ISSN 2282-1120
EAN 9772282112009
Midda's Chronicles - le Cronache

News & Comunicazioni

Domani... si riprende. Episodio 2263.
E speriamo di proseguire subito dopo con il 2264, 2265, 2266... etc etc etc...

Sean, 12 ottobre 2014

martedì 21 ottobre 2014

2264


Midda Bontor, la mia amata Midda Bontor, addestrata a essere guerriero da anni antecedenti a quelli in cui aveva potuto iniziare a essere riconosciuta pienamente qual donna, e prima ancora marinaio, e, successivamente, mercenaria, da quando il precipitare di alcuni eventi le avevano negato la possibilità di continuare a percorrere le vie del mare, aveva affrontato, nel corso della propria non breve esistenza, molteplici sfide, probabilmente persino troppe battaglie, per non potersi considerare consapevole nel merito della necessità, in talune occasioni, di stringere insolite alleanze, all’occorrenza di un comune nemico da fronteggiare.
In questo, benché propria prerogativa, da sempre, avesse a dover essere riconosciuto il mantenimento dei propri principi, delle proprie idee, in una coerenza granitica che, ancor prima di ogni altra sua straordinaria caratteristica, la rendeva comunque e inoppugnabilmente una persona fuori dal comune, fuori da ogni possibilità di stereotipata banalizzazione; proprio laddove consapevole di ciò, di quanto la guerra, nella propria concezione più pratica, più concreta, più violenta, fosse solita offrire pretesto per ritrovarsi a creare un unico fronte con coloro i quali, paradossalmente, un attimo prima si sarebbe potuti essere impegnati in un non meno letale tenzone, difficilmente avrebbe potuto ignorare il raziocinio esistente dietro le parole di Desmair, dietro l’avvertimento da egli così sollevato nel merito della necessità di accettare, almeno estemporaneamente, la sua presenza al proprio fianco… e nel mio corpo. Non che, comunque, in tal accettazione, ella avrebbe mai potuto mutare le proprie idee, e i propri desideri, in ferino contrasto al proprio sposo, a quel semidio da lei sposato unicamente per l’occorrenza di un istante sperato, creduto qual fugace, e poi, sgradevolmente, scopertosi qual impropriamente duraturo: ove anche, in quel frangente, così come già in passato, la presenza e l’aiuto di Desmair avrebbero potuto essere da lei tollerati, nulla di tutto ciò avrebbe mai potuto mutare, o anche solo smorzare, la ferma volontà, da parte della mia amata, di definire quanto prima, e in maniera speranzosamente duratura e irrevocabile, il proprio stato di vedovanza, quella condizione della quale, per breve tempo, ella si era illusa di poter godere finanche al punto di arrivare a suggerire l’eventualità delle nostre nozze, di una nostra, quanto mai insperata unione eterna.
Così, ingoiando a forza, con disprezzo, ribrezzo e, addirittura, disgusto, l’amaro… amarissimo boccone che il destino le stava in tal modo riservando, ella si trattenne dal perseguire qualunque obiettivo in contrasto a colui che, prima di chiunque altro, prima ancora, e persino, anche rispetto alle guardie armate lì schierate in nostro esplicito contrasto, non avrebbe potuto evitare di identificare, in quel frangente così come un qualunque altro contesto, qual un avversario, qual un antagonista; reindirizzando, non senza un deciso impegno, un concreto sforzo, tutto il proprio impeto, tutto il proprio furore, verso diversi obiettivi. E dove anche, in quel momento, al computo dei combattenti sarebbe ancora mancato il nome di Lys’sh, del suo intervento non vi fu alcuna evidenza di necessità… non sotto l’azione, contemporanea, dei colpi inferti da Desmair e da Midda Bontor.
Ovviamente, a fronte di un tale scenario, di un simile, inatteso intervento da parte “mia”, la giovane ofidiana non ebbe a risparmiarsi commenti, i quali, purtroppo, rimasero privi, almeno nell’immediato, di qualsivoglia replica, nella subentrata impossibilità, fra noi e lei, di qualsivoglia comprensione, facendo emergere, se mi si può concedere l’osservazione, il prepotente limite della tecnologia della quale, sino a quel momento, ci eravamo tutti avvalsi per comunicare. Giacché, palesemente, la comodità allor conseguente all’impiego di tale supporto, di simile strumento, si dimostrò compensata, in maniera incontrovertibile, dalla mantenimento della più assoluta ignoranza, della più completa estraneità, nel merito della lingua, o delle lingue, che, per mezzo del traduttore automatico, non ci era stata richiesta l’esigenza di apprendere. Un limite il quale, se pur non avrebbe avuto occasione di emergere fin tanto che lo strumento avrebbe continuato a operare in maniera corretta, sarebbe altresì purtroppo risultato più che spiacevolmente vincolante in caso di malfunzionamento, così come in quel momento.
Per nostra fortuna, a margine di questa mia personale considerazione, in quel frangente Midda e Lys’sh avrebbero avuto a doversi comunque riconoscere qual più che perfettamente allineate, nel merito di quanto avremmo avuto a dover compiere nell’immediato futuro, ragione per la quale, al di là del solido muro di incomunicabilità eretto fra noi, ciò non avrebbe potuto rappresentare alcuna ragione d’ostacolo.
Non, quantomeno, fin a quando Desmair si fosse dimostrato comunque collaborativo nei confronti di entrambe, nell’egual misura in cui alla propria sposa aveva domandato di sforzarsi di essere nei propri…

