Abituata, in virtù della propria esperienza, in conseguenza delle proprie avventure, a continue e inattese sorprese, per lo più sgradevoli, nonché capaci, addirittura, di mutare radicalmente la disposizioni dei pezzi del chaturaji sulla scacchiera del destino, per quanto doloroso, per quanto straziante, nel confronto con i propri sentimenti, nel rapporto con il proprio cuore, quel momento non avrebbe potuto cogliere la Figlia di Marr'Mahew tanto impreparata al punto tale da non concederle occasione di reazione, da non permetterle possibilità di rivolta in contrasto a un destino pur tanto crudele e beffardo verso di lei, capace di rinnegare, in pochi istanti, la felicità della quale si era illusa di poter essere destinataria in quegli ultimi mesi, in quelle due ultime stagioni. E, tanto più il dolore si impose allora su di lei, tanto più la sua mente reagì con forza, proibendole di cedere alla rabbia pur umana, pur comprensibile in tale frangente, che avrebbe, però, potuto nuovamente renderla vittima delle macchinazioni di quei mostri, di quelle figure aliene e a lei chiaramente avverse, nello spingerla a testa bassa nel pieno di un confronto sicuramente pericoloso, qual sempre sarebbe stato quello con un nemico sconosciuto. Così, invece di avventarsi in contrasto a Be'Sihl, dove anche tanto avrebbe voluto fargli pagare il prezzo di quel tradimento, ella si limitò a definire tutto il proprio disprezzo attraverso uno sguardo ormai privo non solo di amore o affetto, ma anche, semplicemente, compassione, comprensione, in questo interpretabile, senza azzardi, quale una tacita promessa di morte, un impegno al quale, molto presto, ella avrebbe provveduto con estrema soddisfazione.
« Io… non comprendo. » tentò di giustificarsi l'uomo, dimostrandosi spiazzato e, improvvisamente, ritornando, innanzi al suo sguardo, alla forma umana, a quelle fattezze per lei tanto care, innanzi alle quali, pur, ora non avrebbe più ceduto, non si sarebbe più permessa ulteriore debolezza « Di cosa stai parlando? Stai, forse, ancora vivendo le allucinazioni di cui mi hai fatto menzione? Stai, nuovamente, subendo gli effetti di quegli assurdi incubi? Sono io, Midda. Sono io… Be'Sihl. Non un mostro dalla pelle nera… »
In quel momento, persino all'attenzione della stessa mercenaria, quasi ammirevole sarebbe potuto essere considerato l'inganno sì concepito e concretamente posto in essere da parte del locandiere, non tanto per la manipolazione della quale egli si stava mostrando essere in grado di imporre sulla realtà, distorcendola a proprio uso e costume in modo tale da riuscire ad apparire non quale un mostro ma, al contrario, simile a un normale uomo, di sangue misto shar'tiagho, quanto più per la sua abilità a giostrare con le parole e con le emozioni, dissimulando alla perfezione la verità dei fatti anche dove ormai assolutamente trasparente, riuscendo in ciò a essere realmente convincente, nello spingere la sua interlocutrice a dubitare di quanto da lei pur chiaramente udito e visto, nel tornare a supporre di poter essere vittima di una qualche allucinazione. Ma se, per quasi due giorni, simile menzogna aveva avuto effettivo successo nell'ingannare i sensi della donna guerriero, arrivando a farle ipotizzare di star completamente perdendo il senno, ora, a seguito di un confronto tanto diretto con il vero aspetto del mondo a sé circostante oltre ogni maschera, al di là di ogni inganno, ella non avrebbe più permesso a se stessa di lasciarsi dominare dal dubbio, di riservarsi nuovamente possibilità di indugio: là dove, ancora agli esordi della propria carriera mercenaria, ella era addirittura riuscita a sconfiggere il potere proprio di una chimera, forse la creatura più temibile fra tutte quelle che mai avrebbero potuto popolare il continente di Qahr, mantenendo il controllo su di sé, sulla propria mente, sul proprio cuore, sul proprio animo e sul proprio corpo, focalizzata solo sul proprio obiettivo, sul traguardo da raggiungere, assolutamente fattibile sarebbe dovuto essere allora considerata una sua sfida a quel nuovo maleficio, a quell’osceno giuoco, nel riuscire a imporre la propria volontà, il proprio carisma, anche in opposizione a un'immagine quale quella donatale dall'uomo che aveva creduto di poter amare.
