Midda's Chronicles - le Cronache

News & Comunicazioni

Conclusa la lunga, lunghissima (tre anni...) pubblicazione de "Il viaggio continua", il racconto che, nella mia memoria sarà ricordato come l'episodio dell'ora più buia di questa pubblicazione; inizia oggi "Non abbassare lo sguardo", il 47° racconto della saga regolare di Midda's Chronicles (50° considerando anche i tre racconti pubblicati all'insegna del marchio Reimaging Midda)!
Racconto che, quindi, oltre ad avere potenzialmente un numero importante, ci accompagnerà verso il traguardo dell'11 gennaio 2018, ossia il decennale dall'inizio di questo viaggio insieme!

Grazie a tutti per l'affetto!

Sean, 5 ottobre 2017

giovedì 19 ottobre 2017

2343


« Piacere di conoscervi… Tagae e Liagu. » sorrise l’ex-mercenaria, accompagnando simili parole con l’offerta dei propri palmi aperti, rivolti verso l’alto, in segno di fiducia, un gesto che, nella cultura del mondo dal quale ella proveniva, nel quale ella era nata e cresciuta, avrebbe avuto a dover essere considerato dimostrazione di assoluta fede nel proprio interlocutore, nel mostrare quanto, in quel mentre, alcuna arma fosse presente nelle proprie mani e, in ciò, inerme ella stessa avrebbe potuto risultare innanzi a eventuali aggressioni, a possibili attacchi, quali pur, in tutto ciò, non sarebbero ovviamente stati mai attesi o tale apertura non avrebbe avuto ragione di dimostrarsi essere.
« Che ne dite, ora, di trovare un posticino tranquillo dove poter fare quattro chiacchiere…? » proseguì e propose loro, con tono ancor quieto, sereno, qual solo si era premurata di offrire loro sino a quel momento « Magari davanti a una bel gelato! » ipotizzò, in quello che, forse, avrebbe avuto a doversi ritenere un banale tentativo di corruzione psicologica a loro discapito, ma che pur ebbe a voler giustificare in toni volti a escludere una qualche malizia a tal riguardo, nel suggerire qualcosa di diverso « Sapete… nel mondo dal quale io provengo i gelati non esistono. E non potete immaginare quanto sia rimasta sconvolta la prima volta che me ne hanno fatto provare uno, lo scorso anno… »

Parole, quelle da lei forse involontariamente scelte, che si dimostrarono capaci di incuriosire i pargoli, non tanto alla prospettiva rappresentata dall’offerta di quel gelato, quanto e piuttosto per la bizzarria propria incarnata da una donna indubbiamente adulta e giunta alla propria età, qualunque essa fosse, senza aver mai provato, prima dell’anno precedente, un gelato.
Per un istante, in tutto ciò, i due bambini si scambiarono silenziosi sguardi interrogativi, volti a domandarsi quanto, effettivamente, le parole da lei pronunciate avessero a potersi ritenere sincere e quanto, piuttosto, una mera fola volta a qualche non meglio identificato obiettivo. Ma proprio nella difficoltà a comprendere per quale ragione quella loro interlocutrice avrebbe avuto a doversi spendere in una simile fandonia, laddove nulla di tutto ciò avrebbe potuto riservarle un qualunque genere di vantaggio, essi decisero che avrebbero avuto a poterle credere, benché semplicemente assurdo, dal loro personalissimo punto di vista, sarebbe stato concepire l’idea di un mondo privo di gelato. Se ella avesse dichiarato che, nel mondo dal quale ella proveniva, tutte le persone erano solite nascere con quattro braccia, salvo perderne due nel passaggio all’età adulta; o se ella avesse sostenuto che, nel mondo dal quale ella proveniva, uomini e donne avessero avuto a doversi riconoscere a ruoli biologicamente invertiti, vedendo gravare ogni onere e onore della gravidanza sul maschio altresì che sulla femmina; sicuramente la questione avrebbe potuto suscitare meno sorpresa, meno disorientamento rispetto all’idea di un mondo privo di gelato, a confronto, dopotutto, con l’estrema varietà rappresentata da molteplici specie umanoidi e, pur, non umane, contraddistinte da caratteristiche sovente incontrovertibili, così come l’aspetto di chiara ispirazione rettile proprio degli ofidiani, proprio di Lys’sh, e a volte meno evidenti, meno palesi.
Tutto, quindi, avrebbe potuto essere accolto con sufficiente quiete nel confronto delle menti dei due pargoli… tutto ma non un mondo privo di gelato. Ragione per la quale, non a caso, il loro successivo intervento si dimostrò effettivamente volto a meglio definire quell’aspetto, quella questione, la quale, pur banale, pur probabilmente priva di significato nel confronto con tutto il resto, anche e soltanto, banalmente, innanzi agli eventi propri di quella stessa mattina, non avrebbe potuto ovviare a dominare la loro infantile curiosità almeno sino a quando ella non avesse deciso di meglio definirla, di meglio chiarirla…