« Tutto questo mi fa ritornare giovane… a prima che mia madre decidesse di esiliarmi in quella dannata fortezza fra i ghiacci ai confini del mondo! » esultò e rievocò, rivolgendosi, appena ansimante, in direzione di Midda, non appena anche l’ultima delle guardie, di quel nuovo contingente in nostro contrasto schieratosi, fu abbattuta « Dei… mi ero quasi dimenticato quanto potesse essere piacevole infliggere colpi con le proprie stesse mani… » soggiunse, quasi a titolo di commento a margine.
« Tre cose… » replicò la donna guerriero, con tono quanto più possibile gelido e distaccato, benché, fra tutti i propri antagonisti, Desmair avesse a doversi considerare, effettivamente, quello che più di chiunque altro era in grado di farle smarrire il proprio altrimenti glaciale autocontrollo « Primo: invece di stare qui a crogiolarti innanzi al massacro compiuto, vedi di darti una mossa… ne abbiamo ancora di strada da fare per uscire da qui. » comandò, attuando ella stessa, immediatamente, le proprie parole e, con un cenno, invitando anche Lys’sh a seguirla, nel riprendere la discesa appena interrotta, in maniera tanto effimera, fugace « Secondo: cerca di non dimenticarti che quelle non sono le tue stesse mani, ma le mani di Be’Sihl. Al quale dovrai restituire il controllo non appena si sarà ripreso o, te lo giuro, tua madre diverrà l’ultimo dei tuoi problemi. » minacciò, in quella che, qualcuno, estraneo a qualsivoglia confidenza con lei, avrebbe potuto considerare un futile sfogo e che, tuttavia, alcuno si sarebbe mai dovuto concedersi la leggerezza di dover fraintendere qual tale, a meno di non volerne poi pagare le terrificanti conseguenze « Terzo: non sei mai stato imprigionato ai confini del mondo, per mia sventura. O non sarei incappata nella tua fortezza per puro errore… » concluse, in quella che, allora, ebbe anche per lei a suonare quasi a titolo di commento a margine… un commento carico di rimpianto e di nostalgia all’idea di quanto, se gli eventi non l’avessero mai condotta a conoscerlo, sicuramente quegli ultimi anni di vita avrebbero preso una piega decisamente diversa e, forse, migliore.
« Tre cose… » insistette egli, sembrando quasi volerle fare verso, nel riprendere facendo proprie le medesime parole da lei appena destinategli « Primo: commetti troppo spesso l’errore di dimenticarti quanto, in verità, la mia metà umana sia nata e cresciuta in quel di Shar’Tiagh. E con “metà umana”, ovviamente, non intendo riferirmi al tuo amante, mia fedifraga sposa. Pertanto… sì. Essere confinati in sulla cima dei monti Rou’Farth, per te dietro l’angolo, dal mio punto di vista ebbe a doversi considerare essere esiliato ai confini del mondo. » puntualizzò, rammentando, non a torto, quanto le origini di sua madre Anmel Mal Toise, e quindi anche le sue, per uno strano scherzo del destino avrebbero avuto a doversi considerare corrispondenti alle mie, nel ricondurci entrambi in quel del regno di Shar’Tiagh « Secondo: dovresti essere tu a rammentarti, piuttosto, quanto in questo momento le mie spoglie mortali abbiano in tutto e per tutto a essere considerate coincidenti con quelle del succitato amante… ragione per la quale, probabilmente, dovresti ponderare con maggiore attenzione le tue minacce, e la fattibilità delle medesime, prima di formularle a vuoto. A meno che, ovviamente, il tuo desiderio di arrecarmi un torto abbia a considerarsi maggiore rispetto alla tua brama di tutelare l’integrità fisica, e la salute, del tuo supposto amato. » suggerì, non negandosi un ampio sorriso sornione, quanto mai a sproposito, allora, laddove espresso dal mio stesso volto « Terzo: mi pare che io ti stia seguendo… quindi, anche in questo caso, tutto il tuo precedente sfogo ha da considerarsi del tutto fine a se stesso, per non dire completamente vano e superfluo. » concluse, con malcelata soddisfazione per il successo in tal maniera considerato qual proprio, qual riportato nel confronto appena occorso con lei.

