebbene il suo vocabolario fosse privo di qualsiasi attinenza, assonanza, con quello shar’tiagho lì imperante, ella non desiderava considerare, a livello meramente psicologico, quel suo limite linguistico quale un ostacolo, un impedimento, soprattutto non in contrasto alla possibilità di canzonare i propri avversari, così come da sempre era solita a fare nei confronti di ogni genere di controparte, fosse essa umana o inumana, creatura mortale o, persino, immortale.

« Oppure, è stato proprio il caro lord Be'Gahee a riservarvi incarico in tal senso?! » aggiunse, subito dopo, incrociando le braccia sotto ai seni nudi e restando, in tal modo, in attesa di una loro mossa, di una loro qualsivoglia azione, eretta con fierezza innanzi a quei due avversari armati quasi fosse ella stessa una dea e, in ciò, impossibile da turbare, da ferire, o, persino, da uccidere « In effetti, considerando quanto vi siete dimostrati smidollati sino a oggi, quest’ultima potrebbe essere accolta quale l’ipotesi più credibile. »

Le risposte che le furono rivolte, per lei incomprensibili in misura non inferiore rispetto a quanto probabilmente dovevano essere apparse le sue stesse parole alle loro orecchie, videro la coppia di mercenari riprendersi finalmente dallo stupore iniziale, dal dubbio allora concessosi nel coglierla tanto disponibile nei loro riguardi, guidando rapidamente le proprie mani ai pugnali, lame corte evidentemente giudicate, nell’ambiente ristretto di quella stanza, più indicate rispetto a ingombranti spade, e subito, proiettandosi in suo contrasto, nel non volerle assicurare alcuna possibilità di reazione a quella loro presenza, a quella loro offensiva. Essi, dopotutto, erano stati presenti nel momento in cui ella, senza dimostrare alcun timore, alcuna esitazione, si era gettata con foga all'interno di una fossa ricolma di scorpioni giganti, colossali bestie in contrasto alle quali mai avrebbe potuto riservarsi vittoria di sorta e che pur era stata in grado di superare, di oltrepassare, con quella che, persino, era apparsa essere sufficiente facilità: per tal ragione, mai avrebbero potuto permettersi possibilità di dubbio di fronte all'occasione apparentemente favorevole così loro offerta, nel desiderio di potersi approfittare dell'evidente inoffensività propria di quella donna prima che tale fosse repentinamente negata, prima che il loro ex-comandante riassumesse il controllo della situazione, ricercando la propria lama e, probabilmente, ponendo rapidamente fine alle loro esistenze, dal momento in cui una simile barbara, qual ella appariva ai loro occhi, mai si sarebbe riserbata dubbio alcuno nel pretendere le loro vite qual giusto compenso per tanta offesa.
Tuttavia estremamente ingenua, e fondamentalmente sbagliata, si rivelò presto essere quella speranza, presente ad animare i cuori della coppia in tale frangente, là dove se solo disarmante imprudenza avrebbe potuto far ritenere la postura adottata dalla mercenaria priva tanto di volontà offensive, quanto più di ipotesi difensive, fortunatamente per loro errato si dimostrò al contempo essere la scarsa considerazione in lei riposta, nel merito del suo personale rapporto con l'uccisione di un proprio avversario. Perfettamente consapevole della pericolosità che avrebbe potuto caratterizzare persino un’infante, ove armato di una lama, la donna guerriero, infatti, non avrebbe mai sottovalutato neppur colui presentatosi quale il più sprovveduto fra gli avversari, senza, comunque, neanche eccedere in senso contrario, sopravvalutando un nemico e, in ciò, ingiustamente temendolo. Non per superbia o, peggio, per resa, pertanto, ella aveva assunto quella particolare posizione di riposo, quanto piuttosto nella volontà di non offrire trasparenza alcuna, ai propri avversari, nel merito delle sue effettive intenzioni, in modo tale da poter sfruttare a proprio vantaggio, e in loro contrasto, le scelte eccessivamente avventate che essi avrebbero potuto allora fare proprie, quali quelle che, effettivamente, intrapresero. Inoltre, sebbene ignorante nel merito della maggior parte degli usi e dei costumi propri di quel particolare Paese, al pari delle sue molteplici e articolate leggi, ella aveva già avuto, in tempi estremamente recenti, occasione di confronto con il particolare sistema giuridico locale, in un'esperienza che, sinceramente, avrebbe preferito evitare di ripetere soprattutto per colpa di due sciocchi suicidi, qual solo avrebbero potuto essere giudicati quegli stolti. Così, ove anche effettivamente abituata a non concedersi inutili sofismi prima di reclamare il sangue di un proprio avversario, preferibilmente se degno della propria fama, ella non avrebbe avuto alcuno sprone, in quel particolare contesto, a ricercare la propria spada, impugnando la quale troppo semplice, quasi elementare, sarebbe solo potuto essere giungere all'eliminazione di quella coppia, duplice omicidio che, sebbene per legittima difesa, entro i confini proprio del regno di Shar'Tiagh avrebbe potuto essere male accolto dalle autorità locali, costringendola ad affrontare, nuovamente, il carcere o, in alternativa, a tentare di riservarsi salvezza nella fuga, nella clandestinità.
Forte di tali ragioni, e ponendosi, in conseguenza a esse, in totale contrapposizione a quanto previsto dai propri avversari, quando i due omaccioni le furono contro, non inerme ella rimase innanzi a loro, per quanto non nella letale pericolosità della propria lama bastarda ella si impegnò ricercare occasione di salvezza, quanto, semplicemente, nella propria agilità felina, nell'eleganza dei propri movimenti, così perfettamente coordinati, così elastici e dinamici, che nulla avrebbero avuto da invidiare a una giovinetta con dieci o quindici anni in meno sulle spalle rispetto a lei. Schivando con incredibile naturalezza gli affondi delle loro corte lame, ella apparve addirittura simile a eterea presenza nel momento in cui scivolò fra i due, per disimpegnarsi da quel loro attacco involontariamente sincronizzato e concedersi, contemporaneamente, un'occasione di rivalsa morale, ancor prima che di offesa, verso entrambi, qual sole sarebbero potute essere considerate le due violente pedate che, per quanto scalza, non mancò di direzionare ai deretani così concessile innanzi, colpi in conseguenza dei quali essi non avrebbero potuto accusare alcun reale danno fisico, riservando loro, al contrario, una sonora e spiacevole mortificazione psicologica, nel ritrovarsi a essere allora trattati non quali due controparti degne di rispetto, ma come due cagnacci randagi privi di qualsiasi evidente aggressività.

