ISSN 2282-1120
EAN 9772282112009
Midda's Chronicles - le Cronache

News & Comunicazioni

Quarantanove episodi per La notte più lunga, e altri quarantanove episodi per Ritorno a casa: semplice ma simpatica coincidenza ad accomunare queste prime due avventure dell'ultimo libro del primo ciclo delle nostre Cronache, sempre pià prossime al traguardo dell'avventura 41!
Dal ritmo apparentemente lento, soprattutto a confronto con tutti gli eventi de La notte più lunga, Ritorno a casa offre comunque una serie di eventi molto importanti all'interno della continuity dell'opera che spero saranno stati apprezzati, in particolare dai lettori più fedeli.

Che altro dire?! Con il ritorno del vicario, della famiglia Bontor, nonché con la partenza della Jol'Ange con rotta verso Rogautt, la capitale dei pirati dei mari del sud nonché del regno di Nissa Bontor, quasi tutti i pezzi si stanno andando a disporre sul piano di gioco in vista del confronto finale.
Manca veramente poco alla fine... eppure ancora molte saranno le rivelazioni e gli eventi che ci accompagneranno in questo crescendo, a conclusione del ciclo di storie che ci stanno tenendo compagnia da ormai cinque anni e mezzo e che molto presto vedranno sfondato il traguardo dei 2000 episodi!

Non mancate, pertanto, domani con l'inizio della 40° avventura della saga, dal titolo... Tradimento!

E, come sempre, grazie a tutti per l'affetto!

