Midda's Chronicles - le Cronache

News & Comunicazioni

Sette anni!
Tanti auguri, Midda!

Sean, 11 gennaio 2015

mercoledì 28 gennaio 2015

2286


« Ai tuoi ordini, capitano. » rispose ella, neppur sforzandosi di ricorrere all’impiego della terza persona, in quella particolare declinazione di ipotetico rispetto per lei del tutto estranea e alla quale, benché avesse lasciato ormai da tempo il proprio pianeta natale, ancora non avrebbe potuto considerarsi né abituata, né tantomeno assuefatta, considerandola, ostinatamente, qual priva di qualunque ragion d’essere.

Nella sua lingua natia, dopotutto, non era prevista alcuna forma di colloquiale deferenza, anche e soprattutto nella consapevolezza di quanto troppo semplice, addirittura banale, sarebbe stato supporre di poter ingannare un proprio interlocutore, ove la stima nei riguardi del medesimo fosse rimasto relegata entro una sfera di mera, retorica argomentazione verbale. Nel suo mondo, e, soprattutto, nella lingua parlata, in varie accezioni, con diversi accenti e minimali variazione, nel preciso angolo di mondo in cui ella era nata, cresciuta, e aveva speso la quasi totalità della propria vita, quindi, risultava essere di gran lunga preferibile riservare ai fatti, ancor prima che alle parole, il compito di palesare il rispetto, o l’assenza di rispetto, nei confronti di qualcuno, diffidando, anzi, da tutti coloro che, a una riprova pratica, a una dimostrazione concreta e inconfutabile, potevano dimostrarsi prediligere vani orpelli oratori e superflui chiasmi sintattici. E quella lingua, la sua lingua, non avrebbe avuto a dover essere, neppure allora, incautamente considerata, da parte sua, qual non più parlata né, tantomeno, rammentata, non laddove, quantomeno, sin dal proprio primo giorno oltre i confini dell’unico mondo che per quarant’anni aveva avuto occasione di conoscere e di considerare qual esistente, al suo fianco, in suo supporto, si era offerto l’irrinunciabile e prezioso ausilio di un, per lei straordinario, traduttore automatico, in grado di apprendere la sua lingua riadattarla a quella impiegata da coloro a lei circostante, nell’esatto contempo in cui, parimenti, trasformava le parole pronunciate nei più disparati idiomi in vocaboli da lei riconoscibili, per lei apprezzabili.
Uno strumento, il traduttore automatico, nel confronto con il quale, comprensibilmente, ella non desiderava riservarsi una prospettiva di indefinito impiego, nella riconoscere gli importanti vantaggi derivanti, comunque, dal poter essere autosufficiente sotto tale profilo, fosse anche e soltanto nel confronto verbale con i propri compagni a bordo della Kasta Hamina, il principale idioma da loro impiegato già stava sforzandosi di apprendere, seppur con non poca fatica. Uno strumento, il traduttore automatico, nel confronto con il quale, razionalmente, ella era comunque consapevole di non poter presumere una qualche possibilità di futura, completa emancipazione… non laddove obiettivamente troppe avrebbero avuto a dover essere censite le lingue parlate nelle decine, centinaia di mondi nei quali ella avrebbe avuto potenziale occasione di avventurarsi, in una misura tale da escludere, necessariamente, qualunque ipotesi di assoluta e completa autosufficienza, per lei così come per chiunque altro. Non a caso, invero, tutti a bordo della nave, così come, più in generale, tutti coloro con i quali ella aveva avuto a che fare sino a quel momento, avevano sempre dimostrato di possedere un simile congegno, obbligati a riconoscerne l’irrinunciabile essenzialità.