« Ma da che mondo vieni…? » ebbe a questionare, quindi, Liagu, piegando appena il proprio capetto di lato, a cercare di meglio inquadrare quella donna, tanto bizzarra nelle proprie affermazioni « Come può esistere un mondo senza gelato…?! »
« Ah beh… sapeste quante cose non esistono nel mondo dal quale io vengo. » ridacchiò il capo della sicurezza della Kasta Hamina, nel confronto con l’innocenza di quell’affermazione, laddove, al di là dell’interrogativo proprio del tono adoperato, quell’ultima avrebbe avuto a doversi riconoscere più qual un mero esercizio di retorica, nella difficoltà a concepire, obiettivamente, la questione « Treni, navette, astronavi, dispositivi elettronici, tagliacapelli elettrici, cibo in barrette, cerniere lampo e molto altro ancora… » sorrise, cercando di offrire una piccola panoramica delle prime cose che le vennero allora in mente nel merito di tutto quello che, nel suo mondo, mancava, in una situazione di progresso tecnologico imparagonabile rispetto a quanto, allora, loro circostante, e tale da poterli definire, né più, né meno, quali semplici barbari al cospetto di una tale, straordinaria civiltà.
« Ohh… » non poterono evitare di commentare, a margine di quell’affermazione, con bocche aperte e occhi sgranati, innanzi a quanto, obiettivamente, avrebbero avuto difficoltà ad accettare e ad accettar per vero, tanto estraneo a tutto ciò, altresì, per loro riconoscibile qual la propria realtà quotidiana.

Una reazione, quella propria dei due pargoli, che non avrebbe avuto a dover essere giudicata neppur in diretta relazione con le loro giovani età, giacché, invero, a tali reazioni, a simili repliche ella ormai avrebbe avuto a doversi riconoscere abituata, laddove eguali risposte ella aveva avuto già ampiamente occasione di collezionare nel corso dell’ultimo anno, praticamente nel confronto con chiunque avesse avuto possibilità di essere posto a conoscenza della sua storia personale, e della verità delle sue origini, così estranee, così aliene a qualunque consueta possibilità di comprensione da risultar di difficile accettazione anche per coloro i quali abituati a confrontarsi, quotidianamente, con dozzine, se non centinaia, di diverse specie, di diverse culture, di diversi mondi… diversi, sì, e pur tutti, o quasi, resi incredibilmente omogenei dal proprio progresso tecnologico, dalla capacità di superare i confini del proprio mondo e di espandersi fra le immensità siderali là dove, ad attenderli, avrebbero alfine incontrato molte altre civiltà. Un’omogeneità a confronto con la quale, tuttavia, Midda, così come il suo amato Be’Sihl, non avrebbero potuto trovare occasione alcuna di armonia, rappresentando, nelle proprie vicende, nei termini della propria personale conquista delle stelle, avvenuta in grazia all’intervento di un principio fondamentale della Creazione qual la fenice stessa, un’assurda eccezione, un elemento di discordia, quasi e persino un paradosso.

