Midda's Chronicles - le Cronache

News & Comunicazioni

E dopo tante peripezie... riprendiamo oggi la pubblicazione regolare delle Cronache di Midda!
Dal momento che sono trascorsi due anni dall'inizio della pubblicazione della 46° avventura di Midda, analogamente a quanto già fatto per Un altro morde la polvere, per qualche giorno saranno ripubblicati tutti gli episodi già irregolarmente pubblicati fra la fine del 2014 e l'inizio del 2015, per poi procedere con il proseguo delle vicende della nostra mercenaria preferita... e questa volta della sua versione "Terra Prime"!

Grazie a tutti per l'affetto e la fiducia dimostratami...

Sean, 7 agosto 2017

domenica 31 maggio 2009

506


I
l signore del maniero fu di parola e, dopo diverse ore, forse addirittura il giorno seguente, le mie compagne ed io fummo svegliate dall'arrivo del drappello di sarte preposte alla preparazione della promessa sposa.
In verità, probabilmente, io fui la sola ad essere richiamata alla coscienza dalla venuta di quel contingente, dove, riaprendo gli occhi, ritrovai sia la principessa, sia la sua guardiana assolutamente lucide, per quanto visibilmente provate, entrambe, dalla tensione del momento. Ad essere sincera mi è difficile, tutt'ora, comprendere come io stessa riuscii a prendere sonno in una tale situazione: probabilmente, nel dimostrare per l'ennesima volta minore capacità di autocontrollo rispetto a loro, il mio organismo doveva essere giunto ad una situazione tale da obbligarmi a quel crollo. O, meno banalmente, quanto accaduto, quella flebile ma pur presente speranza accesasi innanzi a noi, aveva ingenuamente offerto ai miei nervi la possibilità di distendersi, non esigendo da me ulteriori veglie. Comunque non mi è stata concessa possibilità di conoscere se davvero entrambe non approfittarono di quel momento di riposo, nell'attesa di nuove azioni da parte del nostro anfitrione, o se altresì semplicemente entrambe si ridestarono prima e meglio di me all'arrivo delle sarte.
Spettri anch'esse, come previsto, si presentarono quali un gruppo di ben sette elementi, con espressioni del tutto apatiche ma, probabilmente, non troppo diverse da quelle che dovevano aver avuto in vita, nel compimento dei propri doveri al servizio di chissà quale padrone. Improvvisamente, osservandole all'opera, non potei evitare di formulare, almeno nel mio intimo, una curiosità nei riguardi delle loro storie dove, evidentemente, ognuna di loro doveva aver avuto un proprio passato precedente al momento in cui il fato le aveva riunite sotto il mostro a cui ora prestavano la loro opera.
Quando avevano vissuto? Dove avevano vissuto? Erano y'shalfiche anch'esse oppure kofreyote? Come erano morte? E, soprattutto, perché erano state così condannate dagli dei nell'esser rinchiuse all'interno di quel maniero?
Molte domande, forse troppe, quelle che affollavano la mia mente e che da lì non avrebbero potuto trovare modo di evadere a meno di non riuscire ad ottenere delle risposte da quegli spiriti. Un'idea assurda che, però, nell'ancor più innaturale contesto in cui eravamo state catapultate nostro discapito non poté che essere presa in esame in maniera fin troppo seria. Così, quando una di quelle sette donne, quei sette fantasmi ombre di coloro che un tempo erano state donne, continuando nel proprio operato, prese parola verso la propria futura signora, o presunta tale, non potei che trovare un inatteso coraggio, nel cogliere anch'io l'occasione per esprimermi.

« Come desideri questa veste, mia signora? » domandò con voce flebile, un innaturale sussurro condotto dal vento, quello spirito, volgendo il proprio sguardo vuoto e spento, i proprio occhi bianchi e privi di iridi o pupille, verso la diretta interessata.
« Voi… parlate? » intervenni, con evidente stupore.

Ancor più che la voce degli spettri, fu la mia presa di posizione in quel dialogo a cogliere in contropiede l'aristocratica e la mercenaria, le quali mi guardarono non per esprimere rimprovero ma, piuttosto, curiosità sulle ragioni di quel mio atto: evidentemente, anche in conseguenza del mio comportamento fino a quel momento, dell'umana e naturale pavidità da me dimostrata, imprevedibile sarebbe stata simile mia azione.
I fantasmi, dal canto loro, restarono per un lungo istante in silenzio, quasi incerti su come comportarsi innanzi alla mia domanda, salvo poi decidere a favore di un intervento, evidentemente non ritrovando alcuna ragione contraria a concedermi risposta.

« Il nostro padrone ci ha concesso questa possibilità per soddisfare al meglio i desideri della signora. » spiegò, pertanto, colei eletta a portavoce per il gruppo « Private della possibilità di un dialogo non avremmo potuto porre eventuali questioni utili a conoscere ogni dettaglio utile per il compimento del nostro incarico. »
« Pensare ti poter anche soddisfare qualche umano dubbio nel contempo in cui il lavoro procede? » insistetti allora, quasi spronata dalla risposta dello spettro, per quanto quella voce non mancava di farmi gelare il sangue nelle vene.

Le sarte si guardarono reciprocamente, evidentemente sorprese dalla mia volontà: da quando erano morte, come solo più tardi scoprimmo, non avevano mai avuto occasione di dialogare con qualsivoglia mortale, né, più banalmente, di potersi esprimere in maniera quasi conscia come, invece, stava venendo ora loro concesso. Tanta libertà, in conseguenza, le stava anche spaventando, preoccupate per eventuali ire nelle quali sarebbero potute incappare per un loro abuso in tal senso.
Ma, forse proprio intuendo, comprendendo le cause di quel dubbio, la principessa colse al volo la possibilità offerta in quel momento, prendendo a sua volta parola per sollecitare simile dialogo.

« Io... lo gradirei molto. » dichiarò, modulando la propria voce come succube di una velata timidezza, di un timore reverenziale nei confronti dell'ignoto posto di fronte a sé, in una simulazione a dir poco perfetta « Ve ne prego… »
Tale richiesta, così, sciolse ogni inibizione negli spettri, che annuirono e dichiararono: « Nostro compito è soddisfare la tua volontà, nei limiti delle regole stabilite dal padrone. »

Gettando, quasi casualmente, il mio sguardo nella direzione della donna guerriero, colsi il suo viso assumere un'evidente espressione di soddisfazione per quella piega non programmata e pur positiva degli eventi. Sebbene, infatti, nella strategia pianificata ci eravamo riservate la possibilità di salvezza senza doverci subordinare alla conoscenza, e quindi all'acquisizione, di determinate informazioni, riuscire a comprendere con chi avevamo a che fare, in quale particolare ed orrenda situazione ci eravamo venute a ritrovare, sarebbe tornato unicamente a nostro vantaggio, immediato, ed a suo vantaggio, futuro.
Per questo, con un lieve movimento di assenso del proprio capo, ella volle informarmi della sua approvazione per quell'azione. Un gesto che, da parte mia, fu accolto con un sincero entusiasmo nel sentirmi, improvvisamente se pur casualmente, utile per il nostro piccolo gruppo.

Incitata in tal modo, offrii immediatamente la prima delle mie numerose domande, nel rivolgermi verso il gruppo di ombre: « Senza voler apparire indiscreta… chi siete? »
« Intendi forse dire: chi siamo state? » replicò lo spirito, volgendo nuovamente a me la propria attenzione, il proprio sguardo vuoto e privo di ogni luce vitale « Giovani donne e serve, esattamente come te. »
« Giovani? » ripetei, sottolineando in ciò un'evidente ingenuità di fondo nel mio rapporto con quella realtà sovrannaturale, assolutamente veniale per propria stessa argomentazione « Siete… morte… giovani? » chiesi, incerta nell'adoperare simile verbo, dove una tale domanda si poneva lontana da ogni senso di ordinario.
« Invero la maggior parte di noi non ha neppure raggiunto l'età adulta. » confermò la mia interlocutrice, con funerea fermezza nella propria voce.

Confusa cercai di vincere ogni timore nello scorrere, con il mio sguardo, i volti delle sette sarte, cercando sugli stessi indizi in merito alla loro età, all'età maturata al tempo del loro decesso. Sebbene le parole dello spettro, però, fossero inequivocabili, al mio sguardo parve impossibile distinguere con precisione un qualche carattere utile a confermarle: in conseguenza della loro attuale condanna, i sette spettri apparivano, fra loro, estremamente omogenei, non proponendo, se non addirittura ostacolando, la presenza di eventuali univocità tali da permetterne la distinzione. L'esistenza quale spirito, il loro stato di ombre, aveva reso quelle sette donne, quelle sette giovani, poco più che fanciulle, assolutamente similari fra loro, facendo loro smarrire ogni identità personale con le quali, altrimenti, potersi ritenere umane.

sabato 30 maggio 2009

505


P
er quanto il terrore derivante da quella situazione sarebbe stato lontano da ogni dubbio, la stessa esagerazione del medesimo mi spinse, nel confronto con il mostro, ad una sorta di assuefazione, tale da non impormi alcuna inibizione come altresì sarebbe dovuto accadere.
Non per un ritrovato coraggio, pertanto, riuscii a proseguire in quel dialogo, mantenendomi fedele alla strategia elaborata dalla mercenaria, quanto piuttosto perché condotta forzatamente da un sentimento che sarebbe potuto essere tranquillamente accostato alla follia. In ciò non potei che ritenere reale quanto si suol dire nel merito di quelle particolari e tremende circostanze in cui nulla si può perdere in più di quanto non si sia già perduto: rimasta proprietaria unicamente della mia vita, ed ancora evidentemente per poco, qualsiasi azione avessi compiuto non avrebbe potuto condurmi ad un risultato peggiore di quello a cui già ero stata indirizzata, benché contro la mia volontà. Dove già la morte appariva al mio fianco, il rischio di perire non avrebbe mai potuto essermi di ostacolo in quella mia personale missione, dato che quest'ultima, al contrario, si proponeva volta a restituirmi la speranza di un futuro.

« E, quindi? » domandò egli, nell'invitarmi a proseguire l'esposizione della mia ambasciata.
« La mia signora e tua futura sposa desidera potersi presentare innanzi a te ed agli dei tutti nel costume per lei divenuto proprio quale conclusione di lunghi anni di educazione religiosa, integralista, secondo i dettami che dominano la maggior parte del regno di Y'Shalf come, sicuramente, tu non ignorerai. » proseguii, allora, non lasciando alcuna parola all'improvvisazione.
« Ella desidera forse indossare un burqa? » replicò, offrendo segno d'intendimento per quell'ultima affermazione, aggrottando però la fronte con fare dubbioso « E perché dovrebbe, di grazia? Non mi sembra che lo avesse indosso al momento del vostro ingresso entro i confini della mia fortezza… non è forse insolito per una devozione religiosa tanto radicata quale quella che ora vorrebbe dimostrare? »
« Assolutamente no, mio signore. » negai con assoluta convinzione.

Comprendendo di essere giunta, ormai, al momento fondamentale di quel dialogo, richiamai a me ogni energia, tutta la mia concentrazione, per non perdere il controllo, nel non voler non rischiare di concedere alle mie emozioni l'occasione di cogliermi impreparata e riprendere a dominarmi. Avrei dovuto dimostrarmi degna complice della Figlia di Marr'Mahew, proponendo la sua stessa freddezza d'animo, il suo stesso gelo interiore nel confronto anche con la peggiore delle ipotesi. E dove tutto quello che stava accadendo era stato ampiamente anticipato dall'analisi compiuta dalla medesima nell'elaborazione di quel piano, non avrei potuto difendermi, neppure intimamente, dietro la scusa di un imprevisto colpo di scena per un mio eventuale fallimento in quel senso.

