Midda's Chronicles - le Cronache

News & Comunicazioni

Sette anni!
Tanti auguri, Midda!

Sean, 11 gennaio 2015

giovedì 9 aprile 2015

2297


Che delle magnose aliene potessero risultare poco loquaci, in verità, ella avrebbe avuto a doverlo porre in preventivo, arrivando, anzi, eventualmente e probabilmente, a sorprendersi laddove si fossero dimostrate di diverso avviso. Che delle magnose aliene, poi, potessero risultare particolarmente violente a fronte di una qualsivoglia provocazione verbale, come quella che, comunque, ella non aveva mancato di rivolgere loro, non avrebbe sicuramente avuto a dover essere considerata qual una banalità, soprattutto innanzi all’evidenza della loro palese mancanza di loquacità. Tuttavia, in quella nuova ed estesa concezione di realtà, in quella nuova consapevolezza sull’universo che il suo viaggio al di fuori dei confini del proprio mondo le aveva concesso, Midda aveva presto imparato a porsi ancora minori ragioni di incertezza sul perché di qualunque evento attorno a sé rispetto a quanto già non si sarebbe potuta dimostrare precedentemente confidente a compiere, in un approccio, da sempre, più pratico che filosofico a ogni genere di questione. E, in questo, l’idea che delle laconiche magnose siderali potessero comunque disapprovare il suo particolare senso dell’umorismo, non avrebbe avuto a doversi considerare, in verità, così folle come, razionalmente, a chiunque altro sarebbe risultato essere.
Quando in tre, pertanto, si proiettarono verso di lei, a esigere vendetta per le sue parole, per la sua provocazione, Midda non si lasciò sorprendere, non si fece trovare impreparata. Magnose o no, creature aliene o no, ella era e sarebbe comunque rimasta la stessa donna guerriero di sempre, la Figlia di Marr’Mahew, mercenaria forgiatasi in un quantitativo di battaglie così elevato da risultare irreale, nel sangue di un numero di avversari così sorprendente da non poter essere accettato concretamente qual tale. E, in tutto ciò, la guerra avrebbe avuto a dover essere riconosciuta ormai parte integrante della sua esistenza, la morte avrebbe dovuto essere considerata qual intrecciata alla sua vita maniera ormai imprescindibile, in misura tale da non permetterle, neppure volendo, neppure sforzandosi, di ignorare la prospettiva di un nuovo conflitto e, men che meno, di sottrarsi allo stesso. Offrendo, quindi, il controllo degli eventi, e delle proprie membra, all’istinto ancor prima di pretenderlo saldamente ancorato al raziocinio, l’Ucciditrice di Dei non permise ad alcuno fra i propri tre antagonisti di poter realmente credere nell’eventualità di sopraffarla… non, per lo meno, nel ritrovarsi l’uno arginato con il piatto della lama dagli azzurri riflessi della sua straordinaria spada bastarda, l’altro respinto da un colpo sferrato dal suo gomito destro, e dall’energia per esso derivante in grazia ai servomotori alimentati all’idrargirio, e il terzo, alfine, addirittura ignorato, nella propria minaccia nel vedersi, semplicemente, schivato, con naturalezza, con spontaneità, tali da non permettere, neppure e addirittura, di presumere che fosse stato effettivamente considerato qual una concreta occasione di pericolo, di potenziale danno.

« Domando scusa… » riprese voce ella, al termine di quella prima, rapida, sequenza di attacchi, protrattasi per non più di un battito di ciglia, rivolgendosi ancora una volta all’intera schiera delle proprie controparti e, in tal senso, non ponendo nel proprio tono alcun reale senso di rammarico, al di là delle parole da lei così pronunciate « Posso comprendere che, dal punto di vista di una magnosa, sentir parlare di cuochi e cucine non deve essere propriamente piacevole… anzi… » incalzò, non negandosi, addirittura, un lieve sorriso beffardo a margine della situazione.

