Midda's Chronicles - le Cronache

News & Comunicazioni

Conclusa la lunga, lunghissima (tre anni...) pubblicazione de "Il viaggio continua", il racconto che, nella mia memoria sarà ricordato come l'episodio dell'ora più buia di questa pubblicazione; inizia oggi "Non abbassare lo sguardo", il 47° racconto della saga regolare di Midda's Chronicles (50° considerando anche i tre racconti pubblicati all'insegna del marchio Reimaging Midda)!
Racconto che, quindi, oltre ad avere potenzialmente un numero importante, ci accompagnerà verso il traguardo dell'11 gennaio 2018, ossia il decennale dall'inizio di questo viaggio insieme!

Grazie a tutti per l'affetto!

Sean, 5 ottobre 2017

venerdì 31 ottobre 2008

295


O
rmai da due ore Midda stava girando continuamente nel letto, cercando senza successo alcuno di riuscire a trovare il dolce abbraccio del sonno, di sprofondare addormentata e poter, almeno in quel modo, raggiungere uno stato di quiete, di ristoro.
Per quanto già si fosse concessa qualche minuto di riposo in mattinata, nell’attesa di incontrare i propri compagni, decisamente ampio era il debito che sentiva di avere nei confronti del letto e, per simile ragione, avrebbe ben volentieri chiuso i propri occhi e lasciato ogni pensiero dietro di sé: purtroppo, però, qualche dio o dea non sembrava essere concorde con simile proposito ed, in questo, più tempo ella trascorreva a tentare di addormentarsi e più il nervoso cresceva nel di lei animo, per la situazione tanto paradossale creatasi.

« Thyres… » sbuffò, gettando in aria con un gesto isterico il lenzuolo che solo ricopriva il di lei corpo, sperando di riuscire ad invocare una qualche clemenza divina « Non è possibile… voglio solo assopirmi: è davvero chiedere troppo? »

Ovviamente nessuna risposta le poté essere concessa e, con la naturale assenza di essa, il livello di sopportazione della donna decrebbe senza sosta, facendola arrabbiare sempre più e concedendole sempre meno quella quiete forse necessaria per ottenere quanto desiderato: troppi pensieri si contendevano la di lei attenzione, affollandole la mente, non permettendole di separarsi dallo stato di veglia nel quale si trovava ed obbligandola, anzi, a rimbalzare metaforicamente da un argomento all’altro, da un’idea ad un’altra, da una preoccupazione ad un’altra. Non sembrava purtroppo esserci possibilità di uscita da quella piaga se non in virtù di qualche occasione di distrazione: aveva bisogno di porre un freno all’irruenza di quel fiume incontrollato di pensieri, per ritrovare se stessa ed il proprio equilibrio, e tale blocco lo avrebbe probabilmente ottenuto solo in conseguenza della presenza di qualcos’altro a cui rivolgere il proprio interesse, la propria attenzione.

« Basta! » decretò, levandosi a sedere sul letto con una decisa contrazione addominale, prima di voltarsi e cercare i propri vestiti a tentoni nella stanza « Un altro minuto così e potrei dare di matto… »

Dal piano inferiore il frastuono di una serata piena di vita e di alcolica allegria risaliva attraverso il pavimento fino a lei, ad avvertirla della presenza di un locale pieno di gente sotto di lei: fra tante persone in preda ai piaceri del buon vino, forse ella avrebbe potuto trovare un gruppetto sufficientemente disinibito da potersi dimenticare del di lei nome e della di lei fama. Una rissa, un sano, naturale e tranquillo scontro con una mandria di esseri più simili a tori selvaggi che a uomini, desiderosi di allungare su di lei le proprie mani al punto tale da essere disposti anche a ricorrere alle armi, ad aprirle il collo da parte a parte, per guadagnarsi simile diritto: ecco quale sarebbe potuto essere un ottimo antidoto a troppi pensieri, all’eccesso di idee caoticamente sparse nella di lei mente.

« Speriamo che Be’Sihl non si arrabbi troppo con me… » commentò, rivestendosi in fretta, indossando nuovamente i quattro consueti stracci all’interno dei quali stringere le generose forme che la natura le aveva donato senza avarizia « In fondo quanto tempo è trascorso dall’ultima rissa degna di tale nome in questo locale? Addirittura quasi una settimana… mezza… va bene, tre giorni... ma non può prendersela per così poco! » sorrise in quel dialogo con se stessa, ad accordarsi in voto unilaterale il diritto di poter spaccare qualche naso e qualche mento senza troppi sofismi morali.

Lasciando accuratamente celata la propria spada sotto il letto, non avendo necessità di essa o di altre armi in un simile contesto, la Figlia di Marr’Mahew usci dalla stanza desiderosa di raggiungere i malcapitati che il fato le avrebbe concesso quali avversari in quella sera, coloro che per primi avrebbero offerto il proprio mascolino ed ipoteticamente virile interesse al di lei corpo: solo il pensiero di uno scontro già le stava concedendo di sentirsi decisamente meglio, iniziando a liberarla da molti di quegli inutili crucci che l’avevano privata ingiustamente del proprio legittimo sonno.
Semplicemente nel corridoio fuori dalla propria camera molte furono le persone che ella incrociò: chi, come lei, si proponeva diretto a ridiscendere verso la sala principale; chi, altresì, di rivolgeva alle camere, proponendosi in quest’ultimo caso sempre almeno in coppia; ed anche chi, semplicemente, lì sostava a discutere dei più variegati argomenti. Probabilmente, se la mercenaria avesse voluto, avrebbe già potuto, anche in quel punto, facilmente innescare qualche commento a sproposito grazie al quale avere ragione per poter scatenare la rissa desiderata: invero, però, non vi sarebbe stato gusto nell’impegnarsi in uno scontro in uno spazio tanto ristretto e, soprattutto, tanto lontano dallo sguardo del locandiere, laddove ella non lo desiderava assolutamente privare dell’ennesima possibilità di offrirle rimprovero come sempre accadeva quando egli comprendeva era proprio lei a cercare la lotta, trovando in essa un certo livello di piacere. Per ella era divertente, quasi dolce, vedere il shar’tiagho arrabbiarsi in simili occasioni, minacciandola di non conservarle più alcuna stanza o di farle pagare i danni, assolutamente conscia di come po, immancabilmente, a malapena egli le avrebbe imposto anche solo il giusto e minimo costo per tutto ciò che le concedeva: del resto non era da trascurare il fatto di come quelle risse fossero in realtà utili ad egli ed alla sua locanda, rinfrescando nella memoria di tutti i più o meno abituali avventori della medesima di come essa fosse sotto la protezione di Midda Bontor e, pertanto, da mantenere al di fuori da qualsiasi attività criminale, desiderio di estorsione o simili. Un gesto dimostrativo, quello di lei, dal quale prima di tutto proprio Be’Sihl avrebbe ottenuto beneficio, come entrambi erano perfettamente a conoscenza, nel momento in cui, in una città come Kriarya, senza tali esclusivi spettacoli concessi da parte della donna guerriero decisamente più impegnativo sarebbe stato per l’uomo riuscire a conservare l’indipendenza di cui andava tanto fiero, il suo porsi esterno al controllo di un qualsiasi signore locale per il quale tanto da sempre aveva lottato: più impegnativo, sicuramente, ma non di certo impossibile nel non dimenticare come, comunque, ancor prima dell’inizio del rapporto di amicizia fra i due e di quella collaborazione, egli era sempre stato in grado di mantenersi autonomo, libero in una città dove nulla poteva realmente definirsi tale e dove praticamente chiunque sarebbe stato pronto a vendere anche propria madre, propria moglie o propria figlia per una manciata d’oro.

Giunta fino alle scale, poco separava ancora la mercenaria dalla cura per ogni male quando una voce la bloccò, ritrovandola non diversamente da una bambina colta in flagranza di capriccio o dispetto: « Non so perché, ma credo che tu questa sera mi offrirai rogne… »
« Chi… io?! » domandò Midda, voltandosi verso l’amico, nel riconoscerne il tono di rimprovero preventivo, laddove evidentemente egli aveva già compreso i di lei intenti « Mi consideri così male? »
« No, il punto è che ti conosco così bene. » sorrise Be’Sihl, scuotendo il capo « Possibile che non riesci a restare un po’ tranquilla? »
« Giuro che io non desideravo altro! » rispose lei, sincera, sollevando le mani in propria difesa da quelle accuse « Fosse stato per me sarei rimasta volentieri a letto, a dormire… ma purtroppo qualcuno deve avere progetti ben diversi, dato che non mi è stata concessa possibilità di chiudere occhio serenamente. »
« Se non riesci a prendere sonno posso sempre prepararti una tisana… » le propose egli, accostandosi a lei e prendendola a braccetto con la propria mano destra, reggendo invece nella sinistra una bottiglia per recuperare la quale si era dovuto allontanare dalla propria solita zona di lavoro « C’è una vecchia ricetta di famiglia che farebbe proprio al caso tuo. »
« Beh… ma anche il mio è un rimedio “tradizionale”, per certi versi. » sorrise ella, sorniona, nell’appoggiare la testa contro la di lui spalla « Non sai che un po’ di movimento fisico favorisce sempre il buon riposo?! »
« E non riesci proprio ad immaginare alcun genere di attività diversa da quella che comporti uno spargimento di sangue nel mio locale? » replicò l’uomo, giungendo insieme ad ella alla sala principale, dove immancabilmente verso di loro venne attratto ogni sguardo nella presenza della donna.
« Ricominci con le proposte indecenti, Be’Sihl? » gli rispose Midda, sussurrando giocosamente « Sei proprio incorreggibile… »

giovedì 30 ottobre 2008

294


« S
e non ricordo male secondo quanto ci hai detto dovrebbero ancora esserci due strofe. » commentò Carsa, cercando di riportare il discorso a tematiche più consone, forse a disagio ad affrontare quel tema filosofico e morale « Speriamo che fra esse vi sia anche una qualche indicazione concreta sul luogo ove dirigerci… o tutto questo sarà stato vano. »
« In effetti credo che proprio in esse sia la chiave del mistero… per quanto possa apparire criptica. » confermò la donna guerriero, prima di declamare le ultime due strofe rimaste.

Ricordate che viene sotterrato
quanto è meglio non sia ritrovato:
non la cima dovrete conquidere
dei monti cui scopo è dividere,
e gli otto dovrete evitare
il cui regno non è sano violare.

Nostro dovere è ottemperato
giacché noi vi abbiamo avvisato.
Ora solo voi potrete decidere
qual destino, qual fato arridere:
morte nella necropoli cercare
o vita lontano da lì trovare.

Un momento di silenzio seguì quella conclusione, nell’evidenza di una comune perplessità fra tutti gli ascoltatori, fra i tre che con tanta attenzione avevano ascoltato la lettura della compagna fino a quel momento, in attesa di qualcosa su cui poter effettivamente proporre i propri piani, la pianificazione delle azioni future, ed ai quali, purtroppo, non era stato concesso nulla, al di fuori di un vaneggiamento forse privo di significato.

« A costo di fare la figura del solito idiota… » prese parola Be’Wahr, dopo lunga riflessione « … ma chi dovrebbero essere gli “otto”? Non sono riuscito assolutamente a comprenderlo… »
« Non sei un idiota… non questa volta almeno. » lo consolò Howe approfittando dell’occasione per offrirgli una frecciata scherzosa, ma anche appoggiando la mancina sulla di lui spalla destra a sostenerne la posizione « Sinceramente credo che questi ultimi versi siano i più enigmatici fra tutti … »
« Senza trascurare quanto possa essere assolutamente retorico indicare dei “monti cui scopo è dividere”… » si aggregò a quell’opinione comune anche Carsa, storcendo le labbra « Forse non avrò visitato tutti i regni dei tre continenti, ma sono sufficientemente sicura che in simile descrizione ricadano quasi tutte le catene montuose esistenti… »
« Non so cosa dirvi… » rispose Midda, scuotendo il capo, sinceramente smarrita a sua volta.

Nonostante tutta quella traduzione della scitala fosse stata recitata pressoché a memoria, proprio su quel particolare i di lei ricordi sembravano volerla tradire, non concedendole un’immagine chiara in merito alla locazione in questione. Per quanto si stesse sforzando in tal senso, non volendo far apparire quale inutile tutto ciò quello, non volendo rendere vano il di lei confronto con il potere della chimera, ella non sembrava assolutamente in grado di focalizzarsi su quell’informazione: qualcuno, forse, avrebbe potuto affermare che in tale impossibilità, invero, altro non vi fosse che un rifiuto inconscio in lei di proseguire in quella direzione, nel timore per il destino a cui era altrimenti certa essere stata condannata.

