Midda's Chronicles - le Cronache

News & Comunicazioni

Tanti auguri, mamma!

Manco farlo apposta, la conclusione del racconto con RM 003 - Reimaging Midda: Il sapore familiare del veleno!, dopo ben settantuno episodi (il racconto più lungo di Midda, a oggi!), coincide con la festa della mamma.
Motivo per cui, festeggiando il traguardo di un altro racconto di Midda concluso (e di una Midda alternativa, come tutte quelle finora apparse in Reimaging Midda), non posso ovviare a fare gli auguri a una delle lettrici più affezionate di Midda, nonché alla co-autrice della stessa (quantomeno dal punto di vista grafico), con questo piccolo intervento.
Quindi: auguri mamma!
E grazie di tutto il sostegno in questi quasi dieci anni di pubblicazioni!

Da domani, inoltre, riprenderà la pubblicazione di RM 001 - Reimaging Midda: Un altro morde la polvere, iniziando con la riproposizione dei primi nove episodi precedentemente pubblicati a cavallo fra il dicembre 2015 e il gennaio 2016.
Nella speranza, in tutto ciò, di essere riuscito finalmente a rompere la maledizione che aveva afflitto questa serie fra il 2014 e lo scorso anno.

Grazie a tutti per l'affetto!

Sean, 14 maggio 2017

sabato 31 ottobre 2009

659


E
dove la tattica elaborata dalla mente della donna guerriero permise ai tre di offrir tenzone ai propri avversari, di contrastarli in maniera efficace, per quanto, forse, non pienamente efficiente, l’impegno che la medesima richiese loro non poté essere minimizzato, banalizzato, dal momento in cui, nonostante tutto, quel confronto non avrebbe potuto essere considerato quale semplice quotidianità neppure per loro.

Sicuramente, né la mercenaria, né i due fratelli suoi compagni di ventura in quella missione, avrebbero potuto essere ritenuti consueti guerrieri, normali combattenti, dove tutti loro avevano offerto, in passato, più volte riprova delle proprie capacità, della propria bravura e, probabilmente, proprio in virtù di tali capacità, di tale bravura essi, in quel particolare frangente, poterono trovare occasione di salvezza, riuscirono a ricavarsi una speranza di futuro. Se pur non contro lame, non contro picche, non contro scuri l’unica spada fra loro condivisa si imponeva con forza, con fragore, la mole ed il numero degli avversari schierati in loro contrasto non riuscivano a rendere tale confronto tanto equo, tanto banale, come altri avrebbero potuto considerare nell’osservarlo da una debita distanza di sicurezza, nell’assistere quali semplici spettatori, e non attori, a quella feroce e sanguinosa battaglia.
A chiunque fosse emerso dalla fenditura nel terreno in cui i tre avevano avuto occasione di trovare riparo, rifugio, evasione dalla violenza di quelle colossali blatte, infatti, sarebbe stata richiesta una concentrazione assoluta, un’attenzione totale al mondo a sé circostante, la quale, seppur non dissimile da quella che sarebbe stata pretesa al centro di un campo di battaglia in una più consueta guerra, non avrebbe potuto trovare alcun confronto, alcun paragone, nella totale iniquità fra le forze lì schierate, nella completa solitudine di colui che in tal modo si sarebbe esposto agli attacchi avversari, e, soprattutto, nel vincolante limite rappresentato dal mantenimento di quell’unica posizione, di quella sola locazione utile a ritornare al sicuro, al riparo, nel momento in cui fosse stato ritenuto opportuno. Sebbene indubbiamente abili nell’uso della spada bastarda loro concessa, alcuno fra i tre avrebbe potuto reputarsi entusiasta dell’idea di un combattimento tanto vincolato, un’area d’azione tanto limitata, ove ciò si sarebbe potuto considerare non diversamente da un confronto svolto in catene, se non addirittura anche peggiore. Dei fermi metallici, proprio in quanto pesanti ed oppressivi, sarebbero probabilmente stati una presenza utile a considerare quella loro immobilità quale inevitabile, ineluttabile e, in questo, a dar loro ragione per mantenersi tanto statici: nella loro assenza, al contrario, difficile, frustrante, risultava per tutti loro dover limitare in maniera autonoma i propri movimenti, le proprie azioni, rinunciando, in tal modo, ad un fattore tutt’altro che ininfluente nello svolgimento di una battaglia quale quella, dopotutto, era.
Per quanto sì vessati dal fato che in quel contesto lì aveva posti, li aveva costretti, essi ebbero comunque occasione di dimostrare ancora una volta il proprio valore, la propria virtù guerriera, non solo sopravvivendo alla pur difficile sfida, ma anche accumulando, in ciò, attorno a loro e a quella loro fortezza con tanta decisione presidiata, una lunga serie di corpi privati di ogni futuro, spesso ancora in innaturale movimento, in spasmodica ricerca di una possibilità di avversione nei loro riguardi, e pur ormai resi tutti inoffensivi, nella condanna a morte imposta su di loro, nella loro distruzione.
Tutto questo perdurò almeno fino a quando, in probabile e tardiva risposta ad un qualche istinto di sopravvivenza, i mostruosi scarafaggi che avevano dichiarato loro guerra, non decisero finalmente di ritrarsi, di abbandonare una sfida forse già perduta in partenza, nel corso della quale troppo loro simili erano stati sconfitti.

« Stanno fuggendo! » esclamò Howe, con naturale e legittimo entusiasmo, ritrovatosi ad essere, dopo diversi turni fra lui, il fratello e la compagna, in superficie in occasione di tale svolta, imprevista, inattesa, forse addirittura non sperata « Abbiamo vinto! »

Nel compimento di tale ritirata, i caduti non vennero però dimenticati sul campo di battaglia, non vennero lì abbandonati, esposti alle intemperie del tempo, nonché alla possibile bramosia di altri predatori o necrofagi, quanto piuttosto sollevati di peso dai propri stessi compagni, per essere ricondotti al luogo dal quale erano sorti in occasione del primo attacco.

« E’ incredibile… » osservò Be’Wahr, gettando a sua volta il proprio sguardo al di fuori della loro fortezza naturale, per constatare personalmente la situazione, per verificare se, realmente, il pericolo imposto su di loro fosse venuto meno, e notando, in questo, il rispetto, la premura dimostrata dal gruppo di superstiti nei confronti delle loro stesse perdite « Si stanno preoccupando per i loro morti. »
« O, forse, stanno semplicemente offrendo attenzione ad evitare che la loro cena non possa essere da noi sottratta. » commentò Midda, facendo anch’ella capolino dall’anfratto, per poter meglio osservare il turbinio degli eventi « Nulla vieta, infatti, che queste creature pratichino una forma di cannibalismo. »
« Per Lohr… se così fosse, sarebbe disgustoso! » replicò il biondo, a tale suggerimento « Sinceramente preferirei la prima versione! »

La particolare conformazione di quell’area, nella totale assenza di fauna o flora, nella completa mancanza di risorse vegetali o animali, in verità, avrebbe offerto maggiore credibilità alla supposizione avanzata dalla Figlia di Marr’Mahew ancor prima che all’ipotesi di un qualche culto dei morti presso quei mostri, simili insetti giganti, in una realtà, del resto, molto più diffusa di quanto non sarebbe potuta essere accettabile, per quanto nella volontà comune di restare all’oscuro di simili contesti, di permanere in una protettiva ignoranza nel confronto con tali realtà. Fortunatamente per Be’Wahr, comunque, il destino dei loro avversari abbattuti non sarebbe di certo stato loro confermato o negato e, in questo, egli avrebbe potuto ritenere quanto gli avrebbe fatto più piacere pensare, quanto gli sarebbe stato più facile accettare, senza alcun rischio di essere contraddetto dall’evidenza dei fatti.

« Allucinante… non ne è rimasta la benché minima traccia. » sottolineò Howe, al termine di quella ritirata, della fuga dei loro nemici « Se non fossimo stati qui, fino ad un istante fa, a combattere per le nostre stesse vite, oserei supporre la possibilità di un’altra allucinazione, come già quella dei serpenti… »
« In effetti... » concordò, in questa occasione, la donna guerriero, fuoriuscendo completamente dal pertugio per essere, finalmente, libera di rilassare le proprie membra, di tendere i propri muscoli « Peccato che, in questa occasione, le ferite non manchino a testimonianza di quanto reale sia stato il lungo scontro con le blatte. »

Tutti e tre, del resto, non avevano potuto ovviare ad una varietà estremamente assortita di ferite, fortunatamente nessuna delle quali grave, accumulate sulla propria pelle in conseguenza dello scontro con quelle creature, dei loro attacchi, della loro violenza. E, ancor più delle ferite, sarebbero dovuti essere considerati i lividi quali reali dominatori sui loro corpi, dove, per quanto privi di armi, i numerosi arti degli scarafaggi erano riusciti ad infliggere in loro contrasto colpi estremamente violenti, tali per cui entro poche ore grosse macchie nere non avrebbero mancato di ornare, in più punti, la loro pelle.

« Thyres… » proseguì poi, sempre la mercenaria, prestando attenzione al proprio corpo, ai propri capelli, ai propri abiti « Fra i resti dello scultone e tutta lo schifo conseguente a queste blatte, probabilmente anche se girassi nuda per una città di soli uomini, nessuno oserebbe avvicinarsi a me. »
« Che esagerata. » replicò lo shar’tiagho, storcendo le labbra di fronte a simile giudizio privo di ogni indulgenza « Secondo me non sei ancora conciata così male. Ma se preferisci cercare riprova attraverso la sperimentazione pratica da te suggerita, non sentirti in imbarazzo ad iniziare anche subito… » sorrise, con aria sorniona e maliziosa all’idea di un ipotetica, ma improbabile, esibizione della donna in tal senso.
Ma ella, aggrottando la fronte, propose al compagno un pessimo sguardo, che definì immediatamente l’assoluta certezza di come quel suo sogno sarebbe dovuto restare tale: « Era un modo come un altro per lamentarmi della necessità di un bagno molto lungo e molto caldo… » esplicitò, subito dopo, tendendo la mano per riappropriarsi della propria arma, ancora fra le mani dell’interlocutore « … quindi vediamo di sbrigarci, così da poter concludere questo incarico quanto prima e fare ritorno ad ambienti più civilizzati. »

venerdì 30 ottobre 2009

658


« A
hh… sì, certo! » sorrise Howe, nel fingersi a sua volta appagato da quanto appena espresso con tanto trasporto dalla compagna, in parole sì esultanti e, pur, letali nei propri impliciti « Come abbiamo fatto a non pensarci prima? Mi pare una soluzione veramente scontata. » insistette, quasi a lode di quell’idea, salvo poi commentare, con evidente sarcasmo « Sai… forse prima avevi ragione nel rimproverarci di eccessiva fiducia nelle tue capacità analitiche. »
« Accidenti come stai invecchiando rapidamente, amico mio… » commentò ella, aggrottando la fronte nel mostrarsi stupita verso di lui e tale ritrosia all’azione.
« In verità, quello che non mi dispiacerebbe poter fare è proprio invecchiare. » puntualizzò l’interlocutore principale in quel dialogo, ragione per la quasi tutto stava venendo compromesso o spinto « Proposito che entrerebbe in leggero contrasto con la proposta che hai appena formulato. », storcendo le labbra, qual principale risposta verso la disapprovazione di Midda nei confronti della propria audacia.
« Tu dici?! » domandò, retoricamente, la donna.

Nel mentre di quelle due semplici parole, di quella richiesta fine a se stessa ancor prima che invocandone una qualsiasi risposta, quasi stanca della condizione in cui si era così volontariamente gettata, ella si slanciò, d’improvviso, al di fuori della sola barriera riconosciutale a protezione dell’azione dai propri avversari giganti. E, così facendo, nel voler dar prova esplicita, indiscutibile, del proprio piano, ella lasciò saettare ripetutamente la propria lama nel confronto, nel contrasto, con i nemici che, immediatamente, non mancarono di raggiungerla, non si ritrassero dall’occasione di completare quanto loro imposto dal proprio istinto e, forse, anche dalla volontà, la cui presenza sarebbe stata impossibile da confermare, di vendicarsi per la sorte spettata ai loro stessi compagni, ai tre che, in anticipo, avevano tentato di opporsi al gruppetto di invasori.

« E’ follia! » esclamò la voce dello shar’tiagho, raggiungendola nonostante la distanza così imposta fra loro, dove ovviamente il suo sguardo, al pari di quello del fratello, non avrebbero potuto mancare di essere completamente a lei rivolti, assorti nella contemplazione dell’azione di colei che era stata associata, non a caso, alla figura di una dea della guerra, nel ruolo di figlia prediletta.