Come purtroppo facilmente predicibile, nessuna delle azioni intraprese in quegli ultimi istanti dalla donna dagli occhi color ghiaccio si era riservata una qualche, reale opportunità di duraturo successo nei confronti dei propri antagonisti. Laddove, del resto, non si era concessa possibilità di vittoria nel primo, e più aspro, confronto, quando in contrasto a una di quelle magnose aveva rivolto tutta la propria energia, tutta la devastante forza del proprio arto tecnologico, respingendola e proiettandola a schiantarsi ferocemente contro un muro, assurdo sarebbe stato partire dall’ovviamente falso presupposto di poter avere la meglio contro le sue compagne con qualche semplice manovra difensiva. Ciò non di meno, lo scontro, la battaglia, aveva avuto, per lei, soltanto inizio e, non aveva esitazione alcuna a crederlo, avrebbe avuto sicuramente nuove occasioni di successo nei loro confronti, con la speranza di riuscire, in una di esse, a riservarsi opportunità di comprendere come poterle vincere e come, quindi, poter giungere alla conclusione di tutto ciò… e, inutile sottolinearlo, a una conclusione per se stessa gradevole.
Quando, a confronto con il nuovo insuccesso, le magnose non demorsero e, anzi, si organizzarono in un’altra azione offensiva, pertanto e invero, Midda avrebbe avuto a considerarsi già pronta ad accoglierle. E, di ciò, ne offrì palese riprova con una sequenza di risposte precise e puntuali a ogni movimento ipotizzato in suo contrasto, a ogni carica proposta a suo discapito.
Per quanto quelle magnose avessero a doversi riconoscere pericolose e, sicuramente, letali, nell’essersi già dimostraste capaci di violare le indubbiamente solide soglie di ben due container senza apparente ragione di difficoltà; anche la Figlia di Marr’Mahew non avrebbe avuto a dover essere banalizzata, nella propria presenza, nelle proprie possibilità, nella propria combattività… non, quantomeno, nel non voler obliare con eccessiva leggerezza alle numerose, ormai addirittura incomputabili nel proprio effettivo conteggio, riprove di valore che ella aveva avuto occasione di offrire nel corso di una vita intera votata all’avventura e alla guerra, prima come marinaio, poi come mercenaria. E laddove ella aveva affrontato non soltanto creature di ogni foggia e dimensione, mostri di ogni aspetto e contraddistinti dalle più variegate capacità, ma addirittura un dio, pur, in tale occasione, indubbiamente aiutata dal sostegno offertole direttamente dal sangue dell’effettiva progenie della medesima Marr’Mahew, dea della guerra, e tale da garantirle la non ovvia opportunità di potersi spingere a ferire il proprio avversario, finanche a ucciderlo, così come poi era avvenuto; senza nulla negare dei meriti e delle possibilità propria di quelle magnose, ella non avrebbe avuto a doversi, comunque, precipitosamente giudicare qual spacciata.
Così, non soltanto ella ebbe modo di fronteggiare sia la prima che la seconda carica di quell’orda di crostacei astrali, ma, dopo di ciò, anche un terzo, un quarto e, persino, un quinto tentativo d’assalto: certamente senza conseguire, in tutto ciò, alcun concreto successo volto ad arginare tale aggressiva sequenza e, anzi e peggio, riportando anche un paio di spiacevoli graffi i quali, presto, sarebbero andati a contribuire all’immane conteggio di lievi cicatrici di cui il suo intero corpo, al di là del fin troppo evidente sfregio in viso, era comunque ricoperto; ma, comunque, sopravvivendo… e sopravvivendo, probabilmente, con maggiore tenacia rispetto a quanta non se ne sarebbero potuti attendere i suoi antagonisti, i quali, allorché impegnarsi in un sesto, e prevedibilmente inutile, tentativo a suo discapito, tanto repentinamente come erano apparsi attorno a lei, sparirono, disperdendosi nei meandri di quel fin troppo labirintico magazzino.