« Questo è per esservi introdotti senza bussare nella camera di una signora… » li rimproverò, sorridendo realmente divertita nell'osservarli « … e, già che ci siamo, vorrei approfittare dell'occasione per pregarvi di moderare il linguaggio in mia presenza, se non desiderate riceverne altri! » soggiunse, aggrottando con simulata indignazione la fronte in conseguenza alla reazione a lei allora riservata dalla coppia, dal momento in cui, similmente spinti, essi ricaddero privi di equilibrio sul letto da lei pocanzi impegnato, imprecando ad alta voce nomi di divinità per lei sconosciute e che pur furono identificate senza fatica qual tali in virtù dell'impeto proprio di quelle profane invocazioni.

Tutt'altro che appagati, però, nel proprio desiderio di sfida con lei, e, forse, addirittura spronati per effetto di simile derisione, i due mercenari non accettarono tanto semplicemente la sconfitta, riprendendosi rapidamente dai grotteschi effetti della violenza riservata loro per tentare un nuovo e furibondo attacco.

domenica 25 luglio 2010

926


N
ella notte successiva al rifiuto della donna guerriero di adempiere agli obblighi derivanti dal proprio contratto, due, fra i dodici mercenari incaricati dal nobile Be’Gahen di risolvere la questione Midda Bontor, non tardarono a presentarsi a lei, agendo di propria iniziativa e, ancor peggio, all'oscuro dei propri compagni di ventura, dal momento in cui tutti gli altri si erano espressi in aperto contrasto a una simile strategia, a un attacco tanto avventato.
Tanta fretta, simile urgenza, tuttavia, non fu loro ripagata, ponendoli drammaticamente a confronto con una donna, di per sé, già intimamente agitata, irrequieta e, per questo, soltanto più che felice di poter scaricare la tensione accumulata nello scontro allora offertole con una coppia di avversari tanto stolidi da poter pensare di sorprenderla con l'aiuto delle tenebre e, forse, di un suo momento di sonno. In verità, fosse anche riuscita a riservarsi una minimale occasione di riposo, difficilmente la donna guerriero avrebbe mancato di avvertire l'arrivo di coloro in tal modo candidatisi alla sua cattura, essendosi abituata, ormai da anni, a evitare di concedersi profondi distacchi dalla realtà, là dove, in tal caso, in una professione qual la sua e, soprattutto, in ambienti quali quelli da lei usualmente frequentati, difficile sarebbe probabilmente stato riservarsi una qualche successiva possibilità di risveglio, di ritorno alla veglia. E a peggiorare la già pessima situazione similmente riservata ai due sventurati, quella notte troppi pensieri si stavano impegnando a mantenerla sveglia, costringendola, nonostante un lungo bagno, necessario a liberare il suo corpo della sabbia accumulata in ogni angolo, e un'intensa attività fisica, utile a distrarre parzialmente la sua mente dai propri dubbi, dalle proprie incertezze, a rigirarsi priva di requie sul proprio scomodo giaciglio e a invocare, continuamente, il nome della propria dea prediletta per richiederne l'assistenza, l'aiuto, apparentemente indispensabile al fine di placare il proprio animo tormentato.

« Thyres… »

A impegnare la sua sinceramente stanca mente, in quella calda notte estiva, non sarebbe dovuto essere considerata semplicemente l'argomento tanto caro anche a Be’Gahee, a suo padre Be’Gahen, e ai dodici mercenari sguinzagliati sulle sue tracce, sebbene proprio con quelle preziose reliquie ella si stesse allora impegnando a giocherellare, tenendole alternativamente in equilibrio sulla punta delle proprie dita, nel ritrovarsi sdraiata nuda e supina sul letto nel quale, vanamente, stava tentando di raggiungere occasione di estemporaneo oblio. Al contrario, in quel momento, nulla le sarebbe potuto realmente importare nel merito del fato proprio di quegli scettri, quei bastoni per lei completamente privi di valore, e dei quali si sarebbe volentieri sbarazzata se non fosse stato per quell'assurdo istinto che le aveva impedito di consegnarli al proprio mecenate: centrale, e forse naturale, tema dei propri pensieri, delle proprie agitate elucubrazioni, si concedeva, infatti, l'idea del prossimo ricongiungimento al proprio amato, e pur rinnegato, Be'Sihl. Se, dopotutto, nell'accettare l'incarico del recupero di quei due balocchi dorati, ella aveva sì, intimamente, deciso di evitare la fuga da lui, qual sarebbe facilmente potuta avvenire nella ripresa del proprio peregrinare all'interno di quel regno per lei sconosciuto, al tempo stesso aveva anche sperato di riservarsi un impegno professionale lontano da quelle stesse mura per un tempo sufficiente a distrarsi dalle preoccupazioni, dall'ansia derivante dal semplice pensiero di quell'incontro, e, forse, persino tale da farla ritornare a Teh-Eb in un momento successivo al suo stesso arrivo, così da essere, sostanzialmente, costretta in quel confronto senza potersi concedere alcuna possibilità di ripensamento a tal riguardo, qual, altresì, in quello stesso momento non avrebbe potuto negare stesse accadendo.
Da sempre incapace a mantenere un reale rapporto sentimentale con gli uomini da lei pur sinceramente, e appassionatamente, amati, la Figlia di Marr'Mahew avrebbe potuto far triste vanto di una lunga serie di compagni abbandonati nel proprio passato, figure stupende, praticamente perfette, capaci di donarsi a lei oltre ogni limite, e dalle quali, purtroppo e stupidamente, ogni volta si era puntualmente allontanata, forse temendo di poter porre in dubbio la propria preziosa libertà, la propria irrinunciabile autodeterminazione, se solo avesse saldamente legato il proprio fato a quello di un'altra persona. Ultima vittima di tal maledizione, non conseguenza di un arcano potere, quanto, peggio, della sua stessa natura, della sua intrinseca psiche, avrebbe potuto essere così conteggiato proprio Be'Sihl, dal quale ella non avrebbe voluto separarsi, non avrebbe voluto allontanarsi, e dal quale, altresì, stava facendo di tutto in senso contrario, arrivando addirittura a ingannare se stessa nel ritenere di star agendo correttamente a tal riguardo per il suo stesso bene, per potergli evitare qualsiasi pericolo, qualsiasi rischio, soprattutto a seguito di quanto occorso per il crudele intervento di Desmair, suo marito.
Solamente qual assolutamente grottesco, in tutto ciò, ella non avrebbe potuto evitare di giudicare quel suo stesso matrimonio, evento sopraggiunto forse a dimostrazione di un pessimo senso dell'umorismo proprio degli dei, o, più probabilmente, a giusta punizione per chi tanto timorosa di poter perdere la propria indipendenza nell'accettare la presenza di un sincero amante al proprio fianco. A quel colosso dalla pelle simile a cuoio rosso, dalle zampe da ungulato in sostituzione di consueti piedi, e dalle gigantesche corna bianche poste ai lati del capo, semidivinità apparentemente immortale, ella si era ingenuamente legata così come mai aveva neppur vagamente supposto di poter fare con qualsiasi altro uomo, nella convinzione di non poter ricevere danno alcuno da simile vincolo, se non, addirittura, di poter facilmente ovviare allo stesso. Purtroppo, eccessivamente tardiva era stata in lei la presa di coscienza nel merito del reale errore così commesso e, in ciò, della reale libertà alla quale si era ritrovata a rinunciare non per amore, non per un proprio premuroso compagno, quanto, tragicamente, per adempiere a un incarico, a una propria missione, dal momento in cui, per quanto impegno ella avesse realmente posto nel tentativo di liberarsi di lui, a nulla era servito un qualsiasi sforzo, presentandole forse, e assurdamente, il solo avversario in contrasto al quale tutta la sua abilità guerriera sarebbe stata assolutamente inutile. Ovviamente ella non avrebbe mai accettato un'ipotesi di resa in tal senso, non avrebbe mai fatto propria l'idea di un'inevitabile sconfitta nel confronto con tale avversario, mantenendosi certa di poter giungere, un giorno, a individuare un modo per sconfiggerlo, un'arma utile a ucciderlo: ciò nonostante, nel frattempo, semplice occasione di scusa sarebbe potuta derivare dall'esistenza in vita di Desmair per giustificare, nel confronto con la sua coscienza, la rinuncia all'amore di Be'Sihl, al calore del suo abbraccio che pur ogni fibra del suo essere stava invocando sin dal giorno del loro inespresso addio.