Sean, 5 maggio 2013

domenica 19 maggio 2013

1945


Be’Sihl Ahvn-Qa avrebbe dovuto dormire. O, quantomeno, avrebbe dovuto sforzarsi nel tentare di dormire, benché, oggettivamente, l’ultima cosa che avrebbe potuto desiderare, nonché l’ultima cosa che avrebbe potuto avere possibilità di fare, in quel momento, sarebbe proprio stato dormire.
Sebbene, infatti, il suo stato di veglia non avrebbe contribuito in alcun modo ad aiutare l’amata nell’affrontare quel figlio mancato, quel nipote mai neppure immaginato qual esistente sino a un anno prima; la preoccupazione presente ad animare ogni singolo battito cardiaco del suo cuore per la sfida psicologica e, ancor più, emotiva che ella si stava ritrovando costretta ad affrontare non gli avrebbe concesso alcuna pur labile possibilità di requie. Né, parallelamente, lo avrebbe aiutato in tal senso la tempesta che infuriava attorno a loro, con valanghe di tuoni tanto potenti da offrir l’impressione che neppure le pur solide pareti entro le quali aveva trovato ospitalità avrebbero potuto resistere al confronto, avrebbero potuto reggere la prova in tutto ciò loro riservata, crollandogli addosso da un istante all’altro.
Accanto alla preoccupazione per l’amata e al frastuono derivante dall’infuriare della tempesta, in verità, una terza ragione avrebbe potuto essere accreditata qual responsabile, non solo in quella notte, ma da molte notti a quella parte, per una sincera difficoltà da parte sua nel concedersi una pur legittima occasione di riposo. Una terza ragione, nella fattispecie, che avrebbe avuto a doversi ricercare qual conseguenza dei recenti eventi occorsi nel corso della loro visita presso l’isola di Licsia, là dove la sua adorata Midda non aveva avuto soltanto inattesa possibilità di riconciliarsi con un padre erroneamente ritenuto qual morto ma, anche e peggio, aveva avuto inattesa e spiacevole possibilità di tornare a scontrarsi con primo-fra-tre, un vicario inviato dalla sua gemella all’unico scopo di sterminare tutti gli abitanti di quella stessa isola, anche per lei natia, per ottenere dalle loro morti la piacevole consapevolezza di aver imposto un terrificante colpo a discapito della psiche della propria antagonista, della propria nemesi, che, ancora una volta, avrebbe veduto, per causa sua, morire dei propri cari innanzi ai propri stessi occhi.
Strage, quella in tal modo garantita da quell’orrido mostro e dalla sua ancor più crudele mandante che, tuttavia, la stessa donna guerriero che, a lui, si era offerta qual promessa sposa solo poche ore prima di quegli eventi, era riuscita a ovviare frapponendosi fra l’esecutore e tutti i suoi condannati e, ancora una volta, come già in passato, vanificando ogni suo sforzo a proprio stesso discapito. Apparentemente nulla di cui poter essere preoccupato, pertanto, avrebbe dovuto essere riconosciuto alla base di quanto occorso, dell’ancor sensazionale vittoria riportata dalla sempre più leggendaria Figlia di Marr’Mahew, se non fosse stato che ella non avrebbe dovuto avere possibilità alcuna di sopravvivere a quell’aggressione, di resistere all’offensiva del vicario così come, ancora una volta, come già in passato, si era dimostrata capace di compiere. Alla base, infatti, dell’inumano e irrazionale successo della mercenaria, in passato, era stato riconosciuto essere, a posteriori, l’insano matrimonio che l’aveva vista legarsi, qualche tempo prima di tale confronto, a un orrido semidio immortale di nome Desmair, figlio di un dio minore di nome Kah e della stessa oscura entità presente dietro alle azioni del vicario, la regina Anmel Mal Toise. Entrata, pertanto e di diritto, a far parte di quella famiglia, ella aveva potuto godere di un’inattesa, imprevedibile e inimmaginabile tutela innanzi al pur devastante potere di primo-fra-tre, risultando totalmente immune agli effetti di qualunque suo attacco, per quanto feroce, per quanto dirompente.
Tuttavia, se ciò era valso in occasione del loro primo scontro, simile assunto non avrebbe dovuto essere considerato egualmente valido in concomitanza all’ultimo, dal momento in cui, seppur immortale, lo sposo della sua amata era recentemente caduto sotto l’offensiva in suo contrasto scatenata da parte del suo stesso divino padre, per volere della sua poco amorevole madre; la quale, non paga di averlo segregato in una realtà estranea alla propria, ne aveva decretato la morte nel momento in cui lo aveva compreso intento a sostenere la causa della propria sposa in sua opposizione. Innanzi allo sguardo della medesima Midda Bontor, così, Desmair era caduto e, malgrado ogni dissidio passato, da lei stessa i suoi resti erano stati successivamente affidati all’abbraccio purificatore delle fiamme, nel calore delle quali, secondo le usanze correnti, al suo spirito sarebbe stata concessa opportunità di riposo, finalmente libero dai vincoli del proprio corpo materiale e fortunatamente libero da qualunque possibile, spiacevole minaccia di negromantica dannazione avrebbe potuto rischiare di disturbarne il riposo eterno, nella pace propria dei giusti.
