Midda's Chronicles - le Cronache

News & Comunicazioni

Dopo la conclusione, con un finale particolarmente aperto, di "Non abbassare lo sguardo", è iniziata ieri sera la pubblicazione di "Non smettere di lottare", 48° racconto della saga regolare di Midda's Chronicles, riprendendo - ovviamente - il discorso rimasto in sospeso!
Buona lettura con il proseguo delle avventure della nostra ormai ex-mercenaria preferita in nuovi e inesplorati mondi, in un viaggio lungi dal potersi considerare concluso e che, certamente, proseguirà anche quando alfine superato il traguardo dell'11 gennaio 2018, ossia il decennale dall'inizio di quest'opera!

Grazie a tutti per l'affetto!

Sean, 25 novembre 2017

giovedì 31 gennaio 2008

021


N
essuno poté dire quanto tempo era trascorso dalla morte dell’albino quando Midda riprese i sensi.
La stanchezza e le ferite alla fine avevano prevalso su di lei e, nel momento in cui l’esplosione di luce aveva inondato il santuario, il di lei fisico aveva preteso il giusto compenso per tutti gli sforzi offerti, portandola irrimediabilmente ad una perdita di coscienza. Quando la ragione tornò in lei, prima ancora di aprire gli occhi ebbe bisogno di qualche istante per ripercorrere gli eventi occorsi, a comprendere cosa avrebbe visto attorno a sé: con un istante di incertezza, intontita come era da quell’improprio sonno, rivisitò mentalmente tutta la propria ultima avventura, dall’arrivo nella palude al combattimento con gli zombie, dalla fuga dalle falene giganti all’uccisione del monaco. Nel suo ultimo ed estremo gesto d’offesa, la donna guerriero aveva individuato quello che probabilmente era il solo punto debole del proprio avversario: dai globi oculari di giada egli traeva il proprio potere e, privato degli stessi, tale potere lo aveva annientato.
Riaprendo gli occhi e guardandosi attorno, la donna guerriero ritrovò la stessa desolazione di cui aveva memoria: l’interno del tempio ristagnava di morte e di putrefazione, nella strage che ella aveva compiuto e che, ormai, permeava i pavimenti di pietra, trasudando nelle fondamenta stesse del santuario e dissacrando definitivamente la blasfemia di quel luogo nel sangue dei suoi stessi adepti. Un lieve bagliore sembrava voler filtrare dall’alto, a dimostrare che una nuova alba era giunta anche in quella palude maledetta e che lei, ancora una volta, era sopravvissuta. Guardando la propria mano sinistra, ella vide la propria spada ancora stretta in essa: le nocche erano praticamente sbiancate in tanto sforzo e per riuscire ad offrire di nuovo vitalità alle dita dovette impiegare qualche minuto. Spostando poi l’attenzione alla mano ed al braccio destro, vide che nessun danno era stato offerto dalla falce avversaria, la quale giaceva ormai dimenticata a poca distanza, fatta eccezione per pochi graffi che una lucidata avrebbe cancellato senza conseguenze. Prima ancora di tentare di muoversi, la donna cercò di analizzare la propria situazione fisica, percorrendo mentalmente ogni punto del proprio corpo, a comprendere quanti danni potesse aver riportato. Fatta eccezione per ematomi che ricoprivano quasi metà della sua candida pelle, riuscì ad individuare un paio di costole incrinate ed una lieve slogatura alla caviglia destra: nulla di irrimediabile, fortunatamente. Anzi, poté tranquillamente dire di essersela cavata con un ampio margine di buona sorte: persino il ginocchio destro, su cui era stata colpita con violenza da una delle creature ombra, non apparve compromesso.
Completato il controllo sul proprio stato di salute, Midda tentò un primo movimento. Tutto il suo corpo, per un istante, sembrò gridarle dolore, richiederle di non spostarsi da quella posizione, ma ella insistette nel tentare di sollevarsi. Era stanca di essere sdraiata in quel mattatoio, era stanca dell’odore della morte, era stanca di quella palude. Voleva uscire di lì, con le pietre e con la ragazza, per ritornare a Kriarya, dove avrebbe avuto la propria ricompensa e dove si sarebbe presa un lungo periodo di riposo.

« Per almeno una settimana non voglio muovermi dall’osteria… » dichiarò con convinzione e voce impastata.

Facendo leva sulla propria spada, ritrovò una posizione verticale, ergendosi sopra la massa di cadaveri ed estendendo il proprio sguardo all’intero tempio. Le gemme di Sarth’Okhrin giacevano ancora dove erano state sbalzate dal di lei colpo di grazia, vicino al bordo del pozzo: ormai prive di un detentore, apparivano quasi spente, senza più energia vitale ad animarle. Due comunissime gocce di ambra, che in un mercato non sarebbero state valutate neanche per il valore di un pezzo d’oro, ma che in esse richiudevano un potere quasi divino, per cui molti uomini erano morti e molti altri sarebbero morti in futuro. Poco lontano da lei, invece, era ciò che restava del corpo dell’albino. L’esplosione di luce non era stata fine a se stessa: del volto del monaco, infatti, restava solo il ricordo, laddove l’intero capo e la parte superiore del busto, fino a sotto le spalle, era scomparsa, lasciando un residuo a metà fra il bruciato ed il molliccio.

« Questo mi fa ricordare perché non amo le stregonerie. » commentò, distogliendo lo sguardo dai resti del suo avversario.

Sull’altare la ragazza dai capelli rossi giaceva esattamente come Midda l’aveva vista emergendo dall’abisso: seminuda, praticamente coperta a stento solo nelle intimità, era avvolta da lunghe e strette catene che ne piagavano le braccia e le gambe. Ancora priva di sensi, sembrava essere anche lei morta come il resto del santuario, ma nell’avvicinarsi a quell’altare blasfemo, la donna guerriero vide un lievissimo fremito all’altezza dei seni della giovane vittima: la vita non l’aveva ancora abbandonata. Giungendo così zoppicante fino alla prigioniera, osservò per un istante i gioghi che la costringevano alla nera ara sacrilega, individuandone i ceppi metallici: sollevando con non poca fatica la spada sopra di sé, fece scendere con violenza la lama della stessa sul metallo che vincolava la giovane, frantumandolo in molteplici piccole esplosioni di scintille dorate. Le catene non offrirono fortunatamente eccessiva resistenza e poco dopo ella lasciava nuovamente riposare la propria spada nel suo fodero, dedicandosi a liberare in maniera più delicata possibile la fanciulla.
Osservandola ora da vicino, al di là del dolore che ne dominava il viso, la donna comprese di essere di fronte ad una ragazza poco più che bambina, con un corpo appena formato che ancora non aveva però dimenticato l’innocenza dell’infanzia. Il cuore, di fronte a quell’orrido spettacolo, le si colmò per un istante di odio, portandola a disprezzare con fermezza il monaco e tutti gli adepti, rimpiangendo quasi di aver offerto loro una morte tanto rapida in contrasto con le atroci sofferenze che avrebbero meritato. Ma quel pensiero fuggevole venne presto scordato in favore di necessità più immediate, prima fra tutte l’esigenza di non lasciare quel fragile corpo così liberamente offerto alle insidie del mondo. Lasciando ricadere fragorosamente le catene a terra, lontane dalla loro prigioniera, si volse verso la sala, iniziando ad osservare i vari cadaveri presenti per scegliere una delle loro bianche tonache, in realtà ormai tendenti ad un colore fra rosso e marrone per il sangue rappreso. Le alternative non mancavano ed alla fine individuò un abito indossato da una donna di dimensioni e proporzioni non eccessivamente dissimili da quelle della fanciulla, ancora integro laddove la sua precedente proprietaria aveva trovato morte nel essere decapitata con un colpo secco e preciso.

Mentre rivestiva delicatamente la fanciulla, cercando di non premere troppo sulle braccia e sulle gambe già ferite dalle catene, che su di esse avevano lasciato i segni della propria prepotenza, Midda non colse il fremito che fece vibrare le ciglia della ragazza e che, poco dopo, vide socchiudere i di lei occhi.

« Dairlan… » sussurrò, quasi inudibile, prima di ricadere in uno stato di incoscienza.

mercoledì 30 gennaio 2008

020


L
a donna guerriero restò per un istante inorridita davanti a ciò che il suo sguardo si ritrovò ad osservare. La gola dell’albino era completamente aperta come conseguenza del passaggio nella sua carne della di lei spada e quel taglio era così profondo e violento da lasciare slabbrati i bordi dello stesso, permettendo addirittura di intravedere l’anatomia interna del corpo d’egli: ma nonostante tutto quello non una goccia di sangue sprizzò da lui, non una smorfia di dolore conquistò il di lui viso. Il monaco, anzi, si presentò beffardo più di quanto non lo fosse già apparso, guardandola ora senza più timori: ogni paura sul proprio destino era scomparsa, ogni dubbio sulla possibile superiorità della donna si era sciolto come brina al sole. Dove ella aveva offerto la propria migliore offesa, egli non aveva ceduto.

« Stolta. » ripeté, iniziando a riacquistare voce nel mentre in cui il di lui collo rimarginava la propria ferita, tornando rapidamente ad essere completamente sano, come se nulla fosse mai occorso « Pensavi davvero che il detentore delle sacre gemme di Sarth’Okhrin potesse essere abbattuto tanto facilmente? La tua ignoranza è superata solo dalla tua imprudenza. »

Midda, riprendendosi rapidamente dallo smarrimento per ciò a cui aveva assistito, tentò una nuova offesa, scagliando ancora la propria lama contro il corpo nemico. Ma l’uomo, questa volta, si mosse sufficientemente rapido e sicuro da fermare il colpo, da vanificare l’offesa. Ella tentò rapida di aggredirlo nuovamente, ma puntualmente egli bloccò il di lei attacco, quasi distrattamente. E mentre da lei l’energia continuava a scemare, in lui sembrava crescere gesto dopo gesto, fendente dopo fendente.
La donna, di fronte a quella situazione, cercò distacco dal proprio avversario, ritraendosi con un balzo: quel movimento improvviso le costò più di quanto non avrebbe potuto prevedere, straziandola dalla punta dei piedi fino al collo in una scarica di puro dolore per la situazione precaria in cui il di lei fisico si trovava. Stringendo i denti e l’elsa della spada con entrambe le mani, ella cercò di non demordere, di non vedere la propria difesa abbassarsi, la propria guardia smarrirsi. Non poteva e non voleva accettare l’idea di un avversario invincibile: nel corso della propria vita aveva incontrato ed affrontato ogni genere di nemici e molti fra essi si erano definiti imbattibili, inarrestabili, immortali. Ma, per quanto essi potessero essere forti e resistenti, per quanto l’apparenza di quelle affermazioni sembrava trovare realtà nel corso della lotta, alla fine un punto debole era sempre emerso, una breccia di umana fallibilità si era aperta in loro. L’albino, di certo, non poteva fare eccezione a tale regola: egli, prima ancora di fondersi in tale orripilante maniera con quelle due gemme ambrate, doveva essere stato comunque un umano, comunque un comune mortale. E per quella ragione, per quanto potere potesse aver conseguito nel diventare tutt’uno con le pietre, doveva aver conservato una natura mortale, doveva riservare una debolezza che in quel momento ella non riusciva a cogliere, ma che avrebbe potuto concederle la vittoria. Se così non fosse stato, il monaco non si sarebbe dimostrato timoroso di affrontarla, non avrebbe esitato nel prevedere l’esito di quell’incontro: invece aveva offerto prudenza, si era ritratto di fronte a lei, e quello dimostrava chiaramente la di lui vulnerabilità.

« Sarò stata imprudente nel reputare semplice la tua sconfitta… » sussurrò ella a denti stretti « Ma tu mi temi, e questa tua paura conferma che abbatterti è nelle mie possibilità. »
« Non ti sarà concesso alcun tentativo per cercare conferma di queste tue vane illusioni. » esclamò egli in risposta.

Ed in quella replica, l’uomo si scaglio con violenza contro la donna, alzando l’oscura falce e preparandosi a colpirla con forza, con un impeto da cui ella difficilmente avrebbe potuto salvarsi. Consapevole che la prima esigenza di ogni guerriero era quella di sopravvivere per poter combattere un nuovo giorno, Midda non ebbe esitazione a cercare di evadere da quell’attacco invece di tentare un’insana difesa: attendendo l’ultimo istante concessole, l’attimo prima della discesa della lunga e ricurva lama bianca della falce, ella di gettò lateralmente a terra, lasciandosi rotolare sopra i corpi morti degli adepti. L’arma dell’albino tagliò così solo l’aria, senza conseguenze a di lei discapito, ma ciò non lo fece assolutamente desistere: nel tempo di un battito di ciglia, prima ancora che la donna completasse il proprio allontanamento da lui, l’immagine del monaco vibrò ancora nell’aria, svanendo e ricompattandosi esattamente nella direzione in cui ella stava dirigendosi. La falce, nuovamente, cercò il di lei corpo, e solo la prontezza di riflessi della donna guerriero, in un sovrumano istinto di conservazione, la portarono a levare il braccio destro ad offrirsi come scudo: la lama bianca generò una pioggia di scintille nello scontrarsi con il nero metallo di lei, che pur accusando il colpo riuscì a dimostrarsi sufficientemente forte da resistere.