« … tutto qui?! » domandò, provocatoriamente, la donna guerriero, non negandosi, in cuor suo, un sospiro di sollievo di fronte a quell’apparente parentesi di tranquillità, per quanto potenzialmente fugace, anche ove, in una ben diversa direzione, non mancarono di impegnarsi le sue parole, a mantenere intatto, almeno formalmente, il proprio ruolo di incontentabile predatrice di guai, qual pur mai avrebbe potuto negare di essere sempre stata, di essere e di essere, sicuramente, destinata a continuare a essere per il resto della propria esistenza mortale, e, forse, anche dopo la fine della medesima, se solo gliene fosse stata concessa la possibilità « Cioè… davvero… arrivate qui, fate un gran baccano e tutto finisce per ridursi a una rapida scaramuccia priva di qualunque pur elementare organizzazione strategica?! » ebbe, addirittura, a lamentarsi, in critica verso le scarse abilità tattiche dimostrate, sino a quel momento, dalle magnose, unica, effettiva ragione per le quali non si erano riservate alcuna effettiva possibilità di predominio a suo discapito.

E se pur, da lì a un istante, il ritorno di quelle, o di altre e ancor peggio, figure antagoniste avrebbe potuto ribaltare la situazione, ciò non avvenne. Non, quantomeno, nell’immediato, del pur legittimo intervallo di tempo nel quale ella si sarebbe potuto attendere l’occorrenza di un tale scenario, della ripresa del conflitto ben lungi dal potersi considerare concluso, e nel quale, di conseguenza, ella avrebbe avuto ragione di mantenere ancora alta la guardia, aspettando il peggio.

lunedì 30 marzo 2015

2296


Come già per Duva prima di lei, anche per la Figlia di Marr’Mahew fu questione di un fugace istante.
A differenza di Duva prima di lei, per l’Ucciditrice di dei, comunque, tale fugace istante non la trovò egualmente impreparata.
E anche laddove straordinariamente rapido ebbe a offrirsi l’incedere del proprio antagonista, del proprio avversario, non meno straordinaria e non meno rapida ebbe a dimostrarsi la sua risposta, la sua reazione innanzi a una tale aggressione. Un’aggressione che non la raggiunse, pertanto, alle spalle, così come già aveva sorpreso l’amica, nonché mancata gemella; ma a risposta della quale ella si ritrovò a sollevare il proprio destro in lucido metallo cromato, ruotando quanto sufficiente a permetterle di erigere, in grazia a tale gesto, un speranzosamente invalicabile muro fra sé e qualunque genere di minaccia fisica, di azione materiale a suo discapito.
Fu solo in conseguenza a tutto ciò, pertanto, che ella ebbe occasione di preservare l’incolumità, e l’integrità, della propria candida pelle sporadicamente ricoperta da efelidi, osservando, per un momento apparentemente interminabile, e pur sostanzialmente effimero più di un battito di ciglia, l’inattesa, imprevista e, obiettivamente, imprevedibile, creatura che aveva in tutto ciò tentato di sopraffarla… immediatamente, tuttavia, respingendola lontana da sé, e respingendola, in tal atto, con tutta l’energia che le sarebbe potuta derivare in conseguenza all’impiego del proprio nuovo arto tecnologico alimentato all’idrargirio, una forza utile a permetterle di sollevare, in tutta serenità, fino a mille libbre di peso. E se, in conseguenza a una tale spinta, un comune avversario umano, sarebbe necessariamente morto, nel ritrovarsi, quantomeno, l’intera cassa toracica, se non ogni singolo osso del proprio corpo, completamente fratturato, distrutto come soltanto a seguito della devastazione conseguente alla caduta da un’incredibile altezza; la creatura sua avversaria ebbe occasione di comprovare, non che ciò fosse realmente necessario, la propria non umana natura, quasi ignorando l’incredibile impatto a cui si ritrovò sottoposta per poter, immediatamente, recuperare una postura eretta e, ciò non di meno, valutare qual saggia, almeno nell’immediato, l’idea di rifuggire, di ritrarsi, se non perché ferita, probabilmente perché comunque sorpresa, sconvolta dalla piega presa in maniera del tutto inaspettata dagli eventi accaduti.