« Sono successi diversi fatti, negli ultimi giorni, che hanno spinto la principessa a cercare il proprio destino altrove. E per riportare successo in tal senso, per non fallire miseramente nel corso di un viaggio, in verità, troppo aspro, è stato necessario, tanto per lei quanto per me, spogliarci delle vesti che eravamo solite indossare, ubbidendo in ciò ai consigli della nostra guida. »

Nella mia spiegazione, ancora tutt'altro che improvvisata, posi un sapiente connubio fra verità e menzogne, fra fatti totalmente svelati ed altri assolutamente omessi, al fine di proporre una realtà assolutamente verosimile per quanto non completamente sovrapposta a quella altresì considerabile assoluta.
Ovviamente se mi fosse stato assolutamente richiesto dagli eventi di incedere in nuove strade, in percorsi alternativi a quelli studiati, non avrei mancato di agire con prontezza ed abilità, o almeno così mi piace sperare. Fortunatamente, però, come i fatti dimostrarono, non mi venne richiesta tale prova…

« Ciò nonostante quel velo, per noi, rappresenta una seconda pelle, è capace di donarci un senso di completezza altrimenti mancante. » cercai di spiegargli, con assoluta quiete, almeno esteriormente.
« Comprendo. » annuì egli, accarezzandosi lentamente il mento con la mano destra, nell'osservarmi, nel giudicarmi.
« Se tale abito non rientra nei tuoi gusti, nei tuoi desideri, la mia signora è assolutamente disposta ad impegnarsi in tal senso, assumendo qualsiasi costume tu riterrai per lei più opportuno. » sottolineai, con una voluta enfasi nel dimostrare assoluto desiderio di collaborazione da parte della principessa nei suoi riguardi « Ciò nonostante, ella ti prega di volerle concedere la possibilità di convolare a nozze così come per anni ha sognato di poter fare, fosse anche indossando il burqa per un'ultima volta. »

La mia porzione di pezzi era stata disposta sulla scacchiera ed, ora, qualsiasi decisione sarebbe spettata unicamente al mio interlocutore, il quale avrebbe potuto riconoscere o negare il desiderio propostogli: un azzardo, pertanto, il nostro, ma come in ogni gioco un rischio necessario per giungere alla vittoria sperata.
Il mostro, simile ad un doccione grottesco, restò a lungo assolutamente immobile nel fissarmi, nel mantenere il proprio sguardo su di me, quasi stesse cercando, in tal modo, di spingersi verso la parte più profonda del mio animo, a cercare in essa una chiave di interpretazione per quanto riferito. Non so, non credo che quegli occhi avessero realmene un simile dono, dove effettivamente gli eventi successivi negarono tale possibilità: considerando tutto questo, comunque, non posso negare come quelli che trascorsero allora siano stati alcuni fra gli istanti più intensi, più lunghi della mia vita, lasciandomi temere in molteplici occasioni di aver fallito del mio compito, di non essere stata adeguatamente convincente nel presentare le richieste postegli.

« Non vedo ragione per la quale rifiutare alla mia sposa questo capriccio. » riprese voce il colosso, annuendo ancora, ora con chiara volontà di conferma sulla richiesta propostagli « Se così non fosse, del resto, negherei quanto poc'anzi ribadito con decisione: dove simile è la sua volontà, che essa sia compiuta senza alcun tergiversare. »
« Ti ringrazio, mio signore. » sorrisi dimostrandomi anche fin troppo sinceramente felice per quella notizia, chinandomi appena in avanti quale segno di rispetto e sottomissione « Anche a nome della principessa che non potrà evitare di accogliere con gioia assoluta questa occasione… »
« Manderò un gruppo di sarte da voi, affinché tutto possa essere predisposto al meglio per la celebrazione. » proseguì allora, offrendo l'ennesima riprova in quelle parole di un'organizzazione assolutamente totalitaria e completa non solo sul proprio castello ma, anche, sugli spettri lì racchiusi, quale si poneva facilmente intuibile essere la natura di questi ultimi servitori citati, in accordo con tutti quelli già presentatici « Vi è altro per il quale sarebbe utile io fossi informato? Ulteriori richieste da parte della festeggiata? »
« Null'altro. » conclusi, con un secondo inchino « La principessa sarà più che compiaciuta già dal favore forse ritenuto fin troppo semplice ma, altresì, fondamentale, riconosciutole… »

Con simili parole, pertanto, presi congedo da lui, a mia volta soddisfatta, in maniera più che assoluta, per quanto ottenuto. Sebbene l'apparenza dei fatti potesse indurre a pensare l'esatto opposto, infatti, avevo appena avuto chiara manifestazione di come quel mostro non fosse onnisciente, non potesse avere il controllo di ogni cosa attorno a sé, arrivando addirittura a lasciarsi ingannare anche da una ragazza semplice quale, indubbiamente, avrei potuto, e posso ancora, considerarmi, io stessa, lontana dalle abilità di un'altra donna più confidente con me nell'arte dell'inganno, della menzogna.
In tale risultato, quindi, le speranze per le quali il piano di Midda avrebbe potuto avere successo si erano ritrovate, improvvisamente, decuplicate, mostrandomi nuovamente un raggio di luce in un mondo da troppo tempo divenuto eccessivamente tenebroso e contrario, in ciò, al concetto stesso di vita. Solo inseguendo con tutte le proprie energie quel sottile bagliore, ero già conscia, ci sarebbe stata concessa l'opportunità di avere salve non solo le nostre vite ma anche le nostre anime.
Una responsabilità enorme, quella assunta da una sola donna, di fronte alla quale non avrei mai potuto offrire alcuna invidia.

venerdì 29 maggio 2009

504


« C
osa… hai in mente di fare? » riuscii a domandare, dopo un lungo momento di incertezza sul prendere o meno la parola, sull'esprimermi nei suoi confronti, quasi aspettando che tale questione fosse proposta dalla mia altra compagna ancor prima che da me, quasi estranea in tutta quella faccenda, coinvolta per un semplice e beffardo scherzo del fato.
« Uno dei miei più antichi mentori, dei miei tutori e maestri d'arme, un tempo mi offrì un insegnamento estremamente profondo e veritiero, di cui ho fatto tesoro nel corso degli anni e grazie al quale, spesso, sono riuscita a superare situazioni altresì impossibili… » rispose lei, dimostrandosi assolutamente tranquilla, quieta, a proprio completo agio quasi non fosse da poco accaduto quanto era altresì accaduto, quasi quello fra noi fosse uno dei nostri classici incontri attorno al fuoco alla sera, nel corso del viaggio verso Kofreya.
« Quale, di grazia? » insistette allora Nass'Hya, cercando di spronare la mercenaria a giungere a conclusione della propria spiegazione senza eccessivo tergiversare, sentendo gravare su di sé il peso della propria condanna, alla quale non sapeva se rassegnarsi oppure tornare a sperare di potersi opporre.
« Con impegno e volontà è forse possibile deviare il corso di un fiume… ma non contrastare l'immenso mare, con la propria forza, la propria indipendenza, il proprio potere. » continuò allora lei, recitando quella che parve essere quasi una legge sovrana, proposta a memoria da un portavoce del sultano.
« E cosa significa?! » richiesi, non riuscendo a cogliere il senso logico di quell'affermazione retorica, eccessivamente filosofica per poter trovare un qualche riscontro pratico, soprattutto nel contesto di una situazione disperata quale sembrava essere la nostra.
« Significa… »
Ma quel tentativo di spiegazione venne interrotto dalla voce dell'aristocratica, che decise di continuarne la parafrasi nell'averne compreso subito il senso dove a me era altresì sfuggito: « … che se non puoi vincere in uno scontro diretto con il tuo avversario, devi trovare un modo per assecondarlo, per lasciare che sia lui a gestire il gioco in attesa del momento giusto per rovesciare la situazione a tuo favore. »
« Esattamente! » annuì allora l'altra, sorridendo soddisfatta per la comprensione ricevuta.

Forse se anche io avessi mai partecipato, nel corso della mia vita, ad una partita a chaturaji, gioco tanto caro ad entrambe le mie compagne in quella disavventura, avrei avuto maggiori possibilità di giungere alla stessa conclusione della giovane nobile. Purtroppo, però, alcuno accanto a me ha mai avuto un qualche interesse a rendermi edotta in simile attività e, per questo, alcuna particolare capacità di analisi strategica ha trovato mai in me un terreno fertile: così, dove pur Nass'Hya avrebbe evidentemente voluto esplicitare, probabilmente anche a mio favore, un concetto prima proposto solo implicito, ella fallì clamorosamente, ottenendo da parte mia solo uno sguardo perso, un'assoluta mancanza di riscontro.
Fu Midda che, a quel punto, colse la mia incertezza e decise di essere ancor meno criptica, andando a parare direttamente sull'obiettivo, per quanto questo potesse sembrare assurdo e privo di ogni raziocinio non meno rispetto alla filosofia proposta in precedenza.

« Quella specie di bestione vuole sposarsi? » commentò, strizzando il proprio occhio sinistro con complicità verso di me « E noi gli daremo esattamente quanto desidera, non potendo fare nulla per opporci a lui… »

Un piano abilmente elaborato, quello della mercenaria, che non potei evitare di ammirare e di temere al contempo, nell'essere informata di ogni sfumatura del medesimo.
Unendo semplicità ed audacia, ella aveva davvero deciso di condurre a termine quel matrimonio per aprire a tutte noi la via alla fuga. Numerose, ovviamente, furono le mie obiezioni, dove sarebbe stato fuori dall'umana natura accettare senza condizioni quanto da lei proposto, quanto suggerito, ma ad ognuna tanto dalla stessa Figlia di Marr'Mahew, quanto dall'aristocratica, sua protetta, vennero fornite adeguate repliche, atte a definire, ad ogni istante trascorso, quella strategia quale una delle migliori fra tutte quelle a noi offerte… non che, in verità, fossero poi molte. Alla fine, comunque, capitolai ed accettai non solo quel programma d'azione, in ogni propria sfumatura, ma anche il ruolo che io stessa avrei dovuto ricoprire nel suo corso. Come in ogni tattica di gruppo, che sia essa in campo bellico o no, fondamentale per il raggiungimento del successo sarebbe stato il perfetto svolgimento, da parte di ognuno, dei propri compiti, il rispetto dei propri ruoli, affinché la forza di uno potesse diventare la forza di tutti e la debolezza di uno potesse essere sostenuta dagli altri, suoi compagni.
Mentirei se ora vi dicessi che mi proposi entusiasta per quanto domandatomi. Personalmente, infatti, ero assolutamente terrorizzata per la responsabilità affidatami, non semplicemente per la paura di fallire ma per l'esigenza di confronto solitario, da parte mia, con il nostro anfitrione. Nessun'altra avrebbe potuto svolgere quel ruolo al di fuori di me, dove se anche interpretato dalla medesima Midda avrebbe potuto essere causa di sospetto, di allerta per il nostro ospite, rendendo vana tutta la programmazione a seguire. E solo in virtù della consapevolezza sull'esigenza imprescindibile della mia collaborazione, probabilmente, ebbi il coraggio di adempiere ai miei incarichi, presentandomi nei tempi stabiliti nuovamente innanzi al colosso dalla pelle rossa, dopo aver chiesto udienza con lui ad uno dei suoi spettri rimasti a guardia fuori dal nostro alloggio.

« In qualità di quale incarico giungi a me? » volle preventivamente informarsi il mostro, osservandomi ora con tranquillità dall'alto del proprio trono nella stessa sala da pranzo dove ci aveva accolte « A titolo personale oppure come serva della tua padrona e mia prossima moglie? »
« Il… il secondo caso è quello corretto, mio signore. » risposi, chinando il capo sia per simulata umiltà sia a celare l'ovvia emozione presente in quel momento ad animare il mio cuore, la mia mente e probabilmente il mio spirito « Sono alle dipendenze della tua promessa sposa… e spero di potervi continuare a restare. »
« Non temere per simile tuo desiderio. » commentò egli con evidente ironia, sarcasmo quasi « Ti assicuro che in un modo o nell'altro resterai in eterno al fianco della tua signora, per servirla come ora già fai. »

Difficile equivocare, in quel frangente, il senso di simili parole. Circondata da fantasmi di ogni genere, fra i quali certamente si sarebbero potute enumerare le anime di tutte le sue precedenti spose nonché delle loro eventuali ancelle, il mio futuro si proponeva terribilmente trasparente innanzi al mio sguardo. Ciò nonostante, spronata dal pensiero dell'importanza del mantenere il controllo sulle mie emozioni in quel momento, per non tradire me stessa oltre, ovviamente, alle mie compagne, mi imposi di ignorare ogni possibile fattore di distrazione, nel proseguire secondo il copione già scritto per me.

« Non posso che ritenermi onorata per simile opportunità. » replicai pertanto, ancora leggermente inchinandomi verso di lui, quasi a sottolineare l'importanza di simile comunicazione.
« Definisci dunque le ragioni per questo incontro, serva della mia sposa. » mi invitò, quasi distraendosi da me solo per tornare ad osservare l'immenso banchetto ancora disposto innanzi a lui « Poiché il mio tempo, per quanto illimitato, non merita di essere sprecato in inutili riprove. »
« Nessuna riprova, mio signore. » continuai a quel punto, scuotendo appena il capo « La principessa ha accettato di buon grado l'occasione concessale ed ora, ciò che desidera, è poter celebrare questo evento con la medesima letizia da sempre desiderata per sé in occasione del proprio matrimonio. Nel rispetto, in ciò, anche dei riti dei propri padri… della propria gente… »
« Parla chiaramente. Perché i desideri della mia sposa sono i miei e, benché ancora ella non sembri comprenderlo pienamente, la mia sola volontà è quella di compiacerla in ogni suo possibile capriccio. »
« Non credo di sbagliare nel rassicurarti di come simile affermazione non sarà ignorata da lei. » annuii, cercando di dimostrarmi il più convinta possibile di ogni mia singola parola, di ogni sillaba da me pronunciata « E, del resto, quanto ella brama, in questo momento, si predispone essere assolutamente minimale tale da non poter rappresentare per te, o per chiunque altro, motivo di disagio… »

giovedì 28 maggio 2009

503


T
rascorsero molte ore prima che alla donna guerriero fosse concessa occasione di riprendersi. La violenza da lei subita, evidentemente, era stata eccessiva nella seconda occasione di scontro con il mostro, tale da permettere alla stanchezza comunque già accumulata in lei così come in ognuna di noi, di avere il sopravvento, imponendosi sui suoi sensi. Fortunatamente, comunque, a parte un grande livido già violaceo nel momento del suo risveglio, alcun ulteriore danno sembrò concedersi in conseguenza del gesto del colosso, dove altresì egli avrebbe probabilmente potuto imporre su di lei una prematura fine se solo avesse voluto. Frenando i suoi gesti, al contrario, le aveva donato ancora qualche ora di vita e, con esse, una speranza per il proprio futuro: un concetto che sicuramente per la maggior parte delle persone avrebbe potuto considerarsi puramente retorico, ma che per lei non avrebbe evitato di imporsi quale estremamente pratico, in coerenza con il suo spirito indomabile, con il suo animo che mai si sarebbe concesso remissivo di fronte ad un avversario anche sì temibile.
E quasi a confermare tale sentimento, tale emozione, il suo risveglio non si concesse quieto, tranquillo, sottomesso: al contrario la vide scattare, con violenza, con forza nel rialzarsi rapidamente in piedi e cercare la propria spada a fianco, nel predisporsi pronta ad affrontare anche un esercito se solo le si fosse concesso innanzi. Davanti a lei, però, eravamo solo la principessa ed io, sue compagne in quella disavventura.

