Midda's Chronicles - le Cronache

News & Comunicazioni

E dopo tante peripezie... riprendiamo oggi la pubblicazione regolare delle Cronache di Midda!
Dal momento che sono trascorsi due anni dall'inizio della pubblicazione della 46° avventura di Midda, analogamente a quanto già fatto per Un altro morde la polvere, per qualche giorno saranno ripubblicati tutti gli episodi già irregolarmente pubblicati fra la fine del 2014 e l'inizio del 2015, per poi procedere con il proseguo delle vicende della nostra mercenaria preferita... e questa volta della sua versione "Terra Prime"!

Grazie a tutti per l'affetto e la fiducia dimostratami...

Sean, 7 agosto 2017

domenica 31 gennaio 2010

751


I
n tal modo incalzato, e tanto seriamente controllato, Seem non ebbe allora occasioni di riservarsi alternative rispetto alla prosecuzione della messa in scena con la quale era riuscito a ottenere il diritto di risalire a quelle stanze, dal momento in cui, altrimenti, avrebbe potuto offrire chiarezza delle proprie vere intenzioni alla propria sorvegliante, la quale sarebbe potuta intervenire in suo contrasto, soprattutto se effettivamente colpevole dell’omicidio lì occorso. Nella speranza, quindi, che i propri sensi, il proprio intuito, o, più banalmente, una qualche occasione fortunata, potessero giungergli in aiuto nell’offrire risalto a un qualche indizio, a una pur minima anomalia in un contesto pur sì caotico, egli cercò di apparire del tutto disinteressato alla presenza della mercenaria alle proprie spalle, fingendo in tal senso voler semplicemente prendere al vaglio gli effetti personali appartenuti alla propria signora, allo scopo di valutare l’effettivo valore degli stessi e, in questo, la convenienza o meno a riscattarli.
Paradossalmente e incredibilmente, però, fu proprio in conseguenza di tale obbligata mistificazione, della costrizione sì impostagli nel dover controllare quanto potesse essere rimasto intatto degli effetti personali appartenuti alla Figlia di Marr’Mahew dopo l’incendio che tutto sembrava aver distrutto nel perimetro di quella stessa stanza, che alla sua attenzione, al suo interesse poté essere offerto un dettaglio in effetti tanto evidente da non poter essere altrimenti notato, da non poter essere preso in considerazione in caso contrario. Così come, infatti, difficilmente, chiunque avrebbe speso un solo istante del proprio tempo nel prendere in esame il colore del cielo a seguito di un terremoto, non potendo razionalmente considerare l’esistenza di alcuna correlazione fra un tale disastro e quella specifica tonalità, e vedendo, perciò, quest’ultima ipotizzata qual consueta, inevitabilmente definita nel proprio abituale e meraviglioso azzurro, infinito oltre ogni umana possibilità di determinazione, al tempo stesso, nell’essere posti a confronto con l’orrore di un omicidio e di un incendio tanto brutale quale quello lì imposto, difficilmente si sarebbe giudicato utile impegnare le proprie risorse, il proprio interesse, nell’esame degli effetti personali di colei che lì aveva vissuto e, ancor peggio, era morta, non avendo ragioni alcune per ritenere possibile l’esistenza di un qualche rapporto fra simili elementi. Ciò nonostante, un legame avrebbe dovuto essere altresì giudicato qual esistente, se non addirittura fondamentale nel proprio offrirsi, nel proprio imporsi in un momento tanto difficile, laddove, incredibilmente, all’attenzione del giovane scudiero, nel momento in cui egli sì chinò ad esaminare quello che restava della cassa carbonizzata posta ai piedi del giaciglio, fu riservato il più semplice e assoluto nulla.

« Ma… cosa?! » esclamò, aggrottando la fronte qual naturale reazione di fronte alla sorpresa di quella scoperta, di quel particolare che, forse, mai avrebbe notato se non fosse stato grazie all’intervento di Carsa.

Sebbene seriamente compromessa nella propria stessa struttura, il legno di quella cassa non era stato integralmente consumato dalla furia dell’incendio e, in conseguenza di ciò, un netto profilo squadrato si stava ancora offrendo quale facilmente riconoscibile nello stesso punto dove, fino al giorno prima, si sarebbe altresì imposta alla vista una forma forte, robusta, presumibilmente utile a proteggere i beni propri della donna guerriero nel mentre in cui ella non avrebbe mancato di spingere i propri passi ben lontano da quelle mura, da quella città, da quella provincia o, persino, da quell’intero regno. All’interno di quei resti, però, fra la cenere e il legno carbonizzato, in un marasma nero e informe che tutto avrebbe potuto, per breve, celare e niente avrebbe potuto, a lungo, nascondere, solo il lucchetto di metallo preposto alla chiusura della stessa cassa si concesse allo sguardo e alle mani del ragazzo, in conseguenza del suo fittizio impegno a ricercare qualcosa di utile, quasi niente fosse mai stato precedentemente lì riposto. E se anche Seem non avrebbe effettivamente potuto riservarsi occasione di eccessiva confidenza con quanto sarebbe dovuto invece essere lì presente tale da creargli un’aspettativa di sorta nel confronto con tale situazione, non avendo mai spinto o potuto spingere, in passato, la propria curiosità all’interno di quelle forme, comunque difficile sarebbe stato, per lui, ritenere come quella cassa fosse stata preposta in quel punto, all’interno di quella sua stanza personale, dalla Figlia di Marr’Mahew a semplice scopo di inganno in contrasto a possibili furti, lasciata completamente vuota nella propria capacità.

« A quanto pare il fuoco non sembra aver voluto facilitare la tua ricerca. » osservò Carsa, con tono forzatamente ironico, sebbene, anche al suo sguardo, alla sua attenzione, quel dettaglio pur prima ignorato, neppure preso in considerazione, non avrebbe ora potuto evitare di suscitare sospetto, dubbio, incertezza.

Senza offrire alcuna risposta alla propria sorvegliante, sinceramente incuriosito da quanto così rilevato, il giovane scudiero si spostò rapidamente in direzione dell’armadio, o, per lo meno, di quell’ammasso di legno bruciato che, fino al giorno prima, era stato preposto, dalla sua signora, alla custodia dei propri vestiti, del proprio intero guardaroba, non particolarmente ricco e pur neppure tanto trascurato, tanto misero quanto, al contrario, le sue vesti perennemente sdrucite avrebbero potuto lasciar supporre. Certo, ora, di dover obbligatoriamente riscontrare un qualche residuo di stoffa bruciata, un pur minimo frammento dei numerosi lacci prima lì celati, delle fibbie lì custodite o altro, utile a testimoniare come, fino a quella notte, in quella stanza avesse saltuariamente soggiornato una persona, una donna, egli fu altresì posto nuovamente a confronto con una desolazione assoluta, completa, quasi quell’armadio non avesse contenuto, al proprio interno, alcun abito, alcuna veste, al momento stesso dell’incendio lì appiccato.

« Ti stai forse facendo beffe di me? » domandò il fanciullo, non impegnandosi eccessivamente a voler apparire diplomatico verso la propria sola interlocutrice, più per il risentimento generico derivante dal confronto con lei, ancor prima che, effettivamente, in conseguenza di quel secondo insuccesso riportato « Cosa ne hai fatto di tutte le sue cose? Dove le hai nascoste?! »

Nel trovarsi a essere assolutamente consapevole di quanto retorica, in realtà, avrebbe dovuto essere considerata la questione, la stessa accusa da lui similmente formulata, in conseguenza della quale alcuna risposta diversa da un netto, deciso diniego, avrebbe potuto mai avuto ragione d’essere, alcuna attesa venne allora riservata da parte del giovane nei confronti della propria controparte, prima di vederlo spostarsi rapido, deciso, all’analisi dello scrittoio, dei resti di quell’elemento tanto importante, raro, in quella stanza. In simile sfacelo, inevitabile, sarebbero allora dovuti emergere, quanto meno, i resti delle boccette di inchiostro lì precedentemente riposte, lì ordinatamente custodite, ma, ancora una volta, ormai quasi ineluttabilmente, alcuna traccia si offrì qual visibile allo sguardo del giovane, alcun minimo frammento emerse dalla cenere lì accumulata in conseguenza dell’azione frenetica delle sue mani all’interno di tutto quello, confermando la sensazione, l’impressione già in lui dominante nel confronto con i resti della cassa posta ai piedi del letto.
Considerando impossibile, ovviamente, l’eventualità secondo la quale il fuoco dell’incendio lì divampato, avrebbe potuto riservarsi occasione di distruggere non solo il legno del mobilio accumulato in quella stanza, ma addirittura ogni suo contenuto, ogni elemento lì accessorio, non offrendo alcun residuo di sorta qual frutto delle ricerche così imposte dallo scudiero, e, al tempo stesso, giudicando non meno improponibile anche l’ipotesi pur proposta dello stesso fanciullo nell’impeto, nell’irruenza della propria ultima richiesta, secondo la quale Carsa o Be’Sihl avrebbero potuto essere considerati responsabili di quelle sparizioni, solo una possibilità sarebbe allora potuta essere presentata all’attenzione tanto del giovane, quanto della mercenaria a lui prossima, entrambi concentrati su quei macroscopici dettagli, su quei fin troppo chiari indizi nel merito di quanto occorso all’interno di quelle pareti nel corso della notte precedente, subito dopo l’omicidio lì consumato.

« La spada… » suggerì allora la mercenaria, anticipando di pochi istanti quello che sarebbe inevitabilmente risultato il successivo obiettivo del ragazzo e dando riprova di condividerne i dubbi, le supposizioni, dopotutto quasi obbligate nel confronto con un’evidenza simile.

sabato 30 gennaio 2010

750


I
n verità, la richiesta formulata da parte del giovane non avrebbe dovuto riconoscersi rivolta tanto all’effettiva ricerca di un arricchimento a discapito delle proprietà appartenute alla propria signora, sulle quali mai avrebbe osato accampare diritti di sorta, quanto più a garantirgli una possibilità di accesso alla scena in cui era stato consumato l’omicidio della medesima, per poter, in tal modo, essere libero di ricercare indizi di sorta utili a riconoscergli la possibilità di indirizzare verso un qualunque obiettivo specifico il proprio interesse, la propria ricerca di chiarezza, di fatti concreti. Ovviamente, là dove non avrebbe potuto concedersi di considerare innocente Be’Sihl, né, ancor meno, Carsa, apparentemente sua nuova compagna di ventura, esprimere con franchezza il fine ultimo desiderato in conseguenza di quella visita avrebbe potuto imporgli più danni che benefici, arrivando paradossalmente a negargli la possibilità ora invece riservatagli di giungere entro quelle stesse stanze consumate dalle fiamme. Così, impegnandosi a offrire il proprio miglior volto al pessimo giuoco impostogli dal fato, egli accettò senza ulteriori repliche la condanna appena emessa a suo discapito da parte del locandiere, confidando, in cuor suo, di poter un domani riuscire a considerare tanto impegno, tanto sacrificio personale, qual effettivamente tempo ben speso e non qual il peggiore errore della propria intera vita.
Abbandonando la sala principale sotto il singolo sguardo, vigile e immancabile, della mercenaria, dal momento in cui l’uomo non sembrava più intenzionato a concedergli la propria attenzione, Seem risalì allora le scale dirette al piano superiore, verso la stanza della propria signora, in silenzio, con un passo cadenzato al punto tale da apparire quasi solenne, ancor più di quello che pur si erano riservati i portantini nel condurre il corpo di Midda verso le fiamme del Gorleheim. Dove pur egli non avrebbe potuto negarsi una sincera confidenza con quell’intero edificio, in ognuna delle proprie aree, in ognuna delle proprie stanze e pareti, in ognuno dei propri angoli, e, ancor più, con la posizione occupata dalla stanza appartenuta al proprio cavaliere, in quella risalita il giovane si sentì addirittura smarrito, confuso quasi, come se fosse stato catapultato in un mondo nuovo, dominato dai propri sentimenti di insopportabile pena per la duplice perdita lì chiaramente espressa innanzi al proprio sguardo e rappresentata tanto da colei che aveva promesso di servire, tanto da quello stesso edificio all’interno del quale aveva offerto il proprio servizio, entrambi distrutti in un sol momento, nella follia di un solo esecutore. Nell’approssimarsi alla stanza suo obiettivo, tale dolore si impose al punto tale da frastornarlo, disorientandolo quale un suono assordante, il rintocco di una smisurata campana eretta proprio accanto a sé, nel confronto con l’immagine di mura annerite dalle fiamme e dal fumo e di una porta ormai consumata dal calore, oltre la quale solo l’abisso avrebbe mai potuto attenderlo, avrebbe mai potuto essergli riservato…

