Midda's Chronicles - le Cronache

News & Comunicazioni

Ed eccoci giunti, con l'episodio 1555, al termine di "Pastorale", il proseguo naturale del precedente "Flagello".
Due racconti sufficientemente insoliti nel contesto quotidiano di Midda Bontor, non tanto per l'insorgere di un nuovo, misterioso avversario qual la Progenie della Fenice, quanto più per le decisioni che si è ritrovata costretta a compiere, per la prima volta non agendo in totale libertà, ma ubbidendo a un fato che, proprio malgrado, qualcun'altra ha scritto per lei... Nissa Bontor, ovviamente!

Conclusi "Flagello" e "Pastorale", da domani avrà inizio un nuovo racconto, completamente slegato dalla stretta continuità degli ultimi e, in effetti, facente un certo riferimento a "Futuro", nel quale Midda, ormai quarantenne, con capelli cortissimi e un braccio robotico in sostituzione alla propria consueta protesi, vagava per l'universo, in cerca di nuove, straordinarie avventure.

Non vi anticipo di più... e vi do appuntamento a domani con "Guerra"!

Sean, 22 aprile 2012

venerdì 18 maggio 2012

1581


S
u un fronte i passi del gigantesco demone, ipoteticamente pesanti, ingombranti almeno quanto lui, ma, al contrario, incredibilmente leggeri. Sull'altro i passi della donna guerriero, forse non condotti a due piedi dal suolo, così come, chissà, Fu-Nahn avrebbe preferito che fosse, ma egualmente rapidi ed egualmente leggeri, qual solo ci si sarebbe potuti attendere da parte di una tale, elegante figura. Al centro la distanza esistente fra loro, ogni istante sempre inferiore, ogni attimo sempre più risicata, destinata a una drammatica conclusione, a una tragica scomparsa. E nulla di tutto ciò, non il timore dell'imminente scontro, non la preoccupazione per ciò che avrebbe potuto animare i movimenti dell'avversario, sembrò importare ai due contendenti, ai due sfidanti, vedendoli sempre più decisi a ricercare il reciproco annichilimento.
Il primo a sperare di colpire fu l'oni. Egli, roteando la propria lama attorno al proprio corpo, con l'eleganza di un guerriero esperto di Hyn, condusse quell'abnorme arma in direzione delle gambe della propria antagonista, ora deciso, evidentemente, a cercare di immobilizzarla ancor prima di finirla, con un movimento ipoteticamente inatteso che, da parte dell'altra, avrebbe potuto ottenere solo stupore, sorpresa e, soprattutto, dolore. La prima, altresì, a colpire fu Guerra. Ella, cogliendo la traiettoria della spada nemica, non si fece sorprendere dalla medesima, e sebbene non in grado di saltare sulla sua parte piatta così come il monaco si sarebbe certamente divertito a compiere, saltò oltre la medesima e, da lì, verso il possente corpo avversario, tendendo la propria destra in avanti, a cercare una qualunque presa, e la propria sinistra indietro, a caricare il colpo. E se la destra trovò quanto desiderato all'altezza delle spalle dell'avversario, aggrappandosi in prossimità al collo del medesimo e affondando all'interno delle sue carni con violenza sovrumana, con la forza che solo la tecnologia le avrebbe potuto offrire; la mancina non si sottrasse al proprio compito e, con non meno decisione, mosse la spada bastarda a cadere perpendicolare sul cornuto cranio avversario, senza la benché minima remora nei confronti di un'azione tanto distruttiva. Un fendente, quello da lei in tal modo guidato, che fece letteralmente esplodere la testa dell'oni, aprendola in due sino al collo.
Per quanto immortale, e capace, come già verificato, di un'incredibilmente rapida rigenerazione dei propri tessuti feriti, o, addirittura, mutilati, un colpo come quello non riuscì a compiacere l'oni, il quale, necessariamente, arrestò la propria furia, il proprio furore, nella necessità di ritrovare l'integrità perduta prima di impegnarsi in nuovi azzardi. Integrità, tuttavia, che Guerra non volle concedere, non volle permettere, mantenendosi ben salda alla spalla sinistra dello stesso con la propria mano destra e, rapida, lasciando ricadere più e più volte la propria spada su quel capo già martoriato, al punto da ridurlo, effettivamente, nella carne trita promessa e, peggio, dal dividerlo completamente dal proprio collo. E troppo tardi l'oni si rese conto di quanto ella stava compiendo, lasciando perdere la propria esitazione e cercando, allora, di strapparla via da sé con l'ausilio delle proprie enormi mani: quanto ella desiderava, era ormai compiuto.

