ISSN 2282-1120
EAN 9772282112009
Midda's Chronicles - le Cronache

News & Comunicazioni

Domani... si riprende. Episodio 2263.
E speriamo di proseguire subito dopo con il 2264, 2265, 2266... etc etc etc...

Sean, 12 ottobre 2014

giovedì 11 dicembre 2014

2269


Conclusione.

Ebbene sì… ce l’ho fatta. E… no. Con “ce l’ho fatta” non intendo riferirmi agli eventi qui sopra narrati, quanto e piuttosto al fatto di essere stato in grado di narrarli.
Mi si voglia offrire un briciolo di comprensione: come scritto, ripetuto e ribadito più volte, l’ultima poc’anzi, io non sono uno scrittore. Non sono un cantore. Non sono un bardo. Né, obiettivamente, ho mai avuto velleità alcuna in tal senso. Di mio sono un locandiere: amo cucinare, apprezzo potermi prendere cura della mia clientela, e credo di essere sufficientemente bravo, senza falsa modestia, nel premurarmi affinché ognuno possa trascorrere una lieta serata all’interno della mia locanda, facendo tutto il possibile per provvedere alle più diverse e variegate esigenze dell’avventore di turno. A chi mi ha chiesto birra, sono sempre stato solito offrire la migliore birra di tutta Kriarya e dintorni. A chi mi ha ordinato cibo, non ho mai fatto mancare piatti tracotanti la migliore carne e le migliori verdure di tutta la provincia, consegnatemi quotidianamente da fornitori selezionati. A chi mi ha domandato compagnia, ho sempre proposto professionisti e professioniste seri e fidati, in grado di offrire piena soddisfazione a ogni genere di capriccio al giusto prezzo.
D’accordo. Non nego di non essere propriamente sempre stato un locandiere. In giovinezza, dopotutto, anch’io ho vissuto le mie avventure. Avventure che, del resto, mi hanno visto attraversare un intero continente, partendo dalla natia Shar’Tiagh, all’estremità nord orientale di Qahr, per giungere in quel di Kofreya, nell’estremo sud occidentale, là dove poi mi sono stabilito e ho avuto occasione di incontrare, per la prima volta, Midda Bontor. E, obiettivamente, al di là di anni ormai perduti nel fiume del tempo, difficile sarebbe comunque e anche ora qualificarmi ancora come locandiere, dal momento in cui la mia locanda è a… non so nemmeno immaginare, tantomeno quantificare, quanta distanza da me, affidata alle sapienti cure di una coppia di giovani che, sono certo, sapranno gestirla al meglio. E comunque meglio di quanto non potrei ora, io, presumere di poter gestire. Ciò non di meno, per quanto probabilmente la qualifica più appropriata sarebbe, anche per me, quella di avventuriero; è indubbio quanto, nel mio intimo, io mi senta ancora più prossimo al locandiere di un tempo che a una figura qual quella propria della mia amata. Locandiere o avventuriero che io abbia a dover essere indicato, comunque, certamente non sono un bardo. Né un cantore. Né uno scrittore. E se in questo esperimento mi sono lasciato coinvolgere in conseguenza all’insistenza della mia amata, desiderosa che mi potesse essere concessa l’opportunità di colmare il vuoto narrativo altrimenti relativo a quanto occorsomi durante i mesi che ci avevano visti separati; preferisco obiettivamente ovviare a ripetere nuovamente questa esperienza, anche vista la mancanza di costanza che, purtroppo, mi è stata propria, e lasciare il non semplice onere del narratore a chi, meglio di me, si è giò dimostrato capace di coprire simile ruolo.
Comunque sia andata, bene o male, disastrosamente o straordinariamente… ce l’ho fatta. E, alla fine, sono giunto alla conclusione della storia. O, quantomeno, di questa storia, in particolare. Giacché ancora molte hanno a dover essere elencate le avventure di Midda Bontor, donna guerriera e mercenaria, indubbiamente meritevoli di essere raccontate.