« Muori, cagna! » inveì l’albino, pesando con tutto il proprio corpo e tutta la propria forza sulla lunga falce, cercando di abbattere le difese di lei.

Il volto dell’uomo, per la prima volta, non celò più alcun sentimento, dimostrando tutta la rabbia, tutta l’ira, tutta la paura dello stesso in quel combattimento: sentimenti forti e quasi infantili, di chi si era troppo abituato ad avere facilmente la meglio sui propri nemici e si ritrovava sconvolto da tanta volontà di vivere.
Midda, non potendo mantenere la posizione a lungo, sdraiata a terra sotto di lui nell’equilibrio precario offerto dai corpi morti, decise di agire d’impulso, tentando il tutto per tutto in un ultimo gesto d’offesa. La mano destra di lei si mosse quindi con tutta la rapidità che poteva concedere, ruotandosi sul gomito che ancora reggeva l’impeto dell’arma avversaria, portandosi ad afferrare con forza il manico della medesima per tirarla lateralmente, guidando così la stessa energia nemica a sbilanciarne la postura: l’albino, colto di sorpresa da tale gesto, non poté fare altro che seguire quel sbilanciamento, piegandosi in avanti su di lei ed offrendosi per un attimo scoperto di fronte ad ogni possibile attacco. In quella frazione di tempo, la spada di lei scattò rapida e mortale, dirigendosi verso il volto avversario, verso gli occhi di giada del suo nemico: ed in un movimento netto e controllato, la punta della lama squarciò il volto avversario da tempia a tempia, frantumando il di lui setto nasale e sbalzandone le pietre oculari fuori dai propri bulbi.
Il tempo stesso sembrò fermarsi in quel gesto che sapeva di blasfemia: le due gemme magiche vennero sbalzate lontano dai due avversari, compiendo un lungo moto parabolico che le condusse a scontrarsi con l’orlo dell’abisso da cui la donna era emersa, al centro del tempio. E nel momento in cui esse ricaddero al suolo, tintinnando nel silenzio di quell’istante, un’immensa esplosione di luce scaturì dal volto dell’albino mentre un grido di puro e disumano dolore esplose dalla di lui gola. Allontanandosi, cieco nei movimenti, dalla donna, egli si portò le mani al viso, sfogando in un urlo straziante tutto il patimento che lo stava dilaniando: la luce irradiata dal suo viso aumentò, diventando insopportabile e portando ella a coprirsi gli occhi, non riuscendo a sopportare oltre tanta intensità.
Ed in un boato che scosse le colonne stesse del santuario maledetto, tutto ebbe fine.

martedì 29 gennaio 2008

019


I
l corpo molliccio e privo di vita della seconda ed ultima creatura ombra pendeva ancora viscosamente dalla mano metallica di Midda quand’ella, con passo fermo nonostante la debolezza intrinseca in ogni suo muscolo, iniziò ad avanzare verso il centro del tempio, verso la sua spada, verso il suo avversario. La mano si aprì, lasciando cadere a terra quell’essere così innaturale eppur mortale che ella era riuscita a sconfiggere e che, insieme al suo compagno, l’avevano prima condotta ad un passo dalla morte. Ma la donna guerriero era ancora viva, al contrario dei suoi avversari, e per quando dolente nelle ossa e nelle membra, non aveva assolutamente smarrito il proprio obiettivo.
Il monaco albino in nere vesti era ancora dove il loro scontro era iniziato, al fianco dell’altare blasfemo su cui la vittima sacrificale attendeva inanimata il proprio orrido destino: la donna guerriero avrebbe ucciso il proprio nemico, gli avrebbe strappato gli occhi d’ambra per compiere la propria missione ed avrebbe portato in salvo la giovane sventurata. Perché una parte di lei era certa che la fanciulla fosse ancora in vita e quella vita risparmiata avrebbe trovato sicuramente una ricompensa ad aspettarla. Ma prima di ogni altra considerazione, lo scontro finale l’attendeva… e l’esito di quel duello non sarebbe stato scontato.

« Puoi aver sconfitto i miei fedeli ed i miei servitori, donna, ma questo non ti deve far presumere una vittoria lontana dall’essere tale. » commentò freddamente l’uomo, muovendo in rotazione la lunga ed oscura falce a porsi dietro la schiena, in una nuova posizione di guardia.
« I tuoi gesti negano le tue parole, albino. » sorrise lei, beffarda, zoppicando fino a raggiungere la propria spada, senza staccare lo sguardo dal proprio avversario non potendo permettersi di subire ulteriori violenze a cui non sarebbe fisicamente resistita « Offri sicurezza con la voce, ma il tuo corpo assume posizione di difesa. »

L’uomo restò in silenzio a quella frase: un tacito riconoscimento della veridicità della di lei constatazione. Per quanto egli potesse essere sicuro delle proprie possibilità, sicuro dei propri poteri, sicuro della propria superiorità rispetto ad una donna stremata, al limite dello svenimento, dopo tutto ciò che l’aveva visto come inorridito spettatore non poteva permettersi di sottovalutare la propria nemica. Quella donna, chiunque ella fosse, aveva dimostrato una determinazione degna di un eroe, un semidio, e non di una banale mortale.
Ma Midda, al di là dei timori del proprio avversario, non era né un’eroina né una semidea: era una donna, una guerriera, con umani limiti oltre i quali si era già fin troppo spinta. Il suo corpo, straziato da troppo dolore, era ormai sorretto dalla di lei forza di volontà, dove anche l’adrenalina sembrava essere ormai un vago ricordo. Quella era la di lei vita, il di lei modo di vivere giorno dopo giorno: spingersi sempre oltre, oltre i limiti imposti da uomini e dei, per dimostrare l’energia indomabile del proprio spirito libero. Un giorno, forse, ella avrebbe fallito in una delle proprie missioni, nel tentare di superare uno di quei mortali limiti: quel giorno avrebbe allora rimesso la propria anima nelle mani di Thyres, accettando di pagare il prezzo della propria inquietudine. Ma dentro di sé era quasi certa che tale giorno fosse ancora lontano a venire e che il suo destino non si sarebbe compiuto per mano di quell’albino.
Quando la mano mancina della donna guerriero si ricongiunse alla propria arma, ella si sentì rinascere interiormente: il rapporto che aveva con la di lei spada era qualcosa che andava ben oltre al semplice possesso. Ai suoi occhi, al suo cuore, quella lama era un’estensione del proprio stesso corpo, una parte essenziale della di lei vita da cui il distacco portava sofferenza, senso di smarrimento, dolore: la mano sinistra di lei, lontana dall’elsa dell’arma, era per lei come mutilata; al contrario, stretta attorno all’impugnatura della spada, sembrava trovare energia in essa, completezza in quell’unione, pienezza in quel contatto. Un rapporto che andava oltre al semplice possesso, quindi, tendendo quasi a quello fra due amanti. E quella lama, da anni, era l’unico compagno su cui ella aveva sempre potuto contare, l’unico complice in cui poteva sempre ritrovare fedeltà.
Sollevando così la spada, estraendola dai corpi in cui si era infilata, ella la mosse a compiere due rotazioni attorno ai propri fianchi, solcando nuovamente l’aria con una lunga scia azzurrina, quasi una firma posta nell’angolo di un’opera d’artista. La fatica ed il dolore che provava non erano dimenticati, ma nel ritrovare la propria arma, la donna guerriero aveva improvvisamente riconquistato fiducia nell’esito di quell’ultimo scontro.

« Avevo domandato i tuoi occhi, albino… ed ora verrò a reclamarli. » avvertì, ritrovando anche voce laddove prima era stato sempre un sussurro stentato.
« L’unica cosa che otterrai sarà la perdizione eterna. » rispose egli.

E l’uomo, in un movimento rapido e deciso, si lanciò in avanti, verso di lei, lasciando tagliare l’aria dalla lunga e ricurva lama della propria falce, in un colpo che avrebbe potuto tranciare di netto il corpo di lei, dividendolo in due parti. Ma quel gesto mortale vide impattare la lama della falce contro quella della spada della donna guerriero, levatasi a difesa bloccante nella traiettoria compiuta dall’attacco dell’albino. Come già nei primi scontri diretti, una cascata di scintille si sprigionò in quel contatto, illuminando per un istante la semioscurità del santuario. Il monaco, impugnando saldamente il lungo e nero manico della falce con entrambe le mani, non cercò distacco da quell’aderenza metallica, sperando di avere la meglio su di lei con la propria forza fisica, consapevole della propria energia, del proprio essere riposato al contrario di lei. La donna, per tutta risposta, tentò come già aveva tentato, un nuovo attacco verso di lui, colpendolo ripetutamente con il pugno della mano destra, quel metallo forte e compatto con cui aveva segnato la fine dei due mostruosi servi dell’uomo: come era accaduto prima, ancora una volta i di lei sforzi non parvero sortire effetto contro il volto di lui, che non presentò sofferenza o ferita in reazione a tale offesa, apparendo al contrario sempre uguale, quasi derisorio verso di lei.
Consapevole di non poter reggere in quelle condizioni un confronto di pura forza con l’uomo, Midda mosse agilmente la propria lama a scartare il blocco impostole, tentando un attacco contro l’albino che, prevedibilmente, scomparve in un fremito d’immagine da davanti ai di lei occhi. Ma l’attacco, questa volta, era fittizio: la reale violenza del fendente non era diretta verso il di lei fronte ma verso il di lei retro, in un’amplia giravolta che vide, così, la spada andare a colpire con precisione e controllo totale il collo del monaco, ricomparso puntuale alle di lei spalle, squarciandolo, aprendolo fino quasi all’altezza della colonna vertebrale e proseguendo oltre nel proprio moto per oltre due piedi.

« E’ finita. » sorrise lei, bloccandosi con la lama ancora sollevata, nell’osservare gli occhi di gemma del proprio avversario, attendendo di vedere la vita scomparire da essi.

Ma ciò che accadde cancellò il sorriso che, forse troppo impunemente, si era affrettata a mostrare: l’albino, restando immobile di fronte a lei dopo il colpo subito, non vide sangue uscire dal proprio collo ferito, non vide dolore dominare il proprio volto o i propri gesti, non vide morte giungere a coglierlo e portarlo al suo eterno destino.

« Stolta. » scandirono le di lui labbra, in un silente sarcasmo.

lunedì 28 gennaio 2008

018


A
llontanatosi dalla donna guerriero, la creatura d’ombra risalì rapidamente verso la cupola del santuario, a cercare nelle tenebre della stessa il vantaggio di non visibilità che aveva compreso di aver perduto. L’uccisione dell’altro essere da parte di lei ed il modo in cui ella aveva respinto con apparente sicurezza di movimenti l’attacco subito a seguito, avevano reso il mostro tentacolato superstite più prudente di quanto non si fosse dimostrato in precedenza. Era ormai evidente che la presenza delle due ombre dell’albino non era più un segreto e, soprattutto, un vantaggio: la donna si era dimostrata più combattiva e determinata di quanto non trasparisse nell’osservarla. La stanchezza e la spossatezza, in lei, erano evidenti, ogni movimento che compiva, anche offensivo, le costava quasi lo stesso dolore che infliggeva. Ma nonostante questo ella continuava a lottare, desiderando ancora il patimento della vita piuttosto della tranquillità e del riposo offerto dall’abbraccio della morte. Tanta energia, tanta ferrea volontà erano spiazzanti per la creatura di tenebre e per il monaco oscuro: non era il primo mortale a giungere in quel santuario, nonostante le mortali insidie della palude di Grykoo, ma nessuno fra i di lei predecessori aveva mai offerto tanta resistenza. Chiunque fosse giunto lì, in passato, era perito sotto l’attacco degli adepti, senza neanche arrivare a confrontarsi con il monaco o con le due oscure ombre che lo accompagnavano. Tutto quello, al di là della maschera di sicurezza e superiorità che l’albino continuava a mostrare, era quindi assolutamente spiazzante.
Quella donna, chiunque lei fosse, stava iniziando a rappresentare una seria minaccia.