Conclusi, pertanto, sia i preparativi tattici, sia la rapida conversazione con il capitano, alla Figlia di Marr’Mahew non restò altro da fare se non avviarsi, e avviarsi di gran carriera, ad attraversare l’intera estensione orizzontale della nave, per passare dalla sezione di testa, ove era collocata l’armeria di sua competenza, al corpo, e dal corpo alla sezione di coda, entrando, in tal modo all’interno del primo container.
Già accordatasi con Lange, ella non si riservò la benché minima occasione utile a riflettere sulla necessità di chiudere, personalmente, il passaggio fra la coda e il corpo, giacché qualcun altro, di lì a breve, sarebbe sicuramente accorso per agire in tal senso. Sua unica priorità, allora, avrebbe avuto a dover essere considerata soltanto, ed esclusivamente, il raggiungimento delle proprie compagne entro i limiti temporali concordati… e laddove un intervallo di tempo, spiacevolmente eccessivo, era stato da lei già speso nella propria pur fugace visita all’armeria, tappa preventiva e obiettivamente irrinunciabile, tutto ciò che avrebbe potuto riservarsi possibilità di compiere, sarebbe allor stato impegnarsi al fine di compensare, con un’andatura più rapida, quanto perduto.
Psicologicamente rilassata e paradossalmente concentrata, in quel contesto, in quella particolare situazione, avrebbe avuto a dover essere analizzata la mente della donna guerriero, già proiettata in direzione dell’eventuale battaglia che l’avrebbe potuta attendere, in tal senso negandosi, come di consueto, qualunque genere di emozione, fatta eccezione per una lieve, lievissima, e comunque inappropriata, eccitazione di base. Veterana sopravvissuta a un numero incomprensibilmente alto di guerre, di battaglie e di scontri, Midda Bontor aveva appreso da tempo quanto un qualunque genere di coinvolgimento passionale in un contesto bellico avrebbe rischiato, soltanto, di concedere fianco scoperto ai propri avversari e, in verità, benché inoppugnabilmente chiaro avrebbe avuto a dover essere riconosciuto tal concetto, ancor con eccessiva facilità ella si era concessa, nel proprio recente passato, occasione di cedere alle proprie emozioni, in particolar luogo quando, qual avversaria, si era trovata a risolvere una questione da lungo in sospeso con la propria gemella Nissa. Ma ove quello, comunque, avrebbe avuto a dover essere palesemente riconosciuto qual un contesto necessariamente delicato, soprattutto nel confronto con una storia di trascorsi lunga al pari delle loro intere esistenze; in altri scenari, in altre situazioni, l’Ucciditrice di Dei non avrebbe potuto essere accusata in maniera banale o superficiale di cedere alle proprie emozioni, ai propri sentimenti, avendo, anzi, da lungo tempo appreso come rendere il proprio animo non meno glaciale rispetto al proprio sguardo: in caso contrario, se così non fosse stato, del resto, difficilmente ella avrebbe potuto sopravvivere allo stile di vita reso proprio.
Nella specificità propria di quanto lì stava avvenendo, ancora e oltretutto, la donna guerriero avrebbe potuto vantare una così superficiale consapevolezza nel merito dei fatti, a riguardo di quanto avrebbe potuto attenderla, da rendere assolutamente vana qualunque preventiva eccitazione o preoccupazione per essa, a eccezion fatta, forse sintomatico, al di là di tutto, della sua natura umana, di quell’immancabile, lieve, bramosia di lotta, di sfida, in lei trasparente di un’ormai patologica dipendenza dall’adrenalina, per poter godere dei piacevoli effetti della quale non avrebbe esitato a catapultarsi in sempre nuove imprese, per quanto, tutto ciò, avrebbe potuto essere, non del tutto impropriamente, giudicato un comportamento potenzialmente autolesionista. Tale, tuttavia, ella era… e presumere di poter intervenire a cambiarla, a spingerla in direzione di un diverso approccio, sarebbe equivalso a tentare di sovvertire l’ordine naturale delle cose. Motivo per il quale mai, neppure il suo amato e adorante Be’Sihl, si era riservato di prendere in esame una simile eventualità, di lei innamorato, dopotutto, anche per quel pericoloso aspetto della sua vita, sebbene mai lo avrebbe ammesso apertamente, preferendo, anzi, non negarsi l’opportunità, di tanto in tanto, di lamentarsi, ormai giocosamente ancor prima che concretamente, innanzi alla prospettiva che tutto quello, quella sua continua ricerca di nuove avventure, non avesse a terminare in tempi accettabili.
Correndo attraverso il corridoio centrale del primo container, e poi del secondo, e ancora del terzo, Midda Bontor avanzò, quindi, con moto costante, con passo perfettamente cadenzato e incredibilmente costante, mai accelerando più del dovuto, mai rallentando senza giustificazione, con movimenti tanto controllati, e addirittura ipnotici nell’ipotesi di essere osservati nella loro continuità, da lasciar apparire le sue gambe, e il suo corpo tutto, non più naturale di quanto non avrebbe avuto a dover essere giudicato il suo cromato arto destro, quasi, al di sotto della sua candida pelle, non sarebbero potuti essere individuati muscoli e ossa, quanto altri servomotori non diversi da quelli presenti all’interno di quella protesi tecnologica. Tuttavia, e al di là di qualunque possibilità di fraintendimento, soltanto carne era quella che la contraddistingueva, soltanto carne era quella che la animava, carne che, non per questo, avrebbe avuto a dover essere fraintesa qual meno che straordinaria nella propria perfezione e nella perfezione di quell’incedere, affascinante e coinvolgente qual solo avrebbe potuto essere considerata la corsa di un maestoso, e potente, grande predatore felino.

