ISSN 2282-1120
EAN 9772282112009
Midda's Chronicles - le Cronache

News & Comunicazioni

Domani... si riprende. Episodio 2263.
E speriamo di proseguire subito dopo con il 2264, 2265, 2266... etc etc etc...

Sean, 12 ottobre 2014

lunedì 13 ottobre 2014

2263

Fu quello che, poeticamente, potrei ora descrivere come l’intervento del fato, ma che, sostanzialmente, altro non avrebbe avuto a dover essere ricondotto a un mio sciocco momento di distrazione, a restituire a me, e anche alle mie due compagne, la consapevolezza di quanto, nuovamente, non avrei più potuto definirmi realmente solo, così come mai avrei potuto permettermi di vantarmi di essere sin dal giorno in cui, mio malgrado, ero stato individuato dal marito della mia amata qual ricettacolo ideale per il proprio fuggente spirito, ancor aggrappato al piano d’esistenza mortale benché il suo stesso corpo, ipoteticamente immortale, fosse stato sconfitto per intervento, per opera, del medesimo dio minore al quale avrebbe avuto a doversi dichiarare grato per la propria esistenza in vita, nell’esserne semidivina progenie. Uno sciocco momento di distrazione le conseguenze del quale, nel rendere giustizia allo stesso Desmair, avrebbero potuto persino aversi a considerare fatali se solo, appunto, non fossi stato allora graziato dalla pur mal digerita, e mal digeribile, presenza del medesimo all’interno del mio corpo.
Ovviamente, di quanto a seguire, non mi venne data occasione di essere testimone in prima persona, se non nel proprio preambolo, ragione per la quale, ancora una volta, questo mio resoconto si prenderà la libertà di riportare non tanto eventi da me concretamente vissuti, quanto e piuttosto ricostruire la dinamica degli stessi sulla base di quelle che, a posteriori, sono state le vicissitudini a me stesso riferite. Giacché io, nel mentre della nostra fuga, benché ancor sostenuto, oltremisura, dai mai sgradevoli effetti dell’adrenalina, mi ritrovai, imperdonabilmente, a inciampare, forse in conseguenza di un controllo ancor non completo sul mio corpo, forse a seguito dell’incredibile concitazione del momento o, ancora, forse per effetto di una reazione inconscia e istintiva a un qualche segnale di pericolo a me circostante: impossibile, ora, per me definire con precisione entro quale fra queste, e molte altre, eventualità, avrebbe avuto a doversi considerare la causa del pur ingiustificabile crollo che mi coinvolse, che mi vide protagonista, e che, peggio che mai, mi ritrovò intento a picchiare la nuca al suolo, con foga fortunatamente insufficiente ad aprirmi il cranio come un melone troppo maturo e pur, ciò non di meno, adeguata a privarmi, temporaneamente, dei sensi. Condizione alla quale, per collettiva fortuna, si premurò di rimediare rapidamente il mio ospite, prendendo egli stesso controllo del mio corpo altrimenti rimasto, in quel particolare frangente, privo di una coscienza utile a guidarlo.

« Be’Sihl! » gridò Midda, anche in quel momento, anche in quella particolare situazione che avrebbe potuto comprendere i suoi ultimi istanti di vita, a causa del male ancor incurato all’interno del suo corpo dono della sua carceriera, preoccupandosi maggiormente per me ancor prima che per se stessa, e subito precipitandosi al mio fianco per offrirmi il proprio aiuto ed, eventualmente, la propria protezione « Stai bene…?! »

Nel contempo di ciò, un sibilante suono provenne dalle labbra di Lys’sh, proponendosi, invero, quale l’effettivo suono della sua voce, e la concreta espressione della sua lingua natia, non filtrata e non tradotta attraverso congegni in quel momento ormai inutilizzabili, e, in ciò, obiettivamente incomprensibili nel proprio significante, e nel proprio significato, tanto alle orecchie della mia amata, e sua prima compagna di ventura, quanto alle mie… o, per lo meno alle mie orecchie pur, allora, non più sotto il mio effettivo controllo.
Malgrado tale concreto inconveniente, e l’apparente impossibilità a comunicare, il messaggio che Lys’sh aveva voluto offrirci risultò quanto meno esplicito, in quello che avrebbe avuto a dover essere inteso qual un allarme volto a preservarci dall’aggressione di un nuovo gruppo di guardie che, proprio su di noi, stavano per piombare in quel momento, equipaggiati per uno scontro all’arma bianca, con pugnali e daghe.