« Thyres! » inveì, a denti stretti, con rabbia più contro se stessa che contro chiunque altro « Che cosa è successo?! Dove siamo?! »

A seguito dell'inevitabile resa offerta da Nass'Hya, eravamo state tutte trasferite da un macabro corteo di spettri fino ad un regale alloggio, stanze private di un lusso privo di ogni paragone offerteci quale temporanea dimora per prepararci psicologicamente, e fisicamente, al momento delle nozze.
Dovendo essere sincera, nel tralasciare per un momento la particolare situazione nella quale ci eravamo venute a ritrovare, non si sarebbe potuto ignorare come l'accoglienza e l'ospitalità riconosciuteci sarebbero potuto essere considerate degne di un sovrano e, probabilmente, molto ancora oltre: neppure all'interno dell'harem, che pur nessuno oserebbe considerare quale un ambiente modesto, privo di ogni vezzo ornamentale, di ogni fregio assolutamente inutile se non nel confronto con uno scopo meramente estetico, mi era mai stata concessa occasione di ammirare la ricchezza presente entro quella che forse avremmo dovuto considerare una cella, dorata forse ma pur sempre una cella. Composto da cinque diverse sezioni, comprendenti un ampio ingresso, un soggiorno, un enorme bagno, un'anticamera ed una vasta stanza da letto, quell'alloggio avrebbe potuto tranquillamente ospitare, al proprio interno, anche cinque intere famiglie, con figli a carico, senza che alcun elemento fra essi potesse risentire di mancanza di spazio per se stesso. Senza voler ora scendere in particolari dettagli, distraendovi ulteriormente dal corso degli eventi, desidero comunque concedervi un'idea sul genere di ambiente di cui sto riferendovi memoria nel prendere in esame unicamente lo spazio da bagno. Esso si configurava come circolare, di oltre novanta piedi quadrati al cui centro, incavata nel pavimento e circondata da una serie di colonnine a mero scopo ornamentale, una vasca simile a piscina era stata ricavata con un diametro di oltre venti piedi. A quest'ultima l'acqua giungeva precipitando, in forma di pioggia ed in maniera praticamente continua, dall'alto, dove un'ampia cisterna circolare era stata adeguatamente predisposta a tale scopo. Inoltre, non un solo dettaglio, ricavato all'interno di purissimo marmo bianco, si concedeva libero da fregi d'oro zecchino, non un solo angolo si dimostrava libero dal biondo e lucente metallo, che anche nel fondo dell'immensa vasca trovava una propria ragion d'essere, lasciando risplendere in maniera incredibile ed imparagonabile a qualsiasi altra immagine, l'intera sala.
Midda, in quanto privata dei propri sensi, era stata letteralmente sollevata da terra e condotta al nostro fianco, assolutamente senza sforzo da parte degli spiriti al servizio del signore di quella fortezza: nel concedere un insolito rispetto verso la propria futura sposa, egli aveva infatti espresso chiaramente l'ordine di evitare ogni genere di danno per la mercenaria, nonostante tutto l'ardire dimostrato in futili tentativi a proprio discapito. Addirittura la sua stessa spada, che pur sarebbe dovuta essere requisita per prevenire nuove occasioni d'attacco, non le era stata negata in quel trasporto, dove ritenuta, a torto o, più probabilmente, a ragione, del tutto inefficace contro di lui, come del resto chiara riprova ci era stata concessa con il confronto fra i due.

« Siamo ancora nella fortezza… » esordì la giovane aristocratica, facendosi coraggio nel riprendere voce dopo un lungo periodo di silenzio mantenuto fra noi, dove ogni parola era sembrata essere priva di ragione.

Così alla mercenaria venne fornito un breve ma completo riassunto degli eventi occorsi dal momento della sua perdita di coscienza, con il dialogo concesso dal mostro e la scelta praticamente obbligata imposta sopra alla principessa, a cui ormai era stato negato ogni diritto di scegliere sul proprio destino.
Nessun commento fu proposto nel corso di simile racconto, quasi come forma di rispetto per la situazione occorsa o, forse, di prudenza nel voler evitare di trarre giudizi affrettati, prima del tempo. Al termine della narrazione, però, una chiara voce di dissenso fu offerto, prevedibile e, probabilmente, attesa sia da Nass'Hya sia da me, quale il primo raggio di luce dopo una notte dominata dalle tenebre più fitte.

« Tutto questo è francamente inaccettabile. » commentò la donna guerriero, storcendo le labbra, prima di lasciarsi sedere sull'immenso letto da cui si era alzata di scatto poc'anzi « L'idea che quella sorta di manzo troppo cresciuto sia riuscito a mettermi fuori combattimento non mi esalta per nulla. E meno ancora mi incoraggia il pensiero di non essere riuscita a fargli nulla… »
« E' immortale. » replicò la principessa, quasi a voler giustificare in ciò il fallimento per cui la compagna si stava rimproverando.
« Non è una buona ragione per non essere riuscita ad ucciderlo. » negò l'altra, scuotendo il capo « E poi dubito sia effettivamente immortale: molto coriaceo, forse, ma non immortale. »
« Cosa vuoi fare allora?! » domandai io, ritrovando in quelle parole una sorta di speranza, per quanto potenzialmente assurda, priva di logica.
Un istante di silenzio fu obbligatoriamente richiesto da tale questione, dove nella situazione attuale, così come in ogni contesto di pericolo, qualsiasi reazione emotiva sarebbe stata sicuramente erronea spingendo a preferire soluzioni a puntualmente troppo stolide per avere una qualsivoglia possibilità di successo.
« Tu cosa desideri? » richiese, poi, con ritrovata freddezza la mercenaria, nel volgersi verso l'aristocratica.
« La mia vita. » rispose l'altra, esprimendo un concetto solo apparentemente scontato, banale, ovvio, dove in quella particolare situazione non sarebbe mai potuto essere considerato tale.
« Sei davvero cosa lui dice che tu sia? » insistette l'altra, osservandola con trasparante interesse « Sei davvero una negromante, capace di evocare spettri a tuo piacimento come fa lui? O, anche e semplicemente, comandare su spiriti già richiamati dall'aldilà? »
« No. » negò d'acchito, salvo poi dimostrarsi dubbiosa, quasi incerta « Non credo. Non lo so. » specificò, forse non volendo rischiare di mentire in simile testimonianza « Non chiedermelo… ti prego. »
« Non insisterò allora. In fondo non è importante ora, per quanto forse sarebbe potuto essere utile entro certi limiti. » concordò la donna guerriero, riconoscendole simile opportunità « Ciò che conta è che tu non desideri restare qui… e che è mio compito evitare tale eventualità. » sorrise poi, probabilmente volendoci tranquillizzare sulle prospettive per il futuro prossimo.

E se, purtroppo, a seguito di quanto occorso, non sarebbe stato sufficiente un semplice proposito positivo per rallegrarci, per farci sperare nel futuro, ella non desiderava affidare tutte le nostre opportunità ad un semplice proposito positivo. Riuscendo a mantenere più di tutte noi la quiete interiore, probabilmente in quanto abituata a confrontarsi con tali situazioni più di chiunque altro, la mercenaria aveva già elaborato nella propria mente una strategia utile a concretizzare un semplice intento in un fatto compiuto.

mercoledì 27 maggio 2009

502


C
on passo lento, ma pur perfettamente controllato esattamente come era stato in ogni proprio movimento fino a quel momento, quasi nulla fosse cambiato per lui nonostante le orrende amputazioni subite, il colosso si spostò nella direzione intrapresa dal proprio braccio, per chinarsi su di esso e raccoglierlo da terra al fine di porlo nuovamente al proprio legittimo posto: fu questione di un istante, come già per ogni ferita da lui precedentemente subita, ed anche di quella mutilazione non restò che il vago ricordo all'interno dei nostri ricordi, delle nostre memorie. Così, aprendo e chiudendo ripetutamente la mano, quasi ad accertarsi del corretto funzionamento della medesima dopo il ripristino di quella situazione di normalità, egli poté ora dedicarsi alla propria testa, immobile là dove era caduta, innanzi a me, ad osservarmi come un gatto selvaggio innanzi ad un topino di campagna.

« In fondo non credo di aver fatto nulla per meritarmi la vostra ostilità… » commentò quella testa mozzata, nel mentre in cui le sue mani, con quiete, quasi flemma, scendevano a stringerne le corna per sollevarla da terra « Vi ho forse maltrattate al vostro arrivo entro i miei domini? Vi ho forse negato ospitalità nelle stanze della mia fortezza? O, peggio, vi ho forse condannate a morte nonostante la vostra intrusione? »

Anche il collo, mozzato di netto dall'azione della mercenaria, tornò a saldarsi come nulla fosse accaduto, vedendo, prima, la carne e, poi, la pelle esterna ad essa ritrovare la consistenza perduta, l'unicità posta in dubbio dalla lama dagli azzurri riflessi. Ed un attimo dopo, il mostro poté tornare a muovere il proprio capo, spingendolo a destra ed a sinistra quasi si fosse appena svegliato e, per questo, sentisse i muscoli intorpiditi ed avesse necessità di scioglierli. Uno spettacolo che, per quanto forse ormai possa apparire ripetitiva, non ho esitazioni a riferire quale agghiacciante ed incredibile, a cui mai offrire ascolto, a cui mai offrirei fiducia se non lo avessi visto con i miei stessi occhi, se non avessi assistito in prima persona a quelle dinamiche inumane.

« Vi ho accolte a braccia aperte ed, anzi, ad una fra voi ho anche offerto la possibilità di ascendere ad un ruolo di prestigio, di potere, nel proporle tutto ciò che potrei mai offrirle, in una vita al mio fianco, in un'esistenza vicino a me, quale mia sposa e regina. » continuò, nella propria tranquilla esposizione.

Al di là della particolare situazione in cui ci stavamo trovando, impossibile sarebbe stato negare come quelle parole non stessero venendo pronunciate completamente a vanvera, non si stessero proponendo prive di una propria logica che, in verità, avrebbe anche potuto apparire comprensibile e quasi condivisibile se non fosse stata completamente assurda, lontana da ogni raziocinio comune. Al di là del proprio aspetto, della propria natura, del proprio potere, quell'abominio si poneva padrone di un evidente carisma, un fascino malefico che, probabilmente, nel lungo periodo avrebbe anche potuto irretire un eventuale interlocutore, catturandolo senza possibilità di scampo in un vortice privo di speranza per il futuro. Ed a correre simile rischio, in quel frangente, eravamo state candidate noi tre, elette designate da un fato beffardo.

« Forse, nei limiti della vostra mortalità, della vostra condizione umana, non avete potuto apprezzare pienamente l'incredibile privilegio concessovi. E di questo non desidero farvene una colpa… » proseguì, avviandosi evidentemente alla conclusione del proprio discorso « Ma, per quanto la mia pazienza si ponga entro confini a dir poco interminabili, spero non vorrete più pormi alla prova, dove credo risulti evidente come il mio personale interesse sia del tutto limitato alla qui presente principessa e non alle sue due accompagnatrici. »
« Cosa… intendi dire? » si sforzò di richiedere Nass'Hya, domandando di esplicitare in verità un'affermazione a dir poco retorica.
« Nulla di meno di quanto avete inteso. » confermò il mostro, scuotendo piano il proprio capo « Uccidere immediatamente o più tardi le tue compagne è per me assolutamente indifferente. La scelta, pertanto, è da considerarvi solo vostra, laddove agirò semplicemente in diretta conseguenza delle vostre azioni, delle vostre decisioni… »

Innanzi ad una simile possibilità di scelta, offerta da un mostro immortale, voi cosa avreste fatto?
Midda giaceva ancora stordita a terra, lontano da noi. Io ero letteralmente paralizzata dal terrore più incontrollabile, del tutto ingestibile. E la giovane aristocratica, in ciò, si trovò ad essere assolutamente sola, posta di fronte non solo a questo ma anche a terribili rivelazioni sulla propria stessa esistenza, sulla propria stessa natura.
Del tutto ignara, infatti, della verità sui propri poteri, sulla maledizione suo discapito impostale dagli dei, ella stava vedendo in un arco di tempo estremamente breve tutta la propria vita, e forse il proprio avvenire, completamente riscritto, costretta ad essere dimentica di ogni progetto, di ogni sogno. Se la scelta, infatti, di abbandonare la propria famiglia, la propria nazione, era stata volontaria, dettata da un non meglio chiarito sentimento di amore nei confronti del mecenate straniero che aveva incaricato la Figlia di Marr'Mahew del suo rapimento, tutto ciò che era accaduto entro le mura della fortezza stava modificando drasticamente ogni sua possibilità di gestione sulla propria stessa vita, quasi simile facoltà, tale diritto, le fosse ormai stato negato.