« Sì. Per Thyres! Sì! » esclamò, quasi gridò, ella con aria indubbiamente soddisfatta nella propria lingua natia « Questa è la cara, vecchia Figlia di Marr'Mahew che mi mancava! »

Parole, quelle allora pronunciate, che sarebbero risultate prive di significato all'attenzione di qualunque autoctono, non tanto per la lingua da lei adoperata, quanto più per i termini da lei utilizzati, primo fra tutti quel Figlia di Marr'Mahew che ella aveva chiaramente rivolto verso se stessa.
In verità, tale nome non avrebbe dovuto poi essere considerato tanto diverso da quello che aveva adottato nelle terre di Hyn per mantenere un minimo di riservatezza, ove in alcune isolette estremamente lontane da lì, dall'altra parte del mondo conosciuto, Marr'Mahew era venerata qual dea della guerra. E, con un tanto stretto riferimento alla medesima, ella era stata rinominata quasi vent'anni prima per indubbi meriti bellici, qual soli sarebbero potuti derivare da una sfida fra lei stessa, sola e armata della propria attuale spada e del martello da fabbro che probabilmente l'aveva forgiata, e ottanta pirati, testa in più, testa in meno, che ella aveva completamente sterminato.
Esaltante era stata, quindi, quella sua rivalsa contro l'oni, così come sottolineato, enfatizzato dalle proprie parole invocanti, in maniera più che trasparente, una giovinezza troppo spesso rimpianta qual perduta. Perduta, tuttavia, essa non era ancora: non, quantomeno, ove ella era ancora capace di dimostrarsi tanto combattiva, tanto agguerrita qual in quel momento si era dimostrata. E nel momento in cui l'oni cercò la sua carne, e con essa una vendetta, ella non si offrì inerme, non si offrì stanca o demotivata, avendo, al contrario, ritrovato tutta l'energia prima apparentemente dimenticata, tutta la forza e tutta l'agilità che nella propria rabbia, nella propria ira, era stata precedentemente obliata e che, in quelle azioni, e nel salto che le concluse, e che le evitò la spiacevole violenza del proprio antagonista, era stata ritrovata, era stata riconquistata e, soprattutto, palesata al mondo.
Con una capriola all'indietro, ella sfuggì all'abbraccio mortale dell'oni, e con una capriola in avanti, ella tornò a lui, agendo nella medesima direzione da lui progettata a suo discapito. Ragione per cui, con un ampio tondo roverso, china al suolo al punto tale da essere quasi lì sdraiata, ella colpì e spazzò le gambe del mostro suo antagonista, amputandole di netto poco sopra le caviglie e negandogli, in conseguenza, ogni possibilità di equilibrio, ogni speranza di mantenere posizione eretta. O, per lo meno, tale sarebbe realmente stato se avesse impedito, in qualche modo, una speranza di rigenerazione; saldo motivo per il quale non volle limitarsi a quella singola azione ma, non appena conclusa, fece perno sul proprio piede sinistro al fine di roteare sul medesimo e, con la gamba destra, andare a colpire il nemico, sperando di gettarlo a terra e, in tal modo, di separarlo dai propri piedi. Ma ciò non avvenne. Non, in effetti, nei termini in cui ella aveva sperato, dal momento il cui, pur riuscendo a raggiungerlo, egli non perse l'equilibrio e, soprattutto, le gambe si offrirono già rinsaldate ai corrispettivi piedi.