« Sbaglio o manca ancora l’ultimo ostacolo dei sette premessi? » sottolineò lo shar’tiagho, osservando ora le proprie dita e notando come fosse arrivato a contare solo sei.
Rapidamente la giovane scrivana controllò i propri appunti, verificando l’esattezza di quell’affermazione: « Hai ragione… non ci stavo facendo caso ma anche io ne ho contate sei. E prima si è parlato di “finale prova”. » aggiunse, rivolgendo il proprio sguardo direttamente alla compagna, a cercar numi « Sicura di non aver saltato una parte? »

La Figlia di Marr’Mahew, non avendo desiderio di mentire in modo tanto sfacciato ai propri compagni di ventura, non seppe come rispondere ad una simile domanda e restò in silenzio, non mancando di inveire ai danni di Howe dentro di sé e, forse, sperando che gli altri potessero comprendere le di lei ragioni e rispettare la di lei decisione senza insistere ulteriormente, senza imporle l’obbligo di rivelare anche quanto omesso.

« C’era qualcosa che non era intonato, ora che ci penso! » esclamò il biondo, intervenendo in supporto al fratello « Non ricordo esattamente le parole, ma sono certo che ogni coppia di strofe fosse strutturata in modo da mantenere un comune ritmo cadenzato dalle rime: questo per tutte tranne che per il penultimo paio, dove ciò è venuto meno… »
« Cosa?! » domandò l’altro, osservandolo stranito per simile osservazione.
« E’ vero! » si difese il primo, annuendo vistosamente con il capo « Ci ho fatto caso perché mentre Midda leggeva dentro di me cercavo di immaginare quelle parole poste in musica, per un’ipotetica futura ballata su questa nostra impresa… »
« Per Lohr… » commentò Howe, totalmente spiazzato da tali affermazioni « Stai già pensando alle ballate che potranno scrivere su di noi?! »
« Un attimo… » intervenne Carsa, sollevando la mano a bloccare lo scambio di battute fra i due, che sicuramente si sarebbe proposto in modo molto divertente ma che, in quel momento, avrebbe solo rischiato di distrarli « Qui c’è una questione decisamente più grave in ballo… »
Ritrovandosi con le spalle al muro, la mercenaria non poté che scuotere il capo, socchiudendo gli occhi nell’ammettere il suo tentativo fallito: « E’ così. »
« Perché?! » insistette la giovane.
« E’ qualcosa che riguarda solo me… » rispose ella, sospirando appena « … e non desideravo porvi inquietudine per questo prima del tempo. »
« Cosa stai dicendo, Midda? » chiese Be’Wahr « Non vi è ragione per cui una di queste prove debba riguardare solo te. »
« Non potete capire… » sussurrò, a loro praticamente non udibile, prima di accontentarli comunque nel comunicare loro ciò che prima aveva volutamente tralasciato.

Ma dimenticare non vi potrete
che perduta corona perderete
se alcun sacrificio sarà lesto,
e per quanto ciò appaia funesto
abbiate grazia di capire nesso
col potere cui avrete accesso.

Coraggio, forza, temperanza, destrezza, saggezza, rettitudine e sacrificio: nella di lei memoria ognuna di quelle prove era un ricordo perfettamente nitido, al punto tale che riviverlo al momento corretto le avrebbe di certo procurato la più incredibile sensazione di déjà vu della di lei esistenza. E proprio in virtù di tali mnemoniche orme, ella non poteva evitare di pensare con angoscia al destino apparentemente scolpito nella pietra: una situazione paradossale per lei, la quale nella propria esistenza tanto a lungo si era impegnata a cercare di dimostrare come l’umana forza di volontà non avrebbe mai dovuto piegarsi neppure di fronte agli dei ed ai loro giochi e che, ora, invece sembrava essere stata dagli stessi dei posta innanzi ad una fine certa.

mercoledì 29 ottobre 2008

293


« M
idda… tutto bene? » chiese la donna, interrompendo i due compagni e rivolgendosi direttamente alla loro interprete.

La mercenaria sorrise a quella domanda, annuendo e maledicendosi intimamente per essersi tanto facilmente tradita. In effetti, nonostante fosse solitamente brava a mascherare le proprie emozioni, in quella situazione non poteva negarsi un deciso svantaggio a causa di ciò che aveva vissuto nel sottoporsi al potere della chimera, che ancora gravava sul di lei animo: solo a peggiorare la situazione, poi, si proponeva essere la sua controparte in quel confronto, una giovane donna che aveva già avuto modo di dimostrare ampiamente le proprie capacità di menzogna ed inganno e che, quindi, più facilmente di altri era abituata a riconoscere un comportamento sincero da uno falso.

« Certo. » ribadì ella, cercando di mantenere un tono controllato ed osservando Carsa con i propri occhi di ghiaccio « Sono solo preoccupata anch’io sulle possibili interpretazioni di questi versi: si offrono purtroppo in composizioni decisamente criptiche, difficili da poter analizzare. Ma del resto era scontato che ci saremmo ritrovati in una simile situazione laddove, come faceva notare Howe, è un fattore decisamente comune a questo genere di indicazioni… »
« Sarà… » commentò poco convinta l’altra, osservandola con felini occhi socchiusi, simili a quelli di un predatore che coglie le misure del proprio prossimo pasto « Sicura di non doverci dire nient’altro? »
« Certo che ho ancora altro da dirvi… » sorrise, tranquilla, mostrando la scitala ancora fra le sue mani « Ci sono altre cinque strofe prima della conclusione… »

Allor giustamente stremati foste
per quanto sfidato senza risposte,
pericolo non mancaria proporsi
nell'imporvi serpeggianti percorsi,
quali sol destrezza potrà salvare
coloro che guai van a cercare.

Ancora in silenzio Carsa ascoltò le nuove indicazioni, prendendo accurata nota di esse sulla pergamena che stava scrivendo, lasciando ora ai compagni eventuali commenti.
« Prova di destrezza… » intervenne il biondo, grattandosi il mento nel cercare di trovare maggiore chiarezza fra quelle rime.
« Direi una sorta di tragitto obbligatorio ad ostacoli… o, per lo meno, è a questo che mi verrebbe da pensare di fronte ad una simile descrizione. » si associò il shar’tiagho, dimostrandosi non troppo sicuro della propria affermazione.
« Credo anche io… » annuì la giovane donna, per poi cogliere al volo l’occasione per interrogare nuovamente la compagna « E tu che ne pensi, Midda? »
« Sinceramente mi sento un po’ stanca per pensare… » rispose la Figlia di Marr’Mahew, cercando di aggirare la questione « Quella che proponete mi sembra comunque un’interpretazione interessante. »
« Ciò che mi preoccupa è quanto queste parole possano essere casuali, a cercare una rima, e quanto invece possano indicare un reale contesto… » domandò retoricamente Howe « “Serpeggianti”, ad esempio, deve essere inteso in senso metaforico o in senso materiale? »
« Ritieni che ci potremmo ritrovare davanti ad un passaggio colmo di rettili velenosi pronti ad aggredirci al minimo movimento errato? » replicò Be’Wahr, storcendo le labbra « Io odio i serpenti… »
« Scusate ma non penso abbia molto senso preoccuparsene ora… » intervenne Carsa, celando l’insoddisfazione per la risposta concessa da Midda « In ogni caso, metafora o meno, sempre quale una situazione di pericolo esso si proporrà su di noi… un pericolo che dovremo evitare con destrezza, qualunque cosa ciò possa significare. »

Ma non corpo per superar le roste
saria utile ad evitar soste:
laddove verdi mura a frapporsi
capaci son nella via d'imporsi,
e sol saggezza ad attraversare
vi potrà nel dedalo aiutare.

« Questa è semplicissima! » esclamò Be’Wahr, dimostrando evidente soddisfazione per l’interpretazione finalmente banale di un indizio loro concesso « Viene detto in modo esplicito che si tratta di un labirinto, da superare con saggezza… »
« Qualcuno fra voi ha esperienza con labirinti? » domandò Howe, mal celando la propria totale assenza di entusiasmo a quelle parole « Perché noi non ne abbiamo e mai ci sono pervenute notizie positive a tal riguardo… »
« Non guardate me. » scosse il capo Carsa, levando le mani come a difendersi da simile possibilità « Non è il mio campo di interesse. »
« Io ne ho affrontato alcuni in passato… » rispose Midda, non potendo fare a meno di prendere parola in simile frangente essendo per lei, invece, proprio uno dei principali settori in cui era solita prestare servizio come tutti ben sapevano « E ciò che vi posso dire a tal riguardo è che tutte le informazioni in vostro possesso in merito ad essi sono assolutamente giustificate… »
« In altre parole meglio perderli che trovarli, vuoi dire? » replicò la compagna, piacevolmente sorpresa da quell’intervento.
« Purtroppo anche quella dei labirinti era una consuetudine abbastanza diffusa in questo genere di situazioni. » sottolineò l’altra, storcendo le labbra « Quando si cerca di recuperare una reliquia perduta, quasi sempre, volenti o nolenti si deve affrontare un dedalo… »
« Coraggio, forza, temperanza, destrezza, saggezza… » elencò Howe, dimostrando di aver tenuto perfetto conto di quanto stava venendo loro presentato « Mancano ancora due prove. »

E se vincitori vi crederete,
proprio lì di dimostrar se valete
in finale prova sarà richiesto:
per punire l'intento disonesto,
poiché sol al retto esser concesso
può l'arcano di regale successo.

« Ditemi che ho udito male… » esclamò il shar’tiagho, quasi non permettendo alla compagna di concludere la strofa « Non è una prova di rettitudine, vero? »
« Temo proprio che tu abbia sentito giusto… » replicò Carsa, aggrottando la fronte « Anche se suona decisamente ridicolo considerando che siamo mercenari. »
« Su questo non sono concorde… » scosse il capo il biondo « Non credo che alcuno fra noi si possa ritenere una persona disonesta. »
« Tutto dipende da cosa si vuole definire come “onestà” e come “disonestà”… » specificò l’amico fraterno « Agli occhi della maggior parte delle persone che conosciamo direi che noi ricadiamo, purtroppo, nella seconda casistica e, con questo, ben lontani dalla rettitudine… »
« Invero quello si definisce “pregiudizio” e non mi sembra il caso di farci problemi per esso. » intervenne Midda, riprendendo parola « L’essere mercenari è una professione come altre: non permettiamo a nessuno, neanche a noi stessi, di porre simile verità in discussione. »

martedì 28 ottobre 2008

292


A
colui tanto stolto che avesse
verso la corona un interesse,
di coraggio dovrà dimostrar storia
allorché alcuna giaculatoria,
volta a lor che lo minacceranno,
vita a preservarlo serviranno.

« La prima è quindi una prova di coraggio… » commentò Carsa, offrendo interesse verso quei versi, quelle parole in rima « Non si intende però nulla in merito ad essa… »
« Sembra solo accennare ad una moltitudine di nemici. » osservò Howe, dimostrando di aver prestato a sua volta attenzione verso quella declamazione.

Midda si limitò ad offrire un enigmatico e malinconico sorriso: per quanto apparentemente lontani nella sua memoria, i ricordi di tutti gli eventi che avrebbero ancora dovuto essere ma che, per effetto del sangue della chimera, si erano a lei concessi come già vissuti, si affollavano nella sua mente e le immagini di ognuna di quelle sette prove si proponevano certamente con una chiarezza superiore rispetto a quanto concesso dalle strofe di quella “mappa”, del retaggio lasciato dagli antichi custodi del diadema perduto. Qualcosa nel suo cuore, però, la tratteneva da offrire ulteriori indizi: avrebbe potuto spiegare ai suoi compagni con assoluta precisione come ogni prova si sarebbe proposta loro, avrebbe potuto indicare come affrontarle e superarle ma, oltre a temere la conclusione purtroppo nota di un simile percorso, non poteva evitare di considerare come quella consapevolezza precisa su ciò che li avrebbe attesi giunti alla necropoli, derivante dall’incanto a cui si era sottoposta attraverso la gemma, avrebbe potuto, invero, essere solo frutto di una manipolazione volta a condannarli e non a salvarli.