martedì 27 gennaio 2015

2285


Se Duva Nebiria, in tutto ciò, avrebbe potuto essere considerata quasi deliziata dalla situazione; su un altro fronte, in una diversa collocazione spaziale all’interno della nave, un’altra figura non avrebbe avuto a potersi riconoscere dispiaciuta da quanto stava accadendo, condividendo, al contrario, in tutto e per tutto il medesimo entusiasmo di colei che aveva scoperto, nelle immensità siderali, essere prossima a una propria gemella spirituale, un’anima affine con la quale, difficilmente, si sarebbe potuta ritrovare in disaccordo, soprattutto su quel particolare genere di questioni.
Sebbene obiettivamente incuriosita dalla tecnologia propria di quella nuova concezione di realtà che da poco più di un anno aveva scoperto, e che aveva immediatamente avuto occasione di apprezzare non appena, per suo merito, le era stato restituito l’arto destro, e le era stato offerto, addirittura, un braccio così potente da trasformarla, di diritto, in un essere sovrumano; dovendo scegliere, quali alternative, fra restare al seguito di Mars e assisterlo nei propri tentativi volti a riavviare le gondole motore o, piuttosto, accorrere al fianco delle proprie amiche per affrontare qualche minaccia di ignota natura, qualche pericolo ancor da comprendere nella propria entità, Midda Bontor non avrebbe avuto esitazione alcuna. Così come, allora, non ne ebbe, a prescindere da quanto pur il proprio ruolo all’interno dell’equipaggio della Kasta Hamina le avrebbe comunque richiesto di fare, nell’abbandonare repentinamente il buon meccanico per precipitarsi in direzione del proprio piccolo reame a bordo di quella nave: l’armeria… l’unica zona entro i limiti della quale avrebbe potuto riconoscersi non meno responsabile, e sovrana, rispetto a quanto non sarebbe potuto essere il medesimo Mars nella sala macchine, il dottor Ce’Shenn all’interno della sua infermeria o, così come Be’Sihl aveva avuto appassionata conferma, Thaare entro i confini della mensa e della cambusa. E benché, in relazione alle ragioni che, in quel frangente, la stavano allor animando, qualcuno avrebbe potuto giudicare probabilmente inopportuno l’incommensurabile entusiasmo con il quale ella ebbe a riabbracciare la propria lama, quell’antica compagna, quella fedele complice, quell’instancabile amante nei confronti della quale, senza imbarazzo, era solita provare un sentimento non meno sincero e vibrante rispetto a quello che destinava al proprio amato shar’tiagho; semplicemente e spudoratamente menzognero sarebbe stato per lei negare il senso di completezza, e quindi di gioia, che solo avrebbe potuto considerare qual conseguenza del ritrovato contatto fisico con la sua arma, con quella spada in compagnia della quale, fosse dipeso da lei, avrebbe persino dormito, così come, del resto, faceva un tempo, e dalla quale, ciò nonostante, si era sforzata di trovare distacco a bordo della Kasta Hamina, a dimostrazione di una solida volontà di rispetto per le regole vigenti a bordo di quella nave così come, del resto, di ogni passato veliero su cui avesse avuto possibilità di porre piede.