« Facciamo così: io vi racconterò un po’ della mia storia se voi accetterete di raccontarmi un po’ della vostra… » propose la Figlia di Marr’Mahew, cercando, in tal maniera, di ritornare al nocciolo della questione, a quelle informazioni che desiderava ottenere da loro, e per le quali era saltata giù dal treno prima della sua partenza, separandosi, in ciò, dai propri compagni, e che pur, ancora, sembravano esserle negate, nella difficoltà a focalizzare l’interesse dei bambini su quell’argomento, difficoltà che, forse, avrebbe avuto a doversi persino considerare evidenza di qualche inibizione psicologica a voler affrontare la cosa, nel trauma che, dalla cosa, era per loro stessi derivata… oppure, e più banalmente, in conseguenza alla sua semplice incapacità a confrontarsi, a rapportarsi con quei pargoli, in un’impresa che, forse, aveva sottovalutato nella propria stessa difficoltà, e che, ciò non di meno, non avrebbe dovuto commettere l’errore di minimizzare nella propria complessità, nel proprio effettivo valore « Che ne dite…? »

E, forse e ancora, spinti più dalla curiosità di saperne essi stessi di più nel merito di quella particolare figura, di quella strana donna, ancor prima che nell’effettiva volontà a condividere con lei le proprie storie, le proprie vicende e, soprattutto, i propri drammi, i propri problemi, i due bambini tornarono a un silenzioso momento di confronto reciproco, uno sguardo scambiato fra loro e utile a chiarire le reciproche posizioni, il comune accordo nel confronto con tutto quello, e con la volontà di approfondire l’interessante argomento da lei stessa incarnato in misura indubbiamente non inferiore anche rispetto al desiderio di conoscenza altresì da lei promosso a loro riguardo.

« D’accordo. » promosse Tagae, annuendo a meglio evidenziare tale decisione « Ma mangiamo anche un gelato, nel frattempo… » soggiunse, a dimostrare di non aver ignorato la precedente proposta di lei.

mercoledì 18 ottobre 2017

2342


Proprio malgrado, Midda Bontor non avrebbe potuto vantare particolare esperienze pregresse nel relazionarsi con dei bambini. Anzi.
Esperta combattente, straordinaria avventuriera, indomabile guerriera, temibile assassina, nel corso della propria vita ella aveva combattuto contro ogni qual genere di creatura, umana e non, finanche ad affrontare un dio immortale, un dio minore, sì, e pur sempre un dio, innanzi al quale, complice una potente reliquia, era stata in grado non soltanto di sopravvivere ma, addirittura, di imporgli inattesa sconfitta e morte, guadagnandosi, in conseguenza, l’altisonante, e pur meritato, titolo di Ucciditrice di Dei, l’ennesimo accanto a molti altri e, ciò non di meno, uno al quale ella non avrebbe potuto essere affezionata, nel valore intrinseco di un tale riconoscimento, di una simile celebrazione. Ma per quanta confidenza ella avesse avuto occasione di sviluppare con la morte, e con ogni sfumatura propria della stessa, in termini sconosciuti e inimmaginabili ai più, discorso ben diverso avrebbe avuto a dover essere considerato quello relativo alle sue conoscenze nel merito della vita, e dei suoi aspetti ipoteticamente più semplici, apparentemente più banali, e pur, obiettivamente, mai svalutabili qual tali, qual, primi fra tutti, quelli relativi alla creazione di una famiglia, con tutti quegli annessi e connessi fra i quali, banalmente, il mero confronto con i propri figli, dall’età più infantile sino all’adolescenza e oltre ancora.