« Thyres… » ripeté per l'ennesima volta, sempre più inquieta, addirittura scaraventando contro il soffitto i due scettri dorati in conseguenza dell'irritazione crescente in lei per l'eccessiva confusione interiore conseguente al pensiero del proprio dolce locandiere shar'tiagho, tanto desiderato quanto rifuggito « Ti prego, con il cuore in mano: concedimi una distrazione… o questa notte potrei impazzire! »

Come non poter giudicare l'improvvisa comparsa in scena di ben due candidati volontari a tal ingrato compito, in immediata conseguenza a quella stessa invocazione, qual dimostrazione dell'affetto proprio della dea verso la sua umile fedele? Come poter dubitare dell'interesse di quella pur silenziosa figura sovrana delle acque degli infiniti mari verso una delle sue tante figlie, nel momento in cui quella coppia chiaramente animata da pessime intenzioni varcò, con quella che essi evidentemente mal giudicarono essere sufficiente discrezione, adeguata leggerezza di movimenti, il limite rappresentato dalla sola finestra presente in quella camera di locanda da lei temporaneamente affittata?
Impossibile per chiunque, persino privo di fede in quella particolare divinità, sarebbe potuto allora essere disconoscere la benevolenza della dea verso la mercenaria, ove tanto chiaramente espressa, tanto indiscutibilmente manifestata. E, di certo, non la donna guerriero si sarebbe allora permessa insolenza alcuna verso di lei…

« Oh… mia somma signora! Lode a te e al tuo nome! » esclamò Midda, scattando a sedere sul letto e sgranando gli occhi con sincera cupidigia a quella generosa offerta « Non credo di esser degna di tanto, ma a te non posso che elevare il mio più sincero ringraziamento per questo insperato dono… »

sabato 24 luglio 2010

925


« S
tupida sciocca… »

In quali altri termini, Be'Gahee avrebbe potuto altrimenti definire la donna guerriero che si era appena allontanata dal suo palazzo, o, per meglio dire, dal palazzo della sua famiglia, dopo essersi rifiutata di completare la propria missione, nel consegnargli quelle importanti, preziose e prestigiose reliquie?
Ancora giovane, troppo per potersi considerare realmente esperto nel confronto con i meccanismi, le dinamiche proprie del mondo, egli non avrebbe mai potuto accettare di buon grado la ricusa rivolta a proprio discapito da quella straniera, sì carismatica, sì sensuale, sì carica di un’energia barbara sconosciuta in quelle terre, e pur, comunque e indubbiamente, straniera, lontana dall’illuminata civiltà propria del regno di Shar’Tiagh, di quella nazione tanto orgogliosa da arrivare a definire se stessa quale popolo eletto, reagendo nel suo confronto non solo con rammarico per l’occasione sprecata, quanto, peggio, con rancore, con il livore che, in un uomo consideratosi maturo, avrebbe purtroppo sostituito il capriccio di un infante. Un’animosità che, tuttavia, in conseguenza di quel suo recente ingresso nell’età adulta, egli non avrebbe mai saputo in che strade indirizzare, lungo quali vie direzionare, non ancora abituato alla gestione di simili situazioni, del ruolo di mecenate che pur aveva voluto richiedere qual proprio.
In tale compito, nel mestiere in cui non tutti i suoi pari avrebbero potuto egualmente impegnarsi, dal momento in cui non semplicemente il denaro, ma soprattutto l’intuizione e l’acume di una mente capace di osare, oltre a un’innata capacità di gestione del proprio prossimo, avrebbero potuto distinguere un vero mecenate da un semplice nobile annoiato, quel rampollo dell’aristocrazia shar’tiagha si era invero riuscito a dimostrare particolarmente versato, riportando una concreta vittoria nell’individuare, al proprio stesso esordio, non solo la giusta missione alla quale volgere la propria attenzione, ma anche la mercenaria più indicata per sperare di giungere al successo desiderato. Impossibile e, peggio, inutile sarebbe comunque stato cercare di comprendere se tutto ciò fosse stata conseguenza di un’effettiva predisposizione al comando, o, piuttosto, per più banale fortuna, ove la conclusione a cui si era così giunti, aveva violentemente negato per lui ogni occasione di lustro e celebrità, ogni speranza di veder riconosciuto il giusto tributo all’interno del panorama cittadino, se non, addirittura, dell’intera nazione, in conseguenza al recupero di un tesoro sì importante, prezioso per il proprio valore storico ancor prima che per un qualsivoglia valore intrinseco dell’oro e delle pietre blu che caratterizzavano la forma di quei due bastoni.

« Stupida. Stupida sciocca… » insistette, rabbioso, furente, e pur sinceramente incapace di trasformare tale ira in una qualsivoglia azione, umiliato in maniera eccessiva da quella barbara, da quella straniera dalla pelle bianca come il latte e i capelli neri come la pece, per merito della quale si era concesso sogni di gloria e, in conseguenza alla scelta della quale, altresì, era stato prepotentemente ridimensionato al rango proprio di un’inerme bambino, ben lontano da quello di un grande signore.