« Mi hai ingannata, Be'Sihl… o qualunque sia il tuo nome. » sentenziò ella, con gelo imperturbabile nella propria voce e nel proprio cuore « E, peggio ancora, mi hai tradita. »
« Ascoltami… ti prego. » cercò, nuovamente, di prendere parola egli, nel desiderio di placare, in qualche modo, l'animo della propria interlocutrice, prima che quella situazione potesse volgere al peggio, ammessa l'esistenza di un risvolto più grave di quanto già purtroppo concretizzatosi nelle parole da lei utilizzate in sua opposizione e nello sguardo, ancor più esplicito, a lui sì diretto « Io non so cosa tu possa aver cred… »
« Mi hai tradita! » ripeté la mercenaria, quasi tuonando nella propria condanna a suo discapito « E, per questo, a tempo debito, ritornerò a cercarti, nella volontà di pareggiare i conti, facendoti pentire del giorno in cui hai deciso di iniziare a giostrare con i miei sentimenti, con il cuore di una donna. »
« Midda! »
Inutile, però, si dimostrò quell'ultimo suo richiamo, quel tentativo estremo di trattenere ancora a sé la donna amata, dal momento in cui, appena ella ebbe concluso il proprio intervento, senza ulteriori esitazioni, senza concedere altri appelli, la Figlia di Marr'Mahew proiettò la propria agile figura oltre la sola finestra presente in quella stanza, apparendo in tal movimento, nella grazia propria dei suoi gesti, simile a un predatore felino, leggero e silenzioso, per quanto pur rapido e letale, impossibile da trattenere all'interno di una gabbia, dove innaturale e blasfema sarebbe stata qualsiasi idea di cattività per chi preposto dagli dei alla libertà delle grandi pianure, alla caccia selvaggia e al sapore del sangue. Vano, ancora, si propose anche il successivo desiderio, sempre proprio dell'uomo, di poterla raggiungere, di poterla seguire, se non con il proprio stesso corpo, per lo meno con il proprio sguardo e la propria voce, invocandone, ancora, il nome, dal momento in cui, giunto a sua volta fino alla finestra oltre la quale ella aveva cercato possibilità di evasione, speranza di fuga, nulla fu offerto all'attenzione di Be'Sihl oltre la medesima, dietro alle tende atte a coprirla, a chiuderla, donandogli, semplicemente e tristemente, solo l'immagine di un cortile abbandonato, privo, addirittura, di una qualsiasi, pur effimera, traccia atta a testimoniare il passaggio, su quel terreno, della propria compagna, quasi ella si fosse imposta in quella via più simile a incorporeo spirito, ombra immateriale, ancor prima che figura mortale, che donna di carne e ossa.
« Midda! Midda! » ripeté, insistette, più e più volte, gridando quel nome fino quasi all'ossessione, là dove, suo malgrado, il timore, la paura in lui dominante, quasi feroce in contrasto al suo cuore, stava ora trovando drammatica concretizzazione, nella perdita di colei nel cui nome avrebbe volentieri sacrificato la propria stessa esistenza.
Quel terrore, quell'incubo da lui già evocato solo poche ore prima, già a lei confidato con le lacrime agli occhi e il respiro quasi negato, confessato, forse, in uno stolido e scaramantico desiderio di scongiurare simile eventualità, tale tremenda possibilità, suo malgrado ora era divenuto realtà, vedendo la donna, il cui corpo solo pochi istanti prima aveva stretto fra le proprie sempre emozionate braccia, la cui pelle aveva baciato con le proprie immancabilmente frementi labbra, rivoltarsi in sua opposizione, trattandolo qual il peggiore dei propri nemici, il più crudele dei propri avversari, e in questo quasi maledicendolo, con parole il cui peso, la cui gravità, nel suo animo, non avrebbe potuto trovare possibilità di rivali, per quanto comprese quali ingiustificate, immeritate, probabilmente frutto di… cosa?