« Se non eri a conoscenza della tua natura, dell'energia negromantica che anima il tuo stesso corpo, posso comprendere la ritrosia di fronte alla nuova concezione della vita, della morte e dell'intero creato che simile potere ti possa star concedendo, il timore nel confronto con una realtà del prima neppure immaginata… » commentò il colosso, quasi stesse leggendo nel cuore della propria prescelta, nel proporsi addirittura premuroso nei suoi riguardi « Ma non devi avere paura di tutto questo, non devi temere qualcosa solo perché sfugge a quanto eri abituata a credere, a ritenere corretto e giusto. »
« Il tuo posto ora non può essere che qui, in queste mura, al mio fianco. » proseguì, dimostrandosi quasi delicato con lei, preoccupato per la sua condizione « Nel mondo là fuori non saresti nulla di più che una strega, come già anche una delle tue presunte amiche ha sentenziato poco fa. E facendosi scudo di tale definizione, in molti ti daranno la caccia per ucciderti, per liberare ogni terra dalla tua presenza improvvisamente divenuta lesiva. E' davvero questo il destino che brami? »

Credo che, nonostante il terrore, in quel momento provai sincero imbarazzo per simile affermazione.
Il mostro, in fondo, non stava dimostrando alcun torto nel condurre quell'analisi, quella riflessione. Egli aveva scelto di ricorrere all'unica arma da cui difficilmente la sua interlocutrice avrebbe potuto trovare difesa, avrebbe potuto ricavarsi una possibilità di evasione: la verità. Perché egli non stava mentendo, non si stava impegnando al fine di ingannarla, trascinandola a sé con una violenza, per quanto unicamente verbale. Il colosso dalla pelle rossa stava semplicemente esplicitando fatti, dando voce alla realtà che tutte noi conoscevamo e che, effettivamente, avrebbe tristemente condannato la nostra compagna per la propria situazione, anche dove ella non ne avesse avuto mai alcuna consapevolezza, non avesse ricavato mai alcun guadagno personale.
Forse proprio perché consapevole di tale triste situazione, all'interno della quale ero assolutamente inclusa come egli aveva voluto sottolineare a ragion veduta, non ebbi la forza di condannare la principessa per la propria scelta, non dimostrai ipocrisia nell'esprimermi, anche solo psicologicamente, in suo contrasto nel momento in cui decise di rispondere al nostro nemico con due semplici, elementari ma, al tempo stesso, fondamentali parole.

« Così sia. » riconobbe ella, chinando il capo e sussurrando comunque a stento tale condanna sul proprio stesso destino.

martedì 26 maggio 2009

501


N
on so se vi è mai stata concessa l'occasione di assistere ad una decapitazione. Se così non è stato, le mie preghiere saranno rivolte agli dei affinché tale spettacolo non vi venga mai concesso: in caso contrario, sappiate di avere tutta la mia solidarietà per l'orrore al quale siete stati costretti, dove non vi siate macchiati di una tale atrocità in prima persona, per vostra stessa volontà. Sono fermamente convinta, infatti, forse a torto, per una mentalità innocentemente infantile, o forse a ragion veduta, che fra tutte le possibili ferite, subite o, semplicemente, assistite quali autori o semplici spettatori, le mutilazioni si pongano quali quelle da cui possa potenzialmente derivare un maggior livello di empatia in chiunque, che sia per una semplice questione di apparenza scenica o, più banalmente, perché in grado di far leva sull'atavico terrore di restare privati di una parte del proprio corpo. Fra tutte le possibili amputazioni, poi, certamente quella relativa al capo dovrebbe concedersi quale una delle meno spiacevoli, data la rapida e, presumibilmente, indolore morte che simile azione è destinata a imporre quale propria conseguenza: ciò nonostante, però, assistere alla decollazione di qualcuno, fosse anche il più malvagio fra i propri avversari, spero che non possa umanamente permettere freddezza d'animo totale, indifferenza completa innanzi all'immagine di una testa separata dal proprio corpo, quasi quella di una bambola morta.
Per questa ragione, sebbene il colosso dalla pelle rossa rappresentasse, in quel particolare frangente, il peggiore di tutti i mali possibili, sebbene la sua morte si stesse ponendo condizione necessaria, indispensabile, improrogabile per la nostra liberazione, la nostra salvezza, non potei evitare un violento moto di nausea, un conato di vomito nell'elaborare con il solito ritardo l'orrore del tragitto compiuto con decisione e fermezza dalla lama dagli azzurri riflessi della mercenaria. Inarrestabile ed in arrestata, la spada bastarda della donna colpì con foga il collo sproporzionato della creatura, quell'ammasso di muscoli preposti a sorreggere il peso di una testa tutt'altro che lieve nel considerare la presenza delle enormi corna, ed esso cedette senza alcuna opposizione, come già fino a quel momento aveva fatto la carte di lui, permettendo all'avversaria di condurre a termine la propria azione, lasciando fuoriuscire la lama su lato opposto rispetto a quello d'ingresso.

« E resta morto, questa volta. » sussurrò Midda, a conclusione di tale assassinio.

Quasi nulla fosse accaduto, per un lungo istante tutto parve immobile, immutato, ritrovando tanto la principessa quanto la sottoscritta, per la paura e per la sorpresa, a trattenere il fiato, in attesa di essere illuminate nel merito delle conseguenze di tale azione. Nella consapevolezza di quanto accaduto in precedenza, entrambe non potevamo che dubitare in assoluta buona fede del successo della nostra protettrice, dove il mostro aveva già più volte offerto chiara riprova di un'apparente impossibilità a conoscere il proprio fato. E, probabilmente, anche la mercenaria, al di là della propria superficiale sicurezza, maschera necessariamente indossata per accogliere quella sfida, non avrebbe immediatamente scommesso sulla riuscita della propria offensiva, dove altrimenti anche quell'ultimo invito, per quanto espresso sottovoce, non avrebbe avuto ragion d'essere.
Superato quell'eterno attimo, alfine, qualcosa si mosse, vedendo il capo della creatura iniziare a dondolare sul collo a cui era stato solidale fino a poco prima, per poi spingersi ad inclinazioni sempre maggiori fino a ricadere all'indietro, trascinata forse in conseguenza del proprio stesso peso.
Fu in tal modo, pertanto, che quella mostruosa testa ruzzolò a terra, rimbalzando sul suolo della fortezza per poi rotolare fino a raggiungere i miei piedi, lì arrestandosi e volgendo il proprio volto esattamente nella mia direzione, quasi mi stesse osservando. Impossibili a descriversi le emozioni che esplosero in me a tal vista, le quali, comunque, vennero esplicitate senza possibilità di equivoci in un grido terrorizzato, in cui quasi persi i sensi, salvo limitarmi ad indietreggiare, inciampare e ricadere rumorosamente contro il muro alle mie spalle.

« Grazie a Thyres… » sorrise allora la donna guerriero, ritrovando in tale evento un motivo di sollievo.
Purtroppo, però, quel sentimento di gratitudine rivolto alla propria dea fu da parte della mercenaria quantomeno prematuro, come cercò di avvertirla Nass'Hya, con poche, semplici parole a formare una sentenza inequivocabile: « Non è ancora finita. »
« Cosa? » domandò allora la mercenaria, o almeno così immagino abbia fatto dove, ammetto, di non esser riuscita a seguire l'evolversi di quel nuovo sviluppo con sufficiente serenità per ricordare con chiarezza anche i dialoghi intercorsi.
« Non è ancora finita. » ripeté l'altra, non offrendo alcuna ulteriore spiegazione nel merito del proprio ammonimento, pur non modificandolo nella precisa composizione.
« Maledizione… » inveì, allora, la Figlia di Marr'Mahew, ritrovando rapidamente una posizione di guardia.

Sul momento non sarei potuta essere giudicata nelle condizioni migliori per comprendere cosa fosse accaduto, cosa stesse accadendo o, peggio, cosa sarebbe accaduto, cosa ci avrebbe atteso da lì a breve. E come solo a seguire mi fu chiaro, in quella mortale e terribile sequenza un particolare fondamentale era, però, sfuggito non solo alla mia attenzione, quanto, peggio a quella dalla mercenaria: ella, al contrario rispetto a me, nel porsi tutt'altro che scandalizzata da quella decapitazione, dalla violenza assurda di simile gesto, alla quale doveva essere ormai abituata, ormai confidente dato il proprio stile di vita, la propria attività rivolta perennemente alla guerra ed alla morte, avrebbe dovuto cogliere immediatamente quanto altresì ignorato nel considerare prematuramente quella sfida come conclusa, risolta, commettendo in questo un terribile errore.
Nel seguire la norma già dimostrata in conseguenza di ogni riuscito attacco presentato dalla donna guerriero verso di sé, infatti, anche in quest'ultima occasione dal corpo ferito, mutilato del mostro, non una stilla di sangue si era presentata, neppure in conseguenza della decapitazione là dove avrebbe dovuto sprizzare senza controllo in grandi quantità. Inoltre solo il capo aveva compiuto un qualche movimento, era precipitato al suolo in assenza di ogni possibilità di equilibro, mentre l'intero corpo era rimasto immobile là dove ella lo aveva attaccato. Un paradosso che solo nell'entusiasmo del momento, nella vana illusione di una vittoria aveva potuto essere ignorato ma che, presto, era stato colto in tutta la sua oscena essenza.
E fu proprio allora che, nonostante la postura difensiva, Midda venne raggiunta nuovamente da un colpo rovescio dell'unica mano restata al proprio avversario, venendo, ancora una volta, sbalzata in aria e da lì a terra in conseguenza della violenza subita, di una forza a dir poco impressionante. Nessuna possibilità le venne concessa per evitare quella controffensiva, nessuna speranza le venne riconosciuta per superare con la propria agilità la velocità propria di quell'essere sovrumano, che in quel momento parve voler sottolineare, nel non ucciderla, la propria totale arbitrarietà sulla vita della donna medesima, nonché, in conseguenza, sulle nostre: avrebbe potuto ucciderci in qualsiasi momento e noi non avremmo mai potuto evitarlo.

« Spero che l'ennesima dimostrazione della tua stolidità sia sufficiente dal farti rinsavire ed accettare la realtà dei fatti. »

A parlare, macabramente, fu la stessa testa mozzata posta innanzi a me, rianimatasi improvvisamente dall'apparente stato di morte in cui si era precedentemente proposta: quasi non fosse mai stata separata dal resto del corpo, essa aveva dimostrato in quel momento vita, energia, coscienza, tornando a muovere i propri occhi, la propria bocca e, addirittura, producendo una sentenza di senso compiuto, che risuonò, in quel particolare frangente, quale una sentenza di morte sopra a tutte noi.