« Io non sono giunta qui per perire. » sussurrò Midda, a denti stretti, mentre lottando contro il dolore di una ginocchio quasi fratturato, tornò a sollevarsi in posizione eretta « E chiunque cercherà di offrirmi morte, dovrà affrontare le conseguenze di tale folle tentativo. »
« Mi hai rimproverato di sottovalutare il mio avversario… » rispose sprezzante il monaco « … e ti rendo atto di non essere una donna comune, un guerriero come altri. Ma ora sono io che vorrei offrirti un consiglio: non sopravvalutarti. Le forze che stai sfidando vanno al di là di ogni tua possibilità di immaginazione. »

In quelle stesse parole, la creatura d’ombra piombò con rapidità mortale nuovamente verso la donna, sulla di lei verticale, come a tentare di schiacciarla al suolo con la propria forza. La violenza di cui quei mostri erano capaci era già nota alla donna guerriero, che riuscì a salvarsi solo grazie alla propria prontezza di riflessi: con un gesto istintivo ma controllato, Midda scartò lateralmente il nemico che, non potendo frenare l’irruenza del proprio volo, finì con l’impattare sul pavimento. Come già contro la parete, lo schianto offrì una brutalità straordinaria, che fece tremare il suolo sotto i piedi della donna: ella, prevedendo che comunque la creatura si sarebbe immediatamente ripresa come prima occorso, non sprecò neanche un istante dell’occasione offertale, allungando immediatamente il pugno destro verso il capo della creatura, per poterla colpire inchiodandola a terra. Ma il corpo dell’essere, viscoso e molliccio come quello del suo compare ucciso, non concesse alcuna presa per quell’attacco, lasciando scivolare il pugno a percuotere le pietre del pavimento. Per tutta risposta, poi, l’oscuro avversario tentò di aggredire quello stesso braccio armato, scagliandosi contro il metallo di lei con energia non inferiore a quella già presentata: la donna guerriero, offesa da quell’impeto, si ritrovò a ruotare sul proprio corpo. Questa volta, però, non accusò alcun dolore per quella violenza ed, anzi, ritrovò rapidamente posizione di guardia cercando con lo sguardo il proprio nemico.
Il mostro, sicuro del risultato del proprio attacco, era rimasto in levitazione accanto a lei: quell’immediata ripresa della donna lo colse tanto impreparato da sconvolgerlo e non permettergli di reagire alla risposta di lei. La mano metallica, così, si gettò ora aperta contro di esso, per afferrarlo come già era stato per il compagno e cercare di compiere di nuovo il destino di quell’immonda creatura. Le dita della donna affondarono all’altezza del tentacoli inferiori dell’avversario, vincendo l’elasticità gommosa di quel corpo e straziandone le carni. Con un grido disumano, l’essere dimostrò tutto il proprio dolore per quell’aggressione ed, in un gesto disperato, cercò di allontanarsi da lei: tirando con tutta la propria energia, esso riuscì a sfuggire alla presa di lei, pagando però un caro prezzo nel vedere la parte inferiore del proprio corpo orrendamente mutilato. Qualsiasi fosse stato l’esito di quello scontro, sia che la donna fosse morta, sia che ella fosse vissuta, il destino dell’essere era quindi già segnato. E questo, però, lo rendeva un avversario ancora più temibile: non avendo morte da temere, la creatura avrebbe affrontato fino allo stremo la donna colpevole del suo omicidio.

« Stai osando troppo, donna. » intervenne verbalmente l’albino, ancora immobile accanto all’altare.
« Osare è lo scopo della mia vita. » sussurrò lei, muovendo la mano destra per gettare via i frammenti del corpo dell’avversario che ancora stringeva.
« La tua vite è già terminata… e non vuoi rendertene conto. » replicò il monaco, sempre più impressionato interiormente di lei al di là di quello che cercava di mostrare esteriormente.
« Stai diventando noioso, albino. »

In quell’ultima risposta al suo principale avversario, Midda riuscì a scorgere l’ultimo tentativo d’attacco del nemico già ferito a morte: esso era veloce, violento, reso folle dal dolore e dall’imminenza della propria morte, ma la tremenda ferita subita dal proprio corpo era tanto grave da non farlo essere efficiente come prima, da non farlo essere mortale come già era stato. Alla donna, per quanto stanca e provata, non venne offerta eccessiva difficoltà nel riconoscere il movimento del proprio nemico, non fu complesso impostare la propria difesa, non risultò arduo trasformare tale guardia in un attacco di controffensiva.
La creatura, gettandosi folle e quasi priva di coscienza contro la propria avversario, consapevole che quello sarebbe stato il suo canto del cigno, tentò così un’ultima incursione, un’ultima discesa in volo questa volta non frontale, ma diretta alle spalle di lei: le avrebbe distrutto schiena, spezzandole la spina dorsale, lasciandola distrutta e morente a terra; l’avrebbe guardata perire, l’avrebbe osservata spirare in un dolore tale da non poter neanche avere la forza di gemere. Ed in quella morte avrebbe avuto vendetta, per se stesso e per il proprio compagno. Ma ogni sogno di vendetta e gloria fu spezzato dal movimento che vide la donna ruotare sul proprio centro di equilibrio, offrendo non la fragilità della propria schiena ma la forza della propria mano metallica, che assorbì in un movimento del braccio la violenza dell’offesa e si chiuse, con freddezza e controllo, sul capo dell’essere, stritolandolo, strappandogli la vita dal corpo nella frazione di un battito di ciglia.

« Ora sei solo… albino. » sussurrò, a denti stretti.

domenica 27 gennaio 2008

017


L
e creature che la donna guerriero si ritrovò ad osservare non avevano nulla di umano o di naturale, ma ella, dopo l’esperienza vissuta con le falene giganti, volle essere prudente prima di giungere alla conclusione di un’evocazione negromantica. I suoi avversari celati erano due, similari fra loro e posti ai fianchi dell’albino, leggermente arretrati rispetto a lui. Il loro corpo era scuro, tendente al nero ma privo di una tonalità compatta ed uniforme: quel loro colore, unito alla penombra imperante nel santuario ed all’attenzione che lei aveva concentrato totalmente sull’uomo, permetteva alla coppia di essere quasi invisibile, di potersi mimetizzare in maniera completa sullo sfondo marmoreo del complesso. Riuscire ad individuarli da fermi appariva difficile, in movimento, poi, avrebbe richiesto certamente un livello di concentrazione decisamente alto, che conseguentemente avrebbe reso impossibile gestire qualsiasi altra azione, offensiva o difensiva che fosse. Nonostante la complessità nel focalizzare lo sguardo su tali esseri, una volta individuate le loro posizioni ella riuscì a cogliere maggiori dettagli sul loro aspetto. Un capo grosso e tondeggiante vedeva l’assenza di qualsiasi caratteristica umana fatta eccezione per due specie di occhi semiluminescenti: non una bocca, non un naso, non delle orecchie, non dei capelli erano presenti su quelle teste rotonde. Sotto il capo, praticamente senza alcun collo, si congiungeva un corpo corto e tozzo, da cui braccia e gambe più simili a tentacoli d’ombra che ad arti si estendevano sinuose: laddove i tentacoli dei piedi avrebbero dovuto congiungersi al suolo, Midda non riuscì a distinguere alcun contatto con il pavimento in pietra. Quell’assenza non offrì altro che conferma a quanto già sospettava dopo il primo attacco subito: le creature, qualsiasi fosse la loro natura, erano in grado di volare. E quel particolare era solo a suo svantaggio: lei in aria non aveva possibilità di combattere, restando di conseguenza in loro totale balia esattamente come già era accaduto.
Al di là della natura infida e pericolosa dei due nuovi nemici individuati, la donna guerriero dalla propria parte aveva una certezza che le offriva forza e speranza: come quegli esseri erano stati in grado di colpirla, in egual modo lei avrebbe potuto colpire loro. Forse i di lei colpi non avrebbero offerto danni a quelle creature o forse sì, ma l’evidenza di quella possibilità era tutto ciò che le serviva per combattere.

« Io non sarò mai dimenticata. Il mio nome non sarà mai scordato. » sussurrò lei, inarcando un angolo della bocca in un lieve sorriso beffardo « Al contrario di te, albino. »
« Come riesci a trovare ancora speranza? » domandò il monaco, mentre dietro di lui le due creature d’ombra iniziavano a fremere di impazienza « Come riesci a credere ancora di poter sopravvivere? Sei in piedi a stento… disarmata… rifiutare l’idea dell’imminente fine è da stolti! »
« Sottovalutare il proprio avversario è da stolti. » replicò lei.

Lo sguardo di Midda, senza staccarsi per troppo tempo dai tre avversari onde evitare di smarrire la presenza delle due creature nella penombra del tempio, si mosse rapido a spaziare attorno a sé, a cogliere ogni particolare che potesse offrirle vantaggi tattici in quello che si preannunciava essere l’ultimo scontro. Fra lei e gli avversari era l’intero raggio del santuario, con il colonnato interno e due scalinate: la sua spada, nella fattispecie, si trovava praticamente a metà strada fra lei e gli altri, infilata di punta nei corpi morti di due adepti da lei stessa prima uccisi. Quella particolare posizione della sua arma poteva tornarle utile, ma se lei fosse corsa in avanti, ammesso di riuscire a correre, non l’avrebbe mai raggiunta: i due esseri oscuri sarebbero di certo volati verso di lei e l’avrebbero nuovamente colpita con la medesima violenza degli attacchi precedenti, brutalità che non si poteva permette di subire. Quei mostri tentacolati di certo ignoravano però di poter essere visti, e questo tornava solo al di lei vantaggio: il primo attacco l’aveva colta in assoluta sorpresa con una furia incredibile, il secondo attacco l’aveva nuovamente investita con irruenza disumana offrendole però dei primi dubbi: il terzo attacco, forse, sarebbe potuto diventare per loro una sconfitta. A differenza di quanto poteva ritenere l’albino, infatti, lei era tutt’altro che disarmata.

« Fai un piacere a te stessa, donna… » scosse il capo l’uomo « … muori! »

Come già negli altri due attacchi, il monaco restò assolutamente immobile mentre, al contrario, furono le due creature a scattare rapide e mortali, volando nell’aria tenebrosa del santuario in un silenzio completo, innaturale. Midda, questa volta, fu però in grado di seguirne il movimento, che li vide dirigersi in direzioni opposte verso i lati del santuario: un attacco non frontale, quindi, forse per evitare che ella potesse attendersi ancora dei colpi simili ai precedenti, ma un duplice attacco laterale, che l’avrebbe dovuta vedere schiacciata fra i due avversari. La donna restò inerte, come ad ignorare quell’imminente pericolo, come a dimostrare la propria inferiorità, la propria incapacità difensiva: ma non era così. Questa volta ella aveva piena coscienza dei propri avversari, controllo assoluto dei loro movimenti, delle loro posizioni, della loro offensiva. e quando le due creature giunsero a lei, ella si mosse rapida, allungando il braccio metallico verso l’essere alla sua destra ed abbassando di colpo il proprio centro di gravità.
Troppo slanciati nel proprio volo e troppo sicuri della propria invisibilità, nessuno dei due esseri poteva prevedere quella reazione e nessuno dei due poté reagire di fronte ad essa. La mano destra di lei si chiuse così in una morsa metallica e mortale sul capo del nemico, affondando in una carne morbida e gommosa, quasi viscida nel ricordare quello di un invertebrato marino: un grido disumano squarciò il silenzio di quell’istante, mentre in quella stretta il mostro tentò un’ultima fuga, prima dell’inevitabile morte. Il suo compagno, quello che stava giungendo alla sinistra della donna guerriero, non riuscì a frenare in alcun modo il proprio volo, al punto tale per cui, sorpassando la nemica sopra il di lei capo, non poté fare altro che assistere inorridito all’assurda fine del suo simile.
Gioendo dentro di sé per quella prima vittoria, Midda con un gesto liberò la mano destra dal viscido e nero resto del suo avversario, ponendosi in guardia in attesa della reazione dell’altro. E la reazione non tardò ad arrivare, ora non più fredda e controllata, ma d’ira pura e sfrenata come solo la vendetta a caldo poteva instillare: in un ampio movimento parabolico, la creatura d’ombra ancora viva invertì il proprio volo, dirigendosi nuovamente contro la donna. L’attacco era così nuovamente frontale e condotto ad una velocità tale da non poter essere percepito da lei: ella, affidandosi al proprio istinto combattente più che ai propri sensi, mosse rapida il braccio destro con il pugno chiuso, riuscendo a colpire di striscio il nemico giunto a lei e costringendolo ad una variazione di traiettoria che lo portò a scontrarsi contro il muro lì accanto.
Quell’impatto, energico tanto da far rimbombare l’intero tempio, non sembrò però sortire danni sull’essere, che in un istante fu di nuovo pronto alla lotta, tornando verso di lei e colpendola al ginocchio sinistro con una forza disarmante. La donna non poté evitare di gemere a denti stretti, cadendo genuflessa ed esponendosi così più facilmente al proprio nemico.

sabato 26 gennaio 2008

016


« H
ai combattuto con valore, lo ammetto. » commentò il monaco oscuro, guardandola, ancora immobile vicino all’altare « Ma non hai accettato la possibilità di redenzione che ti avevo offerto, e per questo la tua anima si perderà nel dolore che non conosce pace, nelle tenebre che non conoscono luce, nella morte che non conosce ritorno. »

Midda, dalla statua a cui era riuscita ad aggrapparsi con la sua mano destra, udiva a malapena quelle parole. I colpi subiti erano stati di un’intensità sconcertante: non vi era una singola membra del suo corpo che non gridasse per il dolore, che non la straziasse supplicandole pietà. La di lei spada era ormai lontana, sotto di lei, smarrita sul pavimento del tempio che appariva così distante, così sfocato ai suoi occhi ottenebrati dal patimento. In quel momento si rendeva conto di aver sbagliato tutto nell’affrontare l’albino a viso aperto: chiunque fosse dotato del potere delle gemme di Sarth’Okhrin non poteva essere considerato un avversario qualunque e lei, stupidamente, si era gettata nello scontro come una dilettante. Ma ormai il danno era fatto e stare a rimproverarsi dei propri errori non l’avrebbe di certo aiutata ad uscire viva da quella situazione assurda. Doveva riprendere il controllo, riprendere il controllo sulla propria mente e sul proprio corpo, doveva ricominciare a combattere: lei che della guerra aveva fatto la propria vita, doveva ora lottare per la propria sopravvivenza.