« Thyres! » imprecò la mia amata, preparandosi al nuovo scontro.

Ancor prima che ella potesse muovere di un solo soffio la propria lama, a intervenire, però, fui io. O, meglio, fu Desmair.
Desmair, il quale, non concedendo più al nostro corpo di giacere a terra, ci spinse con forza, con energia, e con l’assurda eleganza di un unico gesto, di una sola flessione muscolare, a recuperare una posizione eretta innanzi al nemico e, nel contempo di ciò, a proiettare la lama con la quale, un istante prima, mi stavo accompagnando, verso i nostri antagonisti, con impeto espresso, indubbiamente, dal mio corpo e, ciò non di meno, manifestando una violenza della quale non mi sarei mai riuscito a rendere interprete, neppure in grazia a un’adrenalinica overdose. Perché la spada con la quale mi ero armato, allora, volò fra noi e i nostri antagonisti con la precisione e la traiettoria di un dardo scoccato da una balestra e, letteralmente, trapassò, da parte a parte, il petto di ben due guardie, finendo, addirittura, con il ferirne una terza alle loro spalle, così come, sicuramente, neppure una lancia si sarebbe mai potuta concedere occasione di compiere.
E se un nuovo sibilo, ora di chiara sorpresa, commentò l’accaduto sul fronte della nostra ofidiana compagna, parole ben più comprensibili manifestarono la reazione di Midda all’accaduto…

« Ma… come…?! » esitò ella, per un fugace istante, salvo poi lasciar scomparire le proprie nere pupille all’interno delle glaciali iridi, a conferma di quanto, in quel momento, avesse perfettamente compreso l’identità di colui che le stava innanzi e, malgrado l’intervento in comune soccorso, non ne fosse minimamente lieta « … Desmair! »
« Mia signora… bentrovata. » sorrisi… sorrise egli, con il mio volto, accennando un lieve inchino prima di balzare in avanti e catapultarci nella mischia, a finire la terza guardia già ferita e ad affrontare quelle che, dietro a quel primo contingente, stavano per arrivare « Credi che io possa rischiare di apparire eccessivamente sdolcinato evidenziando quanto tu mi sia mancata in questi ultimi mesi…?! »

Quasi a volerle rendere omaggio, in un gesto che, pur, non avrebbe dovuto essere in alcun modo considerato naturale per lui, per la sua indole, per il suo carattere o, comunque, per i loro trascorsi quantomeno burrascosi e fondati su una reciproca e consapevole inimicizia, l’allor detentore del mio corpo ci scagliò senza riservarsi il benché minimo freno inibitore contro il pericolo e, nel contempo di ciò, si riservò persino quell’occasione di scherzo, di giuoco con lei, in quello che, altresì, avrebbe avuto a doversi considerare un modo d’agire proprio della mia stessa compagna, nonché sua mai desiderata sposa.
E, di ciò, di tale gesto, di simile atto, Midda non mancò ovviamente di cogliere l’evidenza, pur non offrendo alcuna trasparenza di ipotetica soddisfazione per quanto, in cotale maniera, tributatole. Perché, al di là dell’omaggio sì rivoltole, quanto più di ogni altra cosa ella non poté ovviare a notare fu l’innegabile, sgradevole e temuto ritorno in azione di Desmair. E di Desmair come prepotente possessore del corpo entro il quale, solo un istante prima, ero stato io ad agire. A confrontarmi con lei. A stringermi a lei.