« Il sangue della chimera non ti ha lasciato intendere nulla di più rispetto a questo? » domandò Be’Wahr, rivolgendosi direttamente ad ella.
« Purtroppo no… » rispose, celando volontariamente e spudoratamente la verità dietro un contegno totale ed imperscrutabile, senza offrire il minimo indizio ai propri compagni di squadra di tale omissione « Il testo prosegue senza concedere altri particolari… »

Di forza si offre prova seconda:
ogni desio s'infrange sulla sponda
nella violenza, sorda ed immane,
che coinvolge ogni scannapane,
discernendo come sola natura
a giudicar si dimostra matura.

« Prova di forza… abbastanza esplicita. » intervenne ora il shar’tiago, tenendo il conto di quanto proposto dalla compagna con le dita della mancina, a verificare la coerenza delle informazioni fornite.
« Ma ancora poco chiara nei propri dettagli… » sottolineò Carsa.

Detto ciò ella si levò dal punto in cui era adagiata ai piedi del letto, per raggiungere la scrivania, rimasta libera in questa occasione, ed accomodarsi ad essa: impossessandosi di uno dei preziosi fogli di pergamena lì presenti, insieme ad una penna e ad un calamaio, attese un qualche segno di consenso, immancabile e quasi retorico, da parte della compagna prima di poterne usufruire, allo scopo di prendere nota di quanto stava venendo dichiarato per non perdere di vista tutti i pochi dettagli loro concessi da quella scitala.

« Invero sembra esserci un accenno alla presenza di un fiume, o comunque qualcosa di comparabile… » commentò il biondo, riflettendo anch’egli su quanto stava venendo loro offerto « Si parla di sponde e della violenza della natura. »
« Potrebbe essere… » annuì la donna, concordando in parte con quell’osservazione « Ma non sarei pronta a metterci la mano sul fuoco: nello stile con cui sono espresse queste strofe, potrebbe anche essere una semplice espressione metaforica ancor prima che reale… »

Nuovamente la Figlia di Marr’Mahew ascoltò senza intervenire in merito a quanto discusso dai compagni, attendendo il permesso di poter riprendere la lettura o, meglio, poter riprendere a riportare alla memoria l’esatta interpretazione di quelle arcane scritte così per come le ricordava…

Fuggiti foste alla baraonda,
ancor prova d'indole non iraconda
vi sarà richiesta al barbacane,
c'ogne forza sa rendere inane
senza della temperanza più pura
la presenza che il male abiura.

« Una fortificazione? » domandò Be’Wahr, prendendo parola prima degli altri compagni nel tentare di analizzare i rari indizi concessi loro.
« Una prova di temperanza… » sussurrò Carsa, prendendo nota con aria estremamente dubbiosa « Purtroppo sempre estremamente enigmatica. »
« Qualcuno mi sa spiegare perché questo genere di indicazioni si propone sempre tanto ambiguamente? » chiese in modo retorico Howe, consapevole che non vi sarebbe potuta essere risposta a quel dubbio « Sarebbe così difficile spiegare in maniera chiara e diretta quali prove ci attendono e, soprattutto, dove le potremo affrontare? »
« Evidentemente un tempo si aveva un gusto maggiore per la teatralità rispetto ad oggi… » osservò il biondo, sollevando le spalle « Però, dai, c’è da ammettere che così tutto è molto più divertente. »
« Carsa… visto che stai prendendo nota, potresti appuntarti questa dichiarazione, per favore? » replicò il shar’tiagho nel rivolgersi alla compagna poco distante « Mi piacerebbe potergliela ricordare al momento giusto… tipo quando ci ritroveremo a rischiare la vita travolti da qualche sfera di pietra gigante. »
« Pessimista. » scosse il capo l’altro, storcendo le labbra a quell’affermazione.
« Si dice “realista”. » inarcò un sopracciglio il primo « O davvero sei convinto che ciò che si nasconde dietro a queste frasi sia una tranquilla passeggiata in campagna? »

Approfittando di quel breve battibecco fra i due, Carsa osservò in silenzio la propria compagna di ventura ed, in questo, denotò chiaramente come ella si stesse proponendo particolarmente quieta, quasi separata da loro, forse in maniera del tutto volontaria. Ed ella non poté evitare di dirsi preoccupata per quella particolare situazione, nonostante alcuna trasparenza verso l’esterno fu offerta su un simile sentimento: qualsiasi cosa Midda avesse affrontato nella prova offerta dal sangue della chimera, da essa risultava decisamente turbata e di simili emozioni, di tali paure che avrebbero probabilmente dovuto essere condivise laddove la vita di tutti stava per essere posta in pericolo, ella sembrava non voler fare parola, sembrava desiderare celare nel proprio animo tale inquietudine. Ma anche se agli occhi di Howe e Be’Wahr tale comportamento sarebbe anche potuto essere inosservato, davanti lei, allo sguardo di chi si proponeva estremamente abile nell’arte della dissimulazione, i labili indizi concessi non avrebbero potuto comunque restare ignorati, ed in conseguenza ad essi, purtroppo, l’ombra del dubbio e del sospetto non poteva evitare di spingersi ad offuscare il rapporto con la loro compagna.
Laddove, infatti, la donna guerriero si offriva a loro tanto restia al dialogo, al confronto, di quale fiducia si sarebbe concessa realmente meritevole? Ogni indicazione da lei fornita in merito alla presunta traduzione della scitala, in realtà, non sarebbe potuta essere che un’erronea parafrasi prodotta dal maleficio di quella gemma allo scopo di condurli a morte certa? Avrebbero quelle parole di cui non potevano avere alcuna controprova, essere invero la sottile trappola di cui avevano dimostrato chiaro timore giorni prima?

lunedì 27 ottobre 2008

291


A
nmel, fra le molteplici regine
unica di discendenze divine,
era e sarebbe sempre restata
se dei non l'avessero ripudiata,
la forza ed il potere negando
a chi avea vissuto imperando.

Al destino ella non volle fine,
concedendo corpo alle colline
ma legando anima condannata
a ciò che l'aveva rappresentata:
il diadema che andate cercando
ignavi di quanto state rischiando.

« Un inizio non proprio convincente… » commentò Howe, interrompendo la lettura di Midda.

Principalmente grazie al ricordo dell’irreale passato concessole dal sangue della chimera, sempre più sfocato, sempre meno preciso nei suoi confini e più simile a quello di un sogno, e non in conseguenza una reale capacità acquisita sull’antica scrittura che aveva posto un blocco al loro cammino, ella si era proposta quale interprete del messaggio stampato a fuoco sulla scitala per mezzo del medaglione, al fine di rendere simili informazioni note anche ai propri compagni. Erano passate poche ore dal di lei “ritorno”, ed in tale periodo di tempo ella aveva avuto modo di nutrirsi, lavarsi e riposarsi, aspettando che il sole si ponesse sufficientemente alto nel cielo da concedere ai propri compagni di lasciare le loro camere e scoprirla nuovamente cosciente: non avrebbe avuto senso imporre su di essi un prematuro risveglio, laddove nonostante il tempo trascorso in compagnia di Be’Sihl l’avesse aiutata a ritrovare controllo su di sé e sulle proprie emozioni, ella aveva avuto comunque desiderio di ritagliarsi ancora qualche momento di intima tranquillità prima di tornare a concedersi alla squadra ed alla missione. Così, solo quando ormai tutti si erano fatti vivi per la colazione, abbandonando le diverse camere e le proprie notturne compagne, ella si era mostrata a loro, rassicurandoli sulle proprie condizioni e confermando l’apparente successo della prova a cui si era sottoposta.
Tornati nelle stanze della mercenaria, le migliori e più vaste di tutta la locanda, i quattro cavalieri si erano pertanto riuniti a cercare il punto della loro attuale situazione, al fine di poter pianificare le successive mosse. Richiedendo nuovamente tanto il medaglione quanto una delle strisce di cuoio, rispettivamente affidate a Carsa e ad Howe allo scopo simbolico e pratico di rafforzare i legami di fiducia all’interno della squadra, Midda aveva nuovamente operato sulla reliquia che già in passato aveva offerto dimostrazione dei molteplici segreti celati in essa, spingendo con forza la pietra sferica posta nella sua parte centrale, la stessa per mezzo della quale avevano ottenuto la stampa, allo scopo di innescare un nuovo e sorprendente meccanismo: dal lato opposto rispetto a quello della stessa pietra, così, era comparsa, in virtù di un qualche incredibile artificio della tecnica o forse della magia, una lunga e telescopica asta, dischiusasi per offrire il supporto necessario alla fascia di pelle e permettere, in tal modo, di poter finalmente accedere al messaggio vero e proprio e non semplicemente a dei caratteri sparsi.

« Come facevi a saperlo?! » avevano domandato i tre alla compagna, di fronte alla comparsa del supporto che fino a quel momento non era mai stato loro rivelato.
« In effetti non lo sapevo… » aveva ammesso la donna guerriero, scuotendo il capo « Inizialmente avevo ipotizzato di ricavare un’asta delle stesse dimensioni della sfera, ma questo ci avrebbe portato ad un risultato errato… »

La barra così offerta ai loro occhi, infatti, si era concessa assolutamente unica ed inimitabile nella propria forma, tutt’altro che regolare ma con diametro decrescente in direzione dell’estremità opposta a quella del medaglione: nel semplice ma particolare funzionamento di una scitala, pertanto, qualsiasi supporto diverso da essa avrebbe rivelato un messaggio incomprensibile, anche ammettendo una conoscenza completa di quell’alfabeto, o, peggio, del tutto fuorviante.

« Fortunatamente grazie al sogno della chimera sono riuscita a scoprire anche questo particolare… » aveva concluso ella, prima di iniziare ad offrir voce alle due strofe iniziali.

Ad esse, subito dopo la breve interruzione offerta dal commento di Howe, la mercenaria ne aveva aggiunta immediatamente una terza, tenendo il segno con il dito sul rotolo di cuoio in merito alla posizione che presumeva essere corrispondente a quanto stava recitando.

L'onere a noi il fato concesse
di custodir frutto di triste messe,
perché non indegne brame di gloria
in ognuno suscitassero boria:
e così sette le prove saranno
cui solo i giusti sopravvivranno.

« Sette prove?! » intervenne ora Be’Wahr, aggrottando la fronte dubbioso a quell’avvertimento « Che genere di prove? »
« Forse, se mi offriste il tempo di concludere senza essere continuamente interrotta, lo potremmo sapere… no? » sorrise sorniona la Figlia di Marr’Mahew, sollevando lo sguardo verso di loro.
Con un gesto scherzoso, Howe condusse la propria mano sinistra, aperta, a colpire la base della nuca dell’amico con un leggero schiaffo, come a punirlo per la sua impazienza: « E stai un po’ zitto… »
« Ma… » si rimbrottò il biondo, facendo atto di caricare un pugno in direzione del fratello come reazione a quell’attacco « Guarda che sei stato tu il primo ad interrompere! »
« Il mio era un commento fra le righe… » puntualizzò il shar’tiagho, levando le mani davanti a sé in segno di resa di fronte a tanta aggressività.
« Pensate di averne per molto o possiamo continuare? » domandò Carsa, storcendo le labbra nell’aver seguito il breve scambio di battute fra i due uomini.
« Sì, mamma. » sorrise Howe, evidentemente desideroso di stemperare il clima altrimenti troppo serio in quella lettura tutt’altro che piacevole, preannunciante infatti una loro possibile o, peggio, probabile morte.
« Ha deciso di venire con noi, allora? » sussurrò Be’Wahr riferendosi proprio alla compagna, nel tendersi verso il fratello come a voler essere discreto ma venendo in effetti sentito da tutti all’interno della stanza, dato l’ambiente comunque ristretto.
« Sai come sono fatte le donne… ti fanno aspettare fino all’ultimo e poi decidono esattamente l’opposto di ciò che credevi avrebbero fatto. » rispose l’altro, esprimendosi in tono simile e sollevando entrambe le spalle a sottolineare enfaticamente il concetto.
« Non ho deciso ancora nulla. » replicò stizzita il soggetto di quell’osservazione, aggrottando la fronte verso di loro « E se non mi offrite la possibilità di comprendere cosa potrebbe attenderci, ammesso ma non concesso che quell’accidenti di chimera abbia offerto la giusta interpretazione a Midda, di certo non riuscirò a prendere alcuna decisione in tale frangente… »
« D’accordo… d’accordo… » si arrese Howe, di fronte al di lei intervento « Ora stiamo buoni e tranquilli fino a quando non avrà finito di leggere… »
« Dai… prosegui… » incitò il biondo, rivolgendosi alla mercenaria « Di che prove si tratta? »

domenica 26 ottobre 2008

290


I
n quell’abbraccio, in quella dolce unione, ogni desiderio alcolico nella donna guerriero sembrò consumarsi, sembrò svanire nel nulla insieme alla di lei ansia, a quel malessere interiore che ancora le stava facendo tremare impercettibilmente le membra: Be’Sihl era riuscito ad offrirle la pace desiderata, a concederle la quiete d’animo che tanto aveva bramato e per la quale si era mossa alla ricerca di qualche liquore, sperando di affogare in esso la propria pena. Non vi era malizia in quel gesto, ma solo la richiesta, da parte di lei, e l’offerta, da parte di lui, di un po’ calore, comprensione, aiuto senza porsi limiti e senza imporre pretese di alcuna sorta: un atto naturale, spontaneo, istintivo quasi, che li vide immobili per un periodo interminabile, un tempo che nessuno dei due a posteriori seppe valutare e che sembrò essere pari, se non addirittura, superiore all’eternità. E, sicuramente, in entrambi l’unico rimpianto si riconobbe essere proprio nel rendersi conto di come quel momento, purtroppo, non si propose quale realmente infinito, ma dovette infine concludersi in un’inevitabile separazione a cui non poterono sottrarsi.

