ISSN 2282-1120
EAN 9772282112009
Midda's Chronicles - le Cronache

News & Comunicazioni

Domani... si riprende. Episodio 2263.
E speriamo di proseguire subito dopo con il 2264, 2265, 2266... etc etc etc...

Sean, 12 ottobre 2014

lunedì 17 novembre 2014

2267


« Dottore… » prese immediatamente voce il capitano, che riconobbi immediatamente nel proprio ruolo anche in conseguenza al carisma che ebbe a porre in quell’invocazione, in quel preludio a un secco ordine atto a non concedersi, e a non concedere ad alcuno al proprio comando, possibilità di lasciarsi dominare dalla disperazione per quella che pur, allora, avrebbe avuto a doversi riconoscere qual una situazione disperata « Mi dica, la prego, che è stato in grado di raggiungere un qualunque genere di risultato nelle analisi degli esami compiuti sul nostro ufficiale tattico. »

Indubbiamente apprezzabile, in quel momento, non ebbe semplicemente a dover essere considerato l’impegno che, malgrado tutto, Lange Rolamo volle imporsi nella ricerca di un’alternativa, di una qualunque soluzione, pur non sperata e, forse, neppur sperabile, alla crisi che stava coinvolgendo il proprio equipaggio; quanto e ancor più il suo impegno a voler riconoscere, al di là di ogni evento pregresso, e di ogni proprio probabilmente ancor non dissipato dubbio, il ruolo di Midda Bontor all’interno del medesimo proprio equipaggio, non considerandola qual una semplice ospite, o, peggio, una fonte di problemi, qual pur avrebbe avuto probabilmente ragione di giudicare, quanto e piuttosto una propria alleata, una propria compagna, una propria sorella. Un’alleata, una compagna e una sorella per sostenere la quale era stato pronto a mettere in forse la sopravvivenza del resto del proprio equipaggio, nel corso dell’attacco, appena conclusosi, alla torre dei Calahab; e un’alleata, una compagna e una sorella per tutelare la sopravvivenza della quale, certamente, non si sarebbe ancor arreso, non avrebbe ancor smesso di combattere… non fino a quando, a lei, così come a lui, sarebbe ancor rimasto un alito di vita in corpo.
E per quanto, quello stesso frangente, avrebbe avuto a doversi riconoscere, per il sottoscritto, qual il primo istante nel quale mi fu concessa occasione di confronto con l’intero equipaggio della Kasta Hamina, e con il suo comandante; null’altro mi fu necessario conoscere, apprendere, domandare, per avvertire, dal profondo del cuore, un sincero sentimento di cameratismo nei loro confronti. Una fiducia, una stima, una fedeltà, quelle che ebbero a sorgere dal mio intimo, che avrebbero avuto a dover essere argomentate, nelle proprie ragioni, nelle proprie motivazioni, non qual semplice, e pur doverosa, gratitudine per avermi tratto in salvo dalla prigionia entro la quale ero stato segregato per non avrei saputo definire quanto tempo; ma ancor più, ancor maggiormente, per quella straordinaria reazione di rifiuto nei confronti del fato, ipoteticamente segnato, della mia amata, e per l’intento, quanto mai sincero, volto a compiere tutto quanto possibile, e ancor più, allo scopo di garantirle ancora un nuovo domani, ancora una nuova alba.
Purtroppo, quello slancio di apparente riscossa, di speranzosa brama di futuro, ebbe spiacevolmente a scontrarsi con la mesta realtà derivante dall’assenza di qualunque positivo aggiornamento a opera del medico di bordo…