« Ed ora… » riprese il monaco, levando una mano verso di lei « … muori! »

Un oscuro bagliore risplendette sul palmo bianco della mano dell’albino, scintillante di nere scariche di pura energia: in quel momento, nel cuore della donna guerriero il battito riprese ad accelerare, riguadagnò intensità, ridonando forza ai polmoni. L’aria ricominciò a fluire nel petto di lei, lasciando sollevare ed abbassare ritmicamente i seni e concedendo nuova vitalità a tutto il di lei corpo. Lo sguardo ritornò lucido nell’istante esatto in cui la sfera di tenebre lasciò la mano del suo avversario per dirigersi contro di lei, scagliata con forza incredibile. Nel cogliere quel nuovo pericolo, tutti i muscoli del di lei corpo ripresero la propria energia, contraendosi e rilassandosi nello spingerla prima indietro e poi in avanti. L’azione fu simultanea: nell’attimo in cui il mortale incantesimo raggiunse il punto dove lei era appesa, Midda lasciò tale appiglio, saltando con agilità e controllo in avanti. L’impatto del globo energetico con la statua provocò un’improvvisa detonazione, che vide scomparire nel nulla la pietra della colonna per un raggio di oltre tre piedi: se la donna guerriero fosse stata ancora lì appesa, di lei non sarebbe rimasto neanche lo scheletro. Per sua fortuna, però, era già distante, portandosi con una capovolta ad atterrare in punta di piedi sulla cima di una delle basse colonne del perimetro interno, a soffermarsi lì in equilibrio: aveva bisogno di tempo, tempo per pianificare una qualche strategia, tempo per recuperare ancora le proprie forze. Tempo per scoprire come porre fine alla vita del suo nemico.

« Mi dichiaro sinceramente stupito. » esclamò l’uomo, osservandola dai propri occhi d’ambra « Nessun uomo al mondo avrebbe resistito alla violenza del mio attacco. »
« Ma io non sono un uomo. » rispose lei, abbozzando un sorriso e stringendo i denti.

Nell’annebbiamento parziale che ancora dominava la sua mente ed il suo sguardo, alla donna guerriero parve di scorgere un movimento nell’aria, un passaggio che però fu tanto rapido ed immediato da non poter essere evitato: colpita ancora in pieno come già prima, venne sbalzata dalla colonna su cui stava cercando ristoro per essere nuovamente sbattuta al muro, alle di lei spalle, scivolando poi a terra senza avere possibilità di controllare i propri movimenti o la propria caduta. Se al primo attacco ella non aveva avuto modo di comprendere ciò che era accaduto, di fronte a quel secondo evento offensivo la di lei mente iniziò ad intuire qualcosa.
Distratta come era dall’uomo che aveva di fronte e dallo scopo della propria missione nella morte di lui, la donna guerriero aveva totalmente ignorato la possibilità che altri avversari potessero essere presenti. Non era stato il monaco a colpirla, né fisicamente né con qualche maleficio: altre creature dovevano essere presenti, in soccorso di quel blasfemo celebrante, in sua difesa, a sua protezione. Midda era consapevole di non avere ancora modo di riuscire a vederli, di non avere ancora possibilità di difendersi da essi, ma sapere che altri partecipanti erano coinvolti in quel gioco di morte era comunque solo a suo vantaggio. Doveva riuscire a guadagnare tempo, a resistere a quegli attacchi per poterne intuire le dinamiche, per poter apprendere di più sui propri inumani avversari: la conoscenza di essi sarebbe stata l’unica possibilità di sopravvivere.

« Te ne devo dare atto. » riprese l’albino « Non sei uomo. Ciò che la maggior parte degli stolti ignora è che proprio in voi donne risiede una forza superiore, una resistenza incredibile al dolore ed alla fatica. Voi donne, create per essere madri, per offrire la vita, siete in questo superiori agli uomini e per questo essi vi temono. »

Lasciando vaneggiare il proprio avversario in quel monologo di insolita lode verso il suo genere sessuale, Midda cercò di richiamare nuovamente a sé le proprie energie, di ritrovare ancora una volta il controllo sul proprio corpo. Il discorso del monaco le stava concedendo attimi preziosi che non poteva sprecare. Ma quello che stava tentando di ottenere, quella nuova forza che stava disperatamente cercando, era sempre più difficile da raggiungere, sempre più difficile da ottenere. Era quasi allo stremo… e se ne rendeva perfettamente conto.

« Ciò non toglie che, uomo o donna, la tua vita stia per venir meno. » continuò l’uomo « Non combattere oltre. Non opporre ulteriore resistenza: accetta la fine, posso ancora essere clemente verso di te. Posso ancora offrirti salvezza se accetterai volontariamente l’abbraccio della morte: non desidero lasciare sprecata la tua esistenza, la tua forza vitale, il tuo animo. »

La donna guerriero, gemendo a denti stretti per il dolore che le stava dilaniando il cervello giungendo da ogni parte del proprio corpo, si sforzò di alzare il braccio destro, tastando con la mano metallica la parete dietro di lei alla ricerca di qualche appiglio. Doveva sollevarsi, doveva lottare, senza arrendersi: se anche quella fosse stata veramente la sua fine, non avrebbe mai ceduto allo sconforto, non si sarebbe mai lasciata andare. Se l’albino voleva ucciderla, non avrebbe mai trovato in lei un’alleata: se doveva davvero morire, sarebbe morta in piedi, a testa alta, come era sempre vissuta.

« Peggio per te, donna. » concluse il monaco, non potendo equivocare in alcun modo quell’atteggiamento assurdamente combattivo, anche di fronte al destino inevitabile « Spremerò la vita dal tuo corpo fino all’ultima goccia, non consegnando alcuna memoria della tua esistenza alla storia. Sarai dimenticata da tutti, priva di gloria, priva di nome. »

Midda riuscì a risollevarsi, facendo forza con entrambe le braccia contro il muro, con entrambe le gambe contro il pavimento. Il di lei equilibrio era assolutamente precario, come sottile era il filo che ancora pareva legarla alla vita. L’albino, fermo di fronte a lei, a distanza da lei, non offrì alcun movimento, non accennò ad alcun gesto offensivo: nonostante quello, ogni cellula del proprio essere gridava pericolo, portando nuova lucidità alla sua mente.
Ed in quel misto fra coscienza e confusione, fra chiarezza e inconsapevolezza, un’immagine risultò per un istante chiara ai suoi occhi, concedendole l’evidenza dei propri nemici davanti a sé.

venerdì 25 gennaio 2008

015


« S
ono morti per la loro fede, la nostra fede. » sentenziò il monaco albino, osservando la donna guerriero alta e fiera fra i corpi straziati degli adepti del rito oscuro « Grazie a te hanno potuto compiere l’estremo sacrificio senza timori, senza remore. »
« Che diavolo stai dicendo? » domandò lei, ponendosi di nuovo in guardia, ora rivolta verso l’unico nemico rimasto: il celebrante.
« La morte non è la fine di ogni cosa… ma solo il principio. Grazie a te, oggi, questi uomini e donne hanno trovato il coraggio di disfarsi delle proprie frustrazioni, delle proprie paure, dei propri dolori abbracciando un bene superiore. La morte, per loro, è stata salvezza. »
« Risparmiati queste prediche per i tuoi simili, albino. » replicò aspramente lei « E se provi tanto affetto per la morte, preparati al grande passo. »

Scattando in un movimento fulmineo, Midda percorse rapida i pochi passi che la dividevano dal monaco oscuro, levando la spada e preparandosi a colpire. Senza rabbia, senza ira, ma con una furia controllata ed al tempo stesso appassionata, la donna guerriero fendette l’aria con la propria lama, tracciando ancora una scia azzurra nella semiombra del tempio. Nell’istante in cui, però, l’arma avrebbe dovuto andare a colpire l’albino all’altezza del collo, l’immagine stessa del blasfemo sacerdote sembrò fremere, per poi scomparire lasciando un vuoto d’aria al proprio posto. Sorpresa da quella scomparsa e sbilanciata dall’impeto del proprio colpo, la donna guerriero si ritrovò a dover compiere una rapida giravolta per non cadere a terra: ed in quel movimento, ella vide la propria salvezza. Il monaco, infatti, scomparso dal fronte anteriore rispetto a lei, era nuovamente presente su quello posteriore, alle di lei spalle, preparandosi a squartarla con un gesto della propria falce. La donna, d’istinto, recuperò rapida il controllo del proprio corpo e della propria lama, completando la rotazione di entrambi in tempo per parare l’attacco nemico. Le due armi si intrecciarono in un fragore metallico che risuonò forte nel silenzio del tempio, mentre una spruzzata di scintille per un istante riempì lo spazio fra loro.
Gli occhi ambrati dell’albino fissarono con aria sardonica la donna, uno sguardo da cui traspariva tutta l’aura di superiorità di cui si sentiva forte: per lui Midda non era considerabile come una nemica, non era considerabile come un’avversaria, ma solo come una bambina, una bambina desiderosa di giocare in un ruolo troppo grande per lei. La donna guerriero, dal canto suo, non si scompose per quello sguardo, per quanto innaturale ed inumano esso fosse: era abituata a simili giudizi, sentenze di inferiorità che le venivano imputate prima di ogni scontro da parte di uomini troppo fiduciosi di loro stessi per comprendere con chi avevano a che fare. Senza indebolire la morsa in cui le due armi si erano legate, lei mosse rapida il braccio destro, a sferrare una serie di tre violenti pugni contro quel volto: il metallo della sua mano affondò ripetutamente contro quel viso, con forza, con potenza forse inattendibile da una donna. Ma nessuno di quei colpi sembrò ferire l’albino, nessuna di quelle percosse sembrò infastidirlo: non una goccia di sangue comparve dal naso di lui. Non un graffio comparve su quel viso dal pallore mortale, che continuò a fissare la donna con aria quasi divertita.

« Non puoi sconfiggermi, donna. » commentò egli « Rinuncia. Accetta l’abbraccio della morte per mano mia e la tua anima sarà salva. Combattimi, ed io ti condannerò all’eterna sofferenza. »

Senza perdersi d’animo per quel primo insuccesso, comprendendo bene di aver a che fare con una sorta di stregone e non un banale uomo, Midda cercò di interrompere quel contatto forzato fra le loro armi, sferrando un nuovo e violento colpo con il braccio metallico, questa volta utilizzando il gomito contro il di lui collo. Sebbene nessuna ferita comparve sulla pelle dell’albino, l’impeto di quell’attacco fu tale da interrompere il vincolo fra la spada e la falce, permettendole di balzare all’indietro prima di tentare un nuovo ed immediato fendente.
Ancora una volta, come già al primo attacco, l’immagine dell’uomo sembrò vibrare nell’aria, per poi svanire come un miraggio e lasciar la lama di lei colpire a vuoto l’aria. La donna, però, ebbe sufficiente prontezza di riflessi da non tentennare nel proprio equilibrio come era avvenuto invece prima ed, anzi, da portare immediatamente il proprio movimento a condurre l’arma verso la posizione a lei posteriore, dove già si attendeva di ritrovare l’avversario. Ed in effetti la spada andò a colpire nuovamente la falce, in discesa verso di lei, in un rinnovato fragore di metallo e scintille.

« Voi stregoni siete tutti uguali. » sussurrò ella, abbozzando un sorriso « Troppe vanterie… pochi fatti. »
« Mia speranza è realizzare ogni tuo desiderio. » replicò l’albino, mentre un bagliore illuminò i suoi occhi ambrati.

Senza poter fare nulla per opporsi a quell’attacco, Midda venne sbalzata in aria con violenza disumana, che le tolse il fiato. Con lo sguardo annebbiato dal dolore, poté solo assistere alla scena che vide il suo corpo, quasi fosse quello di una bambola di pezza, essere ripetutamente colpito a salire sempre di più verso la volta superiore del tempio, mentre il monaco oscuro restava assolutamente immobile là dove si erano affrontati. L’impeto di quell’azione si concluse nel momento in cui la schiena andò ad impattare violentemente contro la cupola marmorea, con tanta forza da farle perdere la presa persino sulla propria spada. Dopo un istante, in cui parve sospesa nel vuoto, la forza di gravità riprese il controllo su di lei, sospingendola verso il pavimento lontano sotto di lei.
Un tale impatto non avrebbe lasciata illesa la donna guerriero che, al contrario, sarebbe potuta anche morire contro la compattezza del lastricato: in un innato istinto di sopravvivenza, Midda riuscì però a ritrovare la lucidità necessaria ad allungare il braccio destro verso la parete al suo fianco, aggrappandosi alla cieca alla sporgenza di una delle statue scolpite sulle otto colonne portanti. Il contraccolpo per poco non le disarticolò la spalla, ma riuscì, per lo meno, a frenare la caduta, lasciandola però praticamente tramortita in balia di un qualsiasi nuovo attacco.