Midda sopravvisse.
Non che, in verità, potessero sussistere dubbi alcuni a tal riguardo, soprattutto in coloro che, prima di porre mano alla mia cronaca, hanno avuto occasione di leggere quella scritta, di proprio pugno, dalla mia amata e volta, nella propria conclusione, ad anticipare l’ovvietà intrinseca della propria stessa sopravvivenza alla presunta condanna a morte impostale, laddove, altrimenti, difficilmente sarebbe stata sua possibile prerogativa quella di redigere, ella stessa, un diario relativo alle proprie imprese, a quanto da lei compiuto.
Comunque, e a scanso di ogni possibilità di equivoco… Midda sopravvisse. E l’unica ragione che fummo in grado di argomentare a tal proposito, attorno a una tale inattesa, rivelazione, necessariamente, fu quella propria di un inganno, di una menzogna, di un tranello orchestrato, sin dall’origine, dalla trapassata signorina Calahab, la quale, evidentemente, non aveva mai messo in forse la sopravvivenza del proprio possibile investimento, preferendo soltanto lasciar intendere simile minaccia ancor prima che rischiare di attuarla concretamente. Quanto, poi, di ciò, avrebbe avuto a doversi attribuire direttamente alla volontà della stessa Milah Rica, o piuttosto della regina Anmel Mal Toise, ovunque ella fosse finita, difficile sarebbe stato comprendere o apprezzare.
A onore di cronaca, non posso ovviare a segnalare quanto, proprio a tal riguardo, il mio inquilino, Desmair, abbia proposto l’esistenza di una propria ipotesi, una propria teoria volta a definire le ragioni alla base del comportamento della propria ben poco amata figura materna. Purtroppo, però, Desmair ha il proprio carattere… e nell’essersi ritrovato intrappolato all’interno della mia mente, e, peggio ancora, lì inibito a qualunque genere di contatto con me o con il mondo esterno, per effetto del collare ideato dalla sua stessa genitrice, o chi per lei, non si è dimostrato sufficientemente collaborativo dal voler condividere, realmente, con noi, o anche soltanto con me, simile teorema. Implicito, in queste mie ultime parole, ha da considerarsi quanto, come probabilmente avrebbe potuto essere facilmente prevedibile, Midda Bontor, gratificata dalla scoperta della propria mantenuta esistenza in vita, non si volle premurare allo scopo di permettere la rimozione, dal mio collo, del dispositivo lì impostomi durante il periodo di prigionia all’interno della torre della famiglia Calahab… al contrario!
Non meno lieta, in ciò, rispetto al potersi riconoscere sopravvissuta a un’ipotetica condanna a morte, la mia amata ebbe immediatamente a propormi il mantenimento di tale, non propriamente comodo, ornamento, per poterci, almeno temporaneamente, liberare della scomoda presenza del mio ospite, nonché suo sposo, e riconquistare l’intimità che, già da troppo tempo, ci stava venendo negata. Una proposta, la sua, che si potrà banalmente comprendere venne, da me, immediatamente accettata; laddove, per quanto spiacevole avrebbe avuto a doversi considerare il ricordo di quei mesi di prigionia, con ogni annesso e connesso, ancor più spiacevole sarebbe stata la prospettiva di dover ricondurre, nuovamente, il nostro rapporto a una sfera puramente psicologica, abbandonando l’indubbiamente piacevole, estasiante, inebriante e, perché negarlo?, assuefacente sfera fisica in quelle stesse ore appena riscoperta. Lasciato quindi analizzare il collare tanto al buon medico di bordo, quanto al capo tecnico, al fine di verificare ogni annesso e connesso collegato all’idea di mantenere in funzione tale dispositivo, e verificato quanto, con buona pace dello stesso Desmair, apparentemente simile collare avrebbe avuto a doversi considerare più un dono che un dolo; sostanzialmente retorica fu la scelta volta ad aggiungere il medesimo al mio… equipaggiamento di base, quasi un nuovo dorato ornamento shar’tiagho volto a rendere omaggio a qualche dio.
Un dio tecnologico, in quello specifico contesto, in sola grazia e lode al quale mi stava lì venendo concessa e garantita la possibilità di riprendere a vivere un rapporto pieno e completo con la mia amata, con la donna per la quale avevo accettato di abbandonare non soltanto quella che, da sempre, era stata la mia vita quotidiana ma, ancor più, con essa, tutto il mio intero mondo, tutto ciò che, sin dal mio primo respiro, avevo mai avuto occasione di conoscere e comprendere, in favore di una consapevolezza sicuramente più amplia sul Creato ma, non per questo, necessariamente più piacevole o più semplice da accettare e digerire.