Se pur Be'Gahee, allora, non avrebbe potuto riservarsi vanto di quell’esperienza, di quella confidenza con quel genere di situazioni che pur gli sarebbe stata allora necessaria per affrontare al meglio il dialogo con la mercenaria, il nobile Be’Gahen, suo padre, non avrebbe potuto dimostrarsi carente in tal senso.
Informato nel merito di quanto occorso dagli stessi due mercenari già compagni della Figlia di Marr’Mahew, nonché indispettiti spettatori di quegli eventi nell’essersi, improvvisamente, ritrovati privi di qualsiasi ricompensa, dell’oro pur loro promesso per l’assolvimento del proprio incarico, fu proprio Be’Gahen a interessarsi personalmente di tale questione, prendendo le redini di quel sottile giuoco nelle proprie mani. Consapevole di come, in conseguenza all’importanza delle reliquie così fortuitamente recuperate dal figlio, qualcosa incominciato per semplice diletto avrebbe potuto trasformarsi in uno spiacevole incidente politico, tale da compromettere il nome stesso della loro famiglia agli occhi degli altri nobili del regno, e, forse, persino dello stesso sovrano, l’aristocratico patriarca non poté restare indifferente alla questione, arrivando a richiedere i servigi degli stessi dodici mercenari già reclutati dal figlio, per un nuovo incarico, per un nuovo compito, in effetti non dissimile dal precedente, per quanto non più in sfida a una necropoli perduta fra le sabbie del deserto e alle trappole che essa avrebbe potuto celare al proprio interno, quanto, piuttosto, in competizione a colei alla quale pocanzi si erano ritrovati a essere subordinati e che, ora, avrebbero dovuto altresì cacciare senza tregua, senza pietà alcuna, e, soprattutto, in assoluta discrezione, al fine di non lasciare trapelare eccessivi dettagli nel merito di quanto accaduto: gli scettri un tempo simboli propri del potere dei faraoni non avrebbero dovuto lasciare la terra di Shar’Tiagh nelle mani di una straniera proveniente dalle barbare regioni meridionali del continente, ritrovando, altresì, la propria giusta collocazione, il proprio meritato posto, all’interno dei tesori della loro famiglia, per la quale sarebbero allora divenuti ragione di prestigio, di fama, qual mai altre nobili stirpi shar’tiaghe, anche più illustri rispetto alla loro, avevano avuto possibilità di godere.
E così, Be'Gahee, già umiliato da colei scelta qual proprio campione, era stato nuovamente e profondamente insultato anche dal proprio stesso genitore, colui che, a fronte di un suo errore, gli aveva negato ogni diritto, ogni prestigio, ogni rispettabilità, relegandolo al ruolo proprio di bambino, di un fanciullo, ingenuamente impegnatosi in ludi da grandi, in quel genere di attività che avrebbe potuto e dovuto solamente emulare, senza riservarsi ambizioni di sorta, senza pretendere di poter raggiungere un qualsiasi reale risultato.
In conseguenza a tutto ciò, impossibile sarebbe stato per il giovane comprendere verso quale obiettivo potersi riservare occasione di maggiore animosità, verso quale direzione riversare maggior avversione, ritrovandosi diviso su due fronti fra loro estremamente simili e pur incredibilmente diversi. Entrambi appartenenti a una generazione passata rispetto alla sua, suo padre e quella mercenaria avevano prevaricato senza alcun rispetto, senza la benché minima considerazione, la sua figura, il suo orgoglio, il suo stesso amor proprio, meritandosi in ciò tutto il suo disprezzo, tutta la sua avversione. Per tal ragione, egli non avrebbe potuto evitare di desiderare, di invocare, vendetta, in una reazione forse infantile e purtroppo sicuramente umana, una vendetta che, preferibilmente, avrebbe dovuto coinvolgere entrambi, ma che, realisticamente, avrebbe potuto concentrarsi solo nella direzione di uno fra loro: non potendo riservare qual propri sufficienti risorse per combattere quella battaglia qual terzo fronte, egli sarebbe stato allora obbligato ad allearsi psicologicamente con uno fra i due avversari già schierati in campo, favorendone la vittoria e, in ciò, contribuendo alla sconfitta dell’altro.
Ma a chi egli avrebbe potuto concedere il proprio supporto? A chi egli avrebbe dovuto riconoscere perdono per le proprie colpe? Al proprio genitore, colui a cui, dopotutto, doveva tutto ciò che possedeva, a partire dal proprio stesso nome, dal proprio rango, e che pur tanto aveva voluto ribadire disprezzo per l’incapacità del proprio erede, del destinatario del suo stesso retaggio? Oppure a quella straniera praticamente sconosciuta, la quale avrebbe già dovuto considerarsi debitrice nei suoi riguardi per l’assistenza medica offertale tempo prima, al termine della Grande Caccia di primavera, e che tanto aveva, altresì, tradito la sua fiducia e insultato la sua benevolenza con quell’insubordinazione finale?
Il dilemma, sì complicato, agli occhi di molti avrebbe probabilmente condotto a una scelta obbligata, a una decisione quasi retorica, nel rendere altresì paradossale, assurdo, ogni altro pensiero, ogni altra possibilità al di fuori di quella. Tuttavia, egli non riusciva ad accettare con tanta leggerezza, con tanta indifferenza, quella via così apparentemente impostagli dal fato, allo stesso modo in cui, dopotutto, non riusciva ad accettare l’ipotesi di mantenersi realmente esterno a quell’inevitabile scontro, in quel ruolo di avvilito spettatore a cui era stato relegato.

« Sciocca… » commentò per la terza volta, storcendo le labbra e menando un violento colpo contro lo stipite di una porta a lui prossima, iracondo, furente per la situazione in cui ella lo aveva obbligato con il proprio rifiuto, quell’assurdo ripensamento in conseguenza al quale era oramai stata innescata una spiacevole sequenza di reazioni che avrebbero potuto essere arrestate solo con la sua cattura.

venerdì 23 luglio 2010

924


« S
tupida sciocca… »