« Thyres… » sussurrò, mentre tutto di fronte a lei parve annebbiarsi e perdere consistenza.

giovedì 24 gennaio 2008

014


I
l celebrante del rito blasfemo in atto all’interno del tempio si offrì allo sguardo di Midda come un giovane uomo, dal fisico imponente e sicuramente muscoloso, coperto però da un saio non diverso da quello degli altri adepti salvo per il colore, nero come la notte più tenebrosa. In contrasto con l’oscurità di quella veste monacale era altresì la pelle dell’uomo, tanto chiara da essere considerabile praticamente bianca, in un pallore mortale disumano: non capelli erano presenti sul di lui capo, ma un complesso tatuaggio dal significato non evidente. Nelle mani, similmente a quanto era già stato mostrato dal bassorilievo che la donna guerriero si era soffermata ad osservare, reggeva una lunga falce, dal manico nero e dalla lama bianca, brillante nella penombra del santuario. Ma non era né la veste nera, né la pelle bianca, né il tatuaggio indecifrabile, né la falce mortale ad attirare l’attenzione di lei verso quella figura. Erano i suoi occhi a rappresentare ogni interesse della donna verso il proprio nemico.
Quegli occhi che erano la ragione stessa della missione di lei in quella palude maledetta. Quegli occhi che non erano organici, che non appartenevano al corpo che li ospitava: due pietre, due grandi pietre ambrate, incastonate nel cranio dell’officiante, nelle di lui orbite in sostituzione ai naturali bulbi oculari, scintillanti di temibili bagliori. Non semplici gemme, ma magiche reliquie, dotate di un potere con cui lei non desiderava avere a che fare: quei gioielli, però, erano lo scopo di tutto quello che le era successo, della di lei lotta contro gli zombie e le falene, dell’ascesa al santuario. E lei avrebbe dovuto impossessarsi di quelle pietre per ottenere la propria ricompensa.

« Cosa cerchi, donna? » esordì l’oscuro monaco verso di lei, unico a non mostrare stupore o sorpresa per quella comparsa. E la sua voce era profonda, quasi cavernosa, in una distorsione inumana di quello che sarebbe stato un normale tono vocale.
« Belli i tuoi occhi. » rispose Midda, sprezzante « Dove ne posso trovare due uguali? »
« Le sacre gemme di Sarth’Okhrin sono figlie del ventre del monte Gorleheist, forgiate dalle mani divine di Gorl, signore de... »
« Ti prego, albino… evitami tutta la filastrocca. La mia era una domanda retorica. » lo interruppe, facendo ruotare la spada ai propri lati prima di riportarla davanti a sé, pronta alla battaglia « Voglio quelle pietre e se non desideri concedermele di tua iniziativa, sarò costretta a strapparle dal tuo corpo morto. »

Ma in quelle parole, evidentemente sacrileghe per gli adepti di quel culto blasfemo, lo sconcerto scomparve dai visi dei presenti, prima restati sbigottiti dalla comparsa di lei attraverso il pozzo, lucente di linfa fluorescente tanto da sembrare a sua volta più divina che umana: non più stupore, di fronte a quell’infedele, ma solo rabbia, ira dirompente in grado di accecarli anche davanti alla minaccia della lunga lama di lei, rendendoli bramosi di sangue e di morte. In un coro di grida furenti, come un fiume in piena non dissimile da quello degli zombie della palude se non per la diversa vivacità, gli adepti si riversarono in massa contro di lei, a mani nude.
Midda, considerando troppo precaria la propria posizione sul bordo del pozzo, saltò agilmente in avanti, contro la folla che si stava riversando verso di lei, scavalcandola e calpestandola, aprendosi la via con il movimento mortale della propria spada. Ora che i suoi avversari erano comuni mortali, la donna guerriero sembrava rinata nonostante tutta la fatica ed il dolore accumulato dal suo corpo: con movimenti assolutamente controllati, privi di impulsività o frenesia, sembrava quasi danzare in quella massa umana, lasciando saettare nuovamente la lama azzurra nell’aria, lasciando sprizzare di sangue rosso i corpi dilaniati dei propri avversari, con una freddezza assoluta. Al contrario di quelle persone, lei non combatteva per ira, non cercava vendetta o soddisfazione: per lei tutto quello era il suo lavoro, ciò che sapeva fare meglio, e che compiva con una competenza totale, quasi ammirevole. Se da un lato la si sarebbe potuta accusare di star realizzando una strage senza ragione alcuna, eccezion fatta per il denaro della sua ricompensa, dall’altro era evidente, anche solo dai sotterranei di quel santuario, che non sarebbe mai potuta uscire di lì se non ricoperta del sangue di quei fanatici. Non erano vittime innocenti quelle contro cui rivolgeva i propri colpi e la sua coscienza, ammesso di offrirle qualche volta ascolto, non avrebbe avuto nulla da rimproverarle: ognuno di quei folli, alla ricerca della di lei morte, era colpevole di genocidio e le ossa bianche delle loro vittime, sepolte nelle grotte sotto la palude di Grykoo, erano la loro sentenza.

« Siete insani. » commentò verso di loro, mentre instancabile la sua spada squartava e mutilava ogni corpo che le si offriva di fronte « Desistete da questa pazzia… lasciate perdere questa folle fede… o sarò costretta ad uccidervi tutti. »

Ma quelle parole, che sembravano quasi essere pietose verso di loro, che parevano quasi voler concedere loro una possibilità di salvezza, vennero ignorate. Tutti i presenti all’interno del tempio, fatta eccezione per il monaco nero e per, ovviamente, la sua vittima, continuavano ad affollarsi attorno a lei, incuranti di calpestare i corpi morti o agonizzanti dei propri compagni, incuranti della sorte certa che li attendeva. Uomini e donne, di ogni età, si spingevano contro di lei, tendendo verso le sue carni unghie e denti, con foga, desiderosi di ucciderla, di smembrarla: i loro occhi erano lucidi e coscienti, nonostante i sentimenti che dominavano i loro animi. Sapevano quello che stavano facendo, sapevano quello che avrebbero voluto fare, sapevano la fine che avrebbero fatto sotto l’impietosa lama della loro nemica.
Lo scontro, al di là di ogni previsione, trovò fine in meno tempo del previsto: Midda, lei stessa quasi come un’oscura dea della guerra e della morte, si ergeva coperta in ogni pollice di pelle e di abiti, dalla radice alla punta dei capelli, del sangue rosso dei propri avversari, mischiato e sovrapposto a quello fluorescente delle falene giganti. Attorno a lei, figura eretta e dominatrice, solo corpi morti o moribondi, ventri dilaniati, arti mutilati, in un orrore di dolore e morte più adatto ad un mattatoio che al centro di un tempio, per quanto blasfemo come quello. Pochi erano ancora in vita ai suoi piedi, anche se ormai prossimi alla fine, nel rantolare ultime maledizioni contro di lei; nell’invocare, soffocati dal proprio stesso sangue, le proprie oscure divinità, chiedendo vendetta.
Il celebrante, l’albino, era ancora immobile, vicino all’ara dove si stagliava all’inizio di quel massacro: la sua posa, al pari della sua espressione, non era ancora mutata. Un’innaturale sicurezza, o forse un’arida freddezza, mascherava il suo viso, come se il mondo attorno a lui non avesse valore, come se la morte di tutti quelli che erano suoi compagni in quella fede malata non lo riguardasse. Anzi, alla donna guerriero, osservandolo, parve di vedere soddisfazione su quel volto, come se tutto quello che lei aveva compiuto fosse stato da lui desiderato, da lui sperato.

« Vi avevo domandato di desistere, razza di folli. » sussurrò Midda, guardando la strage che aveva compiuto.

mercoledì 23 gennaio 2008

013


A
rrampicandosi lungo la parete fangosa del precipizio in cui si era gettata per sfuggire alla morsa degli zombie, Midda aveva trovato una porta in pietra con un complicato bassorilievo alla sua base raffigurante la celebrazione di un oscuro e sacrilego rito. Quella scultura, che l’aveva attratta e per un istante quasi ipnotizzata in quell’estremamente curato lavoro di intarsio realizzato dal suo autore, sembrò prendere vita nel momento in cui ella balzò fuori dal pozzo, gridando selvaggiamente.

Il tempio, o per lo meno la parte del santuario in cui si ritrovò, era stato realizzato su pianta ottagonale, con lati di oltre cinquanta piedi di lunghezza ed altrettanti di altezza. La volta, come già nel bassorilievo, risaliva nelle forme di un’enorme cupola, di cui era praticamente impossibile scorgere la cima nella semioscurità che imperava a tale altezza: la luce delle torce e dei bracieri presenti all’interno, difatti, si diffondeva solo per pochi piedi, in un’innaturale oscurità dominante. L’intera struttura era edificata in pietra massiccia, in apparenza degli stessi marmi e travertini con cui il pozzo e tutti i sotterranei erano stati rivestiti. Diversamente da quanto già offertosi agli occhi della donna, però, quelle nuove pareti sembravano rilucere di strane tonalità sanguigne, venature rosso acceso di cui non riusciva a comprendere l’esatta natura: di certo, per quanto un primo istinto potesse far pensare veramente al sangue, quel vermiglio non poteva essere tale, date le tonalità troppo vive ed intense che lo caratterizzavano. Ad ogni spigolo delle alte pareti, poi, era distinguibile un’ampia colonna, a base anch’essa ottagonale, che dal terreno si levava a sostegno delle volte della cupola superiore. Su ogni colonna una statua era posta, scolpita in essa, quasi a voler apparire fuoriuscente dalla pietra stessa di quei pilastri: le otto statue, fra loro diverse, raffiguravano sagome similmente umane ma che, senza troppo impegno, dimostravano una natura mostruosa. Divinità, probabilmente, divinità oscure non diverse da quelle raffigurate sulle volte di ogni porta che lei aveva oltrepassato e sulle quali non aveva voluto soffermare lo sguardo.
La prima statua rappresentava una figura maschile, di proporzioni fisiche disarmoniche con una muscolatura eccessiva soprattutto nelle due braccia, enormi, quasi più grandi del resto del corpo. Solo un corto perizoma non rendeva evidenti le vergogne di quell’essere mostruoso, unico indumento che non lasciava scoperta la di lui pelle: una cute non regolare e non levigata, ma evidentemente ruvida, graffiante, fatta eccezione per l’addome ed il viso. Il volto della divinità, al centro di un capo troppo piccolo in confronto al resto del corpo, mostrava parvenze umane, con mento squadrato, naso corto ed appiattito, occhi piccoli, quasi invisibili sotto arcate sopraccigliari prominenti. Non capelli ad adornare quell’immagine, ma una corona di corte corna, disposte in circolo in maniera regolare attorno al cranio.
La seconda statua, come la prima, presentava un’altra figura maschile, questa volta più aggraziata ed equilibrata nel proprio corpo, presentante una muscolatura atletica e muscolosa, non eccessiva. Tali proporzioni, però, non era poste in evidenza, ma lasciate coperte, quasi da intuire, sotto una lunga veste, che l’avvolgeva completamente diventando, all’altezza delle gambe, una cosa sola con la colonna: solo volto ed arti superiori erano realmente evidenti in quell’opera. Le mani di quella scultura, in realtà, non mostravano dita degne di tale nome, ma lunghissimi ed affilati artigli che si spingevano aggressivamente in avanti, quasi a carpire i fedeli a lui adoranti. Il viso, poi, contornato da lunghissimi capelli, non offriva nulla di umano: il naso, al pari delle orecchie, era assente; gli occhi quasi impercettibili, in opposizione alla bocca che si presentava fin troppo estesa ed adornata da una fila di lunghi e sottili denti.
Della terza statua era impossibile definire una natura sessuale, insieme ad una vera natura assimilabile all’umanità: un corpo deforme, presentante lunghi ed arrotolati tentacoli al posto di mani e braccia, risultava rivestito da un’armatura lucente adatta più ad un uomo che ad un simile mostro. Fra i tentacoli che dovevano essere braccia e mani per tale creatura, due lunghe lance si estendevano verso il cielo, con picche simili ad arpioni più che ad armi da guerra. Il capo, a sua volta protetto da un elmo nella parte superiore e sui lati, proponeva nel viso l’unica fattezza umana: il volto di un anziano, segnato da profonde rughe e forme spigolose.
La quarta statua, l’ultima visibile in quel momento a Midda, era assolutamente ed indiscutibilmente femminile: praticamente nuda, presentava una stupenda donna, dai lunghi e morbidi capelli sparsi a celarle parzialmente i seni prosperosi e la schiena. Il volto di lei, quasi in contrasto con la propria bellezza indescrivibile, lasciava trasparire un’indicibile angoscia, una sofferenza disumana che per un istante chiuse la bocca dello stomaco della guerriera, nella veridicità di quella rappresentazione, più simile a carne che a pietra, più simile a vita che a statua. Le braccia e le gambe della divinità raffigurata, se tale era, apparivano circondate, avvolte, strette in lunghe e pesanti catene, che ne violentavano le carni, che ne torturavano l’anima, piagandone la pelle ed offrendo giustificazione per tanto dolore.
Le altre quattro statue, che la donna guerriero poteva solo supporre fossero alle sue spalle, non erano da lei visibili e non desiderava di certo cercarle: altre erano le di lei priorità in quel momento.