« Mia signora… quanto vorrei poter credere in qualche dio, in questo momento, per poter imprecare il loro nome e cercare, in ciò, una spiegazione a tanto orrore… » sussurrò, scuotendo il capo nel rifiutare quanto pur presente innanzi al suo sguardo, la sola meta verso la quale si sarebbe comunque costretto a spingere i propri passi « Quanto vorrei… »

Purtroppo, mai formato a una qualche tradizione religiosa, mai spinto a credere all’esistenza di un dio, né per piacere personale, né per semplice abitudine riflessa, qual espressione di una qualche consuetudine comune propria dell’ambiente in cui aveva avuto occasione di crescere, là dove, suo malgrado o, forse, per sua fortuna, la vita lo aveva condotto lungo percorsi considerabili bizzarri anche per una città quale Kriarya, lo scudiero non avrebbe potuto invocare, in quel momento, alcuna divinità, alcuna entità superiore verso la quale sfogare tutte le proprie frustrazioni, tutto il proprio malessere nel trovarsi similmente costretto a una prova tanto ardua. Alcuna dea Thyres, quindi, sì cara alla stessa donna guerriero così chiamata in causa in quelle stesse parole, sarebbe mai potuta accorrere in suo aiuto, a sua consolazione, neppure qual semplice palliativo, retorica e pur efficace catarsi per emozioni troppo forti, troppo dirompenti per poter essere gestite in maniera banale, per poter essere affrontate quale una questione di ben poco conto. E così come ogni singolo giorno della propria intera esistenza, egli avrebbe dovuto ricercare solo in se stesso la forza per tirare avanti, per proseguire fino all’alba successiva, senza, dopotutto, ambire a chissà quale eterna immortalità, ma solo la possibilità di vivere il più serenamente possibile il tempo che gli sarebbe mai stato riconosciuto qual proprio.

« Sei qui per un lavoro… non dimenticartelo. » si rimproverò, quasi necessitando di sopperire, in ciò, all’assenza della Figlia di Marr’Mahew, la quale, almeno così egli credeva, in quel contesto non avrebbe mancato di rivolgersi in sua direzione con simili termini, per imporgli l’attenzione che, al contrario, si stava ora negando nel permettere alle proprie emozioni eccessivo spazio nel suo stesso cuore.

Sforzandosi, pertanto, di scordare quanto entro le stesse fiamme, che tanta distruzione avevano recato entro quelle parenti, nel confine proprio di quelle stanze, avessero anche osato nei confronti del corpo della propria signora, Seem cercò di offrire il proprio sguardo così come, un tempo, sarebbe apparso dedito nell’osservazione, nello studio di quegli stessi minerali che, per anni, avevano accompagnato la sua intera esistenza, quei sassi con i quali aveva condiviso ogni singolo istante di gioia o di dolore della propria quotidianità, forse considerabili, in ciò, addirittura simili a profani idoli, a divinità proprie di una fede da lui stesso all’epoca inventata per sopperire alle proprie ingenue necessità.
Non troppo, di quello che sarebbe stato l’ambiente a lui circostante, almeno nei propri ricordi, era rimasto ad offrirgli aiuto, collaborazione, in quella ricerca di indizi, lasciandogli così supporre, senza eccessivo sforzo, come tutto l’incendio non sarebbe dovuto essere considerato qual diretto, rivolto, alla distruzione del corpo della donna guerriero, là dove l’assassino non avrebbe potuto riservarsi concrete ragioni a spingerlo in tal senso, quanto più all’eliminazione di eventuali tracce che, in un modo o nell’altro, avrebbero potuto permettere a qualcuno di risalire al medesimo. In conseguenza della violenta azione delle fiamme lì imposte, al contrario, qualsiasi evidente segno di quanto sarebbe potuto essere realmente occorso entro quelle stanze nel corso della notte passata era stato così cancellato, spazzato via non diversamente da quasi tutto ciò che avrebbe altresì caratterizzato quell’intero contesto, pochi oggetti, pochi mobili, in effetti, e pur così espressivi dell’animo della loro proprietaria, del modo che ella stessa si era da sempre riservata di affrontare la vita, la quotidianità: con umiltà, con modestia, come umile e modesto era il suo giaciglio in quella locanda, pur senza, in questo, negare le proprie reali capacità, le proprie effettive e incredibili possibilità, come lo scrittoio, prima lì prossimo, non avrebbe celato allo sguardo di chi tale presenza avrebbe saputo correttamente interpretare.

« Che sfacelo. » sussurrò, nel ritrovarsi diviso fra emozioni di paura e di demotivazione, nel comprendere quanto difficile, forse impossibile, sarebbe stato per lui riuscire a ottenere una qualche informazione utile da tanta distruzione.
« Ti aspettavi forse qualcosa di diverso?! » domandò la voce di Carsa, sorprendendolo ancora una volta, nel palesare ora come ella non avesse mancato di seguirlo, per quanto con tanta discrezione, con tanta cautela nei propri movimenti, da sfuggire completamente all’attenzione del giovane, simile a spettro o a felino.
Resistendo all’impulso naturale di sobbalzare in reazione a quella svelata e pur inattesa presenza, non prevista per quanto, forse, prevedibile, dal momento in cui sarebbe stato ingenuo a ritenere di poter essere lasciato effettivamente solo all’interno di quella stanza, lo scudiero si limitò a rispondere con un secco, e falso: « No. »
« Non credo che potrai trovare molto… ma serviti pure, dato che questo è il volere di Be’Sihl. » commentò ella, mantenendosi fuori dalla porta, immobile e pur attenta a ogni suo pur minimo gesto, dopotutto non meno sospetta nei suoi riguardi rispetto a quanto egli non lo fosse nei propri, al punto tale da non poter valutare saggio concedere a quella figura l’ipotetica possibilità di eliminare prove utili a riconoscerlo qual colpevole per quanto occorso.

venerdì 29 gennaio 2010

749


« S
ono qui per la spada e gli altri effetti personali appartenuti alla mia signora. »

Con tali parole, alfine, il giovane ex-garzone decise di esprimersi nella direzione del proprio antico padrone, in una dichiarazione ben lontana dal potersi classificare quale particolarmente delicata a livello meramente politico.
In verità, non essendo completamente lo stupido che pur spesso si rimproverava di essere, Seem non avrebbe potuto negarsi assoluta consapevolezza nel merito della freddezza di quella proposta, un proclama del tutto impersonale, privo di emozioni di sorta, apparentemente incapace di poter offrire o accettare particolari sentimenti in conseguenza del lutto che pur avrebbe dovuto accomunarli entrambi. Purtroppo, però, egli era pur confidente di non poter offrire torto alle ragioni addotte da lord Brote nel merito del rischio di un qualche coinvolgimento dello stesso locandiere negli eventi occorsi e, in ciò, di non poter escludere in maniera superficiale, ingenua, Be’Sihl dalla lista dei possibili sospetti, colui che in fondo, più facilmente rispetto a chiunque altro, avrebbe potuto compiere, o comunque permettere il compimento, di quell’assurdo crimine. Così come, del resto, all’epoca della morte del proprio maestro, proprio lo stesso scudiero, qual suo ultimo e unico allievo, non avrebbe potuto evitare di essere candidato qual potenziale omicida, e tale era in effetti stato considerato nella seria analisi compiuta da Midda a tal riguardo, altrettanto ora proprio l’uomo più vicino alla vittima, più legato a lei, non avrebbe potuto ovviare a dubbi, a incertezze di sorta riguardo al proprio effettivo profilo morale, per quanto apparentemente alcuna ragione avrebbe potuto avere per agire in tal senso.
Forse proprio in quanto consapevole di ciò, o perché semplicemente già tanto deluso da parte del fanciullo al punto tale non essere più in grado di attendersi riguardi di sorta da parte sua, il locandiere non si dimostrò poi quale particolarmente stupito, o ferito, dalla freddezza offertagli, dalla completa assenza di riguardo verso i propri sentimenti, il proprio lutto. Al contrario, la sua reazione impose sul proprio interlocutore, la medesima indifferenza da lui stesso offertagli…

« Non colgo ragioni che potrebbero spingermi ad acconsentire a tale pretesa. » replicò, aggrottando appena la fronte e storcendo le labbra verso il basso, prima di scuotere leggermente la testa, ornata da una immensa mole di sottili treccine, secondo la moda della propria etnia shar’tiagha, le quali ondeggiarono allora vistosamente, a sottolineare maggiormente quel diniego « Forse, e dico forse, potrei riconoscere simile diritto a parente, a un erede… ma non sono a conoscenza dell’esistenza né dell’uno, né dell’altro. »
« … a meno che tu non voglia proclamarti qual suo figlio illegittimo. » si intromise la voce di Carsa, inserendosi in quel discorso, in quel dialogo, in fondo non inattesa, per quanto non immediatamente colta da parte del giovane qual presente nella locanda.

All’interno della sala principale della locanda, insolitamente deserta in conseguenza dell’incendio che ne aveva devastato i piani alti e che l’avrebbe vista probabilmente interdetta al pubblico ancora per lungo tempo, almeno fino a quando Be’Sihl non fosse riuscito a renderla nuovamente agibile, la donna era rimasta in effetti inizialmente in disparte, celata dietro alla porta che da quell’ambiente avrebbe condotto alle cucine, al fine di analizzare con più tranquillità la situazione e potersi riservare un qualche vantaggio tattico nei confronti del nuovo giunto, ove egli avesse voluto giocare loro qualche scherzo di cattivo gusto. Nel momento stesso in cui, però, era apparso evidente come volontà del ragazzo non sarebbe dovuta essere considerata quella di recare loro particolare offesa, di riservare loro occasione di danno, nell’essere del resto giunto effettivamente da solo in loro presenza, quanto più banalmente e venialmente quella di addurre ipotetici e fittizi diritti di sorta nei confronti delle proprietà personali appartenute alla propria defunta signora, mantenersi ancora all’erta, nascosta nell’ombra qual divino custode del locandiere, non avrebbe avuto ragione di sorta, privandola, anzi, della possibilità di interagire direttamente con quella figura, sprecando quell’occasione utile a cercare di comprendere se e come egli avesse avuto un qualche ruolo nell’omicidio della propria amica perduta.

« O forse è proprio questo che ti illudi di poter essere diventato, per poche settimane trascorse in sua compagnia? » soggiunse, maliziosa e sorniona, nel fissare il proprio sguardo in quello del giovane, a valutarne le reazioni emotive, a sondare l’intima essenza caratteristica del suo stesso animo.
« Non credo di dover rendere conto a te, o a nessun altro, delle mie azioni. » replicò lo scudiero, impegnandosi con passione, con foga, addirittura, a reggere il confronto con quell’interlocutrice, senza però sforzarsi nel tentativo di celare un’evidente intolleranza verso di lei « Non sono io quello fuori luogo all’interno di queste mura, di questa stessa capitale… »

Carsa sorrise a quella constatazione, probabilmente prevedibile, quasi retorica, e pur corretta, nonché indice di quanto il ragazzo non dovesse aver mancato di coglierne la presenza già in occasione della cerimonia funebre, spingendosi, in naturale conseguenza di ciò, a trarre affrettati giudizi negativi a suo discapito, probabilmente nel considerarla quale coinvolta nei fatti occorsi. Prima che, però, ella potesse avere occasione di ulteriore risposta nei suoi confronti, nell’argomentare le proprie ragioni, fu il locandiere a intervenire, ad affermarsi, deciso, evidentemente, a non lasciarsi porre da parte neppure da lei stessa, da chi avrebbe dovuto sì considerare propria alleata e, in questo, non avrebbe voluto pur accettare quale propria, ipotetica, protettrice, a differenza di quanto l’altra sembrava essersi impegnata a compiere nei suoi riguardi.

