Midda's Chronicles - le Cronache

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E' passato più di un anno dal mio ultimo intervento in questo spazio e, ormai, non ha neppure più senso cercare scuse.
In quest'ultimo anno, quello che posso dire, è che ho fatto in modo di impegnarmi a riordinare un po' la mia vita... e oggi, nel giorno del nono anniversario dalla nascita di Midda's Chronicles, credo che sia giunto il momento utile a darmi una nuova occasione per riprendere a scrivere. E, nello scrivere, a riscoprire la stessa passione che nove anni fa ha iniziato a guidare le mie dita sulla tastiera del computer... quella passione che fra trasferimenti in nuove città, malattie assortite e, per non farsi mancare nulla, problemi al lavoro, alla fine si è ritrovata a essere soffocata e, troppo a lungo, dimenticata.

Come già lo scorso anno, tuttavia, non voglio riprendere né dall'ultima storia regolare di Midda (046 - Il viaggio continua), che non desidero rovinare più del dovuto, e neppure dalla storia alternativa che avevo incominciato a scrivere un anno fa (RM 001 - Reimaging Midda: Un altro morde la polvere).
Preferisco mettermi alla prova con una pagina bianca... un nuovo Reimaging Midda. Al quale, se tutto andrà come spero, seguirà la ripresa, in ordine inverso, del precedente e poi, chissà, anche della serie regolare.
Diamo tempo al tempo...

Intanto: nove anni... tanti auguri, amica mia.

Sean, 11 gennaio 2017

sabato 25 febbraio 2017

RM 055


Ma Midda non c’era. Midda Bontor era morta. E quello innanzi a lei era solo un mostro. Un orrido mostro dalle fattezze simili a quelle della sua perduta maestra. Un orrido mostro che, addirittura, avrebbe avuto a dover essere considerato qual il solo responsabile per la sua prematura fine, per la sua tragica uccisione. E quello stesso mostro, non ebbe esitazione alcuna a manifestarsi, e a manifestarsi non diversamente dal suo simile che, oltre un anno prima, si era presentato sulla soglia dell’appartamento in cui, allora, viveva la giovane dai capelli color del fuoco: lungo la linea mediana del volto sfregiato della donna dai capelli corvini ebbe ad aprirsi una lieve fessura, una lieve fessura che, a partire dall’alto della sua nuca, fino a scendere al collo, vide la sua testa separarsi in due metà speculari, due metà lungo le quali ebbe a sfoggiare una fila di lunghi denti sottili e affilati, a porre maggior enfasi sull’immagine di quella bocca che, già di per sé, avrebbe avuto a considerarsi semplicemente oscena.

“Midda è morta… ma tu ancora vivi.”
« Grazie per la precisazione… » replicò, alla voce udita dentro la propria testa, a quella probabile manifestazione di follia, da parte sua, e che, ciò non di meno, avrebbe allora rappresentato sicuramente il male minore « … avrei potuto arrivarci da sola, però. » commentò, storcendo le labbra verso il basso, con triste ironia.