« D'accordo… sono stata troppo ottimista ora. » commentò ella, ancora nella propria lingua madre, rotolando all'indietro prima che l'oni potesse avere occasione di afferrarla, pur muovendosi alla cieca nell'assenza di un capo sopra il suo collo per direzionarlo a colpo sicuro « Questo te lo permetto… »

Un fallimento in conseguenza al quale ella non volle perdere la fiducia nelle proprie possibilità, ormai completamente dimentica non solo della fatica, ma anche di tutti i troppi colpi già incassati. E così, prima che qualunque altro fattore potesse restituire al suo avversario la testa perduta, ella scattò nuovamente verso di lui e con non poca incoscienza, ancor più che audacia, allungò la propria mano destra ad afferrare saldamente l'enorme lama nemica per far cadere sul suo braccio, nel contempo, la propria bastarda, amputandolo al di sotto del gomito e trascinando, rapidamente, l'avambraccio lontano dal resto del corpo per ovviare a qualunque possibilità di rigenerazione.
Un'azione temeraria che, tuttavia, non si dimostrò vana, non si presentò qual priva di un proprio giusto fine ultimo quale, innanzitutto, il negare al proprio avversario una pericolosa risorsa, quella smisurata spada e, poi, non meno importante, infliggergli un nuovo danno, un danno che, speranzosamente, non avrebbe potuto riparare tanto rapidamente. Non, per lo meno, mutilando nuovamente quella frazione di braccio separando la mano, ancora stretta attorno all'impugnatura, dal resto all'altezza del polso e lanciando le due parti in direzioni antitetiche, nel folto della foresta.
Prima o poi, certamente, l'oni sarebbe riuscito a ritornare intero… ma se ella fosse riuscita a dividerlo in tanti, piccoli, frammenti, il tempo in cui tale mostro avrebbe potuto recuperare la propria integrità sarebbe stato più che sufficiente ad allontanarsi di lì, lasciando alle proprie spalle solo l'epica di quello scontro.

« Ottimo… » commentò dopo aver scaraventato, in grazia alla potenza dell'idrargirio, la mano verso est e l'avambraccio verso ovest « Testa e braccio destro andati… ora a chi tocca?! » domandò, forse canzonando il proprio avversario o, forse e più semplicemente, enfatizzando quel proprio successo per concedersi la carica utile a proseguire l'opera così iniziata.

giovedì 17 maggio 2012

1580


« "I
o desidero che tu sia mia allieva, affinché tu possa vincere ogni battaglia… del tuo corpo e, soprattutto, del tuo spirito." » ripeté la donna, fra sé e sé « … tsk… »