« Una… magnosa…?! » ebbe, pertanto, tempo di commentare la donna guerriero, ritrovandosi, a onore del vero, non meno disorientata da quegli ultimi eventi rispetto alla propria antagonista, alla propria avversaria estemporaneamente, e velocemente, scomparsa alla sua vista, così come subitaneamente era apparsa.

Tale, in effetti, non avrebbe potuto che essere distinta, al suo sguardo, la creatura che, un momento prima, l’aveva inaspettatamente aggredita, seppur, indiscutibilmente, palesandosi in dimensioni maggiori rispetto a qualunque magnosa avesse avuto precedente occasione d’incontro nel corso della propria vita.
Laddove, infatti, ella aveva avuto occasione di pescare, o mangiare, crostacei di tale famiglia di lunghezza eguale a quasi un piede e mezzo, nei casi più straordinari; l’essere che l’aveva allora aggredita, con fattezze incredibilmente assimilabili a quelle di una magnosa, avrebbe avuto a dover essere misurato in oltre due piedi, con zampe, carapace e antenne perfettamente proporzionate a simile quadro. Ma laddove, una magnosa, non avrebbe mai potuto permettersi tanta agilità, tanta velocità e tanta autonomia al di fuori dell’acqua nella medesima misura in cui, quella creatura, aveva già offerto riprova di saper agire, improbabile avrebbe avuto a doversi effettivamente considerare una qualche reale parentela fra quella bestia, quel mostro, e ciò con cui ella aveva avuto passata occasione di banchettare… visto e considerato, oltretutto, che alcuna magnosa avrebbe mai potuto compiere balzi come quello che il suo avversario aveva mosso a suo discapito, né avrebbe potuto aprire una breccia nelle porte dei container così come, altresì, quell’essere doveva aver compiuto.
Magnosa o meno che, realmente, avrebbe avuto a doversi considerare, in comune con la creatura dei mari da lei conosciuta simile avversario condivideva, evidentemente e comunque, un’indubbia capacità di fronteggiare gli attacchi, le aggressioni più devastanti, probabilmente in primo luogo per mezzo del proprio esoscheletro, così come, nel potenzialmente devastante impatto appena subito, aveva offerto palese riprova. E per quanto, nel corso della propria straordinaria esperienza di vita, ella non si fosse negata precedenti occasioni di confronto con creature dotate di simili meccanismi di difesa, di corazze di incredibile resistenza, sopravvivendo a ogni confronto in tal senso e, in ciò, abbattendo tali esseri, simili mostri, al di là di ogni difficoltà; la minaccia rappresentata, in quel momento, da una magnosa aliena non avrebbe potuto essere facilmente minimizzata nel proprio valore, nel proprio pericolo. Non ove, obiettivamente, già una comunissima magnosa del proprio mondo, da mangiare, avrebbe avuto a dover essere comunque riconosciuta qual una sfida alquanto interessante, nel domandare, invero, un certo impegno, indubbia pazienza, per permettere al candidato convitato di raggiungerne le saporite membra.
Prima ancora che, tuttavia, la mercenaria potesse aver occasione di condividere con le proprie compagne l’informazione così conseguita, l’identificazione in tal modo ottenuta nel merito dell’identità di almeno una loro antagonista, al fine di concedere loro una migliore occasione di confronto con essa, o con eventuali sue simili; alla Figlia di Marr’Mahew fu concessa un’altra, non banale, possibilità di chiarificazione nel merito della situazione corrente. E, nel dettaglio, la risposta al non retorico dubbio sull’ipotesi che, in effetti, quella magnosa aliena non avesse a doversi considerare la sola della propria stirpe, entro i confini della nave. Perché, con la medesima subitaneità con la quale la precedente antagonista era pocanzi svanita, Midda si ritrovò, improvvisamente e spiacevolmente, circondata da quasi una dozzina di simili crostacei siderali, alcuni in dimensioni persino maggiori al primo da lei affrontato, i quali, pur non precipitandosi immediatamente a suo discapito, a ricercare la sua testa e, con essa, la sua vita, non parvero presentarle neppure una piacevole promessa di immunità suggerendole, al contrario, soltanto la peggiore conclusione possibile al proprio cammino esistenziale.