« Cosa è accaduto? » domandò l’uomo, allontanandosi di poco, separando appena il proprio viso e il proprio busto da ella pur non rinunciando a mantenere le proprie braccia dietro la di lei schiena « I tuoi compagni mi hanno spiegato quello che stavi facendo… perché lo hai fatto, razza di folle? » la rimproverò, con tono trasudante preoccupazione ed angoscia, affetto sincero e pena per l’impossibilità di intervento a cui il silenzio di lei l’aveva costretto.
« Io… non avevo modo di immaginare che sarebbe potuto durare tanto… » sussurrò ella, quasi in imbarazzo di fronte a quel richiamo, chinando lo sguardo verso il suolo immerso nelle tenebre della notte « Speravo che la questione potesse risolversi in modo rapido… ed indolore… »
« Tre giorni… » ripeté il locandiere, tornando a stringerla a sé con dolce energia, come fosse incredulo di riaverla a sé, come desiderasse assicurarsi che ella non si fosse proposta simile a miraggio più che a realtà.
Midda, nuovamente, non si oppose a quei di lui gesti, affidandosi ad egli con tutta se stessa e ringraziandolo intimamente per ciò che le stava donando, per quella forza che sentiva nuovamente affluire in lei dopo che la dura prova a cui si era sottoposta l’aveva come svuotata di ogni energia: « Ma… tu sei rimasto qui in attesa per tre giorni? »
« E cos’altro avrei dovuto fare? » replicò egli, ritraendosi ancora per tornare a cercare i di lei occhi di ghiaccio, per poterli osservare quasi lucenti nella notte buia, non dissimili da due brillanti stelle del firmamento « Avevi sbarrato anche la porta della tua camera… »
« Non hai dormito per tre giorni… » sussurrò la donna, sentendosi colpevole di ciò che la sua affermazione comportava, del pegno involontariamente richiestogli con il proprio gesto.
« Invero mi sono concesso dei brevi momenti di riposo, pur non lasciando mai questa sala… » rispose l’uomo, offrendole un lieve sorriso « Ma ero troppo preoccupato per te per poter dormire tranquillo: perché non m hai detto quello che avevi intenzione di fare? »
« Perché sapevo che non me lo avresti permesso… » commentò la Figlia di Marr’Mahew, scuotendo il capo a quelle parole « Avresti cercato in tutti i modi di dissuadermi dall’agire in tal modo. »
« E temevi forse che ci sarei potuto riuscire? » domandò Be’Sihl, scuotendo a sua volta il capo « Non sono mai riuscito a farti cambiare idea sulla benché minima scelta da quando ci conosciamo… credi davvero che avrei avuto successo in questa occasione? »

“Sì, perché avevo io stessa paura di procedere in tale direzione…”: simili furono le parole che ella mai ebbe modo di pronunciare in risposta al proprio interlocutore, al proprio amico, al proprio confidente e complice, laddove proponendosi sempre più padrona delle proprie azioni e dei propri pensieri non desiderava porre alla luce l’assoluta incertezza nascosta fino a quel momento nel ricorso al sangue della chimera.
Del resto, se ella mai era ricorsa ad un simile potere in passato, per risolvere imprese non meno disperate di quella che avrebbe dovuto compiere con i propri tre compagni di ventura, vi doveva essere una ragione e tale era appunto il timore che non poteva evitare di offrire verso quell’arcano potere: una paura tutt’altro che sciocca, quella che la soffocava fin nell’animo, e nella considerazione di quanto accaduto ella non aveva trovato altro che nuove conferme a tali preoccupazioni, ribadendo la pericolosità di quella gemma e delle sue magiche proprietà. Ma tutti quei timori, tutte quelle paure esistenti già da prima della prova, non sarebbero mai dovute essere rivelate, laddove altrimenti il rischio presente sarebbe stato altresì quello di rendere vano tutto il complesso confronto intrapreso con Carsa, Howe e Be’Wahr per tentare di far loro accettare quella soluzione, quell’alternativa alla loro altrimenti certa sconfitta.
Nel di lei silenzio, il locandiere non poté che comprenderne le ragioni e, non avendo desiderio di infierire su ella quanto piuttosto di godere semplicemente di quell’insperato ritorno nella propria esistenza, lasciò cadere la questione nel nulla, stringendosi ancora una volta a quella meravigliosa presenza prima di lasciarla con un bacio sfiorato, un gesto tanto rapido e fuggevole da apparire più simile ad un’illusione che ad una realtà.
Midda stessa, osservandolo un istante dopo allontanarsi verso il bancone, guardandolo muoversi con perfetto controllo nell’oscurità che li circondava, si domandò se quell’amorevole contatto fosse effettivamente stato o se, invece, la sua immaginazione le avesse imposto un’immagine, una sensazione non esistenti.

« Avrai sicuramente sete ed appetito dopo tre giorni di digiuno… » commentò l’uomo, appoggiando sul bancone una lampada ad olio e lavorando con la pietra focaia allo scopo di accenderla « Ti preparo subito qualcosa… »
« Come rifiutare una simile offerta? » osservò ella, seguendolo verso il bancone e facendo attenzione, in tale movimento, a non calpestare alcuno degli avventori svenuti sul pavimento « Non c’è nulla di meglio di un buon pasto per scacciare ogni cattivo pensiero… »

Una tenue luce si concesse in virtù dei gesti del locandiere dalla lampada ad olio nella sala, a ritagliare dalle tenebre della notte una bolla sferica di tranquillo chiarore per i due astanti, a creare un’oasi apparentemente fuori dal mondo, fuori da ogni cupa realtà per essi. Serenamente la Figlia di Marr’Mahew si accomodò su uno sgabello, appoggiando i gomiti al bordo del bancone per spingersi curiosa in avanti, ad osservare i movimenti di Be’Sihl, gli atti che egli avrebbe posto in essere per concederle nutrimento: nonostante tutto ciò che aveva attraversato, nonostante solo poco prima si fosse sentita irrimediabilmente perduta, ora tutto sembrava tornato alla normalità, concedendole una delle loro consuete mattine, quegli unici momenti in cui si permettevano di restare soli fuori dall’intero creato a chiacchierare, a conversare fosse anche solo del tempo atmosferico e dello scorrere delle stagioni, non per la necessità di quel dialogo ma per il piacere che da esso riusciva a derivare in entrambi.
Davanti ad ella fu immediatamente concessa dell’acqua fresca, seguita dopo breve da un abbondante piatto di verdure mentre non lontano da loro una brande bistecca, grondante sangue quasi fosse stata appena strappata dal corpo dell’animale a cui era appartenuta, iniziava a cuocersi sopra ad un letto di carbone rovente: tutto apparve perfetto, assolutamente coordinato, ed in ciò ella non poté che sorridere dolcemente, rapita dall’organizzazione che egli era in grado di donarle nonostante l’ora e l’occasione del tutto insolita.

« E’ meraviglioso osservarti all’opera… » commentò la donna, sincera « Ma ti eri già preparato tutto questo da tre giorni? »
« Ovviamente… e lo avrei continuato a predisporre per molti altri ancora se tu avessi ritardato… » replicò altrettanto francamente l’uomo, sorridendole con un trasparente sentimento di gioia « Desideravo che tu non avessi da attendere al tuo “ritorno”. »
« Che uomo incredibile… » aggiunse ella, ora con una nota di giocoso scherzo nella voce, quel tono tipico dei loro dialoghi « Solo una sciocca non ti vorrebbe per sempre al proprio fianco. »
« Non ripeterlo per una seconda volta, Midda Bontor… » l’avvertì egli, strizzando con aria complice il proprio occhio sinistro nella di lei direzione « Potrei prenderti in parola, sai? »

sabato 25 ottobre 2008

289


D
ifficile fu per la donna guerriero quantificare con esattezza il tempo trascorso all’interno dell’incanto malefico creato dal sangue della chimera. Ciò che le venne semplicemente concesso constatare, fu come attorno a lei fosse notte e dal piano inferiore non provenissero suoni di risate o grida di incitazione alla lotta: da simili indicazioni le risultò evidente come ormai l’alba non si sarebbe dovuto proporre come lontana giacché tutti gli avventori della locanda dovevano aver lasciato la medesima oppure lì ancora erano privi di sensi, ricaduti sul pavimento troppo ubriachi persino per trascinarsi fuori. Quelle poche ore antecedenti al ritorno del sole erano le uniche durante le quali, effettivamente, in Kriarya poteva esserci quiete, tali da concedere anche ad una persona come Be’Sihl l’opportunità di trovare quel riposo che, altrimenti, non gli sarebbe stato concesso nel proprio lavoro, nel dover mantenere perennemente il controllo sul quel locale che rappresentava anche la sua intera vita. Già in passato Midda non aveva celato, ed anzi aveva ribadito e sottolineato, un chiaro sentimento di sincera ammirazione per la resistenza dell’uomo il quale, dormendo a stento un paio di ore a notte, era in grado, sempre e comunque, di dimostrarsi calmo, lucido, pronto ad ogni eventualità: in egli era evidente l’indole del guerriero più che quella del locandiere, e nonostante la sua vocazione l’avesse portato a determinate scelte di vita, il rispetto per simili capacità, per tali doti, non avrebbe potuto mancare di essergli tributato. Coscia che eccessivo baccano avrebbe potuto risvegliare l’amico, ella indugiò prima di muoversi nella stanza, prima di lasciare la scrivania dopo aver riposto con cura il sangue della chimera nel proprio involucro: non desiderava turbare il di lui giusto riposo, ma dopo quanto affrontato restare all’interno di quella stanza rischiava di farla sentire soffocata, di non concederle possibilità di ritrovare la propria quiete perduta.
Così, con passo felpato, ella si alzò dalla scrivania e si mosse verso la porta, rammentando solo un attimo prima di uscire dalla propria stanza di essere completamente nuda. Dimentica per un istante di ogni realtà al di fuori di quella da cui era superstite, dalla prova a cui si era volontariamente sottoposta e che l’aveva scossa più di quanto non si sarebbe attesa, aveva scordato anche quanto operato prima di compiere quell’insana decisione: dopo aver concluso le discussioni con i propri compagni di ventura ed aver dato chiare disposizioni per non esser disturbata per alcuna ragione fino a quando non fosse uscita lei stessa dai propri alloggi, aveva in effetti optato in favore di un momento di riposo nella vasca da bagno, seguito immancabilmente da sano esercizio fisico, allo scopo di smaltire le tossine e la tensione in eccesso, restando pertanto nuda in conseguenza di entrambi come del resto era solita fare all’interno della quiete di quella stanza.
Quanto tempo poteva essere realmente trascorso da quel ricordo quasi vago? Immagini di un tramonto ormai quasi prossimo nel momento in cui si era accomodata sulla sedia, riaffiorarono nella sua mente a quell’intima questione, a quel dubbio non verbalmente formulato: erano trascorse solo poche ore, oppure il tempo trascorso quale prigioniera di quella magia era stato nettamente superiore? Giorni? Oppure addirittura settimane? Dentro il proprio cuore si sentiva invecchiata di trent’anni, nelle memorie ancor vive delle sensazioni vissute, del timore provato, e tali sentimenti le rendevano estremamente difficile supporre quanto realmente fosse rimasta lì rinchiusa. Consci della prova che aveva deciso di affrontare, di certo i suoi compagni non le avrebbero offerto disturbo fino a quando non fosse stata lei a richiamarli a sé, a cercare di conferire con loro come aveva domandato: ma per quanto tempo li aveva fatti attendere?
Bramando eccessivamente di uscire da quella stanza, lasciò perdere l’idea di ricercare i propri abiti, troppo complicati da indossare, e si mosse verso l’armadio per estrarre da esso una vestaglia quasi nuova con la quale ricoprire le proprie forme, la propria pelle, per poi riprendere il cammino di evasione da quei confini: non diversa da una naufraga alla ricerca di disperato contatto con la terraferma, ella si offriva in quel momento, in quel comportamento. Muovendosi pertanto scalza sul freddo pavimento, in un’oscurità quasi completa alla quale i suoi occhi presto si abituarono, ella attraversò i corridoi dell’edificio, dirigendosi verso le scale per ridiscendere nel salone principale. Quella, infatti, era la sua meta prefissata, laddove nonostante non fosse solita ricorrere ad alcolici, preferendo mantenere nella maggior parte dei casi controllo e lucidità, in quel momento sentiva di avere chiara esigenza di un po’ di torpore, desiderando a tal fine servirsi alle riserve speciali di Be’Sihl nella speranza di ritrovare attraverso esse la quiete che sentiva di aver perduto. L’aria fredda della notte in quelle zone comuni, in contrasto al clima più mite della sua stanza chiusa, increspò la di lei pelle, intorpidendone appena le sensazioni tattili, ma questo non la rallentò né ne rese più pesanti i passi, simili a quelli felpati di un gatto, del tutto impercettibili nella notte.
Il salone, come ipotizzato, si presentò al di lei sguardo privo di ogni attività umana, nell’unica eccezione di corpi incoscienti sparsi disordinatamente in diversi punti, riversi a terra o su tavoli quasi rovesciati. Con il sopraggiungere della nuova alba, molto presto pertanto, il locandiere si sarebbe sicuramente costretto a lasciare il proprio giaciglio per riprendere l’attività interrotta, liberandosi di quegli ingombri e lavorando al fine di porre nuovamente il proprio possedimento nella sua forma migliore, per affrontare una nuova giornata ed essere pronto ad accogliere i clienti fin dalla prima mattina: per quanto ogni volta Midda si fosse sforzata di coglierlo in fallo, di trovare in disordine quel locale, in passato egli era sempre riuscito ad anticiparla, non concedendosi mai di apparire meno che all’altezza del proprio ruolo. Proprio per simile ragione, nonostante l’agitazione che animava il di lei cuore, la mercenaria non poté che sorridere nel rendersi conto di essere finalmente riuscita a giungere lì prima di Be’Sihl, di averlo battuto sul tempo per la prima volta da quando si conoscevano. Da un certo punto di vista, comunque, la donna non poteva evitare di sentirsi un po’ in imbarazzo per quanto stava facendo, per quel suo agire furtivo nella notte a violare confini entro i quali, solitamente, non aveva accesso: non desiderava invadere il territorio del locandiere, ma se davvero voleva mettere le mani su l’alcool che cercava, di cui sentiva di aver bisogno in quel momento, avrebbe dovuto far buon viso a cattivo gioco e proseguire nel cammino prescelto, riservandosi il diritto di offrire al di lui risveglio ogni spiegazione adeguata al caso, certa che egli avrebbe potuto capire.