Che fosse pazzia, quanto piuttosto genio, ciò che solo ebbe ragione di esser considerato, di esser apprezzato, fu proprio l’indole guerriera della stessa donna, il suo animo saldo, la sua mente lucida, il suo cuore impavido e la sua mano ferma nel proprosi in contrasto a quell’orrore incredibile e mortale, all’oscenità rappresentata dai suoi avversari. Restando stabile sopra ai propri compagni, in immediata connessione con la sola possibilità di riparo, di salvezza, potenzialmente offertale, Midda mosse senza tregua, senza la pur minima dimostrazione di incertezza, la propria lama, saturando l’aria con lunghe scie azzurre, quasi simili, in tal tonalità, nonché nel messaggio di morte da esse stesse rappresentato, agli occhi di ghiaccio della stessa Figlia di Marr’Mahew, in una gelida risonanza dal sapore mistico, arcano, quasi rappresentativo di un potere superiore alle capacità proprie di una comune mortale, per quanto ella, comunque, nulla fosse di più di quanto, altresì, non apparisse. Sotto l’azione dell’incredibile saetta rappresentata dallo stesso braccio mancino della mercenaria, tanto esperto, tanto confidente nel gestire l’arma dalla medesima mano impugnata, diversi furono i nemici seriamente feriti, compromessi nella propria possibilità di sopravvivenza, a volte in conseguenza di un gesto singolo e perfettamente riuscito nel proprio intento, altre in immancabile, fallibile e pur umana necessità di insistere più e più volte prima di raggiungere il risultato voluto, prima di segnare un punto tanto netto in favore dell’unica umana presenza in quello scontro epico.

« Dobbiamo aiutarla… » propose, allora, il biondo, temendo per la compagna, per le possibilità di vittoria che, comunque, le sarebbero potute essere oggettivamente riservate in un confronto tanto arduo, sola contro un intero sciame di quelle immonde creature « Se non ne seguiam… »
Ma prima che quella frase potesse trovare conclusione, fu la stessa mercenaria a riservarsi opportunità di parola, prendere nuovamente l’iniziativa e, in ciò, ad imporsi, senza malizia, sopra ai propri compagni: « Fermi! Questo è il mio turno… » negò loro, con tono privo di possibilità di repliche « Se è proprio vostro desiderio impegnarvi in qualcosa, provate a tenere il conto di quanti né sto riuscendo ad abbattere… così per vedere se, poi, anche voi sarete in grado di fare altrettanto o meglio. » li sfidò, allora, con fine esplicitamente ludico.

Un proposito tutt’altro che futile, in effetti, quello così giocosamente proposto dove, in verità, espressione piena del piano da lei stessa ideato, forse senza particolare eleganza, forse senza l’occasione del ricorso a particolari stratagemmi, trucchi o quant’altro, e pur una tattica che in molti avrebbero giudicato quale indubbiamente valida, appropriata sotto un profilo bellico. Così, come, nel corso di un assedio, arroccarsi all’interno delle proprie difese non avrebbe mai concesso ad una schiera alcuna garanzia di sopravvivenza se non in stretta conseguenza delle difficoltà proprie nell’avversario a mantenere il proprio attacco, il proprio controllo sull’area, allo stesso modo se essi avessero deciso di restare indolenti ad attendere l’occasione concessa da un improbabile ritiro di quegli scarafaggi, di quegli insetti, si sarebbero condannati a morte sicura, così come da tutti e tre assolutamente noto, consapevole, conscio. Più che nella difesa, pertanto, sarebbe stato utile impegnarsi nell’offesa, tanto in una situazione di quel genere quanto in quella di un più tradizionale assedio, cercando di sfiancare i propri nemici fosse anche in conseguenza di brevi incursioni, rapidi attacchi forse lontani dal concedere loro una vittoria, l’imposizione di un dominio sulla situazione, e pur necessari a falciare le fila nemiche, fosse anche solo in una qualche minimale proporzione. Così, secondo quanto suggerito dalla mercenaria e da lei stessa già attuato, la strategia nella quale avrebbe avuto maggiore senso impegnarsi in quel frangente, sarebbe stata quella che li avrebbe visti dedicarsi, a turno, nel contrasto con quei mostri, sfruttando ovviamente la sola risorsa utile per tal scopo a loro disposizione, la spada forgiata dall’opera di un fabbro figlio del mare.

« D’accordo… forse non sei completamente folle. » riconobbe persino lo shar’tiagho, nell’intuire il proposito alla base delle azioni della compagna, non condividendone completamente l’entusiasmo e pur non disapprovandone le potenzialità proprie.
« Ti ringrazio per questo tuo magnanimo plauso. » rispose, non senza ironia, la donna guerriero, continuando con fervente energia nella propria opera, non concedendo, ovviamente, a quel dialogo di distrarla, di farle commettere imprudenze nel contrasto ai nemici stretti attorno a sé, in grado di ucciderla troppo facilmente alla pur minima esitazione da parte sua « Sto correndo il sincero rischio di commuovermi per tanto compiacimento… »
« Sai bene come, in fondo, non sia poi cattivo come mi impegno ad apparire. » osservò, in replica, Howe, sorridendo divertito per quel dialogo « Del resto, qualcuno deve pur assolvere l’ingrato compito di voce contraria, o non metteremmo mai in discussione le nostre stesse scelte. »
« Quando desideri, non porti remore a ridiscendere. » intervenne, altresì, la voce del biondo, attento all’argomento di primaria importanza in quel particolare contesto « Prenderò io il tuo posto… »

Non appena Midda comprese di aver necessità di riposo, non appena le blatte iniziarono ad avvicinarsi, con i propri attacchi, in maniera eccessiva alle sue generose e femminili curve, donandole riprova di tal bisogno, ella non venne meno all’invito così presentatole, lasciandosi nuovamente scivolare all’interno del pertugio dal quale era fuoriuscita, là dove ancora l’attendevano i suoi compagni, pronti ad accoglierla, ad aiutarla in quel ritorno al sicuro, lontana dalla battaglia. E, in ciò, subito la spada passò dalle mani della donna a quelle di Be’Wahr, proclamatosi di propria spontanea iniziativa suo immediato successore in quel confronto, desideroso di riprendere a offrire i propri fendenti in contrasto a quelle creature innaturali ancor prima che sovrannaturali, per proseguire nel cammino tanto chiaramente tracciato e collaborare, in ciò, al momento in cui, presto o tardi, avrebbero potuto tutti quanti lasciare quell’anfratto, per proseguire nel proprio cammino, nel proprio percorso verso la nera piramide.

giovedì 29 ottobre 2009

657


D
ifficilmente la soddisfazione si sarebbe potuta considerare solita porsi qual caratteristica fondamentale dell’umana natura: uno stato di appagamento, di piena felicità per quanto compiuto, avrebbe probabilmente sempre finito per scontrarsi con il pensiero di ciò che si sarebbe potuto ottenere, di quanto si sarebbe potuto raggiungere in alternativa, spingendo in ciò, tanto il singolo, quanto la massa, a un immancabile, ineluttabile forse, stato di malcontento, se non addirittura frustrazione. Delusione, a tal riguardo, sarebbe forse potuto essere considerato da parte dei tre mercenari, quale il termine più appropriato, più corretto, con il quale poter descrivere il proprio stato d’animo una volta raggiunta la fessura tanto desiderata, tanto bramata, qual possibile via di fuga dall’attacco delle blatte giganti. Sebbene, infatti e fortunatamente, nessuno dei loro avversari fosse riuscito a seguirli, a discendere a propria volta all’interno di quel pertugio, troppo sottile, troppo ristretto anche per le loro capacità di insetti nel confronto con quell’intrinseco gigantismo, Midda, Howe e Be’Wahr si ritrovarono, effettivamente, qual comunque costretti con le spalle al muro, in una trappola priva di possibilità di uscita. Quella fenditura, infatti, iniziava e finiva in pochi piedi di spazio, concedendo loro sì un rifugio dai propri avversari ma non, certamente, un’occasione per aggirarli, per proseguire oltre o per, eventualmente, tornare sui propri passi. In simile situazione, così, lo scontro da loro non desiderato, la battaglia da loro rifiutata in quell’evasione, sarebbe solo stata rimandata, a meno di non arrendersi e lasciarsi morire entro quel limitare, di fame e di sete, attendendo una lenta e, pur, immancabile fine.
E così, dove anche qualche istante fu da loro stessi richiesto, implicitamente, per riprendersi da quanto appena compiuto, da quell’inatteso ed improvviso combattimento che li aveva ritrovati tutti in pessime condizioni nei confronti con gli avversari, ben presto tale particolare situazione non avrebbe potuto mancare di pesare sui loro animi, sui loro cuori, portandoli ad affrontare esplicitamente l’argomento.

« Probabilmente la domanda che ora porrò è quanto di più banale potrei mai dire… così come, probabilmente, nessuno fra noi vorrebbe essere costretto ad ascoltarla in questo momento… » esordì Be’Wahr, facendosi carico della responsabilità di rompere il breve frangente di silenzio, di quiete, nel quale si erano segregati « Ma… che facciamo ora?! »
« Midda? » intervenne allora Howe, a completamento della questione, nel rivoltarla in maniera diretta verso la compagna, alla quale non mancò, in ciò, di restituire l’arma di cui era proprietaria per pieno ed incontestabile diritto.
« Ehm… credo che mi sia sfuggito qualche dettaglio. » rispose ella, aggrottando la fronte alla richiesta così formulata verso di sé, nell’accettare, comunque, la propria arma, non negandosi una decisa soddisfazione nel ritrovare il contatto con essa, nel tornare a stringerla a sé « Tipo quello che mi dovrebbe aver vista eletta a coscienza collettiva del nostro piccolo, e pur variegato, gruppo… »
« Non farti pregare. » insistette lo shar’tiagho, inarcando un sopracciglio nello squadrarla « Fino ad oggi, Be’Wahr ed io siamo stati, oggettivamente, le braccia… mentre tu o, tutt’al più, Carsa, siete stati le vere menti dietro ad ogni nostra operazione… »
« Concordo totalmente. » approvò il biondo, senza il minimo imbarazzo nell’offrire una tale dichiarazione, per quanto eccessivamente ricca di impliciti « E, poi, tua è la maggiore esperienza in queste situazioni… quindi… »
« Sì, d’accordo. » storse le labbra la donna guerriero, osservandoli entrambi « Ciò non toglie, comunque, come non sia salutare per alcuno fra i presenti una fiducia sì totale ed indiscriminata nei miei confronti. Vi ricordo che anche io ho preso notevoli cantonate, soprattutto negli ultimi tempi: o, forse, vi siete già scordati del piccolo incidente con il sangue della chimera? »
« Non credo che questo possa considerarsi il momento migliore per tergiversare… al di là di ogni possibile considerazione sull’assoluta correttezza delle tue decisioni. » insistette Howe, scuotendo il capo « Come hai giustamente ricordato: abbiamo una missione da compiere… e, per questo, dobbiamo proseguire, dobbiamo avanzare, senza ulteriori esitazioni, senza incertezze di sorta. »
« E se anche lui è arrivato a capirlo… » osservò Be’Wahr, sorridendo sornione.
« Ehy… non rubarmi le battute! » protestò il fratello, non gradendo quell’inversione di ruoli, rimproverandosi di averla permessa là dove avrebbe dovuto essere lui a riservarsi l’opportunità di procedere in tal senso.
« Se tu me le servi tanto generosamente, non puoi poi lamentarti! » ridacchiò l’altro, sinceramente sorpreso e, pur, contento di aver condotto tale azione verbale a termine, con successo, nei confronti del primo, quasi a compenso di una delle pur molteplici occasioni in cui simile pur scherzoso attacco era stato rivolto in suo stesso contrasto.
« Se insisti, posso anche arrivare ad offrirti una coppia di sganassoni che ti facciano passare ogni desiderio in tal senso. »
« Non ne avresti il coraggio… » negò il biondo, scuotendo il capo.
« Ringrazia che ci sia Midda fra noi, così che non ti possa dimostrare quanto in realtà tu non ti stia sbagliando. » replicò lo shar’tiagho, cercando di celare il proprio sincero divertimento in quel battibecco, pur utile a distrarre l’attenzione, ad allentare la tensione e, forse, a concedere alla compagna una possibilità di riflettere nel merito di un qualche piano atto a garantire la loro evasione da una situazione tanto spiacevole.