A sua discolpa, a sua difesa, invero, avrebbe avuto a non dover essere ignorato quanto, nel medesimo giorno in cui ella si era guadagnata lo spiacevole sfregio sul suo volto e aveva perduto il proprio avambraccio destro, un altro grave e profondo danno le era stato inflitto, al basso ventre, quasi uccidendola ma, peggio, negandole, per sempre, la possibilità di procreare, di poter divenire un giorno madre, crescendo un figlio giorno dopo giorno, e giorno dopo giorno crescendo ella insieme a lui. Una condanna, una maledizione, su di lei imposta da parte della propria gemella Nissa, nel giorno in cui ella, dopo lunghi anni di lontananza, aveva fatto ritorno nella sua esistenza e lo aveva fatto nelle vesti non di semplice figlia di pescatori, qual entrambi erano nate, quanto e piuttosto in quelle di regina dei pirati dei mari del sud, condottiero di una nazione che ella stessa aveva creato nel riunire, attorno a sé, ciurme di predatori e tagliagole prima disorganizzati, alla deriva, sovente persino in conflitto reciproco, i quali, solo grazie a lei, si erano altresì riuniti sotto un’unica bandiera, sotto un unico indiscusso riferimento, che tale aveva voluto divenire, invero, soltanto allo scopo di essere in grado di vendicarsi della propria gemella, della stessa Midda, colpevole, non a torto, di averla abbandonata, di averla lasciata sola ad affrontare la vita, le sue gioie e, anche, le sue tragedie, come, fra le molte, la morte di loro madre.
Forte del potere per lei derivante dal proprio nuovo ruolo, la regina dei pirati si era prefissa qual solo scopo quello di privare la propria sorella d’ogni felicità, d’ogni possibilità di gioia. Privandola del proprio stesso essere donna, nella capacità di procreare. Privandola della propria amata e avventurosa quotidianità, attraverso le interminabili distese marine, nel proibirle ogni ulteriore contatto con il mare e con quanto, da esso, per lei era solito gioiosamente trarre. E privandola, persino, del proprio primo grande amore, Salge Tresand, colui per seguire il quale avrebbe rischiato di incorrere nelle funeste ire della propria gemella e per salvare il quale, pertanto, preferì abbandonare, salvo, vent’anni dopo, scoprire quanto, non ancor paga, Nissa, fingendosi la propria gemella, aveva approfittato per giacere con lui e per concepire, insieme a lui, il proprio primogenito, al solo scopo di poter avere occasione di crescere il figlio che Midda aveva desiderato e che mai avrebbe potuto avere.
Vendetta crudele, quella che Nissa Bontor aveva voluto riservarsi. Vendetta con la quale, per circa tre lustri, la Figlia di Marr’Mahew aveva scelto di convivere, fino a quando, quantomeno, ancora una volta la propria gemella non aveva compreso quanto, al di là di tutto il male già impostole in passato, ella avesse ormai imparato nuovi modi in cui vivere, aveva trovato nuove ragioni per cui essere felice, al punto tale che, alfine, tanto impegno, tanta dedizione posta a rovinarle la vita, sarebbe potuta risultar vana se non fosse nuovamente intervenuta, così come aveva tragicamente scelto di fare. Ma quando Nissa, palesandosi ancora una volta nella vita della propria gemella, l’aveva voluta ferire colpendola attraverso una persona a lei cara, un’amica colpevole soltanto di provare affetto per lei; Midda non si era più sforzata di restare in silenzio, non aveva più voluto ovviare al conflitto con la propria consanguinea, accettando di cercar quella battaglia attraverso la quale sperare di porre fine alla guerra che, da troppi anni, decadi ormai, aveva contraddistinto le loro esistenze.
E solo rientrando, tardivamente, a contatto con la vita della propria gemella, la Figlia di Marr’Mahew, l’Ucciditrice di Dei, aveva avuto possibilità di scoprire quanto, in quegli anni, in quei lustri di lontananza, ella si fosse impegnata non soltanto per esplorare la morte, suo pari, ma anche per godere della vita, così come ella mai avrebbe potuto sperare di compiere, nel mettere alla luce non soltanto il figlio di Salge Tresand, ma anche, tempo dopo, una coppia di gemelle, silenziosa dimostrazione di quanto, il destino, evidentemente, desiderasse permettere a una nuova generazione di Bontor di rimediare agli errori della precedente. Nipotine, quelle che Midda avrebbe avuto a dover crescere qual proprie figlie dopo il tragico sacrificio della propria gemella, dalle quali, forse e proprio nella consapevolezza di non essere adatta a un tale compito, ella non aveva perso occasione di allontanarsi nel seguire l’invito della fenice ben oltre i confini del proprio pur complicato mondo e che, in questo, erano state affidate a una tutela più saggia, a una guida più esperta di quanto ella, forse, non sarebbe mai riuscita a dimostrarsi essere, né per loro, né per altri.