« Seem. » richiamò il nome del giovane, con fermezza tale da non poter ammettere repliche, da far intendere la propria voce quasi simile a un urlo, benché si fosse proposta piuttosto prossima a un sussurro, nell’essere egli solito considerare un’eccessiva enfasi qual sinonimo di debolezza, soprattutto nel rapporto con l’abituale clientela della propria locanda « Non arrogarti il diritto di definire quanto la tua presenza entro queste mura possa essere effettivamente giustificata o meno: dove anche, infatti, in passato hai prestato il tuo servizio in questa stessa locanda, ora non ho ragioni per considerarti nulla di diverso da un perfetto estraneo, qual tale, in fondo, tu stesso hai preferito agire nei miei confronti. »

Una sentenza dura, quasi aspra, nei suoi riguardi, tale che non poté mancare di ferire il ragazzo nel profondo del proprio cuore, da lungo tempo legato a Be’Sihl, affezionato a lui come a poche, pochissime altre persone al mondo, non dimentico del riconoscenza che avrebbe dovuto tributargli per avergli offerto occasione di un domani nel momento in cui alcuna speranza di futuro gli sarebbe stata altresì riservata. Parole, però, giudicabili anche quali assolutamente corrette, da lui stesso ampiamente meritate, dal momento in cui non quale amico, non qual sodale, si era lì presentato, quanto piuttosto ed effettivamente qual estraneo, apparentemente del tutto disinteressato al mantenimento di un qualche rapporto personale con quell’uomo o con la realtà a lui appartenente.

« Desidero solo la spada e gli altri effetti personali appartenuti alla mia signora. » si ripeté, dopo un lungo momento di silenzio necessario per incassare quell’affondo ineccepibile in sua opposizione, accusando dolorosamente il colpo subito e pur, nonostante ciò, cercando di dimostrarsi ancora saldo nelle proprie intenzioni iniziali « In assenza di parenti o altri eredi a reclamarli, qual suo scudiero credo possa essere considerato mio diritto richiederlo. »
« E qual suo creditore, credo possa essere considerato mio diritto negartelo. » evidenziò il locandiere, non a torto là dove, ammesso che tal discorso avrebbe mai potuto riservarsi un qualche senso all’interno di una città qual Kriarya, la legge non gli avrebbe certamente rifiutato tale possibilità, nel rifarsi su quei beni del debito che pur la mercenaria avrebbe dovuto considerare esistente verso di lui.
« Ciò nonostante, non è mio desiderio insultare la memoria di Midda con futili litigi nel merito della spartizione dei suoi beni, quasi fossimo degli sciacalli su una carogna… » aggiunse, subito dopo, voltando ora le spalle al giovane in un gesto simbolico ancor prima che pratico « Prendi pure ciò che desideri se questo può offrirti una qualche soddisfazione di sorta. Ma dopo, ti prego di lasciare per sempre questo edificio e di non farvi più ritorno: la tua presenza non è più gradita in casa mia. »

giovedì 28 gennaio 2010

748


P
rolungato si offrì, allora, un momento di assoluto silenzio che l’uomo volle riservarsi in contrapposizione al ragazzo, in conseguenza di quell’espressione tanto diretta, indubbiamente esplicita nei riguardi della propria sposa e propri, dal quale non avrebbe potuto derivare nulla di diverso da una reazione altrettanto intensa, nonché giustamente autoritaria, utile a ristabilire un corretto equilibrio di forze fra uno dei signori della città del peccato e quel semplice ex-garzone proclamatosi scudiero. Probabilmente, in effetti, se la situazione fosse stata differente da quella altrimenti lì presentata, da quanto da lui stesso effettivamente ricercato, egli non avrebbe avuto esitazioni, non si sarebbe concesso la benché minima incertezza prima di pretendere la vita di chi con tanta irriverenza, con tanto slancio, aveva osato pronunciare verbo nei suoi confronti, nel considerarlo addirittura suscettibile di sospetto per un crimine da lui stesso condannato. Fortunatamente per Seem, però, il particolare contesto nel quale quel loro rapporto aveva avuto occasione di essere stabilito, ricercato addirittura da parte dello stesso mecenate, non lo avrebbe lasciato considerare quale un suo banale subalterno, un comune mercenario meritevole di morte per tanto ardire.
Al contrario…

« Ottimo. » esclamò Brote, aprendosi in un ampio sorriso al termine di quell’intima riflessione, dell’accurato vaglio a cui aveva voluto sottoporre le parole riservategli e colui che le aveva appena pronunciate « Questa affermazione rende sicuramente onore alla memoria della tua signora, dimostrando come ella non abbia voluto investire il proprio tempo, le proprie risorse, in uno sprovveduto, in un idiota fra tanti. »

E se il giovane scudiero, in conseguenza di quel personale successo, nell’essere riuscito a difendersi in sì maniera adeguata, forte, coraggiosa, nel confronto con il mecenate, avrebbe pur dovuto sentirsi galvanizzato, ardente nella prospettiva di quanto avrebbe potuto riservargli il destino, tanta audacia, tanta passione, non mancarono di cedere il passo a un sentimento di sconforto non appena egli si allontanò dalla torre del signore, ritrovandosi nuovamente e completamente solo nelle pur affollate vie della capitale, abbandonato in compagnia della consapevolezza di dover, ora, riuscire a trasformare le proprie promesse, il giuramento fatto a se stesso, alla memoria del suo cavaliere, e al suo attuale finanziatore, in realtà, per quanto, concretamente, alcuna idea, alcuna ipotesi, alcuna teoria, avrebbe potuto considerare a proprio supporto in simile frangente.
Probabilmente vittima degli eventi in misura non inferiore rispetto alla propria signora, Seem si era infatti lasciato trascinare dai propri sentimenti, dalla propria foga, nonché dai desideri di un ricco signore della città del peccato, a incamminarsi su una via votata alla vendetta, una strada nel merito della quale, però, alcuna possibilità di cognizione gli era stata riservata, né gli sarebbe forse potuta essere purtroppo concessa. Il concetto stesso, del resto, di dover riuscire ad individuare un particolare omicida, qualcuno tanto bravo, e tanto vigliacco, da poter giungere a uccidere la leggendaria Midda Bontor cogliendola di sorpresa nel sonno, nella vasta e variegata popolazione di una capitale formata prevalentemente da assassini, appariva quasi simile a un assurdo paradosso, non diverso da quello che gli avrebbe potuto richiedere di ritrovare un singolo granello di sabbia all’interno di uno sconfinato deserto o, anche, una particolare goccia d’acqua all’interno dell’immensità del mare.

« Rifletti, razza di stolido. » si impose, allora, nel tentare di far tesoro dell’insegnamento più importante ricevuto in eredità dal proprio defunto maestro, ricordandosi di quanto sbagliato sarebbe potuto essere, anche per il primo fra tutti i guerrieri, affidare la propria sopravvivenza alla forza del proprio braccio, o all’agilità dei propri movimenti, ancor prima che alla destrezza della propria mente « Rifletti. »

A proprio favore, egli avrebbe dovuto probabilmente considerare proprio l’esempio offertogli dalla stessa Figlia di Marr’Mahew, dal suo cavaliere, in occasione delle indagini da lei condotte attorno all’omicidio del maestro Degan, brutale ed efferato assassinio che, suo malgrado, era stato rapidamente e superficialmente liquidato dall’opinione pubblica qual assurdo suicidio. In tale occasione, la mercenaria dai capelli corvini si era impegnata in una seria indagine che, non escludendo alcuna possibilità, non precludendo alcuna ipotesi, aveva analizzato con attenzione ogni pur minimo indizio, al fine di riuscire a rilevare ogni incoerenza, ogni elemento di disarmonia nei fatti presentati, per distinguere la realtà concreta dalle semplici chiacchiere o, ancor peggio, dai tentativi di depistaggio a loro contrasto imposti.
In quello stesso cammino, nel seguire l’insegnamento così implicitamente offertogli da parte della propria signora, anche egli non avrebbe allora dovuto mancare di impegnare le proprie energie, non affannandosi alla ricerca del colpevole, quanto, prima ancora, di ciò che era, effettivamente, accaduto in quella tragica notte, nel maturare una confidenza tale con tali eventi da rendere, infine, l’identità del proprio obiettivo quale una semplice evidenza, un risultato sì fondamentale e pur, quasi, collaterale.

« Bene così. » si incoraggiò, nel cercare proprio in se stesso quel solo, possibile, fedele interlocutore del resto già difeso nel corso del colloquio con lord Brote, l’unico compagno dell’innocenza del quale avrebbe potuto essere certo nell’assolvimento di quel drammatico compito, di quella spiacevole missione « Sono i fatti a doverti importare: tienilo sempre a mente. »

In tale esigenza, in simile ricerca, naturale, ovvia, sarebbe allora dovuta essere considerata la sua prima meta, la tappa iniziale della propria indagine, per quanto probabilmente egli avrebbe preferito mantenersi ben distante dalla medesima, sia per il dolore che tale visione gli avrebbe potuto procurare, nel rapporto con un lutto ben lontano dal poter essere considerato quale accettato, sia per le figure con le quali, inevitabilmente, si sarebbe dovuto allora rapportare, irrimediabilmente legate a quello specifico luogo. Proprio in conseguenza di tanta ineluttabilità, ancor prima di permettere alla propria coscienza di riservarsi effettiva consapevolezza a riguardo di simile meta, egli si ritrovò a spingere i propri passi in tale direzione, lì indirizzati dal suo stesso inconscio già, proprio malgrado, proiettato verso il confronto tanto a lungo rimandato con Be’Sihl e, probabilmente, con Carsa Anloch, colei che era ascesa fin troppo rapidamente al fianco del locandiere, quasi a voler sopperire alla tragica assenza di chi, altrimenti, si sarebbe sicuramente mostrata giocosa e maliziosa vicino a lui, come da sempre era solita fare.

« Non puoi ovviare a questa prova. » asserì con convinzione, sempre in un leggero sussurro, inudibile a chiunque, qual naturale, del resto, avrebbe avuto ragione di essere il suo tono in quel forse assurdo dialogo privo di reali controparti a cui potersi rivolgere, dalle quali poter essere guidato o rimproverato, ove necessario « Per poter comprendere cosa sia effettivamente accaduto, analizzare il luogo in cui tutto ciò ha avuto ragion d’essere è quantomeno indispensabile, che ti piaccia o no. »

Nel ripensare al percorso seguito dalla propria signora nello svolgimento delle indagini attorno alla morte di Degan, cammino al quale egli desiderava offrire riferimento nel cercare parimenti di risolvere un nuovo tragico mistero, in verità, alcuna memoria gli avrebbe potuto indicare la stessa Midda quale protagonista della scena del crimine, quale impegnata in una qualche analisi di sorta della stessa: all’epoca in cui ella aveva agito nella ricerca dell’assassino, probabilmente e comunque, troppo tempo sarebbe dovuto essere considerato qual trascorso dai fatti, tale da rendere superflua, vana, quella possibilità verso la quale, ora, lui stesso stava invece indirizzando il proprio interesse. Non mancando, in ciò, di rimproverarsi nuovamente, ma ora solo intimamente, per aver così tentato di individuare un’alternativa a quella necessaria meta, a quello che solo, purtroppo, sarebbe potuto essere per lui considerato quale un punto di inizio per l’assolvimento del proprio incarico, il rispetto del proprio impegno, l’assolvimento del proprio giuramento, il ragazzo decise allora di sfruttare il tempo offertogli nel percorrere la distanza esistente fra la torre di lord Brote e la locanda di Be’Sihl, per cercare di individuare il miglior approccio con il quale avvicinarsi al proprio ex-padrone, la frase più appropriata da potergli rivolgere dopo averlo tanto esplicitamente ignorato nel corso della cerimonia funebre, in una mancanza tale da non poter essere facilmente giustificata.

mercoledì 27 gennaio 2010

747


S
e la presenza di Seem, al fianco dell’ex-mecenate della Figlia di Marr’Mahew, non era sfuggita all’inedita coppia formata dal locandiere e dalla mercenaria, parimenti la presenza della stessa Carsa, accanto a Be’Sihl, non avrebbe mai potuto essere ignorata da parte dello scudiero, soprattutto dal momento in cui, entrambi, si erano ritagliati un ruolo da protagonisti nel corso della rapida battaglia nella valle del Gorleheim, nell’offrir contrasto diretto contro la nera regina di quello sparuto gruppo di non morti. E se anche, una parte del suo cuore, lo avrebbe ben volentieri spinto a cercare confronto con il proprio ex-padrone, l’uomo che gli aveva offerto ospitalità quando nessun altro gliene avrebbe riconosciuta, e che, in ciò, gli aveva riservato l’incredibile occasione di incontrare Midda Bontor, nel riconoscere accanto a lui la figura di quella giovane, e terribilmente ambigua, donna, un sentimento di diffidenza, di sospetto, non poté evitare di imporsi sulla sua mente, sul suo intero animo, obbligandolo a mantenere doverose distanze da quell’insolita alleanza.

« Così credi possano essere implicati loro due nella questione? » domandò, esprimendo assoluta tranquillità nella propria voce, lord Brote, nell’ascoltare l’esposizione di simile dettaglio.