« Mi spiace… » scosse il capo Roro Ce’Shenn, dimostrando sul proprio grinzoso viso tutto il concreto, reale e palpabile risentimento a proprio stesso discapito per non essere, in quel frangente, in grado di riservarci la risposta positiva che tutti stavamo allor attendendo, nella quale tutti stavamo, forse stolidamente, confidando « Per quanto stia cercando di vagliare ogni possibile mezzo d’indagine, non ho ancora raggiunto alcun risultato utile a comprendere quale genere di minaccia stia gravando sulla nostra compagna. » asserì, con tono penitente, volto a chiedere perdono per quello che, allora, stava avvertendo completamente quale un proprio fallimento « Ovviamente continuerò senza tregua a cercare di ottenere qualcosa… qualunque cosa. Ma… temo di non essere in grado di garantire alcun risultato. »

Solo un breve istante di silenzio seguì quella che, in tal modo, parve volersi definire qual una sentenza di morte a discapito della mia amata. Un breve istante di silenzio che fu, ancora, interrotto dalla voce del capitano, il quale, nuovamente, non parve volersi concedere possibilità di resa alcuna. Né, tantomeno, ne avrebbe concessa a chiunque altro fra noi.

« Abbiamo poco meno di otto ore. » ricordò, facendo proprio un tono di voce tutt’altro che equivocabile con intenti di resa, ben lontano dal potersi riconoscere qual trasparente di un desiderio di rassegnazione di fronte a quanto, istante dopo istante, sempre più tragicamente giudicabile qual irreversibile, improcrastinabile, qual solo la morte, da sempre, era stata universalmente in grado di apparire, al di là di qualunque differenza culturale, di qualunque distanza tecnologica o quant’altro « E per quanto mi concerne, non è mia intenzione attendere la fine di questo conto alla rovescia in quieta e rassegnata contemplazione del Fato e dei suoi risvolti più cupi, più oscuri. »
« Ben detto. » approvò Duva, rivolgendo verso l’ex-marito uno sguardo straordinariamente colpo di gratitudine tale da rendere difficile escludere quanto, in tal sentimento, non ne avesse allora a celarsi anche un altro più profondo, un amore probabilmente fra loro mai sopito e pur, malgrado tutto, razionalmente rinnegato nel confronto con due concezioni, due sguardi sulla realtà fra loro troppo estranei « Nessuno di noi ha intenzione di arrendersi, Midda… nessuno di noi si arrenderà. E qualunque cosa ti abbia iniettato quella cagna, stai certa che ne verremo a capo. »

Seguendo l’esempio del proprio capitano, e dopo di lui del secondo in comando, tutti si impegnarono, in rapida successione, in quello che, a tutti gli effetti, avrebbe avuto a potersi considerare nulla di meno di un vero e proprio voto espresso in direzione della loro nuova compagna, della loro nuova sorella, di fronte alla prematura dipartita della quale mai si sarebbero concessi occasione di resa.
E se non uno fra coloro lì presenti si riservò possibilità di sottrarsi a quell’importante, quella significativa dichiarazione d’intenti, volta a sancire, al di là di ogni incertezza, quanto Midda, pur ancor per molti, troppi versi estranea quanto me a bordo di quella nave, fosse stata ciò non di meno accettata da tutti qual membro di quella famiglia; una voce ebbe pur occasione di sollevarsi in contrasto a tutto ciò, in netta negazione della prospettiva di trascorrere quelle ultime otto ore, o meno, in una nuova, adrenalinica battaglia contro un nemico purtroppo invisibile, impalpabile e, in questo, probabilmente invulnerabile. Una voce che non avrebbe avuto a doversi attribuire ad alcuno dei membri dell’equipaggio della Kasta Hamina, né tantomeno al sottoscritto… e che, nell’assenza di una qualche particolare sovrabbondanza di attori lì presenti, facile può avere a intendersi, pertanto, qual quella della stessa donna guerriero per salvare la quale tutti sarebbero stati pronti a compiere il possibile e, forse, anche l’impossibile.