Alla luce di simili pregressi, di tali retroscena, non di difficile comprensione, né di gratuita ipotesi, avrebbe avuto a dover essere considerata la mancanza di confidenza della medesima ex-mercenaria, ora capo della sicurezza della Kasta Hamina, nei confronti con la vita e con i suoi aspetti ipoteticamente più semplici, più banali, qual il mero rapporto con un bambino o, nella fattispecie, con una coppia di bambini. Giacché, se la questione avesse avuto a doversi semplicemente considerare incentrata sulla necessità di salvare un pargolo da un pericolo, mortale o meno che esso fosse, ella non avrebbe certamente avuto dubbi a potersi considerare qual completamente a proprio agio, nella propria area di confidenza con la vita e con tutti i suoi più disparati aspetti; ma laddove, essa si fosse scoperta in riferimento a qualcosa di diverso, qualcosa forse di meno eroico ma più quotidiano, qual il mero parlare con lui, la questione avrebbe avuto a dover assumere necessariamente tonalità più cupe, scontrandosi, banalmente, con la sua più semplice incapacità in tal senso… incapacità conseguente non tanto a una mancanza di volontà, quanto e piuttosto alla più assoluta assenza di esperienza a tal proposito.
In tutto ciò, l’impegno che ella stava tentato di porre nel confronto con quei due piccoli avrebbe avuto a doversi considerare, dal suo personalissimo punto di vista, già qualcosa di ammirevole, per non dire straordinario, nettamente maggiore rispetto a quanto, probabilmente, chiunque, conoscendola, avrebbe potuto attendersi che ella avrebbe potuto aver desiderio di sforzarsi a compiere in un simile caso. E, per quanto, forse, probabilmente, certamente, i suoi modi non avrebbero avuto a doversi fraintendere qual perfetti, il suo approccio non avrebbe avuto a doversi considerare qual l’ideale per la situazione così come venutasi a creare; probabilmente i due bambini ebbero comunque ad avvertire la sincerità propria dell’animo della loro interlocutrice, che, in tal senso, non si stava assolutamente risparmiando.
Ragione per la quale, alla fine e malgrado tutto, essi parvero cedere al suo invito, alla sua insistenza, nel momento in cui, nella fattispecie, fu il maschietto, poi, a riservarsi occasione di intervenire, e di intervenire prendendo voce direttamente verso di lei…

« Il mio nome è Tagae. E lei è mia sorella Liagu. » annunciò, dichiarando i propri nomi con il tono più fermo che riuscì a dimostrare, per quanto una leggera nota di timore non poté essere ovviata a margine di tutto ciò, non soltanto per quella donna, ma per quell’intera, folle situazione, all’interno della quale, necessariamente, anch’ella non avrebbe potuto mancare di avere il proprio ruolo.