Ironia, la sua, che forse aveva appreso dalla sua maestra, o che forse avrebbe avuto a doversi riconoscere qual innata nel suo carattere, nel suo modo di essere, laddove in fondo ella e la sua maestra non avrebbero avuto a dover essere dimenticate quali due versioni alternative della stessa persona. Ironia, la sua, che comunque, a prescindere dalla propria origine, in quel frangente, in quel momento, si presentò non dissimile da un segnale, da una inequivocabile dimostrazione di come, forse complice quella voce nella sua mente, forse complice l’orrida manifestazione presentatasi al suo sguardo, ella avrebbe avuto a doversi considerare psicologicamente predisposta alla lotta, alla battaglia che, lì, la stava richiamando. Giacché, in quell’ironia, ella, come Midda prima di lei, aveva imparato a sublimare la consapevolezza dei propri limiti, della propria evidente inferiorità rispetto alla sfida lì riservatale e, ciò non di meno, della volontà di porsi alla prova, di sfidarsi a superare tutto ciò, nel dimostrare la differenza fra l’uomo e il mito, fra ciò che chiunque avrebbe potuto compiere, senza in questo motivo di gloria, e ciò che nessuno avrebbe avuto il coraggio di immaginare, in ciò, comunque, non alla ricerca di effimera gloria, quanto, e piuttosto, alla conquista della propria libertà, della propria libertà di essere e di agire al di là di qualunque imposizione, mortale o divina.
Così, nel momento in cui la creatura che si era impossessata del corpo della Figlia di Marr’Mahew si catapultò verso di lei, ella non si propose più come l’indifesa vittima che, pochi istanti prima, ancora appariva essere, quanto e piuttosto qual la giovane guerriera che, in quell’ultimo anno, tanto si era impegnata, tanto sudore e sangue aveva versato, per poter divenire. E la carica del mostro, di quell’osceno abominio blasfemo, venne da lei nullificata, nei propri effetti, da una semplice, agile schivata, una facile capriola come migliaia e migliaia di volte proprio in quel seminterrato aveva imparato a compiere, nel corso di quattro lunghe stagioni di addestramento.

« D’accordo… per sbloccarmi, mi sono sbloccata. » ebbe a constatare, in relazione a quanto appena compiuto, un piccolo riconoscimento per il proprio successo benché, obiettivamente, avrebbe potuto giungere prima a quel risultato « Se ora riuscissi anche a prendere in considerazione di farti a pezzi, forse potrei salvare la situazione… oltre alla pelle, s’intende. » continuò, in direzione della creatura, non priva di una velata autocritica, giacché, ne era consapevole, ancora avrebbe potuto accusare delle remore all’idea di compiere quanto pur richiestole, ordinatole addirittura, dalla propria maestra prima di morire.

Quasi ruzzolato a terra in conseguenza all’enfasi di quel proprio movimento privato di un concreto obiettivo, il mostro ebbe necessità di un istante per riguadagnare l’equilibrio e arrestarsi, voltandosi di nuovo verso Maddie. Per un lunghissimo attimo scolpito nel tempo, la scena sembrò congelarsi, nel confronto silenzioso fra quella grottesca parodia di umanità e la sua antagonista, intervallo nel quale la giovane guerriera cercò di convincersi a imprimere nel proprio sguardo, e nella propria mente, quanto più possibile dell’orrore rappresentato da quell’essere, in maniera tale da poterlo finalmente considerare per quello che veramente era e non, piuttosto, per la propria perduta amica, per la propria versione alternativa giunta nel suo universo per salvarla e, purtroppo, lì deceduta nel tentativo.
E quando, finalmente, l’erede della figlia della dea della guerra riuscì a iniziare a prendere in considerazione l’idea di voltarsi in direzione della rastrelliera delle armi per afferrarne una e predisporsi in maniera più adeguata al confronto, qualcosa avvenne, sorprendendola e sconvolgendo completamente qualunque ipotesi d’azione essa potesse aver avuto successo a concepire: il mostro, infatti, richiuse lentamente la propria bocca, il capo della defunta Midda, e, dopo un ulteriore momento di esitazione, nell’essere rimasto ancora a fissarla con i propri occhi privi di vita, esso si ritrasse rapidamente da lei e, con maggiore velocità di quanto l’altra non avrebbe potuto attendersi, conquistò l’uscita da quel sotterraneo.

« Dannazione… » gemette, allora, Maddie, sgranando gli occhi nel confronto con quella ritirata, imprevista ma non imprevedibile… non nel considerare quale fosse la mente celata dietro alle azioni del mostro « … Anmel… »