Cosa avrebbe potuto dar luogo a tutto quello? Cosa avrebbe potuto essere in grado di dividere, con tanta collera, tanta ira, due cuori innamorati, spingendo la mercenaria, addirittura, a invocare lo spettro di un complotto, di una congiura a proprio discapito? Cosa avrebbe potuto imporre all'attenzione di una donna guerriero abile, forte, caparbia, colma d'esperienza e di energia qual, indubbiamente, era Midda Bontor, un orrore quale quello che le era stato chiaramente donato, privandola di un reale contatto con la realtà, con il mondo a sé circostante, al punto tale da convincerla di essere sola in un villaggio di mostri?
« … Midda! » esclamò l'uomo, o, in effetti, sperò di poter esclamare, riuscendo, suo malgrado, solo a sussurrare, a sospirare quasi, nello stringere le labbra e nel chiudere i pugni ora appoggiati sul davanzale di quella finestra, trattenendo a stento la propria rabbia e la propria frustrazione, il proprio dolore e la propria disperazione, nell'impotenza, purtroppo, riservatagli dal fato nell'improbo confronto con il maleficio del quale ella doveva essere rimasta, evidentemente, vittima.
News & Comunicazioni
Questa mattina, per qualche ora, alcune difficoltà tecniche hanno coinvolto l'host ove è ospitato il sito, con le sue sezioni riguardo all'Enciclopedia e all'Arte di Midda's Chronicles. Tali problemi, fortunatamente, sono stati prontamente risolti e già dopo pranzo tutto è tornato nella norma.
Il blog delle Cronache, nonché il Diario, comunque, essendo ospitati su www.blogger.com, non hanno risentito in alcun modo dell'inconveniente.
Spero che questo problema, esterno alle mie possibilità di intervento, non sia stato di disagio per alcuno di voi.
Grazie a tutti per la comprensione...
Sean, 4 marzo 2010
mercoledì 10 marzo 2010
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martedì 9 marzo 2010
788
« Thyres… sembro una verginella al suo primo amore. » sussurrò, lasciandosi ricadere dolcemente sdraiata sul letto e volgendo, in questo, il proprio sguardo verso il nulla sopra di sé, in direzione del soffitto, nel cullarsi beatamente del ricordo delle braccia dell'uomo attorno al proprio corpo e nel godere, intimamente, di esse, quasi egli fosse ancora lì presente « Che cosa mi sta accadendo? » domandò, finalmente priva angoscia, senza lo stesso patema che l'aveva dominata nel confronto con domande del tutto similari a quella, e, anzi, assolutamente lieta di porsi un tale interrogativo, per l'effetto che la presenza di Be'Sihl sembrava offrire al suo animo, alla sua mente, al suo cuore e a tutto il suo corpo.
Una gioia, una felicità, che, suo malgrado, si propose allora forse eccessivamente prematura in lei, e che in questo le fece provare ancor più dolore, più pena nel momento in cui, sciaguratamente, la realtà decise ancora di mutare attorno a lei, catapultandola nuovamente, e ineluttabilmente, in quell'incubo contro il quale aveva lottato e, apparentemente, vinto, nel corso di tutto il pomeriggio. E nel contempo in cui tutto il mondo attorno alla mercenaria riprese a degradare, vedendo persino il giaciglio, sul quale con il proprio compagno amato era rimasta sdraiata fino a quel momento, trasformarsi in un fetido mucchio di letame caldo, una voce giunse alle sue orecchie, formulando una banale domanda, dando spazio a una semplice questione, che la ritrovò, nel proprio affermarsi, assolutamente stupita, sinceramente sorpresa, nel risultare incredibilmente chiara, nitida, per quanto, paradossalmente, formulata dal tono proprio di Ras’Meen, che ella era praticamente certa fosse in grado di esprimersi solamente una lingua per lei incomprensibile, intraducibile.
« Riposa? » richiese con fare discreto, quasi temendo di poterla disturbare con quel proprio intervento, là dove, fino ad allora, tanto la stessa, quanto il marito, avevano mantenuto silenzio assoluto entro quelle mura.