lunedì 13 ottobre 2014

2263

Fu quello che, poeticamente, potrei ora descrivere come l’intervento del fato, ma che, sostanzialmente, altro non avrebbe avuto a dover essere ricondotto a un mio sciocco momento di distrazione, a restituire a me, e anche alle mie due compagne, la consapevolezza di quanto, nuovamente, non avrei più potuto definirmi realmente solo, così come mai avrei potuto permettermi di vantarmi di essere sin dal giorno in cui, mio malgrado, ero stato individuato dal marito della mia amata qual ricettacolo ideale per il proprio fuggente spirito, ancor aggrappato al piano d’esistenza mortale benché il suo stesso corpo, ipoteticamente immortale, fosse stato sconfitto per intervento, per opera, del medesimo dio minore al quale avrebbe avuto a doversi dichiarare grato per la propria esistenza in vita, nell’esserne semidivina progenie. Uno sciocco momento di distrazione le conseguenze del quale, nel rendere giustizia allo stesso Desmair, avrebbero potuto persino aversi a considerare fatali se solo, appunto, non fossi stato allora graziato dalla pur mal digerita, e mal digeribile, presenza del medesimo all’interno del mio corpo.
Ovviamente, di quanto a seguire, non mi venne data occasione di essere testimone in prima persona, se non nel proprio preambolo, ragione per la quale, ancora una volta, questo mio resoconto si prenderà la libertà di riportare non tanto eventi da me concretamente vissuti, quanto e piuttosto ricostruire la dinamica degli stessi sulla base di quelle che, a posteriori, sono state le vicissitudini a me stesso riferite. Giacché io, nel mentre della nostra fuga, benché ancor sostenuto, oltremisura, dai mai sgradevoli effetti dell’adrenalina, mi ritrovai, imperdonabilmente, a inciampare, forse in conseguenza di un controllo ancor non completo sul mio corpo, forse a seguito dell’incredibile concitazione del momento o, ancora, forse per effetto di una reazione inconscia e istintiva a un qualche segnale di pericolo a me circostante: impossibile, ora, per me definire con precisione entro quale fra queste, e molte altre, eventualità, avrebbe avuto a doversi considerare la causa del pur ingiustificabile crollo che mi coinvolse, che mi vide protagonista, e che, peggio che mai, mi ritrovò intento a picchiare la nuca al suolo, con foga fortunatamente insufficiente ad aprirmi il cranio come un melone troppo maturo e pur, ciò non di meno, adeguata a privarmi, temporaneamente, dei sensi. Condizione alla quale, per collettiva fortuna, si premurò di rimediare rapidamente il mio ospite, prendendo egli stesso controllo del mio corpo altrimenti rimasto, in quel particolare frangente, privo di una coscienza utile a guidarlo.