« Vi ringrazio… ma no grazie. » intervenne, concedendo alle estremità delle proprie carnose labbra di incresparsi leggermente, in un tenue sorriso probabilmente animato anche da un certo imbarazzo per quanto appena occorso e, ancor più, per quanto, lì, ella stava ritrovandosi costretta ad asserire « Il tempo a nostra disposizione è scaduto… e, sinceramente, non intendo spendere queste ultime ore di vita a inseguire una chimera. Ne ho già inseguite troppe nella mia vita. Letteralmente. » si riservò occasione di ironizzare, in un riferimento che pur, allora, probabilmente ebbi occasione di cogliere soltanto io.
« Ma… Midda! » tentò di protestare Lys’sh, sgranando gli occhi verso di lei.
« Non puoi dire davvero! » insistette Duva, non meno sconvolta all’idea, rispetto all’ofidiana.
« Posso. E lo dico. » confermò la prima, con tono fermo e controllato nel comunicare la propria decisione « E dal momento in cui, a tutti gli effetti, ho a dovermi ritenere una condannata a morte; preferirei quantomeno concedermi un ultimo momento di intimità con il mio compagno. » comunicò, volgendo uno sguardo carico di sentimento sincero nei miei confronti, lasciando appoggiare contro una parete la propria lama, solo per avere la possibilità di sollevare la mancina verso di me, a invitarmi a lei… un invito innanzi al quale non esitai a offrirmi, al di là della disperazione crescente nel mio cuore all’idea dell’ineluttabile.
« Mars… per cortesia. » richiese ella alfine, in direzione del capo tecnico, nel mentre in cui già i nostri corpi di stringevano in un dolce abbraccio « Credi di poter riavviare, in tempi brevi, la mia protesi e il congegno che Anmel ha posto attorno al collo di Be’Sihl…? »