Conclusa la cerimonia funebre, tutti coloro che lì si erano radunati per assistere alla medesima e che lì erano rimasti anche dopo l’insorgere della minaccia dei non morti, per contenerla prima che potesse estendersi, che potesse avere possibilità di dar vita ad un’altra spiacevole realtà quale quella propria della palude di Grykoo proprio alle porte della capitale, si erano naturalmente dispersi, facendo ritorno a Kriarya senza concedersi particolare spirito di cameratismo, una qualche occasione di fraternità a seguito dell’impresa a cui insieme avevano tutti preso parte. Solo lo stesso Brote non aveva mancato di cogliere l’occasione di un rapido scambio di battute con il suo rivale, con il suo eterno antagonista Bugeor, nel ripromettergli di non voler considerare lì conclusa la questione degli insulti da questi rivolti alla memoria della sua defunta mercenaria: pochi convenevoli, in effetti, più retorici che pratici, dal momento in cui nessuno fra loro due avrebbe avuto ragioni concrete per arrivare ad uno scontro aperto con l’altro, non, soprattutto, alla conclusione di quel frangente di scontro in contrasto a un oscuro e negromantico potere, in conseguenza della vittoria sul quale non avrebbero, certamente, mancato di richiedere un giusto pegno ai loro pari, agli altri signori della città del peccato, invece fuggiti dalla battaglia ancor prima dell’inizio della medesima.
Fatto quindi ritorno all’interno delle mura dell’urbe, nonché delle più protettive pereti della propria torre, il mecenate aveva accompagnato la propria sposa nelle loro stanze private, ove sperava ella avrebbe potuto trovare occasione di riposo, di ripresa, da quella che per lei doveva evidentemente essere stata una prova eccessiva, per poi concedersi un breve momento di confronto con il giovane scudiero, colui eletto qual propria principale risorsa nelle indagini sulla morte della Figlia di Marr’Mahew.

« Non posso credere che il padro… che Be’Sihl possa aver complottato a discapito della mia signora. » negò, con ferma convinzione, Seem, sincero in simile valutazione « Ma Carsa Anloch non avrebbe dovuto essere in città: diversi erano stati dichiarati, da lei stessa, i propri obiettivi. E, in questo, la sua presenza in città appare eccessivamente forzata per potersi ritenere una mera coincidenza, soprattutto in un momento quale quello attuale, in conseguenza di una tragedia quale quella che si è così consumata. »
« Personalmente non ho mai avuto il piacere di incontrare questo Be’Sihl, sebbene abbia raccolto, a tempo debito, numerose informazioni sul suo conto, nell’eccezione più unica che rara che pur egli rappresenta in città e, non lo nego, in conseguenza della preferenza da sempre espressa da parte di Midda nei confronti della sua locanda. » preluse Brote, portando la propria attenzione, il proprio sguardo, a osservare il panorama offerto attraverso una finestra, nell’osservare la città del peccato dall’alto e, in questo, nel cercare di domarla quasi fosse una fiera feroce all’interno di un’arena « E, sebbene potrei anche essere concorde con il tuo giudizio nei suoi particolari confronti, credo sia giusto ricordarti quanto sia fondamentale che tu non escluda alcuna possibilità, mio caro ragazzo. In caso contrario, il giudizio pur positivo che potrei essermi riservato a tuo riguardo fino a questo momento, verrebbe seriamente compromesso da una riprova di assoluta inettitudine. »
« Comprendo. » annuì il giovane, chinando appena il capo nel naturale rispetto derivante dal confronto con una figura come quella, là dove, a differenza della propria perduta signora, egli non avrebbe mai potuto dimostrare alcun particolare carisma in sua opposizione.
« I termini del nostro accordo li conosci, Seem. » ricordò, allora, l’uomo, tornando con il proprio volto nella direzione dell’interlocutore « Mi attendo risultati meritevoli della fiducia che la stessa Midda aveva posto nei tuoi riguardi, fiducia che io ho voluto parimenti riconoscerti per l’assolvimento di questo incarico. In questo non desidero interessarmi ai modi, alle vie, che potrai preferire percorrere, ma mi riservo il diritto di avvertirti: non mi deludere, ragazzo, commettendo ingenuità indegne di quanto ti sto riservando, nonché del nome di colei che hai desiderato qual cavaliere. »

Quale uno scambio alla pari sarebbe, propriamente, dovuto essere considerato quello contrattato fra lo scudiero e il mecenate, tale da rendere la loro collaborazione assolutamente naturale, quasi retorica, là dove se il primo, al secondo, avrebbe potuto offrire tutto il proprio impeto, tutta la propria ferrea volontà di individuare il colpevole dell’omicidio della propria signora, e, in questo, vendicarla, il secondo, al primo, avrebbe potuto concedere la possibilità di sfruttare le proprie risorse, utili a potergli aprire porte altrimenti chiuse, e in questo, forse, di riuscire a raggiungere con più semplicità l’obiettivo prefissato: un’alleanza la loro, pertanto e in effetti, che non sarebbe dovuta essere interpretata quale una sorta di assunzione a tempo indeterminato da parte dell’uomo nei confronti del fanciullo, quanto, piuttosto, un’estemporanea complicità paradossalmente non diversa da quella che stava vedendo uniti anche Be’Sihl e Carsa, nel solo, comune, interesse di poter offrire il giusto compenso a chi si era macchiato le mani con il sangue di Midda Bontor.

« Non mi deludere… » ripeté egli, a enfatizzare il concetto proprio di quel consiglio, di quell’ammonimento, di quella minaccia « Perché desiderio della mia sposa, nonché mio, è quello di conoscere l’identità, quanto prima, del figlio o della figlia d’un cane che ha osato offendere anche il nostro stesso nome, nell’uccidere la tua signora. E se, nonostante la sete di vendetta che ti dovrebbe ora contraddistinguere, non sarai tu a fornircelo… beh… non potremo fare altro che ritenerti complice in tutto questo. »

Parole semplici, chiare, utili a esprimere concetti al contempo velati e pur estremamente definiti, che non avrebbero potuto riservare al giovane occasione di quiete, possibilità di indolenza, nella pur assurda ipotesi che tal sentimento avrebbe mai potuto dominarlo in quel frangente, e tali da ricordare, in ciò, quanto pur mai Seem avrebbe dovuto permettersi di considerarsi effettivamente al pari del mecenate, al suo stesso livello in quell’accordo che pur in simili termini li aveva formalmente posti l’uno nei confronti dell’altro.
Un avvertimento, quello sì formulato da lord Brote, che non avrebbe potuto comunque inquietare lo scudiero, là dove ragione della propria esistenza, in quel momento, in quel luttuoso contesto, sola sarebbe potuta essere la ricerca di vendetta per la propria signora, possibilità garantitagli dal supporto, dalla collaborazione con una figura certamente pericolosa qual sarebbe stata quella del mecenate, possibilità in assenza della quale, altresì, tutto ciò che tanto aveva lottato per poter essere, per poter diventare, non avrebbe avuto alcun significato, disonorando non solo la memoria della tanto compianta Figlia di Marr’Mahew, ma anche quella del suo mai scordato maestro Degan, del retaggio del quale si sarebbe potuto considerare l’ultimo custode, là dove ne era stato l’ultimo allievo prima del suo non meno violento assassinio.

« Lord Brote. » rispose il fanciullo, sollevando appena il proprio sguardo in direzione del mecenate « Quanto anima il mio cuore ti è noto e sai che mai potrò riservarmi occasione di requie fino a quando la mia signora non sarà vendicata. E ti posso assicurare che non intendo escludere alcuna possibilità, alcuna ipotesi, per quanto assurda, per quanto impensabile, arrivando persino, se mi concedi l’ardire a esprimermi in termini tanto forti, a porre in dubbio persino la tua sposa e te, dal momento in cui, in verità, sol verso me stesso mi è possibile offrire fiducia, nell’esser certo di non aver compiuto io questo crimine. »

martedì 26 gennaio 2010

746


« R
iposa in pace, amica mia. » sussurrò, osservando quella silenziosa forma precipitare all’interno del calore di quel forse inestinguibile rogo, nella speranza che, fra quelle fiamme, ella avrebbe potuto effettivamente trovare l’occasione di quiete che tanto le era stata osteggiata « Che la tua anima possa essere libera in morte, così come lo è sempre stata in vita… »

Impossibile, in effetti, sarebbe allora stato per lei riuscire a comprendere le proprie effettive emozioni, il proprio sincero, reale stato d’animo in quel momento, a quella visione, nel seguire lo scheletro nero fino al congiungimento con quella pira, per permettere alla stessa di completare l’opera già drammaticamente iniziata dall’incendio nella locanda. Se, infatti, una parte del suo cuore, del suo animo, non avrebbe potuto evitare di piangere l’amica perduta, la compagna di ventura della quale, in fondo, non avrebbe potuto evitare di infatuarsi, la maestra di vita a cui tanto si era pur ispirata nel proprio cammino quotidiano, un’altra metà del suo intero essere non avrebbe potuto negarsi una certa soddisfazione, entusiasmo addirittura, nel poter assistere a quella rovina, a quella disfatta, coinvolgente colei che pur le era anche stata concorrente, avversaria, nemica, non in conseguenza di un effettivo odio fra loro, quanto piuttosto per la naturale contrapposizione che non avrebbe potuto evitare di caratterizzarle in quanto entrambe mercenarie, avventuriere, a volte unite dal raggiungimento del medesimo obiettivo, altre divise per egual ragione.
Ben poco, oggettivamente, sarebbe dovuto essere considerato il tempo nel corso del quale esse avevano avuto occasione di rapporto reciproco, si erano ritrovate alleate o avversarie, amiche o nemiche, e pur, quel breve lasso di pochi mesi era stato ugualmente sufficiente a lasciare un segno importante nel profondo della giovane mercenaria, che ora non avrebbe potuto, con tutta se stessa, evitare di provare nostalgia per quella particolare relazione ormai loro definitivamente negata.

« Carsa! » la richiamò, improvvisa e inattesa, la voce di Be’Sihl, riportandola rapidamente alla pericolosa realtà dalla quale, per un istante, si era allontanata, nel voler concedere quell’ultimo saluto all’amica perduta e nel riservarsi, in ciò, un’occasione di riflessione in sua memoria « Un aiuto non sarebbe sgradito… »

Voltandosi verso il locandiere, ella poté coglierlo impegnato in opposizione alla coppia di portantini, ora zombie, chiaramente animati dalla volontà di imporre sullo stesso il medesimo destino al quale, tragicamente, anche loro erano stati, loro malgrado, votati. E se pur, forse, in condizioni di normalità, egli avrebbe anche potuto tener testa a quella coppia di avversari, nel dimostrare anche in quel momento una buona padronanza della propria arma, una certa, e forse ovvia, confidenza con la propria spada, qualità dopotutto basilare per la sopravvivenza all’interno di una capitale quale Kriarya, in quel preciso contesto sarebbe dovuto essere giudicato qual posto in una certa difficoltà, in un deciso impaccio, conseguente al tentativo di dover trasportare con sé il braccio destro, in nero metallo, appartenuto alla salma appena gettata nell’ardente abbraccio del Gorleheim, fedele, in questo, alla direttiva impartitagli da parte della mercenaria, all’ordine offertogli in tal senso. Quel braccio, per quanto ormai privo di proprietario, per quanto macabramente amputato dal corpo al quale era appartenuto, ancora non aveva perduto la propria energia vitale, non si era negato possibilità di animazione, fremendo nella stretta su di esso imposta da parte dello stesso Be’Sihl e, in ciò, lottando a propria volta in suo contrasto, ancora deciso a richiederne la vita.
Così invocata, a ragion veduta nel confronto con una situazione che non le avrebbe potuto permettere di considerare già terminato il proprio operato, Carsa ridiscese allora rapidamente i pochi gradini che la separavano dal compagno, precipitando la propria ascia ora sui due corpi ancora tiepidi, ancora sanguinanti in ricordo della vita non più loro appartenente, decapitandoli entrambi con un gesto deciso, con un movimento netto e perfettamente calibrato, che vide i due crani sbalzati con violenza, con foga, verso il cielo e da lì, inevitabilmente, proiettati alle fiamme della pira funebre sotto di loro.