« No… non sto dormendo. »

La Figlia di Marr’Mahew quasi sobbalzò per la sorpresa di quella frase, pronunciata con tono tranquillo e controllato dalla voce di Be’Sihl e proveniente da un angolo buio della sala, una zona dalla quale i di lei sensi non avevano percepito alcuna presenza prima di quel momento.

« Per Thyres… stai cercando di farmi morire di paura?! » esclamò ella, con tono stizzito, di rimprovero nei suoi riguardi.
« Questa sì che è una frase decisamente insolita anche per te… » commentò egli, emergendo dalle tenebre ed avvicinandosi a lei « Come stai? »
« Non bene. » rispose sincera la donna, trattenendo a stento il proprio istinto che in quel momento l’avrebbe vista volentieri cercare il di lui abbraccio, il conforto del calore del suo corpo « Ma cosa ci facevi qui? »
« Ti aspettavo… così come ho fatto negli ultimi tre giorni. » replicò l’uomo, ora fermandosi a meno di un passo da lei e tendendo nella di lei direzione le proprie mani, come a volerla salutare.
« Tre giorni?! » domandò la mercenaria, aggrottando la fronte « Tanto è quindi durata la mia assenza? » aggiunse, offrendo a lui, quasi senza rendersene conto, le proprie mani in segno di totale fiducia.

Il locandiere, approfittando delle mani di lei appoggiate sopra le proprie, le strinse dolcemente traendo a sé il di lei corpo, il quale si mosse senza opposizione, senza remora a chiudersi in quell’unione che non riusciva a chiedere ma che non poteva fare a meno di desiderare: ancora una volta, egli aveva dimostrato di saperle leggere nell’animo, come solo pochi al mondo erano o erano stati capaci di fare, comprendendo ciò di cui ella aveva bisogno anche laddove il di lei orgoglio, la di lei natura forte e combattiva non le permetteva di esplicitarlo, quasi sarebbe potuto apparire come segno di debolezza.

« Mi sei mancata, Midda… » sussurrò, portando le proprie braccia dietro la di lei schiena, a stringerla contemporaneamente con delicatezza e forza.

venerdì 24 ottobre 2008

288


M
idda aprì gli occhi a render onore ad una nuova alba.
Difficile, invero, sarebbe stato per chiunque poter definire in tal mondo quella particolare condizione temporale: abituarsi a distinguere, in quella nebbia assoluta ed immutabile, dei particolari periodi in cui poter dividere le proprie giornate non era stato semplice ma, dopo i primi dieci anni, l’assenza di sole o luna, di luce o tenebre erano state accettate non ritrovando del resto alcuna alternativa alla rassegnazione. In quell’isola priva di nome e di età, lontana da qualsiasi accenno di civiltà, forse neanche realmente parte del mondo conosciuto dalla donna guerriero, ella aveva dovuto adeguarsi a nuove regole, a nuovi stili di vita, per evitare di perdere il senno come altrimenti, inevitabilmente, sarebbe stato: la sua anima, pur accettando quella condizione, non si era appiattita al pari dell’ambiente a lei circostante, non si era ingrigita a divenire simile a quella nebbia, conservando ancora sufficiente coscienza di sé per ricordarsi chi fosse e da dove provenisse, per mantenere nel proprio cuore la speranza di poter un giorno allontanarsi da quei confini maledetti, ritornando a tutto ciò che aveva lasciato alle proprie spalle. Ammesso che qualcosa della realtà per come la conosceva fosse ancora esistente dopo trent’anni.
Trent’anni esatti in quel giorno, almeno secondo il calendario forse impreciso che aveva creato.
Un periodo decisamente lungo, che in quel triste anniversario non poteva fare altro che farla cedere ad un momento di nostalgia, ad un malinconico rimpianto: nel controllo totale che doveva imporre sulla propria mente, oltre che sul proprio cuore, anima e corpo, ella aveva deciso di concedersi un’unica eccezione proprio in occasione della conclusione di ogni anno trascorso in quel luogo, permettendo per poco ai propri pensieri di correre a ciò che era stato un tempo ed a ciò che sarebbe potuto essere se fosse riuscita a trovare una via di fuga. Le faceva male quell’esercizio di fantasia, quel viaggio immaginario a ripercorrere volti ed ambienti a lei ormai lontani, forse ormai morti o distrutti, ma era quel genere di dolore necessario a ricordarle di essere ancora viva: solo ai morti non era concesso dolore, non era concesso patimento, non era concesso rimpianto, e lei non credeva di essere già morta e non desiderava rassegnarsi, non desiderava intraprendere ancora quella via senza ritorno. Ammesso ma non concesso che quell’assurdo e deserto limbo, in realtà, altro non fosse che l’aldilà.
Lord Brote: il suo mecenate poteva essere ancora vivo? Improbabile. Troppi nemici, troppi anni sulle spalle: era difficile pensare che potesse aver superato quegli ultimi tre decenni illeso, che fosse potuto sopravvivere alla città del peccato per così tanto tempo, raggiungendo un’età già incredibile per il resto di Kofreya ed assolutamente paradossale per Kriarya. Questo, ovviamente, nell’ipotesi che sia Kriarya che l’intero regno di Kofreya ancora fossero esistite, che la guerra non fosse realmente volta a favore di Y’Shalf, portando alla fine di tutto ciò che le era noto, per come le era noto. Un sorriso nostalgico le comparve in viso, nel ricordo, nella curiosità di sapere quale sarebbe mai potuta essere la missione a cui egli l’aveva destinata in cambio del sangue della chimera. Per quale ragione il mecenate si sarà maggiormente addolorato? Per la di lei scomparsa, presunta morte? Per la perdita della gemma? Oppure per quell’incarico rimasto non realizzato? Impossibile purtroppo saperlo.
Ma’Vret: uno dei suoi pochi compagni, forse l’unico, che era riuscito a sopravviverle anche in virtù di dieci anni di lontananza, durante i quali non aveva mancato fortunatamente di rifarsi una vita, collaborando alla nascita di due splendidi figli ma, purtroppo, anche seppellendo una moglie. Egli poteva ancora essere dopo tanto tempo? Se la catena dei monti Rou’Farth l’avesse protetto a sufficienza, forse ancora si sarebbe potuto proporre in buona salute, invecchiato come lei, sicuramente, ma vivo. Quali ricordi avrebbe potuto conservare di lei? Un’amica fedele, una compagna di ventura, un’amante appassionata, che pur avendo trascorso con egli prevalentemente momenti lieti, non aveva mai dimostrato esitazioni ad abbandonarlo in più occasioni, a voltargli le spalle per correre dietro a nuove avventure, laddove la sua vita non avrebbe mai potuto essere segregata nella tranquillità della quotidianità. Quanta ironia vi era stata nella sorte, che entro i confini di quell’isola l’aveva vista sigillata, senza scopi, senza ragioni, senza speranze: se solo avesse accettato la quiete che egli le aveva offerto, forse tutta la sua vita sarebbe stata diversa…
Be’Sihl: la più grande occasione sprecata della sua intera esistenza, il suo rimpianto più forte. Perché era stata tanto stolta da negarsi la possibilità di provare ad instaurare una relazione con lui? Perché era stata tanto sciocca da fuggirgli, in effetti non diversamente da Ma’Vret, ma in questo caso senza neppure concedersi un semplice tentativo? Forse con lui sarebbe potuto essere diverso, forse egli non le avrebbe richiesto di rinunciare alla propria esistenza in favore di una vita tranquilla, del focolare domestico ambito traguardo per la maggior parte delle persone, che lei per propria natura non aveva mai cercato e che per proprio destino non avrebbe neppure mai potuto desiderare. Purtroppo a nulla ormai valevano simili pensieri, tali elucubrazioni, se non a ricordarle della sua stolidità in campo amoroso, se non a farle riapparire davanti agli occhi, oltre ad egli, i volti degli uomini con cui aveva voluto condividere una parte della sua vita e che, in un modo o nell’altro, aveva perduto.
Carsa, Howe e Be’Wahr: quale destino poteva aver atteso i suoi compagni dopo il di lei sacrificio? L’avevano accompagnata fino all’ultimo, consci dei pericoli che avrebbe riservato loro il sangue della chimera ma incuranti di essi, decisi a completare la missione, a recuperare la corona della regina Anmel: a lei non era stato concesso di arrivare a vedere quel diadema perduto, ma nel proprio cuore era stata sempre certa che essi fossero riusciti a recuperarlo ed a riportarlo alla loro mecenate, a lady Lavero, conquistando una gloria ed un onore come mai alcun altro mercenario aveva potuto prima di loro, riuscendo a portare allo sguardo del mondo l’unica concreta testimonianza di un’epoca dimenticata. Avevano forse cercato di ritrovarla? Si erano forse impegnati nella di lei ricerca dopo tale successo? Se egoisticamente ella non poteva evitare di sperare che in tal senso essi si fossero mossi, al contempo si ritrovava a desiderare che essi non avessero reso vano il di lei gesto, non avessero sprecato inutilmente le proprie esistenze ma avessero continuato a lottare per i propri destini, per le proprie vite alla ricerca della conquista della soddisfazione personale che ella stessa a lungo era riuscita ad avere e difendere.
Molti volti, troppe immagini si presentarono nella di lei mente, in un fiume mnemonico sempre più ricco, affollato, che rischiò di sommergerla completamente: con un immenso sforzo di volontà ella si impose di riprendere il controllo, di eliminare quei pensieri per evitare di superare il labile confine che divideva la lucidità dalla follia. Aveva indugiato troppo nei propri ricordi e questo le stava facendo correre un grave rischio in quella realtà fuori dalla realtà, in quell’esistenza fuori dall’esistenza. E più gli anni si facevano numerosi e pesanti sulle di lei spalle, più difficile diventava ritrovare il controllo, ritornare cosciente: al successivo anniversario avrebbe dovuto fare maggiore attenzione, avrebbe dovuto imporsi più prudenza, ad evitare il rischio di non riuscire più a tornare cosciente, ad evitare di perdere totalmente contatto con la propria vita per arrivare al suicidio che, inevitabilmente, aveva colto tutti i di lei predecessori su quell’isola.