« Be’Sihl! » gridò Midda, anche in quel momento, anche in quella particolare situazione che avrebbe potuto comprendere i suoi ultimi istanti di vita, a causa del male ancor incurato all’interno del suo corpo dono della sua carceriera, preoccupandosi maggiormente per me ancor prima che per se stessa, e subito precipitandosi al mio fianco per offrirmi il proprio aiuto ed, eventualmente, la propria protezione « Stai bene…?! »

Nel contempo di ciò, un sibilante suono provenne dalle labbra di Lys’sh, proponendosi, invero, quale l’effettivo suono della sua voce, e la concreta espressione della sua lingua natia, non filtrata e non tradotta attraverso congegni in quel momento ormai inutilizzabili, e, in ciò, obiettivamente incomprensibili nel proprio significante, e nel proprio significato, tanto alle orecchie della mia amata, e sua prima compagna di ventura, quanto alle mie… o, per lo meno alle mie orecchie pur, allora, non più sotto il mio effettivo controllo.
Malgrado tale concreto inconveniente, e l’apparente impossibilità a comunicare, il messaggio che Lys’sh aveva voluto offrirci risultò quanto meno esplicito, in quello che avrebbe avuto a dover essere inteso qual un allarme volto a preservarci dall’aggressione di un nuovo gruppo di guardie che, proprio su di noi, stavano per piombare in quel momento, equipaggiati per uno scontro all’arma bianca, con pugnali e daghe.

« Thyres! » imprecò la mia amata, preparandosi al nuovo scontro.

Ancor prima che ella potesse muovere di un solo soffio la propria lama, a intervenire, però, fui io. O, meglio, fu Desmair.
Desmair, il quale, non concedendo più al nostro corpo di giacere a terra, ci spinse con forza, con energia, e con l’assurda eleganza di un unico gesto, di una sola flessione muscolare, a recuperare una posizione eretta innanzi al nemico e, nel contempo di ciò, a proiettare la lama con la quale, un istante prima, mi stavo accompagnando, verso i nostri antagonisti, con impeto espresso, indubbiamente, dal mio corpo e, ciò non di meno, manifestando una violenza della quale non mi sarei mai riuscito a rendere interprete, neppure in grazia a un’adrenalinica overdose. Perché la spada con la quale mi ero armato, allora, volò fra noi e i nostri antagonisti con la precisione e la traiettoria di un dardo scoccato da una balestra e, letteralmente, trapassò, da parte a parte, il petto di ben due guardie, finendo, addirittura, con il ferirne una terza alle loro spalle, così come, sicuramente, neppure una lancia si sarebbe mai potuta concedere occasione di compiere.
E se un nuovo sibilo, ora di chiara sorpresa, commentò l’accaduto sul fronte della nostra ofidiana compagna, parole ben più comprensibili manifestarono la reazione di Midda all’accaduto…

« Ma… come…?! » esitò ella, per un fugace istante, salvo poi lasciar scomparire le proprie nere pupille all’interno delle glaciali iridi, a conferma di quanto, in quel momento, avesse perfettamente compreso l’identità di colui che le stava innanzi e, malgrado l’intervento in comune soccorso, non ne fosse minimamente lieta « … Desmair! »
« Mia signora… bentrovata. » sorrisi… sorrise egli, con il mio volto, accennando un lieve inchino prima di balzare in avanti e catapultarci nella mischia, a finire la terza guardia già ferita e ad affrontare quelle che, dietro a quel primo contingente, stavano per arrivare « Credi che io possa rischiare di apparire eccessivamente sdolcinato evidenziando quanto tu mi sia mancata in questi ultimi mesi…?! »