« Non sono in vena di scherzi, Desmair! » obiettò ella, rialzandosi da terra, là dove mi aveva raggiunto quando ero caduto, per avanzare verso di noi, rivolgendosi al marito quasi come se null’altro, in quel frangente, esistesse allora attorno a noi… incluse anche le guardie che, rapidamente, lo stesso Desmair stava falciando apparentemente senza impegno alcuno, senza fatica alcuna, dimostrando un’imprevedibile maestria nell’uso di un’arma là dove, prima di allora, non ne aveva mai offerto riprova né a me, né tantomeno alla propria sposa « Restituiscimi subito Be’Sihl… ora! »
« Non credo che questo sia possibile. » replicò egli, stringendosi appena fra le spalle « E non prendere il mio qual un capriccio volto a recarti torto, sia chiaro. » puntualizzò subito dopo « Si da tuttavia il caso che, in questo corpo, ci siamo entrambi… e dal momento in cui la coscienza del tuo amato, in questo momento, non è propriamente operativa, sarebbe per me quantomeno sgradevole ritrovarmi costretto a morire. Nuovamente a morire. »

mercoledì 17 settembre 2014

2262


Per un istante ebbi a temere l’eventualità di una devastante deflagrazione. O un terremoto. O una folgore divina volta a imporre dirompente distruzione attorno a noi. O… non saprei ora elencare di preciso tutte le eventualità che, in quell’eterno e pur fuggevole attimo scolpito nel tempo ebbero ad attraversare la mia mente. Di certo, molte, persino troppe prospettive attraversarono la mia mente, spingendomi a prendere in esame i più variegati motivi, le più originali soluzioni e, di volta in volta, paventando soltanto scenari catastrofici, nel migliore dei casi. Ciò non di meno, quanto accadde ebbe occasione di sorprendermi, offrendomi l’unica evoluzione che mai avrei potuto prevedere… il silenzio e l’oscurità.
Dove, un momento prima, una pioggia di laser ci stava promettendo una fine forse rapida e indolore, o più probabilmente lenta e dolorosa, nell’avvelenamento da necrosi che avrebbe potuto conseguire a una ferita non immediatamente letale, assediandoci in quella stanza, nel cuore di uno degli ultimi piani dell’immensa torre all’interno della quale ancora non avevo, né avrei potuto avere, effettiva consapevolezza di essere stato rinchiuso; un semplice battito di ciglia dopo, soltanto silenzio e oscurità ci avvolse, sorprendendo sicuramente il sottoscritto, a maggior ragione i nostri antagonisti, e pur in alcuna misura turbando né Midda, né Lys’sh, le quali, al contrario, non avrebbero potuto che dichiararsi più soddisfatte per quanto occorso. Per le conseguenze dell’impiego del bagatto, il quale, improvvisamente, permise loro di capovolgere la situazione precedentemente a nostro sfavore, decretando, in maniera persino banale, la completa disfatta delle nostre controparti. Ad agire in tal senso, per dovere di cronaca, non fu tanto il bagatto stesso, che si limitò a concederci tale possibilità, quanto e piuttosto la nostra compagna ofidiana, la quale ebbe a dimostrarmi, in maniera squisitamente pratica, quanto per lei minimale avesse a doversi considerare l’ostacolo allora rappresentato da quelle tenebre e da quello che, al mio udito, apparve, almeno nell’immediato, un ambiente incredibilmente tranquillo, nell’improvvisa quiete imposta dall’inattesa, imprevedibile, e allor imprevista, svolta nel conflitto in corso. Un silenzio che, in effetti, scoprii non essere mai stato percepito qual tale dalla stessa… non laddove nel petto di troppe persone era allor impegnato a battere, oltremisura, il rispettivo cuore, e attraverso le labbra di troppe persone era parimenti scandito il rispettivo respiro: un concerto, quello che alla sua attenzione ebbe quindi soltanto a risultare, che le permise di agire con straordinaria rapidità in contrasto a tutti i nostri assedianti, sancendone una misericordiosa sconfitta. E mi concedo l’impiego di tale termine, laddove soltanto misericordiosa ebbe a potersi considerare le sopravvivenza da lei loro garantita, a dispetto della sicura condanna a morte che, altresì, non sarebbe stata risparmiata entro i confini del diverso approccio morale proprio tanto della mia amata, quanto e non di meno di coloro che, malgrado tutto, si videro lì riservare una prospettiva di futuro.
Così, quando dopo poco, pochissimo, alcune flebili lampade d’emergenza ripresero a illuminare l’ambiente a noi circostante, seppur manifestandosi palesemente diverse da quelle che, pocanzi, erano state preposte a un più quotidiano impiego; quanto ebbe a concedersi alla mia attenzione fu un paesaggio decisamente diverso dal precedente, e indubbiamente sgombro da ulteriori minacce. Un paesaggio al centro del quale, persino maestosa al di là di un fisico indubbiamente longilineo, ebbe a predominare la figura di Lys’sh, sola al centro della pacificazione imposta dalla sua rapida, e non impietosa, azione.