Quella spada bastarda, con una lama di ben quattro piedi di estensione, avrebbe avuto a dover essere riconosciuta non soltanto, obiettivamente, qual l’arma bianca più imponente presente all’interno dell’armeria della nave ma anche, e senza eccessivo azzardo, una fra le spade più imponenti rispetto a qualunque altra lama in uso entro i confini di qualunque mondo solito a giudicare se stesso qual tecnologicamente progredito. Anche ove, infatti, le armi bianche non avrebbero avuto a dover essere considerate qual vestigia di un passato ormai dimenticato in favore dell’esplorazione spaziale e, soprattutto, di alternative più distruttive, quali armi da fuoco laser o al plasma, nell’essere, al contrario, ancora più che quotidianamente impiegate a ovviare ai rischi derivanti dall’impiego di tali alternative in contesti quali quelli propri dell’interno di una nave spaziale, nonché nell’essere, comunque, riconosciute indubbiamente più efficaci ed efficienti negli scontri a distanza ravvicinata; armi come spade bastarde a una mano e mezza o, peggio, spadoni a due mani, avrebbero avuto a dover essere riconosciute effettivamente scomparse, dimenticate, fosse anche, e semplicemente, per questioni di ingombro e maneggevolezza, tali da rendere preferibile spade dalle dimensioni più contenute, daghe o, addirittura, pugnali. Ragioni, quelle in potenziale opposizione alla propria lama, che mai avrebbero potuto tuttavia trovare il pur minimo interesse all’interno della mente della mercenaria, della sua abitualmente fredda razionalità, che pur, in tal contesto, non avrebbe mai potuto, per alcuna ragione, supporre di prendere in considerazione l’idea di tradire quella propria vecchia amica, compagna di troppe avventure, di troppe battaglie, e a lei legata da un valore affettivo troppo elevato, in favore di una qualsivoglia alternativa, per quanto di più agevole trasporto. Non che, per lei, la propria spada avesse mai rappresentato, invero, una qualche ragione d’ingombro, fosse mai stata associata, neppur fugacemente, all’idea di un peso superfluo.

« Rientriamo in azione… mia cara. » si premurò di avvisarla, nel mentre in cui, con gesti rapidi, agganciava al proprio busto e ai propri fianchi un’imbracatura di sostegno, utile non soltanto per offrire supporto al fodero della propria spada, ma anche ad altri eventuali, possibili accessori, non avendo ragione di disdegnare, accanto alla sua prediletta, l’impiego di qualche novità tecnologica… o, quantomeno, di ciò che per lei non avrebbe potuto mancare di apparire qual una novità tecnologica, fosse anche, per tutti gli altri, qualcosa di noto da decenni se non da secoli.

In quella particolare occasione, al proprio equipaggiamento, ella non si scordò di abbinare alcuni presenti per le proprie compagne, per meglio trasportare i quali valutò opportuno ricorrere a un borsone, all’interno del quale si sbrigò ad accatastare, in maniera sufficientemente ordinata, quanto ritenne idoneo alla sfida che si sarebbero ritrovate ad affrontare, anche partendo dal presupposto, non banale, di non conoscere effettivamente dettagli nel merito di quanto avrebbe loro atteso. E nel mentre in cui il borsone si ritrovò a essere, via via, sempre più completo nelle armi da lei scelte, il capo della sicurezza della Kasta Hamina ebbe anche sufficiente rispetto per il proprio ruolo, per il proprio incarico, per le proprie responsabilità, da rammentarsi, particolare per lei ancor non necessariamente retorico, di prendere contatto con il capitano, ancora una volta ricorrendo all’ausilio dell’interfono.