Conseguenza infausta di tale morte, inoltre, non avrebbe potuto che essere trascurata la conclusione di ogni legame fra la regina Anmel, o, quantomeno, il suo spirito dannato, e la Vedova di Desmair; la quale, sciolta da ogni obbligo innanzi agli dei tutti, libera da ogni vincolo che, precedentemente, l’aveva costretta qual legata a quel mostro ipoteticamente immortale in misura molto più sgradevole di quanto non avrebbe potuto esserlo una connessione di natura fisica, non sarebbe stata soltanto libera di risposarsi, ma, anche e soprattutto, non avrebbe più dovuto essere considerata parte di quella famiglia per lei soltanto acquisita, risultando, pertanto, nuovamente vittima potenziale di qualunque capriccio di primo-fra-tre, o di altri vicari suoi pari. E il fatto che ciò non fosse accaduto, il fatto che ella fosse sopravvissuta a un’offensiva diretta da parte di quel mostro, ben poca libertà di interpretazione avrebbe potuto offrire. Quella vedovanza era stata definita con eccessivo zelo, escludendo troppo avventatamente altre possibilità, altre eventualità al di là della mera evidenza, di quanto pur tanto palesemente avvenuto.
Ma dove anche Desmair era sopravvissuto a letali mutilazioni, a terrificanti e ripetute decapitazioni, a lui imposte a opera della sua stessa sposa nel tentativo di liberarsi di lui, ogni qual volta recuperando i pezzi sparsi del proprio corpo e ponendoli nuovamente assieme, con una banalità addirittura disgustosa, tanto estranea a qualunque concetto di umanità, tanto aliena a qualunque ipotesi di mortalità; avrebbe davvero dovuto essere accettata l’idea che egli, non dissimile da y’shalfica fenice, potesse essere risorto dalle proprie stesse ceneri, e non metaforicamente, quanto e piuttosto letteralmente, nell’essere stato, indiscutibilmente, arso nel rogo di una pira funebre? Oppure, egli era sopravvissuto in qualche altro modo, in qualche altra forma nel merito della quale alcuno, sino ad allora, aveva avuto occasione di maturare coscienza? E, soprattutto, cosa avrebbe potuto comportare tale mancata morte per il futuro della sua amata e per il proprio?
Al di là dei patti che, in passato, lo avevano visto collaborare addirittura attivamente con il semidio, sempre in tal senso spronato dall’unica brama si soccorso o sostegno alla propria amata, Be’Sihl non avrebbe potuto vantare particolare fiducia nei confronti di quell’essere dalle fattezze demoniache. E nel confronto con l’evidenza delle proprie nozze sì repentinamente annullate, seppur formalmente soltanto rimandate, con colei che pur aveva atteso per quasi quindici anni, e che, ove necessario, avrebbe atteso ancora per altri quindici e ancora quindici, ove gli dei gliene avessero concesso l’occasione; alcun particolare sentimento di simpatia avrebbe potuto essere dedicato a sostegno dell’idea dell’inalterata esistenza in vita di Desmair, seppur non dimentico di come solo in grazia di ciò la propria stessa amata avrebbe ancora potuto essere viva, seppur reduce da un nuovo, terrificante scontro con primo-fra-tre.
Perso in simili pensieri, in percorsi mentali che, obiettivamente, avrebbero potuto porre a serio rischio la sanità mentale di chiunque, improbabile per Be’Sihl sarebbe stato trovare un’occasione di riposo. Ragione per la quale, fra tutti, fu il primo, dopo Masva, Av’Fahr e la stessa Midda Bontor, a maturare coscienza dell’attacco imposto alla piccola isola di Bael da quella mandria di ippocampi. Un attacco che, nella fattispecie, ebbe possibilità di essere da lui ravvisato, nella propria minaccia, nel momento in cui al frastuono dei tuoni si sovrappose il clangore delle spade in contrasto alle inviolabili corazze di quelle creature, di quei mostri osceni, nello stridio metallico delle lame delle quali egli non ebbe esitazione alcuna a riconoscere l’evidenza di un pericolo, di una minaccia, di un allarme.
Così, laddove un attimo prima il locandiere shar’tiagho si agitava, con insofferenza, su una branda nell’abbraccio della quale era certo non sarebbe riuscito a trovare opportunità di riposo; un solo istante dopo la sua testa fece capolino oltre la prima soglia a lui offerta, e il suo sguardo si ritrovò a confronto con l’immagine di uno di quei mostri, di quelle creature per lui inedite, da lui mai precedentemente affrontate, e che, in quello specifico momento si offrì particolarmente nitida, malgrado la tempesta e l’oscurità. Nitida, per lo meno, quanto avrebbe potuto esserlo nel presentarsi a meno di due piedi di distanza da lui, pronto a volgere in offesa alle sue carni le proprie terrificanti zanne simili a lame.