« … ma cosa…?! » non potei evitare di domandare, pur non attendendomi, almeno nell’immediato, una qualunque spiegazione e pur non riuscendo a trattenere l’imporsi di tale questione all’attenzione comune, prevaricato nel mio raziocinio, nella mia capacità di controllo, dalla sorpresa per quanto avvenuto, per quell’oscuro lampo nel quale tutto era stato così repentinamente stravolto.
« Ricordami di spiegarti che cosa è un impulso elettromagnetico… » commentò la mia amata, accennando un lieve sorriso e invitandomi, con un cenno del capo, a seguirla e a seguirla animato dalla medesima, assoluta fiducia che in lei avevo da sempre riposto e avrei per sempre riposto, non potendo agire diversamente, non volendo agire diversamente se non vivendo la mia intera esistenza come se, entro i confini del suo essere tutto fosse per me, e nulla, al di fuori di lei, potesse esistere « Ora muoviamoci… tutti i sistemi dell’edificio sono fuori uso, e abbiamo da cercare di uscire di qui il prima possibile. »

Nelle sue mani riponendo, in tal modo, nuovamente la mia vita e il mio domani, rimandando a un secondo momento qualunque genere di spiegazione e, in cuor mio, sperando… pregando ogni dio e dea a me noti affinché, al di là della condanna a morte annunciatami qual gravante sopra l’immediato futuro della mia amata, potesse ancora esservi un indomani per noi, non soltanto in un secondo momento, ma, al suo seguito, in un terzo, un quarto, un quinto e, ancora, un’infinità a seguire.
In tutto ciò, addirittura, non ebbi neppure a prestare concreta attenzione al fatto che il suo nuovo braccio destro, in lucido metallo cromato, si stava lì dimostrando del tutto inerme, inanimato, peso pendente lungo il suo fianco, in incomprensibile opposizione alla vivacità che, malgrado la propria artefatta natura, aveva dimostrato sino a un momento prima, sino a prima di quel repentina interruzione di tenebra, mostrandosi addirittura contraddistinto non soltanto da forme, ma anche da movenze tanto naturali che, non vi fosse stata la complicità dell’estetica propria di quell’arto, avrei potuto persino illudermi di star assistendo a una sorta di miracolo, un’inspiegabile rigenerazione occorsa a sanare l’amputazione che, purtroppo, l’aveva contraddistinta fin da prima del nostro primo incontro e che, a seguito dell’ultima battaglia in contrasto alla propria gemella, e con essa ad Anmel Mal Toise, era persino, tragicamente, peggiorata nella propria estensione, privandola, dell’intero braccio al di sotto della spalla. Di quella stessa spalla che, in quel frangente, si stava concedendo alla mia vista lucente e scintillante, nel metallo che l’aveva ricoperta, adattandosi perfettamente a lei, alle sue forme e alle sue proporzioni, e che, tuttavia, a seguito dell’impiego del bagatto, e del conseguente impulso elettromagnetico, era stata nuovamente privata di ogni funzionalità, non diversamente dai sistemi dell’edificio e, più esplicitamente, dalle armi di tutti i nostri avversari, di tutti gli assedianti in contrasto ai quali tanto serenamente si era potuta riservare opportunità di intervento la sempre più straordinaria Lys’sh.