martedì 4 novembre 2014

2266


Non sono in grado, ora, di fornirvi il numero preciso di cadaveri con i quali l’allor improvvisata coppia formata da Midda e da Desmair si premurò di decorare il percorso verso l’uscita.
Non che, probabilmente, Midda, in autonomia, ne avrebbe falciati in numero inferiore, considerando, fra l’altro, la non secondaria riunificazione fra lei e la spada dalla quale troppo a lungo era stata separata… ciò non di meno, qualcosa, nel riportare memoria di tali accadimenti, mi spinge a pensare che, almeno in parte, una quota di tali uccisioni ebbe lì a imputarsi più alla ricerca di una qualsivoglia occasione di sfogo per la mia amata, ancor prima che per un reale intento assassino nei loro riguardi. Uno sfogo, nella fattispecie, in tutto e per tutto conseguente alla tutt’altro che poco ingombrante presenza di Desmair al suo fianco. Presenza di fronte alla quale avrebbe avuto, volente o meno, a doversi sforzare di offrire buon viso… e che pur, inevitabilmente, non sarebbe mai riuscita realmente a digerire. Né ne avrebbe avuto interesse alcuno, neppur in nome di un qualche bene superiore.
In merito, poi, a coloro i quali si ritrovarono a essere giustiziati a opera dei miei gesti, seppur non propriamente miei, invece non avverto ragione utile a riservarmi dubbi di sorta: l’unico rimorso che il semidio dentro la mia testa ebbe a riservarsi, fu quello di non potersi riservare maggiore tempo da spendere in favore di quella carneficina, in un ritrovato piacere per la lotta che ebbe modo, a dir poco, di esaltarlo. Impossibile, del resto, stimare l’ammontare preciso dei secoli nel corso dei quali egli era stato esiliato dalla nostra dimensione, dal nostro universo, per ritrovarsi a essere rinchiuso nella prigione per lui eretta per esplicita richiesta della sua stessa madre, là segregato lontano da tutto e da tutti e, in ciò, costretto a riservarsi qual proprio unico tramite di contatto con il mondo esterno, con il mondo reale, quello concessogli dagli spettri al suo servizio, al suo comando. Spiriti che, alla fine, in maniera naturale e spontanea, erano divenuti, per lui, l’unico mezzo utile per interagire con chiunque, con qualunque cosa. Ritrovarsi, pertanto e in quel momento, privo di ogni supporto dalle proprie armate e costretto, straordinariamente, a dover difendere la propria… la nostra esistenza in vita a colpi di spada, non avrebbe potuto evitare di imporsi, a confronto con il suo cuore come un’esperienza a dir poco galvanizzante, inebriante, addirittura assuefacente, in misura utile a restituirgli, o probabilmente a donargli per la prima volta, consapevolezza dell’effettivo senso di un’esistenza mortale e, quindi, a entusiasmarlo per tutto ciò.
Totalizzando, comunque, in parte l’uno, in parte l’altra, un conteggio utile a negarci qualsivoglia prospettiva di successiva benevolenza da parte di coloro lì al servizio della famiglia Calahab, non che, fino ad allora, ce ne fosse stata riservata alcuna; Midda e Desmair, con al seguito, necessariamente, anche la sempre più taciturna Lys’sh, resa tale da ovvie motivazioni, riuscirono alfine a conquistare l’obiettivo prefissosi e, riversandosi in strada, ebbero allora a dover fare i conti con gli abitanti di una città che, attorno a loro, non aveva maturato particolare coscienza di poco o nulla nel merito di quanto, al di sopra delle proprie teste, stava accadendo… per nostra, incontrovertibile, fortuna. Se soltanto, infatti, al di fuori del grattacielo da noi preso d’assalto fosse trapelata la benché minima percezione di quanto, al suo interno, stesse accadendo, non semplicemente difficile, ma assolutamente improponibile sarebbe allor divenuto, per tutti i membri dell’equipaggio della Kasta Hamina lì impegnati in quell’azione di guerriglia urbana, riuscire a riservarsi una benché minima speranza di salvezza; nel doverci ritrovare, disperatamente, costretti a dichiarare battaglia non soltanto agli scagnozzi della famiglia Calahab, ma anche, e peggio, a tutte le forze dell’ordine che lì sarebbero accorse, nel confronto con le quali meno ovvia, banale o scontata avrebbe avuto a doversi giudicare la nostra vittoria.
Probabilmente, tuttavia, la questione avrebbe avuto a doversi interpretare alla luce di una chiave leggermente più profonda della mera fortuna, volgendo allor riferimento, nel dettaglio, proprio alla particolare situazione politica caratteristica dei rapporti fra l’autorità costituita dell’omni-governo di Loicare e l’organizzazione criminale facente riferimento alla stessa famiglia Calahab. Per quanto, infatti, non potemmo, e non potremo, mai riservarci opportunità di conferma concreta in tal senso, sarei anche ora pronto a scommettere la mia metà di proprietà della locanda, che possiedo in condivisione con Midda, in favore dell’ipotesi che l’omni-governo, e tutte le forze a esso collegate, si riservò piena coscienza di quanto, entro quelle mura, stesse accadendo, voltando, tuttavia e metaforicamente, lo sguardo da un’altra parte, nella speranza che, qual conseguenza degli eventi di quello stesso giorno, l’impero eretto dai Calahab potesse essere, finalmente, distrutto. Così come, dopotutto, avvenne, dal momento in cui l’ultima erede dei Calahab, Milah Rica, si era riservata la spiacevole opportunità di entrare nel lungo annovero di ex-collaboratrici, e poi vittime, della regina Anmel Mal Toise.
Che, allora, ci potemmo riservare occasione di fuga per mera fortuna, o per una tacita complicità da parte dello stesso omni-governo che, all’arrivo di Midda e mio su Loicare, non aveva avuto occasione di accoglierci propriamente a braccia aperte… poco o nulla ha ormai valore. Quanto conta, e quanto allora ebbe ragione di interessarci, fu l’opportunità di porci in salvo. E di ritrovarci, di lì a meno di due ore dopo, nuovamente in orbita, al sicuro entro il ventre della Kasta Hamina.