sabato 18 maggio 2013

1944


« Andiamo, amor mio… » incitò anche Masva, traendo un ultimo, profondo, respiro quasi come innanzi alla prospettiva di un tuffo diretto alle profondità abissali, al fondo del mare a lei tanto caro e nel cercare di raggiungere il quale, ciò nonostante, non avrebbe di certo avuto alcuna grazia volta ad assicurarle la possibilità di sopravvivere, se solo avesse permesso all’acqua di entrarle nei polmoni, di conquistarne il corpo, le membra e, con esse, il proprio stesso futuro « Scommetto che riuscirò ad abbatterne più di quanti non sarai in grado di fare tu! » esplicitò la propria sfida, accogliendo lo spirito proposto dalla loro compagna e amica e rendendolo, in tal modo, anche proprio, qual nuova occasione di giuoco con il proprio amico, fratello e amante, quasi non fosse stata loro rivolta alcuna minaccia mortale, non fosse stata loro, in tal modo, promessa ancora una volta la prematura conclusione delle loro vite e del loro amore, con una crudeltà fuori dal comune, estranea a qualunque consueta prova il destino fosse solito richiedere a qualunque altra comune coppia, alla maggior parte di coloro che, in ognuno dei tre continenti noti, fosse solito vivere e amare.

Ancor quasi volendo offrire imitazione alla Figlia di Marr’Mahew, e pur nulla di nuovo compiendo rispetto a quanto non fosse da sempre solita compiere, in alcuna originale maniera agendo rispetto a quanto non fosse solita agire, ella si slanciò in avanti, mantenendo una solida presa sulla propria spada di Hyn con entrambe le mani, e, con non di meno ardimento, non di meno coraggio rispetto a quanto l’altra non avesse prima dimostrato, invocando un’occasione di pugna con gli ippocampi, con quella mandria tanto numerosa da offrire loro soltanto l’imbarazzo della scelta nel merito del fronte sul quale potersi allora impegnare, in ciò ovviando persino al rischio, se tale avesse voluto essere considerato, di risultare d’intralcio l’uno per l’altra rendendo propri sufficienti margini di movimento anche per le più sfrenate e originali acrobazie.
Non che, nel confronto con quella battaglia, potesse esservi in alcuno fra loro particolare desiderio volto all’apparenza ancor prima che alla sostanza, allo spettacolo in luogo alla concretezza di un operato perfettamente misurato in ogni proprio più minimale movimento, in ogni proprio più semplice gesto, non diversamente da quanto avrebbe potuto vantarsi di essere l’opera del migliore fra tutti i cerusici, nel più delicato fra tutti gli interventi avrebbero potuto essergli richiesti. E se spettacolo avrebbe potuto definirsi, quello da loro offerto, maestoso e sconvolgente, terrificante e affascinante, non meno rispetto alla tempesta infuriante nei cieli sopra le loro teste, ciò avrebbe potuto dirsi tale non tanto per un’esplicita ricerca, da parte loro, di un tale risultato, di una pur indubbia teatralità, quanto e piuttosto per il fascino e la maestosità che, ineluttabilmente, avrebbero sempre e comunque caratterizzato quei gesti di sfida in contrasto allo stesso fato e a tutte le prove che esso avrebbe reputato opportuno rivolgere a loro stesso discapito, allora con quella carica di bestie quasi invincibili e bramose di sangue e di carne umana, in altre occasioni con qualunque altro genere di antagonista, seguendo l’ispirazione del momento, in quella che, se solo non fosse stata una tragica ricerca di morte a loro discapito, in loro opposizione, avrebbe dovuto essere considerata l’instancabile inseguimento di un’ispirazione volta all’originalità, a offrire loro sempre qualcosa di nuovo, qualcosa di inedito, qualcosa di prima non soltanto imprevisto, ma addirittura mai neppur immaginato qual possibile, qual concreto, qual reale.
Reali, comunque e tuttavia, erano allora gli ippocampi che la sorte, o chi per essa, aveva scelto di scagliare in loro offesa. E reale, parimenti, fu l’intraprendenza della donna marinaio che, con energica convinzione, con irrefrenabile passionalità, sembrò quasi volersi offrire in loro sacrificio, nel gettare le proprie splendide carni in direzione di quelle fauci spalancate e per esse invocanti con la stessa spontaneità con la quale le labbra di un infante avrebbero cercato il seno materno, e, in terrificante contrasto, con la stessa ferocia con la quale uno squalo si sarebbe abbattuto su una vittima sanguinante. Non sacrificio, però, avrebbe dovuto essere inteso quello da lei ricercato, da lei desiderato con quei propri gesti, quanto, e piuttosto, volontà di rivalsa… rivalsa dell’uomo in contrasto alla propria stessa mortalità, e a tutti coloro che, della medesima, avrebbero voluto approfittare, negandola con prepotenza e con violenza, così come, allora, avrebbero tanto palesemente voluto compiere quelle bestie. Una rivalsa che, nella fattispecie, ebbe allora occasione di concretizzarsi in una rapida sequela di attacchi, di aggressioni rivolte dalla preda a discapito dei propri predatori, nel duplice scopo di mantenerli a giusta distanza da sé e dalle proprie conturbanti forme, così come di cercare di violare, reciprocamente, gli orrendi confini di quelle bocche, di quelle voragini supplicanti la sua morte, con la propria forte lama, e, in sua grazia, conquistando quel medesimo risultato che, quasi a scopo dimostrativo, a titolo d’esempio, era stato pocanzi reso proprio dalla mercenaria dagli occhi color ghiaccio sotto ai loro ancora esitanti sguardi.