Fu-Nahn, il monaco guerriero propostosi qual maestro per Guerra, non aveva voluto lasciar dubbi nel merito delle proprie motivazioni. Motivazioni che, a ben vedere, ella sarebbe dovuta mostrarsi ben lieta di abbracciar qual proprie, nella necessità di rimediare ad alcuni errori del passato, le cui conseguenze stava ancora subendo nel tempo presente. Tuttavia, forse per orgoglio, forse per anzianità, ella non si riuscì a considerare tanto lieta all'idea che chi, potenzialmente, sarebbe potuto essere suo figlio, o suo nipote addirittura, si volesse prodigare per insegnarle nuovi modi nei quali combattere.
Dopotutto, il suo stile di combattimento, per quanto ovviamente facente proprie alcune pezze, si era sempre dimostrato più che idoneo a concederle quanto da lei desiderato, a permetterle di ottenere vittoria nel confronto con qualunque insidia per il raggiungimento di qualsiasi traguardo. Eppure, al di là di simile certezza, tale inappellabile verità, altrettanto vero avrebbe dovuto essere considerato come da quanto ella aveva messo piede in Hyn, già troppi erano stati i pugni e i calci che aveva dovuto subire da parte di troppe persone, gente che, se non si fosse prodigata in troppe pirolette, ella sarebbe stata certamente in grado di affrontare, ma al confronto delle quali, suo malgrado, i propri movimenti sembravano estremamente lenti, nonché privi di qualunque eleganza.
Ella, che in passato aveva potuto concedersi di beffare i propri avversari perché goffi e impacciati a suo confronto, ora aveva dovuto abituarsi a essere a sua volta derisa per eguale ragione, per quanto, ovviamente, sgradevole tutto ciò avrebbe dovuto essere considerato. Ma se tanto sgradevole era non riuscire a dimostrare competitiva con i combattenti locali, l'occasione a lei concessa da Fu-Nahn avrebbe dovuto essere accolta addirittura con entusiasmo, in quanto forse unica speranza, per lei, di poter riguadagnare un minimo di serenità, potendo competere finalmente alla pari con qualunque controparte.
Ma il monaco, non contento di averla già sufficientemente umiliata, l'aveva voluta porre un'altra spiacevole situazione, nel dubitare, nuovamente, delle sue concrete capacità. Motivo per il quale il completamento della missione di Guerra, per così come propostale dal molto onorevole Yu-Hine, avrebbe rappresentato, all'attenzione del suo nuovo, volontario maestro d'arme, la riprova di quanto, effettivamente, ella avrebbe dovuto essere riconosciuta qual una donna colma di potenzialità non pienamente sfruttate. Quasi come se ella avesse da dover rendere conto a qualcuno.
Purtroppo, per quanto sgradevole, quel gioco avrebbe dovuto essere condotto a compimento, laddove non era mai stata sua abitudine quella di abbandonare una missione senza forti ragioni a giustificare una tale scelta. Ragioni che, nonostante la presenza di un monaco ventenne desideroso di divenire suo maestro, ella non avrebbe potuto ravvisare nella propria situazione attuale.

« E' assurdo… » dialogò con se stessa, sottovoce « Dovrei essere più che lieta di aver trovato qualcuno desideroso di insegnarmi a volare, come sembra andar di moda in queste terre… e, invece, sono più arrabbiata che altro. » commentò, analizzando onestamente il proprio stato d'animo.
« Certo… » proseguì « Non si può negare come quel ragazzo sia arrivato con sin troppa fiducia in sé e nelle proprie capacità a impormi, ancor più che offrirmi, una tale opportunità. E questo, inevitabilmente, può compromettere le cose. »
« Che poi… da quando i segreti di un guerriero sono desiderosi di essere condivisi con dei perfetti estranei? Addirittura stranieri… » contestò, sempre meno convinta dal proprio presunto maestro « In genere, dovrebbe essere prioritario mantenere i propri segreti per sé. Non raccontarli al primo che passa. »
« Ovviamente io non sono la prima che passa. » si corresse, storcendo le labbra verso il basso « Ma lui che ne può sapere? Mi ha trattata pressoché come una bambina… Thyres… io una bambina! »
« Una bambina che parla da sola… » osservò, scuotendo il capo e imponendosi di tacere, prima di riservarsi il ruolo della pazza, per quanto all'interno di quella foresta non vi sarebbero dovuti essere troppi spettatori bramosi di giudicarla in un modo o nell'altro.