Permettetemi, ora, di trascurare, da questa mia già eccessivamente prolungatasi cronaca, tutte le banalità e le ovvietà relative al passaggio di consegne, del mio corpo, fra Desmair e il sottoscritto. O, parimenti, delle mie reazioni iniziali innanzi allo spettacolo, per me ancor impensabile, ancor inconcepibile, rappresentato da quella nave mercantile di classe libellula, probabilmente priva di particolare valore, di concreta importanza innanzi agli sguardi di chi abituato a una tale realtà e, altresì, straordinaria e sconvolgente innanzi al giudizio di chi, come me, giunto da un mondo scevro da ogni genere di tecnologia.
Invero, a voler spendere parole attorno a tali digressioni, avrei occasione di occupare ancora molte pagine, in quello che potrebbe persino assumere la connotazione di un trattato, per lo meno nella propria seconda tematica. Ciò non di meno, quanto credo abbia a essere più importante e rilevante, è ciò che, al di là di tutto il rumore a margine, ebbe allora a interessare maggiormente tanto il sottoscritto, quanto l’intero equipaggio della Kasta Hamina, sin dal primo passo che ci riservammo occasione di compiere a bordo della nave… anzi… ancor prima a bordo della navetta che ci permise di lasciare il pianeta e riconquistare l’orbita del medesimo e la nave lassù ormeggiata, se mi concedete l’improprio impiego di tale termine. Un tema, un argomento, un interrogativo, nella fattispecie, che ebbe a essere formulato per voce dello stesso primo ufficiale di quell’equipaggio, persino in anticipo rispetto alla riconsegna, a Midda e a me, di traduttori funzionanti.
Ragione per la quale, necessariamente, dovette poi essere ripetuto. E ragione per la quale non mancò di esserlo, con foga trasparente di un sentimento incontrovertibilmente sincero… e un sentimento carico di affetto, di premura e di timore per la replica che, a tale questione, avrebbe potuto seguire.

« Quindi…? Avete trovato l’antidoto?! » incalzò Duva Nebiria, non appena ne ebbe la possibilità, rivolgendosi direttamente in direzione di colei che, per prima, avrebbe dovuto riservarsi interesse a tal riguardo, laddove la propria stessa sopravvivenza, altresì, avrebbe avuto a doversi ricordare qual posta in serio dubbio, in terrificante forse.
« Preferisci una risposta sgradevole ma sincera oppure una replica speranzosa ma del tutto priva di fondamento?... » sospirò la mia amata, offrendo un sorriso che si sforzò di concedere alla propria interlocutrice un fugace spiraglio di ironia, di giuoco, di scherzo, e che pur, nell’argomento affrontato, non parve essere in grado di animarsi dell’opportuno entusiasmo, di un’effettiva vivacità, tale da risultare convincente, credibile nel proprio intento.

E se giocoso ebbe a doversi descrivere il tentativo di lei per concedere, al dramma di quel momento, un’evoluzione rivolta alla commedia, quasi a banalizzare il destino di morte in tal modo impostole, impossibile fu per chiunque fa i presenti non avvertire la cupa ombra della tragedia stendersi su tutti noi, innanzi all’idea di quanto, ormai, apparentemente e irrevocabilmente inevitabile.

lunedì 3 novembre 2014

2265


« Thyres! » gemette la mia amata, a denti stretti.