Quasi a volerle rendere omaggio, in un gesto che, pur, non avrebbe dovuto essere in alcun modo considerato naturale per lui, per la sua indole, per il suo carattere o, comunque, per i loro trascorsi quantomeno burrascosi e fondati su una reciproca e consapevole inimicizia, l’allor detentore del mio corpo ci scagliò senza riservarsi il benché minimo freno inibitore contro il pericolo e, nel contempo di ciò, si riservò persino quell’occasione di scherzo, di giuoco con lei, in quello che, altresì, avrebbe avuto a doversi considerare un modo d’agire proprio della mia stessa compagna, nonché sua mai desiderata sposa.
E, di ciò, di tale gesto, di simile atto, Midda non mancò ovviamente di cogliere l’evidenza, pur non offrendo alcuna trasparenza di ipotetica soddisfazione per quanto, in cotale maniera, tributatole. Perché, al di là dell’omaggio sì rivoltole, quanto più di ogni altra cosa ella non poté ovviare a notare fu l’innegabile, sgradevole e temuto ritorno in azione di Desmair. E di Desmair come prepotente possessore del corpo entro il quale, solo un istante prima, ero stato io ad agire. A confrontarmi con lei. A stringermi a lei.

« Non sono in vena di scherzi, Desmair! » obiettò ella, rialzandosi da terra, là dove mi aveva raggiunto quando ero caduto, per avanzare verso di noi, rivolgendosi al marito quasi come se null’altro, in quel frangente, esistesse allora attorno a noi… incluse anche le guardie che, rapidamente, lo stesso Desmair stava falciando apparentemente senza impegno alcuno, senza fatica alcuna, dimostrando un’imprevedibile maestria nell’uso di un’arma là dove, prima di allora, non ne aveva mai offerto riprova né a me, né tantomeno alla propria sposa « Restituiscimi subito Be’Sihl… ora! »
« Non credo che questo sia possibile. » replicò egli, stringendosi appena fra le spalle « E non prendere il mio qual un capriccio volto a recarti torto, sia chiaro. » puntualizzò subito dopo « Si da tuttavia il caso che, in questo corpo, ci siamo entrambi… e dal momento in cui la coscienza del tuo amato, in questo momento, non è propriamente operativa, sarebbe per me quantomeno sgradevole ritrovarmi costretto a morire. Nuovamente a morire. »