« Forse, mie care, a nessuna fra voi era chiaro con quale forza aveste a che fare. Con quale entità vi illudevate di potervi confrontare, pur senza alcuna speranza di vittoria. » sorrise egli, mostrandosi più che divertito da quella condizione per la quale avrebbe, invece, dovuto morire se solo fosse stato un comune mortale « Ora ritengo riuscirete a dimostrarvi più remissive verso il destino che io deciderò per ognuna… non è forse vero? »

E' necessario che ora io sottolinei come non riuscii a restare fredda e controllata innanzi a simile spettacolo?

lunedì 25 maggio 2009

500


U
na leggendaria mercenaria, donna guerriero di rinomata fama o, almeno, così descritta dalla loro ospite; una principessa, candidata sposa per il sultano del regno di Y'Shalf e fuggita volontariamente verso Kofreya per ricercare il proprio futuro a fianco di una specie di criminale; e poi lei, una serva dell'harem di Y'Lohaf, una giovane come altre cresciuta per essere di fatto schiava dei propri padroni, costretta ai loro desideri, alle loro volontà: questo quantomeno assortito trio si era ritrovato ad essere protagonista di assurdi eventi sulle montagne a loro prossime, sulle vette che per loro sarebbero dovute essere tanto familiari ma che, in quelle cronache, apparivano completamente mutate, ignote come un territorio completamente nuovo e, soprattutto, tremendamente pericoloso. Su simili basi, la narrazione di Fath'Ma aveva completamente rapito l'interesse del comandante di quell'insediamento di guerriglieri, facendolo vivere ormai da giorni in sola funzione dell'appuntamento con una nuova parte di racconto. E sebbene neppure il tempo fosse riuscito a rendere più realistiche, più accettabili quelle vicende, fuori da ogni realtà per chiunque comunemente nota, tanto Ra'Ahon quanto il cerusico, suo compare quale spettatore di quella storia, avevano ormai sviluppato una certa familiarità con ognuno dei personaggi coinvolti in quelle vicende, benché neppure nel merito del loro aspetto fisico, in effetti, fossero stati forniti più di pochi e frammentari dettagli.
Di colei chiamata Figlia di Marr'Mahew, ad esempio, era stato reso nota un'evidente menomazione fisica, nell'assenza di un braccio, il destro, sostituito da una qualche sorta di protesi metallica non meglio esplicitata; erano stati descritti occhi color ghiaccio e capelli corvini; era stata sottolineata una certa abbondanza nelle forme, nelle proporzioni femminili, particolare che dove espresso da un'altra donna non avrebbe dovuto certamente essere presente in misura banale. Al di là di ciò, però, oltre a semplici particolari espressi confusamente, difficilmente essi avrebbero potuto identificare tale personalità all'interno di una folla numerosa, per quanto, in virtù del racconto concesso loro dalla giovane, un sentimento di completa conoscenza era sorto in loro, tale probabilmente da indurli a fidarsi di lei per quanto ancora effettivamente sconosciuta. Volendo essere, poi, assolutamente sinceri con se stessi, in verità tanto il medico quanto il comandante avrebbero dovuto ammettere il desiderio di un incontro personale con simile individuo, dove il carisma da lei generato, seppur per interposta persona, era riuscito a stuzzicare le corde più profonde dei loro animi, della loro curiosità: ma di tali intimi desideri, alcuno fra i due avrebbe mai ammesso alcunché.
Allo stesso modo, e forse ancor peggio, nel riguardo di Nass'Hya praticamente nulla era stato espresso, alcun dettaglio era stato chiarito: una giovane dotata probabilmente di un evidente fascino, come anche le parole del mostro, per quanto riferito da Fath'Ma, avevano adeguatamente chiarito, ma oltre a ciò anche la sua stessa età non era stata minimamente sottolineata, quasi come se nulla di tutto quello avrebbe potuto risultare degno di nota nel contesto segnato da quegli eventi. Una scelta, paradossalmente, non errata dove affidandosi alla libera immaginazione dei propri ascoltatori, la serva aveva permsso loro di non doversi sforzare nell'attribuire determinate caratteristiche fisiche a simile immagine, potendosi concedere di focalizzare tutta la propria concentrazione unicamente nel merito del carattere, delle emozioni, dei sentimenti collegati a quella giovane negromante. E dove ella, in virtù di tale natura, avrebbe dovuto risultare quale il personaggio antagonista nell'intera storia, avrebbe dovuto porsi quale catalizzatore di ogni sentimento avverso non meno rispetto all'orrido anfitrione, non si concesse tale, attirando al contrario una ragione di compassione per il fato a cui sembrava essere stata votata dalle scelte di altri, forse addirittura di qualche divinità malvagia.
Compiendo simili riflessioni, ripercorrendo gli eventi narrati fin dalla loro origine, Ra'Ahon accolse una nuova alba, dopo essersi concesso solo un brevissimo periodo di riposo, innegabile al proprio fisico ed alla propria mente in conseguenza di troppi giorni di veglia. Egli cercava, bramava insistentemente la possibilità di giungere a qualche conclusione, forse addirittura ad una condanna, eppure maggiore si poneva la sua determinazione minori sembravano essere in conseguenza i risultati ottenuti, facendolo puntualmente scontrare contro i limiti della propria ignoranza.

« Dormi, amore… te ne prego. » lo invitò la sua compagna, accarezzandogli con dolcezza il volto « O devo iniziare a considerarmi gelosa nei confronti di queste tre donne capaci di attrarre ogni tua attenzione a discapito, persino, della tua stessa salute? » lo stuzzicò poi, con innata e scherzosa malizia.
« Sai di non avere alcuna ragione in tal senso… » rispose egli con serietà, non cogliendo il gioco propostogli.
« Su questo potrei anche avere di che obiettare… » continuò ella, sperando di traviarlo dai suoi pensieri, di distrarlo in qualche modo « In fondo, se non ricordo male, una tua vecchia fiamma era famosa per i suoi vasti… argomenti… ed a quanto mi hai raccontato anche questa Midda Bontor non dovrebbe lesinare in tal senso. O sbaglio? »

Un lungo momento di silenzio si concesse a seguito di tale tentativo, offrendo chiara dimostrazione di quanto poco l'attenzione dell'uomo fosse posta nei riguardi di quel discorso. Dove alla prima domanda di lei, infatti, egli era riuscito a proporre una risposta semplice ma sufficientemente attinente all'argomento, coerente con la situazione, nel paragone con un'offensiva meno superficiale, più elaborata per quanto certamente non tale da richiedere un'esposizione accademica, l'uomo aveva fallito nel non trovare alcuna replica idonea.
E solo dopo un periodo eccessivamente lungo, l'errore compiuto si moltiplicò all'inverosimile con la risposta più retorica che avrebbe potuto donarle, nel pur evidente volontà di non ritrovarsi in suo contrasto.

« Non sbagli… » le confermò, senza neppure comprendere quanto stesse affermando.
« E' commovente cogliere tanto amore da parte tua. » concluse con deciso sarcasmo la donna, arrendendosi all'evidenza dei fatti e, ciò nonostante, dimostrando tutto il proprio sentimento verso di lui nel non arrabbiarsi quanto avrebbe avuto altresì diritto a fare.

Così il comandante venne lasciato solo con i suoi pensieri, con le sue elucubrazioni, nell'attesa del momento in cui la narrazione avrebbe ripreso, nella speranza di poter conoscere il destino delle due donne non giunte fino a lui come al contrario era riuscita a fare Fath'Ma.
Se la presenza della medesima nel loro accampamento, su un fronte, avrebbe dovuto lasciar ben sperare per tale incognita, permettendo di supporre che la coppia fosse riuscita nel proprio intento, evadendo dalla minaccia di quella fortezza perduta e raggiungendo la libertà in Kofreya; il semplice fatto che la sua narratrice avesse lasciato in sospeso la conclusione dell'ultimo attacco condotto dalla mercenaria a discapito del loro avversario, sul fronte opposto, non riusciva a concedere aspettative particolarmente positive dove, per logica, se simile tentativo fosse giunto a termine con successo ella avrebbe dovuto quanto meno concludere quella scena prima di richiedere ulteriore riposo come aveva fatto la sera prima.

« I tuoi seni sono stupendi e non ne potrei desiderare di migliori… » espresse, alfine, nel rivolgersi verso la compagna quasi solo in ritardo fosse riuscito a comprendere completamente quanto rivoltogli, almeno nel suo significante dove alcune sfumature del significato erano state evidentemente tralasciate.
« Fuori tempo massimo… ma apprezzo la buona volontà. » sorrise l'altra, riaprendo gli occhi e sospirando con voluta enfasi « Per lo meno non mi hai lasciata parlare completamente al vento. » riconobbe, nell'impegnarsi a concedergli un qualche punto a favore.
« Non sto scherzando. » replicò l'uomo, voltandosi appena nella sua direzione quasi temesse l'eventualità di aver offeso la propria interlocutrice, nel porsi eccessivamente distratto nel confronto con lei, per quanto non si volesse ancora realmente impegnare in senso opposto « Ti amo… e lo sai. »
« Anche io ti amo, e mi fa piacere sentirmelo ripetere per quanto sull'entusiasmo potremmo ancora lavorarci, ma io stavo scherzando… e tu eri, e sei, ancora troppo lontano da me, con la tua mente, per capirlo. »
Ma, cogliendo per tutta risposta, solo un nuovo silenzio, una nuova situazione di stasi, ella non poté che alzare gli occhi al cielo, scuotendo il capo e rivolgendo agli dei la propria fiducia: « Vi prego… fate che questa storia finisca il prima possibile. O finirò, davvero, per ingelosirmi. »

E mentre la sua compagna riprese il proprio sonno temporaneamente interrotto al suo fianco, Ra'Ahon si ritrovò a focalizzare i propri pensieri su argomenti meno leggeri di quanto ella non avrebbe potuto immaginare, nel rielaborare all'interno della propria mente le informazioni a lui note in merito al mostro, al colosso dalla pelle rossa, nel riconoscere assoluta ragione per il vecchio adagio inneggiante all'ignoranza quale principale tramite per una vita serena. Fino a quando, infatti, quella creatura fosse stata vicino a loro ma da loro sconosciuta, ignorata, egli non avrebbe mai posto particolari dubbi nel merito della salute della propria gente.
Ora, però, il pensiero di una simile presenza ad una distanza che pur non si sarebbe mai potuta considerare irrisoria, non gli avrebbe concesso sogni rilassati, nel timore probabilmente assurdo che una sorta di patto di non belligeranza fosse stato infranto nell'avanzata delle tre donne all’interno di quei domini e che, per questo, il mostro non si sarebbe fermato mai, per alcuna ragione, spazzando chiunque dal proprio cammino. Una logica sicuramente forzata, un ragionamento effettivamente colmo di troppe condizioni, come del resto lui stesso si rendeva conto, ma capace di andare a colpire atavici istinti di autoconservazione che nel proprio ruolo di responsabilità non avrebbe potuto ignorare.
Per il sereno futuro suo e di tutti coloro che a lui offrivano riferimento, il comandante avrebbe dovuto giungere a chiarezza in merito ai fatti occorsi, tanto sul fronte della giovane serva quanto su quello del drappello inviato alla ricerca della fortezza, pregando tutte le proprie divinità affinché alcun pericolo di quel genere si stesse realmente proponendo accanto a loro.

domenica 24 maggio 2009

499


I
l tentativo, anche se definirlo tale sarebbe in verità improprio dove l'azione, effettivamente, venne condotta a termine, d'attacco proposto dalla mercenaria e la controffensiva del suo avversario si erano alternati tanto rapidamente da non concedermi quasi il tempo di comprenderle, di assimilarle. Ai miei occhi quegli eventi si dimostrarono, come ripetuti ad una lentezza estrema, solo dopo troppo tempo, solo quando la mia compagna e protettrice si stava già presentando sdraiata a terra, apparentemente incapace di muoversi.

« … matrimonio?! » sussurrai, ripetendo meccanicamente l'ultima parola ascoltata, cercando di recuperare quanto perduto, di rimettermi in pari con la realtà troppo frenetica attorno a me, pur faticando non poco in tal senso.
« Ahio. » commentò Midda, scuotendosi piano da terra, cercando evidentemente di riprendere coscienza e scontrandosi probabilmente in ciò con le difficoltà fisiche derivanti dalla violenza subita, non solo nel colpo del mostro, ma nell'impatto prima contro il soffitto e poi contro il suolo.
« Potete considerarmi forse nostalgico per i tempi che furono… » sorrise egli, avanzando piano nella nostra direzione, con una flemma estenuante quasi il suo stesso corpo si proponesse estremamente pesante per lui « Ma ogni tanto gradisco ancora avere una compagna al mio fianco… sebbene non sia semplice trovare chi si possa concedere in maniera adeguata per simile ruolo. »
« Stai… parlando di me?! » espresse con voce comprensibilmente tentennante la giovane aristocratica, terrorizzata innanzi al proposito del colosso nei propri riguardi « Io… non sono ciò che tu pensi… che sia… »
« Lo sei, mia cara. Lo sei. » annuì, con malcelata soddisfazione « E, oltre a ciò, sei anche più affascinante rispetto alla mia novecentodecima sposa… »
« Cosa?! » esclamò, sgranando gli occhi in conseguenza di quell'ultimo dettaglio.
« Non mi fraintendere, non è mio costume essere superficiale in simili scelte, soffermarmi sulla mera fisicità senza cercare qualcosa di più. » precisò il mostro, evidentemente fraintendendo le ragioni dello stupore concessogli « Senza dubbio, comunque, la tua bellezza non si potrebbe mai presentare quale fattore negativo in un discorso di questo genere. Al contrario, se mi concedi l'onestà, credo di bramare la nostra prima notte insieme come non mi accadeva dalla mia ottocentonovantaseesima moglie. »
« Cosa?! » ripeté ella, cercando di retrocedere ma non potendo ottenere grandi possibilità di fuga nel ritrovarsi costretta con le spalle al muro « Io dovrei essere la tua novecentoundicesima sposa? » esplicitò per maggiore chiarezza, per quanto impossibile sarebbe stato dire se più sconvolgente, in tale discorso, sarebbe dovuto essere considerato l'intento del mostro o la sua lunga serie di mogli passate.
« Per quale altra ragione ritieni che mai ti avrei permesso di giungere a me, principessa? » sorrise il colosso.