La vecchiaia, dal momento che dall'alto dei propri cinque decenni di vita solo di ciò ella avrebbe potuto parlare, non si stava rivelando così come l'aveva temuta. In verità, anzi, giunta a un'età che in Kofreya, regno di sua abituale residenza, avrebbe dovuto essere giudicata addirittura veneranda, ella non si sentiva per alcuna ragione al mondo giunta alla fine della propria esistenza, anche ove, talvolta, avvertiva di poter contare su energie minori rispetto a quelle di vent'anni prima. O anche solo di dieci anni prima.
L'idea di porsi, a mezzo secolo, nuovamente nel ruolo dell'allieva, la eccitava e la imbarazzava al contempo, quasi Fu-Nahn gli avesse fatto un altro genere di proposta, decisamente più intima. E, anzi, se il monaco avesse espresso qualche brama di tipo sessuale nei suoi riguardi, ella avrebbe probabilmente reagito con minor esitazione e sorpresa di quella che, oggettivamente, in quel momento la dominava.
Non che avesse desiderio di un nuovo amante, più che soddisfatta dal proprio attuale… seppur lì necessariamente non a lei prossimo.

« Così imparo a lasciare la mia casetta bella per avventurarmi in giro per il mondo a questa età… » sospirò ella, a conclusione di quel monologo. O, per meglio dire, di quel dialogo fra sé e sé.

Prim'ancora che nuovi pensieri in merito al proprio viaggio in Hyn, o a quella propria attuale avventura, potessero concederle occasione di distrazione psicologica, un sibilo alle proprie spalle la pose in guardia e la costrinse a gettarsi a terra, in ubbidienza a un mai obliato spirito di sopravvivenza. E nel momento stesso in cui il suo corpo si pose nuovamente a contatto con la terra e il sottobosco al di sopra della medesima, una grossa, gigantesca spada di Hyn attraversò l'aria sopra di lei, là dove un attimo prima sarebbe stata la propria schiena, spinta contro di lei da una forza disumana.
Una gigantesca spada, e una connessa forza disumana, che ella non poté avere dubbio alcuno nel riconoscere e che, in ciò, la trovò giustamente stupita…

« Dannazione! » esclamò, voltando lo sguardo verso il proprio avversario e, rapida, recuperando una postura eretta « Credevo che ne avresti avuto per un po'! »

Destinatario delle sue parole fu, allora, lo stesso oni che ella aveva precedentemente supposto di aver sconfitto e che, per nulla timoroso in conseguenza alle parole rivoltegli, era ritornato a lei, desideroso di una possibilità di riscatto, di una rivincita che Guerra, dal proprio punto di vista, avrebbe ben volentieri evitato, non bramando la vana dispersione delle proprie energie.
Purtroppo, al di là dei suoi desideri, la donna guerriero fu costretta a rendere conto ai propri sensi per ciò che essi le stavano comunicando, per l'enorme figura che, nuovamente integra, risanata da ogni precedente mutilazione, la stava ora raggiungendo, carica di una forza che difficilmente avrebbe potuto gestire, ma che, come già in passato in contrasto ad altri avversari, avrebbe dovuto trovare il modo di contrastare. Pena, la dichiarazione in tragici termini della propria inferiorità non solo innanzi all'oni e ai propri attuali mecenati, quanto e ancor più davanti al proprio quasi maestro, a cui mai avrebbe voluto riconoscere una tale soddisfazione.

« D'accordo! » esclamò a denti stretti, iniziando ad avanzare a sua volta verso il nemico ed estraendo la propria lama dal suo fodero « Se vuoi proprio essere ridotto in trita… ti accontenterò! »