E, così, eccoci giunti alla fine dell’inizio. A una fine contraddistinta dal sapore proprio di un inizio e che, qualcuno, avrebbe potuto considerare equivalente al medesimo punto da cui tutto aveva avuto inizio, benché, obiettivamente, nulla avrebbe potuto essere considerato realmente eguale. Perché se pur qualcosa doveva ancora essere completato, restando immutato, qualcos’altro era cambiato. E qualcosa di vecchio era stato perduto nel mentre in cui qualcos’altro di nuovo era stato trovato.
Anmel Mal Toise, la regina immortale, l’Oscura Mietitrice, il principio stesso di morte e distruzione di tutto il Creato, era ancora in libertà, esattamente così come quando ci era sfuggita al termine dell’ultima grande battaglia sul nostro mondo, e, ancora, non avevamo la benché minima idea di dove avremmo potuto rintracciarla, né, tantomeno, di come avremmo mai potuto fermarla, arrestarla, sconfiggerla definitivamente. Al contrario, in quanto accaduto su Loicare, in quanto occorso in quei primi mesi, avevamo avuto nuova riprova di quanto pericolosa ella avrebbe avuto a doversi riconoscere, nell’essere stata capace, meglio di noi, di riadattarsi rapidamente a quella nuova realtà e di trovare, in essa, nuove occasioni di potere, nuovi metodi per rendere la nostra missione tutt’altro che agevole, primo fra tutti la creazione di un fittizio passato per la mia amata, sua antagonista e nemesi, tale da spingerle contro un intero pianeta con maggiore efficacia rispetto a quanto mai non poteva essere stata capace di ipotizzare di compiere neppure la sua stessa gemella, Nissa Bontor, nell’agire con il volto, le fattezze, la voce, il portamento della sorella, all’unico scopo di screditarne il nome e la fama.
Ciò non di meno, benché l’obiettivo principale del nostro viaggio attraverso l’universo intero avrebbe avuto a doversi considerare ancora ben lontano dal raggiungere una qualsiasi possibilità di compimento, Midda e io non avremmo avuto a poter essere considerati al medesimo punto di qualche mese prima. 
Midda aveva ottenuto un più che valido rimpiazzo per il nero arto dai rossi riflessi che per quasi un ventennio aveva accompagnato le sue gesta, qual surrogato del destro braccio perduto in gioventù. E per quanto, ancora, il bracciale dorato in grazia al quale avrebbe potuto isolarsi dal vincolo esistente con il suo sposo Desmair fosse ancora perduto, e probabilmente destinato a restare tale, almeno la sua amata spada bastarda era stata ritrovata, andando ad affiancare un sempre più amplio arsenale di nuove armi con le quali non si sarebbe mai lasciata mancare occasione di maturare confidenza.
Io, dal canto mio, per quanto ancora a mia volta intimamente connesso a Desmair, avevo alfine guadagnato l’occasione di potermi considerare nuovamente qual il solo padrone della mia mente e del mio corpo, così come da troppo tempo, ormai, non mi era stata più concessa la benché minima possibilità. E sebbene mi sarei dovuto considerare privato del ruolo che, per anni, mi aveva contraddistinto all’interno della società, nonché della vita della mia stessa amata, quello di locandiere, ciò non di meno mi ero già riservato opportunità di dimostrare quanto, comunque, sarei stato pronto a rimettermi in gioco in ogni momento, venendo a patti, necessariamente, con quelle regole completamente nuove e, in parte, ancora da scoprire.
Ed entrambi, particolare ancor più importante rispetto a ogni altra banalità, necessariamente tale a confronto con ciò, non avremmo più potuto considerarci stranieri in terra straniera, soli in un mondo a noi sconosciuto e alieno. Giacché se il mondo attorno a noi, ancora per qualche tempo, sarebbe comunque rimasto alieno, a bordo della Kasta Hamina ci stava venendo concessa l’occasione di essere parte di qualcosa. Di un equipaggio. Di una famiglia.
Un equipaggio, una famiglia. Obiettivamente: cos’altro avremmo potuto, di più, domandare agli dei…?