E, in effetti, dove a sua volta decisa, ovviamente, a non permanere a tempo indeterminato in quella spiacevole e scomoda prigione, nonostante ogni protesta precedente, la Figlia di Marr’Mahew non aveva mancato di approfittare di quel momento di intervallo, di quell’occasione di pausa, per lasciar la sua mente libera di vagare, libera di dedicarsi all’analisi della particolare questione della quale tutti loro si erano ritrovati a essere in trappola. Indubbiamente confidente con tali contesti più di quanto non avrebbero oggettivamente potuto essere i due fratelli, entrambi del resto più giovani ed inesperti rispetto a lei, si poneva in una posizione di innegabile vantaggio nel riuscire a cogliere possibili particolari, ipotetiche sfumature che, ad altri, sarebbero potute sfuggire, non sarebbero state evidenti, e pur tali da poter garantire loro la sopravvivenza, se non addirittura la vittoria nel contesto della riuscita della loro missione.

« Prima che qualcuno possa proporlo… » prese parola, qual completamente indifferente ai discorsi condotti dai due compagni, al battibecco da loro orchestrato nel contempo delle sue prime riflessioni « … questa volta eviterei di ricorrere ad una soluzione incendiaria. Sebbene non vi siano più biblioteche di importanza incommensurabile da poter distruggere, per delle creature capaci di sopravvivere in una terra qual questa, probabilmente, il fuoco non rappresenterebbe una ragione di preoccupazione, un motivo di panico. »
« Fuoco… cattivo. » riassunse Howe, annuendo a quelle parole, seri in tal considerazione al di là del ricorso ad un tono praticamente infantile.
« Ove possibile, eviterei anche il ricorso ad un contrasto diretto, ad uno scontro su campo aperto: la loro superiorità numerica, unita alla difficoltà nell’imporre loro la giusta morte, potrebbe rappresentare per noi un fattore di sicura sconfitta… con quanto ne seguirebbe. » proseguì allora, probabilmente desiderosa, in simili parole, di coinvolgere anche i due compagni in simili discorsi, in tali particolari decisionali, dove, in fondo, anche le loro vite sarebbero state a rischio non diversamente dalla sua.
« Quindi non possiamo scacciarli con il fuoco… e pur non possiamo neanche uscire esternamente per affrontarli a tenzone diretto, su campo aperto. » commentò il Be’Wahr, poco convinto da tali considerazioni « Precludendo la possibilità di allontanarli… e quella di affrontarli… quali alternative ci potrebbero essere? »
« Non dimenticarti l’eventualità di permanere entro questa fessura ancora a lungo. » insistette lo shar’tiagho, desideroso di non lasciare trascurato tale particolare assolutamente rilevante nella loro particolare posizione.
« Beh… direi che la soluzione è quasi più ovvia di quanto non possa altrimenti apparire. » sorrise la mercenaria, con compiacimento in conseguenza del raggiungimento di tale consapevolezza « Non ci resta altro da fare che abbatterli, almeno fino a quando resteranno troppo pochi per poter decidere di insistere in nostra opposizione… »

mercoledì 28 ottobre 2009

656


« C
he Lohr benedica sempre il tuo nome, amica mia! » augurò il biondo, non riservandosi ulteriori esitazioni, non concedendosi il benché minimo dubbio sulle potenzialità proprie di quel particolare metallo, prima di lasciarlo piombare, con foga, con decisione, sul corpo del proprio nemico, fino a quel momento risultato insensibile ad ogni offesa, ad ogni confronto aperto con il proprio acciaio.

Così, quella speciale lega, in sé proprietaria dell’energia dei mari, dell’impeto delle onde nelle quali, secondo la tradizione, sola avrebbe potuto essere temprata, fino ad assumere la propria caratteristica tonalità, non venne nuovamente meno al proprio compito, non mancò di donare, ancora una volta, il miracolo già prima concesso con tanta naturalezza alla stessa Figlia di Marr’Mahew. E nella propria solidità, nella propria indiscussa invincibilità, essa andò ad infrangere senza alcuna obiezione, senza alcuna incertezza, il guscio avversario, penetrando a fondo nelle sue carni, per donargli la morte tanto invocata, fino a quel momento, dallo stesso combattente bramato qual piatto fondamentale del gustoso banchetto lì allestito.
Nel tempo in cui tale uccisione venne condotta a termine, completamente disinteressata alle azioni del compagno a cui indiscussa fiducia, in tal momento, non poté che essere riconosciuta, Midda si gettò, senza alcun timore, senza il minimo dubbio, contro il dorso della blatta impegnata nell’offesa contro l’altro sodale, nella volontà di impegnare il mostro stesso anche contro se stessa dove pur, fino a pochi istanti prima, quasi era morta nel confronto con un suo simile. Forse ebbra nell’effetto della propria stessa adrenalina, o forse e piuttosto consapevole di dover agire per offrire allo shar’tiagho la speranza di una nuova alba, ella non esitò neppure un istante prima di gettarsi in quel confronto che chiunque avrebbe potuto definire folle, prima di impegnarsi nuovamente in una sfida che avrebbe dovuto avere coscienza di non poter vincere se disarmata e che pur, nonostante tutto, non la vide scoraggiarsi, non la trovò quale esitante. E così lanciatasi su quel dorso liscio, ella cercò una qualche stabilità nell’aggrapparsi con il proprio braccio mancino al profilo anteriore dell’insetto, al suo stesso capo, iniziando subito dopo a sfogare la forza, l’energia del proprio pugno destro in contrasto a quel corpo, nella speranza di riuscire a trovare un modo per opporsi con la propria volontà, con la propria energia, all’apparente ineluttabilità del fato, del destino rappresentato da quegli insetti così apparentemente invincibili e, pur, mortali.

« Questi figli d’un cane sono più duri di quanto non possano apparire… dannazione! » commentò Howe, sì gradendo l’intervento di quella figura amica accorsa senza esitazione fino a lui, e pur non potendo fare a meno di constatare l’evidenza di quella realtà « Se Be’Wahr non si sbriga con la tua spada, forse per me non ci sarà molto da fare… »
« Non dirlo neppure per scherzo. » intimò la mercenaria, osservando l’immane presenza dello scarafaggio sotto di sé, nel continuare a colpirlo per quanto senza apparente esito, addirittura ignorata dal medesimo nel non esser considerata neppure qual minaccia, qual degna di attenzioni « Non esistono nemici invincibili… ricordatelo sempre: esistono punti deboli difficili da individuare. Ma nulla di più… »

Apparentemente in concomitanza di quelle parole, quasi nell’esplicita volontà di offrire dimostrazione pratica alle stesse, a quanto sostenuto, la donna guerriero raggiunse, in quello stesso frangente, consapevolezza dell’esatta localizzazione verso la quale avrebbe dovuto imporre i propri colpi, la propria energia, nel rivolgere solo in quel momento, per la prima volta, la propria attenzione a quella sottile, e pur presente, linea centrale di demarcazione della copertura delle ali della creatura. In quella particolare posizione, prima scioccamente ignorata, ella avrebbe potuto trovare, infatti, una facile via d’accesso alle carni più tenere di quel mostro, là dove solo apparentemente compatta, apparentemente inviolabile, nella propria intrinseca e necessaria fragilità, nella debolezza che lì l’esoscheletro tanto solido non avrebbe mancato di dimostrare. Fra idea ed azione, pertanto, il passo fu estremamente breve, rapido, deciso, nel vedere la sua mano destra, prima chiusa a pugno, aprirsi nella propria intera estensione, presentando le dita di metallo unite, coese, quasi ad emulare la punta di una spada, per poi, in questo, spingersi con foga sul confine individuato, sul limitare selezionato, ad affondare attraverso esso nel corpo della blatta, quasi realmente la mano ed il braccio stesso fossero divenuti lama di un’arma da taglio.

« … e questa ne è la riprova! » gioì, nel completare la frase lasciata volutamente in sospeso, interrotta di fronte alla fortunata intuizione da lei appena ottenuta.

Inevitabilmente, però, in conseguenza a simile attacco, a quell’offesa ora assolutamente e spiacevolmente percepita, la blatta non restò tranquilla, serenamente disposta ad accettar la propria morte, il sicuro fato per lei segnato in quella violazione della propria integrità, in quella dimostrazione della propria vulnerabilità. Al contrario, immediatamente dimentica della presenza dell’uomo innanzi a sé, essa si mosse con rabbia, con furia, a cercare di liberarsi della preda divenuta improvvisamente predatrice, cercando di sbalzarla con tutte le proprie energie, con tutta la propria forza, dal proprio corpo.
E la Figlia di Marr’Mahew, in conseguenza di tali tentativi, altro non poté fare che stringere la propria mano destra, già inserita all’interno di quella stessa materia, per ritrovarsi lì ancorata, lì bloccata, non diversamente rispetto a quanto non sarebbe stata con un arpione, un enorme uncino, impossibilitata a lasciare quelle forme neppure in virtù delle azioni più intense, decise, ipoteticamente efficaci.

« Se pensi di disarcionarmi con così poco impegno di sbagli di grosso, bella mia. » la derise la stessa mercenaria, mantenendo in tal modo la propria esatta posizione « Ho domato cavalli ben più selvaggi ed imbizzarriti con molti meno appigli di quanti tu stessa non me ne stia offrendo proprio ora. Rassegnati: la tua fine è segnata, la tua morte è assolutamente certa, ormai. »

Probabilmente, lo scorrere del tempo, il passare inesorabile di tal flusso inarrestabile, avrebbe offerto assoluta ragione alla donna guerriero, dimostrando come, effettivamente, quello scarafaggio avrebbe dovuto considerarsi già qual trapassato, ben lontano dalla possibilità di una qualche vittoria o fuga dalla propria avversaria così saldamente a le unita. Ciò nonostante, nell’imminenza di una nuova ondata, nell’arrivo ormai prossimo di un numero ancor maggiore rispetto a quello già distruttivo di insetti offerti loro fino a quel momento, né ella né i due fratelli avrebbero potuto permettersi di attendere eccessivamente a lungo, rimandare al futuro la morte di quella creatura.
A tal fine, indi per cui, fu il terzo e, forse ormai, immancabile intervento della lama dagli azzurri riflessi, nuovamente saettante nel cielo, a porre la definitiva conclusione su ogni disputa, su ogni schermaglia, mossa, ora, con abile maestria dalla stessa mano dello shar’tiagho, dove ricevuta in un pronto passaggio da parte del biondo già vittorioso sul proprio nemico.

« Dei… quanto adoro questa spada! » esclamò, con soddisfazione, Howe, finalmente riunito a quella lama da lui già apprezzata in occasione della precedente avventura loro vissuta insieme, della sfida alla conquista della corona della regina Anmel « Ho cercato di procurarmene una, sai?! » aggiunse, poi, verso la compagna, con sincerità in tal intento e tali parole « E per quanto mi sia sforzato, per quanto mi sia dimostrato pronto a sborsare qualsiasi cifra mi fosse stata richiesta, non sono riuscito a trovare un dannato fabbro disposto a realizzarne una per me… una autentica, per lo meno. »
« Ovvio e giusto. » sorrise ella, liberandosi ora dal corpo dello scarafaggio, essendo ormai terminata la sua funzione in tal punto « Gli dei del mare hanno infatti stabilito che questo tesoro non debba poter trovare ampia diffusione, in quanto troppo pericoloso potrebbe essere uno scenario di guerra caratterizzato dall’uso di questa speciale lega. »
« Non per apparire insensibile alle innegabili qualità di quella meravigliosa spada… » intervenne Be’Wahr, afferrando i compagni per le braccia, e tirandoli entrambi con preoccupazione verso l’unica via di fuga loro concessa « … ma non potreste rimandare a dopo questo dialogo?! Una spada per tre mercenari contro un esercito intero non si proporrebbe quale uno scontro equo… soprattutto in assenza di un mecenate pronto a compensare adeguatamente un simile sforzo, come il tuo esempio ci ha indicato in molteplici occasioni. » sottolineò, in un inequivocabile riferimento tanto allo sciame di blatte ancora in volo verso di loro, quanto, subito dopo, all’abitudine propria della donna guerriero nel decuplicare regolarmene i compensi stabiliti con i propri mandanti, soprattutto in conseguenza di pericoli di indubbia portata qual quello non avrebbe ovviato di essere oggettivamente giudicato.

martedì 27 ottobre 2009

655


« T
hyres! » invocò, a denti stretti.