A pochi passi dal perimetro più esterno del santuario, una fila di basse e sottili colonne prive di volte superiori segnava il contorno di una breve scalinata in discesa, che lasciava affossare l’intero cuore del tempio. Se la zona fra le pareti esterne e quell’ornamentale colonnato appariva vuota, fatta eccezione per i bracieri posti a distanze regolari l’uno dall’altro, all’interno di quel margine un numero incredibile di uomini e donne erano presenti, gli adepti di quel culto blasfemo: vestiti tutti in tuniche bianche o beige, senza apparente regolarità in tali colori, celavano i propri capi sotto ampli cappucci, che non potevano però nascondere le espressioni stupite, se non anche sconvolte, come reazione alla di lei comparsa fra loro.
Tutti gli adepti sembravano stretti attorno a lei, ma più che al pozzo in realtà la loro concentrazione era rivolta, almeno fino a prima del suo ingresso, ad un altare, posto a pochi passi da lei in quello che era il vero centro del santuario. Sollevato rispetto al resto del tempio, si mostrava di forma squadrata, di almeno nove piedi di lunghezza e tre di larghezza, in pietra nera e lucente scolpita con cura non inferiore a quanto presente all’interno del gotico delubro e dei suoi sotterranei e raffigurante, probabilmente, altre empie scene. Midda, però, non ebbe attenzione da rivolgere all’arte di quell’oscena ara: tutta la sua concentrazione venne richiamata prima dalla vittima posta su di essa e, poi, dal di lei carnefice.
L’ostia, la vittima sacrificale, era una giovane donna, come già raffigurato nel bassorilievo. Ella presentava un corpo ancora fanciullesco, con pelle chiara e lentigginosa, lunghi capelli rossi scomposti e scure vesti squarciate che a malapena ne coprivano le intimità. Priva di sensi, forse per il terrore, forse per qualche droga o forse, peggio, perché già morta, era stata incatenata all’altare da lunghe catene avvolgenti, non dissimili da quelle della divinità raffigurata nelle colonne del tempio. La presenza di quelle spire metalliche poteva da un lato lasciare supporre che la vita non avesse ancora abbandonato quel corpo, inutile altrimenti sarebbe stato costringerla all’altare in quel modo, ma dall’altro non garantiva assolutamente tale ipotesi nella sua rassomiglianza con l’oscura e sofferente dea scolpita.
Sopra la vittima, poi, era la figura del celebrante, dell’officiante di quel blasfemo e violento credo.
E nei di lui occhi, la donna guerriero ritrovò la ragione della di lei missione in quel luogo sacrilego.

« Tre volte e mezza la ricompensa… » sussurrò fra sé, sfoderando la spada.

martedì 22 gennaio 2008

012


S
enza poter avere tempo di indugiare, la donna guerriero lasciò di colpo la propria posizione a cavallo dell’enorme falena per gettarsi nel vuoto, cercando di coordinare il proprio salto con il movimento compiuto da un’altra creatura in senso opposto al suo. Per un istante, sospesa nel vuoto, ebbe il timore di aver giocato eccessivamente d’azzardo in quel gesto, di aver sbagliato a lasciare la presa: forse l’impatto con il soffitto non si sarebbe rivelato eccessivamente dannoso, forse avrebbe avuto delle speranze di sopravvivere, al contrario di un’eventuale impatto con il suolo. Ma quel rimorso scomparve nel contatto, abbastanza violento, con l’altra falena, ed il suo pelo ispido che subito afferrò con forza nella mano destra.
Mentre così il mostro su cui era saltata precedentemente andava ad impattare con fragore contro la volta calcarea della grotta, lasciando rimbombare l’intera struttura in quel colpo, Midda si ritrovava a cercare di domarne un altro, tirando il lungo pelo come fosse una sorta di briglia al fine di condurlo a risalire verso il pozzo, verso l’unica possibilità di fuga che aveva da quell’inferno assordante.

Le falene, ancora in parte terrorizzate da quell’inaspettata aggressione, stavano però iniziando a recuperare coscienza di loro stesse, delle loro possibilità, della loro forza rispetto ad un essere tanto minuscolo. I movimenti in volo che compivano iniziavano ad essere meno caotici ed, anzi, alcune più temerarie fra di loro si spingevano a cercare uno scontro diretto con la loro avversaria. La donna guerriero, mantenendo salda la presa sull’animale e mantenendo ancora più salde le proprie emozioni, impugnò con vigore la propria lama, lasciandola scintillare di azzurri riflessi nell’aria vorticosa attorno a lei e cercando di colpire il maggior numero di nemici possibili. La spada andò a segno molteplici volte, portando a sprizzare ed a brillare nell’aria e su di lei il sangue fluorescente di quelle creature, riempiendo la vasta grotta delle loro incomprensibili grida di dolore e di odio.
Nonostante tutto quello, Midda non avrebbe potuto continuare a mantenere la posizione di superiorità raggiunta a lungo: se una battaglia a terra richiedeva una concentrazione assoluta per poter seguire tutte le variabili coinvolte e mantenere il controllo sull’azione; una battaglia come quella, in aria, pretendeva da lei una gestione sovrumana dell’intero ambiente, un ambiente diventato tridimensionale che vedeva il pericolo circondarla in maniera assoluta. Colpendo l’ennesima falena, il controllo di lei venne per un istante meno, permettendo all’ala di un’altra falena in volo lì accanto di colpirla con violenza, facendole perdere la presa e sbalzandola in aria. La donna guerriero, trattenendo a stento un gemito per quell’impatto improvviso, cercò di restare lucida, facendo roteare la spada nella mancina per impugnarla con la lama rivolta verso il basso al fine di crearsi un appiglio saldo nel corpo di un’altra creatura in movimento accanto a lei, nella quale affondò la propria arma fino all’elsa. Frenando la propria caduta, che l’avrebbe altrimenti vista rovinare a terra, Midda si ritrovò trascinata dall’insetto ferito verso il soffitto, in quello che era l’ultimo ed estremo volo del mostro stesso. Quando vide a meno di tre metri dalla sua attuale direzione l’imboccatura del pozzo, agì d’istinto ruotando la lama della spada nel ventre della creatura ferita ed, in quel gesto, portandola a puntare fortunatamente verso la sua via di salvezza.
Ma nel momento in cui il pozzo sembrò essere alla di lei portata, un’altra falena giunse dal basso, aggredendola alle gambe e sbalzandola di prepotenza verso l’alto. Incredibilmente, però, quel gesto d’aggressione si rivelò essere la cosa migliore per Midda, che venne catapultata proprio all’intero della via di fuga da lei cercata. Quasi stordita dalla violenza subita, la donna ebbe abbastanza prontezza di riflessi per tendere immediatamente il proprio corpo, a puntarsi con i piedi e la schiena all’interno del tunnel di pietra, sospesa nel vuoto.

« Lode a Thyres… » non poté fare a meno di sussurrare, concedendosi un istante per riprendere fiato.

Una rapida e silenziosa autoanalisi sembrò decretare che, per quanto indolenzita e piena di lividi, che presto avrebbero mostrato vaste macchie violacee su tutto il suo corpo, nessun osso sembrava essersi rotto e nessuna ferita sembrava essere conteggiabile in aggiunta a quelle già calcolate a seguito dello scontro con gli zombie. Solo un dolore al costato, sul fianco destro dove l’ala di una delle creature l’aveva colpita, lasciava supporre una costola incrinata, ma un danno tanto lieve a seguito di quanto aveva affrontato appariva, invero, una benedizione divina.
Muovendosi in maniera controllata, al fine di non rischiare di scivolare e precipitare al suolo, nella grotta sotto di lei in cui le falene non si davano ancora pace, Midda rifoderò la propria spada, per poi cercare appigli con entrambe le mani attorno a lei. Fortunatamente il pozzo non era stato semplicemente scavato nella roccia, ma rivestito nel suo interno di marmi e travertini al pari di tutti i corridoi che aveva attraversato poco prima, per giungere in quelle grotte sotterranee. Le pietre, per quanto lavorate con cura e perfettamente squadrate, non potevano evitare di offrire molteplici punti d’appoggio per le sue sottili ma forti dita, che trovarono così facilmente dove far leva per permetterle di iniziare l’arrampicata. Ricoperta quasi integralmente, come era, dalla linfa fluorescente delle creature ferite o uccise, la donna guerriero appariva quasi sovrannaturale, nell’aura luminosa che la circondava, offrendole chiara visione all’interno del pozzo e non concedendole rischi in quella risalita. Per quanto stanca e provata, era e restava una grande scalatrice, e quel pozzo non poteva assolutamente rappresentare per lei un ostacolo: in breve tempo, gli oltre quaranta piedi che aveva stimato come profondità per quel percorso vennero compiuti, portandola quasi all’imbocco del medesimo.

Giunta in prossimità della meta, Midda arrestò la propria risalita nell’ascolto di qualcosa che fino a poco prima non le era concesso di sentire, coperto dal frastuono rimbombante delle falene giganti: un canto, un coro salmodiante di voci profonde, che intonavano parole indecifrabili in un ritmo solenne e cadenzato.
Il tempio era stato raggiunto ed, evidentemente, un oscuro rito si stava svolgendo in esso. Un rito che, data la presenza delle creature sotto di lei, avrebbe visto compiuto un ennesimo sacrificio di sangue, un’ennesima vittima data offerta ad un dio maledetto e data in pasto a quegli orrendi mostri necrofagi da cui lei era fuggita.

« Ed ora? » si domandò, senza emettere suoni.

La donna guerriero avrebbe potuto mantenere la propria posizione all’interno del pozzo senza problemi, attendendo lì aggrappata la conclusione del rito per poi avere via libera nel santuario, sicuramente rischiando di affrontare nuovi pericoli, ma nella certezza di non emergere all’interno di una congrega blasfema che di certo non avrebbe gradito la sua presenza. Una vita si sarebbe spezzata nella sua attesa, ammesso che la vittima fosse ancora viva, ma lei avrebbe avuto minori azzardi: non era stata pagata per salvare la vita di qualcuno e non si considerava votata all’eroico martirio in nome di principi superiori.
D’altra parte, però, sarebbe potuta emergere da quel pozzo subito, offrendo sorpresa agli adepti di quel culto oscuro con la propria foga, con la propria combattività, con la propria presenza laddove nessuno era giunto prima di lei, per quanto lei potesse sapere. E dopo aver affrontato zombie e falene giganti, tornare ad affrontare comuni mortali, probabilmente neanche addestrati alla guerra, appariva quasi un passatempo. Avrebbe potuto salvare una vita, una vita che sicuramente per qualcuno avrebbe avuto un valore, un valore che poteva rappresentare una ricompensa con la quale arrotondare quanto avrebbe preteso per quella missione, una volta compiuta. Era una mercenaria, non un’eroina. E come mercenaria, il pensiero di una ricompensa maggiore non poteva essere ignorato.
La scelta era stata compiuta.

lunedì 21 gennaio 2008

011


M
idda era donna.
Nessuno, incontrandola, avrebbe mai avuto dubbi a tal proposito. Il suo corpo appariva estremamente femminile: le sue curve non risultano assolutamente mortificate dalla presenza di una muscolatura atletica e temprata; il suo viso non veniva in alcun modo umiliato dalla cicatrice presente sull’occhio mancino di lei, mostrandosi attraente e conturbante come quello di una principessa d’oriente negli occhi penetranti e nelle labbra carnose; la sua pelle traspirava sensualità da ogni fibra del suo essere.
Nulla in lei poneva incertezze sul suo essere donna.
Era donna e proprio quel suo essere donna vedeva il ruolo di guerriero come una conquista maggiore di quanto non sarebbe stato per un uomo: non tanto per un discorso di sessismo, non tanto per un’impronta ovviamente maschilista nella società in cui viveva, che in molte terre vedeva le donne essere proprietà dei propri padri o mariti, quanto per un mero discorso di sopravvivenza. Per poter essere la donna guerriero che era diventata, ella aveva dovuto affrontare i migliori soldati di ogni esercito, aveva dovuto vincere i più forti combattenti di ogni terra, imponendosi su essi in duelli spesso privi di ogni regola al di fuori di quella che imponeva di uccidere per non essere uccisa. Ed il fatto che ella era sempre sopravvissuta non si poteva addurre a mera fortuna, così come non si poteva di certo imputare ad una forza fisica superiore: se fosse stato solo il vigore a decretare la vita o la morte di lei, un qualsiasi schiavo nero, un qualsiasi selvaggio delle isole o barbaro del nord l’avrebbe vinta. Per poter essere la donna guerriero che era diventata, le doti su cui aveva da sempre dovuto far affidamento non erano la fortuna o la forza: erano l’abilità, l’esperienza e la strategia. Molti, in un combattimento corpo a corpo, vedevano futile una riflessione strategica, consideravano una debolezza ed una perdita di tempo l’utilizzo della mente oltre ai muscoli. Ma i veri grandi guerrieri, i migliori combattenti del mondo noto, da sempre comprendevano l’importanza della strategia, tanto nelle grandi battaglie quanto nei piccoli scontri: la tattica, l’elaborazione di un piano, era tutto ciò che divideva un banale picchiatore da un guerriero degno di tale titolo. Anche solo una rissa in un locale, con l’applicazione di una semplice strategia, poteva considerarsi conclusa ancor prima del suo inizio. E lei, donna guerriero, lo sapeva bene.