mercoledì 17 settembre 2014

2262


Per un istante ebbi a temere l’eventualità di una devastante deflagrazione. O un terremoto. O una folgore divina volta a imporre dirompente distruzione attorno a noi. O… non saprei ora elencare di preciso tutte le eventualità che, in quell’eterno e pur fuggevole attimo scolpito nel tempo ebbero ad attraversare la mia mente. Di certo, molte, persino troppe prospettive attraversarono la mia mente, spingendomi a prendere in esame i più variegati motivi, le più originali soluzioni e, di volta in volta, paventando soltanto scenari catastrofici, nel migliore dei casi. Ciò non di meno, quanto accadde ebbe occasione di sorprendermi, offrendomi l’unica evoluzione che mai avrei potuto prevedere… il silenzio e l’oscurità.
Dove, un momento prima, una pioggia di laser ci stava promettendo una fine forse rapida e indolore, o più probabilmente lenta e dolorosa, nell’avvelenamento da necrosi che avrebbe potuto conseguire a una ferita non immediatamente letale, assediandoci in quella stanza, nel cuore di uno degli ultimi piani dell’immensa torre all’interno della quale ancora non avevo, né avrei potuto avere, effettiva consapevolezza di essere stato rinchiuso; un semplice battito di ciglia dopo, soltanto silenzio e oscurità ci avvolse, sorprendendo sicuramente il sottoscritto, a maggior ragione i nostri antagonisti, e pur in alcuna misura turbando né Midda, né Lys’sh, le quali, al contrario, non avrebbero potuto che dichiararsi più soddisfatte per quanto occorso. Per le conseguenze dell’impiego del bagatto, il quale, improvvisamente, permise loro di capovolgere la situazione precedentemente a nostro sfavore, decretando, in maniera persino banale, la completa disfatta delle nostre controparti. Ad agire in tal senso, per dovere di cronaca, non fu tanto il bagatto stesso, che si limitò a concederci tale possibilità, quanto e piuttosto la nostra compagna ofidiana, la quale ebbe a dimostrarmi, in maniera squisitamente pratica, quanto per lei minimale avesse a doversi considerare l’ostacolo allora rappresentato da quelle tenebre e da quello che, al mio udito, apparve, almeno nell’immediato, un ambiente incredibilmente tranquillo, nell’improvvisa quiete imposta dall’inattesa, imprevedibile, e allor imprevista, svolta nel conflitto in corso. Un silenzio che, in effetti, scoprii non essere mai stato percepito qual tale dalla stessa… non laddove nel petto di troppe persone era allor impegnato a battere, oltremisura, il rispettivo cuore, e attraverso le labbra di troppe persone era parimenti scandito il rispettivo respiro: un concerto, quello che alla sua attenzione ebbe quindi soltanto a risultare, che le permise di agire con straordinaria rapidità in contrasto a tutti i nostri assedianti, sancendone una misericordiosa sconfitta. E mi concedo l’impiego di tale termine, laddove soltanto misericordiosa ebbe a potersi considerare le sopravvivenza da lei loro garantita, a dispetto della sicura condanna a morte che, altresì, non sarebbe stata risparmiata entro i confini del diverso approccio morale proprio tanto della mia amata, quanto e non di meno di coloro che, malgrado tutto, si videro lì riservare una prospettiva di futuro.
Così, quando dopo poco, pochissimo, alcune flebili lampade d’emergenza ripresero a illuminare l’ambiente a noi circostante, seppur manifestandosi palesemente diverse da quelle che, pocanzi, erano state preposte a un più quotidiano impiego; quanto ebbe a concedersi alla mia attenzione fu un paesaggio decisamente diverso dal precedente, e indubbiamente sgombro da ulteriori minacce. Un paesaggio al centro del quale, persino maestosa al di là di un fisico indubbiamente longilineo, ebbe a predominare la figura di Lys’sh, sola al centro della pacificazione imposta dalla sua rapida, e non impietosa, azione.

« … ma cosa…?! » non potei evitare di domandare, pur non attendendomi, almeno nell’immediato, una qualunque spiegazione e pur non riuscendo a trattenere l’imporsi di tale questione all’attenzione comune, prevaricato nel mio raziocinio, nella mia capacità di controllo, dalla sorpresa per quanto avvenuto, per quell’oscuro lampo nel quale tutto era stato così repentinamente stravolto.
« Ricordami di spiegarti che cosa è un impulso elettromagnetico… » commentò la mia amata, accennando un lieve sorriso e invitandomi, con un cenno del capo, a seguirla e a seguirla animato dalla medesima, assoluta fiducia che in lei avevo da sempre riposto e avrei per sempre riposto, non potendo agire diversamente, non volendo agire diversamente se non vivendo la mia intera esistenza come se, entro i confini del suo essere tutto fosse per me, e nulla, al di fuori di lei, potesse esistere « Ora muoviamoci… tutti i sistemi dell’edificio sono fuori uso, e abbiamo da cercare di uscire di qui il prima possibile. »