« Thyres! »

Quasi un grido quello della donna nel risvegliarsi madida di sudore, sollevando la testa di colpo dalla scrivania sulla quale era ricaduta, in evidente stato di trance. Tremando vistosamente, quasi senza riuscire a controllare i propri arti, i propri movimenti, prese il sangue della chimera prima stretto nella sua mancina con la mano destra, per separare la superficie della gemma da quella della propria pelle ed allontanarla da sé, nascondendola convulsamente fra le stoffe che normalmente l’avvolgevano.
Era ancora sola, ma non in quell’isola perduta quanto nella propria camera, nella propria stanza da letto nella locanda di Be’Sihl: aveva appena affrontato la prova della chimera e si era ritrovata purtroppo del tutto impreparata per ciò che le era stato mostrato, per quanto le era stato concesso di vivere. Una sensazione angosciante le stava ancora chiudendo la gola, quasi impedendole di respirare, ed ella, piegandosi su se stessa, sulla sedia su cui era accomodata, scoppio in lacrime, per cercare di liberarsi dal peso che gravava sul di lei animo, per trovare sfogo dalla desolazione di quelle nebbie che, purtroppo, sentiva ancora avvolgerla, soffocanti ed imperturbabili.

« Thyres! » invocò nuovamente, in una richiesta, in una supplica di pietà, di grazia da quel destino.

giovedì 23 ottobre 2008

287


L
a giovane donna mantenne a lungo il silenzio dopo che i tre compagni ebbero espresso le loro opinioni.
In merito alla posizione di Midda non aveva né avrebbe mai avuto dubbi di sorta, comprendendo da subito come ella fosse sospinta da ragioni diverse dal semplice profitto nel compimento delle proprie missioni, del proprio lavoro, al di là di quanto ella stessa potesse sostenere: indubbio era, infatti, come una mercenaria del suo calibro, una professionista della guerra del suo livello, avrebbe potuto guadagnare molto più oro in molto meno tempo se si fosse proposta per altri incarichi, per combattimenti su campo, per semplici esecuzioni o per rapimenti. Ella, invece, sfruttava in maniera evidente il proprio lavoro, i propri mecenati, per trovare occasioni di sfida, per spingersi continuamente in imprese al limite dell’umano, in missioni che chiunque altro avrebbe considerato assurde o eccessivamente pericolose, al punto tale per cui alcuna ricompensa sarebbe stata utile a risarcire il rischio corso, ma che ella bramava con tutta se stessa. Quella era la di lei vita, il mezzo tramite il quale, ogni giorno, offrire una ragione alla propria esistenza, e non avrebbe di certo rinunciato ad essa nella paura di porvi termine, perdendo comunque ogni valore o significato nella medesima, laddove vittima di un tale timore: se non si fosse spinta continuamente oltre i propri limiti, se non avesse cercato senza tregua quelle imprese per le quali sentiva di essere nata, non avrebbe probabilmente corso il rischio di morire, ma non avrebbe neanche potuto realmente considerarsi viva.
La scelta di Be’Wahr, la sua sicurezza, la sua decisione a tal riguardo, pur non si poneva come inattesa ai di lei occhi: il biondo, nella semplicità del suo animo, si era già mostrato più volte in quei mesi di collaborazione comune come estremamente appassionato in ogni più semplice aspetto della propria vita, trovando ragioni di entusiasmo persino in una nuova alba o in un nuovo tramonto, pur immancabilmente simili a quelli dei giorni precedenti. Invero, nel considerare i rischi ai quali tutti loro si esponevano volontariamente e continuamente, essere gioiosi per la possibilità di osservare l’aurora o l’occaso non si sarebbe proposta quale una reazione tanto assurda ed incomprensibile, laddove esse risultavano essere immediate e concrete testimonianze dell’esser sopravvissuti ad un altro giorno, a dei nuovi nemici ed alle sfide che essi non avevano di certo mancato di imporre su di loro. Egli, però, concedeva a sé ed al mondo circostante qualcosa di più di tutto ciò, di quanto comunque mancava nella maggior parte delle persone, mercenarie o non: il suo sguardo sull’esistenza sembrava infatti imporsi più puro, quasi fosse libero dalla prepotente presenza di quella malizia in cui si era soliti avvolgere ogni atto o fatto. In tal modo, anche la più banale realtà quotidiana per lui poteva assumere un sapore unico e meraviglioso ed, con simili presupposti, quasi ovvio, scontato, non poteva che essere l’entusiasmo concesso verso l’incredibile e forse irrealizzabile avventura proposta davanti a loro in quel momento.
Howe, al contrario, l’aveva trovata più sorpresa, più spiazzata, nella propria scelta, nelle parole così pronunciate. Il shar’tiagho, per quanto le fosse stato concesso di conoscere, si era sempre proposto come una persona decisamente pratica, forse anche eccessivamente materialista, interessato più alla conclusione rapida ed indolore di una missione per il conseguimento della ricompensa promessa piuttosto che particolare fama, gloria o anche solo soddisfazione personale. Da un certo punto di vista anche lui, come suo “fratello”, era una persona semplice, ma di uno stampo ben diverso e tutt’altro che libero dalla malizia nell’osservare la realtà quotidiana: lo sfogo isterico di poco prima, in effetti, era stato dimostrazione di ciò laddove se egli si fosse proposto con un animo meno diretto, probabilmente non si sarebbe rivolto in simili termini verso la donna guerriero, non avrebbe cercato un confronto tanto aperto, preferendo agire per vie più ipocrite e meno rischiose di quelle in cui invece si era gettato a testa bassa. Provare a comprendere per quale ragione, pertanto, egli si fosse ora concesso con tanto idealismo, arrivando a ritrarre quella come una missione di nobilitazione per le loro stesse anime, non le era semplice, non le era immediato.
Ora, però, proprio a lei, a Carsa, era richiesto di esprimere un voto, un’opinione, nella scelta di rinunciare a quella missione e lasciare probabilmente per sempre il gruppo o, al contrario, gettarsi con loro in un’impresa forse senza possibilità di successo e di ritorno. Ella era da sempre stata una solitaria ed aveva accettato quell’incarico per ragioni assolutamente personali fra le quali, invero, proprio quella espressa da Howe nella propria isteria: divenuta mercenaria nell’inseguire il mito di Midda Bontor, non avrebbe mai rinunciato alla possibilità di essere al di lei fianco e, nel momento in cui lady Lavero l’aveva rintracciata per offrirle una simile occasione, immediatamente ella aveva accettato, senza porsi indugi, senza concedersi incertezze. In quel momento, altresì, appariva chiaro come non avrebbe più potuto proseguire spinta solo da una simile passione, non avrebbe potuto continuare il proprio cammino affidandosi unicamente a quella motivazione. Ed una decisione simile, purtroppo per lei, non si proponeva banale e scontata come, evidentemente, era riuscita ad essere per il shar’tiagho nel rivedere le proprie posizioni.

« La via che sembrate aver scelto, secondo me, rappresenta un pericolo troppo grande… per una persona sola o anche per un gruppo di quattro, nostro pari. » rispose dopo aver compiuto una lunga riflessione interiore « Se riuscite a sentirvi pronti ad affrontare i pericoli proposti dal sangue della chimera, che esso venga adoperato solo da Midda o da tutti voi, io non riesco ad essere certa di voler proseguire in tal senso. »
« Io sono la sola ad essermi confrontata con la chimera e ad esserne sopravvissuta. » replicò Midda, evidentemente in riferimento alla parte centrale di quel breve monologo, senza entrare nel merito delle scelte personali della compagna, su cui non avrebbe mai potuto porre verbo « Conosco il pericolo che questa gemma potrebbe offrire e non ha senso che tutti, che siate con me o no, partecipiate a esso: in qualsiasi caso, pertanto, non permetterò ad alcuno fra voi di essermi vicino, come del resto non era mia intenzione fin dall’inizio… non avrebbe senso farlo. »

Howe e Be’Wahr si offrirono, nell’attuale realtà dei fatti, quali i diretti interessati, i destinatari di quell’avvertimento ed essi, questa volta, restarono in silenzio, non potendo opporsi alla logica analisi compiuta dalla donna guerriero: esporsi anch’essi al potere della gemma non avrebbe permesso loro di conseguire alcun vantaggio tattico, alcun beneficio strategico ed, anzi, avrebbe esposto la loro intera squadra ai pericoli imposti su di loro dalla chimera. Al contrario, se almeno loro fossero rimasti assolutamente immuni da tale incanto, da simile stregoneria, avrebbero potuto sì seguire le indicazioni concesse loro dalla Figlia di Marr’Mahew ma, al contempo, avrebbero anche potuto mantenere il lucido controllo sulla situazione, concorrendo forse ad evitare il peggio, la fine altrimenti certa.

« Prenditi tutto il tempo che desideri per valutare la situazione… » suggerì il biondo, rivolgendosi verso Carsa, in risposta ai di lei dubbi, alle di lei incertezze « Non ho idea di quanto potrà essere necessario a Midda per concludere quanto ha in mente ma probabilmente non si tratta di pochi istanti. »
« Mi sembra la soluzione migliore… » annuì la donna, associandosi al compagno di ventura « E qualsiasi sia la tua scelta, non te ne faremo colpa, sia chiaro: siamo mercenari e, senza ipocrisie, è giusto che ognuno di noi possa valutare le azioni da intraprendere in base al guadagno che da esse pensa di conseguire… »

Carsa, a quelle parole, non riuscì a trovare una risposta degna, una replica utile o necessaria. Dai compagni aveva ricevuto assoluta carta bianca nella scelta del proprio destino, come del resto era logico avvenisse, ma nella di lei mente non vi era alcuna idea su ciò che avrebbe potuto tratteggiare sopra tale spazio decisionale: se essi si fossero imposti su di lei, anche solo a livello psicologico nel farla sentire vincolata a simile impresa, avrebbe forse potuto reagire in loro opposizione, a tutela della propria indipendenza. Ma essi, pur non rinnegandola, non colpevolizzandola, non apparivano intenzionati ad offrirle alcuna incitazione, alcun invito, probabilmente proprio allo scopo di evitare alcun genere di imposizione, fosse essa semplicemente morale. E quella libertà assoluta, incontrollata, quella totale possibilità di controllo sul proprio fato, sulla propria vita, la poneva in totale disagio, non avendo assoluta idea di quale strada poter perseguire, non sapendo se rischiare la propria vita nella ricerca della corona perduta, inseguendo le vane e mortali promesse della chimera, o se condannarsi a sopravvivere nell’assolutamente umano e naturale timore della morte.

mercoledì 22 ottobre 2008

286


N
onostante alcuno fra i presenti fosse intenzionato a confrontarsi con il potere della chimera, a condannarsi ad un fato praticamente certo ed a porre in pericolo, in tal modo, anche i propri compagni, le parole della donna guerriero non poterono lasciare imperturbato l’animo dei suoi compagni.
Incredibilmente e paradossalmente, il primo a richiedere parola fu proprio colui che poco prima contro di ella aveva riversato tutta la propria folle paura, ogni proprio timore.