Una preghiera, quella formulata in tal semplice termine, in tal richiamo diretto e privo di ambiguità di sorta, ancor prima che un’imprecazione, dove ella si stava ora ponendo assolutamente e sinceramente umile al cospetto di ogni divino potere, nella consapevolezza di aver necessità di qualsiasi energia, di qualsivoglia forza, di ogni possibile aiuto per compiere quanto desiderato, per riuscire a far fronte a quella massa immane e a rimuovere, in ciò, il peso abnorme rappresentato da quell’insetto gigante sopra il proprio corpo, sopra le proprie forme.
Per diversi istanti, lunghi momenti nel corso dei quali il concetto stesso di tempo parve essere annullato, sembrò venir meno, insieme all’intero universo attorno alla donna guerriero e al suo avversario, tutto risultò assolutamente immobile, stazionario, in un equilibrio assolutamente perfetto, tale da poter supporre, nel migliore dei casi, solo un pareggio per la mercenaria, solo una semplice situazione di parità fra le forze in campo, uguaglianza, stabilità, che purtroppo sarebbe immancabilmente venuta meno nel semplice scorrere del tempo, nel naturale decadimento al quale, prima o poi, anche la tanto famosa Figlia di Marr’Mahew avrebbe dovuto sottostare, soccombendo conseguentemente in conseguenza della propria posizione sfavorita, della propria inferiorità fisica rispetto alla blatta sopra di lei. Forse inaspettatamente, o forse inevitabilmente, quella realtà pur considerata pur tanto fragile, pur così effimera, venne effettivamente meno, non in contrasto, però, alla figura umana lì considerabile preda, quanto piuttosto allo scarafaggio chiaramente predatore, il quale si vide letteralmente sollevato, prima, e sospinto, poi, lontano dal pasto prescelto, nell’estensione delle vigorose gambe della donna.

« Allontanati da me, lurido mostro! » gridò, in tal mentre, uno sfogo, quasi, o, forse, un esultanza di vittoria, già consapevole, di quanto sarebbe, e poi effettivamente era, avvenuto.

Per quanto umanamente provata dallo sforzo appena compiuto, per quanto fisicamente esausta a seguito di tale impegno forse superiore a quanto persino ella non potesse essere abituata, nel corpo di Midda, immediatamente, fu l’adrenalina a prendere il controllo, a offrire nuova energia a membra altrimenti stremate, portandola, in quello, non solo a rialzarsi da terra, ed a farlo con l’eleganza e l’agilità espressi in un unico movimento, in una decisa contrazione muscolare che la vide risollevarsi sulle punte dei propri piedi come fosse stata impegnata in un banale esercizio fisico, ma addirittura a correre alla ricerca della propria arma, per essere pronta a fronteggiare qualsiasi minaccia e, in questo, poter anche presto terminare il primo nemico scagliatosi in suo contrasto. E così, prim’ancora che la sua stessa mente potesse essere in grado di razionalizzare quanto occorso, fu il suo corpo ad agire dominato da una propria intrinseca autodeterminazione volta alla vita ed alla sopravvivenza, lasciando roteare con foga, con entusiasmo, la scintillante lama dagli azzurri riflessi attorno al proprio corpo, prima di calarla irrefrenabile verso la blatta che poc’anzi aveva attentato alla sua esistenza. In tal atto, nonostante quella che avrebbe dovuto essere un’intrinseca forza, una resistenza notevole, non seconda a quella di una corazza, ella riuscì a sfondare lo scudo naturale concesso dal pronoto, per arrivare, così, fino al proprio obiettivo, fino alla destinazione intrinseca di quel movimento, di quel colpo, sfasciando in questo il capo stesso di quella creatura e negandole, definitivamente, ogni speranza di un nuovo attacco, di un ulteriore proseguo quale già, indebitamente, era stato quello riconosciutole fino a quel momento.

« Sempre sia lode al nome di Thyres… e maledetto, altresì, il dio che ha originato tanto abominio! » proclamò, con fierezza guerriera, nel voltarsi verso i propri compagni, pronta ad intervenire in loro aiuto, in loro soccorso, a ricambiare il supporto riconosciuto da parte degli stessi, nonostante la loro impossibilità fisica a porsi in sua collaborazione quale, probabilmente, avrebbero invece desiderato essere.

Ma solo il tempo fuggevole, estemporaneo, di una rapida occhiata, di uno sguardo rubato, venne garantito alla Figlia di Marr’Mahew prima che ella fosse nuovamente costretta a rivolgere la propria attenzione al pericolo dell’imminente scontro, del momento prossimo e inevitabile in cui, ancora una volta, sarebbe stata richiamata alle armi così come già era stata fino a quel momento, nell’immancabile, improrogabile arrivo di tutte le altre blatte, di tutte le compagne della sola, tanto difficilmente, abbattuta fino a quel momento. In tal obbligatoriamente fugace gesto, Howe e Be’Wahr, per quanto ella fu in grado di intuire, di cogliere, stavano ottenendo di mantenersi ancora in vita, in salute, in un contrasto, sì, efficace ai propri avversari, ma non tanto efficiente come sarebbe stato meglio potesse essere, in un loro continuo, costante, indebolimento che presto li avrebbe portati all’esaurimento delle forze ed all’immancabile morte.

« Arrivano tutte le altre! » annunciò in beneficio dei due compagni, muovendo poi, d’istinto, in umana e naturale reazione, i propri passi in avanti, verso la possibile meta indicata dallo shar’tiagho prim’ancora dell’inizio di tanta battaglia « Dovete disimpegnarvi… prima che sia troppo tardi! » suggerì loro, incerta su quanto, effettivamente, non sarebbe potuto essere considerato già qual eccessivo indugio il tempo impiegato in quelle stesse parole, nella distanza nel confronto di quel possibile obiettivo di salvezza.
« La mia lama sembra totalmente inefficace in contrasto a questo esoscheletro! » lamentò Be’Wahr, nel mentre in cui, effettivamente, il suo coltellaccio non gli stava concedendo alcuna speranza nel confronto con quell’epidermide, al contrario di quanto non era stato per la spada della donna, forgiata nella lega speciale e segreta, caratteristica dei fabbri figli del mare, superiore in forza, in vigore, probabilmente ad ogni altra spada esistente al mondo o, comunque, in quel continente.
« Il solito egocentrico: almeno tu hai ancora una spada in mano… » dichiarò, sul fronte opposto, Howe, dimostrandosi impegnato in un confronto a mani nude con i palpi dello scarafaggio preposto in sua offesa, tentando di prevalere, forse inutilmente, su di esso in tal confronto diretto « … Midda?! » richiamò, poi, invocando, evidentemente e implicitamente, la collaborazione della compagna, al fine di uscire da quella situazione tanto spiacevole, consapevole di come, nonostante la loro professione mercenaria, nonostante ogni pregiudizio a lor contrasto, mai ella avrebbe ignorato quella richiesta, fosse anche nella volontà di salvarsi la vita come, forse, avrebbe potuto fare fuggendo in quel particolare momento, non essendo un simile comportamento parte dei principi sui quali quella donna aveva deciso di fondare tutta la propria vita.
Così richiamata, certo, ma altrettanto già slanciata in quell’immancabile soccorso dinnanzi al quale non si sarebbe mai sottratta, la Figlia di Marr’Mahew esclamò: « Be’Wahr… prova con la mia! » un istante prima di scagliare la propria lama, la propria spada bastarda, in direzione del biondo compagno, nel mentre in cui, al resto del proprio corpo, alle proprie membra ed alla propria combattività pur già provata dal primo scontro, riservava il compito di intervenire ove richiesta, ove tanto chiaramente domanda al di là di qualsiasi possibile orgoglio maschile nello shar’tiagho.

La lunga spada dagli azzurri riflessi, in conseguenza dello sprone impostole da simile gesto, roteò per qualche momento, per qualche interminabile istante, nell’aria, a coprire la distanza esistente fra la propria legittima proprietaria e il compagno della medesima riconosciuto quale in difficoltà, colui eletto, per questo, qual destinatario di simile prestito, di tanto temporaneo onore, spingendosi al termine di tal volo a posizionarsi, in maniera immediata, naturale, fra le mani dello stesso Be’Wahr, quale quel gesto fosse stato conseguenza di innumerevoli allenamenti e non frutto di un’effimera estemporaneità, di un caso assolutamente fortuito o, più propriamente, di un meraviglioso e spontaneo coordinamento fra i due.
E il biondo accolse con sincera gratitudine e, in verità, un certo stupore simile concessione, tal riconoscimento in proprio aiuto, ritrovandosi ad essere per la prima volta nella propria vita a contato diretto con tale arma, pronto a adoperarla, a impiegarla in una lotta mortale qual quella in corso, non potendo, in ciò, nonostante tale avversa occasione, evitare di notare, di riconoscere, quanto effettivamente essa fosse incontestabilmente superiore, per fattura e capacità, al consueto coltellaccio con cui era proprio accompagnare la propria presenza, le proprie imprese, le proprie avventure.

lunedì 26 ottobre 2009

654


I
l colpo imposto loro si presentò a dir poco dirompente, simile solo a quello che sarebbe potuto essere offerto da una mandria di bufali, da un fiume in piena. E dov’anche nessuno fra loro si sarebbe mai considerato estraneo a tale irruenza, a simili colpi, la confidenza con gli stessi non permise ad alcuno di riuscire ad evitare le pessime e negative conseguenze derivanti da tanta foga, da tanta violenza, che giunse persino a negare la più semplice possibilità di respiro nel confronto con una forza tanto distruttiva, tanto aberrante. Simili a semplici fuscelli, a leggeri e fragili steli d’erba, i tre furono letteralmente sbalzati da terra, innalzati verso i cieli come inconsistenti piume, salvo subito dopo dover cedere di fronte al proprio immutato peso, alla propria inalterata massa, a ripiombare ineluttabili al suolo, condannati dalla propria umanità, dalla propria mortalità, al vincolo rappresentato da quel terreno, al confine rappresentato da quella bidimensionalità, che pur nessuno fra loro avrebbe gradito lasciare per sfidare l’alto dei cieli.

« Thyres… » gemette la Figlia di Marr’Mahew, cercando di restare lucida, di conservare inalterato il controllo sul proprio corpo, dove troppo semplice, e mortalmente pericoloso, sarebbe stato perdere contatto con la realtà in quella precaria situazione.

Solo in conseguenza della propria forza di volontà, della ferrea disciplina che l’esperienza propria della sua avventurosa esistenza le aveva insegnato ad imporre sulla propria vita, tanto nei contesti più banali, più consueti, quanto di quelli più assurdi, spesso inimmaginabili come quello proprio di tal particolare momento, ella riuscì a impedire alla propria psiche di cedere, di lasciarsi andare, soprattutto nel ritrovare sopra il proprio corpo, sopra le proprie femminili e generose forme che tanti uomini avrebbero ammaliato con la propria sensualità, parte di quell’enorme scarafaggio, gravante con un peso assurdo sulle proprie membra, sulle proprie ossa. Ipognato nella propria stessa costituzione, rivolto con la propria bocca verso il suolo e, in ciò, verso di lei, il capo di quella blatta mostrava senza mandibole relativamente corte, per quanto indiscutibilmente grandi quanto un pugno della stessa mercenaria, in azione verso di lei, in bramosa preparazione a quello che, evidentemente, stava considerando quale il proprio pasto.

« Non osare neppure pensare una cosa del genere, riprovevole ed immonda creatura! » intimò, lasciando scattare, senza alcuna esitazione, il proprio braccio destro nella direzione di tal mostro, per volgere il pugno metallico contro quei palpi in continuo movimento, desiderosi della sua forza, della sua energia, della sua stessa vita « Non ho accettato di essere servita qual pasto per un drago, un ippocampo e neppure uno scultone… e di certo non lo accetterò per te! »

Privata della propria spada in conseguenza della violenza irrefrenabile di quel contatto, dell’impatto che aveva visto la blatta scaraventarli verso il cielo, la donna guerriero non avrebbe comunque potuto considerarsi qual disarmata, qual inerme neppure di fronte a tale mostro, e, con tale gesto, con simile attacco, ella volle immediatamente chiarire tale propria posizione, la propria volontà di non concedersi quale vittima immolata sull’altare di quel blasfemo essere. Ripetutamente, pertanto, con una violenza immane che se sfogata nei confronti di un uomo avrebbe sicuramente visto le cervella del medesimo schizzare fuori da un cranio macellato, frantumato nelle proprie forme e proporzioni, ella colpì il proprio avversario in pieno viso, se tale sarebbe potuto essere definito, cercando di respingerlo, di allontanarlo, se non, addirittura, di sopraffarlo. E se, nonostante l’azione di tanto impeto, quella bocca non riuscì a conquistare contatto con il proprio obiettivo, purtroppo non disimpegnò la preda designata dalla propria minaccia, dalla propria presenza su di se, restando qual mortale destino a gravare su di lei.

« Dannazione…! » gemette la donna, a denti stretti, comprendendo quanto pericolosa avrebbe potuto esser considerata quella posizione, quella pessima situazione.