Egli, completando il proprio lento cammino ed arrivando innanzi a lei, si concesse in tutta la propria mole con una sproporzione a dir poco grottesca nei riguardi di colei che esprimeva volere quale propria sposa, quale propria compagna: l'intero corpo della giovane, in effetti, avrebbe potuto trovare una qualche possibilità di confronto con lui solo dove fosse stata considerata una sua singola gamba… zampa… insomma, avete inteso. Chinandosi in avanti, nell'abbassare il proprio mostruoso capo verso di lei, il mostro mise a dura prova la stabilità emotiva di Nass'Hya, in un simile confronto: personalmente, al suo posto, non sarei riuscita a resistere, non avrei potuto mantenere coscienza nel ritrovare quell'orrendo volto vicino al mio. Soprattutto, poi, al pensiero del ruolo che egli avrebbe voluto avere al mio fianco o, meglio, del ruolo che egli avrebbe voluto che io avessi al suo. L'aristocratica, però, per quanto evidentemente sconvolta, doveva aver raggiunto lo stesso grado di indifferenza all'orrore che poc'anzi aveva distinto anche me, nel confronto con la moltitudine di spettri: posta di prepotenza oltre i propri limiti, non poté fare altro che esplodere in un'evidente reazione d'isteria, ridendo senza più alcun controllo.
E ad approfittare di quell'occasione, della distrazione da lei involontariamente provocata con la propria voce cristallina impegnata in quella risata, fu la Figlia di Marr'Mahew.
Come per il precedente attacco, anche in questa occasione non ebbi modo di seguire in tempo reale quanto posto in essere, ricostruendo solo a posteriore la dinamica dei fatti. In tale rievocazione, pertanto, potei comprendere come la mercenaria, per quanto ovviamente lesa dalla forza di cui era stata bersaglio, aveva soltanto simulato la propria prematura sconfitta, per ritagliarsi del tempo per riposare e, soprattutto, un'occasione propizia a porre una conclusione ora definitiva sull'accaduto. Nel notare la posizione assunta dal mostro per avvicinarsi alla propria candidata sposa, ella non aveva indugiato un solo ulteriore istante, risollevandosi prontamente da terra, impossessandosi nuovamente e rapidamente della propria spada tanto banalmente lanciata in sua prossimità e gettandosi, con nuova foga omicida, in contrasto dall'avversario.

« Per te è tempo di morire! » sentenziò, con voce fredda e tagliente non meno rispetto alla lama da lei impugnata.

Con prepotenza la spada della donna guerriero affondò così nel fianco della creatura, venendo guidata con mano sapiente ad offrire un'impietosa condanna di morte nello squarciare, da lato a lato, il ventre pur muscoloso della medesima. Purtroppo, però, come già accaduto in precedenza, non una stilla di sangue si vide emergere da tale orrenda ferita e neppure, in verità, una pur minima traccia di organi interni: se condotta nei confronti di un comune mortale, l'azione della donna non solo avrebbe imposto la morte ma, peggio, avrebbe eviscerato completamente il proprio nemico, lasciando riversare le sue intestina sul pavimento in un indigesto spettacolo di sangue.
Contro il colosso rosso, al contrario, alcuna reazione del genere fu ottenuta, vedendo il medesimo, addirittura, voltarsi verso l'ipotetica nemica per osservarla con chiaro compatimento, nel negare ancora una volta ogni possibilità di vittoria contro di sé.

« Sarebbe stato meglio per te se non ti fossi più rialzata… » commentò allora, prima di menare un altro colpo nei suoi riguardi, ora con il dorso della mano.

Ma Midda, per quanto audace, non si sarebbe mai potuta considerare una stupida. Per questo, dopo essere stata adeguatamente formata dall'insuccesso precedente, si concesse più che preparata innanzi alla reazione alla sua offensiva, riuscendo non solo a scartare agilmente l'attacco rivoltole, ma anche a portare a segno un secondo gesto mirato, forse addirittura programmato fin dall'inizio. Nel momento in cui la mano del mostro si spostò pesante ma rapida nella sua direzione, risultando per volume e potenziale danno del tutto simile ad un ariete di legno slanciato contro una porta chiusa, ella si gettò all'indietro, ponendo la propria schiena al suolo e liberando, in tal senso, la traiettoria del proprio avversario, salvo poi concedersi di vibrare un nuovo violento colpo con la propria lama, ora in direzione della medesimo arto in movimento sopra di sé.
La lama dagli azzurri riflessi della spada bastarda non tradì neppure in questa occasione il valore delle proprie origini, della propria particolare lega forgiata secondo procedimenti noti solo a fabbri figli del mare, così come presentatami in profusi complimenti dalla sua stessa proprietaria durante i giorni in cui ancora il nostro viaggio insieme era sereno, tranquillo, privo di tanta angoscia e pericolo. Quasi stesse affondando nel burro, essa amputò di netto il braccio del colosso, a metà fra il polso ed il gomito, vedendo in conseguenza di ciò l'estremità del medesimo venir sbalzata oltre, a proseguire l'enfasi di un percorso interrotto.

« Non mi piace ripetermi… » rispose ella, ritrovando immediatamente una posizione eretta, nel risollevarsi dal suolo solo quasi sfiorato « … ma per te farò volentieri un'eccezione: muori! »

E in quelle parole, in tanto semplice messaggio già propostogli pochi istanti prima, la Figlia di Marr'Mahew non pose ulteriori ritardi, lasciando correre la propria spada, ancora tersa dal sangue che altresì avrebbe dovuto bagnarla, verso il collo taurino di quella creatura.

sabato 23 maggio 2009

498


L
a risposta della donna guerriero, al di là della propria forma, mi lasciò completamente interdetta per i propri contenuti, quella sentenza nel merito della nostra compagna del tutto imprevista, mai presa in considerazione a livello personale. In verità, escludendo me stessa, a cui sarebbe stato impossibile attribuire qualche merito per la comparsa delle jinn vampire, ed escludendo la mercenaria, in conseguenza di quanto dichiarato direttamente dal mostro, l'unica conclusione ammissibile avrebbe dovuto ritrovare proprio la giovane aristocratica quale soggetto, o forse oggetto, dei desideri dell'orrido anfitrione in quel maniero e, in ciò, anche unica responsabile per l'arrivo delle algul.
Ma, dove ciò fosse stato corretto, inequivocabile sarebbe poi stata l'unica definizione da attribuire a Nass'Hya, che ella fosse conscia o inconscia delle proprie capacità…

« Strega! » gemetti, ritrovandomi sorpresa, confusa, spiazzata da tutto quello, dominata da un improvviso e ingestibile senso di tradimento nei suoi riguardi.

Una reazione probabilmente ingiusta verso colei che, in quel frangente, più di chiunque altro si stava dimostrando quale vittima delle circostanze. Un'emozione umana, assolutamente comprensibile e giustificabile, nella particolare realtà che ci contraddistingue e che non ci ha mai concesso esempi di streghe o stregoni classificabili come buoni, non da vivi e, spesso, neppure da morti.
Non che il resto della nostra specie, della razza umana, sia altresì contraddistinta da sentimenti di amore universale, di bontà fraterna gli uni verso gli altri: ciò nonostante, credo sia indiscutibile come la sfera dell'occulto, la dimensione della magia, si ponga a noi tanto estranea da non concederci un pregiudizio positivo nei suoi riguardi, da non disporci in maniera aperta verso la fonte ad essa stessa ed alle sue possibilità arbitrarie nei confronti dei nostri mortali destini, dei nostri comuni fati. Anche gli eventi di cui vi sto rendendo ora partecipi non sarebbero mai occorsi in assenza di magia né, tanto meno, avrebbero potuto coinvolgerci senza concederci possibilità di fuga come stava altresì facendo.

« Una classificazione troppo generalista per essere giudicabile corretta. » intervenne, però, di nuovo la voce del nostro orrendo ospite, ora volgendosi in risposta alla mia frase, al mio lamento « Evocatrice, forse, sarebbe più corretto… anche se, in verità, il ramo in cui i suoi poteri sembrano imporsi, in maniera innata, è complessivamente quello della negromanzia. Come giustificare altrimenti il fatto che ella abbia potuto cogliere i miei spettri ancor prima che fosse mio desiderio darvi riprova della loro presenza? »

Un dialogo assolutamente paradossale, quello così delineato, che stava spingendosi in direzioni tutt'altro che gradevoli, non solo per me, semplice spettatrice di fatti più grandi della mia volontà, quanto per la medesima Nass'Hya, la quale stava ritrovando discussa e giudicata la sua stessa natura senza poter intervenire in propria difesa, a negare le accuse che contro di lei erano state tanto gravemente rivolte.
E dove fino a quel momento ella non aveva dato riprova di voler prendere parte a quell'abominio, di fronte a tutto ciò non riuscì a restare quieta.

« Menti! » negò, scuotendo vistosamente il capo « Ciò che dici non ha senso… non può avere senso… »
« Eppure oggi non è la prima volta che una creatura sovrannaturale, un jinn o uno spirito defunto, accorre in tuo soccorso, in tua difesa. » commentò l'altro, sorridendo divertito da quel tentativo di difesa da parte della donna « Vuoi forse ignorare tutti quei momenti, nella tua esistenza, nei quali solo in virtù di poteri in te innati hai avuto salva la vita? »
« Non può essere vero… » insistette ella, cercando di apparire forte nelle proprie ragioni « Vuoi metterci una contro l'altra… vuoi dividerci per poterci imporre la tua volontà senza opposizioni alcune, nel seminare la diffidenza fra di noi. »
« Puoi forse tentare di illuderti del contrario. » rispose il colosso rosso, trattenendo evidentemente a fatica il divertimento crescente in lui « Ma la verità non conosce eccessive sfumature… e al di là di ogni opinione confluisce sempre ad una sola via risolutiva. Ed in questo caso, la strada è quella per la quale molti uomini e donne, in passato, sono stati spazzati come fuscelli al vento solo in conseguenza di un tuo momento di panico, di una paura incontrollata quale quella che ora ha evocato questo piccolo, ma vano, esercito in tuo aiuto. »

Vano: mai giudizio poté risultare più che corretto nel momento in cui egli, evidentemente stanco di simili giochi, decise di liberarsi delle nostre due sovrannaturali protettrici con un semplice gesto della mano, un movimento incapace in dimostrare passione maggiore rispetto a quella con cui chiunque allontanerebbe due moscerini dal proprio campo visivo.
In quel momento, però, una terza voce decise di tornare in gioco, probabilmente sentendosi esclusa dalla conversazione ormai da troppo tempo. Così, la Figlia di Marr'Mahew, con un imprevedibile movimento in avanti, si slanciò in offensiva al mostro, levando la propria spada all'indietro e preparandosi, in ciò, ad un micidiale fendente, che avrebbe menato con l'ausilio di entrambe le mani, con la forza concessale da entrambi gli arti superiori. Un gesto audace, improvviso ed, in ciò, di potenziale successo, dove se il nostro avversario avesse potuto essere sconfitto tanto facilmente, ella avrebbe concluso in quell'atto la nostra e la sua storia, on richiedendoci di proseguire ulteriormente in quella sorta di incubo. Purtroppo, però, benché il corpo agile e rapido della donna fosse riuscito ad attraversare la lunga sala con velocità tale da lasciar apparire quel trasferimento quale subitaneo, e sebbene la sua offensiva venne condotta con eleganza e precisione letale, portando la lunga lama dagli azzurri riflessi ad affondare di prepotenza al centro del cranio dell'essere, nel punto mediano fra le sue due corna, tutto ciò non le permise di raggiungere la vittoria sperata e cercata, come solo troppo tardi le fu concesso di comprendere.

« Sbaglio o avevo sottolineato il fatto di come tu parlassi troppo?! » dichiarò con tono sarcastico e derisorio la donna, gioendo nell'osservare la propria spada trapassare quel capo quasi fosse un frutto maturo.
« Sbaglio o avevo sottolineato il fatto di come io non fossi un avversario comune?! » replicò egli con voce del tutto simile a quella a lui appena rivolta.

Sì… come se nulla fosse accaduto, come se quell'arma non fosse solidamente conficcata fra i suoi due occhi, il mostro non perse minimamente il controllo di sé, non dimostrò di aver sortito alcun danno, ed, anzi, reagì ancora con aria infastidita in conseguenza di tanto ardire contro di lui, scaraventando la mercenaria in aria, con violenza, nel proiettarla fino al soffitto e da lì di nuovo a terra, davanti ai nostri piedi. Nulla di più di un insetto fastidioso, di una zanzara forse, neppure un'ape, allontanata da sé senza alcuna volontà, senza alcun interesse in tal senso, dove offrirlo avrebbe significato, evidentemente, considerare l'altra degna di essere una sua nemica e non, semplicemente, un anello come altri di una lunga catena alimentare della quale siamo abituati a considerarci estremità forti. E la spada, rimasta conficcata nel centro del suo capo, venne estratta ancora senza lasciar trasparire alcuna emozione, alcun sentimento di dolore o di pena, lanciandola poi a terra non lontana da colei che aveva tentato cotale offesa nei suoi riguardi senza alcuna premura, senza alcun interesse: infrangere simile arma, dove non ho dubbi sul fatto che egli ci sarebbe riuscito senza problemi, avrebbe ancora una volta significato concedere alla stessa un qualche valore dove, altresì, appariva evidente che alcuno avrebbe mai potuto avere. Un giocattolo da bambini, per lui, il cui possesso avrebbe avuto senso solo fra le mani di colei per il quale era stato concepito e da cui, del resto, alcun danno avrebbe mai potuto temere. Come se nulla fosse accaduto, infatti, la ferita aperta in lui scomparve senza lasciare alcuna ombra della propria passata presenza, alcuna traccia della stessa se non nelle memorie di coloro che l'avevano vista inferta: dove simili eventi non fossero occorsi proprio innanzi ai miei occhi, anche io avrei avuto serie difficoltà a ritenere quell'attacco portato a compimento, quella violenza giunta a termine, seppur senza alcuna conseguenza da un mero punto di vista pratico.