« Capitan Rolamo. Qui Midda, dall’armeria… » prese parola dopo aver premuto il tasto per aprire la conversazione, subito ritornando al proprio primario impegno nel non voler rischiare di sprecare un istante in più rispetto al necessario, laddove il tempo riservatole per arrivare al luogo dell’incontro non avrebbe avuto a dover essere giudicato illimitato.
« Qui Lange. Parla pure… » esordì la voce dell’uomo, invitandola a proseguire.
« Sono appena stata contattata da Duva e Lys’sh, dal container sei. » spiegò la mercenaria, non dovendosi sforzare, invero, neppure di dover riassumere la questione, dal momento che, quanto a lei noto sino a quel momento, avrebbe avuto già a dover essere considerato un riassunto della faccenda « C’è un qualche problema, ancor non meglio definito, per il quale hanno richiesto il mio supporto. Mi sto accingendo a dirigermi ai container, trasportando con me adeguato equipaggiamento: consiglio, dopo il mio passaggio, di sigillare l’intera sezione di coda per precauzione… »
« Ritieni possa servire supporto…? » domandò il capitano, benché, qualcosa, nel suo tono, trasmise un certo senso di retorica, nell’evidente precognizione di quanto, ella, sicuramente non avrebbe tardato a replicare, da lui già più che perfettamente inquadrata, complice, sicuramente, un carattere sostanzialmente similare a quello della propria ex-moglie.
« Io sono il supporto. » replicò la Figlia di Marr’Mahew, chiudendo il borsone e sollevandolo, senza percezione di affaticamento alcuno, con l’ausilio del proprio destro, in grazia al quale avrebbe potuto trasportare un peso di almeno dieci volte superiore a quello « Una volta raggiunte Duva e Lys’sh, cercherò di comprendere la situazione e farò rapporto. Fino ad allora, limitatevi a sigillare la sezione di coda e a presidiarne il passaggio. »
« D’accordo. » sospirò l’uomo, accettando, evidentemente non senza una certa disapprovazione, quel piano, in assenza di alternative migliori da proporre « Mi tenga informato, Bontor! » concluse poi, passando a un tono più formale, nel quale, forse, suggerire un qualche rimprovero preventivo o, forse, celare una certa preoccupazione al confronto con quanto stava accadendo a bordo della propria nave, purtroppo al di fuori di ogni propria possibilità di controllo.