In quali altri termini, Midda avrebbe potuto definire se stessa, nel ritrovarsi costretta, in virtù un’inspiegabile istinto ancor prima che in conseguenza a reale consapevolezza, a rinunciare, per la prima volta nella propria vita, al giusto compenso per i propri sforzi, costringendo, ancor peggio, in tale direzione anche i propri ultimi compagni di ventura?
Straniera in terra straniera, suo malgrado ignorante non solo nel merito di usi e costumi locali, quanto, persino, della stessa lingua lì parlata, e, per effetto diretto di tale personale incultura per la quale avrebbe solo potuto ringraziare la propria indolenza, la propria pigrizia, di recente prima ingiustamente imprigionata per un’assurda calunnia e poi, per grazia dell’intervento di una parente di Be’Sihl, fortunatamente scarcerata, la donna guerriero aveva ottenuto la possibilità di ritornare a esercitare la propria professione, di riprendere quanto per lei definito quale quotidianità, per conto del giovane rampollo di una famiglia aristocratica locale. Un certo Be'Gahee, che ella aveva formalmente rinominato quale lord Be’Gahee in conseguenza alle proprie abitudini, ritrovatosi a essere testimone delle capacità caratteristiche di quella mercenaria dalla pelle color dell’avorio e, anche per questo, ai suoi occhi proveniente da una terra barbara e priva di civiltà, aveva infatti voluto incaricarla di recuperare due reliquie considerate irrimediabilmente perdute nel corso dei secoli, forse persino mai esistite, appartenute a quell’epoca lontana in cui il regno di Shar’Tiagh si poneva sotto la dominazione dei faraoni, non semplici sovrani, quanto, piuttosto, monarchi assoluti autoproclamatisi divinità.
Per adempiere a tale missione, nonostante ella non avesse domandato nulla a tal riguardo, al suo fianco erano stati inizialmente posti altri dodici valenti mercenari, scelti fra i migliori presenti sul mercato locale: dodici fra i quali, tuttavia, solo due, giunti innanzi al pericolo, avevano dato riprova di possedere le virtù, il coraggio, la forza per affrontare quell’avventura al suo fianco. Dell’avventura da loro così vissuta, delle insidie che, all’interno di una necropoli dimenticata nel mezzo del nulla, Midda aveva affrontato insieme a due sconosciuti compagni d’arme, i cui nomi, se non aveva mal compreso, erano, rispettivamente, Be’Tehel e Ma’Sheer, alcuno fra i tre si era tuttavia riservato memoria di sorta, nel risvegliarsi tutti insieme, improvvisamente, distesi nella sabbia del deserto, a diverse miglia da dove avrebbero dovuto essere, da dove i loro più pavidi compagni ancora li stavano attendendo, lì forse scaraventati in conseguenza al capriccio di un dio o, più probabilmente, all’intervento di un qualche maleficio di sorta.
Come poter, altresì, giustificare quanto loro occorso, l’essersi similmente ritrovati immersi completamente nudi nella fine rena capace di levigare qualsiasi umana edificazione, e di vanificare qualsiasi vigore di vita e di fertilità, trasformando tutto in polvere, privati non solo delle proprie vesti, ma, anche, della quasi totalità del loro stesso equipaggiamento?
Escludendo, infatti, i loro abiti, dei quali alcuna traccia, alcun vago sentore, era stato da loro ritrovato nell'intera area circostante a quella ove si erano risvegliati, anche la maggior parte delle loro armi e dei loro effetti personali sembravano essere andati perduti, svaniti nel nulla quasi mai fossero esistiti. Così, oltre ai due scettri, obiettivo finale di una ricerca evidentemente portata a termine con successo, in loro possesso erano rimasti solamente il bracciale dorato avvolto attorno al bicipite e al tricipite sinistro della mercenaria, talismano per lei di fondamentale importanza per evitare l'eventualità di spiacevoli attacchi mentali a opera del proprio sposo; la spada bastarda della medesima, saldamente impugnata nella sua mancina in contrapposizione agli stessi scettri altresì mantenuti nella destra; tutti i monili dorati propri di Be'Sihl, shar'tiagho per sangue e fede e, in ciò, abituato da sempre a offrire attraverso tali ornamenti omaggio ai propri dei; nonché gli orecchini ugualmente dorati appartenenti a Ma'Sheer, di etnia non shar'tiagha come definito chiaramente dal color ebano della sua pelle, e pur, forse, ugualmente influenzato dagli usi e costumi locali a seguito di troppi anni trascorsi entro quei confini. Una spoliazione tale, pertanto, da non poter che lasciare confusi e disorientati i tre protagonisti di tale scena, inizialmente neppure concedendo, in conseguenza a tali sentimenti, alle due figure maschili lì presenti di riservarsi occasioni di apprezzamento nel merito delle forme generose e sensuali della loro compagna, che pur non mancarono dopo pochi istanti, non appena le loro menti ebbero possibilità di misurarsi con la situazione loro riservata: la donna guerriero, del resto, si propose in tale frangente del tutto disinteressata a qualsiasi forma di pudore, priva di imbarazzo alcuno nel fare sfoggio del proprio corpo, qual tale era da sempre stata in un ottimo rapporto con la propria fisicità, e, piuttosto, concentrata nel cercare di comprendere cosa potesse essere occorso e, ancor più, in qual modo riservarsi occasione di un ritorno a casa, dal momento in cui, l'essersi ritrovati nudi e privi di ogni equipaggiamento di sorta nel deserto, avrebbe potuto rappresentare una concreta condanna a morte.

« Stupida. Stupida sciocca… » ripeté, inconsapevole di come, quelle esatte parole, stessero venendo altrove pronunciate sempre in suo esplicito riferimento, sebbene in un contesto completamente diverso da quello per il quale ella si stava colpevolizzando e, in tal modo, insultando.

Fortunatamente, per quanto effettivamente distanti dalla necropoli entro cui si erano inizialmente avventurati e, in ciò, anche dai propri compagni e dai propri cavalli in ciò necessariamente e temporaneamente abbandonati, i tre compagni non erano stati catapultati sufficientemente lontani da smarrire completamente ogni occasione di orientamento, e, in questo, di riunificazione al resto di quel compatto battaglione. Sfortunatamente, dopo essersi ovviamente rivestiti e aver fatto immancabile ritorno all'interno dei confini della capitale dalla quale erano partiti solo pochi giorni prima, vittoriosi in un'impresa dai toni epici per quanto neppure rammentati dai loro stessi protagonisti, Midda si era resa conto di non voler prestare fede ai termini del proprio incarico, di non poter consegnare gli scettri così consegnati all'uomo con il quale si era precedentemente impegnata.
Simile scelta, a dispetto di quanto umanamente sospettato da parte sia del mecenate, sia dei due coprotagonisti di quell'avventura dimenticata, che con lei avrebbero dovuto condividere onori e compensi, non avrebbe dovuto essere interpretata in conseguenza a una qualche volontà di rinegoziare la cifra stabilita, così come, pur, ella era usualmente solita fare là dove una determinata missione avesse comportato, per lei, maggiore impegno rispetto a quanto preventivato, dal momento in cui, nel non riuscire neppure a comprendere in che modo avessero conquistato quei due scettri, mai ella avrebbe potuto tentare di approfittare della situazione in quel modo, in tal senso. Impossibile, in verità, sarebbe stato definire le ragioni di quel suo rifiuto, considerabile e considerato sorprendente non solo da parte di chi, oltre a lei, si stava ritrovando a essere disatteso, nei propri desideri, nelle proprie aspettative, da tale scelta, quanto, ancor prima, da lei stessa, incapace a comprendere le cause scatenanti di tale inibizione.
A nulla erano valse le proteste di Be'Tehel e Ma'Sheer, apparsi persino prossimi al duello in suo contrasto nel rivendicare il proprio diritto, suo pari, a quel bottino e, in questo, la legittimità delle proprie rivendicazioni a favore del possesso del medesimo e della sua consegna al loro mecenate, nella volontà di essere regolarmente retribuiti per quanto compiuto. Ancor meno si erano poi dimostrate valevoli le minacce dello stesso Be'Gahee, il quale, probabilmente per semplice capriccio ancor prima che per un concreto interesse in tal senso, non aveva ben accolto il voltafaccia a suo discapito, temendo che, dietro allo stesso, potessero essere gli interessi di un altro mecenate, di un altro suo pari interessato al possesso di quelle incredibili reliquie per proprio diletto personale. La decisione da lei presa, assurda, incomprensibile e incompresa, era stata saldamente mantenuta, rafforzata, addirittura, nei propri termini da ogni insistenza a lei avversa, portando ogni suo interlocutore a sfoderare il proprio peggior vocabolario di lingua shar'tiagha per definire quella barbara straniera, con parole, con termini, da lei fortunatamente non compresi, là dove, in caso contrario, la questione non si sarebbe risolta senza spargimenti di sangue.