Resistendo al primo istinto volto a inseguirla senza neppur concedersi l’occasione di battere ciglio, la giovane guerriera ebbe allora sufficiente lucidità mentale per costringersi, prima di ciò, a voltarsi verso la varietà di armi appese alle proprie spalle, nel riuscire a giudicare altresì inutile qualunque tentativo di opposizione a mani nude a quell’essere.
Per quanto, infatti, fosse stata addestrata da Midda e per quanto geneticamente fosse a lei sicuramente identica, una differenza insanabile, e che sperava sinceramente sarebbe rimasta tale, la divideva dalla propria trapassata maestra d’arme: l’assenza di una protesi robotica in sostituzione del proprio braccio destro, proveniente da una realtà quantomeno fantascientifica, per quello che aveva avuto occasione di raccontarle, e in grado di schiacciare, come un enorme insetto, anche la vittima del morbo cnidariano, come l’ammasso di carne e ossa riverso in un angolo della loro palestra avrebbe potuto tanto facilmente, quanto laconicamente, dimostrare. In assenza di ciò, quindi, ella ebbe a votare per un paio di asce tattiche, armi sufficientemente pratiche e duttili, adatte sia nel combattimento corpo a corpo che, eventualmente, a distanza, con l’impiego delle quali aveva avuto modo di maturare confidenza circa un paio di mesi prima, e con le quali, sperava, di potersi riservare una qualche possibilità nell’improba impresa rappresentata da quel suo ultimo avversario.
In tal maniera armata, e consapevole di non aver speso più di una trentina di secondi per maturare la propria scelta e porla in essere, Maddie si catapultò all’inseguimento della propria avversaria, certa di poterla raggiungere lungo il marciapiede là fuori. Suo malgrado, purtroppo, un importante aspetto delle capacità proprie delle vittime del morbo cnidariano le stava sfuggendo in tutto quello: benché in apparenza bestiali belve comandate soltanto da primordiali istinti, esse non avrebbero avuto a dover essere confuse con meri, stolidi zombie, nell’essere dotati, al contrario, di sufficiente intelligenza da permettere loro di scegliere i propri avversari, elaborare tattiche in loro avversione, servirsi di armi, anche improvvisate come era stato il termosifone impiegato nel suo vecchio appartamento, o, all’occorrenza, di guidare un’automobile.

« Cagna maledetta… » gridò, in maniera spontanea e incontrollata, vedendo la creatura con le fattezze di Midda salita a bordo della propria auto impegnata a porla in moto, complice la straordinaria stupidità da lei dimostrata nel non premurarsi non soltanto di non chiudere il veicolo ma, addirittura, di lasciarne le chiavi direttamente appese nel nottolino di accensione « Non puoi davvero rubarmi l’auto! »

