Midda's Chronicles - le Cronache

News & Comunicazioni

Posso dirlo?!

Sì, dai... fatemelo dire!
Cioè... so che non dovrei emozionarmi per aver concluso un racconto, dopo che in passato ne ho scritti più di quaranta senza mai fermarmi. Ma considerando come sono andate male le cose negli ultimi due anni, un momento di "celebrazione" credo di potermelo anche meritare!
Quindi lo dico...

Sono tornato!

Dopo cinquantatre episodi pubblicati quotidianamente, e senza esclusione di colpi, ieri abbiamo alfine salutato Maddie, conosciuta in RM 002 - Reimaging Midda: Camminando su vetri rotti.
E oggi... oggi iniziamo subito un nuovo racconto con RM 003 - Reimaging Midda: Il sapore familiare del veleno!

Ma... come?!
E i due racconti rimasti in sospeso (RM 001 - Reimaging Midda: Un altro morde la polvere e, soprattutto, 046 - Il viaggio continua)?!
No... non me li sono dimenticati.

E' solo che... permettetemi un po' di scaramanzia.
E' vero che dallo scorso 11 gennaio ho dimostrato di essere ancora in grado di pubblicare un episodio al giorno, ma quei due racconti incompleti, che pur voglio finire, lì vedo, poveri loro, un po' "sfortunati", nelle vicende che ne hanno accompagnato la publicazione.
In questo, se me lo permettete, preferisco dilettarmi con un'altra Midda "alternativa" (quindi sempre nella saga Reimaging Midda) prima di azzardarmi a provare a riprendere in mano il vecchio lavoro incompiuto...

Portate pazienza!
E grazie a tutti per l'affetto!