« D’accordo… » sussurrò a denti stretti, chiudendosi in posizione di guardia con la destra in metallo cromato levata innanzi a sé, a proteggerla al pari di uno scudo, e la propria mancina saldamente stretta attorno all’impugnatura della sua spada, non tanto per concederle di ricercare una qualsivoglia sensazione di conforto, quanto, e piuttosto, per permetterle di credere, ancora, in se stessa e nella propria capacità di definire autonomamente il proprio destino in sola grazia alle proprie azioni, a quanto da lei compiuto per plasmare, istante dopo istante, il futuro che l’avrebbe in tutto ciò attesa « Se fossimo al porto di Seviath, sicuramente in questo momento potreste rappresentare la gioia di un sacco di gente, fra osti e locandieri. » argomentò, cercando di trascurare le proporzioni mostruose dei propri avversari, per ricondurli a una dimensione per lei psicologicamente gestibile, nel paragonarli a comuni crostacei « Diciamo, quindi, che è comunque una fortuna che a bordo di questa nave ci siano almeno due cuochi… sebbene la titolare di simile ruolo non si stia dimostrando particolarmente entusiasta per la presenza del nuovo arrivato. »

Per lei, quella non avrebbe avuto a doversi considerare la prima volta nel corso della quale, posta innanzi a un pericolo potenzialmente letale, si era ritrovata impegnata a ricorrere all’ironia, se non, addirittura, al sarcasmo, per tentare di semplificare la situazione e sminuire l’impegno che essa avrebbe preteso da parte sua al fine di concederle un’opportunità utile a conquistare quello stesso futuro della quale desiderava essere la sola fautrice, e persino autrice. Per lei, parimenti, quella non avrebbe avuto a doversi neppure considerare la prima volta nel corso della quale, rispondendo a una potenzialmente letale minaccia con quello che non aveva mai preteso essere un raffinato senso dell’umorismo, e che pur, ciò non di meno, le aveva consentito, in più di un’occasione, di divertirsi, si era ritrovata indubbiamente incompresa nelle proprie argomentazioni, suscitando, più o meno prevedibilmente, una violenta reazione da parte dei propri più seri, e meno loquaci, antagonisti.

lunedì 16 marzo 2015

2295


In un moto d’orgoglio, in maniera forse egoistica ed egocentrica, Duva Nebiria non volle negarsi occasione di somatizzare il dolore, e il dolore conseguente tanto alla ferita quanto al disinfettante, riflettendo su come, se al suo posto fosse stato un uomo, certamente non avrebbe potuto ovviare a imprecare, a gridare e, persino, a sbraitare, nel mentre in cui ella, pur quasi incrinando i propri bianchi denti nello sforzo, riuscì a mantenere il silenzio, riuscì a trattenere la pena all’interno del proprio corpo, nella volontà di ovviare a promuovere la loro posizione più di quanto, probabilmente, non avevano già loro malgrado pubblicizzato con quanto già accaduto.
In linea di principio, esattamente come la propria mancata gemella, anche Duva non avrebbe potuto vantare ragione di avversità nel confronto del genere maschile. I suoi gusti sessuali, così come quelli emotivi, non le avevano mai fatto prendere in esame l’idea di una relazione con un’altra donna, nel ben apprezzare, anzi, quanto gli uomini avessero da offrire: ciò non di meno, al di là di ogni possibile valutazione in tal senso, ella non avrebbe mai potuto ovviare ad avvertire una certa rivalità nei confronti dell’altro sesso, complice, sicuramente, una matrice indiscutibilmente patriarcale alla base della maggior parte delle culture con le quali ella aveva avuto occasione di avere a che fare. Il fatto che apprezzasse gli uomini, il fatto che potesse provare desiderio e piacere a giacere con un uomo, il fatto, persino, che si fosse sposata, sebbene poi avesse finito con il divorziare, non avrebbero mai potuto impedirle di riconoscere anche le negatività proprie del genere maschile, i loro limiti, le loro debolezze, e, peggio, le loro prepotenze, a fronte di ciò provando ineluttabilmente un moto di ribellione all’idea di poter essere, stolidamente e superficialmente, essere considerata inferiore rispetto a un qualunque uomo per il semplice fatto di essere donna. Da ciò, quindi, il suo pensare e il suo agire, tali da vederla intenta a trattenere ogni dimostrazione di dolore, di pena, anche e soprattutto nel confronto con il presupposto, invero non poi così privo di ragionevolezza, di quanto mai, un uomo, sarebbe stato in grado di esserle allor pari.