mercoledì 16 maggio 2012

1579


I
rritata dall'apparente perfezione di quell'uomo, così come probabilmente molti lo erano stati per la sua in passato, la donna si domandò se, improvvisamente, il sole non avesse iniziato a ruotare all'incontrario attorno al suo pianeta. O, meglio, se il suo pianeta non avesse iniziato a ruotare all'incontrario attorno al sole. Perché ove ella, sino a qualche tempo prima, era celebre, non semplicemente nota, qual una guerriera infallibile, capace di dichiarare guerra agli dei e sopravvivere, ora sembrava essere divenuta più inetta dell'ultimo fra tutti gli scudieri, lenta e goffa come, poc'anzi, il suo avversario l'aveva voluta descrivere.
Ovviamente una tale idea non sarebbe potuta essere accolta di buon cuore, ragione per la quale, mettendo da parte ogni eventuale ragione di depressione, ella si pose con maggiore attenzione, con maggiore concentrazione nel confronto con il proprio avversario, purtroppo impossibilitata a sdrammatizzare la questione con qualcuna delle sue consuete battute. E nel mentre in cui la sua spada mancò il proprio obiettivo, ella lasciò partire un terribile montante con il proprio pugno destro, un colpo che, se solo fosse andato a segno, nel migliore dei casi avrebbe sospinto il monaco in alto nel cielo per una dozzina di piedi o forse più, o che nel peggiore dei casi ne avrebbe trapassato il petto da parte a parte, lì condannandolo a morte sicura.
L'uomo, ancora un volta, non si fece cogliere in contropiede da quel gesto. Al contrario, egli parve quasi attenderlo, ragione per la quale sciolse finalmente le braccia ancora mantenute al petto e, con un gesto apparentemente lento, in realtà rapido oltremisura, portò i propri palmi ad appoggiarsi su quel pugno, non opponendosi al tragitto del medesimo, ma sullo stesso facendo leva e, in virtù di tanta energia, proiettandosi volontariamente in aria, in una nuova capriola che lo condusse, ancora una volta, alle spalle di lei.

« Forse ancora non te ne accorgi… ma ti stai stancando. » constatò il monaco, con voce tranquilla, priva di beffa nei suoi riguardi « E quando, alfine, sarai stremata, per il tuo nemico sarà facile avere la meglio. » definì, in tali parole distinguendo se stesso dal ruolo di suo avversario, e forse già calatosi in quello di maestro, qual pur ella non lo aveva ancora accettato.

Guerra, nel corso della propria vita, e della propria giovinezza, aveva avuto molti maestri d'arme. Da ognuno ella aveva appreso con impegno e con dedizione, più che lieta di rendere proprie quelle nozioni che, negli anni a venire, le avrebbero permesso di sopravvivere a uno stile di vita apparentemente inneggiante al suicidio, nel combattere battaglie che alcuno avrebbe potuto considerare potenzialmente vincenti, nell'impegnarsi in guerre che alcuno avrebbe mai voluto neppur considerare, tanto la folli a esse circostante. Ed ella, in verità, non aveva mai chiuso la propria mente a nuove opportunità di apprendimento, così come la sua recente esperienza oltre i confini del proprio mondo avrebbe potuto testimoniare.
Tuttavia, ella non avrebbe potuto neppur immaginare l'eventualità di regredire, improvvisamente, al ruolo dell'allieva, e, soprattutto, non avrebbe mai potuto prendere in considerazione l'idea che un suo nuovo maestro avrebbe potuto avere meno della metà dei suoi anni.

« … » protestò, ancor prima di girarsi e di riprendere il conflitto.