martedì 9 dicembre 2014

2268


Or… prego chiunque avrà occasione di porre mani su questo manoscritto, di volersi sforzare a comprendere quanto avvenne, senza spendersi in troppo facili giudizi.
Se questa non fosse mera cronaca di eventi già occorsi, come più volte ripetuto e ribadito, nel timore che, quanto qui esposto, quanto qui narrato, potesse assumere il sapore proprio del frutto della mia immaginazione e di un evidentemente scarso talento scrittorio, reso, ove possibile, ancor peggiore nella propria resa finale, nel proprio risultato, dai lunghi intervalli occorsi fra un capitolo e il successivo, fra l’occasione di una parziale stesura e la seguente; probabilmente la scelta compiuta, in quel particolare e tragico momento, dalla mia amata avrebbe a doversi qui condannare qual del tutto fuori luogo, qual una decisione estranea a quanto altresì narrato sino a ora, e, in questo, addirittura lesiva nel confronto con il senso del dramma, con le emozioni, che le ultime ore della vita di una persona dovrebbero trasmettere. Insomma… nulla di più, e nulla di meno, che l’ennesima conferma di quanto soltanto pessima avrebbe a dover esser giudicata l’opera dell’autore. Ciò non di meno, per quanto in alcun modo io abbia a voler ora difendere la mia prosa, altresì solennemente impegnandomi affinché questo mio primo, costretto, esperimento di cronaca non abbia a ripetersi ulteriormente in futuro; ancora una volta non posso evitar di ribadire quanto nulla di tutto questo, alcuno fra gli eventi qui raccolti, abbia a potersi considerare adulterato nella propria veridicità, motivo per il quale, anche in questo frangente, anche in questa, per qualcuno probabilmente giudicabile grottesca, conclusione, null’altro di quanto qui riportato avvenne.
E così, per quanto allora non venne meno, né altrimenti avrebbe potuto essere, neppure per un solo istante, la consapevolezza della fine imminente, della tragica conclusione che ci stava attendendo ineluttabile e, ormai, certa, dietro l’angolo; la mia adorata Midda Bontor volle dimostrarsi, fino all’ultimo, fedele a se stessa. Motivo per il quale, al contrario di quanto i più potrebbero credere, riservandosi un approccio superficiale alla questione e, soprattutto, alla protagonista della medesima, ella volle negarsi la possibilità di cedere alla rassegnazione della condannata, all’apatia della moritura, in favore di un ultimo inno alla vita, e, con esso, della possibilità di trascorrere le proprie ipotetiche ultime ore non nel rimpianto per ciò che non avrebbe più avuto, quanto nel palese, e incontrovertibile, impegno a cogliere tutte le occasioni ancora concessele per vivere la propria vita…
… finanche concentrando tutto il proprio interesse, e tutte le proprie energie, in quella che, per quanto ci stava venendo concessa occasione di presumere, sarebbe stata la nostra ultima opportunità di intimità; allorché premurarsi di innalzare, con le proprie mani, la sua stessa pira funebre.

« Sei sicura di voler trascorrere così le tue ultime ore di vita…?! » le avevo domandato, nel mentre in cui mi ero ritrovato a essere trascinato, quasi di prepotenza, entro il suo alloggio a bordo della Kasta Hamina, verso una cuccetta non particolarmente spaziosa, e, ciò non di meno, neppur più piccola di spazi in cui già, in passato, avevamo giaciuto insieme, con reciproca soddisfazione e appagamento « Forse c’è ancora speranza… forse potremmo riuscire a trovare una cura… »
« Be’Sihl… » aveva sussurrato per tutta risposta, premendo le sue morbide labbra contro le mie, in un nuovo, appassionato bacio nel quale impormi occasione di silenzio « Tu più di chiunque altro dovresti renderti conto di quanto io abbia trascorso la mia intera esistenza a prepararmi per il giorno in cui mi sarei ritrovata costretta ad ascendere al cospetto di Thyres, signora di tutti i mari. E dal momento in cui, alla morte, avrò a dover dedicare il resto dell’eternità; per queste ultime ore preferirei preoccuparmi soltanto della vita… e della possibilità di viverla, per quanto ancora mi sarà concessa occasione, insieme a te. »

Così dicendo, forse senza neppure rendersene conto, ella mi aveva già sollevato, di peso, per mezzo del proprio riattivato braccio destro, e mi aveva spinto a sdraiarmi, supino e sotto di lei, altresì prona, sul giaciglio lì riservatoci, a dimostrazione di quanto, allora, difficilmente avrebbe potuto considerarsi meno che assolutamente sicura di quanto, in quelle ultime ore di vita, bramasse consumare, nonché del modo in cui, entro quelle strette pareti, avrebbe desiderato attendere, insieme a me, il momento del proprio ultimo respiro. E benché, una parte di me, del mio cuore e della mia mente, non avrebbero potuto evitare di insistere sul pensiero di quanto, forse, sarebbe stato più opportuno investire il tempo rimastoci in altro modo, lottando probabilmente vanamente nella ricerca di una cura che, a quel punto, avrebbe avuto comunque a doversi considerare irraggiungibile; un’altra parte, predominante, non riuscì a offrirle ragione di torto e, soprattutto, non seppe sottrarsi al richiamo di quelle membra, di quelle forme, di quel calore, che da troppo tempo mi era stato negato e il quale, presto, mi sarebbe stato definitivamente sottratto.