venerdì 24 febbraio 2017

RM 054


Terrificanti, per Maddie, furono gli istanti che ebbero a seguire l’addio della Figlia di Marr’Mahew, della Campionessa di Kriarya, della sua protettrice, mentore, maestra d’arme.
Di fronte alla morte, la giovane dai rossi capelli color del fuoco non avrebbe potuto ovviare a desiderare, quantomeno, la possibilità di un rispettoso momento di silenzio, di cordoglio, per continuare a piangere la propria pena e, forse, trovare la forza di iniziare ad affrontare il proprio lutto. Tuttavia, con buona pace per Josephine e tutti i suoi pur apprezzabili consigli, in quel frangente, in quel contesto, non le venne concessa neppure l’opportunità di iniziare con la prima delle cinque fasi dell’elaborazione della perdita, la negazione, giacché, al silenzio atteso, che le avrebbe garantito l’occasione di restare sola con i propri pensieri, con il proprio dolore, fu piuttosto sostituito il suono prodotto da una litania di gemiti e di rantolii, a contorno di improvvisi spasmi e violente contrazioni atti a sconquassare il corpo della defunta e trasparenti di quanto, dopo una vita purtroppo non facile, alla donna guerriero, alla mercenaria, a quella straordinaria viaggiatrice interdimensionale, non stava venendo garantita una morte semplice, una fine quieta… al contrario.
Così come la stessa Midda aveva tentato di descrivere, nel ricordare alla propria allieva ciò che ella già avrebbe dovuto sapere, nell’averne già a lungo parlato nel corso di quegli ultimi mesi, il suo corpo stava mutando, stava venendo riscritto, nella propria stessa natura, nelle proprie fondamenta biologiche, dal profondo. Un cambiamento, quello in corso, che aveva ormai già cancellato la mente, la personalità, tutto ciò che la donna guerriero era stata nel corso della sua straordinaria vita, in una perdita che, per quanto distintiva di un momento straordinariamente drammatico, avrebbe forse avuto a essere riconosciuta qual l’unico aspetto positivo in tale tragedia, risparmiando alla stessa mercenaria, quantomeno, l’orrore derivante dall’assistere coscientemente alla propria trasformazione in qualcun altro, in qualcos’altro… e qualcosa, oltretutto, non così dissimile da tutti i mostri, da tutte le creature contro le quali, nel corso della propria esistenza, ella aveva combattuto e vinto. Quella parola rimasta a metà, quella frase incompiuta, e dedicata alla famiglia abbandonata in un universo lontano, che mai avrebbe probabilmente avuto occasione di essere informata del suo fato, di riavere indietro il suo corpo per piangere la sua tragica morte, avrebbe avuto pertanto a doversi considerare qual il suo ultimo atto cosciente, la sua ultima azione da viva, giacché, quando quell’oscena, macabra musica di dolore si fosse interrotta, quel corpo avrebbe continuato a vivere, in una nuova forma, in una nuova essenza, benché di lei, di Midda Bontor non sarebbe rimasto più nulla.
E Maddie, tutto ciò, lo comprendeva… lo comprendeva perfettamente, per quanto avrebbe preferito poter godere ancora di un po’ dell’ignoranza che, fino a un solo anno prima, l’aveva contraddistinta, l’aveva caratterizzata e, forse, l’avrebbe lì potuta proteggere dal peso della propria colpa: la colpa di non star riuscendo a reagire innanzi a tale dramma. La parte razionale della mente della giovane guerriera, infatti, continuava a ricordarle, con amor di dettaglio straordinario, ogni spiegazione ascoltata da parte della sua compianta maestra d’arme, ogni informazione che aveva avuto occasione di apprendere in merito al morbo cnidariano; la logica del suo pensiero insisteva impassibile a imporle un’asettica, obiettiva e incontrovertibile, serie di dati relativi a quella dannata piaga, ai suoi effetti, a tutto ciò in cui la sua amata mentore stava mutando; e, a contorno di tutto ciò, il suo addestramento, quell’intenso anno trascorso a maturare in quanto combattente, non stava mancando di suggerirle almeno una decina di diverse tattiche da attuare al fine di iniziare ad arginare il problema, nell’intento di tentare di contenere l’arrivo del mostro, ferendo, danneggiando la sua vittima, affinché il processo potesse rallentare, ostacolato dalla necessità di ripristinare l’integrità di quel corpo nel mentre in cui, ancora, la sua natura stava venendo riscritta. Purtroppo, benché la sua parte razionale fosse ben consapevole di tutto ciò, benché ella non avrebbe potuto obiettivamente dirsi ignara nel merito di quello a cui stava andando incontro, la sua parte più emotiva non le stava permettendo, né le avrebbe potuto permettere, alcun genere di azione a offendere, a violare le spoglie di colei che tanto le aveva donato e a cui, ella, in ciò, era pur consapevole non avrebbe riconosciuto alcun rispetto, nel star dimostrando di voler ignorare quelle ultime volontà nel condividere le quali, pur, l’altra l’aveva lì fatta accorrere con tanta urgenza.
Così, divisa nell’intimo della propria mente, del proprio cuore, del proprio spirito, Madailéin si ritrovò come pietrificata, impossibilitata a prendere parte agli eventi di cui, pur, non avrebbe quindi potuto ovviare a essere testimone, e, in ciò, probabilmente, vittima, nel ritrovarsi, suo malgrado, già condannata a essere aggredita dal mostro che, da tanto dolore, sarebbe stato generato.

“Reagisci.”