Fra i tanti tratti caratterizzanti la non semplice personalità di Desmair, uno fra i primi che Midda, a proprie spese, aveva imparato a conoscere, e a disprezzare, avrebbe avuto senza ombra di dubbio alcuno quello relativo alla sua più completa indisposizione a concedere l’ultima parola… non che, in tal senso, la mia amata si sia mai dimostrata contraddistinta da particolare generosità.
Figlio di un dio, minore certo e, ciò non di meno, sempre un dio, nonché di una regina shar’tiagha, a sua volta progenie dell’ultimo faraone di Shar’Tiagh; a voler peccare di eccessiva precisione, una certa arroganza di fondo da parte sua avrebbe, invero, potuto anche essere giustificata e compresa, per quanto, ovviamente, difficilmente accettata e, ancor più faticosamente, tollerata. In verità, addirittura, nel voler ricordare come la donna guerriero avrebbe avuto a dover essere riconosciuta qual la sua novecento undicesima sposa, già estremamente ampio, insolitamente importante, avrebbe avuto a dover essere riconosciuto lo spazio di manovra che egli aveva accettato di concederle… non per propria concreta e volontaria decisione ovviamente, e pur, ciò nonostante, concederle qual tributo alla straordinarietà da lei stessa, incontrovertibilmente, incarnata in ogni singolo gesto, azione, pensiero o parola. Che a confronto con l’animo non meno orgoglioso di Midda Bontor, tuttavia, simile, minimale, concessione, potesse essere considerata qual sufficiente, soltanto follia avrebbe avuto a dover essere considerata: una follia della quale, ineluttabilmente, ella non si sarebbe mai volontariamente mostrata complice, né, tantomeno, avrebbe offerto riprova di voler quietamente tollerare.
Insomma… un matrimonio tutt’altro che desiderato o apprezzato, da ambo le parti, per di più contraddistinto, nelle proprie medesime parti, da due caratteri che improbabilmente avrebbero potuto trovare una qualsivoglia opportunità di reciproca sopportazione, proponendosi, al contempo, indubbiamente antitetici e, ciò non di meno, terribilmente assimilabili.
Fu l’ennesimo intervento, incomprensibile e incompreso, da parte di Lys’sh a costringere tutti a ritrovare il giusto confronto con le reali priorità e, in particolare, con l’urgenza di abbandonare, quanto prima, quell’edificio, non potendoci permettere di lasciarci ritrovare ancora al suo interno nel momento stesso in cui le conseguenze dell’impiego del bagatto fossero state sanate, e il vantaggio per noi derivante dalle medesime si fosse, irrimediabilmente, dissolto.

Un intervento che, al di là di tutti i naturali, e, all’epoca, insormontabili, ostacoli linguistici, ebbe ciò non di meno occasione di risultare incontrovertibilmente chiaro nel proprio significato, traducendosi in un estremamente efficace: « Smettetela con queste inutili ciance e preoccupatevi soltanto di portare la pelle in salvo! »
« Non avrei saputo dirlo meglio, sorella… qualunque cosa tu abbia appena detto! » dichiarò Desmair, attraverso le mie labbra, probabilmente nel desiderio di dimostrarsi allor animato da una volontà volta alla collaborazione, alla cooperazione, e, ciò non di meno, non riuscendo a negare, alle proprie parole, un forse irrinunciabile sarcasmo di fondo che, prontamente, venne intercettato dalla mia amata, incapace, a propria volta, a riconoscergli qualunque genere di libertà, fosse anche, semplicemente, di natura verbale.
« Non è tua sorella… » sancì, costringendosi, poi, a tacere e a impedirsi, in tal modo, di alimentare, ulteriormente, quell’inutile diatriba… inutile, soprattutto nell’aver, comunque, colto il messaggio che Lys’sh si era voluta appena sforzare di condividere con entrambi, l’impegno della quale, altresì, avrebbe spiacevolmente vanificato senza, invero, alcuna reale motivazione utile in tal senso.
« Giusto… » annuì l’altro, non rifiutandosi, ancora una volta, di ricercare l’occasione dell’ultima parola « E, pertanto, non ci potrebbe essere nulla di male, per me e per lei, a concederci un’occasione di intimità. Concordi?! » obiettò, in quella che avrebbe potuto considerarsi una gratuita provocazione alla propria sposa e che, ciò non di meno, non avrebbe avuto a doversi banalizzare semplicemente qual tale… non a confronto con l’insolito, ma non per questo meno conturbante, fascino esotico intrinseco in quella giovane donna serpente.