« Vacci piano… » le avevo quindi sorriso, quasi un dolce rimprovero per l’impiego tanto irruento del suo braccio, laddove, pur, nessun danno mi aveva fortunatamente arrecato.
« Purtroppo per te, non credo di potermi riservare l’opportunità di andarci piano… » aveva replicato, nel contempo preciso in cui, a ulteriore dimostrazione di tale teoria, aveva allora mosso sempre la propria destra agli abiti che, in quel momento, ne coprivano le forme, soltanto per strapparli, letteralmente, dal proprio busto, dalla propria vita e dai propri fianchi, per offrirsi, subitaneamente, nuda al mio cospetto, desiderosa soltanto di amarci e di amarci senza alcun freno, senza alcuna inibizione, non che in passato vi fossero mai state fra noi, ma alimentati, ancor più, dalla consapevolezza di quanto non ci sarebbe stata riservata ulteriore possibilità di godere di tutto quello.

Così ci amammo.
E soltanto gli dei possono essermi testimoni, in tutto ciò, di quanto mai amor ebbe a dimostrarsi più appassionato, più ardente, più sfrenato e, necessariamente, disperato, di quello, nella neppur tacita, reciproca consapevolezza di quanto alcuna requie ci avrebbe dovuto essere lì concessa, alcun momento di respiro ci sarebbe dovuto essere lì riservato, alcuna energia avrebbe, in tutto ciò, dovuto essere risparmiata, giacché a nulla, ancora, sarebbe poi servita.
Per ore, entro i confini di quella stanza, ci amammo.
E se, almeno in principio, alla stretta cuccetta venne riservato il compito di accoglierci, alla fine, all’ultimo, entrambi crollammo sul pavimento, sul fronte addirittura opposto a quello inizialmente concessoci, nel non aver risparmiato alcun angolo di quell’ambiente, di quell’improvvisata alcova, al nostro amore, alla nostra passione. Un termine, quello da me appena scelto per indicare il nostro, finale, arrivo al suolo, non casuale, non improvvisato, quanto e piuttosto indicativo di quanto avvenne: giacché, dopo ore di attività sessuale, a tratti frenetica, a tratti dolce, a volte addirittura violenta, altre delicata, e pur sempre complice, pur sempre in completa e assoluta armonia, alfine le forze vennero meno a entrambi, e null’altro che l’oblio del sonno poté esserci imposto… un sonno nel quale, forse, tentammo entrambi di negare ogni ansia, ogni paura, ogni terrore che, malgrado tutto, avrebbe ancor dovuto coglierci, e al quale pur, come conseguenza di quanto riservatoci in quell’ultimo frangente, non avremmo potuto dedicare alcuna energia, neppure volendo.
Per ore ci amammo.
E per altre ore, dopo di ciò, riposammo l’uno nelle braccia dell’altra stesi su quel pavimento. Ore nel corso delle quali, nell’inconsapevolezza, nell’incoscienza di quel volontario oblio, avrei dovuto essere separato, per sempre, dalla mia adorata. E ore, al contrario, al termine delle quali venni allor risvegliato dal più gioioso bacio che mai, prima d’allora, Midda aveva avuto tanto concreta ragione di concedermi, quasi strappandomi l’aria dai polmoni, in ciò, ma, contemporaneamente, offrendomi palese dimostrazione di un’imprevedibile, ma quanto mai apprezzata, realtà.