Pochi istanti dopo aver assunto la posizione di guardia, impugnando la lama a due mani, nella mente di Midda erano già state prese in considerazione quattro diverse possibilità, tutte scartate in favore di una quinta: la più azzardata, sicuramente, ma l’unica che l’avrebbe condotta, se fosse sopravvissuta, esattamente nel punto dove desiderava giungere. Aveva attraversato la palude di Grykoo per arrivare fino al santuario, compiendo un’impresa che nessuno prima di lei aveva mai considerato possibile compiere: era lì per uno scopo, era lì per una missione, e non sarebbe mai tornata indietro senza averla portata a termine. Non era solo una questione di denaro, che comunque avrebbe preteso in una misura di almeno tre volte tanto rispetto a quanto pattuito inizialmente: era diventata una sfida personale, l’ennesima prova per dimostrare di essere la migliore, per dimostrare di poter realizzare ciò che chiunque avrebbe considerato follia.
La strategia da lei scelta si fondava su un assunto, che costituiva uno dei rischi maggiori di quel piano tattico: le falene giganti, al di là dell’orrore che potevano suscitare e al di là delle loro dimensioni innaturali, non dovevano essere abituate ad affrontare una creatura ancora in vita e, soprattutto, dotata di aggressività. Per la loro natura necrofaga, infatti, quei mostri dovevano essere soliti nutrirsi di vittime già morte o, eventualmente, moribonde, senza contribuire a tale condizione, senza offrire violenza superflua verso il proprio pasto: ma lei non era né morta né moribonda e confidava che un attacco diretto ed improvviso avrebbe spiazzato i suoi possibili carnefici, offrendole conseguentemente un indubbio vantaggio. Certamente, per quanto sorpresi e, forse, spaventati, quegli enormi lepidotteri sarebbero ugualmente stati temibili: un impatto con il loro corpo, o anche solo con una loro ala, avrebbe potuto ucciderla sul colpo. Ma era un rischio che avrebbe dovuto accettare, soprattutto per il fine che si era imposta.
Lasciando così sciamare per qualche istante le falene attorno a lei, Midda restò il più possibile immobile e silenziosa attendendo il momento migliore, attendendo che, in quel movimento vorticoso e continuo da parte dei mostri volanti, le loro posizioni potessero risultare come lei desiderava. Fu impossibile quantificare il tempo che servì a tale scopo, in un frastuono assordante ed in un turbinio di corpi ciclopici attorno a lei, attentamente e rapidamente osservati uno ad uno, ma alla fine il momento chiave giunse e lei lo colse prontamente.

Svuotando i polmoni in un urlo barbaro che rompesse il frastuono monotono delle falene, ad informarle della propria presenza fra loro, la donna guerriera estese di colpo le gambe contratte, in un balzo che vide la spada caricarsi con le braccia fin dietro il capo per poi, immediatamente, saettare contro una delle creature, posta poco innanzi a lei. La lama squarciò di netto l’occhio composto del mostro, aprendone il capo e lasciandone sprizzare fuori una linfa fluorescente non diversa da quella delle loro larve: in quello stesso balzo, Midda appoggiò rapidamente i piedi sopra il corpo morente della creatura, usandola come gradino per saltare sopra un’altra, più in alto ed in movimento di passaggio proprio in quell’istante. La morte della prima falena e l’aggressione alla seconda colsero il gruppo del tutto impreparato: i mostri iniziarono a volare in maniera ancora più confusa, evidentemente sorpresi e spaventati da quello che stava accadendo. La falena sopra cui la donna guerriero era saltata iniziò ad agitarsi come impazzita, cercando di liberarsi da quel non gradito ospite, probabilmente temendo la morte ancora più di quanto non la temesse lei: la giovane, afferrando con forza nella mano destra metallica il lungo ed ispido pelo del corpo della sua improvvisata cavalcatura, lo tirò con prepotenza, cercando di domarla, di guidarla, forte della propria posizione di temporanea superiorità, la dove lei voleva. Ella sapeva bene che il terrore nelle creature non sarebbe durato in eterno: presto, come per qualsiasi essere vivente, quell’iniziale paura derivante dall’orrore di una morte si sarebbe trasformata in ira, in rabbia violenta che avrebbe preteso vendetta contro la responsabile di tale crimine. Ma tale assassina, quasi senza respirare nella concentrazione assoluta di quel momento, cercava di raggiungere la propria salvezza, la salvezza rappresentata da quella fessura sul soffitto: una pozzo abbastanza largo in termini assoluti, ma che in quel momento appariva fin troppo stretto nell’idea di gettarsi al volo in esso sperando di trovare qualche appiglio ed evitare una conseguente e mortale ricaduta a terra.
La falena, cavalcata a suo discapito, cercò di trovare scampo dalla presenza orrida di quel parassita: quello che avrebbe dovuto essere un loro usuale banchetto li aveva lasciati sbigottiti, aggredendoli con una furia che non potevano neanche supporre esistesse. Muovendosi freneticamente, si rigirò più volte nell’aria, cercando di sbalzare lontano da sé l’assassina: ma ella restava saldamente aggrappata al suo pelo, facendola gridare per il dolore di quella presa. In un tentativo disperato cercò di trovare libertà gettandosi verso la volta superiore della grotta: l’impatto con la roccia calcarea non avrebbe permesso al cavaliere di mantenere la presa.

Midda, già senza fiato per la difficoltà della presa nei movimenti rotatori, non poté evitare di gemere nel vedere la sua cavalcatura alzarsi con violenza verso il soffitto: non sarebbe sopravvissuta ad un simile impatto.

domenica 20 gennaio 2008

010


D
opo la prima grotta, Midda si ritrovò ad attraversare quattro diversi antri, di dimensioni e strutture non dissimili gli uni dagli altri: ognuna di quelle cavità sotterranee aveva una chiara origine naturale, probabilmente derivante dall’erosione della roccia calcarea che le costituiva ancora nei tempi antecedenti alla comparsa della palude al posto della precedente laguna di Grykoo. Le caverne che la donna attraversò non erano le uniche presenti in quei sotterranei: mentre lei, infatti, cercava di mantenere una direzione più possibile costante, lasciandosi guidare dal proprio istinto verso quello che ipotizzava essere l’accesso principale, non faceva a meno di notare la presenza di altre diramazioni, altre cavità che lasciava volentieri inesplorate. In ogni spelonca, poi, almeno una porta era ricavata nelle pareti calcaree, realizzata ed ornata da marmi e travertini, da cui lunghi ed oscuri corridoi si dipanavano in ogni direzione nella palude, non solo verso quella da cui lei era giunta.
L’idea che in lei si era ormai formata, chiara al punto che non avrebbe avuto incertezze a scommetterci sopra, risultava essere tanto semplice quanto tremenda: i fautori della realizzazione del santuario avevano creato quei sotterranei al fine di rendere possibile una convergenza di tutte le creature native di quell’immondo terreno, le creature in cui anche le larve giganti da lei incontrate si sarebbero trasformate uscendo dalle loro crisalidi, verso il tempio stesso. Quei corridoi non erano quindi delle vie d’accesso o di uscita per esseri umani, ma per quei mostri sicuramente necrofagi che trovavano nutrimento nel rapporto simbiotico con gli oscuri riti compiuti dagli adepti del santuario, le cui vittime ricoprivano la superficie delle grotte che lei ora attraversava.

La conferma di quella macabra e terribile deduzione venne offerta a Midda nel momento in cui un assordante rombo riempì l’aria: qualcosa si stava iniziando a muovere nei corridoi, ed il suono di quel movimento veniva amplificato dagli effetti eco di quelle cavità sotterranee, trasformandosi in un rumore tremendo ed insopportabile. Per quanto ella fosse fredda e controllata, di fronte a quell’ignoto orrore non poté fare altro che accelerare il passo, fino a gettarsi in una sfrenata corsa verso l’uscita che sperava di poter presto raggiungere. Non più passi leggeri e controllati, al fine di evitare rumori e ridurre al minimo il contatto con le ossa delle vittime del santuario, ma passi lunghi ed animati, che calpestavano senza alcun interesse i resti di quei sacrifici nel desiderio di non congiungersi ad essi. Nonostante la frenesia di quella fuga, il respiro della donna riusciva a restare controllato e ritmico, quasi in sincronia con il cuore e gli stessi movimenti di ogni muscolo del di lei corpo, in un’armonia perfetta, impeccabile e, sicuramente, più efficiente di uno sconclusionato e rocambolesco fuggifuggi.

« Per Thyres… » imprecò a denti stretti « Tre volte la ricompensa pattuita! »

Il rombo assordante si fece sempre più vicino, sempre più stordente, in un crescere ansioso, animale.
Midda spinse il proprio corpo al massimo, chiedendo ad ogni muscolo ogni oncia di energia che avrebbe potuto offrirle: se avesse dovuto affrontare quelle creature lo avrebbe fatto, ma se esisteva anche solo una possibilità remota di evitare un confronto diretto e sicuramente mortale non l’avrebbe di certo sprecata.
Nel momento in cui riuscì a raggiungere la via di fuga che sperava di trovare, comprese che ogni speranza, però, era stata mal riposta: l’apertura in cui lei confidava altro non era che un pozzo scavato nel soffitto dell’ennesima e più estesa grotta, apertura che si spingeva a risalire di oltre quaranta piedi verso la superficie in un tunnel di pietra che non avrebbe avuto problemi a percorrere, ma che da lei distava altri venti piedi in verticale. Solo volando avrebbe potuto giungere a quel pozzo, ma il volo non era fra le sue prerogative.

« Maledizione! » non poté fare a meno di esclamare, iniziando a girare su di sé in cerca della migliore guardia da assumere, preparandosi all’inevitabile scontro.

Lo scontro giunse, giunse insieme all’orrore: l’orrore che solo quella onda spaventosa di creature innaturali poteva offrire.

« Thyres… » sussurrò sbarrando gli occhi « Falene! »

E falene erano. I loro corpi erano più grandi di quelli di un cavallo, con peli lunghi ed ispidi più di quelli di un orso: ed un cavallo o un orso sarebbero potuti essere divorati senza problemi da creature tanto raccapriccianti. Il rumore prodotto dalle loro ali, grandi come vele di un’imbarcazione di pescatori, era tremendo, assordante, in uno spostamento d’aria tale da sbalzare a terra un uomo se colto di sorpresa. Il loro colore, del tutto simile a quello dei loro parenti minori, spaziava fra molte tonalità di marrone, da sfumature più chiare sulle ali a gradazioni più intense sul corpo. I loro capi erano ornati da antenne lunghe come frecce d’arco ed occhi composti grandi come meloni maturi. La principale, e forse unica differenza, rispetto ai loro corrispettivi naturali, era dato dalle loro bocche: non spiritrombe come quelle di qualsiasi altro lepidottero, ma grandi fauci armate di piccoli e sottili denti, inadatti ad un predatore ma perfetti per dei divoratori di carogne.
Il loro numero era difficilmente calcolabile, data la loro grandezza ed il caos che con la loro presenza creavano: simili ad un’orda, si rigettavano confusi ed in continuo movimento nella grotta maestra emettendo sordi brontolii, versi incomprensibili all’orecchio umano che avrebbero potuto esprimere qualsiasi sentimento, dal semplice stupore alla fame più incontenibile. Falene, falene colossali necrofaghe, che da tempi remoti in quelle caverne avevano trovato nutrimento e protezione, vivendo dei sacrifici offerti dal santuario maledetto, che attraverso il lungo pozzo sopra il capo di Midda procuravano loro cibo e vita.