« Sciocca… » non poté fare a meno di definirsi nuovamente, nell'abbandonare il palazzo del proprio mecenate ancor più povera, nelle proprie risorse finanziare, rispetto a quando era entrata per la prima volta in esso, in quel sostanziale fallimento professionale che, per quanto da lei così deciso, non si sarebbe mai potuta perdonare entro confini per lei meno estranei rispetto a quelli shar'tiaghi, terre nelle quali, dopotutto, il suo nome non avrebbe potuto essere considerato tanto noto come altrove e che, di certo, a seguito di quella folle iniziativa, mai lo sarebbe potuto divenire.

giovedì 22 luglio 2010

923


« S
tupida sciocca… »

In quali altri termini, Be'Sihl avrebbe mai potuto definire la propria meravigliosa, sensuale, intelligente, carismatica, energica, orgogliosa ed estremamente ottusa compagna, nel terminare una nuova rilettura di quelle parole da lei così dedicategli?
Impossibile, ormai, sarebbe stato per lui conteggiare il numero di volte in cui il suo sguardo si era impegnato a scorrere lungo quelle righe, quelle parole segnate in maniera indelebile sulla carta, facenti sfoggio di tanta apparente sicurezza, di tanto sprezzo nel confronto con un fato avverso, e pur, altrettanto colme di malinconia, di un sentimento di resa che mai egli aveva avuto modo di cogliere, in passato, ad animare il cuore della propria amata e che, per questo, semplicemente incoerenti sarebbero apparse nel confronto con la sua stessa natura, con il suo spirito tanto refrattario a ogni idea di capitolazione nel confronto del fato, fosse esso stabilito da uomini o da dei, da creature mortali o da esseri immortali.
Non era forse proprio Midda Bontor la sola donna dimostratasi capace di trasformare uno sfregio tremendo, qual quello che le aveva marcato per sempre il lato sinistro del volto, non in un simbolo di sconfitta, ma in un segno di fierezza, di forza, facendone sfoggio quasi fosse una cortigiana ornata da un meraviglioso diadema? Non era forse proprio Midda Bontor la sola donna dimostratasi capace di trasformare il limite derivante dalla perdita del proprio avambraccio destro, e della collegata mano, in un esempio di vigore, di possanza, rieducando la propria mancina a tutti i compiti precedentemente propri della destra e affidando a una protesi di mistica natura nuovi e diversi incarichi, là dove altri avrebbero solamente temuto una simile eventualità? E, ancora, non era forse proprio Midda Bontor la sola donna dimostratasi capace di rendere, giorno dopo giorno, possibile l'impossibile, compiendo imprese al di là di ogni umano ambire, sconfiggendo avversari ritenuti immortali o invincibili, recuperando reliquie la cui esistenza era da sempre relegata al semplice ambito del mito, ancor prima che della Storia?
Mai ella avrebbe potuto ottenere tutto ciò, e molto altro ancora, se solo avesse aperto il proprio cuore alla possibilità di una resa. Mai ella sarebbe riuscita a divenire la mercenaria più famosa, più pagata e più temuta di tutto il regno di Kofreya, se solo avesse considerato la sconfitta quale un'opportunità concreta, uno sviluppo tangibile, un futuro possibile.
Eppure, nonostante tutto ciò, in quelle parole, in quella lettera, ella sembrava voler rinunciare alla lotta, arrendersi, quasi indifferente, in ciò, a tutto l'amore pur lì comunque dichiarato verso di lui. E, per tal ragione, per simile paradossale contrasto, egli non avrebbe potuto accettare quietamente l'invito rivoltogli, la supplica così dedicatagli, non concedendo alla propria compagna la fuga che stava, allora, così cercando di riservarsi qual propria, e che, probabilmente, altri al suo posto le avrebbero concesso, le avrebbero riconosciuto, le avrebbero addirittura garantito, quasi necessaria e inevitabile conseguenza per quanto occorso.
Se egli, però, avesse allora ratificato quella presa di posizione, con qual sincerità, con qual cuore avrebbe potuto menar vanto dell'amore che tanto le aveva dichiarato e dimostrato sino a quel momento?
Be'Sihl non era certo di essersi innamorato di lei sin dal primo momento in cui ella si era presentata innanzi a lui alla ricerca di un camera da affittare a tempo indeterminato: il suo sentimento per lei, tuttavia, aveva avuto molto tempo per svilupparsi, per maturare, superando la semplice infatuazione, il banale desiderio carnale, definendosi entro limiti meno superficiali, più profondi, quali quelli che, dopotutto, gli avevano concesso di attendere più dieci lunghi anni prima che ella arrivasse ad accettarlo qual proprio compagno. Un'attesa tutt'altro che virginale, la sua, non priva di altri interessi, di altre compagnie femminili, e pur un'attesa a suo modo assolutamente fedele, nel concederlo sempre pronto per lei ogni qual volta ella ne avesse richiesto la presenza nella propria vita, fosse anche solo per ottenere acqua per la propria vasca o una ricca colazione. E un rapporto, il loro, da sempre estremamente onesto, sincero, trasparente nei reciproci desideri e, persino, nei reciproci freni, là dove da sempre dimostratosi quale quello non fra due giovinetti, fra due adolescenti ancora inesperti nel merito della vita e dei suoi meccanismi, quanto, piuttosto, quali un uomo e una donna sufficiente maturi da poter, addirittura, essere già cadaveri in un mondo come il loro, e per questo necessariamente incapaci di ingannare se stessi o, peggio, ingannare il proprio compagno.
In tempi non ancora maturi, essi avrebbero potuto concedersi una notte d'amore, una settimana di passione, un mese di estraneazione dalla realtà, già da lungo tempo, se solo avessero desiderato sprecare in tal modo ciò che, entrambi, si erano resi conto stava nascendo fra loro. Nel comune e reciproco timore di poter altresì perdere, nell'entusiasmo di un fuggevole momento, l'occasione intuita qual più importante della propria esistenza, un rapporto già splendido qual semplice amicizia, nella complicità che si era dimostrata riuscire a caratterizzarli sin da subito, essi avevano atteso sino a quando irrefrenabile, innegabile sarebbe dovuto essere considerata la necessità di una loro unione: un'unione alla quale, ora, egli mai avrebbe tanto facilmente rinunciato, disinteressandosi all'identità di qualsiasi possibile rivale, di qualsiasi avversario che avrebbe potuto schierarsi a impedirgli di raggiungere la propria compagna, colei con la quale, avrebbe voluto riservarsi la possibilità di vivere il resto della propria intera esistenza, fosse anche tal residuo computabile nei limiti propri di pochi giorni, effimere settimane.
In tempi non ancora maturi, egli avrebbe potuto temere l'idea della sfida rappresentata dal semidio da lei così introdotto, in termini necessariamente preoccupanti, là dove capace di tener testa persino a una donna guerriero del suo calibro. Giunti a quel punto, tuttavia, neppure il pensiero di dover affrontare l'ira di Se'Hekm-Et, dea della guerra della propria gente, avrebbe potuto impedirgli di ritrovare colei che pur aveva supplicato il suo abbandono, aveva invocato la dimenticanza attorno al proprio nome, alla propria stessa identità, e a tutto ciò che li aveva uniti. Forse ella, per amore, era disposta ad abbandonarlo, allo stesso modo in cui egli, sempre per amore, sarebbe stato disposto a morire per lei: mai, tuttavia, egli, per amore avrebbe accettato di essere da lei similmente rinnegato.