martedì 17 ottobre 2017

2341


« Il mio nome è Midda… Midda Bontor. » si presentò ai due pargoli, cercando ancora di offrire il proprio tono più sereno e rasserenante, per vincere quell’iniziale ritrosia che essi stavano ancor dimostrando, benché, obiettivamente, tutto ciò avrebbe avuto a doversi ritenere fondamentalmente illogico, considerando quanto, necessariamente, dovevano essere stati loro due a cercarla, a seguirla sino a lì, non potendo essere lì capitati, nel suo stesso istante, per puro caso, in quella che, altrimenti, avrebbe avuto a dover essere considerata non tanto quanto una semplice coincidenza, uno scherzo del destino, ma, piuttosto, l’evidenza di qualsivoglia mancanza di originalità narrativa da parte degli dei, pecca che, in verità, in più di quarant’anni di vita non aveva avuto mai possibilità di verificare « Non sono vostra nemica. E, anzi, credo proprio che voi foste venuti proprio a cercarmi, per chiedermi aiuto contro quegli uomini in nero… dico bene? » ribadì il concetto precedente, sperando che, in questa nuova occasione, esso potesse giungere con maggiore successo alla loro attenzione, superando anche quel pur comprensibile timore, quella pur spontanea paura che, dopotutto, non avrebbe avuto a dover essere in alcuna maniera colpevolizzata, laddove, obiettivamente, meritevole di averli mantenuti in vita, e liberi, sino a quel momento.

E se, ancora, per pochi istanti, i bambini fremettero fra le sue mani, nell’intento comunque infruttuoso di allontanarsi da lei, a seguito di quell’ulteriore tentativo essi sembrarono iniziare lentamente a placarsi, al punto tale che, per non vanificare il senso ultimo di quel momento d’incontro, anche l’ex-mercenaria, lentamente, iniziò a rendere meno vincolante la propria presenza su di loro, in maniera tale da non permettere loro di fraintendere quella situazione qual di potenziale prigionia, per così come, pur, non avrebbe mai voluto essere… non, certamente, da parte sua.
Solo quando, alfine, le sue mani si ritrovarono a essere semplicemente appoggiate, quasi in una dolce carezza, dietro alle spalle della coppia, ella si concesse di genuflettersi, per porsi alla loro altezza, per poterli guardare in viso senza, in questo, costringerli a volgere i propri capetti verso l’alto, in quella che, psicologicamente, sarebbe stata altrimenti una posizione di inferiorità, ma che ella non desiderava in alcun modo imporre loro.

« Ciao di nuovo. » sorrise, con la speranza, almeno ora, di ottenere da parte loro un qualsivoglia genere di risposta.

Per un fugace momento, quando ella ebbe a chinarsi davanti a loro, i bambini parvero turbati, e turbati, ella lo comprese, dalla cicatrice che ebbero a cogliere sul suo volto, qualcosa che, in effetti, nella loro quotidianità non avrebbero avuto a poter conoscere e che, forse, non avrebbe potuto ovviare a renderla, in quel frangente, più spaventosa di quanto, già, non avrebbe avuto a poter essere ritenuta innanzi allo sguardo di due piccoli spaventati. In quel mondo, così come nella maggior parte dei mondi di quella nuova, e più amplia, concezione della realtà che a lei era stata concessa nel corso di quell’ultimo anno, infatti, difficilmente una persona si sarebbe riservata la possibilità di mostrare in maniera tanto aperta una cicatrice, uno sfregio simile, non laddove, altresì, per loro semplici, per lei straordinarie, tecniche di chirurgia plastica avrebbero permesso, attraverso un intervento tutt’altro che complicato, la completa cancellazione di ogni segno, di ogni marchio sulla sua pelle, restituendole quell’integrità altresì perduta ormai da decenni.
Ma, per quanto la stessa Figlia di Marr’Mahew non avrebbe mai potuto essere felice di quella cicatrice, e di quanto essa si sarebbe preposta di ricordare a imperitura memoria, quegli eventi tragici che l’avevano veduta comparire sul suo volto; parimenti ella non avrebbe mai voluto rinunciare a essa, e a quella parte della sua vita, della sua storia personale, della quale essa, appunto, fungeva da importante, irrinunciabile promemoria. E così come, già da molto tempo, già da dieci anni ormai, ella avrebbe potuto anche rimuoverla dal proprio corpo, senza neppure ricorrere a particolari interventi chirurgici, ma per effetto dell’azione rigenerante del fuoco della fenice; ella non aveva mai voluto agire in tal senso… né mai lo avrebbe desiderato.
Il turbamento proprio dei due bambini, comunque, non si protrasse a lungo e, anzi, al timore iniziale, venne sostituita, alfine, una certa curiosità, una curiosità sincera, priva di malizia, nei confronti di quello sfregio, a cercare delicato contatto con il quale, allora, ebbe a sollevarsi la destra della piccola, la quale, con l’approccio proprio di un pargolo, cercò allora di meglio comprendere che cosa fosse quel non piacevole segno sul volto della donna innanzi a loro...