Tutt’altro che abituata a richiedere aiuto, ben lontana dal porsi, solitamente, accompagnata nelle proprie avventure, nelle proprie imprese, la mercenaria non si sarebbe mai considerata una sciocca, una stupida, capace di porre il proprio orgoglio innanzi alla propria stessa sopravvivenza. Certamente ella aveva abbracciato quel particolare stile di vita, quella professione, al solo, principale e irrinunciabile scopo di riuscire ad ottenere, in ciò, occasione di sfida contro se stessa e contro il fato, per spingersi ogni volta oltre i propri limiti e poter trovare motivo di vanto, di gratificazione, nel riuscire a mantenersi in vita tanto da riservarsi tale possibilità. Pur considerando tale incontestabile realtà, simile dato di fatto, in un mondo reale, veritiero, fatto di sangue e sudore e non di semplici eroi in lucenti armature e leggiadre fanciulle bisognose di essere salvate, ella non avrebbe mai rinunciato a ricorrere ad ogni genere di trucco per riservarsi l’occasione ricercata di vittoria o, come in quel caso, non avrebbe mai rinunciato ad invocare l’intervento dei propri compagni di squadra per riservarsi l’occasione ricercata di sopravvivenza.
Purtroppo per lei, però, benché più che favorevole a domandare il supporto dei due fratelli mercenari, nessuno dei due avrebbe potuto rispondere, avrebbe potuto intervenire in suo soccorso, come ella ebbe subito modo di accorgersi nel gettare il proprio sguardo attorno a sé, in loro ricerca fosse solo visiva: entrambi, infatti, erano stati attaccati, non diversamente da lei, da altri due scarafaggi, piombati dal cielo in coda al loro compagno, al precursore che aveva spianato la via per gli stessi e per tutti quelli che sarebbero presto giunti a richiedere, a pretendere, la possibilità di partecipare a quel banchetto.

« Howe… Be’Wahr… state bene?! » gridò, nella volontà di comprendere quanto fossero ancora dotati di coscienza, di cognizione di sé e dell’ambiente a loro circostante, per comprendere, forse, se già fosse rimasta sola, nella perdita di altri due membri di quell’infausta spedizione nella Terra di Nessuno.
« Mi pare di averti parlato di quelle gemelle conosciute a Kriarya qualche tempo fa… » rispose la voce dello shar’tiagho, dopo un istante di incertezza, di attesa in conseguenza di quella richiesta « … in loro compagnia avrei potuto dire di stare bene! Realmente bene! D’un bene che non puoi neppure immaginare… »
« Pur non avendo avuto occasione di godere della loro compagnia, non mi sento di offrirti torto, in questo particolare momento. » si aggiunse il tono del biondo, palesando anche la sua presenza non distante « Ci sono modi migliori per morire rispetto a questo. »
« Personalmente preferirei evitare di dover stilare una graduatoria in tal senso… » contestò il primo « Esistono argomenti certamente più interessanti attorno ai quali poter redigere classifiche di sorta. »

Nel proprio immancabile sarcasmo, senza poterne neppure avere reale conoscenza, un qualche pur fuggevole riscontro, Howe offrì comunque ragione alla mercenaria per sorridere, per distrarsi da quel frangente di morte, a cui sembravano essere stati tutti condannati. E, per quanto privata di un aiuto fisico nel contrasto al proprio avversario, quel supporto psicologico si rivelò non meno utile, necessario, fondamentale forse, per assicurarne una speranza di sopravvivenza, per concedere alla sua psiche una distrazione dall’orrore gravante su di sé e, in questo, una possibilità di elaborare una strategia alternativa, un’azione diversa rispetto a quel contrasto di pura forza, dove esso non sembrava essere in grado di riconoscerle alcun frutto e dove, seppur di origine artificiale, quel suo arto metallico non avrebbe potuto continuare a colpire in eterno come stava ora compiendo, richiedendo da lei un impiego di energie non inferiori rispetto a quelle che avrebbe preteso un braccio integralmente di carte e ossa.
Fu allora che la donna guerriero, senza ovviamente arrestare i propri attacchi, quella sola ed insostituibile barriera utile a mantenere la bocca della blatta lontana dal proprio volto, forzò le proprie gambe a sollevarsi dal terreno, a guadagnarsi spazio sotto il peso pur ingente e pressante del proprio avversario. Richiamate entrambe al proprio petto, compatte, contratte contro il proprio ventre, in contrasto all’addome avversario, esse si disposero energiche, potenti, pronte a offrire tutte le proprie energie, tutta la combattività racchiusa nei propri muscoli temprati una vita intera di lotte e allenamenti. Così, quando fu il momento, quando la mercenaria comprese di poter agire, ella non indugiò, mostrando la propria determinazione in pupille improvvisamente diventate quasi impercettibili all’interno di immense iridi di ghiaccio e imponendo, contro lo scarafaggio suo nemico, una solida leva rappresentata dal suo stesso corpo, allo scopo di poter scaraventare lontano da sé quel mostro, di poter catapultare a distanza di sicurezza dalla propria figura quel gigantesco predatore.

domenica 25 ottobre 2009

653


N
essuno al mondo avrebbe potuto provare un sentimento di timore nei riguardi di una blatta. Indubbio sarebbe stato un senso di repulsione, di disgusto di fronte alla medesima, dove associata, generalmente e a ragion veduta, a pensieri tutt’altro che positivi, a immagini tutt’altro che salubri: da un semplice disprezzo, però, a una più importante e vincolante emozione di paura, era e sarebbe sempre rimasto un profondo abisso, una differenza incolmabile. Per quanto spiacevoli alla vista, per quanto spesso anche in dimensioni notevoli, tutt’altro che gradevoli nella stessa semplice presenza, soprattutto quando rilevata sul proprio corpo o in stretta prossimità al medesimo al risveglio da una notte di riposo, uno scarafaggio non avrebbe mai dovuto rappresentare un problema per nessuno, non un contadino, non un allevatore, non un artigiano, non un nobile, né, ovviamente, un mercenario. Un simile insetto non avrebbe potuto essere considerato al pari di un serpente né a quello di un ragno, entrambi pericolosi nella propria intrinseca e potenziale natura letale, nei propri veleni che avrebbero potuto negare anche al più forte fra gli uomini, al più massiccio fra i guerrieri ogni speranza di sopravvivenza. Ma, come addirittura la stessa Midda Bontor, la Figlia di Marr’Mahew, era stata costretta ad imparare ben presto nella propria variegata ed avventurosa esperienza, non appena aveva lasciato la tranquillità delle proprie mura domestiche per abbracciare l’incognita rappresentata, prima, dall’immenso mare solcato qual marinaio e, poi, dalle sconfinate pianure attraversate qual mercenaria, anche innanzi agli assunti più elementari, alle formulazioni più banali, un’eccezione non considerata, sinceramente ignorata senza malizia o pregiudizio, avrebbe improvvisamente potuto sconvolgere la concezione stessa dell’intero Creato, ponendo quanto prima relegato a semplice disturbo quale una creatura orrida e temibile, contro il quale dover invocare tutte le divinità a sé care, a sé note. E come già era avvenuto, nel suo recente passato, in confronto con falene giganti all’interno della palude di Grykoo, e con aracnidi grandi come levrieri all’interno dell’ormai distrutta Biblioteca di Lysiath, così avvenne, nuovamente, in quell’occasione, schierando in opposizione propria e dei propri compagni delle blatte di proporzioni mostruose, forse addirittura più grandi dei propri stessi cavalli.
Dalla forme smisurate della nera piramide da loro ritrovata, così come annunciato tempestivamente dal biondo mercenario rimasto attento verso tal direzione, un incredibile sciame di enormi scarafaggi si stava ancora levando in volo, offrendo soltanto in conseguenza di tal gesto, di simile anno, la possibilità di essere individuati, di essere distintiti, in virtù del perfetto mimetismo, della naturale capacità di dissimulazione della propria presenza, riconosciuta loro nei propri colori, così coerenti con l’ambiente a loro circostante, con quell’edificazione che, forse, erano ormai soliti considerare qual loro dimora. In quella partenza, in quella conquista del cielo ancora chiaro nella pur presente luce del sole anche sopra quella terra desolata, quella regione abbandonata, essi produssero in breve un assordante ronzio, che non avrebbe concesso ad alcuno di ignorarli, di trascurarli come inizialmente avevano evidentemente ed imprudentemente compiuto tanto la donna guerriero quanto il suo shar’tiagho compagno, dirigendosi poi, senza possibilità di fraintendimenti, di ambiguità, nella direzione dei tre invasori, dei tre mercenari individuati e, probabilmente, già condannati quali nemici, quali avversari da sterminare.

« Lohr… non ci voglio credere. » sussurrò Howe, sgranando gli occhi nella direzione di quel nuovo pericolo, di quel vero e proprio esercito, per quanto mostruoso e lontano da ogni concetto di umanità, che stava venendo schierato in loro controffensiva, a indiscutibile protezione di quella piramide, di quelle forme rimaste lontane dall’attenzione del mondo intero per secoli, forse addirittura millenni.
« Inizi a rimpiangere il tempo in cui i vostri incarichi si limitavano a semplici assassini, rapimenti, furti e schermaglie sui campi di battaglie?! » sorrise Midda, non permettendo a quel fattore di sicura sorpresa di coglierla in contropiede, di spiazzarla e, in questo, lasciarla indifesa nel confronto con quell’immagine « Senza questo genere di imprevisti la nostra professione sarebbe assolutamente noiosa… »
« E’ straordinario come un concetto assolutamente semplice qual quello che io son solito intendere essere il divertimento, da parte tua riesce ad essere puntualmente ed incredibilmente stravolto nella propria stessa essenza… » commentò lo shar’tiagho, scuotendo il capo e sfoderando la propria spada dalla lama dorata, nel prepararsi alla lotta.
« Avanti o indietro?! » domandò Be’Wahr, con incedere retorico nel mentre in cui anche la sua arma, tanto simile ad un coltellaccio, si mostrò ora fra le sue mani, rimbalzando quasi nell’incertezza fra la destra e la mancina, dimostrando in questo l’immagine, pur erronea nella propria possibile interpretazione, di un uomo più confidente con le risse da taverna che con un impegno maggiore, uno scontro con avversari di rango superiore, qual inevitabilmente si sarebbero dimostrati quei mostri, fossero anche solo per la loro mole.
« Avanti… sempre avanti, amici miei! E lasciamo qui i cavalli, che ora potrebbero esserci solo d’intralcio… » esclamò, così interrogata, la mercenaria, lasciando risplendere la propria spada dagli azzurri riflessi, denudandola nella propria magnificenza ed impareggiabile manifattura « Come soleva ricordare poc’anzi Howe: entro quelle mura ci attende la conclusione della nostra missione, e non dovremo permettere a niente e a nessuno di frapporsi fra noi e la stessa! »

Benché ancora sufficientemente distanti, seppure in rapido avvicinamento, le blatte giganti dimostrarono ad ogni istante, sempre più chiaramente, maggiori particolari, dettagli della propria stessa struttura, concedendo, in ciò, alla mente della donna guerriero, vivace e confidente con simili imprevisti, la possibilità di meglio analizzare quanto sarebbe potuto essere loro contrapposto, le capacità che tale nemico avrebbe potuto dimostrare in loro offensiva o, anche, a propria stessa difesa dai loro attacchi. Immediatamente non poté che emergere, attesa ed imprescindibile dalla natura stessa di tali creature, la presenza di un vigoroso endoscheletro, frammentato lungo il corpo in numerosi anelli, una decina almeno, atti a garantirne una possibilità di movimento non diversamente da come sarebbe stato per i vari stadi di un’armatura di umana fattura: e proprio qual armatura, certamente, quella corazza avrebbe dovuto esser giudicata, nell’intrinseco vigore che non avrebbe mancato di contraddistinguerla, di caratterizzarla, già presente, in misura ovviamente proporzionata, nei loro parenti minori e indubbiamente di vigore indiscutibile in tali giganti.