« Stupida. Stupida sciocca… » ripeté, arrotolando il papiro e riponendolo fra le pieghe della propria casacca, per offrire alle proprie mani la libertà necessaria allo scopo di meglio sistemare il litham a coprire il suo naso e la sua bocca, per proteggerli dal vento carico di fine sabbia del deserto, sì spiacevole quanto potenzialmente dannosa in conseguenza a protratte esposizioni.

Spronando il proprio cavallo a proseguire in quella via desolata, attraverso una delle numerose regioni abbandonate del regno di Shar'Tiagh, in quanto prive di vita e di concreta speranza di vita, a differenza delle fertili aree bagnate dall'acqua del grande fiume e dei suoi tre affluenti, dono di incommensurabile valore del dio Ha'Piih-Is a un popolo altrimenti condannato all'estinzione, il proprietario di un'umile locanda o, come era solita definirlo la sua compagna, l'umile proprietario di una locanda in Kriarya, una delle capitali del lontano regno di Kofreya, non riservò la benché minima preoccupazione al deserto spiegato innanzi al proprio sguardo, nel concentrare altresì tutto il proprio interesse, tutte le proprie energie, nella direzione della propria meta, di Teh-Eb, una fra le maggiori città di quella zona del regno shar'tiagho, là dove sapeva essersi sospinta, nel proprio continuo peregrinare, la stessa Midda Bontor.
Informato del suo arrivo in città da una lontana parente di sua madre, Be'Sihl non avrebbe potuto fare altro che partire immediatamente alla volta di quella destinazione, nonostante ogni parere in senso contrario da parte della propria famiglia, che senza alcun piacere, senza alcun entusiasmo, avrebbero potuto accogliere l'idea di un simile, pericoloso percorso, qual quello da lui tracciato per abbreviare ai minimi termini la strada preposta a dividerlo dalla propria compagna, soprattutto ove affrontato a seguito di una lunga convalescenza qual quella che, inevitabilmente, aveva caratterizzato la sua ripresa, il suo recupero dopo la ferita subita, offesa che, per sempre, sarebbe comunque rimasta segnata nella sua carne, nella sua pelle, qual indelebile marchio che egli si era già abituato a considerare dimostrazione del proprio amore, forse pericoloso, per colei altrove nota con l'epiteto di Figlia di Marr'Mahew, nell'associarla, non a caso, a una divinità guerriera.

« Sciocca… » insistette egli, in quella che avrebbe dovuto essere ormai considerata al pari di un'ossessiva preghiera ancor prima che un'offesa verbale, una formula scaramantica forse psicologicamente utile a evocarne la presenza, a pretendere una riunificazione con lei, ovunque ella fosse.

mercoledì 21 luglio 2010

922


T
i amo.

So che queste non sono le parole migliori per esordire in una lettera, soprattutto se colei che scrive, pochi giorni fa, ha infilato la propria spada nel ventre di colui che leggerà il contenuto della medesima, ma qualsiasi diverso esordio sarebbe apparso retorico e, pertanto, fasullo.
Non so se tu crederai a questa verità, ma… ma… nulla: certo che tu crederai a queste parole!
Se tu non vi avessi creduto, non ti saresti gettato quale uno stupido imprudente suicida contro di me, nel momento peggiore per tentare di valutare quanto effettivamente affilata avesse da considerarsi la lama bastarda della mia arma. Ciò nonostante sembra assurdo scrivere tali parole, pur sincere, oneste, come poche volte mi è capitato di essere con un uomo, a seguito di eventi tanto tragici, tanto assurdi, quali quelli che hanno condotto alla morte di due tuoi parenti e alla tua quasi uccisione.

Da brava vigliacca, qual ora mi scoprirai essere, non ho la forza di concedermi un confronto diretto con te, nel momento in cui sarai nelle condizioni adatte per discutere: domandami di affrontare una chimera, di spazzare interi eserciti di morti viventi, di combattere contro gorgoni, tifoni, ippocampi, contro tutto ciò che io possa sfidare con una spada in pugno, ma non chiedermi di affrontare il tuo volto colmo di sincero affetto verso di me, di amore illimitato verso chi, comunque, non lo merita, verso chi ti ha tenuto all'oscuro di troppe verità. Verità in conseguenza alle quali hai rischiato di perdere la vita.
Mi conosci, Be'Sihl. Mi conosci da più di dieci anni e sai perfettamente come sono fatta… e non intendo a livello meramente fisico. Sono capace di dichiarare guerra agli dei per semplice diletto, per banale noia, ma in campo sentimentale sono una frana. Non so se, forse, tutto ciò possa essere in qualche modo giustificato in conseguenza a quanto occorso nei giorni in cui fui costretta ad abbandonare le vie del mare per quelle della terra, ritrovandomi, in ciò, anche ad allontanarmi per sempre da chi all'epoca ho amato e, in tal modo, ho perduto. Forse sì, o forse no. Forse, semplicemente, sono un'idiota, incapace di legarsi sentimentalmente a qualcuno in maniera stabile, incapace di accettare di poter rinunciare a una parte di sé per donarla, completamente, al proprio compagno. Pur considerando ciò, con te credo di essermi comportata forse anche peggio che con chiunque altro, decidendo, dopo oltre un decennio, di accettare la nostra relazione nel solo momento della mia intera vita in cui non avrei potuto concedermi tale occasione… meravigliosa occasione, senza in conseguenza di ciò porre in dubbio il tuo stesso futuro.