« Questo è lo spirito giusto, Masva! » si complimentò la stessa Campionessa di Kriarya, non animata, in ciò, da un’impropria volontà rivolta ad approvare quel gesto, a sostenere quell’operato, qual pur non avrebbe avuto alcun diritto a compiere, a lei in nulla ritenendosi superiore, ma soltanto a offrirle tutto il proprio sostegno, morale ancor prima che fisico, qual pur era sicura che l’altra non avrebbe mai scordato le sarebbe sempre stato riconosciuto… non solo in quella notte, o giorno che ormai fosse, ma in ogni altra singola notte e in ogni altro singolo giorno i loro cammini le avessero condotte lungo medesimi sentieri, lungo eguali strade, allora così come in passato e come, ancora, avrebbe potuto avvenire in futuro « Forza, Av’Fahr… non vorrai restare in disparte mentre due fanciulle indifese si occupano di tutto il lavoro sporco?! » richiamò nuovamente l’intervento dell’uomo, con trasparente ironia non tanto a suo discapito, quanto, e diversamente, a promozione propria e della propria compagna d’arme in quel particolare momento, in quello specifico istante, laddove entrambe non avrebbero potuto mai essere, certamente, scambiate per due fanciulle indifese, neppure innanzi al giudizio più misogino e maschilista.

Impossibile, infatti, al di là di qualunque indottrinamento patriarcale, di qualunque ritrosia all’idea della possibilità per le donne di poter essere alla pari, se non addirittura meglio, dell’altra metà dell’umanità, sarebbe infatti e allor stato per chiunque sollevare una qualsivoglia obiezione a valore guerriero lì promosso tanto dall’una quanto dall’altra. Non, quantomeno, nel momento in cui erano le loro spade così intente a tenere testa alla carica degli ippocampi, ricercando senza tregua, senza sosta alcuna, possibilità di strappare loro la vita dal corpo, benché, nell’agilità e nell’incredibile rapidità di movimenti di creature tanto grandi, sempre e spiacevolmente finendo soltanto per scivolare lungo le loro inviolabili corazze, per frammischiare alla pioggia incessante, cascate di scintille atte ad accompagnare, e a enfatizzare, ogni singolo insuccesso da loro purtroppo riportato, malgrado ogni impegno in senso contrario.
E, in tal modo, richiamato non una sola volta, non due, ma addirittura tre volte; invitato a prendere parte a quella pugna dalla quale, invero, egli non avrebbe mai voluto sottrarsi, benché sino a quel momento non avesse ancora avanzato, non avesse ancora preso posto accanto a Midda e Masva in quel fronte comune di contrasto alla letale avanzata di quei dannati cavalli di mare; il figlio dei regni desertici centrali, cresciuto entro i piacevoli confini protettivi dell’amore di una sorella maggiore, per lui sola famiglia, che tutto gli aveva concesso, che tutto gli aveva garantito, lottando giorno dopo giorno per tal scopo, prima qual cacciatrice, e successivamente qual avventuriera e marinaio, strinse con ulteriore vigore fra le proprie mani il più prezioso retaggio che Ja’Nihr gli avesse lasciato e, levando allora un violento grido, un vigoroso ruggito atto a sovrastare persino i tuoni roboanti sopra di loro, si gettò a sua volta in avanti, per unirsi alla battaglia. Un’avanzata energica, una carica apparentemente irrefrenabile, quella condotta da un corpo che avrebbe potuto vantare una mole superiore persino a quella delle due donne poste insieme, che, prevedibilmente, non parve essere in grado di turbare alcuno fra i mostri lì intenti a progredire in verso contrario, e che pur, oggettivamente, avrebbe dovuto, così come egli si premurò di evidenziare nel lasciar abilmente roteare la lunga lancia attorno a sé e sopra di sé, prima di conficcarla, con una precisione stupefacente e una forza devastante nel cervello del primo ippocampo che ebbe occasione di raggiungere, uccidendolo senza che a questi potesse essere neppure concessa la possibilità di elaborare quanto fosse appena accaduto.