« E se ora vorrete evitarmi ulteriori ed inutili azioni di disturbo, forse potremo parlare dei termini del nostro accordo… come siete soliti, voi umani, definire un matrimonio. » concluse il mostro, offrendo quello che probabilmente dal suo punto di vista sarebbe dovuto essere considerato quale un amabile sorriso.

venerdì 22 maggio 2009

497


E
, a prendere la parola in sua risposta, fu la donna guerriero: « Se c'è una cosa che non sopporto in quelli come te è proprio questo assurdo modo di fare… » espresse con aperto sprezzo e disprezzo, nel dimostrarsi ancora fredda e controllata nonostante la situazione quantomeno assurda « Arrivate, proponete la vostra retorica stereotipata… e pretendente addirittura di essere presi sul serio. »

Per un fugate istante, per un attimo pur breve, quale conseguenza di quella stessa risposta, non potei evitare di ritenere che la destinataria delle affermazioni, delle richieste, dell'interesse dimostrato dal mostro potesse essere proprio la mercenaria. In effetti, anche riflettendoci in questo momento, con la lucidità concessami da una mente fresca e riposata, frasi come quelle da lui pronunciate sarebbero potute essere considerate perfettamente calzanti per la Figlia di Marr'Mahew, attribuendole un potere al di là dell'umana natura nel compimento delle proprie imprese, di quelle missioni al limite dell'impossibile dalle quali ella era pur sempre riuscita a fare ritorno.
In verità, al contrario, come spesso accade l'ovvio di tale intuizione sarebbe stata la scelta più scorretta, come la creatura non tardò a voler sottolineare.

« Stolida oltre che irrispettosa. » scosse il capo, nel riferirsi ora espressamente a colei che tanto aveva osato nei suoi riguardi, rivolgendogli addirittura la parola « Non ritieni di proporre inammissibile superbia in termini quali quelli da te prescelti per intrometterti in questioni che esulano dalla tua competenza? O credi realmente di aver avuto occasione di confrontarti con "altri come me" prima di questo giorno? »

Immaginate ora un colosso.
Un uomo, dove difficilmente si sarebbe potuta trovare una definizione migliore per definirlo, alto più di sette piedi e probabilmente con un peso superiore alle trecentotrenta libbre. Pensate a come la sua pelle si concedesse di un colore rosso vivo: non simile ad un'epidermide ustionata dall'effetto del sole quanto, piuttosto, ad un cuoio dipinto in tonalità vermiglie, splendido e lucido nei propri riflessi con la luce. Sotto simile superficie, tesa, completamente glabra, focalizzate nella vostra mente muscoli gonfi all'inverosimile, più di quanto ci si potrebbe attendere da qualsiasi guerriero, anche fosse un mercenario dei regni desertici. Una forma fisica superiore a quella di qualsiasi mortale, con nerbi posti secondo anatomie evidentemente lontane dalle nostre, capaci in ciò di trasmettere una sensazione di forza, di potere privi di paragoni, dove anche uno solo degli arti superiori così delineati, delle braccia così formate, si sarebbe potuta rivelare probabilmente in grado di spezzare la schiena di un toro con la stessa facilità con cui un uomo come voi potrebbe infrangere un ramoscello secco in autunno. A coprire le proporzionate e, di conseguenza, gigantesche spalle di simile creatura, un manto chiaro, bianco, simbolo di purezza in paradossale contrasto con l'intrinseca empietà straripante da lui, un lungo drappo arrotolato attorno alla parte superiore del suo busto, nel lasciarne pur scoperte i gomiti e l'addome scolpito. Più in basso, per celarne le intimità, o comunque la zona dove in un uomo sarebbero state, ponete un secondo drappo, conformato simile ad una lunga gonna dai bordi aperti: attraverso simili spacchi laterali, le sue gambe si sarebbero potute concedere libere di muoversi con agilità, senza particolari limiti di sorta, lasciando trasparire senza pudori, senza vergogne, una deformità assolutamente innaturale, per la quale alcun dubbio sarebbe potuto restare nel merito della disumana natura di tale essere. Non due piedi, infatti, si sarebbero concessi al termine dei suoi arti inferiori, quanto due zoccoli, estremità da ungulato del tutto equivalenti a quelle di un colossale cavallo.
Siete ancora in grado di seguirmi? Riuscite ancora a guidare la vostra fantasia nella strada indicata dalle mie pur insufficienti parole?
Vi prego di perdonarmi in caso contrario, dove purtroppo non posseggo l'abilità propria di un cantastorie: altri, al mio posto, avrebbero probabilmente saputo concedere a questa descrizione un carisma più degno del soggetto in questione. Ma, evidentemente, è necessario che riusciate ad accontentarmi delle mie pur modeste capacità narrative, dove sono l'unica voce in grado di esprimersi su tali eventi.
A completamento di un tale quadro, quale immagine sarebbe potuta essere concessa, sopra alle sue robuste spalle, se non quella di un volto solo vagamente umanoide, caratterizzato da un lungo ed acuminato mento, da un'ampia fila di denti bianchi, da un naso aquilino, tanto teso in avanti da lasciar pensare senza sforzi ad un becco, nonché da due piccoli occhi gialli, una coppia di orecchie sporgenti ed appuntite ed un'ampia, spaziosa fronte? Forse quella di due lunghe corna d'avorio, sporgenti su entrambi i lati del capo?
Perché tale era, senza alcuna enfatizzazione inopportuna, l'immagine del soggetto posto innanzi a noi in quel momento, ertosi dal proprio scanno nelle proprie ultime parole: il protagonista del quadro che tanta soggezione aveva posto nel mio animo, il signore della fortezza nella quale sembravamo esserci perse, l'anfitrione di quella cena di spiriti, il padrone dell'incubo nel quale eravamo, innocentemente, finite.

« Aspetta che ci penso un attimo… » replicò, per tutta risposta, Midda, non volendo permettere al proprio interlocutore di porsi in una posizione di superiorità rispetto a lei « Ammetto di non riuscire ora come ora a frugare fra i miei ricordi, forse per colpa del frastuono causato dai tuoi fantasmi incapaci di accettare il proprio destino. Ma sono certa che se mi mostri di che colore è il tuo sangue, potrò offrirti delle certezze: solitamente non faccio molto caso al mio nemico fino a quando non devo ripulire la lama della mia spada dai suoi resti… »

L'essere, il mostro, parve gradire quella reazione, cogliendone un aspetto evidentemente comico, dove sinceramente in me portò solo un brivido di freddo, e scoppiando altresì a ridere di gusto, spingendo addirittura il proprio capo all'indietro, prima di tornare ad osservarci simile ad un gatto innanzi a tre topini di campagna, ad una fiera posta davanti al proprio ancor inconsapevole pranzo.

« Divertente. Ammetto che per essere un sacco di carne ed ossa riesci anche ad essere divertente. » commentò subito dopo, ancora dimostrando una certa ilarità nei nostri riguardi « Probabilmente ti lascerò vivere per rallegrare le monotone serate di questo maniero con battute simili a questa. O, forse, dopo averti uccisa ti imprigionerò entro queste mura, rendendoti parte delle mie schiere di sudditi per l'eternità, ad usufruire ugualmente del ludo che sembri volerti impegnare ad offrirmi. »
« Come dicevo siete tutti tremendamente stereotipati. » storse le labbra la mercenaria, scuotendo appena il capo « Ogni qual volta cerco di porvi in guardia dall'imminenza della vostra morte mi deridete, vi crogiolate in una presunta impossibilità a conoscere la fine dell'esistenza e cercate di sfoderare qualche frase ad effetto nel merito dell'angosciante destino che mi dovrebbe attendere. Poi però, quando giungo ad uccidervi, osate inveire contro di me, quasi non vi avessi avvertito… »
« Fatti da parte, scricciolo. » suggerì l'essere, evidentemente ormai stanco di quella conversazione per lui estremamente futile « Non è a te che desidero rivolgere la mia attenzione... »

La mercenaria, però, non offrì alcun peso a quella dichiarazione, restando esattamente al suo posto ed, anzi, apparendo ancor maggiormente protratta innanzi a noi due nel concederci la propria protezione, la propria ala difensiva.

« Mi spiace… ma non credo di poter ottemperare al tuo desiderio. » sentenziò, fredda come il ghiaccio dei suoi stessi occhi « Anzi, permettimi di consigliarti di reinterpretare i segni che giudichi tanto chiari innanzi ai tuoi occhi, cambiando i tuoi piani. Perché, purtroppo, io ho accettato un incarico e questo prevedere di condurre la principessa dal suo promesso sposo. E, al di là di ogni programma tu possa illuderti che il fato abbia descritto per voi due, non ho alcuna intenzione di fallire nel compimento della mia missione… a costo di abbattere questo bel castello pietra dopo pietra. »

giovedì 21 maggio 2009

496


T
rovo estremamente difficile identificare parole utili a descrivere le sensazioni che mi furono offerte in quel momento, in quell'occasione, dove a malapena sono in grado di ricordare la dinamica di simili eventi. Credo che il termine di paragone più appropriato, in effetti, possa essere quello di un tuffo, un salto all'interno di un fiume, di un lago o del mare.
Avete mai provato a gettarvi di schiena all'interno di una distesa d'acqua?
Sicuramente almeno una volta, da bambini vi sarà capitato. In simile occasione, in tale gesto, il mondo intero attorno a sé sembra per un istante essere ancora presente, per poi scomparire risucchiato all'interno di un vortice di mille colori in movimento, un turbinio di effetti stupefacenti per quanto assolutamente naturali: è la nostra vista ad essere sommersa, sconvolta, spiazzata da un elemento nuovo, inatteso, non la realtà a noi circostante, eppure, ovviamente, tutto appare relativo allo sguardo di chi si ritrova a vivere una simile situazione. E così avvenne anche per me. Per quanto la sala ed i suoi spettri, quell'ambiente comunque impossibile da considerare appartenente alla norma, non si fossero mossi, non avessero mutato, almeno credo, alcuna delle proprie caratteristiche, ai miei occhi tutti loro sembrarono essere trasportati velocemente lontano, divenendo confusi ricordi impressi nella mia memoria più recente: attorno a me, davanti al mio viso, solo colori confusi, annebbiati, tinte a volte cupe a volte splendenti, quali quelle adoperate all'interno del quadro, lo stesso in cui, paradossalmente, io ero stata trascinata, stavo ancora venendo trasportata.
Comprendo quanto tale discorso possa sembrare assurdo, fuori da ogni norma, ma spero vorrete convenire con me come l'idea di entrare all'interno di una tela, di quella particolare opera, non si sarebbe potuta considerare completamente fuori dall'ordinario nella riprova propostami dalla presenza, al suo interno, delle mie due compagne. Nella particolare situazione emotiva in cui mi ero ritrovata a versare, addirittura, forse quel particolare colpo di scena si dimostrò essere il meno inaspettato, in meno incredibile, apparendo al contrario quasi atteso per quanto non sperato, benvoluto per quanto temuto. Se pur non mi sarebbe stato concesso di sapere ove sarei giunta, se pur non mi sarebbe stato permesso di conoscere il termine ultimo di quel viaggio, in me era la forza d'animo derivante dalla certezza di star raggiungendo le mie compagne, di starmi spingendomi a loro, per condividerne il destino.
Forse… probabilmente… sarei comunque stata perdute, nel confronto con spettri ugualmente presenti al di là del quadro, nonché con l'oscuro padrone di quella dimora lì imperante in prima persona: ma, almeno, non sarei rimasta sola, isolata rispetto a coloro con cui avevo condiviso quegli ultimi giorni e che avevo imparato ad apprezzare come persone, per quanto non ne avessi ancora condiviso i pensieri e, probabilmente, neanche gli intenti finali. Una magra consolazione, o presumibilmente tale agli occhi della maggior parte delle persone, sebbene per me, in simile frangente, si poneva praticamente fondamentale, unica necessità, sola possibilità di ritrovare un contatto con la mia realtà, con la mia quotidianità attraverso esse.
Così, quando la vista mi fu nuovamente concessa quale limpida, definita, nel dimostrarmi il dettaglio di un nuovo mondo del tutto simile al pretendente per quanto straordinariamente diverso, non potei che esultare nel ritrovare contatto diretto con la Figlia di Marr'Mahew, nonché la principessa sua protetta.