« Midda… ascolta, per favore. » mormorò precedendo i due altri presenti « Che io prima possa aver detto qualcosa di giusto lo ritengo estremamente discutibile. Per ragioni personali non ho un buon rapporto con la magia, in ogni sua forma. Ammetto, addirittura, che già solo l’aver scoperto del dramma in cui hai perduto il tuo braccio mi aveva lasciato decisamente interdetto i primi giorni in cui ti ho conosciuta: io credevo, e soprattutto speravo, che tutte le storie a tal riguardo fossero state montate ad arte e che sotto quel metallo vi fosse un normalissimo arto a sorreggerlo e muoverlo… »
« Howe… » tentò di prendere parola Carsa, temendo che l’uomo potesse peggiorare solo la propria posizione con quel discorso, per quanto ne capiva gli intenti chiarificatori.
« Lasciami parlare… » domandò egli, con tono moderato, in una supplica più che in un’imposizione sulla compagna « Desidero chiarire perché prima abbia pronunciato frasi offensive e del tutto immeritate. »
« Non ce bisogno di questo… » rassicurò Midda, scuotendo appena il capo « Posso comprenderlo. »
« Per Lohr… » sospirò il shar’tiagho « C’è qualche speranza di poter esprimere un concetto senza essere interrotto o devo tornare ad essere isterico per riuscire di farmi ascoltare? »
Il silenzio di tutti concesse ad Howe quanto richiesto, permettendogli in tal modo di proseguire nel proprio discorso.
« Grazie. » annuì l’uomo « Come stavo dicendo, nonostante tutti i miei pregiudizi, che poco fa sono emersi in maniera evidente, ho razionalmente accettato la tua presenza al mio fianco ed ho accettato di essere io al tuo, in questa impresa, come probabilmente non avrei mai ipotizzato di poter fare prima. »
« Ho imparato ad apprezzare le tue qualità, e non mi riferisco unicamente a quelle fisiche, pur incredibili… » continuò egli, offrendo un sorriso di scherzosa malizia per lasciar scemare la tensione precedente « Ed in questo ho potuto comprendere quanto sarei stato veramente stolto a lasciarmi dominare dal timore nei tuoi riguardi se avessi rifiutato questo incarico come inizialmente avevo ipotizzato di fare. E Be’Wahr mi è testimone… »
« E’ vero. » confermò il biondo, intervenendo a quelle parole « Non è stato facile convincerlo a darti una possibilità… »
« Quanto accaduto alla Biblioteca è stata una tragica fatalità, una reazione inevitabile per poter sperare di sopravvivere ed avere la possibilità di tornare a lamentarsi… » riprese Howe « Non puoi e non devi farti una colpa di ciò e, soprattutto, non devi pensare di essere in obbligo per rimediare a quanto accaduto. »
« Il tuo discorso mi onora ed accetto le tue sincere scuse per prima. Ma che io debba o non debba rimediare è, purtroppo, irrilevante. » commentò la donna, scuotendo il capo « L’unica certezza in nostro possesso resta l’assenza di qualsivoglia possibilità di raggiungere la corona della regina Anmel al di fuori di questa pietra… »

Invero Midda aveva ragione e nessuno riuscì a trovare parole per contrastare simile affermazione: se davvero avessero voluto portare a termine la missione che avevano accettato, avrebbero dovuto percorrere quella via, timori o non timori, condanne o non condanne. Ovviamente l’alternativa sarebbe stata offerta dalla rinuncia all’incarico, dall’ammissione della propria incapacità a concretizzare quanto loro richiesto: nessuna onta probabilmente avrebbero ricevuto in tal caso, nessun dolo avrebbero conseguito da una simile decisione, nella consapevolezza per tutti, lady Lavero in primo luogo, di quanto ciò che da la loro mecenate aveva richiesto non si sarebbe mai potuto porre quale un semplice traguardo ed, anzi, forse non si sarebbe mai potuto porre quale un traguardo realizzabile. Era stato loro domandato di recuperare un oggetto appartenuto ad un’epoca considerata mai esistita secondo l’opinione di molti studiosi, la cui unica testimonianza era offerta da miti e leggende, da ballate utili per intrattenere i bambini alla sera ed a cui un adulto difficilmente avrebbe concesso la minima attenzione: incredibile, forse inaccettabile, sarebbe stato in effetti il loro successo in tale impresa, non il loro fallimento.

« Potremmo lasciar perdere… » propose Carsa, dando voce a quell’unica soluzione alternativa a cui tutti stavano probabilmente pensando, pur senza trovare volontà di esprimersi.
« Potremmo… » annuì la Figlia di Marr’Mahew « Ovviamente potremmo lasciar perdere tutto, nonostante gli sforzi compiuti per il recupero del medaglione, nonostante la scoperta della scitala, nonostante i rischi nella Biblioteca. »
« Ma… » suggerì Be’Wahr, intuendo che non era quella la conclusione a cui ella desiderava raggiungere.
« Personalmente non è nel mio stile… » sorrise la donna guerriero, sollevando appena le spalle e lasciandole ricadere « Mi piace imbarcarmi in questo genere di missioni, spingermi là dove anche i più coraggiosi hanno paura anche solo di gettare lo sguardo, cercare di raggiungere l’irraggiungibile: in fondo è ciò che offre un senso alla mia esistenza, probabilmente è ciò per cui sono nata… »
« Non potrai mai raccogliere le stelle dal firmamento, laddove anche qualcuno te lo proponesse… » intervenne Howe, cercando di offrirle sano realismo.
« Forse non potrò riuscirci, ma se neanche tenterò di farlo in virtù di cosa ne sarò tanto certa? » domandò la mercenaria « Nella vita, per come la vedo io, l’unica sicurezza che ci è offerta è l’appuntamento finale a cui non potremmo sottrarci, il viaggio verso l’ignoto che non potremmo mai evitare: per il resto nulla è scritto, nulla può essere dato per assoluto… »
« Potremmo rimetterci la vita… » ricordò Carsa, incerta.
« Ogni giorno potremmo morire. » rispose il biondo, prendendo parola al posto di Midda in risposta a quell’obiezione « Ed allora? La paura della morte ci deve forse impedire la vita? Io sono d’accordo con lei: voglio proseguire in questa impresa. O vivrò per il resto dei miei giorni domandandomi cosa sarebbe potuto essere se oggi avessi compiuto una scelta differente… »

Con una semplicità disarmante, con innocenza non troppo distante da quella di un bambino, Be’Wahr in quelle parole si era mosso rapido e deciso in un affondo verso l’unica reale argomentazione su cui ognuno dei presenti nella stanza avrebbe dovuto riflettere. Ogni analisi, ogni pensiero condotto intimamente ed espresso pubblicamente fra loro era meritevole d’ascolto, era formulato a ragion veduta, privo di torto e di errore: ma il nocciolo della questione non sarebbe mai stato rintracciabile nella razionalità di quell’assurda missione, quanto nella comprensione su ciò ognuno di loro avrebbe potuto rimetterci non tentando neanche di impegnarsi in essa, lasciandosi fermare al primo ostacolo, arrestare al primo timore.

« Hanno ragione… »

A parlare, ora, fu Howe, rinnovando implicitamente in quelle parole la propria fedeltà alla squadra. Un lungo momento di riflessione lo aveva visto protagonista dopo le parole del fratello, verso il quale era rimasto in silente osservazione: per quanto si potesse divertire a schernirlo, ad offrirgli sarcasmo ed ironia per ogni frase da egli pronunciata, l’affetto che lo shar’tiagho provava verso il compagno non era di certo inferiore a quello che avrebbe provato verso un reale germano, ed in momenti come quelli non poteva evitare di ammirarlo e ringraziarlo interiormente per essere la meravigliosa persona che era e dimostrava di essere.

« Hanno ragione… » ripeté, ora rivolgendosi verso Carsa « Questa missione va ben oltre la ricompensa che ci è stata comunque promessa: è una sfida contro le nostre vite, contro i limiti nei quali siamo soliti rinchiuderci ogni giorno. Rinunciare ora non significherebbe solo rifiutare un incarico ed un po’ d’oro… ma anche rifiutare di poter provare orgoglio per noi stessi, di trovare stima verso le nostre esistenze. »

martedì 21 ottobre 2008

285


S
e Howe, dimostrando un’ottusità tipicamente maschile, non ebbe modo di accorgersi del pericolo incombente su di lui per le affermazioni anche condivisibili ma proposte con assoluta ed inappropriata leggerezza ed una scelta del tutto disgraziata di vocaboli, Carsa fortunatamente non solo comprese come la situazione sarebbe potuta rapidamente degenerare ma anche intervenne al fine di evitare il peggio. Nelle parole dell’uomo, infatti, non solo il valore di Midda era stato posto in serio dubbio, ma anche la di lei stessa natura, il di lei stesso animo, in conseguenza non di sue azioni ma, semplicemente e tragicamente, imputandole dolo per la di lei menomazione, quasi per essa potesse avere una qualche responsabilità: di fronte ad una simile offesa, lo sforzo che ella stava evidentemente compiendo per restare al proprio posto, per non porre immediata fine alla vita del compagno di ventura divenuto a lei avversario, era un’elogiabile dimostrazione di buon senso, di desiderio di collaborazione.

« Io credo che sia il caso di offrire il giusto peso ad ogni questione, senza enfatizzare inutilmente la situazione… » disse, appoggiando la propria mancina sulla spalla destra della compagna e dischiudendo l’altra mano in direzione dell’uomo, per richiedere ad entrambi un momento di quiete e di riflessione.
Anche Be’Wahr si propose con sufficiente lucidità da comprendere le ragioni che avevano richiesto l’intervento di Carsa, accostandosi in questo al fratello: « Sono d’accordo… » commentò, cercando di farsi forza per trattenere il disagio anche in lui presente all’idea proposta dalla Figlia di Marr’Mahew.
« Be’Wahr… fammi il piacere di evitare di far gravare su di me la tua stolidità almeno per una volta… » replicò con cieca rabbia il shar’tiagho, attaccando così verbalmente anche il suo amico di sempre ed, in questa occasione, non con i consueti toni faceti « Ti rendi conto che questa specie di strega vuole condannarci al peggiore dei destini possibili? »

Il petto di Midda si mosse con ritmo crescente a quelle ulteriori parole, ritrovando i di lei seni alzarsi ed abbassarsi ripetutamente a scandire il di lei respiro, a concedere attraverso di essi visibilità sulle proprie emozioni sempre meno controllate: non era solita lasciarsi dominare dall’ira, ma Howe sembrava sempre più deciso a farle perdere la quiete, a cercare non solo la morte ma anche il dolore per sua mano. Era chiaramente evidente come egli non fosse mosso da reale malizia e non riponesse alcun giudizio nella formulazione di quelle accuse, mosso altresì dalla paura per l’ignoto, per l’orrore rappresentato dalla magia a loro così lontana e sconosciuta: ciò nonostante, la donna guerriero non sembrava volerlo giustificare per questo, non sembrava volerlo sopportare, cedendo anzi a sentimenti sempre più negativi come nessuno fra loro l’aveva vista fare nel passato che li aveva accomunati.
Be’Wahr, dal canto suo, meno stolido di quanto il compagno non lo avesse descritto e decisamente dotato di un gran cuore nei suoi riguardi, non replicò alle di lui frasi, lasciandole scorrere su di sé e non offrendo loro più importanza di quanto non ne avrebbe concessa a semplice pioggia: forse gli dei non gli avevano fatto dono di un’elasticità mentale invidiabile, ma ad essa avevano sicuramente sopperito con molte altre ammirabili doti, che non poterono passare inosservate alle due donne sue compagne in quel momento.

« Howe. Frena la tua lingua, stupido che non sei altro! » lo rimproverò Carsa, serrando i denti nell’osservarlo « Possibile che la pavidità sia così presente in te al punto da soffocare ogni capacità cognitiva? »
« E possibile che l’adorazione che provi per questa cagna sia tanto ampia da renderti cieca sulla scelte che compie? » replicò egli, quasi spuntando la propria follia in faccia ai compagni « Pensi forse di poterti conquistare le sue grazie comportandoti come una cagnetta fedele?! »
L’isteria ormai dominava chiaramente la mente di Howe e parlava attraverso le di lui labbra, non concedendogli altra possibilità diversa da quella di attaccare ed offendere i propri compagni: « L’abbiamo seguita fino ad oggi quasi ella fosse la soluzione ad ognuno dei nostri problemi, fidandoci della di lei fama e rispettandola in virtù di essa… ma cosa abbiamo ottenuto in questo modo? Abbiamo forse adempiuto alla nostra missione? Abbiamo guadagnato più fama rispetto a quella che avevamo prima? » domandò, senza più alcuna inibizione « Se saremo fortunati mai collegheranno i nostri nomi all’incendio della Biblioteca di Lysiath, evitandoci di trascorrere il resto delle nostre vite braccati come dei traditori, cacciati da altri mercenari nostri pari come i peggiori banditi di Kofr… »

Il suono di uno schiaffo fu quello che interruppe il fiume di parole e vaneggiamenti proposti dall’uomo, imponendogli il silenzio ed imponendo, in ciò, la quiete su tutti.
L’artefice di quel gesto fu l’ultima dei presenti che era stata da egli impietosamente attaccata, offesa ed umiliata da parole non meritate, la prima che fra loro si era posta a cercare di placare la situazione, ad evitare che essa potesse degenerare fin dall’inizio: con un movimento deciso e secco, ella si era portata davanti a lui e lo aveva colpito con il palmo aperto della propria mano destra, cogliendolo con sufficiente sorpresa da portarlo a girare involontariamente il capo nella spinta impostagli da quel gesto. Carsa avrebbe potuto offrirgli qualsiasi genere di attacco, non essendo di certo una sciocca verginella indifesa, ma aveva deciso di ricorrere ad un gesto semplice eppure ricco di significati, che non potesse da lui essere frainteso, che non potesse da lui essere male interpretato: non era stato un atto spinto dalla rabbia, non era stata un’offesa spronata dal desiderio di vendetta per quanto da lui detto, ma il serio e controllato rimprovero di una figura quasi materna, a punire un comportamento eccessivo in un bambino capriccioso.