lunedì 26 gennaio 2015

2284


Benché i container non appartenessero, in senso stretto, all’architettura propria della nave, alla sua struttura base, risultando, invero e concretamente, un’espansione della medesima, un’estensione estemporanea annessa alle sezioni della testa e del corpo e intercambiabile, in ogni proprio segmento, all’inizio e alla fine di qualunque viaggio, ad agevolare, in tal maniera, le operazioni di carico e scarico delle merci; nell’esatta misura in cui essi condividevano, con le altre due sezioni della Kasta Hamina, un comune controllo ambientale, godendo delle medesime risorse di ossigeno, oltre che, particolare non secondario, di gravità artificiale, nonché, ovviamente, di una comune copertura di scudi energetici e, ancora, dello sfasamento quantistico utile a garantire all’intera nave possibilità di compiere i propri altrimenti soltanto ipotetici viaggi, essi risultavano, necessariamente, interconnessi a ogni altro sistema proprio della classe libellula, primo fra tutti il sistema di comunicazione interno, costituito, nella fattispecie, da una serie di interfono regolarmente sparsi sia in ogni ambiente della nave vera e propria, sia in ognuno di quei container, seppur in quantitativo proporzionalmente inferiore. In tutto ciò, quindi, anche laddove fisicamente distanti dai propri compagni, dal resto dell’equipaggio, Duva e Lys’sh non avrebbero avuto a potersi considerare del tutto isolate dagli stessi e, al di là dell’allor già accordata necessità volta a ripiegare, fosse anche e soltanto al fine di procurarsi armi adeguate ad affrontare qualunque genere di pericolo le stesse allor attendendo, né l’ofidiana, né, tantomeno, il primo ufficiale, avrebbero potuto trascurare l’imperante necessità di garantire ai propri compagni informazione nel merito di quanto stesse accadendo, affinché, qualunque piega avrebbe potuto prendere quella situazione, i loro compagni non avrebbero mancato di restare adeguatamente aggiornati sui fatti, trascendendo, in tal modo, dalla loro effettiva capacità di riportarli in maniera diretta e, quindi, dalla loro non necessariamente ovvia sopravvivenza.
Nell’esatto istante in cui Lys’sh si ritrovò impegnata ad agire sui portelli stagni di connessione fra il sesto e il settimo vagone di stiva, ad assicurarsi la chiusura dei medesimi e, almeno per il momento, l’ipotetico isolamento del pericolo da lei ravvisato; Duva non perse pertanto occasione di raggiungere il più vicino interfono, per richiedere comunicazione con chi, prima fra tutti, avrebbe avuto a dover essere informata dei fatti, nel suo ruolo di capo della sicurezza: Midda Bontor.

« Qui Duva dal container sei. Midda, mi senti? » richiamò, confidando nel fatto che l’amica non si sarebbe fatta attendere prima di risponderle « Midda… abbiamo un problema. » insistette, non per un qualche personale cedimento a un pur naturale sentimento d’ansia qual avrebbe potuto contraddistinguere il momento, quanto, e piuttosto, per lasciar risultare ancor più evidente l’urgenza di quella chiamata, alla base della quale non avrebbe avuto a dover essere frainteso un semplice desiderio di chiacchiera.
« Qui Midda, dalla sala motori. » confermò la voce della Figlia di Marr’Mahew, in quel frangente risuonando spontaneamente confortante nel provenire dall’altoparlante dell’interfono, anticipando, seppur di poco, l’ulteriore sensazione di piacevole controllo sulla situazione che fu in grado di concedere, con la propria successiva frase « Passo dall’armeria e vi raggiungo. Attendo conferma sul luogo… » dichiarò, lasciando trasparire quanto, dal suo personale punto di vista, interrogativi come “chi”, “che cosa” o “perché” avessero a dover essere riconosciuti del tutto superflui, dal momento in cui, la sua peculiare soluzione, avrebbe avuto a dover essere puntualmente ricondotta al straordinario filo della sua tutt’altro che comune spada bastarda, la quale, benché forgiata in un mondo da tutti loro considerabile qual primitivo, era stata plasmata con tecniche tali da renderla sostanzialmente superiore alla quasi totalità delle lame presenti in quell’angolo di universo e prodotte per merito di tecnologie indubbiamente più avanzate.
« Lys’sh e io stiamo retrocedendo. » la informò il primo ufficiale, per nulla sorpresa dall’efficienza della propria interlocutrice laddove, in caso contrario, non avrebbe avuto alcuna ragione a selezionarla per il ruolo che le era stato riservato « Incontriamoci nella congiunzione fra i container tre e quattro, entro un quarto d’ora. Ricevuto? »
« Ricevuto. » concluse la mercenaria, null’altro aggiungendo alla comunicazione e, anzi, concludendola con quell’ultima, semplice, asserzione, a dimostrazione di quanto, entro i limiti delle sue competenze, non sarebbe stato necessario aggiungere altro per sapere come agire.