Sean, 5 marzo 2017

giovedì 30 marzo 2017

RM 088


Trascorse ormai quasi tre ore dall’inizio della missione, Lys’sh era riuscita a raggiungere i livelli più bassi, là dove, in accordo alle informazioni in loro possesso, avrebbero avuto a dover essere riconosciute qual presenti le merci più preziose per la Loor’Nos-Kahn, fra cui, ineluttabilmente, anche gli schiavi.
Per l’ofidiana, certamente, quella avrebbe avuto a doversi considerare la prova più difficile, giacché, se fino a quel momento era stato, dal suo punto di vista, sufficientemente semplice riuscire a dimostrare un certo distacco, una certa distanza emotiva dal contesto a lei circostante, nel mantenersi fermamente ancorata alla consapevolezza della propria missione, del perché ella fosse lì e di quali avrebbero avuto a dover essere considerate le sue effettive priorità; meno ovvio, meno banale avrebbe avuto a dover essere considerato quello stesso comportamento applicato a una situazione in cui, innanzi al proprio sguardo, non avrebbe avuto a dover essere considerata qualche cassa di droga, o di altre merci più o meno illegali, quanto e piuttosto, drammaticamente, tragicamente, delle persone, umane o chimere che essi fossero. Stipate all’interno di gabbie di diverse dimensioni, erano lì ordinati, non diversamente da altre merci, e da merci inanimate, uomini e donne, bambini e bambine, di diverse età, di diverse razze, alcuni dei quali caratterizzati, ancora, da una qualche insofferenza all’evidenza della propria condizione e pur, la maggior parte dei quali, contraddistinti, altresì, dall’assenza di qualunque tentativo di ribellione, da qualunque barlume di agitazione, nell’essersi, chiaramente, ormai rassegnati all’evidenza della loro situazione, certi di come, ormai, le loro stesse vite non avrebbero avuto più a doversi riconoscere qual realmente tali. E osservare così tanta gente, forse un migliaio di gabbie, forse più, in tal maniera privata non soltanto della propria libertà, ma, persino, della propria identità, e del diritto stesso a considerarsi vivi, non avrebbe potuto essere banalizzabile qual uno spettacolo di minor conto, uno scenario innanzi al quale potersi permettere di proseguire quasi nulla stesse lì accadendo… neppure per una donna straordinariamente addestrata, e dotata di grande autocontrollo, qual pur Har-Lys’sha era e avrebbe avuto a dover essere riconosciuta.
Non fosse stata allor legata a una missione di ordine maggiore, di importanza più ampia, qual quella volta a demolire, allora, non soltanto l’orrore lì innanzi impostole, ma anche, e ancor più, l’intero, terribile, inaccettabile e imperdonabile, sistema che, tutto quello, stava comunque non soltanto giustificando, quanto, e piuttosto, alimentando e mantenendo; Lys’sh probabilmente non avrebbe resistito all’impulso di reagire innanzi a tutto quello, malgrado il rischio, in tal modo, non soltanto di farsi ammazzare, ma anche di tradire Carsa e tutti gli altri loro compagni, nell’ubbidienza a un impulso estemporaneo. Tuttavia, il pensiero di quanto, di lì a breve, tutti gli appartenenti alla Loor’Nos-Kahn l’avrebbero pagata, e pagata cara, per quell’orrendo crimine, le permise di trattenersi, di mantenere ancora un certo autocontrollo, tale da farla permanere nelle ombre, lontano dall’attenzione di tutti, schiavi inclusi, per quanto, obiettivamente, l’unica cosa che allor avrebbe potuto desiderare sarebbe stato scattare in avanti ad aprire quelle gabbie, liberando coloro lì rinchiusi.
E se, dal proprio punto di vista, Lys’sh stava pur mantenendosi coerente con quanto pianificato, con quanto ella avrebbe avuto a dover compiere, sebbene non senza una certa fatica, un certo sforzo, il fato parve volerle rendere i giochi meno semplici nel porla a confronto, nel proseguo di quell’esplorazione, con un gruppo di gabbie popolate, al loro interno, da altri ofidiani. Ofidiani che, a differenza sua, avrebbero probabilmente avuto a doversi riconoscere persino come purosangue e, in questo, contraddistinti da qualche abilità a lei negata, fra cui una certa sensibilità alle radiazioni infrarosse, tali da poter loro permettere di distinguere la realtà attraverso le proprie emissioni di calore e, in ciò, tali da vanificare qualunque impegno, da parte della giovane mezzosangue, a mantenersi discretamente da parte, così come, con tanto sforzo, ella stava tentando di fare…

« Traditrice della tua specie! » inveì un giovane ofidiano, evidentemente ancor caratterizzato da una certa combattività, da un certo rifiuto nei confronti di quella situazione, equivocando, tuttavia, la presenza di Lys’sh qual quella di un’avversaria, di un membro della Loor’Nos-Kahn, non avendo ragioni per ipotizzare altro, in quel particolare momento, in quel particolare contesto « Come puoi fare questo ai tuoi simili?! Come puoi restare lì a guardarci, gioendo silenziosamente della nostra disgrazia?! »

Nel profondo del proprio cuore, la giovane non poté ovviare a inveire, giacché, per quanta discrezione avesse potuto aver impiegato sino a quel momento, per quanti trucchi potesse aver adoperato per ingannare i sensori ambientali di quel luogo e discendere sino a quel livello, difficile sarebbe stato riuscire a passare inosservata nel momento in cui, come allora, qualcuno si fosse rivolto direttamente a lei: tutto ciò era male… e, se non avesse agito rapidamente, sarebbe potuto essere soltanto peggio.