No. Non sto esagerando. Non so enfatizzando un problema praticamente inesistente nella volontà di allontanarti da me, o di giustificare la mia fuga da te. Ciò che dico, purtroppo, è drammaticamente vero.
Devi sapere che, quando lo scorso inverno, mi ritrovai insieme alla principessa Nass'Hya sulla via del ritorno dal regno di Y'Shalf, attraversando i monti Rou'Farth, commisi un tremendo errore di valutazione, cercando rifugio all'interno di una colossale fortezza lì dimenticata da tempi immemori, forse da prima della stessa fondazione dei regni circostanti. In conseguenza a tale errore, per salvare la vita di Nass'Hya, nonché la mia, cercai di risolvere il precedente sbaglio commettendo un errore di valutazione ancor più terribile, errore in conseguenza al quale mi ritrovai sposata a un semidio immortale.
Hai letto bene… ho scritto proprio "sposata" e in confronto a tale concetto, persino "semidio immortale" perde, in effetti, di significato. Il suo nome è Desmair e ti assicuro che non è assolutamente il genere di compagnia che avrei mai voluto al mio fianco: più volte ho tentato di liberarmi di lui, facendolo letteralmente a pezzi, ma, sfortunatamente, egli è sopravvissuto a ogni mio attacco, rimettendosi in sesto in ogni occasione. Impossibilitata a riservarmi immediata occasione di vedovanza, confidai nella fuga quale possibile speranza di libertà: il mio sposo, infatti, è intrappolato all'interno di un quadro, o qualcosa del genere, al di fuori del quale non può spingere i propri passi...

Mi stai ancora leggendo? Comprendo che tutto questo sembra assurdo, ma, ammettilo, non è poi più assurdo rispetto ad altre mie disavventure.
Comunque sia, a inevitabile conclusione di una tale spiacevole sequenza di errori di valutazione, anche il giudizio espresso nel merito dell'impossibilità, per Desmair, di potermi raggiungere, o nuocere ai miei cari, è risultato completamente e drammaticamente sbagliato. Il mio simpatico marito, infatti, ha da subito dimostrato la spiacevole abilità di intromettersi nei miei sogni, tempestandomi, in ciò, di orrende visioni, minacce tutt'altro che velate, nel merito del tuo possibile futuro.
Rammenterai certamente quanto, il giorno del mio ritorno a Kriarya, dopo quell'avventura, fummo sul punto di… beh… sul punto di cedere. E rammenterai come, in quell'occasione, io mi ritrassi, ti rifiutai, preferendo restare da sola benché ogni fibra del mio essere invocasse la tua presenza al mio fianco e, inutile negarlo, nel mio letto. Ora puoi comprendere il perché della mia ritrosia in quel momento…

Sei sempre stato un uomo intelligente, oltre che adorabile e praticamente perfetto, e, in questo, sono certo che tu, ora, sia già in grado di trarre le necessarie conclusioni del caso: il mio delirio, la follia che è sembrata dominare la mia mente una volta raggiunto il tuo villaggio, altro non ha che da considerarsi qual intervento dello stesso Desmair, il quale, che sia maledetto per tutto questo, ha alfine dimostrato la capacità di intervenire non solo nei momenti di riposo, ma anche in quelli di veglia, trasformando il nostro sogno in un incubo tremendo e spingendomi, stupidamente, ad agire in vostro contrasto… in tuo contrasto!
Inutile sottolineare che la colpa non ha da attribuirsi solamente a quel dannato figlio d'un cane: se io non fossi la paranoica sociopatica che conosci e di cui ti sei innamorato… e, a tal riguardo, mi dovrai spiegare, un giorno, il perché?!... egli non sarebbe mai riuscito a spingermi ad aggredirvi, facendomi credere che tu e la tua gente foste una sorta di mostri mangiatori di carogne camuffati da normali essere umani.
Desidero che questo sia assolutamente chiaro: non è mia intenzione scaricare la responsabilità di quanto è accaduto sul mio sposo, là dove è stata la mia mano, e solo la mia mano, a muovere la spada che ha recato tanta offesa a tutta la tua famiglia, oltre che a te.
Ovviamente, dato che, come ho già scritto poco sopra, sei un uomo intelligente, tu sei riuscito a comprendere la natura del mio male, per quanto necessariamente ignorante nel merito delle cause dello stesso e, nel tuo sacrificio d'amore, sei persino riuscito a concedermi la possibilità di ribellarmi a lui e, soprattutto, di liberarmi, almeno temporaneamente, della pessima influenza esercitata da Desmair.
Sì… il tuo bracciale dorato ha fortunatamente funzionato… sia lode al dio che esso rappresenta.

Tante parole, e tanto spreco di papiro, per quale scopo?
Semplicemente per dirti che ti amo e che, proprio perché ti amo, non credo di poterti restare più vicina.
I giorni che abbiamo trascorso insieme, i sei mesi di viaggio per giungere sino a Shar'Tiagh, sono stati i migliori della mia intera esistenza. E tu sei il migliore amico, compagno, complice, amante e confidente che avrei mai potuto desiderare… e non lo sto scrivendo solo per lusingarti… ma non credo di poter proseguire nella nostra storia, nella nostra relazione, dopo quanto è accaduto, ammesso che tu sia tanto folle da desiderarmi ancora.
Forse tu penserai che sto solamente e indegnamente approfittando di questi tragici eventi per nascondermi davanti a te, per sfuggire al tuo dolce abbraccio come pur, prima o poi, sarebbe inevitabilmente stato. E forse avrai anche ragione nel ritenere ciò. Ma, credimi, il mio solo desiderio, nel mentre in cui scrivo questa lettera, sarebbe quello di tornare a fare l'amore con te e non, di certo, quello di rifuggirti.

Ti amo, Be'Sihl… e, proprio per questo, non posso permettere il proseguo della nostra relazione.
Torna a Kriarya o resta con la tua famiglia: fai quello che desideri ma non mi venire a cercarmi…
Non venire, Be'Sihl… non venire…

Midda