« Sia lode agli dei! » esclamai, con trasporto tale che, nell'udire simile affermazione, chiunque avrebbe dato per scontata la mia salvezza, la mia riuscita fuga da ogni pericolo e non, peggio, il raggiungimento di un nuovo stadio d'orrore quale, effettivamente, era stato per me.
« Fath'Ma?! » commentò la mercenaria, neppure volgendosi nella mia direzione e pur riconoscendo la mia voce, nel dimostrarsi troppo concentrata nei confronti dei propri avversari, dei pericoli posti davanti a sé.
« Algul! » sottolineò Nass'Hya, riconoscendo immediatamente la natura delle creature che mi erano state vicine in quel viaggio, per merito delle quali ero riuscita a giungere a loro « Ci serve il fuoco contro di loro! » aggiunse poi, ricordando quanto occorso in occasione del primo ed ormai storico scontro fra Midda ed una di quelle jinn vampire, dove proprio in virtù del fuoco ella aveva ottenuto una possibilità di vittoria nei confronti della propria nemica altrimenti inviolabile.
« No… aspettate… » la interruppi, levando d'istinto le mani, per esprimere un concetto comprensibilmente privo di senso eppur istintivamente corretto per me, nel mio cuore « Sono alleate! »

E le jinn, senza attendere la conclusione di simili rapidi dialoghi, furono ancor più veloci, nel riprendere il contrasto con gli spettri già iniziato nella sala speculare a quella, l'ambiente da cui eravamo fuggite e che, incredibilmente, ritrovai allora impresso in un quadro esattamente dove era stato prima l'altro per me, come se all'interno di esso fossi stata in precedenza e non lo fossi ora. Racchiusa in una cornice assolutamente identica a quella che avevo già avuto modo di analizzare, infatti, si concedeva l'immagine di una terza algul, compagna rimasta volontariamente a difesa di quella retrovia, impegnata nel confronto con un numero sterminato di spettri, dimostrando un mondo, una realtà apparentemente lontani, forse irraggiungibili, ma che fino ad un attimo prima era stato tutto per me, aveva rappresentato l'universo intero, la mia esistenza, il mio destino.
Inutile sottolineare come, tutto ciò, non avrebbe potuto evitare di generare grande confusione in me, per quanto, comunque, altre priorità si posero in primo piano innanzi all'attenzione di tutte noi, incarnandosi nella voce bassa, profonda, eppur roboante, dell'anfitrione di quella ricca cena.

« Affascinante dimostrazione, mia cara! » commentò, restando ancora seduto sul suo trono, appena piegato in avanti nel protendersi nella nostra direzione « Un potere innato, incontrollato, eppur tanto forte da riuscire a richiamare simili creature a tua protezione… »

Tali parole, simili affermazioni, mi colsero alla sprovvista, nell'ignoranza del soggetto destinatario delle medesime. Per quanto fosse evidente, infatti, come egli si stesse rivolgendo a noi o, meglio, ad una fra noi, definire con precisione colei verso la quale tanto interesse fosse rivolto, dal mio punto di vista, sarebbe stato impossibile. In quel momento, per quanto, ne sono consapevole, sarebbe stato assurdo, arrivai addirittura a credere che quel mostro avesse offerto la sua attenzione proprio a me: del resto ero stata io a giungere accompagnata da quegli inattesi rinforzi, da quel nuovo baluardo preposto a difesa del nostro piccolo gruppo, della nostra compatta compagnia, ed in assenza di qualche conoscenza sull'intero contesto di tale dialogo, su eventuali affermazioni precedenti, ogni supposizione avrebbe goduto del medesimo valore, dello stesso diritto ad essere presa in considerazione.
Nonostante tutti i legittimi dubbi a simile riguardo e per quanto una tale attenzione mi avrebbe onorata, oltre che terrorizzata, non vi sarebbe potuta essere alcuna ragione per considerarmi quale interlocutrice di quella creatura e, per questo, portai lo sguardo alle mie due compagne, a cercare di cogliere da loro una qualche reazione rivelatrice.

« Il tuo arrivo all'interno di questo mio dominio è la più chiara dimostrazione di quanto il destino abbia operato attivamente nel permettere questa occasione d'incontro. » proseguì egli, offrendo quello che sarebbe potuto essere interpretato quale un ampio sorriso « Non puoi negarlo… non puoi rifiutare l'evidenza quand'essa è tanto chiara dall'apparire quasi oscena. »

Nel marasma, nella confusione incredibile generata dal combattimento continuo, instancabile, incessante, fra gli spettri e le due algul, carnefici impietose verso simili prede ancor prima che concrete occasioni di sfida, un silenzio e una quiete assolutamente contraddittorie si concessero quali sole reazioni alle provocazioni del padrone di casa, rivelatrici, per quanto ne avrei potuto intendere io, di un'assoluta mancanza di comprensione sulle stesse.

Egli, comunque, non demorse, incalzando ancora una volta: « Possibile che in tutti questi anni tu non ti sia mai accorta di nulla? Possibile che tu non abbia mai offerto attenzione ad una lunga serie di eventi misteriosi occorsi attorno a te, puntualmente necessari nel mantenerti salva la vita? Non avrai forse ritenuto semplice casualità tanta fortuna, tanta benedizione "divina" attorno alla tua sorte, o lo hai fatto? »

mercoledì 20 maggio 2009

495


M
i permetto di supporre che chiunque, posto in una situazione pari a quella, avrebbe reagito con uguale pessimismo sul proprio avvenire, con similare mancanza di fiducia sul proprio domani: dove già una schiera interminabile di fantasmi si stava concedendo innanzi a me, attorno a me, l'arrivo ulteriore delle jinn vampire non avrebbe potuto di certo aprire un barlume di salvezza come, altresì e paradossalmente, i fatti dimostrarono avrebbe dovuto essere. Le tre creature, infatti, non avevano gettato scompiglio fra gli spettri per puro caso, per una semplice coincidenza, dove proprio questi ultimi si rivelarono essere le prede designate di quell'azione offensiva.

« … grazie… » sussurrai, meravigliata, rapita, devota vegli tutti gli de mai illustratimi fin dalla più tenera età, dove solo alla loro benevolenza qualcosa stava apparentemente mutando.

Solo più tardi mi venne concessa occasione di comprendere le ragioni di quegli eventi, delle dinamiche celate dietro alla comparsa delle algul: in quel momento, nell'assoluta ignoranza in merito ad alcune verità non ancora svelate, non me dominò semplicemente l'assolutamente sorpresa, lo sbalordimento più incontrollato, lasciandomi a dir poco stupita in conseguenza di quell'evoluzione del tutto inattesa ed imprevista, per quanto benvoluta. Con una foga forse addirittura superiore rispetto a quella proposta nella direzione delle vittime umane dalla loro pari che aveva attaccato l'harem la notte del giorno di transizione fra autunno ed inverno, quel piccolo ma devastante gruppo si avventò con bramosia contro gli spettri, facendone propria quell'energia vitale ancora ineccepibilmente presente per mantenerli lì innanzi a me.
Gli spiriti, sebbene di nulla avrebbero mai dovuto offrirsi pena a quel punto terminale della propria esistenza, in quello stadio di eternità nel quale, per cause non ancora chiarite, si erano ritrovati intrappolati forse per sempre, concessero chiara riprova di come non tutte le emozioni umane di un'epoca forse lontana fossero state dimenticate in conseguenza della loro morte. Con decisione, con impegno, essi cercavano contemporaneamente di evadere ed offendere le proprie poche avversarie, ritrovandosi, altresì, del tutto indifesi di fronte a loro, privi di qualsivoglia speranza non diversamente da quelle che avrebbero avuto se ancora vivi, se ancora legati ad un piano di carnalità mortale. Evidentemente, per le mie forse inconsapevoli salvatrici, alcuna differenza si concedeva dettata nel confronto fra vivi e morti, fra creature mortali e spettri imperituri: per esse solo il principio vitale si concedeva avere un minimo di valore e, nella bramosa ricerca di esso, avrebbero affrontato ogni genere di avversità, forti anche e soprattutto della propria stessa natura, indefinita fra due diversi piani d'esistenza.
Lo spettacolo concessomi fu, pertanto, contemporaneamente osceno e meraviglioso, terribile ed appagante, dove se assistere a simile violenza, fosse anche nei confronti di spiriti dell'oltretomba, non avrebbe potuto offrire piacere ad alcuno, l'ideale di futuro che esse stavano donandomi, volontariamente o involontariamente, con la propria presenza non sarebbe dovuto essere perso, lasciato privo di qualunque considerazione o apprezzamento. Così, in un'azione incontrollata e pur, forse, dettata da un qualche raziocinio, seppur non apparentemente evidente, approfittai di quanto stava accadendo per voltarmi ancora una volta nella direzione del quadro, quasi oltre a quella barriera di tela fosse in attesa il mio fato: la via innanzi a me, in verità, non era ancora aperta, per quanto le jinn si stessero impegnando a tal fine, e per questo ciò, a livello forse inconscio, era stata mia premura ricercare un qualche contatto con le mie compagne nella sola, ulteriore, direzione rimasta per lasciare quello spazio, in un modo o nell'altro.

« Oh… dei… »

Con quale altra espressione, per quanto forse non rispettosa nei confronti di coloro che, dal mio punto di vista, tanto si stavano premurando per la mia salvezza, sarebbe potuta essere accolta la nuova immagine concessami innanzi agli occhi?
Ben lontana dal rappresentare un istante impresso per l'eternità sulla tela, quel quadro parve essere dotato di una vita propria, di una propria autonomia, nel momento in cui davanti al mio sguardo non venne offerta l'immagine, già innovativa e terribile, che avevo avuto modo di osservare poco prima, quanto piuttosto una scena del tutto inedita, raffigurante la mercenaria e la principessa, quest'ultima nuovamente cosciente, poste in guardia nel confronto con la tavola ed i propri abominevoli commensali. Non più i loro volti, pertanto, ad osservare il mio, quanto le loro spalle a me rivolte esattamente come fino a quel momento erano state le mie verso di loro, a dar vita ad un parallelismo assurdo e raccapricciante. Il padrone di casa, il signore della fortezza, per quanto sarebbe stato logico supporre, in quella nuova composizione appariva ora in piedi, indicante con la propria mano destra nella direzione della coppia, offrendo verso le medesime un sentimento indecifrabile su un volto tanto lontano dall'umanità: forse ira, o forse sorpresa, o ancora soddisfazione, avrebbero potuto essere dipinti su quel volto ed avrebbero, comunque, potuto conservare un chiaro significato in tale occasione.

« Cosa sta accadendo?! »

Una domanda formulata ad alta voce, la mia, per quanto fossi ovviamente conscia che alcuna risposta mi sarebbe potuta essere offerta. In simile gesto, però, fu la mia necessità di ascoltare la mia stessa voce, nonché quella di rivolgermi, anche solo ipoteticamente, a qualcuno, a dettar necessità, dove in alternativa avrei realmente potuto perdere il senno… sempre ammettendo, ovviamente, di non averlo già smarrito prima di allora. Difficile, impossibile, sarebbe stata definire ovviamente anche solo una vaga idea di risposta a quel quesito, dove gli eventi lontani dalla quotidianità, distanti da ciò che solitamente ero stata abituata a considerare umano, si stavano ormai succedendo con frenesia tale da rendere impensabile, improponibile gestirli secondo qualsivoglia logica, raziocinio.
Dove anche, infatti, si sarebbe voluto ritenere tutto quello quale parte di un solo, vasto quadro d'insieme, come giustificare la divisione perpetrata ai nostri danni, nel disporci ad estremità opposte di un medesimo dipinto? O, ancora, come analizzare il comportamento di dichiarato contrasto fra le jinn vampire e gli spettri, dove un solo padrone fosse stato riferimento comune per entrambe le parti in gioco?
Nuovamente, però, prima che ogni possibilità di formulare il minimo concetto mi potesse essere offerta, la sensazione di inquietudine, di pericolo incombente che già poco prima mi aveva posto in allarme si impadronì ancora una volta di me, costringendomi a voltarmi di colpo e donandomi, in ciò, solo l'occasione di cogliere due delle tre jinn scagliarsi nella mia direzione, tendendo le loro oscene mani, i loro impropri artigli, nella direzione delle mie carni.

« No… no… no! » gemetti, gridai, non volendo accettare l'idea di quella fine, la morte così offertami da coloro per un fragile momento considerate quali mie salvatrici.

Ciò, in verità, non avvenne e la morte, ormai ricorsivamente, parve volersi scordare di me, rimandando al futuro il pur improrogabile appuntamento che attende qualsiasi umano fin dal momento del proprio stesso concepimento.
Le due creature, infatti, non trapassarono il mio corpo con la loro foga, ma si limitarono a sollevarmi di peso, lasciandomi assolutamente illesa, per trascinarmi con loro nella direzione del muro alle mie spalle, del quadro su di esso posto ed attorno al quale ogni verità sembrava circolare entro i confini di quella fortezza. E anticipando qualsiasi mia protesta, qualsiasi mio tentativo di obiezione a tale scelta, a simile movimento, avvertii come il mio viaggio stesse solo iniziando in quel momento e non terminando quale era stato il mio timore prima di allora: non contro il solido muro, non contro la fredda roccia, infatti, il mio corpo in balia delle algul, si ritrovò a schiantarsi… quanto piuttosto attraverso un mistico varco, di collegamento fra due diversi piani di realtà.