Una voce. Una voce nella sua mente.
Forse il suo istinto che, pur da lei un tempo rinnegato nella propria stessa possibile esistenza, stava allora sforzandosi di spingerla a lottare, e a lottare per vivere, per guadagnare una possibilità di futuro così come, nel proprio immobilismo, non avrebbe mai potuto avere? O, forse, il segno della pazzia nella quale, suo malgrado, stava lì precipitando, nell’essere posta, ancora una volta, innanzi alla perdita di una figura materna… dolore che, con troppo accanimento, si era già riversato addosso a lei per ben due volte in appena trent’anni di vita?
Innanzi a lei, nel mentre di quel consiglio, di quell’invito, di quell’ordine, pur assolutamente corretto nelle proprie ragioni e nella propria formulazione, l’orrore stava intanto giungendo a compimento. E colei che un tempo era stata Midda Bontor, colei che un tempo era stata l’indomabile Figlia di Marr’Mahew, alfine libera da spasmi e contrazioni, alfine quietamente immersa nel sperato silenzio che, pur, in quel particolare contesto, non avrebbe potuto essere allora associato alla morte, iniziò lentamente a rialzarsi, a risollevarsi da terra, là dove era caduta pocanzi, per riassumere una posizione eretta e volgere, in direzione dell’unica altra figura lì presente uno sguardo alfine vuoto, alieno, nel quale in alcun modo, in alcuna condizione, Maddie avrebbe potuto fraintendere neppur l’ombra della donna che ella era stata un tempo, di colei a cui tutto il proprio affetto, tutta la propria gratitudine, stavano ancor venendo rivolti.
Qualunque cosa fosse quella risorta davanti al suo immobile e attonito sguardo, non era più la sua protettrice, la sua maestra, la sua mentore. E, pur sapendolo, pur essendone perfettamente consapevole, pur addirittura potendolo lì persino constatare, Madailéin ancora non era in grado di associare quel viso, quel corpo, quella figura, a quella di un avversario, a quella di un nemico, di un mostro da dover combattere e abbattere, prima che il peggio potesse occorrere.

“Accogli il tuo retaggio.”

Ancora quella voce. Una voce a lei estranea. Una voce che mai, prima, aveva avuto occasione di udire in vita sua e che, obiettivamente, neppur in quel momento aveva realmente ascoltato, nell’essere risuonata solo all’interno della sua mente. E pur, ciò non di meno, una voce in grado di trasmetterle, sorprendentemente, una profonda sensazione di pace, di serenità, persino di gioia, in quel momento, in quel contesto, nel quale pur alcuna gioia, alcuna serenità, alcuna pace avrebbe potuto né emotivamente, né razionalmente provare.
Stava davvero perdendo il senno?
Innanzi a lei, ancora osservandola con sguardo vuoto, l’ultima vittima del morbo cnidariano appariva ancora immobile, forse a scrutarla, forse a decidere di quale morte dovesse morire, o… possibile che, in qualche modo, per qualche ragione, quell’immobilismo potesse rappresentare quanto, in quella creatura, ancora fosse rimasta una leggera ombra di colei che era stata un tempo, in misura pur sufficiente, lì, a impedirle di scagliarsi contro la sua allieva?

« … Midda…? » sussurrò, esitante.

giovedì 23 febbraio 2017

RM 053


« No… » sussurrò la giovane, sentendo gli occhi colmarsi di lacrime a quell’idea, e nel ritrovarsi, proprio malgrado, posta innanzi alla consapevolezza di quanto, purtroppo, ancora una volta… per l’ultima volta… la propria mentore avesse ragione, così come, in quegli ultimi dodici mesi, in quelle stagioni trascorse insieme, mai una volta aveva mancato di avere.
« Devi uccidermi, Madailéin. » le ordinò, o, forse, la supplicò, in una sottile linea d’ombra, fra tali interpretazioni, per la quale difficile sarebbe stato definire la correttezza di un’interpretazione piuttosto che di un’altra « Devi distruggermi prima che io possa distruggere tutto il tuo mondo… » insistette, in tal senso riferendosi, allora, non tanto all’intero pianeta a loro circostante, quanto, e piuttosto, al padre, alla gemella, al compagno della sua interlocutrice… a tutti coloro che, per lei, costituivano il proprio mondo e che, certamente, avendone l’occasione, Anmel non avrebbe allor risparmiato per infliggere ancor più sofferenza a quella versione alternativa della propria principale avversaria « Devi farlo tu, perché io, da sola, non posso… o, credimi, lo avrei già fatto! »