La donna guerriero piantò i propri piedi saldi nel terreno, per evitare di essere sbalzata dall’impeto dell’aria mossa da quelle creature infernali. Portando entrambe le mani ad impugnare la spada e piegando le gambe a cercare una posizione di guardia più contenuta, restò immobile in attesa del primo attacco, nella fredda consapevolezza che forse, questa volta, la sua ricompensa non sarebbe mai stata ritirata.

sabato 19 gennaio 2008

009


C
on la gola riarsa dalla sete, tanto a causa della fatica quanto a causa delle immonde acque che aveva a suo malanimo assaporato in quella palude, Midda cercò di ritrovare le proprie forze e la propria concentrazione nell’avvicinarsi alla fonte di luce in fondo al sotterraneo corridoio in pietra che stava percorrendo.
La donna guerriero, ora in vista della sua possibile meta, si arrestò per riprendere fiato. Rinfoderando per un istante la spada, portò le mani a sistemarsi i capelli dietro alle orecchie per poi iniziare a muovere il capo prima verso destra e poi verso sinistra, a sciogliere i muscoli tesi in movimenti delicati, ma continui, che la videro roteare completamente la testa ed il collo sulle spalle. Concluso con il collo, si dedicò alle spalle ed alle braccia, prima stimolando le congiunture fra omero, scapola e clavicola e poi tendendo il tricipite nel trarre contro un braccio il gomito di quello opposto. Successivamente portò le proprie attenzioni all’avambraccio ed al polso sinistro, ed ancora ai muscoli addominali ed alla schiena, arrivando a far scricchiolare l’intera colonna vertebrale e ricavandone una decisa sensazione di piacere. A concludere quella preparazione, infine, offrì il proprio interesse alla parte bassa del corpo: vita, glutei, gambe, ginocchia, caviglie. Il tutto non le richiese più di qualche minuto, ma come sempre la ritemprò fisicamente ed, ancor più, mentalmente, conducendola al giusta condizione di partenza per affrontare qualsiasi prova le sarebbe ora stata richiesta. Quell’esercizio fisico, a cui si dedicava puntualmente prima di iniziare o proseguire nelle proprie disavventure, era diventato un vero e proprio rituale che le concedeva quasi più riposo e ristoro di quanto non le avrebbe permesso un breve periodo di sonno: molti guerrieri, al contrario rispetto a lei, preferivano concedersi anche solo una decina di minuti di sopore. Ma lei riteneva tale pratica negativa, perché la lasciava non riposata e, soprattutto, intorpidita: con la sua tecnica, con quel suo “rito”, invece, permetteva di ristorare il corpo e la mente senza per questo ritrovarsi ad essere indolente di fronte alle nuove prove.
Conclusi i preparativi e ripulito il metallo del suo braccio destro dalla terra, dal fango e dalla sporcizia, che lo stava ostacolando nelle giunture rendendolo troppo legato, sfoderò di nuovo la spada e riprese ad avanzare verso la luce, pronta a guardare di nuovo in faccia il proprio destino ed a combattere contro di esso fino allo stremo delle forze.

Riabituati gli occhi chiari alla presenza della luce, Midda avanzò con discrezione ma decisione nel corridoio, accostandosi fino all’apertura da cui proveniva il chiarore. Oltre tale apertura, una porta in pietra non dissimile da quella che l’aveva condotta dal budello al corridoio, le si offrì la visione di un’amplia grotta sotterranea, una conformazione naturale di origine calcarea che si estendeva in un’ampiezza di una cinquantina di piedi ed in una lunghezza di un centinaio, prima di curvare verso sinistra e non permetterle di spingersi oltre con lo sguardo. La grotta era illuminata dalla presenza di due file di torce, disposte lungo i lati della medesima: tali fiaccole creavano un bagliore incerto ma costante, raggi di luce che andavano ad infrangersi contro ogni forma generando danze di inquietanti ombre. L’inquietudine di quelle ombre, in effetti, non nasceva tanto dal chiaroscuro, quanto dalle figure che lo generavano: un’infinità incalcolabile di ossa sbiancate, che riempivano quasi integralmente la superficie visibile della grotta ammassandosi in maniera scomposta. Ossa umane che di umano avevano solo la forma perché tutto ciò che un tempo erano state era perso e dimenticato nelle carni non più presenti.
Quella visione lasciò interdetta la donna guerriero, nel dubbio di quale insana fede poteva aver generato un simile mattatoio. Abituata alla morte in ogni suo aspetto, anche in quelli più sgradevoli, non vi furono timori alla vista di quell’orrido spettacolo: solo domande, domande che, sperava, non avrebbero mai trovato risposta.
Non scorgendo alcun apparente pericolo, ella oltrepassò la soglia senza soffermarsi ad offrirle alcuno sguardo come invece aveva concesso alla prima, nel desiderio di non lasciarsi distrarre inutilmente. Ciò che aveva generato un simile cimitero avrebbe potuto giungere da un momento all’altro e lei non desiderava permettere alle proprie ossa di aggiungersi a quella macabra collezione.

Procedendo al centro della grotta, posizione sicuramente più esposta ad eventuali pericoli ma cui poteva dominare più comodamente la situazione, Midda avanzò con passo fermo e posizione di guardia attraverso quel reliquiario, cercando di smuovere il meno possibile le ossa, nonostante per la loro moltitudine fosse quasi impossibile procedere senza calpestarle.
Lo sguardo che attento rimbalzava da un lato all’altro del vasto spazio di fronte a lei, non poteva evitare di deconcentrarsi sovente nel soffermarsi su quei resti umani, osservando l’assoluta pulizia di quelle ossa, una nitidezza che non poteva derivare da un naturale processo di decomposizione: un cadavere, putrefacendosi, avrebbe lasciato frammenti della propria essenza sullo scheletro, si sarebbe magari anche parzialmente mummificato, conservando una minima parvenza di quella che era stata la sua vita. Scheletri così puliti, così perfetti nella loro bianchezza, non potevano che far pensare all’azione di qualche necrofago.
Raggiunta la svolta in fondo alla grotta, la donna guerriero poté rendersi conto della reale vastità di quei sotterranei e, conseguentemente, dell’effettiva portata di quell’orrore. La grotta non terminava, infatti, in quel punto ma proseguiva ben oltre, per almeno un altro centinaio di piedi, prima di assottigliarsi in uno stretto passaggio. Oltre quel cunicolo, tanto breve quanto ridotto rispetto all’ampiezza della caverna, si intuiva un nuovo antro e nulla lasciava ipotizzare che lo spettacolo che si sarebbe là offerto sarebbe apparso diverso da quello in cui lei era già immersa. Alla sua attenta vista non sfuggì, sulla parete alla sua destra, una nuova soglia non dissimile da quella che lei aveva pocanzi attraversato, sempre realizzata in marmo bianco e travertino, sempre presentante dei dettagliati bassorilievi su cui non indugiò con la propria curiosità, sempre estremità di un oscuro corridoio scavato nel cuore della palude.

Accelerando il passo verso il passaggio naturale che aveva visto fra la grotta in cui si trovava e la successiva, Midda iniziò ad intuire la funzione del dedalo di corridoi che aveva percorso e, soprattutto, delle caverne che stava attraversando.
E se la di lei intuizione era corretta, non desiderava assolutamente essere lì sotto nel momento in cui avrebbe potuto trovare conferma.

venerdì 18 gennaio 2008

008


L
a luminescenza, offerta dal sangue della larva uccisa da Midda, svanì nel tempo in cui quella linfa perse la propria consistenza liquida, essiccandosi sul metallo del braccio destro di lei. Ed in quel lento ma inesorabile processo, il mondo attorno alla donna si fece sempre più oscuro all’interno del corridoio intrapreso.
Fortunatamente per lei, quella via non sembrava offrire insidie: la struttura era solida e compatta, realizzata pietra su pietra a formare non solo il pavimento sotto i di lei piedi, ma anche le pareti ai di lei lati ed il soffitto arrotondato sopra il di lei capo: un percorso che, al di là della consapevolezza della sua pozione nel cuore della palude, non sarebbe apparso distante da un qualsiasi passaggio in una qualsiasi fortezza di nobili proprietari. A differenza di quanto presente nell’ingresso ormai distante alle di lei spalle, le pietre dell’andito, sempre in travertino e marmo bianco, non offrivano bassorilievi di sorta, fatta eccezione per due sequenze infinite di decorazioni agli angoli bassi delle pareti: tali incisioni, nel dettaglio, mostravano un intreccio senza interruzioni di sette diverse componenti, precisamente individuabili da un particolare aspetto che ogni elemento proponeva. Anche in quel caso, come già all’ingresso, il lavoro posto in essere al fine di realizzare un simile operato, per quanto relegato a semplice decorazione, non doveva essere stato assolutamente banale. Midda, per un breve periodo, aveva provato a seguire con lo sguardo quei continui intrecci, cercando di comprenderne qualche eventuale messaggio celato: ma l’intrico apparivano costante e perpetuo, non lasciando indicazioni di sorta, almeno ad un’analisi superficiale come quella offerta da lei. A causa dell’oscurità crescente e del desiderio di restare all’erta per eventuali pericoli, la donna non prestò ulteriore attenzione a simili dettagli, proseguendo con decisione nel proprio cammino.
Sfortunatamente per lei, però, il corridoio si rivelò presto essere parte di un complesso viluppo. Se al primo bivio la donna guerriero non si pose dubbi sulla direzione da intraprendere, proseguendo nella via che le si parava di fronte ed ignorando ogni diramazione, al successivo comprese che la situazione avrebbe potuto rapidamente degenerare in un dedalo e farla perdere nei meandri di quel sotterraneo. Se oltre a quella spiacevole condizione si considerava l’autonomia visiva limitata, che presto l’avrebbe lasciata nell’oscurità totale, era chiara l’esigenza di intervenire in maniera ponderata. Già in passato Midda si era ritrovata all’interno di un labirinto ed aveva appreso la tecnica utile ad uscirne: ma non riusciva a considerare saggio pensare di addentrarsi nel buio totale in un inesplorato dedalo sotterraneo, con la tutt’altro che remota possibilità di incorrere in qualche diabolica trappola, confidando solo ed unicamente nel contatto perpetuo con una parete di riferimento. Sollevando la spada, quindi, incise profondamente la roccia liscia sul lato sinistro della via da cui era giunta, prima di proseguire oltre al bivio: in quel modo, anche qualora si fosse ritrovata in balia delle tenebre, avrebbe potuto orientarsi in maniera inequivocabile e ritornare all’ingresso sul baratro delle larve giganti.
Nelle tenebre ormai quasi completamente dominanti, Midda proseguì all’interno della via sotterranea, procedendo ora con la mano destra e la spada nella sinistra a contatto delle due pareti al fine di accorgersi di eventuali diramazioni. Ad ogni crocevia, poi, replicava quanto già compiuto al secondo incrocio, marcando la direzione da cui giungeva e scegliendo di proseguire, comunque, sempre il percorso innanzi a sé. Una parte di lei era certa di essere rivolta proprio verso il santuario celato nel cuore della palude e che quel corridoio sotterraneo non riservasse insidie ma, al contrario, un passaggio sicuro verso la sua meta. La ragione per cui, poi, tale percorso conducesse al budello da cui era evasa non riusciva ad esserle chiara o, forse, non desiderava esserle chiara. Il ricordo di quei bruchi e delle loro pupe le accapponava ancora la pelle lungo la schiena e preferiva evitare di soffermarsi troppo su tali pensieri.

Camminare a lungo in un labirinto immersi nelle tenebre era un’esperienza che poteva far perdere a chiunque il senno, soprattutto nella consapevolezza del luogo maledetto in cui ci si trovava in quel momento. Nella terra entro cui arditamente, o forse incoscientemente, proseguiva, erano periti valenti guerrieri, di ogni regno, di ogni epoca. Nessuno, al di fuori degli adepti ai riti oscuri che lì si compivano, era mai entrato nella palude di Grykoo facendone poi ritorno. Nessuno era sopravvissuto a quel suolo blasfemo per poterne portare testimonianza.
Nel proseguire, ormai d’istinto, in quell’esplorazione, una vecchia ballata riaffiorò dai ricordi di Midda, quasi a volerle tenere compagnia nel tragitto mortale.

Ferse nella notte lesto andava,
nel petto tremante mesto portava:
un sentimento da tempo cercato,
che il suo cuore aveva negato.

Quando Morte in vita lo guardava,
un uomo morto in egli trovava:
non nell’amore aveva sperato,
non il riposo avea conquistato.

Ferse nella notte lesto andava,
nel petto tremante mesto portava:
un male che l’aveva ammazzato,
nella fossa lo aveva gettato.

Quella storia il becchino cantava,
della triste fine d’egli narrava:
se la pace l'aveva ignorato,
l’uomo restava non dimenticato.

Ferse nella notte lesto andava,
nel petto tremante mesto portava:
un infelice e meschino fato,
che a vendetta lo avea legato.

Quando al fin...

Ma le parole di quella canzone, insieme alla ricordo della vendetta di Ferse, soffocarono nella sua mente nel momento in cui Midda scorse una luce in lontananza: era infine giunta, ovunque quel tunnel l’avesse condotta.