« Se possibile dovremo cercare di evitare l’ingaggio di uno scontro aperto, diretto. » sottolineò verso i propri compagni, impegnata al loro fianco in una rapida ridiscesa del crinale, una corsa decisa e pur assennata, nella consapevolezza di quanto un solo passo falso avrebbe potuto compromettere irrimediabilmente ogni speranza in un futuro, anche senza la necessità dell’intervento di uno dei loro numerosi avversari « Non oserei puntare neppure un soffio d’oro sulle nostre lame in contrasto a quelle corazze… »
« Non per essere eccessivamente monotono, ma ti assicuro che anche senza questa tua osservazione non sarebbe stato assolutamente mio desiderio impegnarmi in tal direzione. » precisò Howe, dimostrando tutta l’agilità del proprio corpo snello, della propria muscolatura atletica e sciolta, nel ridiscendere quasi saltellando lungo quel bordo aspro, pericoloso, verso il quale chiunque avrebbe offerto diffida ancor prima che sfida qual sembrava imporre egli.
« Sono solo degli scarafaggi troppo cresciuti… » osservò Be’Wahr, senza voler sottovalutare l’avversario e pur non desiderando enfatizzarlo in maniera eccessiva, ritrovandosi, sinceramente, più a suo agio contro tali creature per quanto mostruose ancor più che in opposizione ai serpenti di quella notte « Non saranno peggio di un branco di cerberi, oso sperare. » formulò poi.
« Personalmente, ancor prima che limitarmi al pensiero di quanto possano essere coriacei, mi preoccuperei del loro numero, fratellino. » replicò lo shar’tiagho, muovendo rapidamente il proprio sguardo a perlustrare l’ambiente attorno a loro, forse nel desiderio di trovare una posizione di forza in cui potersi arroccare a protezione dalla furia di un così alto numero di avversari, consapevole di quanto le blatte fossero sempre più prossime a loro « Guardate là… sembra una spaccatura nel terr… »

Ma il tentativo proposto dal mercenario nell’indicare un’apertura nel terreno lavico sotto ai loro piedi, non troppo lontana dalla loro attuale posizione, prossima alla loro attuale traiettoria, forse adatta allo scopo di offrirsi quale rifugio nel quale trovare riparo dall’imminente carica, venne bruscamente interrotta dall’azione inattesa e violenta di uno scarafaggio, piombato sul gruppo in anticipo rispetto ai propri compagni, non rilevato, non notato nonostante i sensi attenti e allenati di tre fra i migliori mercenari di quell’angolo di continente.

sabato 24 ottobre 2009

652


Una montagna: in tali proporzioni apparve, sorprendente e incredibile, inconfondibile e sbalorditiva, la nera piramide innanzi al loro sguardo, tanto simile ai coni vulcanici presenti attorno alla stessa da non risultare, quasi, distinguibile da essi, e pur, al contempo, assolutamente diversa dagli stessi, come solo sarebbe obbligatoriamente potuta e dovuta essere in conseguenza della propria forma geometrica, squadrata, così estranea, aliena a ogni elemento naturale presente in quel paesaggio. Essa si pose pertanto, innanzi agli occhi dei presenti, in dimensioni sensazionali, a dir poco incredibili, rendendo difficile poter immaginare gli anni, i decenni, i secoli addirittura, nonché l’alto numero di persone coinvolte, nella realizzazione di una sì imponente opera: mai le piramidi shar’tiaghe, o quelle di altri regni desertici, pur conosciute in tutto il mondo per la propria mole, per la propria imponenza, si erano spinte a livelli paragonabili a quella che, ora, Howe, Be’Wahr e Midda erano stati invitati ad osservare per volere del fato, in conseguenza della propria audacia nell’essersi spinti fino all’ingresso di quella vallata. Oltre settecento piedi, nel voler risultare severi in simile stima, costipati in tale valutazione, caratterizzavano l’estensione orizzontale dei quattro lati, presumibilmente omogenei fra loro, alla base della piramide, sui quali per altresì più di quattrocento piedi di altezza si innalzava in verticale la punta del complesso, elevata verso l’alto dei cieli nell’esistenza di una smisurata serie di strati di pietra sovrapposti, tali da lasciar apparire ognuna delle quattro facciate triangolari di quel colosso simili a immense scalinate, percorrendo le quali, forse, si sarebbe potuti giungere addirittura prossimi agli dei. Tale, del resto, sarebbe dovuto essere considerato effettivamente lo scopo teologico, religioso, fondamento dell’edificazione delle piramidi all’interno dei confini del regno di Shar’Tiagh, sebbene le stesse, considerabili quali smisurati altare, gigantesche are erette nelle ampie e regolari distese sabbiose desertiche, non avrebbero mai previsto l’esistenza, sulla propria cima, nella propria estremità superiore, di una vera e propria ulteriore erezione, un secondo e minore edificio disegnato nelle pur inconfondibili forme di un tempio, un delubro, nero al pari del resto del complesso, presentante un colonnato su base quadrata, regolare nella prosecuzione delle proporzioni della piramide sotto di sé, in stile apparentemente prossimo a quello kofreyota e una cupola, altresì, coerente con il gusto estetico proprio di Y’Shalf.
Oltre a tutto questo, forse lì site nel desiderio di garantire alla stessa piramide, se necessaria, una maggiore distinzione dal resto dell’ambiente, forse nel voler rendere onore a quell’edificazione tanto importante in un’epoca remota, qual sola sarebbe dovuta essere per rendere giustificabile una mole di quel livello, forse quali semplici elementi decorativi o, forse, per ancora infinite altre possibili ragioni tutte egualmente valide ma che, in quel momento, non sarebbero risultate evidenti, immediate all’attenzione dei tre mercenari, anche altre erezioni erano state disposte attorno alla piramide, nelle forme di obelischi immensi, smisurati, in una coerenza di gigantismo nel confronto con quanto ad essi centrale. Essi poterono essere contati nel quantitativo di quattro, fra loro apparentemente identici e regolarmente disposti in prossimità delle quattro estremità della base quadrata della piramide, evidentemente non giudicabili quali elementi estranei a tale presenza centrale ma, più probabilmente, completamento della stessa, naturale estensione volta ad arricchire l’intero complesso. Anch’essi fondati su forme apparentemente quadrate e in nera pietra così come il resto di quella struttura, si dimostravano superiori a qualsiasi altro obelisco mai eretto ad umana memoria in quelle terre o nell’intero continente, con una larghezza alla base di oltre quaranta piedi ed un’altezza complessiva di forse trecento piedi. Dove anche, pertanto, inferiori in elevazione rispetto alla piramide, quelle erezioni comprimarie si ponevano non meno maestose, non meno imponenti, là dove alcun’altra costruzione umana, alcun’altra torre, mai, era giunta a tali vette, ad offrire una così aperta sfida verso i cieli: neppure nelle capitali kofreyote, prime fra tutte Kriarya, città del peccato, normalmente considerata da parte della Figlia di Marr’Mahew quale propria dimora, residenza, pur famose per l’alto numero di torri presenti al proprio interno, sarebbe potuta mai essere concepita l’esistenza di simili mostruosità architettoniche, troppo vaste e troppo estese verso il cielo per potersi mantenere in tale postura, per non collassare sotto il proprio stesso peso, in conseguenza della propria stessa altezza.

« E’ qualcosa di… disumano… » sussurrò Be’Wahr, con una certa ritrosia nei riguardi di quello spettacolo estraneo a tutto ciò a cui sarebbe potuto essere abituato, così esterno ai propri consueti canoni di giudizio dall’apparire osceno forse ancor più di quanto non sarebbe stata la vista di un qualsiasi mostro mitologico, esseri sì tremendi ed estranei alla propria natura, e pur facenti parte della realtà per loro propria, quotidiana.
« Vorrei trovare una ragione di scherno nei tuoi confronti… ma in questo momento non riesco ad individuarne alcuna. » commentò Howe, condividendo lo stato d’animo del fratello, al punto tale da non riuscire neppure ad approfittare di tale occasione per attaccarlo, come sarebbe stato altrimenti solito fare.

Solo Midda, pur sinceramente stupefatta, sorpresa da quel paesaggio da loro ricercato e pur non previsto, non atteso, contenne le proprie emozioni dietro ad una maschera di freddezza glaciale, per lei d’abituale uso soprattutto nei confronti dei propri avversari, per non concedere loro alcuna occasione di vantaggio nei suoi riguardi. In verità, tale espressione non sarebbe dovuta esser considerata quale semplice reazione di sfida innanzi a quanto loro concesso, come venne ovviamente ritenuto essere da parte dei suoi due compagni.
Nel confronto, infatti, con quella piramide, con quegli obelischi, con il tempietto edificato sulla cima di quelle assurde e immense scalinate, in lei, nel profondo del suo animo e del suo cuore, si era ritrovata ad essere una sensazione di déjà vu, quasi quello scenario non le fosse assolutamente estraneo, alieno, così come era per i due fratelli al suo fianco e così come, effettivamente, sarebbe comunque dovuto essere anche dal suo stesso punto di vista. Pur avendo perfetta memoria della propria intera esistenza, di ogni proprio giorno passato, di ogni propria sfida, di ogni disavventura vissuta, pur consapevole di non aver mai incontrato nulla di simile in passato, in alcuno dei propri pur leggendari viaggi, qualcosa, che ancora non era in grado di individuare, la stava spingendo psicologicamente ad una inspiegabile familiarità con il complesso architettonico ora scoperto, raggiunto dopo, probabilmente, secoli, se non addirittura millenni, di totale abbandono, oblio. E tale sentimento, così innegabile in lei, non avrebbe comunque potuto evitare di risultare quale sgradito nella propria intrinseca irrazionalità, imponendole un umano e giustificabile disagio.

« Nelle leggende che narrano di epoche tanto remote tali per cui neppure i tre continenti, nei quali il nostro mondo è diviso, avevano avuto ancora occasione di infrangersi, edifici colossali probabilmente pari a questo sono considerati praticamente quale la norma… » osservò, dopo un lungo istante di ulteriore silenzio, la donna guerriero, rivolgendosi verso i propri compagni di ventura.
« Stai forse riferendoti all’epoca propria della stessa regina Anmel?! » domandò Be’Wahr, avendo immediatamente colto il riferimento implicito in tale affermazione.
« Lohr… se così fosse, i tesori ad attenderci entro quelle forme colossali potrebbero realmente essere oltre ogni nostra più sfrenata fantasia. » commentò Howe, lasciando trasparire senza alcun imbarazzo quanto simile prospettiva potesse stuzzicarne la fantasia, potesse essere apprezzata « Potremmo, addirittura, sistemarci per il resto dei nostri giorni, divenendo più ricchi degli stessi sovrani di Kofreya! »
« Attento a non incedere eccessivamente in questo desiderio. » raccomandò la mercenaria, volgendosi nei suoi riguardi non con tono di rimprovero, qual sarebbe potuto essere associato a simile richiamo, quanto piuttosto con sincera preoccupazione « La cupidigia è una pessima consigliera in questo genere di situazioni… »

Ma, prim’ancora che la bramosia potesse prendere il sopravvento nei confronti di ogni altro possibile sentimento, prudenza e affezione per la propria incolumità inclusi, un nuovo dettaglio nel merito di quella piramide, delle forme così presentate innanzi ai loro sguardi, non mancò di pretendere la completa attenzione dell’intero gruppo, ritrovando qual principale interprete di tal necessità, latore di simile, inevitabile, allarme, la figura del biondo Be’Wahr, il cui sguardo era rimasto fino a quel momento concentrato verso la loro meta, risultando quasi indifferente ai commenti proposti dal fratello…