E se l’Ucciditrice di Dei non avrebbe avuto necessità di altre informazioni, dal canto loro Duva e Lys’sh non avrebbero avuto necessità di spendere un solo istante di più in quel punto, non laddove la giovane ofidiana aveva, nel contempo, concluso la propria operazione volta a sigillare il settimo vagone, almeno in direzione del sesto e, su quel fronte, del resto della nave, e il secondo in comando della Kasta Hamina aveva già utilizzato, a sufficienza, l’interfono, nella certezza di quanto, informata la propria sorella d’arme, non vi sarebbe stata la benché minima esigenza di aggiungere nulla di più in direzione di qualunque altro membro dell’equipaggio, incluso persino il suo stesso ex-marito nonché capitano: sarebbe stata, infatti, premura della stessa donna guerriero aggiornare Lange nel merito della breve comunicazione intercorsa fra loro e, sebbene nessun concreto dettaglio utile fosse stato sino ad allora condiviso, quella breve comunicazione sarebbe stata utile per permettere, a chiunque a bordo della nave, di essere informato in merito ai termini entro i quali avrebbero avuto a dover agire. Dopotutto, invero, neppure la stessa Duva avrebbe potuto, in quel mentre, vantare una maggiore consapevolezza nel merito delle ragioni alla base di quell’allarme… e, ciò nonostante, nulla di più le era risultato necessario per decidere come agire.
A prescindere da qualunque genere di minaccia potesse aver messo in guardia gli incredibilmente affinati sensi di Lys’sh, quanto essi avrebbero avuto a dover compiere sarebbe comunque stato esattamente ciò che, tutti, si stavano già predisponendo a compiere. E, al di là di ogni pur umana e giustificabile curiosità volta, allora, a domandare lumi alla propria giovane compagna nel merito di cosa avesse avverto; Duva era razionalmente cosciente di quanto, in quel frangente, prioritario sarebbe stato giungere, quanto prima, al luogo dell’incontro fissato con la loro terza sodale, per lì potersi armare e, solo a quel punto, potersi riservare l’opportunità di un unico, collettivo, aggiornamento su quanto avrebbe potuto attenderle, almeno entro i limiti di quello che sarebbe stato loro consentito di conoscere in conseguenza dell’assenza di un effettivo contatto diretto con la minaccia che, speranzosamente, sarebbe rimasta all’interno del container sette, in quieta attesa del loro ritorno.
Solo un ulteriore cenno d’intesa, pertanto, fu quanto intercorse fra le due donne, prima che entrambe riprendessero il cammino, allora mutato in corsa, a ripercorrere i propri passi e a riconquistare, nel minor tempo possibile, il maggior numero di vagoni di stiva. Una corsa non sfrenata, la loro, una corsa non precipitosa né disordinata, quella in cui si impegnarono, nella consapevolezza di non potersi permettere di bruciare scioccamente le proprie energie in una scombinata fuga… non, per lo meno, laddove, presto, lì sarebbero dovute tornare per riprendere il cammino da dove, soltanto estemporaneamente, sospeso, in una ronda di ricognizione momentaneamente interrotta e pur, certamente, non annullata, ma soltanto posticipata e, nel dettaglio, posticipata al momento in cui sarebbero state adeguatamente equipaggiate per affrontare qualunque sfida avrebbe potuto essere loro lì riservato.

« E io che temevo di potermi annoiare, in questo viaggio… » non si negò di sussurrare, quasi un pensiero fra sé e sé, la conturbante Duva, increspando appena le estremità delle proprie carnose labbra in quello che, difficilmente, non avrebbe potuto essere inteso qual un sorriso e, prestando sufficiente attenzione, un sorriso né caratterizzato da ironia, né da sarcasmo, quanto e piuttosto da una sincera soddisfazione, da un forse allor improprio senso di appagamento, laddove, malgrado il pericolo che, in tal maniera, si stava spiacevolmente sommando alla situazione di crisi già in corso a bordo della Kasta Hamina, ella non avrebbe potuto ovviare a considerarsi intimamente soddisfatta innanzi alla prospettiva di una nuova battaglia, di un nuovo combattimento, alla ricerca dell’inebriante, e per lei ormai assuefacente, sapore dell’adrenalina nelle proprie vene.