« Quante storie per un paio di non morti… » scherzò ella, nel voler quasi imitare, in tal tono, in simile allegria nel confronto di un tanto mortale pericolo, l’approccio da sempre proprio della Figlia di Marr’Mahew a quel genere di situazioni « Visto?! Non è difficile batterli… » aggiunse poi, menando un violento calcio in contrapposizione a uno dei due, per spingerlo a seguire il proprio stesso capo verso il solo obiettivo, il solo traguardo che avrebbe potuto garantire loro occasione di pace.
« Scusami se ti ho disturbata, ma è così piacevole stare con le mani in mano che proprio non avevo voglia di dedicarmi anche a loro. » obiettò, allora, egli, in umoristico e macabro riferimento all’arto con il quale stava, ancora, suo malgrado, lottando « Con permesso… » soggiunse, spingendo poi, con il piatto della propria lama, anche il secondo zombie decapitato verso le fiamme della pira, prima di risalire rapido verso la cima, allo scopo di liberarsi dell’impaccio rappresentato da quel braccio amputato.

Più in basso rispetto alla coppia, ai piedi della scalinata da loro già conquistata, altri combattimenti stavano, fortunatamente, trovando rapida occasione di epilogo, di conclusione, nel vedere Brote, Bugeor, Seem e tutti gli altri lì rimasti per offrirsi qual saldo fronte in opposizione all’avanzata di quei non morti, condurre a termine, coraggiosamente, il compito che si erano prefissi.
Per i due signori di Kriarya, i soli lì restati a combattere a dispetto della pavida reazione dei loro pari, quella battaglia, decisamente più breve e meno cruenta di quanto inizialmente era apparsa sarebbe potuta essere, risultò dal loro punto di vista addirittura qual apprezzata nella propria stessa proposta, nell’occasione loro sì riservata di tornare, ancora una volta, a impegnarsi in una sana e sfrenata competizione fisica, così come quotidianamente si erano abituati a compiere nel corso dei propri anni giovanili, ormai tanto lontani e pur mai dimenticati. Tanto l’uno, quanto l’altro, se pur con stili, con movimenti decisamente diversi, qual differenti dopotutto risultavano anche essere le loro rispettive armi, le compagne che avevano scelto di mantenere al loro fianco in una tale occasione, si erano da subito entrambi dimostrati non solo in grado di tener testa agli avversari sì loro offerti, ma di poter, probabilmente, anche imporre battaglia a un numero sostanzialmente maggiore rispetto a quanto lì loro presentato, agendo con sapienza di gesti tale da poter ampiamente sopperire a un’eventuale carenza di ardore, di forza, ove tale sarebbe potuta essere naturalmente considerata nel confronto con quella che li avrebbe contraddistinti in un’età passata.
Per il giovane scudiero, parallelamente, sebbene quella sarebbe dovuta essere considerata la sua prima, inedita occasione di conflitto in contrasto a quel genere di avversari, a figure tanto orrende, la possibilità di lotta lì riservatagli non sarebbe potuta essere considerata qual completamente sgradita, qual spiacevole, là dove capace di offrirgli, finalmente, un pur umanamente necessario momento di sfogo, per riversare tutta la propria rabbia, tutta la furia precedentemente accumulata nel proprio cuore, nel profondo del proprio animo, contro avversari sì innocenti del crimine che avrebbe voluto vendicare, e pur perfetti per lo scopo a lui necessario, nell’assolvimento di quell’incarico di surrogati. Sufficientemente lenti per non poterlo sorprendere, decisamente pochi per poterlo sopraffare, quegli zombie si presentarono alla lama dei suoi pugnali quali pura e semplice carne da macello, contro i quali spingere tutto il proprio impeto, tutta la propria passione, nel poter essere feriti, lacerati, squartati incessantemente, senza mai emettere un gemito di dolore, senza mai dimostrare una qualche umana reazione che, forse, avrebbe potuto far leva sul suo animo e spingerlo, in questo, a desistere, a non continuare con tanto crudele sadismo ad infierire nei loro riguardi.
Nessuno fra loro, non Brote, non Bugeor, non Seem, non altri, sì distratti, sì impegnati in un confronto dal quale sarebbero usciti inevitabilmente vincente, più simile a un allenamento che, ancor più, alla tremenda battaglia tanto temuta da coloro che si erano pur dati in massa alla fuga, sembrò allora riuscire a offrire sufficiente attenzione all’avvertimento esclamato da parte della principessa, mantenuta a distanza di sicurezza da ogni possibilità di pericolo in propria opposizione. Parole che nonostante tutto, ella non si stancò di ripetere fino a perdere la voce, in un quadro di assoluta follia del quale, suo malgrado, sembrava essere ogni istante sempre più vittima…

« Non è lei… non è lei… non è lei… »

lunedì 25 gennaio 2010

745


D
al giorno della propria nascita, Carsa Anloch aveva vissuto molteplici vite, numerose identità, alcune per brevi periodi di tempo, altre così tanto a lungo da rischiare persino di dimenticare il proprio vero nome.
A volte, la giovane donna, osservandosi allo specchio, si poneva in serio dubbio su cosa sarebbe dovuto essere considerato realtà e su cosa, altrimenti, sarebbe dovuto essere ritenuto simulazione, incerta, addirittura, di esser realmente una mercenaria, di aver realmente mai ricevuto un qualche addestramento alla guerra, tale da permetterle di giungere meritatamente alla posizione a cui era pur arrivata solo in virtù delle proprie forze, delle proprie energie. In fondo, la sola certezza da lei posseduta, per lei propria, sarebbe dovuta essere considerata quella rappresentata dalle ali tatuate dietro la sua schiena, quelle decorazioni indelebili sulla sua pelle così delicate, così eleganti, tanto diverse dai tatuaggi tribali che erano sempre stati soliti ornare l’unico braccio rimasto alla Figlia di Marr’Mahew, al punto tale da non riuscire neppure ad apparire quali, effettivamente, rappresentative di una combattente, di una guerriera qual pur ella insisteva a proporsi. Quelle ali, per quanto non reali, sebbene solamente disegnate sulla sua splendida epidermide color della terra in corrispondenza delle sue delicate scapole, avrebbero dovuto esser probabilmente analizzate quali espressioni del suo vero animo, della sua reale essenza, così effimera, così indipendente, da non poter essere neppure intrappolata all’interno di un unico essere, di un singolo corpo, di una sola esistenza, quanto, piuttosto, condannata a un’eterna insoddisfazione, nella continua ricerca dell’occasione per innalzarsi al più alto dei cieli, smarrendosi nell’infinito per l’eternità.
Ma, al di là di ogni possibile dubbio, di ogni naturale e, forse, corretta incertezza nel merito della propria stessa natura, trasparente sarebbe risultato a ogni sguardo, a ogni attenzione, quanto, se pur anche ella non sarebbe potuta essere considerata realmente qual guerriera e mercenaria, avrebbe ugualmente dovuto essere ammirata per quanto in tal ruolo, in simile professione, fosse brava a fingersi, riservandosi un talento, una capacità combattiva, effettivamente sconosciuta ai più. Nelle sue mani, infatti, un’arma quale un’ascia bipenne, tanto grezza, priva di eleganza e, in effetti, addirittura di non semplice gestione, con una massa che a suo confronto avrebbe dovuto apparire eccessiva, quasi schiacciante, avrebbe dovuto essere considerata qual elegante, ricca di grazia a livelli tali da risultar quasi sconosciuti persino alla più nobile fra tutte le spade. Capace di esser maneggiata qual fosse del tutto priva di peso, al suo fianco quell’arma appariva qual una naturale estensione del suo io, in grado di imporre il suo volere su qualsiasi avversario, su qualsiasi ostacolo le si fosse parato innanzi, senza affaticamento, senza reale peso per lei, per quanto esile sarebbe potuto esser giudicato il suo stesso fisico, il suo corpo longilineo. E tanta meravigliosa intesa, fra l’ascia e la sua proprietaria, non sarebbe dovuta esser ricercata tanto nell’arma quanto in colei che con essa era solita giostrare, là dove, in effetti, raramente la stessa avrebbe trovato spazio accanto a lei, qual sua compagna di vita, per più di pochi mesi, troppo spesso perdute o sacrificate nel corso delle proprie missioni per potersi guadagnare un qualche particolare diritto d’affetto nei suoi confronti.
Guerriera o no che ella sarebbe allora potuta essere realmente, qual la migliore fra le combattenti lì presenti, quasi ai livelli un tempo propri della leggendaria Midda Bontor, Carsa riuscì a imporsi sopra a ogni avversario, a ogni non morto che contro le sue delicate forme femminili tentò di gettarsi, sbalzandoli puntualmente lontano da sé, senza mai arrestarsi, senza mai rallentare, nel chiaro e definito obiettivo rappresentato da quanto restava della sua miglior amica e nemica, ora uccisa, bruciata e, peggio ancora, trasformata a propria volta in un non morto. E così, prima ancora che veterani del calibro di Brote o Bugeor, pur impegnati, con tutta la propria passione, con tutta la propria esperienza, nel contrasto alle creature loro offerte, a quei predatori che, fortunatamente non numericamente schiaccianti nei loro confronti, mai sarebbero riusciti a trasformarli in prede, potessero riservarsi occasione di ridurre all’impotenza almeno uno fra i propri avversari, la giovane donna riuscì a completare la conquista dell’intera gradinata, raggiungendo con ardore e foga il proprio traguardo e, contro di esso, slanciandosi in un violento fendente…

« Lo faccio per il tuo bene, sorellona… spero che tu possa comprenderlo. » sussurrò, quasi a domandare il suo perdono in tal gesto, in simile attacco.

Senza fatica, senza incontrar ostacolo di sorta, in un nemico che, al di là del proprio orrido aspetto, non avrebbe potuto far vanto di alcun potere, di alcuna capacità di sorta, neppure di quella forza o di quell’agilità che in vita l’avevano contraddistinta, qual semplice zombie e nulla più, la pesante lama dell’ascia della mercenaria riuscì, allora, a infrangere le ossa quasi carbonizzate della propria avversaria, o, più probabilmente, vittima, in uno scontro che difficilmente avrebbe potuto essere considerato tale, aprendone il torso in verticale con una violenza tale da spezzarne letteralmente il corpo in due parti quasi simmetriche.
Un attacco in conseguenza del quale, naturalmente, la regina nera non offrì alcuna espressione di dolore, alcun turbamento, impossibilitata, nonostante simile impeto, a provare dolore o, banalmente, a essere comunque arrestata nel proprio moto, nella propria condanna: così, a stento ancora capace di sorreggersi in equilibrio, la creatura tentò ugualmente di allungare le proprie braccia nella direzione della propria attaccante, per imporre su di lei la forza immonda delle proprie dita, a violarne le carni, a ricercarne il sangue. Un gesto, una possibilità, quella di raggiungere le membra della donna, che non fu però riconosciuta allo zombie, dal momento in cui, nonostante la pericolosità derivante dall’attuazione di simili movimenti su una superficie impervia qual quella di un’altra gradinata eretta sul nulla, la mercenaria non restò in quieta attesa per il proprio fato, per il proprio destino, preferendo, agilmente e rapidamente, disimpegnarsi da simile confronto.
Liberando, in un balzo all’indietro, la propria lama dal corpo avversario, ella tornò allora a infrangere le ossa avversarie contro il filo della propria ascia, questa volta amputando di netto entrambe le braccia tese in sua opposizione poco sotto l’attaccatura alle spalle. In conseguenza di questo secondo colpo, inevitabilmente condotto a segno, ella negò all’avversaria ogni ulteriore possibilità di offesa in proprio contrasto, in propria opposizione, ma, suo malgrado, perse anche, per un istante il controllo, su quelle stesse estremità recise, osservandole inerme una, la mancina, sbalzarsi direttamente fra le fiamme della pira funebre sotto di loro, là dove la stessa donna avrebbe desiderato poter presto gettare l’intero corpo, mentre l’altra, la destra metallica, proiettarsi addirittura alle proprie spalle.