« Mi domando che senso possa avere divenire più ricchi degli stessi sovrani di Kofreya se saremo stati privati della vita… » avvertì allora, indicando innanzi a loro « … all’armi! »

venerdì 23 ottobre 2009

651


Riprendendo il silenzio sì brevemente interrotto, sì fugacemente disturbato da un dialogo comunque privo di significativi risultati, Midda, Howe e Be’Wahr impegnarono le proprie energie nel confronto con quell’ascesa, con quella risalita, conducendo i propri passi con maggiore decisione e fermezza rispetto a quanto non fossero stati in grado di offrire il giorno precedente, nell’essere, ormai, confidenti con quel terreno, con quel crinale, consapevoli delle sue caratteristiche, delle sue intrinseche insidie e dei passaggi lungo i quali, altresì, trovare sicura possibilità di movimento. In tal modo, prima ancora che il sole potesse giungere al proprio zenit, essi riuscirono a riconquistare il limite estremo nel quale si erano spinti il giorno precedente, ritrovando il corpo dello scultone esattamente là dove era stato lasciato.
Quella carcassa, nella propria mole difficilmente trascurabile, nella propria imponenza inconfondibile, in effetti, non si propose al loro sguardo nelle medesime condizioni del giorno precedente, le stesse nelle quali lo avevano abbandonato a seguito del violento scontro che li aveva visti protagonisti e che aveva eletto qual vittoriosa la donna guerriero sul proprio avversario. Rimasto qual era effettivamente stato, infatti, per una lunga notte e per una mattina intera, esposto in siffatta maniera agli sguardi del mondo intero, quel corpo aveva rappresentato un lauto banchetto per molti altri piccoli predatori, soprattutto insetti, i quali non avevano tardato ad approfittare con entusiasmo palpabile e, forse, addirittura condivisibile, della carogna loro così donata. E così, nel rispetto di eterne leggi, di principi inviolabili stabiliti dagli dei nel momento stesso della creazione del mondo, anche nella Terra di Nessuno, anche in un territorio sì inospitale, sì apparentemente privo di ogni possibilità di vita, quanto offerto da quelle carni non sarebbe potuto essere, e non fu, sprecato, non sarebbe potuto essere, e non fu, disperso: nell’ineluttabile compimento del ciclo naturale di vita, invero, l’uccisione di quel mostro, di quella creatura così temibile per ogni altro essere mortale, era risultata ragione d’osanna verso i suoi assassini, la sua ucciditrice, ove una singola ed inattesa morte aveva improvvisamente offerto sostentamento, salvezza, per dozzine, centinaia, migliaia di vite le quali, altrimenti, avrebbero dovuto impiegare le proprie energie, forse e addirittura senza neppure effimere speranze di reale successo, nel riservarsi un’occasione alternativa di nutrimento, comunque priva di paragoni rispetto a quel concreto ed indiscutibile tesoro. Osservando con necessario rispetto e altrettanta giusta incuria i resti di quell’avversario, sì temibile e pur non sopravvalutato, non ritenuto invincibile, inviolabile, inarrestabile, dove altrimenti un sentimento di paura avrebbe potuto imporre su di loro la fine stessa del proprio cammino, della propria missione, con lo stesso contrastante e complementare dualismo di sentimenti che avrebbero sempre dovuto riconoscere in contrasto a qualsiasi ostacolo, a qualsiasi nemico, i tre guerrieri proseguirono oltre, non desiderando turbare il banchetto in corso, un così affollato convivio.
Trascinando i propri cavalli allo stesso modo in cui già avevano dovuto fare il giorno precedente, essi continuarono pertanto a risalire verso il valico superiore il quale, a completamento di quello stesso specifico tragitto, era stato loro indicato da Sanma.

« Una volta giunti in cima, dovremmo poter avere una visuale completa sull’intera valle… o, almeno, questo è ciò che il nostro accompagnatore sperava di trovare. » ricordò Midda, quando ormai si trovarono ad essere prossimi al completamento di quella tappa.
« Quindi, se davvero la piramide dovesse essere sita nella stessa, non dovremmo avere problemi a individuarla, da un punto tanto alto… » completo Be’Wahr, annuendo alle parole della compagna, desiderando condividerne il pensiero ottimista.
« E se… non dovessimo trovarla? » ipotizzò Howe, storcendo le labbra verso il basso in disapprovazione retorica, scontata, per il cattivo auguro da lui stesso così avanzato.
« A quel punto ci resterebbero altre due possibilità… entrambe poco piacevoli. » replicò la donna, offrendo in tali parole evidenza di quanto neppure un simile insuccesso l’avrebbe fatta demordere dal raggiungimento del proprio obiettivo.
« Non che questo percorso sia estremamente gradevole. » osservò lo shar’tiagho, sorridendo con cupa ironia « Al contrario… »
« Avresti preferito incominciare con la lava incandescente o i gas tossici? » insistette la mercenaria al ricordo di quanto avrebbe loro atteso « Fino a oggi, mi sembra che tutto il nostro impegno si sia limitato ad una semplice passeggiata… »
« Così parlò colei gettatasi fra le fauci aperte di un mostro proprio ieri sera… » ridacchiò l’altro.
« In verità non dovremmo poi schernirla per simile ragione, fratello. » intervenne il biondo, scuotendo il capo « Per noi sarebbe meglio darsi una mossa o, nelle ballate che verranno composte in onore di questa avventura, risulteremo solo quali semplici comparse. »
« Fossi in te non sarei tanto desideroso di una canzone in tal senso… » obiettò Howe, anche lui muovendo il proprio capo con fare negativo « O ti sei già dimenticato con quale indomito coraggio, qualche ora fa, hai affrontato la minaccia rappresentata da una moltitudine di serpenti fantasma?! Già mi immagino l’epica di simile narrazione… »
« Ehy… non è che tu abbia dimostrato di eccellere in audacia, fino ad ora. » negò il primo, così attaccato.
« Per lo meno, io, non sono svenuto come una femminuccia… » sorrise sornione il secondo, senza però rendersi conto pienamente dell’esatta implicazione delle sue stesse parole, richiedendo in ciò l’intervento della propria femminile compagna, che non tardò a presentarsi.
« Ehy. Piano con i termini… » consigliò la Figlia di Marr’Mahew, aggrottando la fronte « Non so se te ne sei reso conto… ma io sono una femminuccia. »
« Parafrasando quanto, dall’alto della propria saggezza, tempo fa la nostra amica Carsa non mancò di esprimere: ma tu sei diversa… praticamente sei come un meraviglioso amico. » la canzonò, nel riutilizzare i termini un tempo adoperati a discapito proprio e del fratello dal quarto elemento del loro gruppo d’élite.
« Mi sa che qualcuno fra i presenti desidera guadagnarsi, molto presto, una possibilità di colloquio con il proprio buon dio… » osservò la donna, inarcando un sopracciglio e gettando un grottesco sguardo di risentimento verso l’interlocutore, qual intellegibile dimostrazione di scherzosa contrarietà e minaccia.
« Cedo di fronte alla violenza dimostrata da una delicata fanciulla qual ti proclami essere… » si arrese, allora, lo shar’tiagho, levando le mani a dimostrare la propria volontà in tal senso.

Forse per riuscire a contrastare meglio l’ansia derivante da quella particolare situazione, dall’assoluta ignoranza presente e dominante, loro malanimo, nel merito di quanto li avrebbe attesi; forse perché stanchi di lasciarsi dominare da troppe riflessioni inutili, da troppi pensieri che pur negando razionalmente, non riconoscendo quali propri, quali conformi alla propria indole, non mancavano di abbandonarli; forse perché comunque desiderosi di quei scherzosi e piacevoli confronti, caratteristici riempitivi dei loro lunghi viaggi insieme; quelle parole ora indubbiamente giocose, prive di particolari e profonde implicazioni nel merito del loro passato o del loro ipotetico futuro al contrario del precedente tentativo di dialogo, li vide coinvolti con maggior trasporto. Così, impegnandosi ancora in reciproci contrasti, in continue stoccate verbali volte a cercare di imporsi psicologicamente sui propri interlocutori, per il semplice piacere del dialogo, il pur breve proseguo di quell’ascesa venne accompagnato dalle loro voci, se non anche dalle loro risa, capaci di offrire, all’interno di quella terra desolata ed avvelenata, rifiutata da ogni nazione e regno, un barlume di speranza, un’illusione di umanità, almeno fino a quando, finalmente il valico non venne raggiunto e il paesaggio oltre il vulcano si offrì finalmente libero innanzi ai loro sguardi curiosi, speranzosi, desiderosi di poter ritrovare in esso una riprova di quanto tutto quel tempo, tutto quell’impegno non fosse stato vano.
E così fu, come una semplice, stereofonica e, forse, prevedibile ultima invocazione da parte dei due fratelli ebbe modo di introdurre, di presentare, con maggiore incisività emotiva di quanto, probabilmente, non sarebbero stati in grado di compiere i più ricercati versi di un bardo posto ugualmente innanzi a tale spettacolo…

« Per Lohr! »

giovedì 22 ottobre 2009

650


R
afforzati dall’esigenza, dalla necessità, simile più ad un principio esistenziale ancor prima che ad un qualche proposito di vendetta o un semplice incarico professionale, di raggiungere la meta che si erano prefissati, quella nera piramide dimenticata all’interno di quella regione avvelenata, di violare quel territorio fino ad allora negato a qualsiasi avventuriero, a qualsiasi esploratore, alle prime luci dell’alba i tre mercenari smontarono rapidamente il campo organizzato per quella notte, nella volontà di non offrire più ad alcuna nuova avversità di frapporsi fra loro stessi ed il completamento della loro missione.
Poche furono, in quella mattina, le chiacchiere che essi si concessero, gli svaghi, anche semplicemente verbali, nei quali vollero impegnare il proprio tempo, le proprie energie. Simile laconicità, però, non avrebbe dovuto essere ricercata, nelle proprie ragioni, quale conseguenza della cerimonia funebre in cui tutti loro si erano ritrovati ad essere sia officianti sia unici testimoni poche ore prima, di un qualche sentimento di abbattimento psicologico in conseguenza della morte della loro guida: tutti loro, in verità, erano da anni confidenti con tale realtà, con la sola certezza, paradossalmente, rappresentata dalla possibilità di non poter fare ritorno da ogni proprio viaggio, da ogni propria avventura, ragione per la quale non avrebbero potuto trovare di che perdere volontà di parola, di dialogo, o fosse anche di giuoco, quali erano soliti fare in quelle occasioni. La ragione a tale silenzio, in effetti, sarebbe dovuta essere ricercata in un atteggiamento di serietà, di coscienza verso quanto essi avrebbero dovuto presto affrontare, quanto si sarebbe loro proposto innanzi nel proseguo di quel cammino, nella volontà di negare anche a loro la possibilità di lasciare quelle lande così come già era stato per Sanma.
Se, infatti, inizialmente la presenza dello scultone sarebbe potuta essere, ed era stata, considerata casuale, espressione dell’esistenza di una pur ignota e pericolosa fauna locale all’interno della Terra di Nessuno e dei suoi inesplorati confini, gli eventi di quella notte non avrebbero potuto evitare di spingere tutti loro ad una nuova interpretazione anche di quanto occorso nel pomeriggio, lasciando sospettare, se non addirittura temere, l’intervento di una qualche misteriosa e pericolosa figura loro avversa, loro nemica.

« In verità, Sha’Maech in questa occasione si è dimostrato particolarmente reticente a offrire spiegazioni… » rifletté, ad alta voce, Be’Wahr, quasi a riprendere un discorso mai incominciato nei confronti dei propri compagni, per quanto nessuno avrebbe avuto difficoltà a comprendere il senso di tal constatazione.
« In verità, Sha’Maech in questa occasione si è dimostrato particolarmente strano… e, in questo, intendo dire più strano del solito. » ripeté e corresse Howe, storcendo le labbra « Non dimentichiamoci in che modo ha cercato di coinvolgerci in questa avventura, costringendoci ad un assurdo peregrinare privo di meta prima di arrivare a dichiarare apertamente le proprie intenzioni. »
« Cosa intedi dire? » chiese il biondo verso il fratello, non tanto perché non avesse inteso il significato di quell’osservazione, quanto allo scopo di spronare un’espressione più aperta, diretta.
« Dubito che possa aver orchestrato tutto questo spinto da malizia. » negò la donna guerriero, anticipando il possibile intervento dello shar’tiagho, l’ovvia conclusione verso la quale si sarebbe potuto spingere « Ciò nonostante, effettivamente, il suo comportamento, in quest’occasione, si è proposto quale estremamente ambiguo. Tanto da spingermi a ritenere come, effettivamente, egli possa sapere molto più di quanto non si sia sbilanciato a condividere con noi. »
« Volendo escludere uno scopo in nostro contrasto, e desidero anche io farlo, non potendo credere che, dopotutto, egli possa esserci realmente diventato ostile… » intervenne Be’Wahr, desiderando sì appoggiare la posizione espressa dalla compagna pur non riuscendo a comprenderla in ogni sua sfumatura « Perché avrebbe dovuto volontariamente celarci dettagli utili al compimento di questo incarico, dove in questa particolare direzione è stata proprio la sua volontà a sospingerci? »
« Forse… e, sottolineo, forse… temeva che venendo informati nel merito dell’esatta natura di questa nera piramide, noi potessimo decidere di non impegnarci in questa sfida. » suggerì Howe, ritenendo di aver intuito il fine del pensiero così introdotto.
« Non credo. » scosse il capo la donna guerriero, contraddicendo l’opinione del compagno « Sha’Maech mi conosce… e sa come non abbandonerei mai una sfida, soprattutto ove di un certo livello, soprattutto se capace di mettermi realmente in gioco. Sarebbe prevedibile, forse paradossalmente, che io mi ritirassi da una missione in quanto troppo banale per quelli che, forse peccando di superbia, ritengo essere a me consoni… ma mai il contrario. »
« Quale spiegazione ti senti di addurre, allora, a giustificare un tale comportamento? » insistette lo shar’tiagho, senza dimostrare volontà polemica o desiderio di contrasto verso l’interlocutrice o Sha’Maech, quanto piuttosto una sincera necessità di comprendere cosa stesse accadendo.