« Credo di aver fatto… » annunciò Lys’sh, alla conclusione del rapido intervento, provvisorio e pur, speranzosamente, almeno per quel momento sufficiente a posticipare il peggio, a procrastinare l’esigenza, pur incontrovertibile, di un immediato intervento medico in soccorso al primo ufficiale della Kasta Hamina… intervento per conquistare la possibilità del quale avrebbero entrambe avuto ancora molta strada da dover compiere « Ho applicato una sutura temporanea alla ferita che dovrebbe concederti una minima libertà di movimento. Ma, se mi posso permettere, non credo che abbia a dover essere considerato opportuno, per te, ora, ipotizzare di impegnarti in un qualche nuovo scontro fisico. Non fino a quando il dottor Ce’Shenn non avrà avuto possibilità di verificare le tue condizioni. » soggiunse, con necessaria premura verso di lei, e ineluttabile timore alla prospettiva di quanto, ciò da lei allor compiuto, avrebbe potuto dimostrarsi del tutto inadeguato all’esigenza dell’amica.
« … ne prendo atto… » sussurrò, per tutta replica, l’altra, non riuscendo a ovviare a un certo tremore nella propria voce, laddove le dolorose fitte precedenti non avrebbero potuto ancor dirsi dimenticate né, in effetti, completamente passate « … tuttavia abbiamo ancora del lavoro da compiere… e fino a quando non avremo finito, il buon Roro dovrà attendere… »