« Non è come puoi pensare. » sussurrò, in un alito di voce, ben consapevole di quanto poco sarebbe stato sufficiente per essere udita da un suo simile, molto meno di ciò che avrebbe potuto essere considerato udibile alla maggior parte delle altre specie, umane o chimere « Non sono della Loor’Nos-Kahn. »
« Traditrice! » insistette quello, altresì a tono di voce decisamente più vivace, tanto da iniziare, in tal senso, ad allarmare anche altri prigionieri lì vicino, ofidiani e non, i quali iniziarono a interessarsi a quanto stesse lì accadendo.
« Per la dea… taci, sciocco! » sussurrò di rimando la giovane guerriera, cercando di imporre il silenzio in quel frangente, in quella situazione che, da un istante all’altro avrebbe potuto generare « Fra poche ore sarete liberi. E i vostri carcerieri saranno morti. » profetizzò, in quella che non avrebbe avuto a dover essere considerata una possibilità, un’ipotesi, quanto una certezza, una sentenza già emessa e che presto sarebbe stata eseguita « Ma ora devi tacere… »

Per quanto Lys’sh stesse allor parlando con il cuore in mano, sinceramente colpita da quella situazione, da quella vicenda, e non soltanto nella presenza di propri simili, per risolvere la quale avrebbe voluto intervenire anche immediatamente, trattenendosi solo nella consapevolezza di quanto incredibilmente stupido sarebbe stato, da parte sua, qualunque gesto istintivo in tal contesto; così come in una partita di chaturaji, il fato aveva espresso il proprio volere attraverso un tiro sfavorevole di dado, che, a prescindere da quanto ella avrebbe potuto desiderare o meno, la stava costringendo ad agire, e ad agire in termini estremamente pericolosi, per la propria stessa sopravvivenza. E quel tiro sfavorevole, purtroppo, non fu il solo, giacché, nell’averla posta a confronto con un prigioniero ancor non completamente sottomesso alla propria condizione, la sorte non le permise di avere successo, in maniera tanto semplice, nel calmarne i nervi, nel stemperarne l’ira: una reazione comprensibile, assolutamente condivisibile quella dell’uomo, e che pur, in tal contesto, avrebbe comportato soltanto guai…
… guai come quelli che, ineluttabilmente, non mancarono di materializzarsi nel contempo della terza accusa, a discapito della donna, di essere soltanto una traditrice della propria specie, e di materializzarsi, nella fattispecie, in una coppia di guardie che, avvertendo un po’ di trambusto, ebbero ad accorrere nella direzione di quel gruppo di gabbie, per accertarsi di cosa potesse star accadendo.

« Dannazione… » ringhiò, quasi, la giovane, nell’avvertire distintamente i passi in rapido avvicinamento, e nel cercare di analizzare, nei pochi secondi rimastile, la situazione, a comprendere in qual maniera potersi permettere di affrontare quella situazione, fondamentalmente allor semplificabile soltanto in due direzioni: la lotta o la fuga.

E, non dimenticando di non essere lì da sola, con una rapida pressione sull’anello comunicatore, ebbe a premurarsi di comunicare alla propria sorella d’arme quanto, di lì a un istante, sarebbe accaduto.

mercoledì 29 marzo 2017

RM 087


Nel mentre in cui Desmair, a bordo della Jol’Ange, stava allor cercando occasione di sfogo nell’intrattenersi con Nissa, poco distante, a bordo della Kriarya, la situazione non avrebbe potuto essere riconosciuta qual particolarmente più serena.
In accordo, infatti, con l’analisi compiuta dal flegetauno, Howe e Be’Wahr, ma anche la stessa Guerra, avrebbero avuto a doversi considerare particolarmente insofferenti a quel momento di attesa, alla pazienza loro richiesta nel confronto con la missione a scopo di ricognizione che stava allor venendo condotta da Lys’sh e Carsa e, per quanto, a differenza di Desmair, stessero impegnandosi a non darlo troppo a vedere, la tensione lì presente, e con la quale soltanto Ma’Vret e Heska restavano, proprio malgrado, a confrontarsi qual fronte più razionale, più controllato, complice sicuramente il proprio spirito genitoriale. E se, per ingannare il tempo, sulla Jol’Ange era stata scelta la soluzione del solitario, almeno per quanto concernente Desmair, sulla Kriarya, Midda, Heska e Howe avevano deciso di dilettarsi in un grande classico del loro comune passato, con il quale, molti momenti di attesa, erano stati piacevolmente colmati: il chaturaji, o gioco dei quattro re.