Maddie non poteva, non voleva, accettare tutto quello. Solo un’ora prima, la sua ansia maggiore avrebbe avuto a doversi considerare destinata al livello di cottura del ripieno del pollo, nell’incertezza di aver saltato a sufficienza le patate, i fegatini di pollo e le olive in padella prima di farcire il piatto principale della serata e di infilarlo in forno, per lasciar concludere a quest’ultimo il lavoro. E, così, in maniera terribilmente repentina, assolutamente imprevista e, obiettivamente, imprevedibile, per la seconda volta nella sua esistenza il destino, gli dei, o chi per loro, stavano pretendendo da lei che rinunciasse impotente a una figura materna qual, per quanto assurdo tutto ciò avrebbe avuto a dover essere considerato, Midda era comunque divenuta, in quell’ultimo anno, per lei.
L’incidente automobilistico l’aveva privata della madre; il morbo cnidariano l’avrebbe allor privata della propria protettrice, mentore e maestra d’arme… e, in tutto quello, ella avrebbe dovuto non soltanto accettare di restare immobile a osservare, quanto, e ancor più assurdo, avrebbe dovuto intervenire, e intervenire in prima persona, al solo, terrificante scopo di eseguire, ella stessa, tale condanna già sancita da altri? Quale folle sadismo, qualche insensata perversione avrebbe mai potuto accanirsi a tal punto a suo discapito in maniera tale da negarle, addirittura, il mero ruolo della vittima nel pretendere, da lei, quello del carnefice? Con quale forza, con quale assoluta mancanza di sentimenti, avrebbe potuto anche solo immaginare di accettare di terminare in maniera tanto arbitraria, sì razionale, assurdamente calcolata l’esistenza di colei a cui doveva tanto, forse addirittura doveva tutto, nel non averle donato forse la vita, così come era stato per la sua genitrice, e, ciò non di meno, nell’averle concesso di poter iniziare, realmente, ad apprezzare la propria vita, il dono straordinario e meraviglioso che, per tanto tempo, per troppo tempo, aveva così stolidamente sprecato, senza neppure rendersene realmente conto?
No. Non avrebbe mai potuto rivoltarsi in tal maniera contro di lei, neppure nel momento stesso in cui, a chiederlo, era proprio ella stessa. Avrebbero dovuto trovare una soluzione. Avrebbero dovuto trovare un’altra soluzione… qualcosa che non prevedesse né la morte di Midda né, tantomeno, l’eventualità in cui fosse lei stessa a doverla uccidere.