venerdì 17 maggio 2013

1943


« Non ci voglio credere! » contestò Av’Fahr, sgranando gli occhi innanzi a tutto ciò e, subito dopo, chiarendo le ragioni alla base della propria difficoltà ad accettare i fatti per così come occorsi, non tanto nel merito dell’abbattimento di quel primo ippocampo, quanto e piuttosto a proposito delle parole da lei in tal senso appena pronunciate, quella voce in quasi divertita disfida, qual quella a loro neppur troppo implicitamente rivolta « Non vorrai davvero metterti a gareggiare nel contare chi fra noi riesce ad abbattere più ippocampi in meno tempo, spero bene! » si augurò, in termini apparentemente privi di ambiguità nella propria interpretazione critica a discapito di quell’idea, e pur, al contempo, avallandola e incalzandola, nel suggerire, addirittura, l’introduzione di un fattore temporale dall’altra neppure accennato.
« Che succede, Av’Fahr?! Non avrai paura di sfidare una vecchietta come me… » replicò la Campionessa di Kriarya, ritraendo la propria lama dal capo della prima bestia abbattuta con sufficiente e obbligata repentinità, allora utile a permetterle di sottrarsi alla rivalsa delle altre creature sue pari, che, superato il momento di naturale disorientamento iniziale, non vollero accennare ad alcuna possibile opportunità di indifferenza nei riguardi della loro antagonista, di quella preda apparentemente proclamatasi predatrice e che, per questa ragione, non avrebbero potuto ulteriormente tollerare qual ancora esistente in vita, quasi incarnazione di un’arrogante blasfemia a loro stesso discapito « Ormai ho quasi otto lustri di vita… cosa mai vuoi che sia ancora capace di compiere a quest’età?! »

A dispetto di tali parole, di simile ironia destinata a proprio stesso discapito, e rivolta a enfatizzare quanto, ormai, la giovinezza avrebbe dovuto essere riconosciuta distante per lei, e con essa tutte quelle stesse possibilità che anche e soltanto dieci anni prima le sarebbero ancora potute essere attribuite; ella sembrò desiderosa di smentire con l’evidenza dei fatti quanto non solo quegli ultimi dieci anni di vita, ma anche, e più in generale, tutti i propri ormai quasi quarant’anni, età ammirevole per la maggior parte delle persone, e a dir poco straordinaria per un guerriero mercenario qual ella era, non stessero lasciando avvertire il proprio peso. Perché nel confronto con la carica, contemporanea, di ben tre ippocampi, fra le fauci dei quali ella avrebbe potuto essere smembrata con una facilità addirittura imbarazzante, trovando opportunità di essere uccisa così rapidamente da non concederle neppure occasione non solo di soffrire ma, anche e semplicemente, di maturare coscienza di quanto sarebbe potuto allora avvenire; ella non si limitò a cercare un’occasione di ritirata voltandosi e correndo come, probabilmente chiunque al suo posto avrebbe istintivamente compiuto, ma dimostrò quanto il proprio corpo, i propri muscoli allenati in un impegno continuo e costante, quotidiano e irrinunciabile, quali erano da sempre stati gli esercizi fisici con i quali colmava quasi ogni momento di libertà le fosse concesso, fossero ancora capaci di concederle di un’attenzione, una coordinazione e un’agilità fuori dal comune, e tali da suscitare, addirittura, invidia nei propri due primi spettatori, in coloro che, pur più giovani rispetto a lei di qualche anno, non avrebbero potuto che imbarazzarsi, all’idea di non essere capaci di giungere al suo stesso traguardo, a quella medesima maturità con eguale, palese, intrinseca e apparentemente irrinunciabile giovinezza.
E alcun’altra reazione, allora, avrebbe potuto essere propria tanto dell’uno quanto dell’altra, tanto della rossa quanto del colosso dalla pelle simile a ebano, tanto di Av’Fahr quanto della propria amata Masva, nell’osservarla impegnarsi in un’imprevedibile, e quasi impossibile, sequela di rapide capriole all’indietro, movimenti che ella fu lì in grado di porre in essere senza neppure dover coinvolgere la propria unica mano rimastale, a offrirle un qualche appoggio così come, tuttavia, avrebbe potuto concederle unicamente nel rinunciare, in tal atto, al possesso della propria lama, in una scelta che, evidentemente, non avrebbe mai voluto accettare, non avrebbe mai voluto abbracciare qual propria. Capriole non meno che perfette, tanto nella propria esecuzione quanto nella propria palese efficienza e, ancor più, forse, nella propria eleganza, nell’armonia in esse espressa, e che le permisero, un semplice istante dopo l’inizio delle medesime, di essere già a non meno di una dozzina di piedi dai mostri, nuovamente in postura eretta, nuovamente in posizione di guardia, pronta a offrire battaglia a chiunque a lei l’avesse domandata.