« So di fornire a qualcuno dei presenti un’ottima occasione per beffeggiarmi… » premesse Be’Wahr, implicando, in maniera tutt’altro che velata, il coinvolgimento in tal senso del fratello di una vita intera, laddove, avendone l’occasione, Howe non si sarebbe certamente tirato indietro all’idea di deriderlo « Tuttavia… mi sto annoiando. »
« Potresti unirti a noi… abbiamo ancora un posto libero. » osservò Heska, sorridendo con dolcezza verso il compagno di squadra, con una premura innanzi alla quale i cuori di molti uomini si sarebbero inevitabilmente sciolti, nell’amore più puro che ella sapeva ispirare.
« Se il tuo cervello fosse in grado di rammentare la dozzina di regole alla base del chaturaji, potresti unirti a noi… » si affrettò a puntualizzare Howe, non desiderando, come previsto, rinunciare a quell’occasione, troppo propizia per poter essere ignorata, soprattutto in un contesto fin troppo tranquillo qual quello che era stato loro lì forzatamente imposto « … purtroppo sappiamo bene che Lohr non è stato particolarmente clemente nei tuoi riguardi, al momento di dispensare l’intelletto. »

Gioco estremamente antico, il chaturaji era stato concepito fino a un massimo di quattro giocatori, in uno squisito miscuglio di abilità strategica e intervento del fato, riuscendo in tal maniera a rappresentare in termini estremamente realistici la complessità di una battaglia: una battaglia nel corso della quale le sorti del conflitto stesso non avrebbero avuto a poter essere definite fino a quando ancora un pezzo fosse rimasto sulla scacchiera, fosse questo anche l’ultimo dei pedoni; e, parimenti, l’esito finale della quale non avrebbe avuto a poter essere considerato qual mera espressione della preparazione strategica di un fronte, giacché, anche la più straordinaria mente tattica avrebbe potuto essere facilmente sconfitta per un drammatico tiro di dado, volto a costringerlo a muovere l’unico pezzo che mai, in quel frangente, avrebbe voluto spostare.
Era stata Midda, diversi cicli prima, a introdurre la pratica del chaturaji come occasione di disimpegno mentale, di svago, nei momenti di necessaria pausa nel corso di una guerra, fra una battaglia e l’altra. Era un gioco che, sia lei, sia Nissa, avevano sempre adorato, fin da bambine, ed era un gioco che, proprio in conseguenza della straordinaria peculiarità delle proprie regole, avrebbe avuto a dover essere considerato estremamente propedeutico per ricordare a tutti i membri della loro squadra, della loro famiglia d’arme, quanto umile avrebbe avuto a dover essere sempre l’approccio di chiunque nei confronti della guerra, giacché, in guerra, il più potente dei sovrani e l’ultimo degli scudieri avrebbero potuto contribuire nell’identico modo, tanto al risultato migliore, quanto a quello più devastante. E, non a caso, il tiro di dado volto a imporre il movimento del re o del pedone avrebbero avuto a doversi considerare equivalenti all’interno delle regole del chaturaji.