« Deve esserci una cura… dobbiamo cercarla… dobbiamo trovarla… e tutto andrà a posto. » sancì, in termini che, probabilmente, avrebbero avuto a doversi riconoscere non dissimili da quelli propri di un bambino posto per la prima volta nella sua vita di fronte all’evidenza che, non sempre, le cose possono essere aggiustate, e, in questo, incapace ad accettarlo, incapace a scendere a patti con la dura realtà propria di quanto, al di là di ogni desideri, di ogni capriccio, di ogni pianto, quanto perduto non avrebbe potuto essere recuperato « Tu sei la Figlia di Marr’Mahew! Tu hai combattuto contro ogni genere di mostro! Non puoi essere sconfitta per così poco… non puoi morire per un semplice graffio… »
« Maddie… non capisci… » gemette l’altra, cercando di muovere un passo in direzione della rastrelliera e, in ciò, semplicemente crollando al suolo, cadendo violentemente in ginocchio di fronte all’altra, straziata, nella profondità del proprio corpo, delle proprie viscere, da un dolore come alcuna vocabolo coniato da mortale avrebbe mai potuto adeguatamente descrivere « … è come se io fossi già morta… e fra pochi minuti lo sarò per davvero, lasciando il posto all’orrore che prenderà il controllo del mio corpo e agirà al solo scopo di trasformare, qualunque osceno piano alla base di tutto ciò, in realtà. »
« Sei tu che non capisci… » si sentì sul punto di scoppiare in lacrime l’altra, osservandola in un misto di terrore e disperazione « Dopo tutto ciò che tu mi hai insegnato… dopo la vita che tu mi hai donato la possibilità di iniziare a vivere, laddove prima neppure la immaginavo possibile… come puoi credere che io possa ubbidire a questa tua richiesta di morte? »
« Madailéin… se mai mi hai offerto la tua stima… il tuo affetto… il tuo rispetto… la tua fiducia… ti prego… ti prego… uccidimi ora. » la implorò, ormai apertamente, qual ultimo desiderio di una condannata a morte, l’ultima concessione a chi, già, destinato inoppugnabilmente al trapasso « Non permettermi di ucciderti… o, peggio, di uccidere Jules, Nóirín o Eliud… o chiunque altro a te vicino. Non permettermi di divenire una mera marionetta nelle mani di Anmel… non farmi morire da schiava… io che per tutta la mia vita ho cercato, sempre e comunque, di porre la libertà a fondamento di ogni mia azione, di ogni mia decisione… »

Razionalmente, Maddie sapeva cosa avrebbe dovuto compiere. Al più, in quel mentre, avrebbe potuto dirsi incerta su come compierlo, su come riuscire non tanto a uccidere Midda, quanto e piuttosto a impedire alla creatura che sarebbe nata in conseguenza al contagio subito di risollevarsi da terra, nell’aver dimostrato, già un anno prima, grande tenacia, incredibile resistenza agli attacchi inferti. Razionalmente la sua attenzione, quindi, avrebbe avuto tutt’al più a doversi concentrare non sul perché, sul se o sul quando, quanto e piuttosto sulle modalità in cui ciò avrebbe avuto a dover avvenire.
Tuttavia, al di là di quello straordinariamente intenso anno di allenamento, e al di là della propria natura, di quella propria innata predisposizione ad affrontare con mente analitica le situazioni a sé circostanti, Maddie non avrebbe potuto ignorare il contesto a contorno di quella certezza, di quel come, psicologicamente ancora arrestata sul perché. Giacché ella non desiderava agire in quella direzione, non desiderava accettare l’apparente ineluttabilità di quel fato e, al di là di tutta la straordinaria stima, di tutto l’incalcolabile affetto, del saldo rispetto e della ferma fiducia che ella aveva sempre provato nei riguardi di quella propria versione alternativa, mai, comunque, realmente vista soltanto come tale, ella non era in grado di accettare di dover porre in essere la sentenza da lei stessa emessa.

« … troveremo il modo… » pianse, apertamente, straziata nel proprio stesso io, nel profondo del proprio animo, in quella disperazione considerandosi pronta, ove necessario, a rischiare ella stessa la sua vita, il suo avvenire, per non essere costretta a uccidere la propria amica.

Purtroppo per la giovane dai rossi capelli color del fuoco e dagli occhi azzurri color del ghiaccio, in quell’occasione, in quel contesto, nessuna lacrima avrebbe potuto rimediare alla situazione, risolvere il problema, e, in ciò, esserle realmente di aiuto. Perché, per quanto ella avrebbe potuto gridare tutta la propria pena, il destino di Midda Namile Bontor era ormai segnato… così come, nelle proprie ultime parole, la sua mentore volle esprimere, insieme al suo, allor, più grande rimpianto.

« Se mai… ti sarà concesso il modo… di incontrare i miei figli… mio marito… » rantolò, piegata a terra, con sguardo ormai annebbiato, incapace a cogliere, realmente, il mondo circostante « … di’ loro che mi dispiace… e che… li ho sempre amati… per quanto non sia stata in grado… di dimostr… »