« … vecchietta?! » ripeté la donna marinaio, addirittura sforzandosi nel mantenere i propri bulbi oculari all’interno delle proprie naturali sedi, di quelle orbite dai quali, troppo facilmente, avrebbero potuto saltare fuori, riversandosi a terra per l’ammirazione spontaneamente destinata a chi capace di tanta grazia qual, senza ipocrisia e con giusta autocritica, ella stessa non si sarebbe mai potuta considerare altrettanto confidente nel poter offrire, non in quel gesto, non in altre similari evoluzioni « Che Tarth e tutti gli dei del nostro amato mare possano pretendere la mia vita in questo stesso istante se non sei la più arzilla vecchietta che io abbia mai immaginato di poter vedere all’opera! » commentò, aggrottando la fronte, con tono volutamente impostato qual scherzoso, qual giocoso, nella speranza di conservare qual propria una pur minima, effimera dignità, qual temeva altrimenti non le sarebbe più stata propria nel dimostrarsi a lei eccessivamente omaggiante, non in termini che si sarebbero potuti riconoscere adeguati a una compagna d’armi, quanto e piuttosto a un’ammiratrice, a una sostenitrice, a una partigiana, e qual pur, sperava, essere riuscita a non apparire.
« Che Thyres e tutti gli dei del nostro amato mare possano pretendere tutte le nostre vite in questo stesso istante se non ci dimostreremo capaci di sterminare questa mandria prima che la tempesta possa placarsi, e le nuvole in cielo diradarsi, ricordandoci in qual dannato momento del giorno abbiamo a doverci considerare in questo istante! » suggerì, in risposta, la Figlia di Marr’Mahew, sorridendo giustamente inorgoglita da quelle parole, dal complimento a lei allora rivolto, e forse, e soprattutto, dal risultato da lei comunque ottenuto, quel primo sangue, e quell’annessa prima morte, subito pretesa qual propria in concomitanza al proprio primo attacco, così come, probabilmente, un giorno, di lì a qualche anno, o, chissà, a un altro, intero decennio, non sarebbe più stata capace di compiere, di pretendere qual proprio, e che pur, ancora, la contraddistingueva, malgrado tutto « Avanti, pelandroni… non vorrete lasciare a me tutto il divertimento?! »

E ancora, malgrado la domanda retorica a proprio supposto freno, ella torno ad agire, e a reagire, con impeto sconvolgente, con energia dirompente, e tale da condurla nuovamente in avanti, ancora una volta in una solitaria carica in contrasto all’avanzata degli ippocampi, per raggiungere i quali, comunque, sarebbe loro stato ormai necessario compiere soltanto pochi passi. Ma se la sua lama, già sporca di sangue e di altri fluidi corporei sottratti alla propria prima vittima, ancora una volta fu da lei inarrestabilmente condotta alla ricerca delle carni dei propri antagonisti, e di un’occasione utile a penetrarle, attraverso l’unica via sino ad allora compresa qual atta a conquistare la loro sconfitta e la loro morte; in questa nuova occasione, in tale nuova carica, qual conseguenza di una reazione rapida e ben ponderata del proprio eletto bersaglio, e volta a offrire alla traiettoria di quella spada unicamente la solidità inviolabile delle sue scaglie, ella non riuscì a replicare lo sconvolgente successo precedente, nell’ottenere, come previsto, soltanto la possibilità di porre nuovamente alla prova la resistenza dell’epidermide corazzata di quei mostri, scivolando contro la stessa in una lunga cascata di scintille e, ciò nonostante, negandosi qual propria anche e banalmente la più illusoria speranza di predominio nel confronto con essa, quasi si fosse allora scagliata non contro una creatura vivente, quanto e piuttosto in contrasto a una montagna di solida e inviolabile roccia, nel tentare di violare l’integrità della quale, avrebbe potuto rendere proprio solamente un terrificante affaticamento, nonché, nel migliore dei casi, una spalla lussata.
Un’assenza di risultato, un estemporaneo fallimento, il suo, che pur non le valse neppure un fugace istante di disappunto, un pur comprensibile e giustificabile disincentivo a insistere in quella stessa direzione, così come, altresì, continuò ad avvenire, nel ricercare, non paga, un’occasione di rivalsa, nel guidare una seconda, una terza e, ancora, una quarta volta la propria arma alla ricerca di un’altra, ma non per questo medo desiderata, carcassa priva di vita a ornare il terreno sotto ai propri piedi.