« … questa te la sei cercata… » commentò Ma’Vret verso Be’Wahr, scuotendo il capo nel confronto con la nota sollevata da Howe, preventivamente divertito all’idea dell’ineluttabile discussione che, allora, sarebbe scaturita fra i due.
« Non è che non sia in grado di ricordare le regole del gioco! » protestò il biondo, scuotendo il capo, contrariato alla provocazione da parte del fratello « E’ che non capisco come possa… »
« La chiave di lettura è nel verbo da te utilizzato… capire. » incalzò Howe, non tradendo le aspettative di tutti nel non concedere all’altro neppure il tempo di terminare la frase per imporgli un altro affondo « Non desidero apparire crudele nei tuoi confronti, ma devo dirtelo: capire è qualcosa che, da sempre, va ben oltre le tue più rosee speranze. »
« Spiritoso… » commentò, per poi cercare di ignorarlo e riprendere la frase interrotta « Dicevo che non riesco a capire come possa, questo gioco, essere considerabile pari alla simulazione di una battaglia. » riuscì a terminare la frase, storcendo appena le labbra verso il basso « Non nego che possa essere appassionante… ma da questo, a considerarlo un gioco di guerra, sinceramente ne passa, dal mio personalissimo punto di vista. »
« Già… » annuì l’altro, dimostrandosi assolutamente serio nell’accogliere l’argomentazione in tal maniera prodotta dal fratello « Dopotutto di tratta addirittura di riuscire ad astrarre la realtà… cioè… lo comprendo… non è che si possa pretendere molto dalla tua fragile mente. »

Osservando la scena dall’esterno, seguendo quello scambio di battute neppur così innocenti o innocue, chiunque avrebbe potuto attendersi che, da un momento all’altro, il biondo potesse scattare in avanti, per reagire con violenza fisica alla violenza verbale della quale si stava ponendo chiaramente vittima. Ciò non di meno, ciò non accadde. Perché, osservando la scena dall’interno, seguendo quello scambio di battute con gli occhi dei loro fratelli e sorelle d’arme, di coloro che per tanti anni avevano vissuto e combattuto fianco a fianco con quella coppia nei più diversi angoli dell’universo conosciuto, sarebbe stato altresì evidente come, in fondo, Howe e Be’Wahr stessero conducendo un loro personalissimo gioco. Una partita, quella in corso, con regole non codificate, e lunga quanto una vita intera, nel corso della quale avrebbero potuto anche insultarsi reciprocamente in modi più o meno aggressivi, avrebbero potuto anche stuzzicarsi verbalmente a volte con originalità, a volte senza eccessivi sforzi in tal senso, e pur, parimenti, senza mai realmente mancarsi di rispetto, nell’esistenza, fra loro, di un rapporto trascendente qualunque possibile ingiuria, in un legame persino più forte di quello derivante dal sangue, e tale da non permettere a nessuno dei due di concepire la propria vita senza quell’amico, quel fratello di sempre.
Così non Midda, non Heska, non Ma’Vret, ebbero a preoccuparsi per quella discussione, per quell’ennesimo litigio fra i due, nella ferma consapevolezza di quanto, all’atto pratico, altro non avesse a doversi che interpretare qual il tentativo di Be’Wahr di contrastare la noia pocanzi denunciata.

« Sei consapevole, vero, che se la mia mente fosse stata così fragile, a questo punto ti avrei probabilmente già fatto a pezzi, non avendo possibilità di sopportare tanta ostilità da parte tua…? » questionò il biondo Be’Wahr, aggrottando la fronte e incrociando le braccia sotto il petto, a enfatizzare, in tal modo, la propria già voluminosa presenza, nel tentativo di incutere timore all’interlocutore.
« Ostilità…?! » ripeté Howe, con forzata sorpresa nella propria voce, colto apparentemente in contropiede da quell’ultima affermazione, se pur per ragioni diverse da quelle che avrebbero potuto essere facilmente fraintese « E questa cosa dovrebbe essere…? La tua nuova parola del giorno?! » esplicitò, nell’escludere, in tal maniera, che il fratello avrebbe avuto altresì realmente la possibilità di conoscere tale significante e il suo significato.

martedì 28 marzo 2017

RM 086


« Posso dire di essere stanco di aspettare…? »