« Sono viva! »

lunedì 17 novembre 2014

2267


« Dottore… » prese immediatamente voce il capitano, che riconobbi immediatamente nel proprio ruolo anche in conseguenza al carisma che ebbe a porre in quell’invocazione, in quel preludio a un secco ordine atto a non concedersi, e a non concedere ad alcuno al proprio comando, possibilità di lasciarsi dominare dalla disperazione per quella che pur, allora, avrebbe avuto a doversi riconoscere qual una situazione disperata « Mi dica, la prego, che è stato in grado di raggiungere un qualunque genere di risultato nelle analisi degli esami compiuti sul nostro ufficiale tattico. »

Indubbiamente apprezzabile, in quel momento, non ebbe semplicemente a dover essere considerato l’impegno che, malgrado tutto, Lange Rolamo volle imporsi nella ricerca di un’alternativa, di una qualunque soluzione, pur non sperata e, forse, neppur sperabile, alla crisi che stava coinvolgendo il proprio equipaggio; quanto e ancor più il suo impegno a voler riconoscere, al di là di ogni evento pregresso, e di ogni proprio probabilmente ancor non dissipato dubbio, il ruolo di Midda Bontor all’interno del medesimo proprio equipaggio, non considerandola qual una semplice ospite, o, peggio, una fonte di problemi, qual pur avrebbe avuto probabilmente ragione di giudicare, quanto e piuttosto una propria alleata, una propria compagna, una propria sorella. Un’alleata, una compagna e una sorella per sostenere la quale era stato pronto a mettere in forse la sopravvivenza del resto del proprio equipaggio, nel corso dell’attacco, appena conclusosi, alla torre dei Calahab; e un’alleata, una compagna e una sorella per tutelare la sopravvivenza della quale, certamente, non si sarebbe ancor arreso, non avrebbe ancor smesso di combattere… non fino a quando, a lei, così come a lui, sarebbe ancor rimasto un alito di vita in corpo.
E per quanto, quello stesso frangente, avrebbe avuto a doversi riconoscere, per il sottoscritto, qual il primo istante nel quale mi fu concessa occasione di confronto con l’intero equipaggio della Kasta Hamina, e con il suo comandante; null’altro mi fu necessario conoscere, apprendere, domandare, per avvertire, dal profondo del cuore, un sincero sentimento di cameratismo nei loro confronti. Una fiducia, una stima, una fedeltà, quelle che ebbero a sorgere dal mio intimo, che avrebbero avuto a dover essere argomentate, nelle proprie ragioni, nelle proprie motivazioni, non qual semplice, e pur doverosa, gratitudine per avermi tratto in salvo dalla prigionia entro la quale ero stato segregato per non avrei saputo definire quanto tempo; ma ancor più, ancor maggiormente, per quella straordinaria reazione di rifiuto nei confronti del fato, ipoteticamente segnato, della mia amata, e per l’intento, quanto mai sincero, volto a compiere tutto quanto possibile, e ancor più, allo scopo di garantirle ancora un nuovo domani, ancora una nuova alba.
Purtroppo, quello slancio di apparente riscossa, di speranzosa brama di futuro, ebbe spiacevolmente a scontrarsi con la mesta realtà derivante dall’assenza di qualunque positivo aggiornamento a opera del medico di bordo…

« Mi spiace… » scosse il capo Roro Ce’Shenn, dimostrando sul proprio grinzoso viso tutto il concreto, reale e palpabile risentimento a proprio stesso discapito per non essere, in quel frangente, in grado di riservarci la risposta positiva che tutti stavamo allor attendendo, nella quale tutti stavamo, forse stolidamente, confidando « Per quanto stia cercando di vagliare ogni possibile mezzo d’indagine, non ho ancora raggiunto alcun risultato utile a comprendere quale genere di minaccia stia gravando sulla nostra compagna. » asserì, con tono penitente, volto a chiedere perdono per quello che, allora, stava avvertendo completamente quale un proprio fallimento « Ovviamente continuerò senza tregua a cercare di ottenere qualcosa… qualunque cosa. Ma… temo di non essere in grado di garantire alcun risultato. »

Solo un breve istante di silenzio seguì quella che, in tal modo, parve volersi definire qual una sentenza di morte a discapito della mia amata. Un breve istante di silenzio che fu, ancora, interrotto dalla voce del capitano, il quale, nuovamente, non parve volersi concedere possibilità di resa alcuna. Né, tantomeno, ne avrebbe concessa a chiunque altro fra noi.