Sia chiaro: non avrei mai potuto, né mai potrei, riservarmi dubbio alcuno nel merito del fatto che Midda, al di là della distanza che aveva imposto fra noi, non avrebbe potuto, né mai potrebbe, tollerare l’idea di veder Desmair, nel mio corpo, amoreggiare con la propria nuova amica, non tanto per Desmair, quanto e ovviamente per il fatto che egli avrebbe potuto riservarsi tale opportunità solo nel mio corpo, nonché per il fatto che mai avrebbe condannato Lys’sh all’orrore di un qualsivoglia genere di legame con il proprio sposo, divenuto, obiettivamente, tale soltanto al fine di preservare da tale destino un’altra propria amica, un’altra propria compagna di ventura. E, proprio alla luce di ciò, e del carattere abitualmente ben lontano dal potersi considerare moderato della mia stessa prediletta mercenaria, soprattutto a confronto con il proprio odiato marito e tutto quanto a lui pertinente; non potrei in alcun modo, ora, negare alla medesima Midda Bontor il giusto merito di essere stata capace, allor, di tacere, di concedere al proprio interlocutore un’apparente vittoria utile a porre termine a quel dibattito del tutto fine a se stesso, e a garantire, di conseguenza, al nostro intero gruppo di proseguire, con maggiore quiete e controllo, nella discesa da quella torre, da quella città in verticale all’interno della quale soltanto un triste destino avrebbe potuto esserci garantito se non ci fossimo tutti concentrati, così come richiesto da Lys’sh, sull’unica cosa, allora, realmente importante: riportare a casa la pelle.
E se proprio la metaforica pelle della mia amata, la mia adorata, avrebbe avuto a doversi ricordare, a confronto con tutto ciò, qual quella lì più a rischio, più in forse nel confronto con la minaccia ancor oscenamente persistente, e terribilmente letale, della promessa di morte a lei rivolta da parte della regina Anmel Mal Toise, o di chi per lei. Una promessa di morte che, istante dopo istante, stava pazientemente contemplando gli ultimi momenti di vita che sarebbero stati offerti a colei che sola, fra tutte, aveva offerto riprova di poter essere, per tale folle dominatrice, un reale ostacolo nella conquista del potere… e di un potere da questa desiderato qual assoluto e supremo.

« Mi permetto di considerare questo silenzio qual tacito assenso… » tentò, nuovamente, di stuzzicare Desmair, evidentemente tutt’altro che pago dall’assenza di una qualsivoglia replica da parte della propria alleata e, pur, antagonista, in quella che, probabilmente, per lui avrebbe avuto a doversi considerare una tutt’altro che spiacevole schermaglia, soprattutto a confronto con il lungo silenzio, e isolamento, al quale era stato costretto dal collare che, ormai privo di ogni operatività, ancora era saldamente legato attorno al mio… al nostro collo « Quantomeno non ti potrò accusare di essere incoerente, nel concedere anche a me il lusso di un’amante, così come tu hai ricercato quasi immediatamente, dopo il nostro matrimonio. »

Ancora nessuna risposta da parte della mia amata. E ancora, in tal modo, soddisfatto il desiderio dell’ultima parola, proprio di colui che, in quel mentre, stava parlando attraverso la mia stessa voce, facendomi pronunciare frasi per le quali, probabilmente, Midda non mi avrebbe offerto perdono alcuno, se non fosse stata più che consapevole di quanto non avrei potuto essere io a scandirle.

« E sia… » concluse il figlio di Kah, storcendo le labbra verso il basso, con inferiore soddisfazione rispetto a quella che, probabilmente, avrebbe potuto considerare propria nel vincere, allora, tale confronto a fronte dell’effettiva partecipazione della controparte « … prima usciamo di qui, e prima riprenderemo questo discorso. Anche perché sono proprio curioso di capire se davvero saresti soddisfatta di immaginare il corpo del tuo amante intento a giacere al fianco della tua nuova amichetta dalla pelle squamata. Quadro che, per inciso, personalmente mi stuzzica… e non poco. »