A esprimere tale lamento, nel mentre in cui, con fare annoiato, ebbe a passarsi le enormi mani sul grottesco volto, fu Desmair, il quale, sinceramente, avrebbe preferito ovviare all’inutile perdita di tempo per lui rappresentata da quella missione esplorativa, in favore di un’azione più diretta, di un intervento più deciso, anche azzardato e, ciò non di meno, più appagante, più divertente, rispetto a quella, per lui estenuante, attesa per il ritorno di Carsa e Lys’sh.
Le due donne erano via già da un paio di ore e, secondo i piani concordati, nessun allarme avrebbe avuto a dover coinvolgere il resto della squadra prima di almeno altre due ore, giacché, nel considerare l’ampiezza del luogo, della roccaforte nella quale esse si erano sospinte, soltanto sciocco, superficiale, sarebbe stato presumere un tempo inferiore per garantire loro occasione di raccogliere sufficienti informazioni prima di fare ritorno. Ciò non di meno, quella paziente attesa non si conciliava in maniera spontanea, naturale, con i caratteri di tutti i presenti. Al contrario…

« Considerando che è forse la sesta volta che lo ripeti, ritengo che tu abbia piena facoltà di dirlo. » osservò Nissa, non senza una certa contrarietà a tal riguardo « Per quanto ciò mi dispiaccia… » evidenziò, a non lasciare tutto ciò qual mero sottinteso, non volendo concedere all’interlocutore scusa utile a equivocare il significato di quel suo commento.
« Non biasimarmi. » suggerì egli, scuotendo il grosso e pesante capo ornato da corna, la punta delle quali, quasi, giungeva a sfiorare il soffitto dell’interno della nave, quand’egli si poneva in piedi, qual pur, in quel particolare momento, non era, nell’ingannare il tempo seduto, giocando a solitario con un mazzo di carte trovato a bordo della Jol’Ange, la nave su cui era imbarcato insieme al proprietario della stessa, Salge, alla cacciatrice un tempo al servizio di suo padre, Ja’Nihr, a Duva, alla stessa Carsa e, ovviamente, alla sorella di Guerra, con cui, in quel frangente, si stava riservando occasione di discussione « Io, per lo meno, sto dicendo quello che penso… al contrario di un po’ dei nostri amichetti qui attorno. »

Invero, oltre a Desmair, per quanto diversamente da lui non così espliciti, diretti, persino sfrontati, nel prendere posizione a tal riguardo, avrebbero avuto a dover essere considerati altri elementi in favore a un diverso approccio, fra coloro a bordo delle due navi attraccate al porto lunare. E di questo, un manipolatore nato qual egli era, non avrebbe potuto ovviare a rendersene perfettamente conto.

« Cosa vorresti lasciar a intendere…? » questionò la donna, replicando più per disattenzione che per reale interesse a quel proposito, soprattutto laddove, obiettivamente, ella non avrebbe voluto concedere a quell’essere ulteriori legittimazioni a parlare, a insistere nella direzione lungo la quale egli già troppo aveva indugiato in quelle ultime due ore « … no. Non mi rispondere. Non voglio saperlo. » tentò di correggersi, rendendosi tardivamente conto del proprio errore, della disattenzione che l’aveva così contraddistinta.
« Che non sono l’unico che preferirebbe un approccio contraddistinto di minore esitazione. » asserì sorridendo, sinceramente felice per la domanda destinatagli, dal momento in cui, in tal maniera, avrebbe potuto permettersi di alzare la posta così come, fino ad allora, non si era ancora osato compiere « O vuoi fingerti così tanto ingenua da non comprendere, da non immaginare quanto tu sorella, innanzitutto, ma anche Duva e Salge, qui presenti, e, probabilmente, Howe e Be’Wahr, sull’altra nave, sarebbero decisamente più appagati dal poter danzare all’interno di una violenta battaglia rispetto a marcire nell’immobilismo così impostoci…? »