« No. E fra breve lascerà la camera. » informò Be'Sihl, con voce quieta, evidente destinatario di simile interrogativo dove, alcun altro, avrebbe potuto altrimenti concedere adeguata risposta al medesimo « Temo, però, stia accadendo qualcosa di strano… »
« Cosa, figlio mio? Credi che ella sospetti qualcosa? » incalzò la voce della madre, continuando a giungere perfettamente intellegibile all'attenzione della mercenaria, così come se ella stesse parlando nelle lingue, a lei note, proprie di regni dell'angolo sud-occidentale del continente, come Kofreya, Y'Shalf, Gorthia o Tranith.
« Peggio ancora, madre. Molto peggio. » rispose il locandiere, incupendosi nel riservarsi, ora, un tono decisamente preoccupato « Mi ha riferito di quelle che considera essere strane allucinazioni… »
« Parla, per gli dei! » intervenne, allora, una terza voce, che Midda non faticò a riconoscere, inevitabilmente, quale quella del padre dell’uomo, Be’Soul, a sua volta trasparente nel significato del proprio intervento alle orecchie della loro inattesa ascoltatrice per quanto assurdo ciò sarebbe dovuto essere considerato « O temi che quella vacca ignorante possa comprendere le nostre parole? Che cosa ti ha detto? »
Se pur indifferente ella sarebbe allora potuta restare nel confronto con lo spiacevole termine adoperato dal genitore di Be'Sihl nei suoi riguardi, quell'ultima asserzione, quella vigorosa presa di posizione nei confronti del figlio, non poté mancare di scuotere, vivamente, l'animo della mercenaria, dove la donna, già inquieta per il ritorno dei propri incubi, non avrebbe ora potuto evitare ulteriore ragione d’angoscia per quell'improvvisa, inspiegabile confidenza con una lingua che non avrebbe dovuto esserle propria, come confermato da quello stesso intervento. Nel rialzarsi rapidamente dal letto divenuto cumulo di letame, la Figlia di Marr'Mahew non permise però all'ansia derivante da quell'incubo di dominarne la ragione, imponendosi di mantenersi lucida e, in questo, di agire con efficienza e discrezione, nel recuperare le proprie vesti e la propria arma, restando, comunque, ben attenta al proseguo di quell'assurdo dialogo, in grado di offrire terribile riscontro all'ipotesi meno piacevole fra tutte quelle da lei precedentemente formulate nella volontà di individuare una spiegazione concreta alla propria inattesa follia, così violentemente esplosa nel giungere all'interno dei confini propri di quel villaggio.
« Dopo quello che mi ha raccontato, sinceramente, non mi stupirei neppure se, improvvisamente, ella si rivelasse effettivamente in grado di comprendere la nostra lingua, padre. » commentò la voce di Be'Sihl, negando la sicurezza dimostrata dal padre su tale argomento « Sembra che abbia avuto degli assurdi momenti di lucidità, nei quali la verità nascosta dietro al nostro aspetto le sia stata rivelata: mi ha raccontato di aver assistito al vero volto del banchetto occorso ieri notte e, ancora, di aver osservato la realtà propria di tutto il nostro villaggio questa stessa mattina, dopo la vostra uscita. » esplicitò per maggiore chiarezza, riservandosi poi un accenno di rimproverò verso il proprio interlocutore per il linguaggio da lui adoperato « E, per favore, ti chiederei di smettere di definirla quale una vacca: ella è la mia donna. »
« Donna… vacca… identico concetto. » minimizzò l'anziano uomo, insistendo su quanto precedentemente espresso, con fare derisorio ora più rivolto al medesimo figlio che, effettivamente, in contrasto del soggetto di simile insulto « Ancora non comprendo cosa ti possa aver attratto in lei: non è una di noi… »
« Madre! » richiamò l'altro, richiedendo evidentemente l'intervento della seconda figura genitoriale a moderazione di quegli interventi, di tale spiacevole sarcasmo.