« Andiamo. » confermai, ancor godendo dei benefici propri di tutta l’adrenalina allor distribuitasi all’interno delle mie membra e, soltanto in grazia all’azione della medesima, potendomi riservare tanta reattività in risposta a quell’invito, all’esortazione rivoltami, soltanto estemporaneamente dimentico di tutto quanto impostomi nel corso della lunga prigionia che, entro quelle mura, mi aveva visto segregato… estemporaneamente dimentico di tutto quanto non avrebbe mancato di riversarsi violentemente a mio discapito nel momento in cui gli effetti benefici di quella droga naturale mi avrebbero abbandonato.

Con il mio corpo e la mia mente, quindi, concentrati sulla mia amata e sulla sua compagna, al solo scopo di poter riconquistare nel minor tempo possibile la libertà perduta, e con il mio cuore e il mio animo, parimenti, fortemente legati alla più sincera e appassionata preghiera della mia vita, per poter credere di avere ancora un futuro insieme a colei per solo la quale, senza esitazione alcuna, avevo abbandonato tutto ciò che in passato aveva contraddistinto la mia esistenza; seguii le mie due salvatrici, raccogliendo, strada facendo, una daga da una delle guardie abbattute allo scopo di poter essere pronto ad agire nel caso di bisogno, all’occorrenza di un nuovo assalto qual, sicuramente, non sarebbero mancati prima di poterci considerare effettivamente in salvo.
E nel contempo di tutto ciò, non ebbi né il tempo, né, tantomeno, la lucidità, di riflettere su quanto fosse lì accaduto e su come, nella violenta negazione dell’operatività di qualunque dispositivo tecnologico a noi circostante, inclusa addirittura la protesi della mia amata, anche altri due congegni degli effetti dei quali pocanzi beneficiavamo avrebbero avuto a doversi considerare non di meno perduti, tanto nel bene, quanto nel male: il traduttore automatico, in sola grazia al quale a Midda, e a me, poteva essere stata concessa una possibilità di relazione verbale con il mondo a noi circostante, Lys’sh inclusa, e il collare inibitore, in sola conseguenza alla presenza del quale a Midda, e a me, era stata negata l’altrimenti sempre presente, e pur sempre celata, ingombrante ombra di Desmair.