A lungo, in seguito a simile domanda, perdurò il silenzio della Figlia di Marr’Mahew, nel mentre in cui il suo sguardo di ghiaccio sembrò perdersi nel cammino innanzi a loro, nel sentiero che stavano ripercorrendo, per fare ritorno al crinale precedentemente abbandonato.
Nel confronto con la questione propostale dal compagno, ella non avrebbe saputo proporre in fede alcuna reale risposta, alcuna concreta soluzione, ritrovandosi, purtroppo, limitata nelle proprie possibilità di analisi e comprensione dei percorsi mentali condotti da Sha’Maech, troppo alieni alla propria formazione, al proprio modo di pensare, alla propria esperienza. Colui che aveva dimostrato l’intraprendenza e l’ardire di giungere ad eleggersi, di fatto, qual loro mecenate, dov’anche privo della possibilità di riconoscere loro la corretta ricompensa per tanto sforzo, si poneva essere un individuo a lei praticamente antitetico, opposto nei propri principi di vita, opposto nel proprio giudizio sul mondo e sulle sue dinamiche, tale da renderla assolutamente incapace di poterne seguire la benché minima logica, il più semplice raziocinio. Spesso, nelle pur rade occasioni d’incontro fra loro, la donna aveva cercato di impegnarsi in tal senso, aveva tentato di anticiparne le scelte, le asserzioni o, per lo meno, le domande, così come, in genere, si poneva essere particolarmente capace di fare nei confronti della propria predominante maggioranza di interlocutori: purtroppo, però, a meno di non voler mentire anche a se stessa avrebbe dovuto ammettere il proprio totale fallimento in tal senso, la propria più completa incapacità ad esplorare la mente, l’animo, di quell’individuo così eclettico, forse realmente folle nella sua completa estraneità con ogni modello di umanità esistente nel mondo noto.
Pertanto, l’unica possibile risposta che ella avrebbe mai potuto concedere ai propri compagni sarebbe stata la stessa che mai essi avrebbero sperato di poter sentire, di poter accogliere, fiduciosamente confidando proprio in lei per ottenere una qualche illusione di certezza là dove, ormai, alcuna sembrava poter essere loro offerta…

« Non ne ho idea. » ammise, a labbra strette, sinceramente contrariata dall’essere stata forzata a dover esprimere tale proprio limite, non tanto dalla richiesta di Howe, quanto più da quella stessa situazione ingestibile « Quello di cui, però, sono sicura è che, quando torneremo, quel vecchio pazzo dovrà offrici ogni spiegazione utile, ogni risposta necessaria… ammesso che sia davvero interessato al mantenimento della salute di cui è normalmente tanto orgoglioso. »

Nonostante tanta incertezza, nonostante tanto dubbio, nell’essere abituati, nella propria vita, all'azione ancor prima che al pensiero, alla mera riflessione soprattutto dove addirittura fine a se stessa qual inevitabilmente sarebbe risultata essere in quel particolare frangente, ai tre compagni di ventura risultò evidente come indulgere ancora in quelle questioni sicuramente prive di ogni possibilità di risposta certa, almeno da parte loro, non avrebbe condotto ad alcun risultato e, anzi, avrebbe potuto distrarli, ponendo le loro esistenze ancor più in pericolo di quanto già non sarebbero potute essere considerate. E nello sprone conseguente a simile dato di fatto, pertanto, rimandarono al futuro ogni ulteriore tentativo di comprensione su quanto potesse essere accaduto, nel merito delle ragioni per le quali Sha’Maech avesse deciso di nascondere qualcosa, ancora prima di una reale consapevolezza su cosa fosse stato omesso da parte del medesimo, focalizzandosi, pertanto, al presente, ed a quello che sarebbe potuto essere richiesto loro di affrontare, all’oscuro nemico, probabilmente padrone di arcani poteri, che tanto stava complottando a loro discapito.

mercoledì 21 ottobre 2009

649


I
l rapporto, il legame, che i tre mercenari si erano concessi di instaurare con la loro guida, non sarebbe potuto essere oggettivamente definito qual idilliaco, particolarmente solido o emotivamente sentito e, probabilmente, tale sentimento o, per meglio dire, tale assoluta mancanza di interesse, era stata completamente ricambiata anche da parte di Sanma, il quale in loro aveva trovato solo l'occasione di un guadagno interessante, di un arricchimento mai disprezzato o disprezzabile. Simile situazione, tale stato di fatto, non avrebbe però dovuto esser interpretato qual segno di particolare malizia, cattiveria o cinismo da parte degli uni o dell'altro, ma quale semplice espressione della vita quotidiana nel mondo dove tutti loro erano nati e cresciuti, realtà che, in verità, non avrebbe mai favorito particolarmente i legami umani, la fiducia reciproca. Là dove l'oro si poneva essere l'unico reale valore in cui poter porre la propria fede, il proprio interesse, là dove anche una moglie, una madre, una sorella, una figlia sarebbero potute essere vendute per un giusto prezzo, là dove la stessa vita umana avrebbe potuto essere economicamente qualificata e quantificata, rivelando, in verità, una quotazione tutt'altro che elevata, impossibile sarebbe stato dar luogo a particolari vincoli in maniera tanto semplicistica, tanto superficiale, soprattutto poi là dove uniti, semplicemente, per questioni di lavoro come erano stati i quattro fino a quel momento. Fuori dall'ordinario, in tal contesto, avrebbe anzi dovuto essere considerato il rapporto esistente già fra la Figlia di Marr'Mahew ed i due fratelli mercenari, in quanto derivato a propria volta da un'iniziale imposizione lavorativa, e, in effetti, anch'esso aveva visti affrontati, soprattutto nel primo periodo, grandi crisi, forti incomprensioni fra quelli che ora stavano apparendo tutti quali fratelli d'arme.
In virtù dell'assenza di un reale legame nei confronti di Sanma, né Midda, né Howe e neppure Be'Wahr, verso questi più benevolo, poterono definirsi sinceramente, non ipocritamente, quali affranti per il dolore di quella perdita, per la fine prematura che aveva coinvolto quel giovane, unica vittima del solo, reale serpente esistente all'interno dell'illusione creata a regola d'arte per trarli in inganno. Consci di come ogni avventura, ogni viaggio sarebbe potuto sempre essere l'ultimo per tutti loro, non avrebbero potuto sorprendersi di fronte a una perdita e, ciò nonostante, dove anche non fosse il cordoglio incondizionato per quella dipartita, la morte non poté neppure passare completamente inosservata, non li poté neppure trovare tanto indifferenti da non riservarsi la benché minima emozione nel confronto di quella particolare scoperta. E, anche in questo, una regolare cerimonia funebre non avrebbe potuto essere ovviata, a render giustizia a quelle spoglie mortali secondo gli usi a loro consueti, secondo i riti per loro comuni.
Così, prima del nuovo sorgere del sole, nel medesimo punto in cui era stato posizionato, al precedente tramonto, il fuoco attorno al quale avrebbero dovuto trovare protezione e riscaldamento, non mancò di sorgere una pira funebre, atta a rendere l'ultimo saluto, la celebrazione definitiva, nei confronti della prima, e speranzosamente ultima, vittima di quella loro spedizione nella Terra di Nessuno.

« Dovremmo forse dire qualche parola… in sua memoria… » suggerì Be'Wahr, in risposta alla laconicità in cui tutti loro si erano chiusi nell'osservare il corpo dell'uomo esser lentamente consumato dalle fiamme, nella seria contemplazione del traguardo a cui tutti, in maniera violenta o naturale, sarebbero giunti in un futuro, prossimo o remoto.
« Lo conoscevamo appena. » ricordò Howe, senza cinismo ma con semplice senso pratico, ove effettivamente non avrebbero potuto vantare alcuna profonda consapevolezza nei riguardi di quell'uomo e della sua vita ormai conclusa « La retorica, in questi casi, apparirebbe più simile a un insulto che a una glorificazione del defunto. »

Fu Midda, però, a trovare la volontà di esprimere ciò attorno a cui, immancabilmente, tutti i loro pensieri non avrebbero potuto mancare di essere rivolti, di essere focalizzati, nella certezza di quanto assurdo sarebbe stato considerare quella morte quale una banale coincidenza, un fato che avrebbe potuto cogliere chiunque fra loro. Difficilmente un evento concomitante ad una particolare condizione, ad un altro episodio, avrebbe potuto esser facilmente liquidato qual semplice fatalità: in quel frangente, in quel particolare contesto di stregoneria ed inganno, assurdo, sciocco e potenzialmente pericoloso sarebbe stato cedere a tal pensiero, a un così estremo e improprio giudizio.

« Rendiamo, all'alba di questo nuovo giorno, omaggio a un avventuriero, a una guida, il cui valore e la cui fama, guadagnata nel merito delle proprie azioni, lo ha coinvolto in questo suo ultimo e letale viaggio. » scandì ella, con tono deciso, gelido nella propria modulazione ma rovente nel significato del proprio messaggio « Sanma, questa notte, è stato ucciso da una volontà aliena, misconosciuta, forte e pericolosa, contro la quale anche il più forte fra gli eroi, il più valoroso fra i guerrieri, non avrebbe potuto trovare speranza di sopravvivenza. »
« Contro di lui, in conseguenza del suo ruolo, della sua conoscenza sul territorio, dell'aiuto che non ha mancato di offrirci conducendoci finanche a questa fonte segreta, è stata emessa una chiara condanna, volta a punirlo per quanto stava compiendo, per il traguardo verso il quale ci stava permettendo di spingere i nostri passi. » definì, proseguendo in quel discorso « Perché proprio egli sia stato scelto qual vittima, non ci è dato di saperlo: il serpente che ha estirpato il calore della vita dal suo corpo avrebbe potuto prendere chiunque fra noi, avrebbe potuto rapidamente concludere la nostra avventura in queste lande desolate, ma così non è stato. »
« Un monito, forse e pertanto, ancor prima di una reale offensiva, è stata quella che ha spinto alla morte il nostro compagno di ventura. » constatò, dando libera voce a quel raziocinio comune, a quella logica conclusione a cui alcuno fra loro avrebbe potuto evitare di giungere « Un avvertimento desideroso di spingerci lontano da queste terre, interdicendole, in questo, innanzi alle brame di chiunque altro dopo di noi potrebbe porre la propria attenzione, il proprio desiderio, nei confronti della nera piramide, dei suoi segreti e dei suoi tesori. »
« Un esortazione alla quale, però, non cederemo, dove agire in tal senso non rientra fra i nostri principi, non rientra fra le possibilità che siamo soliti riservarci e, peggio, renderebbe assolutamente vana questa morte, dove, sono certa, Sanma non potrebbe non esigere vendetta per quanto è accaduto. » si avviò a conclusione, esprimendo con decisione quelle parole « E dove, se noi non riusciremo a riconoscergli tale rivalsa contro chi gli ha negato ogni autodeterminazione, ogni futuro, allora egli avrà ogni ragione per impegnarsi a nostro discapito, per maledire il nostro nome, il nome di chi lo ha condotto alla propria morte, seppur nell'assolvimento del proprio dovere, del proprio impegno, della propria professione. »

Un'affermazione energica, colma di intrinseca energia, di una forza di volontà irrefrenabile, quella che venne così formulata in un vago sapore di giuramento, in una incontestabile dichiarazione di intenti, volta contemporaneamente alla memoria, allo spirito immortale di Sanma, nel volergli garantire, in ciò, la possibilità di riposare quietamente ovunque egli fosse giunto, e all'attenzione del loro ancora misconosciuto avversario, colui che aveva deciso di aprire nei loro riguardi simile offensiva, forse nella volontà di proteggere quel tempio dimenticato dall'umanità.
Né Midda, né Howe, né Be'Wahr, guerrieri esperti, mercenari valorosi, combattenti non abituati a chinare il capo di fronte a poteri mistici, per quanto letali, per quanto aggressivi in loro contrasto, avrebbero prima di allora, prima di quell'attacco, potuto prendere in considerazione la possibilità di ritirarsi, di voltarsi e condurre i propri passi verso le proprie case, verso ambienti per loro più familiari, più congeniali. A seguito di quanto occorso, poi, quell'ulteriore sprone avrebbe loro negato ogni seppur ipotetica e infondata prerogativa in tal senso, costringendoli a proseguire verso la piramide perduta, nella volontà non solo di concludere il proprio incarico, non solo di guadagnarsi il diritto sui tesori in essa celati, non solo di vendicare la fine della loro guida, la cui salma ora stava bruciando innanzi al loro sguardo, ma anche nel desiderio di definire il proprio valore in contrasto a quel blasfemo potere, a quell'oscuro misticismo che aveva attentato alle loro esistenze e che, in quel monito così costruito, aveva deciso di umiliarli ancor prima di affrontarli.