« Per quanto non condivida il linguaggio di tuo padre, non si può negare la realtà dei fatti: effettivamente ella non è una di noi. » riprese voce Ras’Meen, insistendo su quella definizione di estraneità « Hai sempre avuto gusti bizzarri, figlio mio, compiendo in virtù degli stessi scelte decisamente discutibili, come quella che ti ha spinto a lasciare la tua terra, il paese dei tuoi avi. Pensi davvero che una straniera possa essere accolta fra noi come nulla fosse? Che una di loro sia in grado di riservarsi un futuro fra di noi? Per i tuoi fratelli, quella che definisci come tua compagna, è semplicemente carne da macello… e non potrai impedire loro di continuare a considerarla c… »
Quelle parole, però, furono allora interrotte da un imprevisto rumore, prodotto maldestramente dall’azione della stessa donna guerriero, la quale, nel legare alla propria vita il fodero della spada bastarda, aveva involontariamente colpito con la punta della stessa, una coppia di grezze ciotole di pietra apparse in sostituzione di quelli che, fino a poco prima, si erano mostrati altrimenti quali bicchieri di terracotta.
« Cosa è stato?! » esclamò la voce di Be’Soul, risultando infastidito da tale disturbo.
« Vi ho detto che è sveglia. » giustificò, prontamente, la voce di Be'Sihl, intervenendo in immediata risposta al padre, nel dimostrarsi ancor più infastidito del medesimo per la reazione così espressa « Si starà vestendo e, in questo, avrà urtato qualcosa, facendolo cadere a terra: non c’è necessità di agitarsi tanto. »
« Stupida vacca. » inveì, insistendo, il primo « Non è nemmeno capace di muoversi senza far danni. »
« Midda? Amore… tutto bene? » domandò il locandiere, sforzandosi di ignorare le parole del padre e muovendosi, quindi, verso la camera, con un improvviso e inatteso capolino sulla soglia, nella volontà di assicurarsi dello stato della propria compagna « Midda?! »
Completamente rivestita, e pronta, in questo, a ogni eventualità, a ogni imprevisto, nel ritrovarsi ancora una volta posta a confronto con l'orrido volto del mostro da lei conosciuto quale Be'Sihl, la mercenaria non riuscì più a resistere, a frenarsi, non desiderando offrire alcun ulteriore dubbio a discapito della propria stessa mente, delle proprie percezioni sensoriali. Dove anche, infatti, ella non avesse ancora chiaro cosa potesse star accadendo o perché tale possibilità di comprensione della realtà le stesse venendo riconosciuta dal fato, la donna guerriero non avrebbe ormai potuto più tollerare, per un singolo, ulteriore, istante, quella situazione, la visione di quei mostri, sì umanoidi e pur chiaramente privi di umanità, nonché la beffa dei loro inganni, dal momento in cui, finalmente, trasparente risultava essere la presenza di un complotto a suo discapito, un piano ordito, intessuto, nel solo desiderio di ingannarla e destinarla, in questo, a chissà quale orrido destino.
« Mi dispiace per te, "amore", ma pocanzi hai avuto pienamente ragione… » dichiarò pertanto, a denti stretti, nel rivolgersi in direzione del proprio presunto compagno « Questa stupida vacca ha compreso alla perfezione tutto ciò che vi siete detti! »
lunedì 8 marzo 2010
787
Sollevando il proprio sguardo verso il compagno, Midda non poté allora evitare di sorridergli con dolcezza, con emozione sincera e trasparente per quell'affetto dimostratole, per quell'amore così donatole, che pur appariva quasi irreale in simile pienezza, in tanta complicità.
Dentro il proprio cuore, una parte di lei, era certa che quella loro relazione, al pari di tutti i suoi rapporti passati, non avrebbe avuto futuro e che, probabilmente, avrebbe in ciò spezzato il cuore del proprio compagno, infrangendo ogni sogno d'amore che in quel momento sarebbe potuto risultare tanto vicino, tanto concreto innanzi a loro. Ciò nonostante, egoisticamente, ella desiderava illudersi che, in un modo o nell'altro, in quest'occasione qualcosa sarebbe andato diversamente e che, forse, quella felicità non avrebbe dovuto cedere il passo alla malinconia, alla tristezza, al rimpianto così come in tutte le altre occasioni trascorse, così come era stato per tutti gli uomini della sua vita e come, forse, ormai si era ormai rassegnata a pensare sarebbe sempre e inevitabilmente stato. Cercando, pertanto, con dolcezza le labbra del proprio compagno, del proprio amante, ella sentì, nuovamente, il desiderio crescere in lei, ponendosi mai sazia per quella loro meravigliosa comunione: questa volta, però, un rumore giunse alla loro attenzione, distraendoli entrambi da quella che sarebbe potuta essere l'ennesima occasione di unione in quella lunga e appassionata giornata.