Gettando la propria spada a terra, Guerra volle abbracciare l'occasione di un nuovo genere di confronto con il proprio antagonista, forse maestro, cercando in ciò il massimo della propria libertà fisica, per contrastarlo sul proprio stesso piano d'azione. Così, nel momento in cui ella si voltò verso il monaco, non lo fece come aveva già tentato pocanzi, con cieca irruenza, ma preferì chinarsi elegantemente al suolo e, tendendo la propria destra all'indietro, far perno sulla sinistra per un'agile spazzata, movimento con il quale sperò, o forse solo si volle illudere, di riuscire a raggiungere le gambe dell'uomo e, in tal modo, gettarlo a terra.
Ovviamente, il monaco non attese indolente l'arrivo di quell'arto inferiore teso contro di sé, preferendo cercare un nuovo distacco dal suolo, nell'ennesimo salto improbabile da riconoscere qual tale, in grazia al quale si librò nell'aria con la stessa delicatezza di una farfalla. Ma la donna, ora prevedendo una simile reazione ai propri gesti, non gli volle concedere simile opportunità di fuga, rigirandosi rapidamente sul terreno al quale, in quel modo, si era legata, per calciarlo, ora, con la gamba sinistra, nell'intento di intercettare la sua evasione. Intento, tuttavia, che fu costretto a restar semplicemente tale, ove l'uomo, richiamando maggiormente i propri piedi a sé, non si limitò a ignorare quel tentativo d'offesa, ma sembrò addirittura canzonarlo nell'appoggiarsi, addirittura, su quella stessa gamba.
Azione complessa sviluppatasi forse in un istante, o poco più, al fallimento della quale, ancora, Guerra non volle ammettere sconfitta, ribellandosi all'uomo e, nuovamente, mutando al propria posizione, rimettendosi in piedi con un violento colpo di reni e cercando di raggiungere il proprio avversario con l'inviolabile morsa che sarebbe potuta essergli imposta dalla sua mano destra, diretta alla sua caviglia sinistra. Forse ineluttabile, però, fu il suo fallimento, decretato dalla continua, rapida e inesorabile ascensione che vide l'uomo uscire dal raggio d'azione della sua probabile allieva.

« Ecco la dimostrazione. » commentò il monaco, ancora apparentemente sospeso in aria, in contrasto a ogni legge naturale « Le potenzialità ci sono… è la tecnica che manca. » sentenziò, riportandosi al suolo a meno di tre piedi di distanza dalla donna.

Ancora una volta Guerra cercò di raggiungere l'uomo, ora con una capriola e con un doppio colpo di talloni che, speranzosamente, avrebbe dovuto raggiungerlo alle ginocchia e lì, magari, gambizzarlo, per impedirgli altri allegri salti. Ancora una volta, però, il monaco si librò di meno di due piedi nell'aria, per poi riatterrare sopra la donna, con il piede sinistro accanto al suo fianco destro e con il proprio piede destro, alfine, premuto contro il collo di lei, bloccandola al suolo e, potenzialmente, lì condannandola a morte.

« Con la stessa facilità con qui ti ho privata della voce, avrei potuto privarti della vita. » asserì, con tono che non sembrava offrire spazio a menzogne di sorta « E tu lo sai. » soggiunse, a non sottovalutare l'intelligenza della propria controparte « Ti dispiace, pertanto, offrirmi un minimo… ma proprio un minimo di rispetto e smetterla con questa assurda pantomima?! »
« … » commentò ella, per tutta risposta.

Colpendola, allora, con la punta del proprio piede in diversi punti fra petto e collo, egli invertì gli effetti della propria azione precedente, sbloccando i muscoli che aveva pocanzi arrestato per privarla della voce, in tal modo restituendogliela.

« Dicevi? » domandò, aggrottando la fronte.
« Che diavolo significa "pantofobia"?! » tentò di ripetere ella, non riproducendo, tuttavia, i giusti suoni e in ciò sbagliando parola « Thyres… mi mancava il suono della mia voce. » soggiunse, sorridendo.
« Pantofobia è la paura di tutto. » rispose egli, facendo due passi indietro e concedendole spazio per rialzarsi « Pantomima, invece, è una rappresentazione teatrale puramente gestuale… qual quella nella quale stavi impegnandoti un attimo fa… »
« Simpatico… » commentò Guerra, storcendo le labbra, nel mentre in cui recuperava una posizione eretta, ora dimentica di ogni desiderio bellico nei suoi confronti « … ma si può sapere che diamine vuoi da me, piccolo monaco?! »
« Il mio nome è Fu-Nahn. » si presentò, alfine, evidentemente in tal senso stuzzicato dalle parole di lei « E, in merito a cosa io possa volere da te… credevo di essere stato sufficientemente chiaro. » premesse, con tono tranquillo, quasi serafico « Io desidero che tu sia mia allieva, affinché tu possa vincere ogni battaglia… del tuo corpo e, soprattutto, del tuo spirito. »