Nelle sue mani riponendo, in tal modo, nuovamente la mia vita e il mio domani, rimandando a un secondo momento qualunque genere di spiegazione e, in cuor mio, sperando… pregando ogni dio e dea a me noti affinché, al di là della condanna a morte annunciatami qual gravante sopra l’immediato futuro della mia amata, potesse ancora esservi un indomani per noi, non soltanto in un secondo momento, ma, al suo seguito, in un terzo, un quarto, un quinto e, ancora, un’infinità a seguire.
In tutto ciò, addirittura, non ebbi neppure a prestare concreta attenzione al fatto che il suo nuovo braccio destro, in lucido metallo cromato, si stava lì dimostrando del tutto inerme, inanimato, peso pendente lungo il suo fianco, in incomprensibile opposizione alla vivacità che, malgrado la propria artefatta natura, aveva dimostrato sino a un momento prima, sino a prima di quel repentina interruzione di tenebra, mostrandosi addirittura contraddistinto non soltanto da forme, ma anche da movenze tanto naturali che, non vi fosse stata la complicità dell’estetica propria di quell’arto, avrei potuto persino illudermi di star assistendo a una sorta di miracolo, un’inspiegabile rigenerazione occorsa a sanare l’amputazione che, purtroppo, l’aveva contraddistinta fin da prima del nostro primo incontro e che, a seguito dell’ultima battaglia in contrasto alla propria gemella, e con essa ad Anmel Mal Toise, era persino, tragicamente, peggiorata nella propria estensione, privandola, dell’intero braccio al di sotto della spalla. Di quella stessa spalla che, in quel frangente, si stava concedendo alla mia vista lucente e scintillante, nel metallo che l’aveva ricoperta, adattandosi perfettamente a lei, alle sue forme e alle sue proporzioni, e che, tuttavia, a seguito dell’impiego del bagatto, e del conseguente impulso elettromagnetico, era stata nuovamente privata di ogni funzionalità, non diversamente dai sistemi dell’edificio e, più esplicitamente, dalle armi di tutti i nostri avversari, di tutti gli assedianti in contrasto ai quali tanto serenamente si era potuta riservare opportunità di intervento la sempre più straordinaria Lys’sh.

« Andiamo. » confermai, ancor godendo dei benefici propri di tutta l’adrenalina allor distribuitasi all’interno delle mie membra e, soltanto in grazia all’azione della medesima, potendomi riservare tanta reattività in risposta a quell’invito, all’esortazione rivoltami, soltanto estemporaneamente dimentico di tutto quanto impostomi nel corso della lunga prigionia che, entro quelle mura, mi aveva visto segregato… estemporaneamente dimentico di tutto quanto non avrebbe mancato di riversarsi violentemente a mio discapito nel momento in cui gli effetti benefici di quella droga naturale mi avrebbero abbandonato.

Con il mio corpo e la mia mente, quindi, concentrati sulla mia amata e sulla sua compagna, al solo scopo di poter riconquistare nel minor tempo possibile la libertà perduta, e con il mio cuore e il mio animo, parimenti, fortemente legati alla più sincera e appassionata preghiera della mia vita, per poter credere di avere ancora un futuro insieme a colei per solo la quale, senza esitazione alcuna, avevo abbandonato tutto ciò che in passato aveva contraddistinto la mia esistenza; seguii le mie due salvatrici, raccogliendo, strada facendo, una daga da una delle guardie abbattute allo scopo di poter essere pronto ad agire nel caso di bisogno, all’occorrenza di un nuovo assalto qual, sicuramente, non sarebbero mancati prima di poterci considerare effettivamente in salvo.
E nel contempo di tutto ciò, non ebbi né il tempo, né, tantomeno, la lucidità, di riflettere su quanto fosse lì accaduto e su come, nella violenta negazione dell’operatività di qualunque dispositivo tecnologico a noi circostante, inclusa addirittura la protesi della mia amata, anche altri due congegni degli effetti dei quali pocanzi beneficiavamo avrebbero avuto a doversi considerare non di meno perduti, tanto nel bene, quanto nel male: il traduttore automatico, in sola grazia al quale a Midda, e a me, poteva essere stata concessa una possibilità di relazione verbale con il mondo a noi circostante, Lys’sh inclusa, e il collare inibitore, in sola conseguenza alla presenza del quale a Midda, e a me, era stata negata l’altrimenti sempre presente, e pur sempre celata, ingombrante ombra di Desmair.