« Recupera quel braccio… presto! » ordinò, allora, nel rivolgersi a Be’Sihl, non visto e pur considerato certamente alle proprie spalle, là dove egli aveva promesso sarebbe rimasto in suo supporto, in sua collaborazione « Dobbiamo distruggerne ogni pur minimo frammento, per liberarla! »

Nel pronunciare simili parole, tale richiesta, la cui attuazione non venne da lei posta in dubbio al pari della presenza del locandiere accanto a sé, la mercenaria non esitò ulteriormente, non rimandò di un solo istante il compimento dell’impegno fatto proprio, caricando con violenza quanto rimasto innanzi a sé del corpo avversario, infilzandolo in ciò all’estremità superiore della propria arma e trascinandolo, nell’impeto del proprio movimento, nuovamente verso la cima delle scale.
Ignorando, in simile azione, anche i corpi dei due portantini uccisi, e già tornati dalla morte a loro volta come zombie, Carsa risalì allora, con decisione, quella gradinata, allo scopo di compiere quanto sarebbe già dovuto avvenire prima dell’inizio di quell’incubo, per gettare l’intero corpo fra le fiamme entro le quali il braccio sinistro era già stato destinato. Certamente, con meno impegno, con meno difficoltà, ella avrebbe potuto accontentarsi di rovesciare quello scheletro nero nell’ardore di quel fuoco eterno direttamente dalla posizione in cui già si erano ritrovate ad essere entrambe, ma in tal caso la creatura sarebbe ricaduta non esattamente al centro della pira, non nel punto più caldo del Gorleheim, riservandosi, forse, una pur minimale speranza di sopravvivenza, di evasione, che pur non desiderava essa potesse concedersi. E così, solo quando la cima delle scale venne raggiunta, senza riservarsi occasione di incertezza, senza concedersi pietà alcuna verso la propria vittima, nella consapevolezza di agire per il bene dell’amica e non in sua condanna, la mercenaria spinse finalmente i resti mortali della stessa oltre il bordo, per concludere, in ciò, una cerimonia funebre già eccessivamente prolungata.

domenica 24 gennaio 2010

744


« A
vanti, Be’Sihl… il nostro unico obiettivo deve essere lei! »

Una presa di posizione netta, un voto assoluto, quello di cui Carsa volle farsi carico, tale da poter offrire anche a sguardi esterni, ad attenzioni estranee, una chiara dimostrazione di quanto tutto il suo interesse sarebbe dovuto essere considerato rivolto, non tanto al semplice contenimento di quella piaga, di quell’infestazione negromantica, quanto, piuttosto, a concedere alla propria defunta compagna, all’amica che in quel giorno avrebbe voluto onorare nella propria partecipazione a quel funerale, l’occasione di riposo, di pace, che in quel momento, con quell’oscura manifestazione di potere, sembrava esserle stato negato.
Così, senza permettere eccessivo vantaggio a Brote, per quanto non schierata in sua competizione, la giovane mercenaria saettò a sua volta in avanti, mulinando la propria pesante ascia attorno al proprio corpo quasi fosse un velo leggero mosso dalle sue mani nel corso di una sensuale danza d’oriente, per infrangere, nel confronto con la stessa, qualsiasi corpo le si sarebbe imposto qual avversario. Affascinante, sensuale, quasi, sarebbe dovuto esser allora giudicato lo spettacolo da lei così offerto, sì letale e pur conturbante, nel poter seguire quella corsa leggera, quella danza voluttuosa, attraverso corpi dilaniati da tremende e mortali ferite, e nonostante tutto ancora capaci di muoversi e di cercare con lei un contatto, una possibilità di offesa, immediatamente negata da gesti sempre controllati e decisi, e pur mai sgradevoli, quasi quell’arma tanto affilata, tanto spietata, si limitasse ad accarezzare i propri nemici, senza squartarne le membra, reciderne gli arti, qual invece continuamente si stava impegnando a compiere. E se anche, in verità, ella non avrebbe potuto negare consapevolezza nel merito di quanto non un arto mutilato, non una testa decapitata, sarebbero stati in grado di arrestare quei non morti nei loro movimenti, nei loro tentativi di offesa contro l’improvvisato gruppo di avversari, nel proprio agire, nei propri gesti, non sarebbe potuta essere considerata interessata tanto alla disfatta di quegli effimeri ostacoli incontrati lungo il proprio cammino, quanto più al raggiungimento della nera regina di quella valle di morte, nel risalire con foga, con decisione, la lunga e pericolosa scala verso il Gorleheim.

« Sono con te. »

Sebbene meno confidente con l’arte della guerra, in generale, o con pericoli sovrannaturali quali quelli ora loro imposti, in particolare, Be’Sihl non venne meno alle richieste del fato, alla necessità, sì impostagli, di esser deciso e audace nel contrasto ad avversari tanto umanamente temuti, non per il pericolo da loro stessi rappresentato, pur elevato, sì sconvolgente, quanto più per l’essenza stessa di quella loro natura, di un’esistenza in contrasto al naturale corso dell’umana vita e ai suoi principi.
La sua spada, ancora nuova, mai utilizzata prima di quel giorno, venne così battezzata nel sangue dei propri nemici, sia in quello freddo di coloro già cadaveri, ormai, da quasi un’intera giornata, sia in quello ancora caldo di chi, invece, aveva suo malgrado appena perduto la vita e già era stato condannato a quel terribile destino di non morte. Con gesti sicuramente meno eleganti rispetto a quelli di Carsa, meno esperti rispetto a quelli di Brote, egli non si permise comunque, nel paragone con loro, una maggiore incertezza, agendo con forza, con determinazione per impedire agli zombie di potersi riservare possibilità di prevalere su di lui, di arrestare il suo cammino in direzione della scalinata e in risalita lungo la stessa. E dove altri, al suo posto, avrebbero allora esitato, si sarebbero probabilmente tratti indietro, come del resto avevano preferito compiere la maggior parte degli spettatori prima lì presenti, il locandiere offrì allora fiera riprova del proprio valore, della propria forza d’animo, nel non riconoscere distacco alla propria temporanea compagna d’arme, inseguendola in quella propria volontà di ascesa verso la sventurata protagonista di quell’orrido spettacolo, fermamente votato, non in misura minore rispetto a lei, a donare alla donna amata la pace in seno ai propri dei che tanto, pur, ora avrebbe meritato, dopo un’intensa vita trascorsa in costante sfida al destino.

« Be’Sihl… che cosa pensi di poter fare? Stupido… stupido… folle! » gli rimproverò, ovviamente non udito, l’ignoto assassino in sua osservazione, ritrovandosi, proprio malgrado, sempre più incerto fra avanzare in direzione di quello scontro, per contribuire a un rapido epilogo del medesimo prima di ulteriori, innocenti vittime, o restare ancora fermo, qual semplice spettatore, così come era avvenuto fino a quel momento.
« Nass’Hya, per carità divina, arresta tutto questo… » aggiunse poi, nel rivolgersi, sempre retoricamente, ad un’altra fra i protagonisti di quella scena, di quell’azione, là dove, comunque, mai la sua voce sarebbe potuta giungere fino a quella teorica interlocutrice « Dannazione. Non può, non può farlo. Non sta controllando il proprio potere, non sta controllando lei i non morti: le sue emozioni, ancora una volta, stanno prevalendo su ogni raziocinio, scatenando quest’oscenità. » si rispose autonomamente, scuotendo il capo con evidente frustrazione per quanto stava occorrendo.

La regina degli zombie, qual tale suo malgrado essa appariva in conseguenza della fama di una lunga e avventurosa vita ora sì bruscamente interrotta, dopo aver violentemente negato ai propri portantini i rispettivi futuri, le possibilità altrimenti per loro proprie di poter godere di una nuova alba, volse allora il proprio sguardo privo di occhi, le proprie oscure e bruciate orbite, nella direzione della scalinata sotto di sé, per iniziare una lenta discesa verso la sola direzione per sé propizia, la sola meta a cui poter volgere la propria attenzione, il proprio interesse. Alcun sentimento, in simile scelta, venne allora esplicitato, rivelato, là dove, del resto, alcuna emozione avrebbe mai potuto scuotere quelle membra, animare quel corpo, non nell’assassinio delle proprie due ultime vittime, non in quella discesa, e non nel confronto con l’imminente lotta che avrebbe potuto attenderla, contro Carsa e Be’Sihl, tanto animosamente diretti in suo contrasto. Privata di ogni proprio retaggio, di ogni calore umano, di ogni ricordo di quanto era stata un tempo, oltre che dell’immagine stessa di simile passato, ella non avrebbe potuto né temere né desiderare tutto quello che stava accadendo, non vivendo, effettivamente, quegli eventi ma lasciandosi sopravvivere agli stessi, senza frenesia e senza quiete, senza desideri e senza timori. Unico dettaglio a imporre, non tanto su di lei, quanto sui propri avversari, la memoria di ciò che ella era stata un tempo, prima di essere tanto aspramente divorata dalle fiamme, sarebbe dovuto essere considerato il suo braccio metallico, non più scintillante sotto la luce del sole, e pur inconfondibile, una prova inconfutabile di quanto dietro a quelle spoglie scheletriche e annerite, lontane dalle forme femminili, generose e abbondanti, che da sempre l’avevano caratterizzata, l’avevano distinta insieme ai propri occhi di ghiaccio, chiunque avrebbe dovuto ricercare il nome di…

« … Midda? »

Un sussurro soffocato, un’emozione repressa, quella che non mancò di emergere attraverso le labbra della principessa y’shalfica, nell’osservare l’amica che tanto avrebbe desiderato poter tornare ad abbracciare, con cui tanto avrebbe voluto poter ritrovare quella quotidianità, quella confidenza che aveva caratterizzato le lunghe settimane trascorse insieme presso l’harem, giocando a chaturaji senza altri pensieri, senza altre preoccupazioni di sorta, ma che pur non avrebbe mai potuto sopportare di accogliere in simile stato, non avrebbe mai potuto accettare tanto oscenamente martoriata dall’azione delle fiamme, che nulla di riconoscibile, in lei, avevano permesso di restare.
In tal modo violentata nella propria stessa immagine, la figura offerta allo sguardo della giovane aristocratica non poté allora che risultarle assolutamente aliena, errata nel concetto stesso della propria esistenza, non tanto per la non morte della quale ora era divenuta vittima, quanto più per qualcos’altro, un dettaglio, o forse solo una sensazione, di cui solo Nass’Hya parve potersi rendere conto in quel frangente tanto orrendo, in quel contesto di battaglia, imperversante attorno a lei, coinvolgente nel proprio impeto tutti i presenti, con la sola eccezione, effettivamente, rappresentata da lei e dalle guardie a lei affidate, per la propria protezione, per la propria salvezza. E a riguardo di tanta estraneità propria di quella regina oscura, per quanto folle sarebbe inevitabilmente lei stessa apparsa, ella non volle mantenere il silenzio, gettando, così, un nuovo alto grido, ora non fine a se stesso, non privo di destinatari, quanto più rivolto nella direzione del suo sposo, il solo a cui mai, in fondo, avrebbe potuto sperare di potersi affidare…

« Non è lei… non è lei! »

sabato 23 gennaio 2010

743


« E
cco qualcosa che non avevo previsto potesse succedere. »

Nella confusione che ineluttabilmente seguì l’iniziale e, paradossalmente, quieto frangente di reciproco schieramento delle forze lì coinvolte, difficile, addirittura impossibile, sarebbe stato per qualunque fra i presenti, fra coloro pur ritrovatisi a essere protagonisti di quell’imprevedibile quadro, di quello scenario di lotta tanto violento e innaturale, poter apprezzare quello stesso evento in tutta la propria pienezza, in tutta la propria complessità, dove, come nel corso di qualsiasi battaglia, il medesimo non mancò di articolarsi, di svilupparsi contemporaneamente su diversi fronti, coinvolgendo nel proprio vortice, nella propria foga, troppe figure, troppi scontri, per poterne permettere di seguire l’assoluta totalità.
In tanta drammatica contingenza, pertanto, naturale, indiscutibilmente ovvia e perdonabile, sarebbe dovuta essere considerata la completa noncuranza allora dimostrata da parte di tutti i presenti nel confronto con una presenza incappucciata a loro non eccessivamente distante, e pur neppure particolarmente prossima, il cui sguardo, la cui attenzione, a loro stessi erano rivolti, con un coinvolgimento tale da non poter evitare di essere ignorato, da non poter evitare di essere giudicato qual sospetto nel proprio sì evidente interesse per tutti loro e per quanto, in quella valle, essi erano giunti ad assistere. Una diffidenza, quella che sarebbe potuta essere addotta in tal direzione e che non fu tale solo in conseguenza di quegli eventi, la quale non sarebbe poi neppure risultata qual gratuita, qual vana, dal momento in cui, effettivamente, proprio quell’anonimo osservatore, protetto in opposizione a eventuali sguardi da una pensante cappa, avrebbe dovuto essere considerato qual il solo responsabile per la morte di colei ora fieramente eretta, simile a scheletrica regina della morte, sulla cima della scalinata verso il Gorleheim, nonché per il conseguente incendio appiccato all’interno della locanda di Be’Sihl.