martedì 2 settembre 2014

2261


Al di là di facili e gratuite ironie, tuttavia, la tensione propria e caratterizzante quel frangente non ebbe alcuna possibilità di scemare. Anzi. Istante dopo istante, momento dopo momento, la chiara percezione della crisi, del fallimento incombente su di noi e, con esso, della tragedia che ne sarebbe conseguita, rese la nostra ricerca un supplizio al contempo eterno e pur fugace, perché, se su un fronte, lo scorrere stesso del tempo parve arrestarsi, e con esso l’incedere stesso dei nostri respiri, e forse dei nostri stessi battiti cardiaci, su quello opposto, purtroppo, l’intervallo di tempo garantitoci dal capitano sfumò in quello che non riuscii a definire se non in altro modo diverso da un rapido battere di ciglia. Un battere di ciglia nel quale, tragicamente, ebbe a dissolversi ogni speranza di salvezza per la mia amata. Così, ancor prima che potesse essermi concessa la possibilità di scendere a patti con l’idea dell’ineluttabilità del nostro fallimento, non che tale compromesso avrebbe mai potuto essere quietamente accolto, non fu neppure la voce di Lange Rolamo a richiamare all’ordine Midda e Lys’sh, quanto e piuttosto il suono dell’incedere di una dozzina di guardie, armate oltremisura, che con passo celere giunsero sino all’ingresso delle stanze della defunta signorina Calahab, non levando il benché minimo avvertimento nei nostri confronti, non intimandoci in alcun modo la resa, ma limitandosi, banalmente, ad aprire il fuoco, e il fuoco di una commisurata dozzina di precise armi laser, che cercarono le nostre carni e che bramarono, in tal modo, la nostra morte.
Non senza una necessario sentimento di vergogna, mi ritrovo ora ad ammettere come, mio malgrado, il primo a morire, in simile frangente, sarebbe stato proprio il sottoscritto, se in mio soccorso non si fossero gettate, quasi contemporaneamente, entrambe le mie compagne di ventura: in risposta a un qualche istinto primordiale, probabilmente, ancor prima che a un qualunque genere di raziocinio, Midda e Lys’sh ebbero evidentemente a valutare, in seduta stante, l’evidenza di quanto, in assenza di un proprio intervento, non mi sarebbe stata concessa alcuna prontezza di riflessi utile a salvaguardare il mio domani. E, non errando in tal analisi, ebbero quindi a premurarsi, entrambe e in maniera persino speculare, di preservare la mia esistenza in vita, l’una agguantandomi per il braccio destro, l’altra per il sinistro, ed entrambe cercando effimero riparo al di là del letto appartenuto alla trapassata padrona di casa, lì dietro celandomi, e celandosi, non tanto nella speranza di poter ovviare, in tal maniera, alla violenza dell’offensiva così scatenata a nostro discapito, quanto e piuttosto, di rendere appena più complicata la ricerca di un concreto bersaglio per quei colpi, i quali, palesando un approccio più rivolto alla quantità che alla qualità, ebbero a preferire pioverci contro in maniera continua e ossessiva, trascurando l’accuratezza nella fase di mira nella speranza di sopperire, a ciò, con la propria devastante abbondanza.
In verità, con la lucidità che soltanto ora può contraddistinguere la rilettura di tali eventi, facile è comprendere quanto addirittura banale avrebbe avuto a dover essere valutata, in tutto ciò, la possibilità di estinguere l’ardente fiamma delle nostre esistenze, laddove almeno uno fra i nostri antagonisti si fosse concesso la possibilità di approcciare a quell’incombenza con la freddezza di un sicario, allorché lo spaventato entusiasmo di chi, comunque, non aveva evidentemente saputo accogliere con distacco l’immagine del sanguinario scempio condotto, sino a lì, dalla mia amata, nella disfatta di altre dozzine di guardie loro pari, prima di loro. Non che, in tutto ciò, abbia a dover essere ora considerata qual espressa una mia qualche critica a discapito dell’inadeguatezza psicologica di tali possibili carnefici, in sola grazia alla quale, allora, potemmo avere estemporaneamente risparmiate le nostre vite. Tuttavia, per quanto, almeno nell’immediato, quell’approccio ci vide offerto qualche istante in più di mortal esistenza, difficile sarebbe stato per noi perdurare a fronte di quell’assedio, soprattutto ove, come non avrebbe potuto esservi dubbio alcuno, palese avrebbe avuto a dover essere giudicata l’inadeguatezza del nostro riparo a fronte della devastazione propria di quelle armi laser.
Fu, quindi, nella consapevolezza di quanto, nostro malgrado, impossibile avrebbe avuto a poter essere riconosciuta mantenibile quella posizione di arrocco che la mia amata si vide costretta a ricorrere all’ultima risorsa disponibile, all’ultima mossa che avrebbe potuto permettersi di giuocare in quella battaglia e che, necessariamente, avrebbe segnato la fine di quell’assalto che si era prefisso un triplice obiettivo e che, purtroppo, a stento stava dimostrandosi capace di difenderne almeno uno. Perché se lì, Midda e l’equipaggio della Kasta Hamina avevano guidato i propri passi desiderando affrontare e sconfiggere la regina Anmel Mal Toise, liberare il sottoscritto e, ultimo ma non per questo meno importante, offrire una qualunque aspettativa di futuro alla stessa mercenaria da me amata; purtroppo, anche se per mia fortuna, soltanto la questione a me direttamente concernente avrebbe potuto essere riconosciuta qual, almeno fino a quel momento, conquistata con relativo successo, a fronte di un insoddisfacente e frustrante fallimento sotto ogni altro punto di vista. Giunti a quell’ultima, e potenzialmente fatale, evoluzione del conflitto, in uno stallo che, al di là di ogni possibile e straordinaria abilità guerriera da parte tanto della mia amata, quanto della sua compagna, avrebbe potuto garantirci possibilità di sopravvivenza e vittoria, pertanto, forse e proprio allo scopo di preservare quell’unica, minore vittoria riservatasi nella mia liberazione, e, in ciò, qual estremo atto d’amore nei miei confronti, Midda riprese voce e, così facendo, ebbe a rivolgersi proprio in direzione di colui la cui interpellanza stavamo tutti attendendo, e temendo, da un momento all’altro, e che, lì, fu altresì da lei direttamente apostrofato…