« Devono essere i miei genitori… » commentò Be'Sihl, sottovoce, un caldo alito contro le labbra di lei nel cercare dare un senso al suono avvertito « Saranno tornati a casa e si staranno preparando per la cena. »
« Mmm… cena. » ripeté la mercenaria, mordicchiando con delicata bramosia il labbro inferiore dell'amato, a offrire espressione di un certo appetito, più che ragionevole dopo un'intera giornata trascorsa praticamente a digiuno « In effetti non sarebbe poi un'idea tanto malvagia, prima di ricominciare tutto da capo. » suggerì, maliziosa verso l'uomo « Qual è la tua opinione a tal proposito? In fondo, un tempo, eri tu che ti preoccupavi tanto per la mia alimentazione, lamentandoti della mia dieta e definendola assolutamente sregolata. »
« Vorresti forse darmi torto?! » domandò egli, aggrottando la fronte e guardandola con aria divertita « Spero che tu non crederai davvero che un po' di carne secca possa essere definita quale un'alimentazione appropriata per il tuo stile di vita. Frutta, verdura, cereali, uova, carne fresca e pesce fresco, senza dimenticarci di latte e formaggi: di questo avresti bisogno! »
« La prossima volta che mi ritroverò in un sotterraneo abbandonato da qualche migliaio di anni, cercherò di essere accompagnata da una gallina e da una capretta, per ottemperare a simili esigenze. Nulla di complesso, dopotutto… » ironizzò la donna guerriero, ora risalendo con le proprie labbra e i propri denti a mordicchiare la punta del naso del compagno, in un gesto scherzoso, quasi infantile « Potrebbe essere faticoso convincerle, poi, ad attraversare un fiume di lava al mio seguito, ma almeno non mi verranno mai meno uova e latte fresco di giornata. »
« Brava… brava: prenditi giuoco di me. » la rimproverò con dolcezza, spingendola delicatamente di lato, per poter riconquistare libertà di movimento, evadendo dalla meravigliosa presa di lei « Orbene. Lasciami andare ad avvisare i miei genitori che ci uniremo a loro per la cena, per quanto sospetto stiano già apparecchiando per quattro. Ci penserò più tardi a regolare i conti con te… »
« Oh, oh. » sorrise ella, finendo, in conseguenza del movimento di lui, sdraiata sul fianco destro, con la schiena appoggiata al muro « Spero che tu non sia uno di quegli uomini che parlano molto e, poi, agiscono ben poco al momento opportuno. » lo sfidò, con sguardo sornione, accarezzando pigramente il proprio corpo nudo con la mancina con fare divertito, a voler enfatizzare le proprie doti fisiche nella volontà di stuzzicarlo.
« Per la compiacenza di Ha'Tho-Er! » esclamò l'uomo, sgranando appena lo sguardo verso di lei a tali parole, a simile provocazione, e invocando il nome di una delle divinità shar'tiaghe della fertilità, dando involontaria dimostrazione di come l'aria di casa gli avesse fatto rimembrare il proprio pantheon solitamente non citato, né a sproposito, né a ragion veduta « Vorresti farmi credere che le numerose riprove di queste ultime ore non ti sono ancora state sufficienti?! »
« Numerose riprove? » commentò la mercenaria, storcendo le labbra verso il basso nel volergli riservare un chiaro segnale di insoddisfazione « In verità le avevo considerate quali un semplice riscaldamento. Nulla di particolarmente impegnativo, non diverso dalla mia ginnastica quotidiana… »
Restando per un istante in silenzio, a osservare la compagna con espressione attonita per quelle sue parole, per quel suo tentativo volto a minimizzare tutto il loro amoreggiare di quell'intera giornata, Be'Sihl scoppiò alfine in una fragorosa risata, prendendo un cuscino e gettandolo in opposizione all'amata, nel colpirla in pieno viso ovviamente senza violenza alcuna. Ed ella, dal canto proprio, non poté fare altro che incassare quell'attacco e il proiettile lanciato contro di sé, subendo passivamente il colpo, per poi concedersi, a sua volta, una ricca dimostrazione di divertimento, nell'abbracciare quello stesso cuscino e nell'osservare, con amore e desiderio, il proprio premuroso compagno.