« Restate accanto a lei… e proteggetela qualsiasi cosa accada! »

Con simile ordine, lord Brote decise di interrompere la prolungata attesa vissuta fino a quel momento, in conseguenza della lentezza di movimento, in loro contrasto, degli zombie, di quegli spiacevoli avversari, per gettarsi in avanti, emergendo, in ciò, ancora una volta con la propria audacia, con la propria forza, dall’intero gruppetto rimasto, e proprio in virtù di ciò, in verità, già composto solo da temerari, da quei pochi coraggiosi, o folli, che alla ritirata avevano preferito la battaglia, lo scontro, il duello.
Liberatosi del proprio lungo mantello, tanto elegante, altrimenti magnifico in un momento di quiete, di tranquillità, e pur solo di potenziale impaccio in un contesto di lotta, l’uomo offrì riprova di quanto il proprio passato non sarebbe poi dovuto essere considerato diverso da quello di qualunque mercenario al suo servizio, di qualunque guerriero alle sue dipendenze. Nei propri movimenti, nei propri gesti e, ancor più, nelle proprie stesse scelte rivolte a porre in essere tali movimenti e simili gesti, egli impose evidenza di tutta l’esperienza che sola sarebbe potuta essere non di un ozioso nobile, ricco e potente in virtù di semplice sorte, per retaggio familiare nel confronto del quale non avrebbe potuto riservarsi alcuna occasione di vanto, quanto più di un uomo meritevole per tutta la propria ricchezza, tutto il proprio potere, frutti non delle vittorie dei propri antenati, di misconosciuti avi che, in un tempo lontano, erano stati capaci di riservare tanto a sé stessi ed ai propri eredi, quanto più di una continua conquista, della propria capacità di imporsi sul fato per quanto a sé anche potenzialmente avverso, così come in quel momento. E in tutto questo, nell’energia propria di un animo, un cuore, una mente e un corpo tanto combattivi, tanto determinati, la sua spada non si concesse la benché minima esitazione, al pari del resto della sua intera essenza, prima di affondare con violenza, con foga, la propria lama in contrasto a due corpi nemici, a due cadaveri già orribilmente dilaniati dai segni di un'altra lotta, di un precedente incontro conclusosi sicuramente a loro discapito, qual solo risultato avrebbe allora potuto giustificare la loro presenza in quella particolare valle.

« Mio sposo… »

Un gemito fu tutto ciò che la principessa Nass’Hya riuscì allora a formulare qual sola risposta alle parole del marito, pensieri da lui espressi nell’unico interesse, nella sola volontà, di riservarle massima premura, privandosi a tal fine di ogni scorta, di tutte le proprie guardie personali in un momento nel quale, ancor più che in tutta la cerimonia precedente, la loro presenza avrebbe forse potuto dimostrare una qualche utilità pratica, e non, semplicemente, imporsi qual semplice precauzione al fine di scongiurare possibili, per quanto improbabili, attacchi a proprio discapito. I due pur semplici vocaboli da lei espressi con quell’invocazione quasi soffocata, sebbene naturali, corretti nell’indicazione del loro legame, del loro effettivamente esistente rapporto matrimoniale più che apprezzato, più che sinceramente abbracciato dalla giovane donna con tutta se stessa, si proposero, loro malgrado, quasi sgraditi alla medesima, non tanto in conseguenza di una qualche colpa, di un qualche peccato compiuto da parte del mecenate nei suoi confronti, quanto più per l’ossessivo e continuo sorgere, dalla profondità della sua psiche, di quelle immagini, abominevoli, oscene, blasfeme forse, che già, poc’anzi, l’avevano costretta a gridare, vittima della completa impossibilità di umana gestione in conseguenza di memorie a lei tanto estranee e pur, drammaticamente, comprese quali effettivamente proprie.
Tanto inerme in quel momento, unica figura concretamente disarmata fra tutte quelle presenti e ancora in vita all’interno di quella valle, ella vide allora gli uomini e le donne ubbidienti al suo sposo chiudersi attorno a sé per mantenere le proprie posizioni, per restare fedeli ai propri ruoli, senza fuggire come altri, loro pari e facenti riferimento ad altri signori, avevano compiuto con largo anticipo persino rispetto ai propri stessi mecenati. Ma se, con sguardo ingenuo, idealista, nel costringersi a dimenticare l’effettiva natura di quegli uomini e di quelle donne, quel gesto, simile scelta da loro compiuta, avrebbe potuto essere considerata quale derivante da una fiducia incondizionata, assoluta, verso il proprio signore a prescindere da ogni altro fattore, da ogni possibile evento, paradossalmente, proprio nel non ignorare la verità dei fatti, nel non scordare quanto tutti loro sarebbero dovuti essere considerati semplici mercenari, legati a Brote unicamente da un vincolo di denaro, da un rapporto di affari, tale atto sarebbe dovuto essere accolto dalla sposa qual segnale di sincera speranza, benaugurante nel confronto con il possibile esito di quello scontro, là dove, valutando una totale assenza della possibilità di personale guadagno, nella morte del loro mecenate, alcuno fra loro avrebbe avuto effettivamente ragioni di restare ancora al suo fianco.

« Mia signora, perché tutto questo?! »

Naturale, dal cuore di Seem, parve allora sorgere quell’invocazione, simile a preghiera, per quanto non rivolta ad un qualche dio o dea, quanto più al ricordo del proprio cavaliere, della propria defunta signora, lì tanto macabramente, tanto orrendamente levatasi innanzi al suo sguardo, quasi a offrire pubblica riprova dell’orrore della propria morte, dell’assassinio del quale ella era rimasta vittima, imponendo però, in offesa al suo stesso sguardo, un’immagine tanto distorta, tanto oscena, da non riuscire a ritrovare possibilità di diretta associazione nel suo stesso intelletto, nel confronto con le sue emozioni. Non, quindi, una richiesta di spiegazioni nel merito delle ragioni di quel terribile ritorno, ove mai egli avrebbe potuto in tal modo considerarlo, quanto, piuttosto, nella volontà di comprendere l’essenza dell’oscuro, negromantico potere imposto sull’intera valle, tale da interrompere un momento tanto sacro per lui, tanto importante e doloroso per il suo cuore, qual solo sarebbe potuto essere quello proprio dell’estremo saluto a colei che aveva giurato di servire fino al proprio ultimo alito di vita e che, purtroppo, non era riuscito a proteggere, non era riuscito a difendere quando più ella aveva, evidentemente, avuto necessità di essere difesa, protetta.
Una domanda, quella da lui proposta in un tono tale da risultare effettivamente prossimo a quello di un’orazione, in conseguenza alla quale, però, il giovane scudiero era consapevole non avrebbe potuto mai attendersi una qualche speranza di risposta, di spiegazione, là dove raramente l’orrore di simili accadimenti avrebbe potuto concedere ai protagonisti, o spettatori, dei medesimi, una qualche pur didascalica giustificazione, nonostante in molti, nel rievocare a posteriori quegli stessi momenti in una qualche cronaca, in una qualche ballata, non avrebbero mancato di impegnarsi al solo fine di produrne addirittura numerose, tutte fra loro diverse e tutte equamente accettabili.

venerdì 22 gennaio 2010

742


C
ertamente, in simile frangente, in tale pericoloso contesto, alcuna infamia e alcuna lode avrebbero potuto essere riservate a quell’ampia maggioranza di presenti, eterogenea fra signori di Kriarya e semplici spettatori, che, al contrario di lord Brote, preferirono allora immediatamente votarsi a un’incontrollata fuga, a una precipitosa e disordinata ritirata, nello sperare di riuscire a salvare le proprie vite, a riservarsi un’occasione di domani, in virtù della propria velocità, della propria rapidità di movimento. Una speranza, la loro, che sarebbe dovuta essere considerata, in effetti, tutt’altro che vana, tutt’altro che priva di raziocinio, là dove mai la velocità di un simile genere di non morto sarebbe potuta essere posta in paragone con quella di un normale umano, anche non allenato, privo di una particolare predisposizione atletica, per quanto essi non avrebbero potuto esserne consapevoli, in assenza di un precedente rapporto diretto con degli zombie, esperienza della quale, invece, avrebbe potuto farsi vanto la stessa Carsa, nell’averli già contrastati proprio al fianco di Midda durante la loro unica, grande missione quali compagne di ventura.

« Invero avrei preferito non dover tornare ad affrontare questo genere di situazioni. » commentò la giovane mercenaria, nel recuperare, nel mentre di quelle parole, la sua arma prediletta, prima legata dietro la propria schiena, una pesante ascia da battaglia a doppia lama, che in molti, non conoscendola, avrebbero ritenuto essere totalmente inadatta ad una figura fragile qual ella appariva « L’ultima volta questi figli d’un cane mi hanno lasciato dei pessimi graffi sulla pelle, che, solo in grazia agli dei, sono riusciti a non lasciarmi segnata a vita. »

Qual conseguenza a quella fuga di massa, al terrore sì imperante sul gran parte della folla lì raduta per quella celebrazione, ammirabile sarebbe dovuta essere considerata la reazione contrapposta propria dell’ex-mecenate della Figlia di Marr’Mahew o della ex-compagna, amica e nemica, della medesima, una risposta tanto pronta, e assolutamente non scontata, in contrasto a quella situazione di crisi, a quel frangente di pericolo, che si pose solamente accentuata nel proprio valore, nella propria efficacia, proprio in considerazione di quell’isteria collettiva. Una scelta che, fortunatamente, non sarebbe dovuta essere considerata un’assoluta esclusiva di quella coppia di guerriero, per quanto riservata comunque a pochi, tale da permettere di ritrovare, su quell’improvvisato campo di battaglia, altre figure di indomiti, di coraggiosi, che alla ritirata non mancarono di preferire, allora, la via della lotta, allo scopo di difendere le proprie posizioni, nell’imporsi il fine ultimo di riuscire ad arginare quell’insurrezione, quella rivolta ancora contenuta, ove solo nei termini di una dozzina, in fondo, avrebbero dovuto essere conteggiate le salme non ancora cremate, prima che essa potesse aver occasione, al contrario, di espandersi, di ampliare le proprie fila e, in ciò, forse persino di poter arrivare a minacciare la stessa capitale e i suoi abitanti.
E se, quest’ultima prospettiva, forse non completamente a torto, avrebbe potuto essere allora giudicata da parte di molti, gli stessi che, del resto, preferirono allora la ritirata, quale eccessivamente pessimistica, quasi catastrofica nelle proprie implicazioni, da parte di altri, coloro formati, nel proprio passato, nella propria vita da esperienze di guerra, segnati indelebilmente dal marchi proprio dei veterani, così come lo stesso Brote, o il suo antagonista Bugeor, non sarebbe potuta invece essere assolutamente accettata, tollerata, nel ritrovarsi ad essere perfettamente consapevoli di quanto errato, in quel momento, sarebbe potuto essere posticipare un incontro qual quello ad un futuro, prossimo o remoto, rinunciando in ciò alla posizione di vantaggio di cui avrebbero potuto comunque farsi forza nel contesto attuale.

« Tutto questo sa di blasfemia… » osservò, quasi strozzato nelle proprie emozioni, nei propri sentimenti, Be’Sihl, non ritiratosi da quell’inatteso fronte di battaglia, nonostante non si sarebbe potuto dichiarare propriamente confidente con simile genere di avventure.
« Non ho dubbi che, in effetti, lo sia. » confermò la giovane donna a suo fianco, fraintendendo, in verità, le ragioni alla base di quel commento, nel gettare poi, per un istante, lo sguardo nella direzione dell’uomo, incerta fra domandargli di retrocedere o, altresì, accettarne la presenza in un contesto tanto pericoloso.
« Neppure nei miei incubi peggiori avrei mai potuto immaginare un simile scenario. » sussurrò egli, con tono grave, storcendo le labbra verso il basso e stringendo fra le mani, quasi fosse una sorta di talismano, una spada praticamente mai adoperata prima di quel giorno, dono a lui offerto proprio dalla stessa Midda, al termine di uno dei suoi tanti viaggi, di una delle sue numerose missioni « Come è possibile che gli dei possano volersi accanire così tanto contro di lei? Come è possibile?! » incalzò, nel voler concedere chiarezza attorno alle ragioni di tanta agitazione propria del suo cuore, del suo animo.

Ben lontano dall’esser rimasto turbato dall’immagine di quella pur inattesa, e inattendibile, rianimazione di cadaveri, prossimi alla pira funebre, egli avrebbe dovuto esser in verità considerato piuttosto tale in conseguenza della sovrastante presenza, a sua volta nelle vesti di zombie, proprio di colei che tanto aveva amato e, per la quale, ora avrebbe sol desiderato un’occasione di riposo, di pace, e non di certo l’orrore di quella negromantica condanna. Un fato tanto crudele, quello proprio della non morte, da non poter essere augurato neppure al peggiore dei propri avversari, al più odiato fra i propri nemici e, in conseguenza, da non poter essere assolutamente accettato per una figura amica, addirittura amata, qual quella di Midda Bontor.