« Zitto. » gli intimò, ponendogli davanti al viso il proprio indice « Non dare ulteriore fiato a quel fetido orifizio che definisci bocca se non per offrire a tutti noi le scuse necessarie. »

Ed Howe non fraintese, non equivocò quel gesto, accogliendolo invece remissivamente, forse ritrovando attraverso di esso la propria coscienza, risvegliando il proprio intelletto dall’intorpidimento causato dalla paura, dall’isteria in cui si era lasciato precipitare. Restando per lunghi istanti, interminabili, a bocca aperta, osservando i propri compagni, egli cercò forse di comprendere cosa fosse successo, non potendo fare a meno di provare un tremendo imbarazzo, di sentirsi assurdamente a disagio per ciò che aveva osato dire e di cui solo ora si rendeva finalmente conto.
Anche Midda, che un attimo prima stava per piombare contro il shar’tiagho, stanca di dover sopportare la di lui presenza, risentì dello schiaffo proposto da Carsa all’uomo, ritrovando nel silenzio ad esso conseguente la calma prima perduta, la freddezza che aveva posto da parte in favore della passione dei sentimenti, della rabbia più feroce che probabilmente non avrebbe esitato a scatenare: come se quel gesto fosse stato rivolto anche a lei, ella ritornò pienamente cosciente di sé e della propria posizione, non potendo fare a meno che ringraziare nel proprio intimo sia la compagna che il biondo, laddove essi, in quell’occasione, avevano dimostrato una maturità che ella si era negata.

« Io… » balbettò Howe, osservando spiazzato i presenti con lui in quella stanza, muovendo poi a vuoto le labbra non sapendo probabilmente scegliere le parole da formulare per quell’ammenda.
« Lascia stare… » suggerì la mercenaria, ritrovando anche lei voce e modulandola in toni sufficientemente dolci da non apparire severi « Non eri in te ed hai commesso una sciocchezza nell’offendere forse l’unica persona contro cui mai dovresti levare verbo… » commentò, indicando in quelle parole Be’Wahr.
« Mi dispiace… » sussurrò l’uomo, chinando lo sguardo in un atto di sincero pentimento.
« La tua paura è giustificabile e, proprio per questo, non è mio desiderio coinvolgervi direttamente nell’utilizzo del sangue della chimera. » riprese la donna, scuotendo il capo « Mi sembrava corretto informarvi di quelle che sarebbero state le mie azioni, dove evidentemente era rimasta incertezza in tal senso. Ma ogni rischio collegato a questa pietra dovrà ricadere solo su di me. »
« Ma… » tentò di intervenire il shar’tiagho, sentendo pesare quelle parole sul proprio animo come macigni.
« Voglio che sia chiara una cosa, però: non crediate che l’utilizzo di simili mezzi sia per me abituale o che non mi preoccupi… » continuò ella, levando la mano per chiedere ancora un istante di attenzione « Purtroppo mia è stata la responsabilità dell’ultimo nostro fallimento, come hai giustamente ricordato, e per questo mio deve essere anche l’onere di offrire una nuova strada per il compimento della nostra missione. »

lunedì 20 ottobre 2008

284


R
ossa e lucente la pietra risplendeva in dimensioni paragonabili a quelle di un pugno: da uno sguardo inesperto sarebbe potuta essere scambiata per una grossa opale, sebbene più simile ad un rubino nella propria consistenza, non opaca e neppure completamente trasparente, ma tanto la prima quanto la seconda ipotesi si sarebbero comunque poste come inesatte. Qualcun’altro, osservandola, avrebbe potuto anche associarla ad una strana forma di ambra, seppur assolutamente insolita in quella tonalità sanguigna: tale ipotesi, invero, si sarebbe avvicinata estremamente alla realtà dei fatti, laddove esattamente come essa, anche quella pietra si poneva quale linfa vitale solidificata, non di un albero, non resina quindi, ma della chimera, della stessa incredibile e terribile creatura uccisa anni prima da Midda.
Adagiata al centro del letto nella stanza privata della mercenaria, solo per un istante essa era stata rivelata allo sguardo dei quattro cavalieri, per poi essere prontamente ricoperta dallo stesso scuro e pesante panno di lana e velluto nel quale era stata avvolta fino a quel momento: la Figlia di Marr’Mahew, pur non volendo nascondere quella risorsa ai propri compagni, dopo aver preteso ed aver ottenuto senza opposizioni di sorta la loro fiducia fino ad allora, non desiderava neanche porli in pericolo esponendoli eccessivamente alla vista di quella loro nuova risorsa, perfettamente conscia quale era delle capacità di quel sangue maledetto.

« Per Lohr… » commentò Howe, provando a tendere la mano verso di essa nel desiderio di tornare nuovamente ad osservarla, di poterla nuovamente vedere, forse per semplice curiosità o, peggio, forse perché già in parte ammaliato dagli effetti di quella pietra « Ma cosa…? »
« Arresta la tua volontà. » consigliò prontamente la donna guerriero, ponendo la propria mano destra, metallica, sopra alla stoffa, ad impedire al compagno di poter agire secondo i propri desideri « Le arcane forze racchiuse qui dentro potrebbero condurci tutti alla morte, se gestite in maniera avventata… »
« Cosa intendi, Midda? » domandò Carsa, aggrottando la fronte ad un simile avvertimento, davanti a siffatto tragico avviso « Cosa ci hai mostrato? »
« La ragione per cui vi ho condotto fino a Kriarya… » rispose l’altra, premurandosi di celare di nuovo con cura la pietra all’interno della stoffa, per evitare altri rischi in gesti inattesi da parte dei compagni.
« Credevo fossimo venuti per il sangue della chimera… » intervenne Be’Wahr, restando seduto tranquillo sull’unica sedia presente nella stanza, decisamente stanco per l’impegno delle ultime ore « Non avremmo dovuto attraverso esso ottenere la chiave di lettura per comprendere i segreti della scitala? Desideri forse barattare questa pietra con il sangue della chimera, il quale a sua volta concederemo in cambio della soluzione ai nostri problemi? »
« Questo è il sangue della chimera. » sorrise la Figlia di Marr’Mahew, ponendo la pietra ed il suo involucro ben serrato all’interno di un sacchetto di morbido cuoio, quale custodia finale « Dopo la sua morte, la linfa vitale fuoriuscita dal di lei cuore si addensò ad una velocità impressionante, divenendo dopo pochi istanti la pietra che avete appena visto… »
« Non sapevo questo particolare della tua storia… » sottolineò la compagna di ventura, incuriosita da quella spiegazione « Le ballate non ne accennano memoria… »
« Molti sono fortunatamente i particolari della mia vita non offerti in pasto al pubblico interesse. » commentò ella, ringraziando Thyres dentro di sé per quello « Comunque, fatta eccezione per lo stato fisico in cui il sangue si presenta, quanto vi ho detto nei giorni scorsi è ugualmente valido: in esso è la soluzione al nostro problema. »
« Inizia a non piacermi questo tuo tono… » intervenne il shar’tiagho, riprendendo parola « Ciò che avevo inteso, come già Be’Wahr ha proposto, era che avremmo dovuto barattare il sangue della chimera con qualcosa di utile, forse un altro volume simile a quello perduto. »
« Mi spiace aver generato un simile equivoco… » rispose Midda, inarcando appena il sopracciglio destro « Invero questa non è mai stata mia intenzione, anche perché il sangue ci è stato solo offerto in prestito… »
« E come pensi allora di trovare la corona perduta? » replicò Howe, quasi in modo retorico nel temere già la risposta « Attraverso i poteri della chimera forse? »
« Esattamente… » annuì la donna.

Ben pochi, nel loro mestiere, ignoravano le capacità attribuite a quel mostro mitologico, a quella creatura leggendaria, e proprio in virtù di una simile conoscenza, seppur non comprovata da un’esperienza diretta, nessuno fra i tre interlocutori della mercenaria si poté dire a proprio agio di fronte alla risposta offerta loro in quel momento: Be’Wahr, pur accomodato sulla sedia, per poco non cadde a terra; Howe saltò all’indietro, come se avesse corso il rischio di bruciarsi restando vicino alla compagna, ed andando in quel gesto ad impattare contro l’armadio; mentre Carsa, più moderata nella propria reazione, non poté comunque evitare di apparire quasi scandalizzata da quanto aveva appena udito. Midda cercò di offrire loro un sorriso, nella vana speranza di tranquillizzarli, laddove in fondo anche nel di lei cuore non vi era alcun entusiasmo per quell’idea, per l’iniziativa da lei stessa intrapresa.
Tutti loro erano guerrieri, combattenti, abituati a decidere il proprio destino in virtù della propria forza e della propria abilità nella lotta, contro un avversario o contro gli infiniti ostacoli della vita: la magia, in ogni sua forma, era per loro qualcosa di troppo distante, troppo diverso da ciò a cui erano abituati da non poter mai essere associata ad un aiuto, da non poter mai apparire come un bene, laddove quasi sempre essa si concedeva ad uso esclusivo di folli figure malvagie bramose di piegarli ai propri voleri, alla morte. L’idea di ricorrere alla stregoneria, per essi, era peggio di una blasfemia verso il proprio dio o dea, proponendosi contro natura non diversamente da come sarebbe stato chiedere ad un pesce di spiccare il volo o ad un uccello di nuotare nelle profondità del mare: sicuramente si sarebbe potuto criticare il comportamento dei tre quale ingenuo di fronte ad ella, nel momento in cui aveva fatto parola del sangue della chimera prima ancora di condurli fino a Kriarya e nulla essi avevano sospettato sulle di lei intenzioni, sul di lei piano, ma non ingenuità la loro era stata, quanto semplice impossibilità a formulare un simile pensiero, in virtù dell’assurdità di quella proposta, della follia del di lei desiderio. Nessuno fra essi poteva riuscire, anche in quel momento, ad accettare che ella avesse proposto di fare ricorso ai poteri di una chimera per ritrovare la corona perduta: era una guerriera oppure una negromante? Un’amica oppure una nemica?

« Quel tuo braccio di metallo ti ha forse dato alla testa? » la rimproverò senza diplomazia il shar’tiagho, guardandola quasi con disprezzo nel proprio sguardo « Sei solo una pazza se credi davvero in quest’idea assurda. E noi tutti saremmo degli idioti a darti ascolto, a seguirti in essa… »

Evidente era come egli si stesse riferendo al di lei arto destro, perduto nella metà della sua carne anni prima in conseguenza di una condanna e sostituito, in circostanze a loro non note, non specificate in alcuna cronaca a lei relativa, con il braccio di una nera armatura, animato chiaramente in conseguenza di un qualche incantesimo. Quel dettaglio, tutt’altro che trascurabile, in circostanze consuete era comunque accettato da chiunque nonostante il naturale ribrezzo che potesse generare, superando il medesimo probabilmente in virtù della compassione per quella sua menomazione: di fronte alla di lei proposta, però, di fronte all’idea di ricorrere alla magia e ad un potere tanto pericoloso quale solo si proponeva essere quello della chimera, il pregiudizio era riuscito a prevalere di prepotenza sul buonsenso, lasciando Howe libero di esprimersi in termini così negativi nei suoi riguardi.
Ma per quanto essa potesse comprendere razionalmente le motivazioni che avevano spinto il compagno a quel comportamento, emotivamente la donna non poteva che provare rabbia di fronte ad egli, dimostrandola chiaramente in una tensione muscolare che improvvisamente coinvolse tutto il di lei corpo: ritrovarsi ad essere privata di una parte del proprio essere, venir orrendamente mutilata per il resto della propria esistenza per colpe non proprie era già di per sé sgradevole, senza bisogno della presenza dell’opinione pavida di uno sciocco ad insultarla per quella sua condizione.