Duva e Salge, ovviamente abbastanza prossimi dal poter udire senza alcuna fatica, senza la benché minima possibilità di fraintendimento, le parole in tal maniera scandite, non riuscirono a ovviare a scambiarsi uno sguardo chiaramente imbarazzato, sinceramente colpevole, così come se fossero stati sorpresi a fare qualcosa di proibito, qualcosa nel merito del quale non avrebbero avuto a doversi sospingere, rei e colti, in tutto questo, in piena flagranza di reato.
Non una parola, quindi, ebbero coraggio di pronunciare nel cercare di smentire l’accusa loro rivolta, così come, del resto, non una parola fu quella che Nissa ebbe cuore di sollevare a difesa della propria gemella, il cui carattere, la cui irruenza, indubbiamente avrebbero dato ragione a Desmair e alla sua non gratuita osservazione: e il fatto stesso in base al quale, in quel momento, era stata garantita a Carsa e Lys’sh la possibilità di anticiparli, in una ricognizione valutativa nel merito di quell’edificio, di quella roccaforte sepolta, altro non avrebbe avuto a dover essere letto se non l’impegno ad agire con adeguata prudenza, nel rispetto di una necessaria pianificazione, invero più espresso per volontà della stessa Nissa Bontor che della sua identica consanguinea Midda Bontor.

« Il tuo silenzio è la più palese conferma di cui avrei mai potuto avere necessità… » osservò il flegetauno, non privo di evidente soddisfazione personale, nel porre in scacco l’interlocutrice, dopo che questa gli aveva riservato un comportamento così chiaramente indisponente, quasi avesse a doversi scusare per qualcosa anche ove, invero, innocente sotto ogni punto di vista… o, quantomeno, non più colpevole rispetto ad altri loro commilitoni « E dimmi… a dividerci in questa maniera, a bordo delle due navi, sei stata tu o Midda? » incalzò, non pago del successo in tal maniera appena riportato « Perché, probabilmente, fossimo stati tutti insieme, la tua sorellina, senza qualcuno di più prudente, di più misurato a frenarci, a quest’ora ci saremmo già avviati a trovare una più rapida conclusione all’intera questione… » ipotizzò, in implicito riferimento agli stessi nomi pocanzi elencati, coloro che, probabilmente, meno pazienza si sarebbero riservati, altrimenti.
« Il tuo punto qual è, Desmair…? » intervenne Ja’Nihr, prendendo voce nella questione in supporto a Nissa, non avendo piacere nel concedere al sodale, al fratello d’arme, di insistere a sproposito in quella direzione, nell’intuirne le ragioni, non con minore acume rispetto a quanto da lui dimostrato « Perché, per come la vedo io, stai cercando occasione di attaccar rissa con Nissa soltanto per ingannare il tempo… »

E, in questa occasione, fu il turno della chimera di tacere, giacché la cacciatrice, dalla propria, avrebbe potuto vantare non minor ragione di quanta egli potesse aver pocanzi dimostrato nel cogliere i limiti dei caratteri degli altri, degli animi irrequieti dei loro compagni e compagne che, allorché attendere, avrebbero preferito agire. Un’inquietudine che, egli, aveva quietamente ammesso di condividere e che, in effetti, altra non avrebbe avuto a dover essere identificata alla base di quella piccola polemica, possibile propizia occasione per garantirgli di spendere qualche minuto, qualche dozzina di minuti se la questione si fosse adeguatamente ingigantita, dietro a quella polemica obiettivamente fondata sul nulla.
Ma se anche, in un primo istante, Desmair accusò il colpo, il silenzio nel quale ebbe estemporaneamente a rifugiarsi non durò a lungo, laddove, pur in tal modo scoperto nelle proprie intenzioni, la questione avrebbe potuto ancora concedergli qualche minuto di svago se avesse giocato adeguatamente le proprie metaforiche carte, in quella nuova partita, condivisa, prima, con Nissa e, poi, con Ja’Nihr, decisamente più interessante dell’inutile solitario per lui in corso nel contempo…

« E se anche fosse…? » replicò pertanto, stringendosi fra le spalle quasi a minimizzare il valore di quell’implicita ammissione di colpa « … tutto questo è così dannatamente noioso che, francamente, il mio impegno a trovare un modo per ingannare il tempo avrebbe a dover essere esaltato nella propria iniziativa, anziché ostracizzato. »