« Non preoccupiamoci della volontà degli dei… ma di quanto è in nostro potere fare per contrastarla. » suggerì, in sua risposta, Carsa, quasi citando in questo una filosofia, un principio proprio della stessa compagna perduta « Le fiamme del Gorleheim potranno restituirle la libertà così negatale, il riposo ora sottrattole. » indicò, con forza nella voce trasparente di un’assoluta fermezza interiore, dominante in lei, nel profondo del suo essere in quel momento.

Parole forse retoriche, quelle che ella volle offrirgli, riconoscergli in tal osceno contesto, che certamente di un obiettivo ovvio avevano fatto il proprio intrinseco significato, ma che, probabilmente, sarebbero potute essere le sole apprezzate nel cuore, nell’animo del locandiere, altrimenti troppo sconvolto per l’orrore dell’immagine sulla sua mente imposta da quella regina oscura, così macabramente eretta, fiera all’estremità più alta della scalinata innanzi a loro, in negazione a tutto ciò che, in vita, era mai stata la Figlia di Marr’Mahew.

« Quasi non riesco a credere di che quella cagna tranitha, dopo averci tanto a lungo separato in vita, ci stia ora unendo in morte… » commentò lord Bugeor, sprezzante nel rivolgersi al proprio rivale, nello schierarsi accanto a lui impugnando saldamente fra le proprie mani una pesante mazza chiodata, forse un’arma primitiva nel proprio aspetto, ma nel confronto con la quale ogni lama avrebbe probabilmente ceduto, si sarebbe dovuta arrendere priva di possibilità di contrasto ad essa « Tutto ciò ha un che di poetico, Brote. Non trovi? »
« Preferisco riservarmi il diritto di risponderti fra poco, dopo che avremo riconsegnato alla quiete della morte ciò che qualche negromantica follia ha tentato di negare. » replicò il mecenate, non gradendo assolutamente l’insulto rivolto verso la propria ex-mercenaria, e pur, in quel frangente di battaglia, ritrovandosi costretto a offrire il proprio miglior viso a un pessimo giuoco « Per intanto, guardati le spalle, vecchio mio, dal momento in cui oggi sarebbe veramente un pessimo giorno per sperare di ascendere in gloria agli dei. »

Un consiglio, quello che l’uomo espresse verso il proprio compagno di ventura così impostogli dal fato, assolutamente legittimo, per quanto non disinteressato, là dove la dozzina di cadaveri i quali, pochi istanti prima, avrebbero potuto essere censiti nel ruolo di propri avversari, ora si sarebbero già dovuti considerare nettamente incrementati, addirittura triplicati, nella morte imposta ai loro portantini, ai malcapitati che, per primi, si erano ritrovati ad essere vittime di quella violenza, di quell’insano destino di morte immediatamente, loro malgrado, commutato in non morte, qual conseguenza del potere oscuro, malvagio, apparentemente scatenatosi sull’intera valle.
Lo stesso sciagurato fato a cui, purtroppo, tutti loro, coraggiosi o stolti che allora avrebbero potuto essere giudicati, si sarebbero probabilmente votati se solo fossero caduti nel corso di quella battaglia, non ancora iniziata, non ancora effettivamente esplosa, e pur già capace di imporre l’ombra di una terribile promessa di rovina, di distruzione, di morte.

giovedì 21 gennaio 2010

741


P
er quanto da sempre fossero e, probabilmente, per sempre sarebbero rimasti, discriminati se non, addirittura, compatiti per la natura stessa della propria attività, coloro preposti al mantenimento della valle del Gorleheim, alla gestione dei morti lì inviati, alla cura della pira funebre perennemente ardente al suo interno, difficilmente si sarebbero potuti riservare occasione di insoddisfazione in merito alla propria occupazione, a riguardo della propria tanto osteggiata professione.
Non solo utili, ma addirittura indispensabili per permettere alla città del peccato di poter proseguire la propria quotidianità, la propria serena vita a base di furiosi scontri, clamorosi furti ed efferati omicidi senza doversi preoccupare di eliminare personalmente i cadaveri che immancabilmente, giorno dopo giorno, si sarebbero accumulati in quelle vie, entro quelle mura, quegli uomini e le loro famiglie si ponevano, proprio in conseguenza dello svolgimento del proprio mestiere, quali ampiamente ricompensati da parte della stessa capitale, a un livello tale da potersi permettere, in effetti, un tenore di vita, una ricchezza, quasi, pur incredibilmente superiore a quella a cui mai avrebbero, altrimenti, potuto spingere le proprie ambizioni, i propri desideri. A tutto questo, a simile benessere che già avrebbe potuto, per loro, ampiamente giustificare un interesse a non abbandonare simile attività, tale impiego, inoltre, avrebbe dovuto essere sommato un valore aggiunto pur tutt’altro che ovvio, tutt’altro che banale, tale da incentivare, ulteriormente, il loro favore in tal senso, rappresentato da una banale e pur inconfutabile verità: i morti, per quanto disprezzati, per quanto temuti in virtù del monito che pur avrebbero sempre espresso con le proprie presenze, a ricordare l’effimera essenza propria della vita, mai avrebbero potuto imputar loro un qualche rischio, violenza, danno, a differenza di quanto, al contrario, avrebbero potuto certamente compiere dei viventi, soprattutto, anche se non esclusivamente, in una capitale quale Kriarya.
Proprio quest’ultimo assioma, nel merito della mansuetudine caratterizzante i morti, in verità, non avrebbe potuto essere considerato, nella propria formulazione, tanto assoluto, inviolabile, qual probabilmente chiunque avrebbe preferito potesse essere, così come, in fondo, avrebbe pur chiaramente, ineluttabilmente dimostrato l’esigenza stessa di cremare i defunti piuttosto che, banalmente, seppellirli sotto terra, allo stesso modo in cui avrebbero operato nelle epoche passate i loro lontani antenati. Ciò nonostante, l’assoluta assenza di cronache di sorta relative a un qualche moto di rivolta da parte dei defunti che, ogni giorno, venivano inviati dall’urbe a quella valle, non avrebbe potuto giustificare possibili dubbi in tal senso, sospetti, incertezze, paure tali da interdire, coloro che di tal attività avevano fatto mestiere, nel proprio rapporto con i morti, considerati non diversamente da semplici rifiuti da smaltire.
Così, per lo meno, era da sempre stato fino a quel giorno, fino al momento in cui due malcapitati, apprestandosi a gettare fra le fiamme della pira i resti già carbonizzati, e in questo saldamente avvolti in un bianco lenzuolo ad evitarne una possibile dispersione, di colei conosciuta con il nome di Figlia di Marr’Mahew, non vennero arrestati, in tal atto, da un grido improvviso, un urlo inatteso che spinse la loro attenzione a volgersi verso la folla posta a distanza, sotto di loro, alla base dell’alta scalinata in marmo eretta in quella valle all’unico scopo di permettere loro di affidare, con maggiore comodità, le salme all’azione purificatrice del fuoco.

« Ma… cosa…?! » tentò di domandare uno dei due, posto sul fronte delle estremità inferiori del cadavere, nel desiderio di comprendere le ragioni proprie di quel grido, ammesso che, effettivamente, sarebbero potute essere identificate motivazioni di sorta alla base del medesimo ed esso non si sarebbe, poi, rivelato essere un semplice sfogo, una banale reazione di dolore, per quanto enfatica, allo spettacolo purtroppo in corso.

Nessuna occasione di risposta, però, gli fu allora concessa, gli venne riconosciuta da parte del fato, là dove, ancora una volta egli si ritrovò ad essere, suo malgrado, irrimediabilmente distratto, insieme al proprio compagno e a tutti gli altri, loro pari, intenti nel trasporto dei corpi verso la pira funebre. In questa occasione, però, non fu una voce, un urlo, a richiedere la loro attenzione, il loro interesse, quanto piuttosto un movimento, una reazione improvvisa provenire dall’unica fonte che mai avrebbe dovuto concedergliene: un’animazione che, nella loro specifica situazione, scosse vistosamente il fagotto, il quale entrambi stavano reggendo fra le proprie mani e che, se non fosse stato per colpa di quell’interruzione inattesa, già avrebbe raggiunto il proprio giusto fato nel Gorleheim, mentre in tutti gli altri casi vide, chiaramente e oscenamente, le salme di tutti i morti, ancora non condotti alle fiamme, ritrovare innaturale animazione, riconquistare una vitalità che non gli sarebbe più dovuta essere propria e, in questo, gettarsi contro i propri stessi portantini, invocandone le carni, bramandone il sangue con atroce e letale foga, con impeto famelico.

« Per gli dei… no… no… » gridò all’altro uomo, quello a cui erano state affidate il capo e le spalle della salma, lasciando subito andare la presa su quel corpo ormai non più morto, nel ritrovarsi vittima spaventata, terrorizzata nel profondo del proprio stesso animo da quell’eventualità purtroppo divenuta realtà.

Una risposta di terrore quella alla quale entrambi cedettero, certamente giustificabili nella propria umanità, che, però, in quel frangente, in quel pericoloso contesto, si dimostrò utile solo a negare loro la sufficiente prontezza di riflessi grazie a cui, a differenza del fato riservato a tutti i loro compagni, avrebbero forse potuto concedersi una qualche speranza di salvezza, una possibilità di sopravvivenza, nel disfarsi, con un gesto semplice, con un movimento naturale, di quel fagotto, prima che il corpo al suo interno potesse avere occasione di liberarsi e, in questo, di attaccarli: lasciandosi, purtroppo, sì dominare dalla paura, dall’atavico e pur naturale rifiuto verso l’orrore di quella non morte, una tremenda maledizione della quale a loro volta sarebbero forse potuti divenire vittime se fossero stati uccisi in quel momento, essi persero il controllo della situazione e, in questo, concessero ai resti carbonizzati della vittima dell’incendio nella locanda di Be’Sihl di liberarsi dalla propria prigione di stoffa. Così, sebbene ella si mostrò, ormai, più prossima ad uno scheletro nero che a una donna, più vicina a una sorta di mummia carbonizzata che alla figura fiera e sensuale a cui i ricordi di tutti i presenti avrebbero mai potuto far riferimento nel pensare al suo nome, colei che stava venendo celebrata qual protagonista indiscussa di quel giorno, ebbe allora modo di tornare a mostrare la propria immagine, il proprio profilo, per quanto ora più macabro, quasi nauseante, sotto la luce dei raggi del sole e sotto gli sguardi inorriditi di tutti i presenti.
E senza foga, senza agitazione, quanto piuttosto animata da un’inesorabile freddezza, qual solo avrebbe potuto caratterizzare chi non con l’effimera essenza di un’esistenza mortale avrebbe dovuto confrontarsi, quella creatura si avventò su coloro che pur avevano sperato di sfuggirle, e che, altresì, vennero, uno dopo l’altro, bloccati dalla sua placida violenza, dalla sua irrefrenabile azione.

« E’ follia! » esclamò Brote, quale personale risposta a simile spettacolo.

Una reazione, la sua, che, al contrario rispetto ai portantini ormai già uccisi, non offrì alcuno spazio all’ansia, al terrore pur naturale, proprio di un simile quadro, di una tale immagine, e che, anzi, lo vide dimostrare con prontezza, con decisione, tutto l’ardore della propria stessa natura, del quale il suo cuore avrebbe dovuto considerarsi ancora colmo e in nulla intaccato dagli ormai non pochi anni trascorsi lontano dai campi di battaglia, distante dal cuore del pericolo nel quale, al contrario, a lungo era stato pienamente immerso in giovinezza. Una riprova sottolineata in maniera energica, dalla sua stessa pesante spada, la quale con un gesto rapido venne estratta dal fodero, nel quale era stata accuratamente riposta quella mattina, e venne offerta alla luce del giorno, scintillante nella propria lama meravigliosa, praticamente perfetta nella foggia, nella forma, degna del più nobile fra i sovrani, per l’innegabile eleganza in essa espressa, e del più coraggioso fra i guerrieri, per l’intrinseca forza in essa imposta.

« Voi… proteggete la mia sposa a costo delle vostre stesse vite! » ordinò, subito dopo, nel rivolgersi agli uomini e alle donne della propria guardia personale « Tu… con me! » aggiunse, poi, inequivocabilmente verso il giovane Seem « E’ giunto il tempo di dimostrare quanta fiducia sarà per me giusto riservare verso le tue capacità nell’incarico che desidero affidarti… »