« Per gli dei tutti. » sospirò il locandiere, scuotendo il capo e risollevandosi ora dal letto e guardandosi attorno, alla ricerca dei propri abiti « E' in momenti come questo che non riesco a capacitarmi di come abbia fatto a resistere tanti anni senza stringerti a me… » confessò, guardandola sereno, gioioso, felice, radioso e soddisfatto della propria vita come, senza false ipocrisie, mai aveva avuto occasione di essere con alcun'altra amante, con alcun'altra compagna di letto, per quanto, naturalmente, a sua volta non si fosse fatto mancare altre donne nella propria vita e, anche, in quegli ultimi dieci anni.
« Non è colpa mia se ci hai messo tanto tempo prima di deciderti ad agire. » lo canzonò ella, distorcendo volutamente la realtà per poter continuare nel proprio giuoco con lui « Se avessi atteso ancora un po'... »
Una frase, quella della donna guerriero, che allora non ebbe però possibilità di conclusione, dove le labbra dell'uomo tornarono sulle sue, nel volerle imporle occasione di silenzio, ragione di quiete, in un bacio sicuramente rubato e, pur, ugualmente tanto desiderato, così come ognuno dei loro altri simili appuntamenti vissuti in quelle ultime ore. Al suo collo, quindi, ella si ritrovò dolcemente ad appendersi, a stringersi con le proprie braccia, quasi cercando in lui, in quella sua quieta serenità, in quel suo concreto affetto, un'ancora di salvezza, uno scoglio al quale poter offrire fiducia per trovare salvezza dall'impeto di quell'assurdo mare noto qual vita quotidiana, capace, nel suo caso, di sballottarla senza tregua a destra e a manca senza mai concederle alcuna possibilità di reale requie, sincero riposo qual solo, con lui, invece stava ora riuscendo a ritagliarsi, vivendo, forse per la prima volta nella propria vita, effettivamente qual una persona comune, una donna quale tante, e non una leggenda vivente, un'eroina irraggiungibile, ineffabile, quale i bardi si ostinavano a presentarla nelle proprie canzoni, nelle proprie liriche tanto colme di drammatica epica.
« Ora… vado… » sussurrò l'uomo, distaccandosi, alfine, dalle labbra adorate, quasi a fatica, con chiara sofferenza, nel ritrovare in lei nullificata ogni realtà, dimenticata ogni ragione, nel porsi qual vittima di un meraviglioso incantesimo in conseguenza al quale niente e nessuno avrebbe avuto valore al di fuori di lei e del loro amore « Tu vestiti con comodo. E vieni quando vuoi… » le raccomandò, accarezzandole i capelli con amore, con dolcezza, nel costringersi, con violenza contro se stesso, ad allontanarsi, in ciò, da quel corpo dal quale, altrimenti, non avrebbe avuto occasione di salvezza, possibilità di scampo.
« Non mi farò attendere... » promise ella, osservandolo con amore, nell'accarezzare con la punta delle dita della mancina le proprie labbra, quasi a voler trattenere, in tal gesto, su di esse il sapore, il calore proprio dell’uomo, del compagno adorato.
E così, felice, quasi gongolante, in conseguenza di quell'emozione di cui sentiva il proprio cuore essere tanto gonfio al punto da poter forse esplodere da un momento all'altro, ella restò allora immobile, nel seguire i movimenti del compagno verso la soglia e oltre la stessa, fino a quando il tendaggio, lì preposto alla funzionalità di porta, non le impedì di proseguire nella propria sincera contemplazione verso di lui, ringraziando in tal mentre, nel proprio animo, la propria beneamata dea per il dono magnifico, e forse immeritato, concessole con la sua presenza nella propria vita.