Che Duva fosse una donna dotata di un certo carattere, di un forte carattere, invero, avrebbe potuto essere testimoniato da chiunque a bordo della Kasta Hamina, a incominciare dallo stesso capitan Rolamo che, primo fra tutti, aveva avuto esperienza personale e diretta nel merito di tutto ciò, e, ancor più, delle conseguenze che, sole, avrebbero potuto derivare da un qualunque atto, verbo o pensiero volto a contrariare la propria ex-moglie, con un necessario moto di simpatia per chiunque, più o meno consapevolmente, ne fosse rimasto coinvolto. Che Duva fosse una donna dotata di un certo grado di incoscienza, di un deciso grado di incoscienza, altrettanto, avrebbe potuto essere testimoniato da qualunque membro di quello stesso equipaggio, a incominciare, nuovamente, dal suo ex-marito il quale, primo fra tutti, non si era mai rifiutato occasione utile per criticare tale suo genere di approccio, riconoscendolo, sovente, persino prossimo all’autolesionismo ancor prima che risposta al richiamo proprio di un mero spirito d’avventura o, quantomeno, di un mero spirito d’avventura per così come da lui riconoscibile tale.
Chiunque a bordo della Kasta Hamina, incominciando propriamente dall’abitualmente paziente Lange, tuttavia, non avrebbe potuto comprendere e apprezzare realmente il carattere, e lo spirito, di Duva, con la sola eccezione rappresentata dalla stessa Midda Bontor, che, con lei, del resto, condivideva tale spirito e tale carattere. Soltanto quella donna guerriero, soltanto quella mercenaria proveniente da un mondo lontano, sarebbe stata realmente in grado di comprendere e apprezzare concretamente quanto provato da colei che, a tutti gli effetti, altro non sembrava che essere un’altra se stessa, ritrovandosi contraddistinta da medesima forza, da eguale caparbietà e, ancora, da quella stessa scintilla di vita alla luce soltanto della quale ogni aspetto della realtà non avrebbe potuto ovviare ad assumere una ben diversa sfumatura, una ben diversa colorazione, utile a intendere pari a un atto dovuto, un dovere improrogabile, quanto agli occhi di chiunque altro non sarebbe potuto che apparire come imprudenza o, peggio ancora, autolesionismo.
Probabilmente nessuno, in tutto ciò, avrebbe potuto quindi comprendere perché, pur ferita e, forse, sopravvissuta per sola grazia divina, Duva avrebbe continuato a dimostrarsi ostinatamente decisa a proseguire nel cammino allora iniziato, nella battaglia a cui si era già votata. Nessuno fatta necessaria eccezione per la Figlia di Marr’Mahew, per l’Ucciditrice di Dei che, a propria volta, mai si sarebbe tirata indietro… non, quantomeno, fino a quando i propri interessi non si fossero dimostrati palesemente volti in una ben diversa direzione.
Alla luce di ciò, per quanto Midda fosse stata la prima a suggerire l’eventualità di un’opportuna ritirata per le proprie compagne, non riconoscendo ulteriori ragioni, per loro, di restare entro i confini rappresentati da quel delimitato, e pur non così ristretto, campo di battaglia; proprio la mercenaria avrebbe avuto a dover essere egualmente riconosciuta qual la prima a essere conscia di quanto, ineluttabilmente, ciò non sarebbe stato neppure preso in considerazione all’interno del ventaglio di possibilità alternative, nel non poter essere, sostanzialmente, neppur riconosciuta qual realmente tale. Tanto in direzione di Duva, quanto in quella di Lys’sh, comunque, la donna dagli occhi color ghiaccio non avrebbe potuto ovviare a riconoscere un meritato tributo di fiducia tale da garantire a entrambe, allora, la libertà di agire secondo i propri desideri, secondo le proprie aspettative, secondo il proprio cuore, tanto innanzi all’idea di restare, quanto di fronte a quella di ripiegare, senza poter essere, né su un fronte, né su quello opposto, giudicate in alcun modo da lei. Ove avessero preferito ritrarsi dal confronto, ella lo avrebbe compreso e, in alcuna misura, ciò avrebbe potuto compromettere il proprio giudizio per loro: parimenti, tuttavia, ove avessero, prevedibilmente, scelto di restare e proseguire nella battaglia, ella lo avrebbe compreso e, in alcuna misura, ciò avrebbe potuto cambiare il suo approccio a quel confronto, laddove, certamente, non avrebbe potuto allor permettersi di ritornare sui propri passi, di accorrere in loro soccorso, senza, in tal maniera, sollevare un chiaro dubbio nel merito della loro autonomia, della loro capacità di saper valutare la situazione e, soprattutto, di saperla affrontare per come necessario.
Così, pur non indifferente alla sorte delle proprie compagne, Midda Bontor preferì proseguire imperterrita nel proprio cammino, nella propria esplorazione del settimo container, con la consapevolezza di quanto, sia Duva sia Lys’sh, sarebbero comunque state in grado di affrontare qualunque genere di minaccia, al di là dei sicuramente spiacevoli effetti di una ferita, superficiale o no, come quella già inferta al primo ufficiale della nave. D’altro canto, comunque, anche laddove ella avrebbe potuto mutare il proprio pensiero, ancora laddove ella avrebbe potuto riservarsi ragione per tornare sui propri passi e rivolgere la propria attenzione a un’azione di supporto alle proprie sorelle d’armi, tale possibilità le sarebbe stata negata dalla sorte, dal fato che già, nel suo immediato avvenire, aveva posto un sicuramente tardivo, e pur immancabile, incontro con i propri ancor sconosciuti antagonisti.