« Capitano! » richiamò, con impeto tale che, probabilmente, egli ebbe allora a poterla sentire anche senza la mediazione del dispositivo di comunicazione « E’ giunto il momento di far intervenire il bagatto! »

Mi si voglia perdonare, ora, per l’impiego reiterato di questo termine, che i più attenti fra i possibili lettori, e gli eventuali ascoltatori, di questo resoconto, di certo ricorderanno essere già stato impiegato in un momento precedente a questo. Causa il costretto impiego, da parte di Midda e mio, di dispositivi di traduzione automatica e istantanea, utili a concederci la possibilità di comprendere e di essere compresi, almeno in relazione al linguaggio verbale, dai nostri interlocutori; non mi è data alcuna certezza nel merito del corretto impiego di tale termine in questo contesto. In effetti, non soltanto non potrei vantare confidenza alcuna con la coerenza di un tale significante rispetto al proprio significato in mera relazione alla lingua abitualmente impiegata da Midda e da me, la stessa parlata in Kofreya e, con minime differenze di pronuncia, negli stati confinanti del nostro pianeta natale; ma, addirittura e ancor peggio, non dovrei neppure essere in condizione di poter essere certo nel merito del fatto che, posto a confronto con la stessa parola, nella sua versione originale, da parte del mio traduttore avrei potuto ottenere il medesimo adattamento che, chiaramente, doveva essere stato selezionato da quello della mia amata, nella gestione euristica del funzionamento stesso di tali dispositivi. A posteriori, tuttavia e quantomeno, posso escludere questa seconda eventualità, dal momento che, effettivamente, anch’io ho poi avuto occasione di essere posto a confronto con simile riadattamento… che esso avesse a considerarsi giusto, o meno.
Al di là, comunque, di ogni ulteriore digressione di ordine didascalico, il bagatto invocato da parte della mia amata, altro non avrebbe avuto che a dover essere considerato un’arma. E un’arma, come avrei scoperto di lì a pochi istanti, utile a garantirci l’occasione di fuga di cui, nella trappola in cui eravamo stati rinchiusi, non avremmo potuto evitare di abbisognare non di meno rispetto all’aria stessa…

« Midda… il tuo braccio… » tentò di suggerire Lys’sh, avendo, a differenza del sottoscritto, ben chiaro il significato di quella richiesta e, in ciò, quanto da essa sarebbe conseguito.
« Non c’è tempo. » negò l’altra, scuotendo il capo e spingendo la mia testa ancor più in basso nel momento in cui una nuova raffica di laser rischiò di decollare tutti e tre, dimostrando quando, nostro malgrado, il tempo a nostra disposizione avesse a doversi giudicare scaduto « Ora, capitano! »
« Ora, Ragazzo! » comandò il capitano, senza porre in dubbio le esigenze della mercenaria, e a lei offrendo tutta la propria fiducia così come, già, le aveva tributato nell’insistere per seguirla, per accompagnarla, in quell’impresa, insieme a tutto il proprio equipaggio « Ora! »