« E’ una lunga storia… » minimizzò la donna guerriero, comprendendo l’implicita domanda dietro a quel gesto, dietro a quel contatto, e lasciandola, in ciò, agire, laddove, del resto, non avrebbe potuto infastidirla con la propria curiosità e, anzi, in quel modo, forse, avrebbe potuto concedere loro possibilità di maturare un po’ più di confidenza con lei « Un giorno ve la narrerò, se la vorrete ascoltare. » promise loro, benché, in quel frangente, la storia probabilmente più interessante da essere ascoltata, e di conseguenza più importante da essere narrata, sarebbe stata proprio quella che avrebbero avuto a poter condividere i due pargoli.
« … fa male…? » domandò, alfine, la bambina, prendendo per la prima volta voce innanzi a lei, in ovvio riferimento alla cicatrice, percorrendola, lentamente, con la punta delle proprie piccole dita, a partire dalla guancia della donna, sino a risalire alla sua fronte, passando per il suo occhio sinistro.
« Un tempo faceva male... tanti… tanti anni fa. » rispose Midda, più che soddisfatta nell’udire la voce della bambina e nel cogliere, in essa, un progresso nella loro relazione, nel loro rapporto, che si stava evolvendo, fortunatamente in maniera sufficientemente rapida, da una raffazzonata fuga con relativo inseguimento, all’inizio di una speranza di dialogo « Ora non più. »

Un suono attrasse tanto l’attenzione di Midda, quanto necessariamente quella dei due bambini, in un nuovo tentativo da parte del comunicatore personale della donna di richiedere la sua attenzione, probabilmente mosso, in tal senso, dalla volontà di Mars e Lys’sh di comprendere che diamine stesse accadendo. Un suono non forte, e pur sufficientemente improvviso e insistente da inquietare, chiaramente, i due bambini, in misura tale che la piccola si riservò prontezza sufficiente di riflessi da ritirare la manina dal suo volto e il fratello, o presunto tale, accennò addirittura un piccolo passo indietro, già pronto a riprendere la fuga, laddove ciò si fosse dimostrato necessario.

« No… no… non vi spaventate. » cercò di tranquillizzarli la donna dagli occhi color ghiaccio, con un nuovo sorriso « Sono solo i miei amici che mi stanno cercando: mi hanno vista saltare giù dal treno e… »

Spiegazioni inutili: ancora troppa agitazione avrebbe avuto a dover essere riconosciuta nei due bambini, e ancora troppa poca confidenza avrebbero potuto vantare nei suoi confronti per essere tranquillizzati dalle sue parole, in misura tale per cui ogni nuovo cicalino da parte del comunicatore sembrava creare un solco sempre più grande fra loro, tale da non poter essere così facilmente colmato da quella pur sincera spiegazione loro proposta.
Agendo, quindi, con rapidità al fine di non vanificare quel piccolo progresso ottenuto, la donna scelse quindi di spegnere il proprio comunicatore, zittendolo definitivamente.

« … ecco fatto. » annunciò tranquilla verso i due bambini « Visto? Non mi stanno più chiamando. » dichiarò, sperando che, tal evidenza, potesse offrire loro nuova possibilità di calmarsi.