« Abbiamo poco meno di otto ore. » ricordò, facendo proprio un tono di voce tutt’altro che equivocabile con intenti di resa, ben lontano dal potersi riconoscere qual trasparente di un desiderio di rassegnazione di fronte a quanto, istante dopo istante, sempre più tragicamente giudicabile qual irreversibile, improcrastinabile, qual solo la morte, da sempre, era stata universalmente in grado di apparire, al di là di qualunque differenza culturale, di qualunque distanza tecnologica o quant’altro « E per quanto mi concerne, non è mia intenzione attendere la fine di questo conto alla rovescia in quieta e rassegnata contemplazione del Fato e dei suoi risvolti più cupi, più oscuri. »
« Ben detto. » approvò Duva, rivolgendo verso l’ex-marito uno sguardo straordinariamente colpo di gratitudine tale da rendere difficile escludere quanto, in tal sentimento, non ne avesse allora a celarsi anche un altro più profondo, un amore probabilmente fra loro mai sopito e pur, malgrado tutto, razionalmente rinnegato nel confronto con due concezioni, due sguardi sulla realtà fra loro troppo estranei « Nessuno di noi ha intenzione di arrendersi, Midda… nessuno di noi si arrenderà. E qualunque cosa ti abbia iniettato quella cagna, stai certa che ne verremo a capo. »

Seguendo l’esempio del proprio capitano, e dopo di lui del secondo in comando, tutti si impegnarono, in rapida successione, in quello che, a tutti gli effetti, avrebbe avuto a potersi considerare nulla di meno di un vero e proprio voto espresso in direzione della loro nuova compagna, della loro nuova sorella, di fronte alla prematura dipartita della quale mai si sarebbero concessi occasione di resa.
E se non uno fra coloro lì presenti si riservò possibilità di sottrarsi a quell’importante, quella significativa dichiarazione d’intenti, volta a sancire, al di là di ogni incertezza, quanto Midda, pur ancor per molti, troppi versi estranea quanto me a bordo di quella nave, fosse stata ciò non di meno accettata da tutti qual membro di quella famiglia; una voce ebbe pur occasione di sollevarsi in contrasto a tutto ciò, in netta negazione della prospettiva di trascorrere quelle ultime otto ore, o meno, in una nuova, adrenalinica battaglia contro un nemico purtroppo invisibile, impalpabile e, in questo, probabilmente invulnerabile. Una voce che non avrebbe avuto a doversi attribuire ad alcuno dei membri dell’equipaggio della Kasta Hamina, né tantomeno al sottoscritto… e che, nell’assenza di una qualche particolare sovrabbondanza di attori lì presenti, facile può avere a intendersi, pertanto, qual quella della stessa donna guerriero per salvare la quale tutti sarebbero stati pronti a compiere il possibile e, forse, anche l’impossibile.

« Vi ringrazio… ma no grazie. » intervenne, concedendo alle estremità delle proprie carnose labbra di incresparsi leggermente, in un tenue sorriso probabilmente animato anche da un certo imbarazzo per quanto appena occorso e, ancor più, per quanto, lì, ella stava ritrovandosi costretta ad asserire « Il tempo a nostra disposizione è scaduto… e, sinceramente, non intendo spendere queste ultime ore di vita a inseguire una chimera. Ne ho già inseguite troppe nella mia vita. Letteralmente. » si riservò occasione di ironizzare, in un riferimento che pur, allora, probabilmente ebbi occasione di cogliere soltanto io.
« Ma… Midda! » tentò di protestare Lys’sh, sgranando gli occhi verso di lei.
« Non puoi dire davvero! » insistette Duva, non meno sconvolta all’idea, rispetto all’ofidiana.
« Posso. E lo dico. » confermò la prima, con tono fermo e controllato nel comunicare la propria decisione « E dal momento in cui, a tutti gli effetti, ho a dovermi ritenere una condannata a morte; preferirei quantomeno concedermi un ultimo momento di intimità con il mio compagno. » comunicò, volgendo uno sguardo carico di sentimento sincero nei miei confronti, lasciando appoggiare contro una parete la propria lama, solo per avere la possibilità di sollevare la mancina verso di me, a invitarmi a lei… un invito innanzi al quale non esitai a offrirmi, al di là della disperazione crescente nel mio cuore all’idea dell’ineluttabile.
« Mars… per cortesia. » richiese ella alfine, in direzione del capo tecnico, nel mentre in cui già i nostri corpi di stringevano in un dolce abbraccio « Credi di poter riavviare, in tempi brevi, la mia protesi e il congegno che Anmel ha posto attorno al collo di Be’Sihl…? »